Partito Comunista Internazionale

Il Soviet 1920/8

Gli scopi dei comunisti

La rivoluzione sociale avviene quando in seno alla società capitalistica si è maturato un conflitto intollerabile tra i produttori e i rapporti della produzione, ed esiste una tendenza a sistemare questi rapporti in modo diverso.

Questa tendenza viene a scontrarsi contro la forza con la quale la classe dominante, interessata alla conservazione dei rapporti esistenti, impedisce che vengano modificati, forza rappresentata dalle difese armate alla cui organizzazione e funzione provvedono le istituzioni politiche accentrate nello Stato borghese.

È necessario, perché la rivoluzione possa esplicare i suoi sviluppi economici, sopraffare questo sistema politico che centralizza il potere, e l’unico mezzo di cui la classe oppressa dispone per ciò fare è la sua organizzazione ed unificazione in partito politico di classe.

Lo scopo storico dei comunisti è proprio la formazione di questo partito e la lotta per la conquista rivoluzionaria del potere.

Si tratta di porre in libertà le forze latenti che provvederanno alla formazione, in base alle migliori risorse della tecnica produttiva, del nuovo sistema economico; forze oggi compresse dall’impalcatura politica del mondo capitalistico.

L’opera politica che costituisce dunque le ragioni d’essere del partito comunista ha due caratteri sostanziali: la universalità, in quanto comprende il più gran numero di proletari, agisce in nome della classe e non per gli interessi di gruppi di lavoratori limitati ad una professione o ad una località; e la finalità massima, in quanto mira ad un risultato non immediato e che non si può conseguire pezzo a pezzo.

Certo la società borghese nella sua evoluzione offre a particolari problemi altre soluzioni che non sia quella integrale e finale che persegue il partito comunista.

L’interesse stesso dei proletari, in quanto è interesse contingente e limitato a gruppi più o meno vasti, trova nel mondo borghese possibilità di certe soddisfazioni.

La conquista di queste soluzioni non è affare dei comunisti.

Tale compito si assumono spontaneamente altri organi proletari, come i sindacati, le cooperative, ecc.

In queste conquiste limitate il partito comunista interviene solo allo scopo di riportare l’attenzione delle masse sul problema massimo e generale: “Il vero risultato di queste lotte non è l’immediato successo, bensì l’organizzazione sempre più estesa dei lavoratori” – dice il Manifesto Comunista.

Dopo la conquista rivoluzionaria del potere si metteranno in libertà le latenti forze economiche produttive, che premevano contro le maglie delle catene capitalistiche.

Anche allora, la preoccupazione del Partito non sarà tanto l’opera di costruzione economica a cui il meraviglioso germogliare di nuovi organismi porterà uno spontaneo contributo, – perché già esisteva, nel conflitto tra produttori e forme di produzione, questa energia costruttrice e innovatrice che la rivoluzione politica avrà messo in grado di svilupparsi – ma sarà ancora compito del partito la lotta politica contro la borghesia debellata ma che tenterà di riprendere il potere, e la lotta per l’unificazione dei proletari al di sopra degli interessi egoistici e corporativi.

Questa seconda azione acquisterà importanza maggiore in tale periodo.

Oggi l’esistenza del comune nemico borghese centralizzato nello Stato, del capitalista sempre presente nell’azienda, costituisce il naturale cemento della solidarietà proletaria che sorge di contro alla formidabile solidarietà organizzata del padronato.

Domani, quando gruppi operai di un’azienda, di una località, di una professione, saranno stati liberati con la forza del potere proletario dalla minaccia del capitalista sfruttatore, prima di essere stati pervasi dalla coscienza politica comunista nella sua universalità, gli interessi locali potranno assumere aspetti di maggiore gravità e prepotenza.

Può forse ricercarsi qui la ragione di quel provvedimento dello Stato russo dei Soviet annunziato dalla stampa borghese come scioglimento dei comitati di fabbrica.

* * *

Il problema più difficile della tattica comunista è stato sempre quello di attenersi a quei caratteri di finalità e di generalità più sopra accennati.

Lo sforzo tormentoso di attenersi alla implacabile dialettica marxista del processo rivoluzionario ha spesso ceduto alle deviazioni attraverso le quali l’azione dei comunisti si è sperduta e sminuzzata in pretese realizzazioni concrete, nella sopravvalutazione di speciali attività o di speciali istituti, che venivano a costituire una più continua passerella di passaggio al comunismo che non fosse il salto pauroso nell’abisso della rivoluzione, la catastrofe marxista da cui doveva irrompere il rinnovamento dell’umanità.

Il riformismo, il sindacalismo, il cooperativismo non hanno altro carattere.

Le tendenze odierne con cui certi massimalisti, dinanzi alle difficoltà dell’abbattimento del potere borghese, cercano un terreno di realizzazione, di concretazione, di tecnicizzazione della loro attività, ed anche le iniziative che sopravalutano la creazione anticipata di organi dell’economia avvenire come i comitati di fabbrica, cadono negli stessi errori.

Il massimalismo [cioè il bolscevismo] avrà la sua prima vittoria con la conquista di tutto il potere da parte del proletariato. Prima, esso non ha altro da realizzare che l’organizzazione sempre più vasta, cosciente ed omogenea della classe proletaria sul terreno politico.

Marx e le classi medie Pt.1

Mentre la reazione capitalistica internazionale cerca impadronirsi della persona dell’ex Presidente dei Commissari del Popolo d’Ungheria, accusandolo di rapine, incendi ed assassinii, riproduciamo un articolo che egli, il compagno Béla Kun, scriveva nella “Pravda” del 4 maggio 1918 – per dimostrare ancora una volta che i “capi” del movimento comunista lungi da essere dei sanguinari, sono uomini dediti ai più alti problemi del pensiero al tempo stesso che alla battaglia rivoluzionaria per l’emancipazione del proletariato.

   Le iene, i criminali vanno invece cercati nelle orde di banditi controrivoluzionari, che oggi per mandato del capitalismo mondiale, devastano ed insanguinano l’Ungheria impiccando i purissimi campioni dell’ideale rivoluzionario.

   “Il nemico interno” della Rivoluzione proletaria russa è costituito in prima linea dalle classi medie inferiori.

   La espropriazione degli espropriatori che viene svolta presentemente, non rappresenta il più serio ostacolo sulla via della dittatura proletaria.

   Sulla via della espropriazione del capitale gli ostacoli sono d’una natura puramente obbiettiva. Il piccolo gruppo dei grandi capitalisti non ha le masse al suo fianco e quindi viene rapidamente a trovarsi in condizioni d’inferiorità dinanzi al proletariato armato.

   Le più basse classi medie della società, rappresentano d’altra parte una parte considerevole della popolazione, specialmente in Russia – per non dire la parte preponderante della popolazione agraria. Il transigere con le aspirazioni di queste classi medie inferiori significherebbe l’arresto a metà strada del lavoro della rivoluzione; significherebbe la fine delle tendenze alla distruzione del capitalismo.

   Proprio perché la classe media è numericamente grande, essa ha conservato una influenza sul movimento delle classi lavoratrici. Ma ogni concessione a questa influenza rappresenta una deviazione dal punto di vista marxista, perché fu precisamente Marx che liberò il socialismo dalle falsificazioni della piccola borghesia.

   La condotta dei partiti socialisti della classe media durante i primi scontri e la finale lotta decisiva della rivoluzione proletaria ci impone doppiamente il dovere di richiamare nell’occasione del centenario della nascita del nostro primo maestro, quali erano le sue vedute intorno alle classi medie. E sebbene i rappresentanti delle varie scuole del socialismo piccolo borghese si riferiscono costantemente a Marx, non v’è in realtà maggiore sacrilegio di questo.

I.

   Marx, dopo la profonda trasformazione avvenuta tanto nella sua concezione filosofica del mondo che nelle sue vedute sulle condizioni materiali della produzione sociale, si liberò delle ultime tracce del Liberalismo.

   “La Miseria della Filosofia” sotto l’aspetto economico, e “Il Manifesto dei Comunisti” sotto l’aspetto politico annunciavano la finale liberazione del socialismo dalle ultime suonate dellecampane piccolo-borghesi.

   I fondatori del socialismo scientifico non avevano ancora avuto l’esperienza d’una rivoluzione, ma per la via d’un’analisi teoretica essi erano pervenuti fin d’allora a stabilire il fatto che nel processo del movimento rivoluzionario la classe media si comporterà soltanto come un reazionario ed utopistico fattore.

   Questa classe media – come il Manifesto dei Comunisti proclamò – sta a mezza strada tra il proletariato e la classe capitalista. Essendo un necessario complemento della società capitalistica, questa classe si riproduce continuamente. Composta di elementi estremamente frammisti dell’epoca precapitalista – la cosiddetta “intelligenza lavoratrice”, i lacchè della classe capitalistica – questa classe si trovò in Francia, in Svizzera, ed a un certo momento in Germania ai posti avanzati della rivoluzione del 1848. Secondo il Manifesto dei Comunisti, i comunisti sostenevano i vari partiti che raggruppavano questi elementi fin tanto che essi erano all’opposizione, comprendendo chiaramente tuttavia che se i rappresentanti della classe media erano rivoluzionari realmente nel loro sentimento, ciò era soltanto quando erano posti di fronte alla loro immediata discesa nei ranghi del proletariato.

   Queste tendenze delle classi medie inferiori benché fossero abbastanza sentite, furono ciò nondimeno completamente spazzate via: la rivoluzione del 1848 rivelò chiaramente la bancarotta politica della frazione rivoluzionaria della borghesia. Perché la rivoluzione dimostrò non soltanto la loro debolezza, ma anche quanto esse fossero pericolose per il compito della rivoluzione.

   Durante la rivoluzione francese di quell’anno il proletariato fu schiacciato non dai capitalisti ma da queste molto basse classi medie. “Il piccolo Bottegaio”, scrive Marx nella “Lotta di classe in Francia”, si mosse contro le barricate allo scopo di impedire che il movimento passasse dalla strada nella bottega. E quando le barricate furono distrutte, quando gli operai furono sconfitti, quando i bottegai, brindando alla vittoria ritornarono alle loro botteghe, essi le trovarono sbarrate dai salvatori della proprietà, dagli agenti ufficiali che rivolsero a loro queste brusche domande: “I bilanci sono divenuti troppo passivi! Pagate signori! Pagate per i vostri fondi!”. La povera bottega fallì, il povero bottegaio fu rovinato! La piccola borghesia non è adatta a reggere il potere, e un lungo governo da parte sua è irrealizzabile. Ciò, anzitutto, per ragioni economiche: il piccolo bottegaio è il debitore del grande capitalista, e deve dipendere da lui da quando esiste il sistema del credito – che non può essere distrutto mentre il dominio della proprietà privata continua.

   L’era imperialista della produzione capitalistica ha pienamente giustificato queste vedute di Marx. Se la democratizzazione del capitale per mezzo delle società anonime – il sogno irreducibile dei falsificatori del marxismo – fosse una possibilità economica anche quando la maggioranza della classe media fosse di azionisti, sarebbe sempre impotente a governare la società.

   Le radici del dilemma creato dall’imperialismo devono essere trovati nei rapporti economici sui quali l’imperialismo si fonda.

   Vi sono due sole classi capaci di governare: la classe dei grandi capitalisti e il proletariato.

   Ogni compromesso colla borghesia è tradimento della rivoluzione proletaria. Ogni compromesso con la classe media dopo la vittoria della rivoluzione condurrebbe alla restaurazione della supremazia dell’alta borghesia – alla restaurazione del regime capitalista.

   L’esperienza della rivoluzione del 1848 confermò completamente Marx nella sua convinzione che la rivoluzione può scrivere sulla sua bandiera soltanto queste parole d’ordine: il completo abbattimento di tutte le sezioni della classe capitalistica, e la dittatura del proletariato.