Partito Comunista Internazionale

Il Soviet 1920/7

Una soluzione che non esiste

Il massimalismo parlamentare è uno di quei problemi che per la sua insolubilità appassiona le menti quanto più esse sono acute e sottili, le quali si compiacciono appunto nell’affannosa ricerca di una soluzione brillante. A questo problema si è dedicato con speciale cura il Direttore dell’Avanti!, il quale forse ha in gran parte il non piccolo merito di avere inventato la formula geniale, divenuta un problema del momento, che occorre trovare una soluzione: soluzione poi che non lui, ma gli altri debbono tradurre in pratica.

Questa traduzione è fonte di continue incongruenze che l’inventore della formula fa derivare da difetto degli esecutori e che la maggior parte di costoro non osa fare risalire alla incongruenza originale della formula, perché questa formula essi accettarono in un ora in cui non accettarla era quanto mai pericoloso. Probabilmente parecchi di costoro allora non si resero conto che quella formula, che pareva semplice, diveniva nella pratica una specie di quadratura del cerchio.

Siamo appena ai primi mesi di massimalismo parlamentare e già la forza delle cose e degli avvenimenti dimostra luminosamente che in parlamento o si fa del riformismo o non si fa nulla. Si è visto chiaramente che impedendone il funzionamento realistico che consiste nella discussione ed approvazione di piccoli progetti di legge, sia con l’imperversare dei discorsi di carattere politico generale, sia con la violenza, non si turba in alcun modo il regolare andamento della macchina statale borghese riposto essenzialmente nel potere esecutivo, che agisce anzi con maggiore libertà per quanto riguarda la sua principale funzione senza l’ausilio del parlamento. Si è visto ancora che la tribuna parlamentare è assai meno alta ed atta per la propaganda delle idee, perché in parlamento la propaganda, se non si fa da borghesi, si fa ai borghesi. Dei discorsi dei socialisti pronunziati in esso non si pubblicano che mediocri riassunti, i quali non tutti leggono, ed anche quando siano letti non hanno certo né possono avere l’efficacia che avrebbero se i lettori potessero essere ascoltatori.

Da ciò consegue che la parte riformista del gruppo parlamentare, seguita in ciò dai più intellettuali dei massimalisti, tende a riprendere il vecchio stile parlamentare, e i parlamentari dernier cri massimalisti non sanno a quale santo votarsi e come uscire dall’imbarazzo nel quale si sono cacciati. Essi cominciano ormai ad accorgersi che la massa, alla quale si erano fatti balenare miracolosi eventi, è delusa, e d’altra parte non vogliono continuate ad accreditate presso di essa la convinzione che sia opera rivoluzionaria quella di insultare l’on. Cappa o far sanguinare il naso dell’on. Mauri.

Gli uni si danno da fare con le interrogazioni e con la presentazione di disegni di legge magari sul divorzio, gli altri… gli altri aspettano la invocata soluzione del logogrifo.

Il Direttore dell’Avanti! scampoleggia rimproverando, richiamando, e con lui tutti i massimalisti chiedono un miglior funzionamento del gruppo parlamentare, il quale malgrado il direttorio, malgrado la divisione in sezioni di specializzati, funziona male palesando una profonda malattia che ha bisogno di buone ricette per guarire.

Una di queste ricette, in conseguenza dell’ultimo richiamo scampoleggiato, ce la appresta il compagno Ciccotti.

Ciccotti propone che il partito socialista, e per esso il gruppo parlamentare socialista, debba opporre per ciascun problema di attualità una soluzione “sua”, conforme ai suoi metodi di “classe”, alle soluzioni proposte dai partiti borghesi, e debba proporre tali soluzioni anche quando sia convinto che “esse non troveranno posto e possibilità nell’attuale organizzazione politica, ecc.”. Se il partito socialista deve proporre le sue soluzioni anche quando sia convinto che esse non troveranno posto, è implicitamente ammesso che vi siano delle soluzioni socialiste “sue” con metodi di “classe” che possano essere compatibili coll’attuale ordinamento, prima di tutto. In secondo luogo, in che cosa questo metodo si differenzia da quello riformista?

Non hanno sempre i riformisti prospettato dei problemi di attualità le soluzioni proprie? La differenza sarebbe in questo che i massimalisti a questo punto si fermano e cioè, dopo aver esposta la propria soluzione, quando questa non sia accettata non vanno oltre, non cercano cioè di migliorare almeno quella che viene proposta. Così facendo, l’accademia resta più che mai accademia, sia pure massimalista.

L’Avanti! accoglie e fa sua la proposta Ciccotti nella sua nota, e la completa chiedendo che il gruppo parlamentare si costituisca in organo tecnico della legislazione, il quale debba prospettare sotto forma di progetti di legge le soluzioni socialiste che non il parlamento borghese, ma la rivoluzione proletaria darà ai problemi che oggi affaticano l’umanità.

Indiscutibilmente il compagno Serrati è uomo di spirito ed ha scritto la nota in un momento di gran buon umore.

Ve lo immaginate voi il gruppo parlamentare che si riunisce per compilare progetti di legge sui problemi dell’oggi perché siano approvati…a rivoluzione avvenuta? Approvati da chi? Vuol forse il compagno Serrati che i deputati socialisti approntino uno stock di progetti di legge da essere presentati ai futuri Soviet?

Ma non è puro utopismo tracciare, nell’ambiente e col procedimento democratico borghese, le leggi del futuro stato proletario?

Il massimalismo elezionista parlamentare è capace, come si vede, delle azioni più… futuriste.

Ed ora attendiamo pure altre ricette: più che la nostra critica, la realtà s’incaricherà di sfatarle nella bancarotta completa di questo esperimento di parlamentarismo, profanatore dei principi e degli emblemi comunisti.

Prendere la fabbrica o prendere il potere?

Nelle agitazioni operaie degli ultimi giorni in Liguria si è verificato un fenomeno che da un poco di tempo si ripete con qualche frequenza e che merita di essere rilevato come sintomo di uno speciale stato di spirito delle masse lavoratrici.

Gli operai, anziché abbandonare il lavoro, si sono, per così dire, impadroniti degli stabilimenti, ed hanno cercato di farli funzionare per proprio conto, o meglio senza la presenza dei dirigenti principali. Questo vuol dire, prima di tutto, che gli operai si accorgono che lo sciopero è un’arma che non risponde più tanto, specialmente in certe condizioni.

Lo sciopero economico, attraverso il danno immediato dell’operaio stesso, esercita la sua utile azione difensiva per il lavoratore a causa del danno che la cessazione del lavoro arreca all’industriale per il fatto di diminuire il prodotto del lavoro che a lui appartiene.

Ciò in condizioni normali dell’economia capitalistica, quando la concorrenza col relativo ribasso dei prezzi obbliga ad un continuo accrescimento della produzione stessa. Oggi i pescicani delle industrie, specie di quella metallurgica, escono da un periodo eccezionale durante il quale hanno realizzato guadagni enormi col minimo fastidio. Durante la guerra lo Stato forniva loro materie prime e carbone ed era contemporaneamente l’unico e sicuro compratore; lo Stato stesso, con la militarizzazione degli stabilimenti, provvedeva alla rigorosa disciplina delle masse operaie. Quali condizioni più favorevoli per un comodo esercizio? Questa gente ora non è più disposta ad affrontare tutte le difficoltà provenienti dalla scarsezza del carbone e delle materie prime, dall’instabilità del mercato, dalle irrequietezze delle masse operaie; specialmente, non è disposta a contentarsi di guadagni modesti nelle proporzioni che realizzava ordinariamente prima della guerra, e forse anzi in proporzioni minori.

Essa quindi non si preoccupa degli scioperi, anzi se ne compiace, pur protestando a parole contro l’incontentabilità eccessiva e le pretese assurde degli operai.

Ciò questi ultimi hanno compreso, e con la loro azione di impossessarsi della fabbrica e continuare a lavorare anziché scioperare vogliono significare che non è che non vogliano lavorare, ma che non vogliono lavorare come dicono i padroni. Essi non vogliono più lavorare per conto loro, non vogliono più essere sfruttati, vogliono lavorare per proprio conto, ossia nell’interesse solo della maestranza. Questo stato d’animo che si va facendo sempre più preciso deve essere tenuto in massimo conto; soltanto non vorremmo che fosse fuorviato da false valutazioni.

Si è detto che, dove esistevano i consigli di fabbrica, questi hanno funzionato assumendo la direzione degli opifici e facendo proseguire il lavoro. Noi non vorremmo che dovesse entrare nelle masse operaie la convinzione che sviluppando l’istituzione dei consigli sia possibile senz’altro impadronirsi delle fabbriche ed eliminare i capitalisti. Questa sarebbe la più dannosa delle illusioni. La fabbrica sarà conquistata dalla classe lavoratrice – e non solo dalla rispettiva maestranza, che sarebbe troppo lieve cosa e non comunista – soltanto dopo che la classe lavoratrice tutta si sarà impadronita del potere politico. Senza questa conquista, a dissipare ogni illusione ci penseranno le guardie regie, i carabinieri, ecc., cioè il meccanismo di oppressione e di forza di cui dispone la borghesia, il suo apparecchio politico di potere.

Questi vani e continui conati della massa lavoratrice che si vanno quotidianamente esaurendo in piccoli sforzi debbono essere incanalati, fusi, organizzati in un grande, unico, complessivo sforzo che miri direttamente a colpire al cuore la borghesia nemica.

Questa funzione può solo e deve esercitare un partito comunista, il quale non ha e non deve avere altro compito, in questa ora, che quello di rivolgere tutte le sue attività a rendere sempre più coscienti le masse lavoratrici della necessità di questa grande azione politica, che è la sola via maestra per la quale assai più direttamente giungeranno al possesso di quella fabbrica, che invano, procedendo diversamente, si sforzeranno di conquistare.

Per la costituzione dei Consigli operai in Italia Pt.5

V.

Intendiamo con questo articolo concludere la nostra esposizione, salvo a riprendere la discussione in polemica con quei compagni che su altri giornali hanno mosso osservazioni al nostro punto di vista.

La discussione si è ormai generalizzata su tutta la stampa socialista. Quanto abbiamo letto di meglio sono gli articoli di C. Niccolini sull’Avanti!, scritti con grande chiarezza ed intonati alla vera concezione comunista, e coi quali pienamente concordiamo.

I Soviet, i consigli degli operai, contadini (e soldati) sono la forma che assume la rappresentanza del proletariato nell’esercizio del potere, dopo l’abbattimento dello Stato capitalistico.

Prima della conquista del potere, quando ancora politicamente domina la borghesia, può avvenire che speciali condizioni storiche, probabilmente corrispondenti a serie convulsioni degli ordinamenti istituzionali dello Stato e della società, determinino il sorgere dei Soviet, e può essere molto opportuno che i comunisti agevolino e sospingano il nascere di questi nuovi organismi del proletariato.

Deve però restare ben chiaro che tale formazione non può essere un procedimento artificiale, o l’applicazione di una ricetta; e che in ogni modo l’essersi costituiti i consigli operai, che saranno la forma della rivoluzione proletaria, non vorrà dire che il problema della rivoluzione sia stato risoluto, e nemmeno che siano state poste condizioni infallibili alla rivoluzione. Questa – e ne mostrammo gli esempi – può mancare anche ove i Consigli esistano, quando in questi non sia trasfusa la coscienza politica e storica del proletariato, condensata, direi quasi, nel partito politico comunista.

Il problema fondamentale della rivoluzione sta dunque nella tendenza del proletariato ad abbattere lo Stato borghese ed assumere nelle proprie mani il potere. Questa tendenza nelle larghe masse della classe operaia esiste come diretta risultante dei rapporti economici di sfruttamento da parte del capitale che determinano pel proletariato una situazione intollerabile e lo spingono ad infrangere le esistenti forme sociali.

Ma il compito dei comunisti è quello di indirizzare questa violenta reazione delle folle e dare ad essa una migliore efficienza. I comunisti – come già disse il Manifesto – meglio del restante proletariato conoscono le condizioni della lotta di classe e della emancipazione del proletariato; la critica che essi fanno della storia e della costituzione della società li pone in grado di costruire una previsione abbastanza esatta degli sviluppi del processo rivoluzionario. Perciò i comunisti costituiscono il partito politico di classe, che si propone l’unificazione delle forze proletarie, l’organizzazione del proletariato in classe dominante, attraverso la conquista rivoluzionaria del potere.

Quando la rivoluzione è prossima e i suoi presupposti sono maturi nella realtà della vita sociale, un forte partito comunista deve esistere, e particolarmente precisa deve essere la sua coscienza degli eventi che si preparano.

Gli organi rivoluzionari che all’indomani della caduta della borghesia esercitano il potere proletario e rappresentano le basi dello Stato rivoluzionario, in tanto sono tali, in quanto sono guidati da lavoratori coscienti della necessità della dittatura della propria classe, cioè da lavoratori comunisti. Ove così non fosse, questi organi cederebbero il potere conquistato e la controrivoluzione trionferebbe.

Ecco perché, se questi organi debbono sorgere, se i comunisti devono in un dato momento occuparsi della loro costituzione, non si deve credere che sia questo un mezzo per girare le posizione della borghesia e venire facilmente, automaticamente, a capo delle sue resistenze a cedere il potere.

I Soviet, organi di Stato del proletariato vittorioso, possono essere organi di lotta rivoluzionaria del proletariato quando ancora il capitalismo impera nello Stato?

Sì, nel senso però che essi possono costituire, ad un certo stadio, il terreno adatto per la lotta rivoluzionaria che il partito conduce. E in quel certo stadio il partito tende a formarsi un tale terreno, un tale inquadramento di forze.

Siamo oggi in Italia in questo stadio della lotta?

Noi pensiamo che ad esso siamo molto prossimi, ma che vi è uno stadio precedente da superare.

Il Partito comunista, che nei soviet dovrebbe agire, ancora non esiste. Noi non diciamo che i soviet, per sorgere, lo attenderanno: potrà darsi che gli avvenimenti si presentino altrimenti. Ma allora si delineerà questo grave pericolo: l’immaturità del partito lascerà cadere questi organismi nelle mani dei riformisti, dei complici della borghesia, dei siluratori o dei falsificatosi della rivoluzione.

Ed allora, noi pensiamo, è molto più urgente il problema di avere in Italia un vero Partito comunista, che quello di creare i Soviet.

Studiare entrambi i problemi, e porre le condizioni migliori per affrontarli entrambi senza indugio, può anche essere accettabile, ma senza mettere date fisse e schematiche ad una quasi ufficiale inaugurazione dei Soviet in Italia.

Determinare la formazione del partito veramente comunista vuol dire selezionare i comunisti dai riformasti e socialdemocratici.

Alcuni compagni pensano che la stessa proposta di formare i soviet possa offrire il terreno per questa selezione.

Noi non lo crediamo – appunto perché il Soviet non è, secondo noi, un organo per essenza sua rivoluzionario.

In ogni modo, se il nascere dei Soviet deve essere fonte di chiarificazione politica, non vediamo come vi si possa arrivare sulla base di una intesa – come nel progetto Bombacci – tra riformisti, massimalisti, sindacalisti e anarchici!

Invece la creazione in Italia di un movimento rivoluzionario sano ed efficiente non sarà mai data dal mettere in primo piano nuovi organismi anticipati sulle forme avvenire, come i consigli di fabbrica o i Soviet – così come fu un’illusione quella di salvare dal riformismo lo spirito rivoluzionario trasportandolo nei sindacati visti come nucleo di una società avvenire.

La selezione non la realizzeremo con una nuova ricetta, che non farà paura a nessuno, bensì con l’abbandono definitivo di vecchie “ricette” di metodi perniciosi e fatali.

Noi – per le ragioni ben note – pensiamo che questo metodo da abbandonare, per far sì che insieme ad esso possano essere respinti i non comunisti dalle nostre file, sia il metodo elettorale, e non vediamo altra via per la nascita di un Partito comunista degno di aderire a Mosca.

Lavoriamo in questo senso cominciando – come benissimo dice Niccolini – dall’elaborare una coscienza, una cultura politica, nei capi, attraverso uno studio più serio dei problemi della rivoluzione, meno frastornato dalle spurie attività elettorale, parlamentari e minimaliste. Lavoriamo in tal senso – ossia facciamo già propaganda per la conquista del potere, per la coscienza di ciò che sarà la rivoluzione, di ciò che saranno i suoi organi, di come veramente agiranno i Soviet – e avremo veramente lavorato per costituire i consigli del proletariato e conquistare in essi la dittatura rivoluzionaria che aprirà le vie luminose del comunismo.