Violenza ed economia
Se dovessimo stabilire le condizioni economiche e sociali della classe operaia applicando le fredde relazioni della teoria economica, in virtù della quale il salario è, com’è logico che sia, la somma dei mezzi di sussistenza materiale con cui l’operaio riproduce la sua forza-lavoro, elimineremmo nei rapporti tra le classi un elemento che molti vorrebbero morto e sepolto, che i meno cretini scongiurano, e che i nemici dichiarati sono sempre in guardia per debellarlo. Questo elemento è la lotta di classe che determina i rapporti di forza.
La questione vale non solo tra borghesia e proletariato, ma anche tra borghesia e proprietari fondiari, tra strati superiori e inferiori delle stesse classi possidenti, tra azienda e azienda, tra Stato e Stato. Lo disse Marx al «cittadino Weston», in una celebre conferenza, «Prezzo, salario e profitto», che se il proletariato non lottasse quotidianamente per frenare l’ingordigia del capitale i limiti della sussistenza verrebbero abbassati ai limiti dell’esistenza biologica della classe operaia, a detrimento anche del regime capitalistico stesso che si pasce solo di lavoro non pagato, plusvalore. La lotta, quindi, la forza e la violenza determinano il grado di sfruttamento di una classe sull’altra, il grado di sudditanza di uno Stato all’altro.
Il privilegio economico sarebbe impossibile senza la forza della costrizione che non sempre è violenta, nel senso di cruenta, ma assume, a seconda dei casi, forme più svariate di pressione, concussione. Il fine è sempre il mantenimento del modo di produzione capitalista, delle classi, cioè, che traggono dal monopolio dei mezzi di produzione e di scambio il privilegio economico.
Il problema, quindi, che si pone ai partiti politici che aspirano al potere politico non è quello se usare o meno la violenza, ma in quale direzione usarla, vale a dire se usarla per la conservazione degli attuali rapporti di forza tra le classi o se invece usarla per mutarli. Va premesso e ricordato che lo Stato, nell’accezione marxista, è una macchina repressiva, una organizzazione della violenza al servizio della classe dominante. In altri termini la questione di stabilire in quale direzione volgere la violenza di classe si pone a parti arrovesciate per la classe che detiene il potere rispetto a quella che ne è sprovvista. La classe al potere lotta per conservare la sua macchina statale. La classe che non è al potere lotta per distruggere questa macchina.
I partiti politici del campo capitalista si schierano in difesa dello Stato, in difesa sempre del regime esistente. Per i partiti che si richiamano alla classe operaia il problema dovrebbe essere a soluzione univoca, cioè distruzione del regime borghese, abbattimento dello Stato politico delle classi ricche. Diciamo che «dovrebbe» essere questa la risposta di tutti i partiti «operai». Ma così non è, come tutti sanno.
I partiti «operai» costituzionali negano la violenza della classe operaia diretta contro il regime presente, ma ammettono la violenza anche degli stessi operai in difesa dello Stato attuale, così com’è, per esempio, nella guerra tra gli Stati per la difesa del territorio nazionale e dell’economia. Essi proclamano sì la «conquista» del potere, ma con mezzi legali, pacifici, costituzionali, col suffragio maggioritario, al tempo stesso in cui dichiarano di voler difendere le istituzioni repubblicane da qualsiasi minaccia «interna». Come si spiega, allora, la negazione della violenza operaia nei rapporti con la classe borghese e con il suo Stato, e l’accettazione della violenza per la conservazione e la difesa dello Stato dall’«esterno» e dall’eversione sociale? Lasciando da parte la storiella del «pericolo fascista» che, d’altronde, è fronteggiabile non con le forze statali, come storia insegna, ma con le forze della sola classe operaia, vero ed unico, primo e principale bersaglio del fascismo, non resta altra spiegazione che quella di non voler modificare gli attuali rapporti sociali, di conseguenza di non voler abbattere il regime e le classi borghesi.
I partiti «operai» non costituzionali ammettono e proclamano la violenza, ma negando la dittatura di classe esercitata dal Partito Comunista rivoluzionario, di fatto fiancheggiano i partiti costituzionali e approdano alle stesse finalità pur dando l’impressione estetica di stare sul fronte opposto.
Se volessimo tracciare la storia dell’economia nelle molteplici forme in cui si è svolta, saremmo costretti a far intervenire la violenza non come elemento perturbatore, secondo i teorici idealisti, ma come elemento necessario e involontario. Una classe può conquistare il potere anche senza spargimento di sangue (ma violenza è anche la semplice minaccia), ma per mantenerlo deve respingere le forze armate delle classi sconfitte, e quindi deve darsi una organizzazione militare e repressiva adeguata, lo Stato appunto. Ma qual è quella classe che si fa espropriare del suo patrimonio e del suo potere, del suo privilegio, senza reagire violentemente? Non ne abbiamo conosciuta alcuna.
Ammettiamo per un attimo, per ritornare alla contingenza, che il «nuovo modello di sviluppo» sia effettivamente una formula di produzione superiore rispetto a quella capitalistica, come si va oggi predicando dai pulpiti del PCI, del PSI e dalla fungaia di «sinistre» parlamentari ed extra. Scordiamo per un attimo le continue ed insistenti profferte di collaborazione a tutte le forze «sane» del paese, come si esprimono i partiti popolari, cioè a tutte le classi «industriose» tra cui la borghesia, ad eccezione, forse, della sola mafia tradizionale.
Ci domandiamo, fatte queste riserve, come possa essere possibile la instaurazione di questo fantomatico «nuovo» modo di produrre senza ricorrere alla violenza contro quelle forze che dovranno essere soppiantate, se ci sono. O in realtà nulla v’è di «nuovo», e quindi si tratta solo di sostituire qualche persona, ed è la giusta soluzione; ovvero i novatori se vogliono riuscire nell’impresa «storica», devono armarsi anche nella più ottimistica prospettiva che il «nemico» si arrenda, dovendo utilizzare il «potere» conquistato per spogliare il vinto del privilegio economico. Sulla carta esiste anche una terza ipotesi, quella che i novatori siano degli ingenui pacifisti, dei sognatori armati solo di «incrollabil speme e fede ardente». In tal caso, i «profeti disarmati», sarebbero battuti ancor prima di mettersi in marcia.
In ogni modo la questione ridotta ai minimi termini si scioglie così: nessuno vuol cambiare nulla della struttura economica, cioè delle basi materiali su cui poggia la vita sociale. La stessa considerazione vale anche in riguardo al solo aspetto politico, cui si ridurrebbe in definitiva tutta l’operazione «rinnovatrice». Escluso il «rinnovamento economico», resterebbe il rinnovamento politico, sul cui significato le parole de l’Unità non lasciano dubbi: «solo una forza onesta ha l’autorità per invitare i lavoratori a fare il necessario sforzo»! La «forza onesta» è il PCI che, giustamente, è l’unico che abbia l’autorità presso i lavoratori per indurli ad accettare nuovi e più pesanti sacrifici economici e materiali a difesa dell’economia, della produzione, dello Stato. Per modificare l’assetto economico occorre il potere politico, il maneggio della macchina statale. Non ci sono dubbi. Il PCI dice: andiamo al potere dello Stato. Ma se l’uso dello Stato, ammesso che una classe possa utilizzare per sé lo Stato di un’altra classe, non serve a modificare le basi economiche, che se ne fa il PCI dello Stato? Se il PCI e alleati non intendono espropriare la borghesia, come dichiarano ogni giorno e sono sicuri, a che pro il potere? La risposta è una sola: «per invitare i lavoratori a fare il necessario sforzo» di riassestare l’economia capitalistica.
È chiaro, allora, che per ottenere questo risultato non occorre violenza contro le classi possidenti, anzi occorre il loro apporto e appoggio, che sta crescendo come lo attestano le serenate di Agnelli, gli approcci dei piccoli e medi borghesi. Al massimo sarà necessario qualche scapaccione all’immancabile ritardato mentale che non afferra che quelli manco si sognano di espropriare le classi privilegiate.
Domanda per controprova: e se gli operai, sotto l’incalzare caotico della crisi economica mondiale, disperati si ribellano allo Stato governato da PCI e soci, minacciandone l’esistenza, il governo «nuovo», popolare, «moralizzatore», starà a guardare, o userà la macchina violenta dello Stato contro i proletari?
La risposta è facile: il governo popolare, qualsiasi governo, se non vuol abdicare a favore di un altro governo più «forte», non ha altra scelta che sparare sugli operai ribelli.
Falsari
In un giornalaccio, che con manovre trasformiste ha più volte tentato di spogliarsi della rossa tradizione della Sinistra, conservandone ancora alcune pallide epigrafi più volte manomesse, più per non alienarsi definitivamente l’adesione di sinceri e bistrattati compagni, prigionieri di una mistificata disciplina, che per intima convinzione; in questo giornalaccio che non nominiamo, applicando la «condanna del silenzio», secondo il precetto della Sinistra, è apparso di recente, tra tante porcherie, una più evidente delle altre. La rileviamo non perché ci scandalizzi, ma perché svela inoppinatamente vecchie intenzioni più volte tentate e poi attenuate, dimostra con lucida chiarezza il significato allora recondito e indecifrabile a prima vista di «ghiacciate diffide», dietro una cortina fumogena di rigore teorico, intransigenza organizzativa, purezza politica, leninismo, bordighismo, ecc., ecc., ecc.
Dopo le note delusioni amorose con trotzkisti, fornicazioni più o meno coperte con gruppettari, «sinistri», «rivoluzionari», adesioni semiclandestine a «comitati di quartiere», e a fantomatici «comitati di autodifesa proletaria», ha scoperto, anzi riscoperto, «studenti rivoluzionari», forgiando per questa «nuova» nobile categoria sociale il «diritto» al «presalario», di «associazione», e perfino di «sciopero», diritti dai quali si vorrebbero esclusi gli studenti non «rivoluzionari». Per somma vergogna ed insipienza si chiama a testimone il grande Lenin.
Gli studenti furono a «Curtatone e Montanara» per il Risorgimento della borghesia, rivoluzionaria nella metà del secolo scorso, reazionaria e putrida oggi. Gli stessissimi studenti furono nelle bande bianche e nere della socialdemocrazia, di Hitler e Mussolini, fucilatori di proletari e comunisti, dopo aver ingrossato oceaniche adunate nelle piazze storiche della controrivoluzione, autorizzati dal regime a far forca a scuola.
La Sinistra marxista conosce una sola classe rivoluzionaria, nei paesi a rivoluzione univoca, quella proletaria. Riconosce come rivoluzionari anche i transfughi delle altre classi che aderiscono al partito e rinnegano la società che li generò. Ma non nobilita con l’aggettivo «rivoluzionario» le categorie da cui provengono. È questa, elementare, ma non facile per chi non sa stare ritto sulle proprie gambe, dialettica marxista.
Per chi voglia verificare, lo rinviamo alla lettura di sani e insospettati testi del 1968, dopo le ubriacature goliardiche del «maggio francese», testi che il nostro giornale ha ripubblicato nel febbraio 1975, quando l’innominabile giornalaccio, ormai rotto a tutto, accentuava movenze d’anca in perfetto stile peripatetico.
Con questo foglio falsario la Sinistra ormai non ha nulla a che fare.
Sciopero generale - la classe operaia nel mortifero abbraccio col « popolo »
Per partiti e sindacati la manifestazione del 25 marzo è stata promossa con un solo ed unico scopo di classe: mantenere bloccati gli operai alla loro politica di pace sociale, di equilibrismo permanente tra interessi inconciliabili, quali sono quelli degli operai e dei padroni.
Una prova marginale, ma significativa, è data dal furore con cui hanno denunciato le violenze di Milano e Bergamo, che avrebbero turbato la «civile protesta popolare». Essi sono feroci avversari di qualsiasi perturbazione, anche di quelle meteorologiche se potessero evitarle. Tant’è che persino nei confronti della DC e del governo fantasma di Moro mantengono un atteggiamento «prudente», accomodante sino al punto di non osare un voto contrario in Parlamento se prima non sono sicuri che non sarà determinante a metterlo in crisi. In condizioni diverse è la stessa codardia politica del cosiddetto antifascismo spagnolo verso il governo franchista del Juan Carlos. La parola d’ordine di tutti è quella del trasformismo con le pantofole, senza rompere nulla, per significare che in fondo si tratta di mutare scena per recitare la stessa commedia, quasi a dimostrare che loro sono più bravi dei Mussolini e degli Hitler. Infatti, che bisogno c’è di far confusione, quando quelli che devono essere menati per il naso, gli operai, appunto, sono da decenni assuefatti al silenzio di classe? Che bisogno di parlare di classe e di lotta di classe quando il fascismo, prima, e la democrazia, dopo, hanno abituato le orecchie proletarie alle viscide parole di «popolo», «popolare», «nazionale»? La pace, quale che sia, è inscindibile dal silenzio e dall’ovattamento. I pacifisti usano solo chiacchiere, sonniferi e, al momento giusto, pistole col silenziatore. Per questo non può piacere ai bonzi che gli operai della Montedison di Porto Marghera abbiano bloccato gli impianti a ciclo continuo, che gli operai dei reparti di verniciatura dello stabilimento Fiat di Rivalta abbiano abbandonato senza preavviso il posto di lavoro, e che i disoccupati di Napoli abbiano, stufi di promesse non mantenute, fatto esplodere la loro collera, scontrandosi con le forze dell’ordine borghese, anche essi senza prima consultarsi con i bonzacci.
In tal modo lo sciopero del 25 marzo è stato di alto gradimento da partitacci e bonzerie, perché vi ha aderito il «popolo», perché attorno agli operai delle fabbriche si è stretto il cerchio pestilenziale dei «ceti medi produttivi», della piccola e media borghesia, studenti, contadini, artigiani, commercianti, intellettuali, pennivendoli, insomma di tutta la variopinta banda delle mezze classi corruttrici e soffocatrici di qualsiasi sentimento classista.
PCI, PSI e sindacati nazionali sanno bene che una delle garanzie che il proletariato non si solleverà dall’attuale stato di prostrazione è quella di circondarlo di falsi amici, i quali sperano così di salvare le loro botteghe, i loro spesso piccoli e miseri privilegi, attaccandosi al gigante. Così facendo, però, nulla salvano e gli impediscono di esprimere tutta la sua incalcolabile forza liberatrice.
Se questo è il significato che i traditori hanno dato al 25 marzo, sono certamente diverse e opposte le intenzioni con cui i proletari hanno sacrificato mezza giornata di salario nella loro condizione economica fortemente indebolita dalla crisi in atto. Gli operai partecipano a qualunque sciopero non per i begli occhi della Nazione, dello Stato, dei bottegai, e neppure dei Lama, Storti e Berlinguer. Essi entrano in lotta per difendere il pane e il lavoro, certi di impaurire governo e padroni, ignari, però, che la forza che essi rappresentano serve a ben altri scopi, che lo sciopero viene utilizzato come uno sfogo di rabbia accumulata nel tempo. Essi sono fiduciosi che i loro dirigenti proteggano i loro interessi economici; confidano che i loro partiti assurgano ad un governo di giustizia sociale per allontanare le cause del dissesto economico. Essi devono ancora sperimentare direttamente la reale portata della politica pacifista dei loro capi, le vere intenzioni nascoste dietro la coreografia democratica e cosiddetta antifascista. Ma intanto toccano con mano lo sgretolarsi quotidiano dei loro salari e avvertono che la richiesta di 30 mila lire mensili di aumento salariale è ben misera cosa, che ogni giorno centinaia di compagni vengono espulsi dal lavoro, che le speranze reali di ritrovare un posto di lavoro si dileguano per l’estendersi di una crisi, che è appena agli inizi e investe sistematicamente tutti i settori produttivi nazionali e internazionali.
Il costo della vita in un solo mese è aumentato del 2,2%, che fa circa il 30 per cento in un anno, e il salario dovrebbe aumentare di altrettanto per tenere il passo con l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità. Ma così non è. La lira ha perso circa il 25% del suo valore nel giro di un mese e quando le scorte di materie prime si saranno esaurite e i prezzi delle merci sul mercato mondiale saranno proibitivi e la necessità di rovesciare la produzione verso l’estero si restringerà per effetto di una concorrenza «protettiva» crescente, con conseguente riduzione ulteriore della produzione, gli operai verranno espulsi dal lavoro a milioni, e su tutta la classe esploderà la miseria di questa società.
Com’è possibile, allora, mantenere una «pace» abnorme tra sfruttati e sfruttatori, un’«alleanza» mostruosa tra proletari e servi dichiarati dei loro carnefici?
Come conciliare, allora, le intenzioni di classe dei proletari con le intenzioni di collaborazione di classe dei loro capi? Il cordone si spezzerà, dovrà spezzarsi, e il proletariato sarà finalmente libero di schierarsi sul fronte della difesa dei suoi interessi immediati con tutti i mezzi, senza esclusione di colpi.
Il riformismo dalla democrazia al fascismo
Oltre 40 anni separano i giorni nostri dalla degenerazione, e poi dalla distruzione di un organismo di battaglia, di un patrimonio teorico e di lotta che sembrava conquista definitiva nella storia del proletariato rivoluzionario; la sconfitta della rivoluzione internazionale; il passaggio del primo stato della dittatura proletaria nel campo borghese, la bestemmia del socialismo in un solo paese, un secondo carnaio imperialista, l’infamia dei blocchi partigiani. 40 anni di controrivoluzione che pesano sulle spalle di un proletariato ingabbiato nei partiti dell’opportunismo; ed una ripresa che appare ancora lontana malgrado i primi deboli conati di azione autonoma degli operai, le prime spinte antiriformiste.
Con questo bagaglio di esperienza storica, che il Partito della Rivoluzione ha sintetizzato nelle alterne vicende di vittorie, sconfitte e tradimenti al proletariato, trattare alla luce di questi 40 tragici anni trascorsi la forma attuale dell’opportunismo, significa trattare dello stalinismo – con questo nome i comunisti definiscono la modalità con cui si è determinata la controrivoluzione, astraendo dalle vicende individuali di capi traditori – anche se il mosaico di «aggiornamenti», «correzioni teoriche», di «nuove scoperte organizzative» si arricchisce giorno dopo giorno, nelle teorizzazioni di mille gruppi e ducetti del momento, di nuove intricate tessere tutte però facilmente riconducibili ad errate teorie di tempi lontani. L’avversario opportunista si presenta essenzialmente sotto l’aspetto dello stalinismo, e da un punto di vista storico occorrerebbe analizzare il sorgere, lo svilupparsi ed il primeggiare di questa forma, peculiare della sconfitta e degenerazione del primo Stato a dittatura proletaria della storia. Ma anche se questa è la sua caratterizzazione attuale, è importante per averne una conoscenza, anche parziale, analizzarne i metodi e la natura, sorvolando sulle vicende storiche delle varie forme con le quali si è manifestato nel tempo, considerandone invece solo l’ideologia, come si è determinata e cristallizzata, sino alle posizioni «odierne».
Con questo criterio, descrivere i metodi dell’opportunismo, che non è un partito, ma un movimento che comprende più partiti, più correnti, un complesso di dottrine e teorie e le cui radici affondano nella storia anteriore al 1914, richiede una analisi che si spinga agli inizi del secolo. Da un punto di vista generale, quando noi marxisti rivoluzionari parliamo di opportunismo, consideriamo il periodo storico che dal 1914 arriva sino oggi, quasi 60 anni di storia non del movimento rivoluzionario del proletariato, ma di tendenze, forze, che pur richiamandosi all’azione di classe, l’hanno stornato dalla via maestra della rivoluzione l’hanno legato al carro della conservazione borghese. Già da questo cenno una prima caratterizzazione dell’opportunismo come quinta colonna del capitalismo nelle fila del movimento operaio, è – la definizione è di Lenin – «socialismo a parole e tradimento nei fatti».
Ma una serie di definizioni non può bastare a spiegare un fenomeno così complesso, che una descrizione delle sue caratteristiche esteriori non renderebbe conto di quanto esso sia differente nella sostanza, pur se riconducibile nel quadro composito dei suoi metodi di azione ed ideologie, ad altri «metodi» di direzione del proletariato, con i quali il marxismo rivoluzionario in tempi diversi, ebbe a scontrarsi sul piano della teoria e poi su quello dell’azione pratica; ed abbiamo detto «metodi di direzione» della classe operaia, che in differenti epoche convissero, perché è necessario chiarire che l’opportunismo, nel riassumerli tutti, sindacalismo, operaismo, riformismo, costituzionalismo, pacifismo tipico dell’epoca imperialista, non è un metodo nel senso storico sopra accennato.
FINO ALLA GRANDE GUERRA
È quindi necessario ripercorrere alcune tappe della storia della «nostra» classe, anche per sgombrare il campo dalla visione tipica dell’idealismo radicale piccolo borghese, per cui la teoria, e di conseguenza anche l’azione rivoluzionaria, sorgerebbe dal seno stesso delle «masse», che troverebbero per virtù intrinseca propria la strada della rivoluzione, cosicché il partito si ridurrebbe ad una pura organizzazione il cui solo compito è di stimolare acconciamente questa speciale «ghiandola rivoluzionaria» magari con gesti esemplari, e poi accodarsi al movimento in atto; visione ideologica, che non comprende come la teoria sia un dato esterno alla classe, e che la storia «sceglie» tra le varie teorie, la giusta, la corretta.
Il proletariato infatti fin dal suo sorgere, conobbe lo svolgersi di due metodi nella conduzione delle sue lotte, quello rivoluzionario e quello pacifista costituzionale; il primo è il nostro il marxista, all’altro appartengono i movimenti anarchici e prudhoniani piccolo borghesi. Ancora, il metodo pacifista costituzionale è caratterizzato da due filoni, quello gradualista riformistico, e l’operaismo sindacalista. Da un punto di vista politico, c’è stata al sorgere della prima Internazionale, una precisa opposizione fra i metodi rivoluzionari anarchici e quelli marxisti, nella quale la frazione anarchica si batteva per un federalismo piccoloborghese contro il centralismo dei marxisti; tra i due c’è stata tuttavia convivenza, sino ad un certo momento, nel crogiolo della lotta contingente della classe operaia e ne sono prova le lotte sindacali e di difesa in Inghilterra ed in Francia nelle quali l’elemento anarchico non era in contraddizione con l’elemento scientifico costituito dal pensiero marxista che si stava elaborando nella I Internazionale. La rottura di questa convivenza, la scelta che la storia stessa opera in favore della prassi e del pensiero marxista, a seguito di avvenimenti che in questa sede non è il caso di ripercorrere, espelle definitivamente il metodo anarchico dal seno della classe operaia. Un’altra convivenza storica si ha tra il metodo riformista e quello marxista rivoluzionario all’interno della II Internazionale; essi, impiantatisi nel proletariato, e discendenti dalle stesse comuni radici (dirà Turati, al Congresso di Livorno nel 1921 «siamo tutti e due figli del Manifesto») non si scontrano in un urto così violento da spezzare l’organizzazione, anche se la frazione rivoluzionaria non cessa mai la critica martellante contro quella riformista; tutto ciò sino allo scoppio della prima guerra mondiale, allo scontro diretto cioè degli Stati capitalistici, che «smentisce» storicamente la «ipotesi» gradualistica e addita all’azione proletaria la sola via della rivoluzione violenta; i partiti riformisti nazionali, aderiscono, in vario modo, e con sfumature differenti alla guerra, le frazioni rivoluzionarie vi si oppongono in nome della guerra tra le classi. L’adesione alla guerra avviene non nello stesso modo per tutti i partiti riformisti; dall’appoggio diretto della socialdemocrazia tedesca, all’equivoco «né aderire né sabotare» del PSI, mentre l’altro polo di questa tendenza, che testimonia come essa ancora fosse legata al proletariato, ben può essere caratterizzata dal rifiuto di Jean Jaurès, che si dichiara contro le guerre in nome di un pacifismo umanitario non nostro, gesto nobilissimo, ma non da iscriversi nella tradizione rivoluzionaria del proletariato; è però sintomatico che un simile atto non si ritrovi più da parte dell’opportunismo alla vigilia della II Guerra mondiale. Il riformismo fu quindi un metodo di conduzione dell’azione proletaria, a sua lode vanno ascritte la formazione di poderose organizzazioni sindacali, l’utilizzo legale dei mezzi che la lotta del proletariato metteva a disposizione per conquistare «nuovi fortilizi» – Engels stesso si esaltava per la elezione di operai nei parlamenti, perché un drappello della classe in essi significava incepparli, intaccarne le fila, sabotarne il funzionamento. Il 1914 segna quindi la fine non di un metodo ma di tutti i metodi di direzione della classe operaia che non si schierino su un unico fronte che le vicende storiche e le lotte di quasi un secolo hanno indicato, quello del marxismo rivoluzionario. Crollano nel 1914 i miti anarchici (col tragico epilogo della guerra di Spagna del 1936), già scartati all’inizio del ‘900, crolla la tendenza anarco-sindacalista soreliana, ancora presente come frazione in alcuni partiti socialisti, e che pure aveva avuto un benefico effetto – anche se in senso non corretto – quando si era opposta alla collaborazione aperta con lo Stato che da parte del sindacalismo «ufficiale» veniva attuata, anche se in modo mille volte meno fetido che oggi. In Italia il Congresso di Bologna del 1919 e di Livorno del 1921 segnano bene la cristallizzazione e lo scontro definitivo fra riformismo e ala rivoluzionaria. Cadono tutti i metodi solo rimane il marxismo rivoluzionario; è da questo punto in avanti che si caratterizza il fenomeno dell’opportunismo.
Lasciamo parlare Lenin (lo scritto è del 1913) che martella le caratteristiche di classe di questo «fenomeno storico»:
«Che cosa rende inevitabile il revisionismo nella società capitalistica? Perché il revisionismo è più profondo delle particolarità nazionali e dei gradi di sviluppo del capitalismo? Perché in ogni paese capitalista esistono sempre, accanto al proletariato, larghi strati di piccola borghesia, di piccoli proprietari. Il capitalismo è nato e nasce continuamente dalla piccola produzione.
Nuovi numerosi «strati medi» vengono inevitabilmente creati dal capitalismo (appendici della fabbrica, lavoro a domicilio, piccoli laboratori che sorgono in tutto il paese per sovvenire alle necessità della grande industria). Questi nuovi piccoli produttori sono pure essi in modo inevitabile respinti nelle file del proletariato. È del tutto naturale quindi che le concezioni piccolo borghesi penetrino nuovamente nelle file dei grandi partiti operai. È del tutto naturale che debba essere così e sarà sempre così, sino allo sviluppo della rivoluzione proletaria, perché sarebbe un grave errore pensare che per compiere questa rivoluzione sia necessaria la proletarizzazione «completa» della «maggioranza della popolazione».
Mentre poche righe sopra:
«Il complemento naturale delle tendenze economiche e politiche del revisionismo è stato il suo atteggiamento verso l’obiettivo finale del movimento socialista. Il fine è nulla, il movimento è tutto – queste parole alate di Bernstein esprimono meglio di lunghe dissertazioni l’essenza del revisionismo. Determinare la propria condotta caso per caso, adattarsi agli avvenimenti del giorno, alle svolte provocate da piccoli fatti politici; dimenticare gli interessi vitali del proletariato e i tratti fondamentali di tutto il regime capitalista, di tutta l’evoluzione del capitalismo; sacrificare questi interessi vitali ad un vantaggio reale o supposto del momento, tale è la politica revisionista. Dall’essenza stessa di questa politica risulta chiaramente che essa può assumere forme infinitamente varie e che ogni problema più o meno «nuovo», ogni svolta più o meno imprevista o inattesa – anche se mutano il corso essenziale degli avvenimenti in una misura infima per un brevissimo periodo di tempo – devono portare inevitabilmente all’una o all’altra varietà di revisionismo».
Nello stesso modo niente di nuovo, né da un punto di vista di classe, né da un punto di vista dei contenuti, porta l’opportunismo odierno, nato sulle rovine della III Internazionale, rispetto a quello che Lenin definiva «tradimento nei fatti». L’invarianza storica del programma della rivoluzione, ammette la stessa invarianza del tradimento opportunista; esso si ripresenta, dopo ogni sconfitta storica del proletariato, con lo stesso bagaglio piccolo-borghese, la stessa visione evoluzionistica, la stessa ideologia progressista che vede uno sviluppo ininterrotto dei rapporti sociali, e non il trapasso rivoluzionario da una forma all’altra.
Le «riforme», l’utilizzo di metodi che il marxismo non ha mai per principio respinti, ma che ha visto soltanto come strumenti tattici, vengono usati adesso, insieme a strumenti e modi caratteristici della classe avversaria con la sola funzione di tener legato il proletariato allo Stato borghese; il vecchio riformismo cambia natura, o meglio percorre fino in fondo il cammino che gli avvenimenti lo costringono a percorrere, ed uscito completamente dall’ambito del socialismo, si schiera a difesa delle borghesie nazionali, ponendosi come strumento di armonizzazione nella compagine statale capitalista: ed allorquando il proletariato insorto, ad «armonizzarsi» con l’avversario non sarà per niente disposto, come nel 1919 in Germania, non esita ad assumersi in prima persona l’azione repressiva statale.
La guerra imperialistica porta all’estreme conseguenze lo sviluppo e la contrapposizione degli ingranaggi di direzione politica delle due classi storicamente antagonistiche; la classe operaia produce come punto più alto della sua coscienza ed azione rivoluzionaria la Terza Internazionale Comunista, la classe borghese esperisce sino in fondo il suo meccanismo di lotta controrivoluzionaria, il fascismo: tra queste due formidabili guide politiche, nel periodo dal ’19 al ’25, lo scontro è aperto per la soluzione del problema dello Stato.
Ma anche l’opportunismo ha giocato il suo ruolo controrivoluzionario nel gettare disarmata la classe operaia nella morsa della repressione borghese; ed una volta che si è specificato come esso riunisca in sé tutte le tendenze e le ideologie che hanno caratterizzato il movimento operaio fino al 1914, risulta fertile ed importante spiegarlo attraverso la caratterizzazione del fascismo.
SULL’ALTRO FRONTE
Distrutta dallo stesso procedere storico l’illusione che il riformismo potesse raggiungere le finalità del socialismo ed avesse un senso prima della conquista del potere politico e la distruzione dell’apparato di dominio della classe avversaria, diventato nelle mani dell’opportunismo un metodo di azione che sfocia in una attività a solo favore dell’irrobustimento dello Stato borghese, come si comporta il fascismo dal punto di vista delle riforme? Esso agisce come il vero riformismo di Stato, gradualismo di Stato, sindacalismo di Stato.
I marci opportunisti odierni, ubriachi della parola «riforme» sotto l’ala statale, fingono di ignorare che il vero movimento «riformatore» è stato il fascismo, nel campo sindacale e in quello politico. La tanto decantata «unificazione sindacale», ovvero il formale definitivo inserimento delle organizzazioni economiche operaie nella compagine statale, proprio il fascismo la realizzò, distruggendo fisicamente, dall’esterno la gloriosa CGdL pur minata dall’interno dai bonzi d’allora; oggi, con 40 anni di ritardo è ripercorsa la stessa strada. Ancora, la «riforma dello Stato», ovvero il suo irrobustimento fu opera del fascismo, condotta con la violenza contro il proletariato schiantato dall’azione disgregatrice della socialdemocrazia.
La stessa volontà di rendere più saldo lo strumento di dominio della classe avversaria anima oggi l’opportunismo, sotto i belati ad uno Stato più «giusto, morale, democratico». Gridano ad una economia malata, da risanare, al sovvenzionamento delle piccole industrie, ai capitali che non «vanno in investimenti produttivi», elevano preci alla statalizzazione dell’industria, panacea per vincere ogni malanno che colpisca la loro amata economia, ma proseguono in modo di gran lunga più deteriore, la stessa politica di puntellamento dello Stato borghese. Tolte le effigi nere, sostituite con quelle tricolori, hanno proseguito fedeli alla degenerazione che ha distrutto l’Internazionale Comunista sul cammino che l’abbattuto regime aveva percorso e che a sua volta aveva ereditato dalla socialdemocrazia.
L’ormai definitivamente raggiunto ambito borghese non offre loro alcuna «soluzione» originale: sotto le mentite spoglie delle vie nazionali al socialismo, rimane l’armamentario del metodo fascista, perché la storia stessa ha sgombrato il campo alle soluzioni intermedie.
È quello fascista in definitiva il metodo più adatto e «moderno» per la direzione dello Stato, cioè il fascismo costituisce la giusta sovrastruttura politica del capitalismo in epoca imperialistica; si potrebbe definire il fascismo come un tipo di opportunismo diretto dallo stesso partito della borghesia contro il proletariato, anziché diretto da partiti pseudooperai. Riformismo, gradualismo, sindacalismo, esercitati, anziché da partiti diversi, dallo Stato in prima persona; e questo porta a dire che il fascismo è la manifestazione politica del totalitarismo statale.
Lo sviluppo delle forze del capitale segue la direttrice irreversibile della massima concentrazione e della massima centralizzazione nella sovrastruttura politica, in tal senso lo Stato, come vertice della piramide del sistema capitalistico non può essere che il totale monopolizzatore delle forze dell’insieme della società capitalistica.
Lo Stato diviene quindi l’elemento polarizzatore di ogni forza e raggruppamento che si ponga l’obiettivo del potere; al di fuori del campo della rivoluzione proletaria e del comunismo, soltanto l’apparato di dominio della classe avversaria esiste e domina ed un segno patente è dato da tutti quei cosiddetti partiti politici, vere escrescenze degenerative che con il loro tentato assalto alla corriera, avrebbero preteso di arrovesciare i rapporti di forze gridando in parlamento «Viva la rivoluzione» ad altissimi stipendi. È perciò naturale che l’opportunismo, in tutte le sue correnti e manifestazioni politiche e sindacali, difenda ad ogni modo la forma democratica del governo statale; non perché in essa l’attività per l’emancipazione del proletariato risulti più facile, ma perché è la sola che gli permetta di esistere all’interno della struttura statale con una precisa funzione, la sola che gli renda possibile accederne al governo; è in questa fase che può svolgere meglio una attività a favore dello Stato, senza intaccarne le fondamenta senza minarne i principi; è in questa fase che si rende garante con la sua influenza nelle file del proletariato che esso non si ponga come forza antagonistica organizzandosi per l’attacco diretto. Una conferma di questa costante storica la possiamo vedere nei fatti passati se consideriamo che al partito fascista, fin dalle sue origini, aderirono esponenti del sindacalismo rivoluzionario anzi lo stesso partito socialista tentò debolmente l’imbarco nel governo per salvare la faccia ad una democrazia ormai inesistente.
Abbiamo detto che il fascismo porta tutte le stigmate tipiche della socialdemocrazia; questo significa, tra l’altro, che assomma le caratteristiche delle organizzazioni politiche di massa: quello che in più possiede è una organizzazione militare autonoma. La socialdemocrazia, anche la più truce e sanguinaria, nella sua battaglia contro il proletariato insorto, non l’ha mai posseduta, ma ha dovuto usare quella dello Stato.
Basandosi anche su questo elemento, la messa in campo di un apparato autonomo, l’opportunismo spaccia lo Stato sotto il governo fascista come diverso dal vecchio stato liberale; lo Stato «fascista» come dicono loro sarebbe una Stato dittatoriale; una forma diversa di Stato, ancora, sarebbe sorto dopo la seconda guerra mondiale uno Stato conquistabile democratico: il modello di lor signori in questo senso è il celeberrimo e truce «Stato popolare nato dalla resistenza».
È viceversa antica tesi del marxismo rivoluzionario che la natura dello Stato organo di dominio di una classe, e di una sola, non cambia, non si muta; solo è da distruggere per la sostituzione con una altra forma di Stato, che corrisponda agli interessi di un’altra classe. Lo Stato della dittatura proletaria è Stato totalitario; totalitario è malgrado le laide menzogne dell’opportunismo, lo Stato della borghesia, quale che sia la mano, o le mani che ne reggono il timone, ovvero sia la sua forma di governo democratica o fascista.
Senza volerci addentrare nella teoria marxista dello Stato, basta osservare che mentre è la stessa concentrazione delle forze produttive a richiedere una sovrastruttura politica «totalitaria», è una ironia – confermante però la potenza del nostro metodo – che proprio gli assertori sfegatati dello Stato bilaterale, conquistabile, sotto la vernice demagogica siano anch’essi dei feroci statolatri, tutto vedano risolto nello Stato, sintetizzatore, nelle loro dementi intenzioni, del contrasto storico capitalismo proletariato. È paradossale, ma soltanto formalmente, che l’opportunismo abbia in definitiva come obiettivo storico una forma mascherata di corporativismo.
Tutte le teorizzanti odierne dei partiti stalinisti nell’area occidentale, e l’azione che quotidianamente svolgono, mirano appunto a questo. Cos’altro sono in definitiva i «compromessi storici», le «vie nazionali di socialismo» se non il sanzionamento, nei fatti, anche se a parole se ne fanno i più strenui paladini, della liquidazione di ogni dinamica parlamentare? Nell’abbraccio della Grosse Koalition sparisce ogni dialettica democratica opposizione-maggioranza, anche se tutto questo viene chiamato da costoro «sviluppo ad un gradino più alto della democrazia», e dovrebbe costituire un passo ulteriore verso il socialismo.
Sul termine «sviluppo» si può anche concordare, solo si precisi che è l’ultimo sviluppo della democrazia: quello della sua morte, come metodo di governo; i vari compromessi storici, nelle forme particolari che le condizioni nazionali dettano, sono l’epigrafe sulla tomba di questo cadaverino. Di pari passo, sul piano ideologico, si assiste – ed a volte anche con un certo divertimento, data la miseria intellettuale, l’imbarazzato dilettantismo di queste ponzate – a teorizzazioni sempre più accentuate della dissoluzione nel corpo sociale della classe operaia, passata da «forza egemone nel blocco nazionale», sostituzione gramsciana della formula della «dittatura del proletariato» sulla falsariga dei fronti unici, governi operai, governi operai e contadini, all’odierno «blocco storico» dei Berlinguer e Marchais, secondo il quale la classe operaia perde anche la funzione «egemone» che pure Gramsci le destinava, per trovarsi gruppo statistico di individui in una specifica posizione nel processo produttivo, accanto ad altri strati, ad essi equivalente come «peso» sociale, ai cui interessi ha da piegarsi ove l’economia nazionale o regioni elettorali lo impongano.
La democrazia «si sviluppa», il proletariato affonda; come avanzata verso il socialismo non c’è male.
Del resto non rimane loro gran ché da inventare; la vecchia forma democratica, ripetiamo è morta col tramonto del liberalismo dopo la prima guerra mondiale, le attuali democrazie nulla più avendo a che vedere, se non per aspetti fallaci esteriori, con la democrazia liberale. In questo senso noi comunisti diciamo che il fascismo, sconfitto alla scala militare non da un movimento di classe – come vogliono farci intendere costoro, – ma dalle «democrazie» che allora essi chiamarono progressiste, ironia dei nomi!, ha vinto in tutto il mondo alla scala sociale come sistema per la conduzione statale. Scomparso nelle sue forme esteriori, scomparsa la sua milizia armata, passati nelle mani del braccio armato statale i «santi manganelli» scomparso nella caratteristica di partito unico, ha continuato a vivere e prosperare in una forma che non aveva più nulla in comune se non il nome, con la democrazia dei parlamenti borghesi, ma a cui hanno dato tutto l’appoggio i traditori di una fulgida storia di battaglie proletarie mistificandola nel seno della classe operaia come la prima tappa, la premessa indispensabile della strada verso il socialismo.
Il primo provvedimento che in Italia il governo di coalizione prese, fu la restaurazione del dissolto esercito nazionale, per lanciarlo non in una lotta contro l’internazionale nemico borghese ma per la continuazione di una guerra tra capitalismi che da 4 anni martirizzava l’umanità intera. L’irrobustimento poliziesco dello Stato fu immediato, non appena le funzioni statali passarono dalle mani delle truppe di occupazione anglo-americana (eccellente strumento di repressione antiproletaria, che suppliva assai bene uno Stato italiano «momentaneamente assente») a quelle del governo di coalizione nazionale, quando i comandi alleati compresero che potevano fidarsi di tale organismo, il cui primo esordio fu un atto di subordinazione nei confronti del capitalismo internazionale. E la ricostruzione dei sindacati cosiddetti di classe avvenne su provvedimenti che negavano alla classe operaia ogni lotta che non fosse compatibile col piano di ricostruzione nazionale – prima ricostruire, poi rivendicare – quasi si trattasse di costruire il socialismo dopo la rivoluzione proletaria.
È ancora la più terribile vergognosa lotta indicata agli operai, per la repubblica contro la monarchia «che aveva portato allo sfacelo l’Italia», per dare una vernice di nuovo e di sopportabile al sistema parlamentare rinverdendo un metodo che già nel ’19 aveva minato l’azione rivoluzionaria proletaria: negazione assoluta della distruzione dello Stato capitalistico, conquista legale del potere col solo metodo parlamentare, negazione della difesa economica del proletariato legata alla lotta politica per la conquista del potere. È proprio questo il programma della piccola borghesia, delle aristocrazie operaie che è stato imposto dai partiti traditori al proletariato, reduce da quella sconfitta terribile che fu la distruzione dall’interno del suo partito unico internazionale prima, e dalla spietata azione repressiva della borghesia poi, fiaccato nel secondo massacro imperialista.
VITTORIA TEORICA DEL MARXISMO
Fisicamente priva della sua organizzazione di indirizzo teorico e di lotta, del suo partito, la classe operaia si è espressa per bocca dell’opportunismo con ideologie, metodi di azione che non sono i suoi; ridotta a classe statistica non ha retto alla pressione fisica della piccola borghesia che ha contrabbandato nel suo seno gli interessi del capitalismo. L’opportunismo è proprio il rappresentante dell’ideologia di questi strati intermedi, l’alleanza che esso spaccia con la piccola borghesia, è una alleanza a senso unico, è il dominio di mezze classi e forze che tendono soltanto al mantenimento dello «stato di cose attuale».
In questo senso il bilancio del fallimento di tutti quei raggruppamenti ed organizzazioni più o meno estese, che si muovono ad una sedicente sinistra dell’opportunismo ufficiale, deve essere tirato non sulla scorta dell’azione più o meno di «successo», nello spazio di brevi anni della loro effimera vita, ma su tutto l’arco della storia della formazione e del consolidarsi del programma della rivoluzione, della lotta e della selezione che si è determinata in suo favore, di contro a tutte le altre scuole, di cui i «moderni» innovatori sono soltanto gli sconci epigoni. Lenin, in un articolo del 1913, sempre rivolgendosi agli opportunisti di allora, specifica come la «vittoria teorica» del marxismo costringa i suoi avversari a travestirsi da marxisti; l’affermazione è perfettamente valida a maggior ragione oggi, che le rimasticature di un Proudhon e le teorizzazioni anarco-sindacaliste alla Sorel si spacciano sotto il nome di «comunismo», che le fole consigliariste alla Gramsci, che già non ressero alla prova dei fatti in quell’incandescente biennio, cui ben altra era la temperatura sociale, siano oggi rifritte come il non plus ultra dell’organizzazione, la panacea per dare nuovo vigore al «movimento». L’ideologia democratica tutti li accomuna; sepolta dal fango opportunista la dottrina invariante della rivoluzione, esclusa dalla storia stessa ogni «novità», ogni altra «scoperta», alla piccola borghesia radicale niente altro è rimasto che teorizzare il vecchio, e sulla scorta di un passato morto e sepolto, rimettersi in moto nell’ubriacatura del gesto risolutore, della frase rivoluzionaria.
Lo stesso trotzkismo, che pure nella persona di uno degli artefici dell’Ottobre, condusse una dura battaglia contro la degenerazione staliniana, ha tratto dai fatti non la lezione rivoluzionaria, ma quella democratica e si è perso prima nella palude dei famigerati «fronti unici», per poi sparire nella fungaia dei senza programma. Paradossalmente – ma solo in apparenza – la comune ideologia democratica, nelle forme antifascista e riformista, lo mette dalla stessa parte dei «persecutori» di ieri, degli stalinisti incarogniti nella versione «cinesizzante»; «mobilizzare» le masse, «costruire» il Partito, «fare» la rivoluzione; apologia delle lotte popolari, dell’antimperialismo piccolo borghese. La classe, movimento storico verso un fine, sparisce nell’abbraccio di altri strati sociali, nell’indeterminato popolo; i rapporti che il Partito ha con essa si ribaltano nella concezione democratica, questo preteso «valore proletario», che diviene l’alfa e l’omega dell’azione rivoluzionaria. Ecco come, pure nell’ovvia diversità di tradizione, stalinismo, trotzkismo, e anarcosindacalismo, ritrovino il loro comun denominatore. Da un lato, in luogo del rivoluzionario «abolizione del lavoro salariato», l’aberrante «rifiuto del lavoro», cui fa eco, omaggio alla piccola borghesia scansafatiche dello studentame, preteso nuovo strato rivoluzionario, la promozione garantita; dall’altra parte, la difesa degli interessi della piccola borghesia, la parodia del falso programma dell’opportunismo ufficiale, la grande scoperta tattica dei «fronti di alleanze», in una pedissequa ripetizione delle condizioni particolari della Russia arretrata e dei movimenti coloniali. Ciò che per il marxismo è «rivoluzione proletaria» diventa lotta di popolo violenta, «socialismo» accumulazione forzata di capitale con la eliminazione degli sprechi individuali, «programma rivoluzionario» teoria dell’alleanza fra le classi.
Oggi che si vanno nuovamente ricostituendo i motivi deterministici, materiali, perché il proletariato ritrovi le condizioni anche fisiche per rimettersi sulla strada della preparazione rivoluzionaria, e il mostruoso apparato produttivo capitalistico comincia ad avvisare i primi intoppi che preludono alla sua crisi generale, l’eliminazione di questa terribile infezione che affossa la nostra classe è il primo obiettivo che si pone per ogni ripresa; e se all’appuntamento storico che noi marxisti vediamo certezza immancabile, l’opportunismo non sarà stata battuto e liquidato, il proletariato perderà ancora una volta. Su questa strada solo la nostra organizzazione sta salda, fedele al metodo rivoluzionario del comunismo, gelosa custode delle conquiste storiche, teoriche e pratiche della III Internazionale, tesa alla ricostruzione di quella organizzazione internazionale unica che i maestri del comunismo additarono al proletariato come strumento indispensabile della sua emancipazione, il Partito Comunista Internazionale.
La dittatura del proletariato ed il « rinnegato Breznev » Pt.2
La caduta dei colonnelli greci, la rivoluzione alla portoghese, la morte, se non del fascismo spagnolo, almeno del suo capo e la grande «vittoria» del 15 giugno, tutti questi avvenimenti di portata «storica» vengono presentati dall’opportunismo come a prove di una generale tendenza alla democratizzazione da raggiungersi pacificamente e col consenso popolare. La teoria dello scontro frontale di classe per l’abbattimento del regime capitalista sarebbe ormai, dai fatti storici, dimostrata sorpassata ed erronea. Niente più violenza, niente più dittatura, ma apertura a tutte le forze purché siano… progressiste. Questo idilliaco quadretto di pace ed amore è stato, però adombrato dall’enciclica che, dalle torri del Cremlino, richiama i compagni occidentali ad inchinarsi di nuovo al cospetto della dittatura del proletariato.
Questo fulmine a ciel sereno ha lasciato di stucco un po’ tutti; cosa staranno tramando i sovietici? Si saranno decisi ad abbandonare alla loro sorte i compagni del mondo libero, o sarà tutta una mossa tattica per realizzare più in fretta i loro diabolici piani? questa è la domanda che preti, bottegai e parrucchieri pour dames si sono ansiosamente ripetuti.
Risposte e chiarificazioni non sono mancate; tutti han detto la loro, tutti compresi i russi (i quali più di ogni altro avrebbero e avranno a temere della dittatura del proletariato), hanno chiarito le loro posizioni: tutti stanno bene come stanno, di dittatura e di violenza nessuno ne vuol sentire parlare.
Rumiantzev si è scusato dicendo che loro, lungi dal voler impaurire le classi borghesi, volevano solo dire «direzione del proletariato e della sua teoria».
L’Espresso del 29/2 ci informa che un fesso, tale Hal Draper, si è perfino preso la briga di contare quante volte Marx e Engels abbiano usato questa espressione. Il risultato dei suoi studi è stato dei più soddisfacenti; i padri del comunismo scientifico, in due, avrebbero parlato di dittatura del proletariato soltanto in 11 occasioni e senza troppa convinzione.
Lenin realizzò, in Russia, la dittatura proletaria, ma ci riferisce Longo (L’Espresso 22/2) non fu per cattiveria personale, anzi egli avrebbe volentieri governato assieme a tutte le «forze della sinistra». Solo quando queste rifiutarono, al povero Vladimiro altro non restò che instaurare, suo malgrado, la dittatura del proletariato. Sic fata voluere.
Quanto questa necessaria forma di ripiego dispiacque ai bolscevichi Longo non lo dice, ma il lettore lo può dedurre dalle parole pronunciate da Lenin stesso al II congresso dei sindacati di Russia. «Individui che pretendono di essere maestri del marxismo, individui del genere di Kautsky… hanno alzato la bandiera della democrazia senza capire che la democrazia, finché perdura la proprietà capitalistica, è soltanto una ipocrita maschera della dittatura borghese, e che non si può nemmeno parlare di una soluzione seria del problema di liberare il lavoro dal giogo del capitale, se non si strapperà questa maschera ipocrita, se non si porrà la questione come ha sempre insegnato a porla Marx, come hanno insegnato a porla le lotte quotidiane del proletariato e ogni sciopero e ogni acutizzarsi della lotta sindacale. La questione si pone così: finché rimarrà la proprietà capitalistica, ogni democrazia sarà una dittatura borghese ipocritamente mascherata. Tutte le belle parole sul suffragio universale, sulla volontà popolare, sull’eguaglianza degli elettori saranno un inganno continuo perché non può esservi uguaglianza fra sfruttatore e sfruttato, tra il capitale, la proprietà e il moderno schiavo salariato» e ancora «o dittatura della borghesia con tutte le istituzioni con cui si maschera… forme dell’inganno borghese che abbagliano gli sciocchi e di cui possono servirsi e fare sfoggio solo dei rinnegati del marxismo e dei rinnegati del socialismo in tutti i sensi e su tutta la linea: o dittatura del proletariato per schiacciare col pugno di ferro la borghesia… La democrazia potrà essere più o meno larga, civile eccetera, ma in realtà sarà sempre una dittatura borghese e che ad ogni grande contraddizione scaturirà tanto chiaramente, tanto più evidentemente, la guerra civile… Una via di mezzo non c’è e non ci può essere. Tutti i discorsi sull’indipendenza e sulla democrazia in generale, con qualunque salsa siano conditi sono un immenso inganno, il maggior tradimento del socialismo». È vero che, come sottolinea Longo, Lenin ha più volte parlato di democrazia. «La democrazia proletaria reprime gli sfruttatori, la borghesia, e quindi non è ipocrita, non promette loro la libertà e la democrazia… Solo la Russia sovietica assicura al proletariato e alla stragrande maggioranza lavoratrice una libertà e una democrazia finora sconosciute, impossibili e inconcepibili in qualsiasi repubblica democratica-borghese, togliendo, per esempio, i palazzi e le ville alla borghesia (senza di che la libertà di riunione è un’ipocrisia), togliendo le tipografie e la carta ai capitalisti (senza di che la libertà di stampa per la maggioranza lavoratrice della nazione è una menzogna), sostituendo il parlamentarismo borghese con l’organizzazione democratica dei soviet». Riesce ora l’onorevole Longo a capacitarsi del perché le altre forze di «sinistra» non vollero collaborare? Perché quella che Lenin definiva «democrazia proletaria» – tenendo subito a precisarne il contenuto – altro non era che la DITTATURA del PROLETARIATO.
La questione dello Stato e della conquista del potere da parte del proletariato è stata sempre posta, dai marxisti, in questi termini:
- Lo Stato non è che una macchina per l’oppressione di una classe per mezzo di un’altra, e ciò non meno nella repubblica democratica che nella monarchia» (Engels). Ciò vale, dunque, non solo per il regime fascista ma anche e soprattutto per la vostra democrazia, che, pari al mistero religioso, è una e pluralista. Alla fondazione del PCd’I, a Livorno il più ignorante dei compagni aveva ben chiaro in testa che il dilemma democrazia-fascismo cade nei quadri della classe borghese e l’opposizione della classe proletaria non può svilupparsi che in funzione dei suoi obiettivi specifici. Il Partito Comunista lotta per questi obiettivi anche nel momento dell’attacco legalitario od extra legalitario del capitalismo, e la sua lotta è ad un tempo anti-fascista e antidemocratica.
- Il proletariato nella lotta per la sua emancipazione, si scontra necessariamente con l’apparato statale, repressivo e violento. Preso il potere, lo stesso apparato statale capitalistico, costituito esclusivamente per salvaguardare gli interessi del capitale e perpetrare lo sfruttamento salariato, sarà evidentemente abbattuto. Verrà ad esso sostituita una nuova macchina statale che, coll’uso delle armi, servirà a reprimere la borghesia e a distruggere l’apparato capitalistico liberando le forze produttive, primo passo verso la società socialista.
- Dal momento che (tesi del II congresso dell’IC-1920) «Il Partito Comunista è la leva organizzativa e politica con il cui aiuto la parte più avanzata della classe operaia dirige nel giusto cammino le masse del proletariato e del semiproletariato», la direzione della dittatura proletaria sarà affidata (inorridite pure) al partito.
- «Finché il proletariato ha ancora bisogno dello Stato, ne ha bisogno non nell’interesse della libertà, ma nell’interesse dell’assoggettamento dei suoi avversari, e, quando diventa possibile parlare di libertà, allora lo Stato come tale cessa di esistere». (Engels).
Questa la corretta interpretazione marxista.
Che i nostri nemici ci combattano apertamente o tramite i traditori infiltrati tra le fila del proletariato, allo scopo di distoglierlo dalle sue storiche finalità, non ci fa lanciare alcun grido di protesta. La classe al potere lotta quotidianamente, con la forza e l’inganno, per conservare i propri privilegi di classe, ma nello stesso tempo è pienamente cosciente che pari allo stregone «non è più capace di dominare le potenze degli inferi da lui stesso evocate» e che, «non solo ha fabbricato le armi che la distruggeranno; ha generato anche gli uomini che faranno uso di esse: i moderni operai, i proletari».
Ecco spiegato il perché del suo sacro terrore per «ogni forma di dittatura», come mai i falsi comunisti si accaniscono a predicare la pace e la democrazia (i russi, gabellando agli operai la loro sudicia dittatura capitalista per dittatura del proletariato, svolgono lo stessissimo compito); non saranno certo questi mezzucci da ladri di polli a salvarli dall’assalto rivoluzionario quando le contraddizioni di classe esploderanno mettendo in marcia milioni di proletari; da materialisti scientifici sappiamo che tutto in natura, dai corpi inanimati al comportamento umano (non quello del singolo homo demens), risponde a rigorose leggi fisiche, nulla può arrestarne il corso.
L’intellighentzia “popolare” al servizio dello Stato
Come «saggio», diretto ai rappresentanti del capitale, di quello che dovrebbe essere il «governo di salvezza nazionale», il partitaccio nazional-comunista nostrano ha organizzato un incontro «ad alto livello» cui hanno partecipato «i maggiori esponenti del pensiero economico» di tutte le sponde: oltre ai «compagni docenti universitari» c’erano perfino professori americani e dirigenti FIAT.
Scopo del convegno è stato assicurare ulteriormente la borghesia del perfetto allineamento dell’opportunismo sul programma economico e sociale del grande capitale.
Inutile aspettarsi da simili «marxisti» una interpretazione sulle cause materiali della crisi e del suo prevedibile svolgersi; niente erudite elaborazioni in difesa delle fesse scuole economiche alla moda. Non è più il momento, fino a ieri le teorie dovevano servire a smentire la previsione catastrofica del marxismo agli occhi dei proletari; oggi si bada solo ai sintomi, sono quelli che scottano, come evanescenti sono i presunti rimedi: «difesa della lira… imboccare una strada nuova».
La crisi incalza, non è la coerenza dottrinaria che importa oggi al regime, ma la continuità del potere e la sua parte nel mercato mondiale. A questo, in emergenza, è condizione la sottomissione disciplinata del proletariato, il suo piegarsi alle misure «deflattive» necessarie. E l’opportunismo è lì pronto a mettere da parte tutte le sue chiacchiere sulla «politica dell’aumento dei redditi», prontissimo a rigirare la frittata e battersi per la «politica di sacrifici», da imporre agli operai. Lo dicono chiaramente: «una ripresa dell’economia esige dei sacrifici. I sacrifici sono richiesti dallo stato delle cose. Ma una politica di sacrifici esige certo un governo nuovo».
Rincara il bonzo Lama: «Per compenetrare pienamente le masse popolari della gravità della situazione e delle necessità di affrontarle con sacrifici ulteriori occorre una tensione politica e morale che oggi non c’è». Ma, domandiamo, cos’è questa «tensione politica e morale» se non la mobilitazione per la «salvezza nazionale» degli strati piccolo borghesi e di larghi settori della stessa aristocrazia operaia contro l’immancabile futuro ribellarsi del proletariato allo schiacciamento che gli si prepara. A chiedere provvedimenti autarchici, a diffondere fra gli operai ideologie scioviniste stavolta non sono i fascisti in camicia nera, non ce n’è bisogno, c’è il PCI.
Le proposte di provvedimenti economici fanno ridere: esempi clamorosi contro gli autori delle fughe di capitali, sanzioni fiscali esemplari verso grossi evasori (anche il fascismo sparava demagogia contro i «pescicani»). Molto realistico invece il programma economico nei confronti della classe operaia: introduzione del tesseramento nei consumi, riduzione dei salari reali perché, «per esaltare il valore decisivo delle nostre esportazioni, è necessario parificare il costo del lavoro per unità di prodotto a quello degli altri paesi» e, dato che la produttività del lavoro in Italia è più bassa, per «esaltare le nostre esportazioni» bisogna che i proletari stringano la cinghia. Il ragionamento non fa una grinza. Puntuali seguono le minacce governative di sospensione della scala mobile e blocco dei salari.
Si invitano i proletari a far sacrifici oggi per permettere la ripresa, domani, con lo sperato nuovo aumento nei livelli salariali; si dice: inutile lottare ora, non c’è niente da dividere, affrettiamo invece l’avvento di tempi migliori per tutti. Anche ammettendo che al proletariato convenga questo «investimento» nel futuro del salario e della sua forza lavoro, mentre è invece dalla fine della guerra che è sfruttato col miraggio del benessere, ciò presuppone, ed è una contraddizione del capitalismo, che gli operai abbiano un minimo di riserve per sopravvivere fino alla ripresa. E quando queste saranno esaurite (vedi revoca della scala mobile)? La massa dei disoccupati non potrà aspettare un futuro e problematico rilancio produttivo per mangiare, si dovrà muovere subito. In quel momento i proletari in lotta troveranno davanti il fronte compatto del capitale, Lama lo chiama «forte direzione della politica e dell’economia»; Modigliani «governo che possa rispondere alla pressione degli scontenti». Al proletariato muoversi, accettare la sfida contro un mondo intero nemico, anche soltanto per la difesa del pane e del lavoro.
Rapporto fra economia e tattica militare nella strategia della reazione borghese
Antefatto: il 15 gennaio, cinque giorni prima del crollo ufficiale della lira, il Governatore della Banca d’Italia, prof. Paolo Baffi, ha tenuto una conferenza sulla «strategia» monetaria al Centro Alti Studi Militari in Roma.
Ce lo dice lo stesso Baffi nell’esordio «… dirò che la difesa della lira è oggi un compito analogo alla difesa di una fortezza nella quale scarseggiano i viveri e le munizioni e intorno alla quale si stringe ogni giorno più il cerchio degli assalitori». L’analogia è perfetta, perché di guerra il borghese intelligente e senza scrupoli – più utile per noi del borghese camuffato – sa di doversi trattare; guerra con gli altri Stati sul terreno economico e militare, guerra con la classe proletaria, sul terreno economico, sociale, politico e militare, guerra in difesa dell’integrità dello Stato politico. Cosicché Baffi imposta il confronto in termini di strategia generale dello Stato, riconosciuto come il soggetto assoluto di ogni problema.
«In questo confronto – sostiene il governatore – il terreno perduto è la perdita progressiva di potere d’acquisto della lira, l’assottigliarsi delle scorte di viveri e munizioni corrisponde al logoramento delle scorte di valuta estera e della affidabilità di credito dell’Italia all’estero». In questo confronto il relatore rileva due particolarità: «Nella condotta della politica economica italiana non riscontriamo, invece, l’equivalente di due discipline imperative nella condotta degli assedi, ossia il razionamento dei viveri e l’unità di comando». «L’equivalente del razionamento potrebbe essere costituito da una seria politica dei redditi, invocata ormai da più di un decennio ma mai applicata. L’equivalente dell’unità di comando è il coordinamento generale della politica economica, ossia il suo orientamento verso un sistema coerente di obiettivi tra i quali trovi luogo la stabilità monetaria».
Il problema è quindi così delineato: «razionamento» o «politica dei redditi», «seria politica» di controllo dei salari e dei profitti, cioè, ed ha riscontro nella invocazione dei sindacati e dei partiti «operai», «equa distribuzione dei sacrifici»; «sistema coerente di obiettivi economici», «coordinamento generale della politica economica», «unità di comando», ossia coerenza degli ordini impartiti da un’unica fonte. Il testo è denso di significati. Ma qui vogliamo rilevare quelli di ordine generale, che Baffi enuncia e svolge coprendoli con linguaggio «tecnico».
Uno dei «significati», che più ci preme di far risaltare è quello che noi abbiamo sempre definito di «totalitarismo statale» e che nel testo, viene espresso in termini corretti di «unità di comando», ma svolto solo sul terreno economico, nascondendo che lo Stato è macchina politica.
Baffi constata: siccome il problema che ci sta di fronte si pone sotto forma di «tre obiettivi», di «stabilità monetaria», di «piena occupazione» e di «libertà di contratto collettivo», è ovvio che, dice Baffi, «stabilità monetaria e occupazione sarebbero reciprocamente compatibili e quindi simultaneamente realizzabili con un mercato del lavoro meglio regolato». Poiché, argomenta, la quantità di moneta occorrente e l’occupazione non sono lasciate «libere», ma vengono controllate da specifici organi statali, non si vede come possa essere lasciata «libera» la variabile salariale! E il discorso non fa una grinza. A conforto di questa tesi Baffi cita la Russia, pur non nominandola: «La stabilità monetaria si rivela compatibile con il pieno impiego a patto di sacrificare la libera determinazione dei livelli salariali attraverso i contratti collettivi di lavoro: è questa la situazione delle economie a pianificazione centrale, nelle quali in effetti le pressioni inflazionistiche sono mediamente minori che in Occidente». Anche il confronto non fa una grinza. Il totalitarismo statale, che trova la sua espressione economica nella «pianificazione centrale» come in Russia, è l’unico che può proteggere gli interessi capitalistici dalla inflazione e dalle altre «malattie», ma «pianificazione centrale» significa controllo statale dei salari!
È la soluzione che lo «stratega» borghese indica alla sua classe, l’unica soluzione possibile per non «sacrificare» i due obiettivi principali dello «sviluppo» e dell’«equilibrio monetario», cioè la soluzione implicita in una pianificazione centrale, il controllo statale dei salari, e non la «libera contrattazione collettiva». Tradotto in termini politici significa che lo Stato soltanto («pianificazione centrale») può tendere a questa soluzione. Ne consegue che i sindacati devono concordare con lo Stato la politica salariale, o meglio, visto che la Russia è il «modello», devono essere incorporati nello Stato. È quello che noi comunisti marxisti abbiamo chiamato, appunto, totalitarismo statale e che trova l’equivalente politico nel fascismo.
Baffi non conosce la Sinistra, ma da buon economista borghese è costretto a essere materialista, suo malgrado, e a chiamare le cose col loro nome talvolta.
In un prossimo articolo vedremo che i Sindacati tricolore e i partiti opportunisti la pensano come Baffi, aggiungendo soltanto una dose nauseante di demagogia. Il governatore della Banca d’Italia, al contrario, alla demagogia sostituisce non solo il linguaggio ma anche la sostanza della «strategia militare», e ha voluto confrontare l’esattezza delle sue argomentazioni con i maggiori esperti militari dello Stato, per riconfermare ancora una volta che la strategia generale del capitalismo consiste nel rafforzare le difese dello Stato borghese assediato dall’armata della nemica classe proletaria. E in questo modo ha concluso la sua conferenza: «È giunto quindi il momento di avvisare a politiche e mutamenti istituzionali», cioè è venuta l’ora di farla finita con la storiella delle «libertà» se si vuole la «stabilità» del regime borghese. E i militari hanno consentito e applaudito: è venuta l’ora della forza contro il proletariato. Lo sapevamo da sempre. E per il proletariato è venuta l’ora della forza contro lo Stato e le forze che lo sostengono.
« Difendere i disoccupati significa affrettare anche la distruzione dell’attuale regime »
Vi sono stati recentemente a Roma, a Milano, a Torino, a Napoli episodi in cui si è manifestata, se pur frammentariamente, una rabbiosa reazione da parte di lavoratori licenziati e disoccupati.
Non per « sensibilizzare l’opinione pubblica », come si è voluto far credere, ma mossi dall’avversione per questa società che, dopo essersi ingrassata sulle loro spalle, adesso li getta sul lastrico, essi hanno per un momento infranto il muro di « responsabile » immobilismo in cui li trattengono i sindacati. Si sono così avuti blocchi stradali, di alcune linee ferroviarie e addirittura di un aeroporto, quello di Torino.
Questa esasperata reazione non poteva avere un seguito, dato lo stato di isolamento rispetto al resto della classe operaia, al quale sono condannati dalla politica collaborazionista dei sindacati attuali, come tutti gli altri lavoratori che oggi vengono cacciati fuori dalle fabbriche.
La causa dei disoccupati è quella di tutta la classe operaia, questo elementare principio è stato mille volte calpestato dai sindacati ufficiali che, invece di chiamare tutta la forza degli operai occupati al loro fianco e in loro difesa, li hanno abbandonati a se stessi, a reagire da soli lasciando che le loro forze, già prostrate dal fatto di non essere più alla produzione, si logorassero lentamente. Essi vengono così considerati come una categoria particolare, come quella dei poveri, degli sfrattati o dei disadattati sociali, alla quale non resta che mendicare l’elemosina e l’aiuto morale del prete, che per l’occasione si tramuta nell’assessore regionale o nel ministro tal dei tali. La loro lotta prende l’aspetto di una supplichevole processione e non appare più la stessa degli operai alla produzione, né quella degli operai alla produzione, la loro. Il fatto è che l’economia è in crisi, i mercati sono intasati di merci, il ritmo della produzione decresce e i sindacati accettano il piano di ristrutturazione delle aziende, piano che ha per scopo la riduzione dei costi e che significa intensificazione dello sfruttamento degli operai occupati e contemporaneamente espulsione di migliaia di lavoratori dalla produzione.
Ma il proletariato non può sacrificarsi per quelle classi che da secoli sfruttano il suo lavoro, per quelle aziende che hanno sempre succhiato il suo sudore; questa non è la sua economia, ma quella dei suoi padroni, questa non è la sua società, ma quella dei suoi sfruttatori. Ecco perché la parola d’ordine « Salario pieno ai disoccupati », indipendentemente e contro le sorti dell’economia nazionale.
I servi opportunisti inorridiscono di fronte a questa rivendicazione: « ma il capitalismo non potrà mai accettarla, perché tra l’altro significherebbe invitare gli operai a non lavorare ». Ne siamo certi, ma questa rappresenta la più elementare rivendicazione in difesa dei disoccupati e la classe operaia dovrà farla propria anche se ciò dovrà significare l’abbattimento di questo regime che non sarà mai capace di risolvere né il problema della disoccupazione né tutti gli altri che affliggono la classe operaia. Di fronte alla constatazione che gli interessi di classe sono sempre più incompatibili con l’esistenza del capitalismo, la politica opportunista rinuncia alla loro difesa e invita al sacrificio gli operai.
L’indirizzo comunista al contrario, in quanto rappresenta nel movimento immediato la prospettiva del futuro e necessario abbattimento di questo regime, è l’unico disposto e capace di sostenere l’organizzazione e la difesa di classe fino in fondo e fino alle estreme conseguenze.
Riportiamo di seguito un articolo apparso su Il sindacato rosso, organo sindacale del Partito comunista d’Italia, il 29 Aprile del 1921, in cui si vede che, ieri come oggi, la difesa dei disoccupati è per i comunisti, e per la classe lo dovrà diventare, una questione di principio.
« Ogni giorno che passa registra nuovi proletari, nuovi operai buttati sul lastrico. Le industrie che sembrano le più fiorenti crollano l’una dopo l’altra, minate come sono dalla crisi universale provocata dalla guerra, e le conseguenze prime e più terribili si riversano immediatamente sulla classe lavoratrice, la quale vede in tal modo spalancarsi sempre più la voragine che sembra voglia inghiottirla. Le cifre che indicano il numero dei disoccupati nei vari stati europei sono semplicemente enormi e bastano da sole a mettere in completa luce la gravità della piaga … Aggiungiamo poi disoccupati, diremo così, temporanei, quelli cioè che lavorano solo parzialmente, per qualche giorno alla settimana, e avremo subito una idea esatta della vastità del fenomeno. Per giunta, anziché tendere a diminuire la disoccupazione va assumendo caratteri e forme sempre più vaste e profonde, tanto che minaccia veramente l’esistenza della società capitalistica quale è generata.
« Per alleviare le conseguenze di questo terribile flagello delle classi operaie i vari governi borghesi sono ricorsi a mezzi ognuno dei quali, però, ha fatto completo fallimento ed è valso solo ad impedire che la classe operaia scorgesse tutta la vastità del male e cercasse quindi di correre immediatamente ai ripari. Si è cercato così di ricorrere a riduzioni di orario per gli operai occupati ma, dato che con la riduzione dei guadagni settimanali la classe operaia veniva a ridurre le proprie capacità di consumo, così, anziché averne un sollievo, i lavoratori caddero dalla padella nella brace; si è fatto ricorso a sussidi, ma, date le esigenze politiche ed economiche della società attuale, essi furono, sono e saranno sempre così meschini da poterli benissimo paragonare alla goccia che cade nel mare; si sono tentati dei lavori pubblici, ma anche in questo campo i risultati furono completamente negativi; ora si incomincia a dire che il problema della disoccupazione potrà essere risolto con la ripresa dei rapporti commerciali e con l’equa ripartizione delle materie prime fra tutti gli stati del mondo, ma nel primo caso si dimentica, oltre a tutto il resto, che la crisi attuale è intimamente collegata con la capacità di assorbimento dei mercati, nel secondo si finge di ignorare che l’equa distribuzione delle materie prime, fino a tanto che esisterà il sistema capitalistico di produzione, sboccante necessariamente nell’imperialismo, non può essere che un pio desiderio e niente più.
« La verità è che la disoccupazione attuale è un prodotto inevitabile della devastazione creata dalla guerra nel campo dell’economia; e siccome l’economia borghese non potrà mai più ricomporsi e riacquistare il necessario equilibrio, a meno che il proletariato non si lasci schiacciare sotto il peso della schiavitù economica come non si è mai visto in nessuna altra epoca, ne consegue che essa disoccupazione non solo non potrà essere eliminata nell’ambito della società attuale ma, salvo brevi oscillazioni, diventerà ognora più grande seminando dovunque la miseria e la strage fra la massa operaia. Perciò, coloro che tentano di fare credere alle masse che la più grave sciagura dalla quale esse vengono colpite potrà essere eliminata senza abbattere il regime capitalistico, le ingannano, e debbono essere denunciati come opportunisti e nemici della classe lavoratrice.
« Ma da questo non consegue che noi si debba incrociare le braccia e attendere la caduta del regime attuale prima di far qualcosa per i disoccupati. I disoccupati devono essere difesi subito, poiché essi hanno dei bisogni indilazionabili da soddisfare, primo fra tutti quello indilazionabile all’esistenza; e difendere i disoccupati significa affrettare anche la distruzione dell’attuale regime. Tutta la classe lavoratrice è interessata a difendere il compagno disoccupato: ciò non solo perché tutti i lavoratori si trovano nella condizione di poter essere trasformati in disoccupati a loro volta, ma perché l’operaio disoccupato è un naturale concorrente di chi lavora e serve quindi da compressore automatico sui salari e da elevatore degli orari di lavoro. I sindacati, per soddisfare a quella che è la loro funzione nella società borghese, debbono almeno poterne salvaguardare le premesse necessarie, vale a dire le conquiste di orario e di salario già conseguite: se essi non hanno la capacità di far questo, è evidente che i loro giorni sono contati, in quanto gli operai non troverebbero più alcuna convenienza a mantenere in vita degli organismi che non servono a nulla. Ma perché i sindacati oggi possano ancora rendersi utili alla classe operaia, occorre che in primo luogo difendano gli operai disoccupati.
« Invece la Confederazione generale del lavoro ha effettivamente abbandonato i disoccupati a se stessi. Essa si è rifiutata in modo categorico e preciso di fare un solo passo più in là di quanto non abbiano fatto i governi borghesi; e come se ciò non bastasse, ha messo fuori una teoria secondo la quale i disoccupati non possono essere considerati come esseri aventi uguali diritti degli operai che lavorano, perché in tal caso si incoraggerebbe la loro … tendenza all’ozio!
« I signori della Confederazione del lavoro considerano il disoccupato come una specie di cavallo ombroso al quale bisogna togliere la biada e rincarare la dose delle bastonate per indurlo a filare più diritto nella via. È naturale quindi che essi abbiano minacciato i più gravi provvedimenti verso quegli organismi che avessero tentato di agire direttamente in difesa dei disoccupati.
« Per i disoccupati deve essere rivendicato pienamente il diritto alla vita non solo attraverso sesquipedali ordini del giorno, ma soprattutto attraverso l’azione nelle piazze e nei posti di lavoro. Il disoccupato deve sentire che intorno a sé c’è tutta la classe operaia che partecipa della sua sciagura e che è pronta ad intervenire al suo fianco perché i suoi diritti vengano riconosciuti.
« Con ciò non ci illudiamo affatto che il regime borghese saprà trovare i mezzi occorrenti alla bisogna; ma non è questo che noi cerchiamo. Noi dobbiamo tendere con ogni mezzo a dare una soluzione al problema della disoccupazione; ma questa soluzione non può venire che dalla conquista del potere politico da parte del proletariato. La richiesta di sussidi, di lavori e di altri surrogati per la protezione dei disoccupati non può essere concepita che come mezzo per mettere in moto le grandi masse e per far convergere i loro sforzi e la loro azione contro tutto l’edificio borghese che presto o tardi dovrà crollare sotto l’impeto irresistibile del proletariato in armi.
« Questo dovrà essere detto agli operai in questo primo maggio, perché essi si rendano ben conto della necessità della lotta e si preparino a sostenerla con tutte le loro energie ».
Firenze: la nostra azione tra i lavoratori della scuola
Il 25 marzo si è svolta in una pubblica sala una riunione indetta dal Comitato di Agitazione dei lavoratori della scuola per organizzare il proseguimento dell’azione in difesa delle condizioni di vita e di lavoro di tutti i lavoratori della scuola. Presenti i delegati di alcuni circoli e scuole di Firenze e provincia; alla base dell’assemblea due fondamentali necessità:
- Apertura immediata della vertenza per il rinnovo del contratto di lavoro contro la prassi usata fin qui dai bonzi sindacali di iniziare la « lotta » a giugno e cioè alla fine dell’anno scolastico con evidente intento sabotatore;
- Elaborazione di una piattaforma rivendicativa che, a differenza di quelle presentate da tutte le centrali sindacali partisse dalle vere esigenze dei lavoratori della scuola e non da quelle « superiori » dello Stato e dell’economia nazionale.
Gli interventi sia dei nostri compagni presenti nel Comitato di Agitazione sia di altri lavoratori hanno portato contributi positivi all’elaborazione della piattaforma e stigmatizzato l’operato dei vertici sindacali che sistematicamente si rifiutano di mettersi dalla parte dei lavoratori che essi pretendono di rappresentare. I nostri compagni hanno messo in evidenza l’aspetto più importante dell’azione intrapresa e cioè che finalmente un gruppo di lavoratori ha sentito il bisogno di prendere in mano la difesa dei propri interessi, e di elaborare le proprie rivendicazioni di cui la piattaforma scaturita dall’assemblea è un primo risultato. Infatti l’azione del Comitato di Agitazione sta proseguendo nella duplice direzione: propagandare la piattaforma all’interno della categoria in tutte le forme possibili (assemblee di base, diffusione alle scuole, ecc.), chiamando tutti i lavoratori ad organizzarsi intorno ad essa e portare le stesse rivendicazioni in tutte le assemblee promosse dai sindacati per affermarle in una decisa opposizione contro la volontà dei dirigenti di far passare gli interessi dello Stato e il buon andamento della scuola sulle spalle dei lavoratori.
I sindacati propongono un maggior sfruttamento per i dipendenti dello Stato
Anche per il sindacato dei lavoratori statali la nuova parola d’ordine, di fronte alla crisi capitalistica ed al continuo peggioramento delle condizioni di vita della classe operaia, è «privilegiare l’occupazione sui salari».
In quanto ai salari non ci sono discussioni, gli aumenti sono stati certamente contenuti per gli statali che hanno ottenuto (sulla carta) nel gennaio 1976, 20.000 lire per il contratto 73/75 e ancora non si parla di aumenti salariali per il contratto 76/78; gli ex dipendenti della Trezza, d’altra parte, integrati dal 1973 nell’organico statale e che dal ’69 non avevano avuto alcun aumento salariale, hanno avuto 10.000 lire di aumento per il contratto 1973/75. Anche per le categorie dell’industria si parla ormai apertamente di 30.000 lire scaglionate in 3 anni.
Quindi sul punto salari siamo d’accordo: di fronte al continuo aumento del costo della vita, i sindacati hanno rinunciato a difendere i salari e quindi il livello di vita operaio nel nome della sacrosanta Economia Nazionale.
Vediamo ora come lorsignori i bonzi «privilegiano» l’occupazione. Citiamo dal documento presentato dalla Segreteria della Federazione Statali CGIL-CISL-UIL al Ministro per la riforma della Pubblica Amministrazione, Sen. Morlino: «Le eventuali assunzioni dovranno comunque effettuarsi per concorso – previa verifica, sentite le Organizzazioni Sindacali – delle effettive esigenze, quando non si possa sopperire utilizzando la mobilità settoriale e territoriale del personale». Questo è quanto richiedono le Organizzazioni Sindacali al Governo: Limitare le assunzioni nello Stato, utilizzare meglio il personale esistente, nel nome del riassestamento del Ministero delle Finanze e dell’Economia italiana. La loro preoccupazione è evidentemente quella di salvare questo sporco regime; «Siamo tutti sulla stessa barca» dicono. I loro posti di grandi burocrati sono sicuri e ben pagati ed il milione di disoccupati che tira la cinghia, secondo loro che hanno la pancia piena, può ben attendere il rilancio dell’economia nazionale per riempirla a sua volta. Per adesso che aspetti pazientemente i loro intrallazzi nei corridoi ministeriali e apprezzi i loro sforzi di salvatori della Patria.
L’impostazione di un Sindacato di classe, avente una visione generale della situazione della classe operaia e ben deciso a difenderne ogni giorno le condizioni di vita, deve essere ovviamente ben diversa. Invece di lottare contro nuove assunzioni facendo spostare il personale, aumentando lo straordinario e costringendo il personale a farlo, dati i salari da fame, invece di chiedere tutto questo come fanno i sindacati attuali, il Sindacato di Classe deve lottare per l’abolizione dello straordinario, per aumenti consistenti del salario, adeguati all’aumento dei prezzi, per nuove assunzioni di personale, in modo da lottare contro la disoccupazione coprendo così i vuoti che attualmente vi sono negli uffici, opponendosi ad ogni mobilità del personale. A questo proposito il documento sindacale prosegue: «Il sindacato nel ribadire il proprio orientamento favorevole alla mobilità settoriale e territoriale della manodopera anche nella P.A. sottolinea l’opportunità che, a partire dai prossimi concorsi le assunzioni avvengano con l’entrata del personale in ruoli unificati presso la Presidenza del Consiglio, in modo da assicurare che, nel futuro, ci siano una circolazione e una migliore distribuzione dei dipendenti pubblici».
A questo punto si sono ridotti i bonzi nella loro smania di servitori del padrone, a chieder che si prendano lavoratori da Bari, da Reggio, da Palermo, da Cagliari e si sbattano a Torino, Milano, Firenze con 180.000 lire di stipendio, naturalmente per il bene dell’economia nazionale, «per una circolazione e migliore distribuzione dei dipendenti pubblici», cioè, in altre parole, per un miglior sfruttamento del personale.
Ecco come i sindacati lottano contro la disoccupazione, ecco come si oppongono all’emigrazione! Non sono forse infatti degli emigrati gli operai del Sud costretti a lavorare a mille chilometri da casa, nelle grandi metropoli del Nord? Ma ormai i nostri amati dirigenti sindacali non possono più permettersi le mezze misure. Il momento è grave e quanto più le cose vanno male tanto più pesanti sono i colpi da vibrare alla classe operaia ed essi, i bonzi, dalle loro poltrone di aspiranti funzionari statali, fanno da tramite tra Stato-padrone e lavoratori.
Naturalmente il trasferimento di personale servirà anche contro i «sovversivi», contro i lavoratori più coscienti, quelli che nelle assemblee osano opporsi alla linea sindacale; adesso che i sindacati sono pane e cacio con l’Amministrazione statale basterà una parolina ed il disturbatore sarà spedito lontano. I lavoratori statali, i giovani costretti ad emigrare per non perdere il posto, costretti a vivere lontano da casa con uno stipendio da fame, devono capire che per cambiare le cose il primo nemico da combattere sono proprio i bonzi sindacali, degli autonomi come dei confederali, poiché essi sono i primi che ogni lavoratore cosciente dei suoi interessi di classe si trova davanti quando prova a ribellarsi allo Stato-padrone.
Enti locali - si prepara un altro tradimento
Sta per scadere il contratto di lavoro anche per i dipendenti degli Enti Locali, Comuni o Provincie, benché non sia stato applicato compiutamente nemmeno il vigente, né nella parte economica, né nella normativa.
Assunzioni bloccate causano forti carenze di personale e sovraccarico di lavoro.
La conduzione dell’agitazione da parte dei sindacati a tutto fa riferimento tranne che agli interessi dei lavoratori: prima di tutto viene l’efficienza dell’Ente, poi le cointeressenze dei vari partitacci multicolori compromessi nelle fallimentari amministrazioni. Ricorrente l’accusa ai lavoratori che trattasi di una categoria «privilegiata» e che quindi devono sacrificarsi a vantaggio dello Stato in deficit cronico. In questo spirito rinunciatario viene preparata la piattaforma per il nuovo contratto da parte dei dirigenti sindacali, ormai saldamente sistemati in comode poltrone nell’anticamera degli assessori al personale, i quali sono spesso loro compari di sottocorrente di banda politica aspirante alla greppia.
Come per le altre categorie però la piattaforma confederale sarà tenuta sconosciuta ai lavoratori fino alla vigilia dell’accordo coi padroni mentre la lotta si limiterà ad un paio di scioperi sgonfiati e disorganizzati. È filtrata soltanto una bozza di piattaforma per quanto riguarda i dipendenti delle regioni e della nettezza urbana appaltata. Avverte subito come «bisogna evitare una drammatizzazione dello scontro contrattuale scegliendo una linea manovrata nella conduzione delle vertenze»; e quale sia la manovra lo dice subito: «uno scaglionamento degli oneri contrattuali… per fare uscire in modo nuovo dalla crisi il paese». Ed invece è il «modo vecchio», quello di far pagare la crisi al proletariato. Poi entra nei dettagli: «Va ribadita e sostenuta la scelta strategica (!) del movimento contro il tentativo delle forze padronali e governative di respingerlo su posizioni salarialiste… Funzionalità con organici snelli… mobilità del personale e uso pieno e funzionale dell’orario». Conclude con una richiesta salariale, definita «contenuta», di ventimila lire lorde, da ridurre ovviamente in sede di trattativa, dilazionare e mettere realmente in pagamento, forse, fra un annetto.
Sulla stessa traccia saranno preparate anche le richieste delle altre categorie degli enti locali.
Una esplosione di malumore nei confronti di questo sabotaggio si è avuta fra i dipendenti dell’Amministrazione Provinciale di Firenze in occasione dello sciopero del 25 marzo: in particolare i lavoratori hanno notato la disorganizzazione in cui fu lasciata la manifestazione ed il fatto che lo sciopero, che doveva essere generale, e così era sentito, fosse stato «articolato» differentemente per i diversi reparti. I lavoratori di una scuola, nell’occasione, chiesero di riunirsi per affrontare la discussione delle loro rivendicazioni. In risposta all’intervento del capetto sindacale che mirava a far rientrare il malumore nella normale «dialettica sindacale» un nostro compagno ha invitato i lavoratori a formulare sì, come era loro intenzione, loro rivendicazioni rispondenti alle necessità di classe, ma di non sperare che i dirigenti le facessero proprie senza una mobilitazione diretta e un loro collegamento contro l’attuale politica sindacale.
La classe operaia è una classe di emigranti Pt.3
Il governo fascista continua imperterrito ad esportare i proletari in soprannumero, aggiungendo solo della retorica alle ragioni di fondo e inquadrando questo mercato di mano d’opera nelle più vaste esigenze della fase totalitaria del capitalismo.
Sono interessanti e «attuali» alcuni passi di un discorso che Mussolini pronunciò il 2 aprile 1923 alla Scuola Normale Femminile «Carlo Tenca» di Milano: «Bene o male che sia, l’emigrazione è una necessità fisiologica del popolo italiano». Viene ribadita qui la solita giustificazione liberale, condita di accenti popolari e patriottici come «altri popoli invidiano questa Nazione proletaria, prolifica e intelligente, saggia, laboriosa, serrata in una piccola e divina penisola». In un altro passo: «Dichiaro qui che il governo intende di tutelare l’emigrazione italiana, esso non può disinteressarsi perché sono uomini, lavoratori e soprattutto italiani», si evidenzia il carattere affaristico dell’emigrazione e nel contempo la tendenza dello Stato ad accentuare il suo controllo totalitario su tutti i fenomeni sociali ed economici. Su questo concetto si insiste: «Giammai raccomando la propaganda più o meno malthusiana… Né si può, né si deve pensare a guerre per la conquista di territori di colonizzazione», problema questo che maturerà dopo la grande crisi del ’29. Riprende infine uno dei motivi del riformismo socialdemocratico, oggi sulla bocca del PCI e consorti: «Allora il problema – continua il duce di allora – non offre che una soluzione, o meglio due: una di ordine interno consiste nell’utilizzare fino all’ultimo centimetro quadrato del territorio nazionale e di tutte le energie del territorio nazionale. Seconda soluzione: l’emigrazione». Non è forse da fare invidia a Mussolini il progetto di risanamento dell’economia nazionale proposto dal PCI in questa fase di crisi, dove enuncia la necessità di procedere all’utilizzazione delle forze lavoratrici in opere di irrigazione, rimboschimento e bonifica del territorio, ovvero nelle riforme? Se la seconda soluzione, l’emigrazione, non fu possibile al governo fascista, lo si dovette alla situazione economica internazionale fortemente critica, e non alla volontà del governo nero. Infatti lo stesso Mussolini nel ’24, durante un colloquio con l’ambasciatore degli USA, espose il parere del governo sulla rigidità della nuova legge immigratoria americana, facendogli osservare che «l’Italia vedrebbe con soddisfazione aprirsi nelle maglie alquanto rigide dell’Immigration Bill un varco tale da consentire di aumentare il primo contingente emigratorio per il Nord America e vedrà con altrettanta soddisfazione l’impiego di capitale americano in imprese italiane». La grande crisi ributtò il governo fascista nella politica economica di «bonifica» del territorio, antesignana di quella autarchia del periodo delle «Sanzioni» e di quella propugnata dagli odierni falsi partiti operai, che altro non è se non la politica dei «lavori pubblici», usata da tutti gli Stati, compresi gli USA del «New Deal».
Tuttavia il flusso emigratorio continuò sebbene in misura sensibilmente decrescente dal 1922 al 1942. La decrescenza del numero degli emigrati è strettamente dipendente dal ciclo economico mondiale, almeno fino al 1933 e poi dalla guerra di Spagna e da quella mondiale. Vi è stato uno spostamento dell’emigrazione verso la Germania, alleata dell’Italia, e in una certa misura verso le vecchie colonie di Tripolitania, Cirenaica, Somalia ed Eritrea, e, di recente conquista, l’Etiopia. A conclusione di questo periodo, che si conclude con la fine del secondo massacro mondiale, l’esodo proletario all’estero è stato inferiore al periodo precedente l’avvento del governo fascista. Abbiamo visto che non è stato merito del fascismo ma degli avvenimenti economici e politici mondiali a determinare il flusso emigratorio e che la volontà di tutti i governi si è sempre orientata a quella che noi abbiamo chiamata «esportazione di forza-lavoro».
IL POST-FASCISMO
Cessata la guerra, con la ripresa dell’economia mondiale riprende anche l’emigrazione. Si apre un nuovo ciclo dell’emigrazione che potremo chiamare europeo. Infatti è verso l’Europa Occidentale e Centrale che sbocca l’esodo. Un esodo massiccio superiore a quello dei cicli precedenti: dal 1946 al 1972 espatriano ufficialmente 7.031.851 lavoratori, di cui 4.795.951 nei paesi europei e 2.235.900 verso altri continenti.
La politica della borghesia italiana non è mutata nemmeno con i governi antifascisti. Le giustificazioni adottate sono state le stesse dei governi di «destra», o di «sinistra». M. Rumor affermava al congresso della DC nel giugno del 1949 che occorreva «salvaguardare l’equilibrio interno della pressione delle masse» aprendo la valvola di sicurezza dell’emigrazione.
La tesi principale dell’opportunismo, che la rivista Il Ponte accoglie a piene mani, oltre le consuete lacrime di coccodrillo per i proletari emigrati, consiste nell’attribuire la «colpa» e la «perdita di forze preziose» degli emigranti, nella mancanza di volontà politica dei governi democristiani ad attuare le «riforme di struttura».
La tesi è astratta come tutte quelle che si fondano sui «se» e sui «si doveva». Come pietra di paragone viene presa la Germania che, sebbene mille volte più mutilata dell’Italia dalla guerra, non solo non ha fatto emigrare i suoi lavoratori ma ha accolto nel suo territorio circa 12 milioni di profughi tedeschi delle regioni occupate dalle truppe «alleate» vincitrici e gradualmente impegnato milioni di lavoratori stranieri. Si dimentica che l’Italia non ha subito distruzioni simili dell’apparato produttivo e che la Germania possedeva una struttura industriale tra le prime del mondo, ma con un esercito di proletari falcidiato dalla guerra e dalla divisione in due del territorio. L’esempio, quindi, non calza, ma tutta la tesi cade dinanzi alla considerazione elementare che, nel migliore dei casi, è utopistico pensare che i governi dello Stato capitalista operino ispirandosi al senso umanitario. Il capitalismo non considera il proletario un uomo, ma il proletariato una speciale merce che si chiama forza-lavoro e che genera plusvalore; quindi, come qualsiasi merce vendibile là dove ricava il miglior prezzo. I proletari, poi, costituiscono non una classe amica né alleata, ma una classe oggettivamente nemica della borghesia e del capitalismo. Come tale, il governo della borghesia deve valutarne la pericolosità sociale e il mezzo per attenuarla o reprimerla.
I Crispi, i Sonnino, i Mussolini, i De Gasperi dal loro punto di vista capitalistico non avevano altra scelta, come essi hanno più volte chiaramente e cinicamente affermato, che di «esportare» questa speciale merce al miglior compratore e in misura tale da non debilitare gli interessi economici, sociali e politici della borghesia italiana. La mistificazione dei borghesi sta nel fatto che anch’essi tentano di coprire i loro affaracci con formule umanitaristiche allo stesso modo degli opportunisti. Il problema rettamente impostato è non tanto di ritenere una pena e un’ignominia l’emigrazione nel mondo dei proletari, quanto quello che i proletari vadano raminghi da un padrone all’altro, come dei nomadi in preda ai colpi della sorte, senza avvenire e sicurezza.
In una società non divisa in classi, dove il lavoro non verrà scambiato con salario, e quindi non oggetto di compra-vendita, come avviene nella società presente, quale che sia il colore politico del governo, gli uomini si sposteranno volontariamente, secondo un piano economico produttivo, dettato dalle necessità collettive della specie, perché ritroveranno in ogni punto del globo tutte le condizioni necessarie a garantire loro lavoro e vita, dignitosi, certi e sicuri.
Per ottenere questo risultato, positivo e irreversibile, è d’uopo lavorare intanto alla solidarietà tra i proletari dei diversi paesi, spezzando divisioni nazionali e di razza, dietro cui si cela l’interesse del capitalismo a creare e inasprire la concorrenza degli operai tra di loro; instillare nei lavoratori l’odio contro i padroni e i loro Stati; lottare per la convivenza fraterna e solidale di tutti gli operai emigrati e autoctoni nelle organizzazioni economiche proletarie locali, spezzando ogni impedimento eretto a bella posta dalle burocrazie sindacali nazionali e nazionaliste, stimolatrici di egoismi patriottici e nazional-corporativi con campagne xenofobe contro i lavoratori «stranieri»; esigere parità di condizioni contrattuali, salariali e normative, economiche, sociali, sindacali e politiche, come il libero diritto di associazione e di manifestazione.
Hanno lavorato in questa direzione i falsi partiti operai, le bonzerie sindacali, le molteplici associazioni assistenziali? No. Partiti, sindacati e associazioni hanno fornicato con i ministeri dei padroni per «proteggere» al massimo quello che essi definiscono ancor più cinicamente dei borghesi «patrimonio prezioso», l’esercito degli emigranti, sì da farlo fruttare al massimo per la continuità del regime di sfruttamento attuale. Hanno parlamentato con i bonzi sindacali stranieri allo stesso modo che sono soliti intessere compromessi con i padroni di casa. E come potrebbero fare diversamente se sono legati ai rispettivi Stati e tutti interessati al mantenimento del regime del lavoro salariato? Fra cani non si mordono.
Il P.C. spagnolo piega le Comisiones Obreras alla “collaborazione democratica”
I comunisti hanno sempre affermato e sostenuto che democrazia e fascismo non sono termini antagonistici, ma forme complementari dello Stato borghese. Abbiamo altresì sempre levato la nostra voce contro tutti coloro, opportunisti vecchi e nuovi, che in nome della difesa della «libertà» abdicavano alla lotta antiborghese, e quindi alla rivoluzione ed alla dittatura rossa, per difendere al contrario la stessa borghesia ed il suo Stato democratico, mille volte peggiore di quello di dittatura aperta per la sua funzione di stordimento delle masse proletarie a suon di referendum, di «libertà» e di fantasmagoriche riforme di un domani che verrà.
Così in Spagna, dopo gli anni neri della Falange e dei «generalissimi» la borghesia sta operando l’indolore travaso tra dittatura e democrazia dando uno dei più significativi esempi a tutta la classe operaia di passaggio di consegne tra i due metodi di conduzione della macchina statale. Se l’uno, il nero e lugubre, era oramai logoro e non poteva più arginare l’onda montante dei proletari in lotta per la difesa delle loro condizioni di vita, il secondo si annuncia fresco fresco, con le «mirabolanti» parole d’ordine democratiche di libertà e collaborazione nazionale. Come nel ’45 italiano, il tramite, il ponte gettato tra l’ieri e l’oggi, è naturalmente l’opportunismo politico e sindacale, senza il cui appoggio il ricucito Caudillo o il novello reuccio niente avrebbero potuto contro il proletariato sceso nelle strade e nelle piazze, che per istinto e per bisogno materiale si sarebbe scontrato inevitabilmente e massicciamente contro lo Stato, prova ne sia, se pur limitata, l’ondata di scioperi del mese scorso. In Spagna si continua comunque ad affermare, l’inganno sarebbe altrimenti troppo facilmente scoperto, che lo Stato non ha cambiato il suo indirizzo, mentre la cosiddetta opposizione – vedi DC spagnola – può apertamente indire comizi e fare propaganda, mentre i segretari dei partiti della «sinistra» possono tranquillamente rientrare in patria. E d’altronde non potrebbe che essere così data l’importanza che dovrà sempre maggiormente assumere l’«opposizione», vera risanatrice dell’economia dello Stato e severa direttrice nei confronti del proletariato, continuatrice, diciamo noi, dell’opera del franchismo nello schiacciamento proletario, magari a colpi di parlamentari concioni.
In questo contesto si pone l’opera delle comisiones obreras, che hanno rappresentato il primo embrione dell’organizzazione operaia su basi di classe; questi organismi nati e vissuti nella clandestinità – magari delle chiese -, hanno rappresentato l’effettivo bisogno operaio al consolidamento organizzativo. La situazione sociale in cui sono le commissioni operaie ha determinato, specialmente in questi ultimi tempi, una effettiva frattura, se non denunciata apertamente, reale nei fatti tra la lotta svolta dagli operai nelle fabbriche e l’indirizzo apertamente opportunista e traditore dei suoi vertici, chiaramente ispirati dalle forze politiche dell’opposizione ed in special modo dal PCE assertore dell’interclassismo, del bene della nazione, in ultima analisi del più sfrenato antioperaismo in nome di madama democrazia. Dicevamo dunque di questa frattura fra base e vertici dimostrata nei fatti dal comportamento della classe operaia spagnola scesa nelle piazze per difendere il pane con il giusto metodo della lotta di classe e di converso la politica di quelli che stanno «fuori» dalla fabbrica, la politica legata mani e piedi al carrozzone socialdemocratico del PCE; in questo senso si pongono le prime dichiarazioni dei vertici delle comisiones obreras, che uscendo dalla clandestinità non potevano non assumere che posizioni conservatrici ed opportuniste; essi si sono rivolti all’«opinione pubblica» con un documento nel quale si prendono le distanze da qualsiasi posizione estremistica, cercando di far comprendere alla «nazione» che gli operai si sono mossi sì, ma soltanto perché la pressione statale si era effettivamente troppo accentuata! Tutto il documento è impregnato di «buona volontà», di collaborazione, ed è naturalmente inneggiante alla pace sociale. Leggiamo brevemente: questi signori dichiarano che la classe operaia non è «responsabile della crisi, essendo esclusa dalla gestione economica dello Stato e delle sue aziende» – Il superbonzo Lama applaude, lo imitano i quaranta ladroni -. La voce oramai universale dell’opportunismo sindacale reclama dunque come suo diritto partecipare alla conduzione ed al salvataggio dello Stato borghese, e per noi, abituati a triadi di Storti, Lama e Vanni, non è cosa nuova, sempre sulle posizioni di sempre a catechizzare sulla realtà di classi contrapposte: borghesia e proletariato e sul concetto marxista dello Stato come macchina di oppressione di una classe sull’altra. Dunque un sindacato che svolgesse una vera politica di classe indirizzerebbe il proletariato contro le strutture che sostengono lo Stato e non si proporrebbe il compito in nessun caso di puntellarle, ben sapendo che prolungherebbe il martirio ed il sacrificio della classe operaia.
Il foglio prosegue con la dichiarazione che le Commissioni Operaie «non vogliono strangolare l’economia» e aggiunge di voler anzi con lo sviluppo dell’economia, permettere ai lavoratori di «vivere degnamente e di negoziare con i datori di lavoro ad armi uguali» (Il sole – 31-1-76). Il problema è dunque completamente capovolto rispetto alla reale difesa della classe operaia; abbiamo sempre affermato che i proletari non hanno niente da salvare di questa società in putrefazione, ma che altresì devono lavorare per l’abbattimento di questa per lo Stato proletario, e che la classe operaia si batte con i mezzi che le sono naturalmente congeniali cioè con i pugni e solo con questi contro la tracotanza padronale, rifuggendo dai metodi delle commissioni paritetiche o interclassiste, ben sapendo che i rapporti che intercorrono tra le classi devono essere misurati in termini di forza e non in base ad aleatorie posizioni su di cui si possa pacificamente e serenamente discutere a tavolino.
Al tradimento dell’opportunismo bonzesco, opponiamo le nostre tesi di sempre, perché i proletari possano sotto la spinta oggettiva della crisi internazionale, ritrovare oltre alla forza delle loro braccia e dei loro cuori, anche il giusto indirizzo verso la realizzazione dello Stato socialista, verso il comunismo:
da «Basi per la rinascita del sindacato operaio» – Il sindacato rosso n. 11 Maggio 1969.
Tesi 1 – Nella società presente, dominata da rapporti di produzione capitalistici, in cui il lavoro ha assunto la forma salariale e i prodotti del lavoro quella di capitale – lavoro e capitale come potenze sociali tra loro nemiche ed inconciliabili – in questa società la lotta tra le classi fondamentali in cui è divisa: proletariato, borghesia, proprietari fondiari, è permanente e violenta sino alla completa vittoria del socialismo nel mondo (…)
Tesi 3 – Oggi ancor meglio e più apertamente di ieri, appare in vivida luce che lo Stato centrale costituisce il rappresentante degli interessi storici permanenti del capitalismo quale che ne sia il governo, quale che sia il partito o la coalizione di partiti al potere. Per questo ogni lotta del proletariato contro il capitale, anche solo in difesa delle contingenti condizioni economiche e salariali, cozza ineludibilmente contro lo Stato del capitale e costituisce, sebbene ancora in forma inconscia, un’azione sovvertitrice dell’ordine costituito.
Tesi 4 – In questo contesto storico, sociale e politico, come non sono possibili programmi politici che stiano a cavallo degli interessi delle varie classi contrastanti, così è assolutamente inconcepibile un programma sindacale che voglia difendere gli interessi contingenti del proletariato e contemporaneamente rifiuti di battersi a fondo contro il potere dello Stato rappresentante le classi privilegiate.
Tesi 8 – La proclamazione esplicita di fedeltà alla democrazia, alla Costituzione repubblicana ed allo Stato, costituisce una prova di aperto tradimento degli interessi storici del proletariato e di abbandono di ogni seria lotta a favore dei salariati. La democrazia è la forma tipica dello Stato capitalista, attraverso la quale esso riesce molto più facilmente ad ingannare le masse degli sfruttati dando loro l’illusione che il sistema sociale attuale, fondato sullo sfruttamento della forza lavoro, sia eterno, e tutt’al più possa essere «corretto» (…)
Tesi 9 – Mentre i capi dell’apparato sindacale tacciano di passatisti i comunisti rivoluzionari per la loro ferma volontà di riproporre a tutto il proletariato la soluzione rivoluzionaria dei contrasti sociali, essi riportano il movimento operaio indietro di oltre mezzo secolo, guidando le masse diseredate in una demagogica e sciagurata prospettiva di correzione delle strutture economiche e sociali, cancellando con un colpo di spugna il significato tragico di cinquant’anni di lotte tremende, dalle quali sono scaturite due sanguinose guerre mondiali e la conferma della dittatura del capitale.
L’alternativa che sta dinanzi al movimento operaio, non è «riformismo democratico o fascismo», ma: «dittatura nascosta (democrazia) o aperta (fascismo) ovvero rivoluzione proletaria comunista vittoriosa».
Napoli proletaria contro il pacifismo bonzesco
«Irresponsabili manifestazioni di rabbia» così l’Unità del 31-3 definisce l’istintiva azione di classe dei disoccupati napoletani che, di fronte ad un nuovo disatteso adempimento da parte del governo della soluzione del problema disoccupazione, hanno reagito con la violenza alle violenze che da sempre vengono scaricate sulle spalle operaie dai capitalisti e dal loro Stato con la convivenza dei bonzi sindacali. Anche questa volta la risposta è venuta con polizia, bombe lacrimogene, arresti; in questo modo si risponde alla fame proletaria: vaghe promesse e reali manganellate!
La situazione economica, critica in generale in Italia, acquista dei caratteri di acutezza determinata dal processo di accumulazione capitalistica che per rincorrere la caduta tendenziale del saggio di profitto esclude dalla produzione le industrie meno competitive.
«Nel ’71-’72 si sono ritirati dalla scena industriale mille operatori ed altre 500 aziende sono fallite nel ’74» (La Repubblica 2 aprile) il che equivale da un punto di vista proletario a 300.000 disoccupati. Traducendo i numeri in fatti, questo vuol dire che a Napoli un solo proletario su quattro riesce a portare a casa un salario per sfamare sé e la propria famiglia, gli altri 3 vanno a far parte di quella grande schiera di proletari che il capitale costantemente elimina dalla produzione nei momenti di crisi.
Plaudiamo quindi alla reazione dei disoccupati napoletani che istintivamente hanno scavalcato le pastoie legalitarie, i forse e i domani con cui si sfamano i proletari: non è attraverso giunte di sinistra e appelli al governo che si può commuovere il capitalismo. Questo è uno stato di classe: da una parte gli operai, dall’altra lo Stato del capitale. Diversi sono gli interessi storici e contingenti dell’uno e dell’altro.
L’unico modo per difendere le condizioni di vita dei lavoratori è quello della organizzazione dei disoccupati insieme ai lavoratori occupati in un sindacato di classe che non abbia la funzione, come la CGIL, di arginare le spinte di classe, ma di potenziare con la forza della organizzazione di classe le spinte istintive per la difesa della occupazione con la rivendicazione del salario garantito ai disoccupati.
[RG-2][RG-3] Rapporti integrati delle riunioni di lavoro tenute il 20-21 dicembre ‘75 e il 20-21 marzo 1976
I resoconti scritti dei temi esposti nelle due riunioni hanno già avuto inizio con il numero 16 del giornale. Essi sono: « Fascismo e Resistenza », « Corso dell’economia capitalistica », « Questioni della tattica » e sull’indirizzo dell’azione pratica del Partito che appare sotto il titolo « Al fianco del più umile gruppo di sfruttati … ».
Queste riunioni, che dal 1952 abbiamo denominate di lavoro, per caratterizzare che la vita interna del Partito, a differenza dello squallore individualista democratico, poggia sul lavoro di tutti i suoi militanti e non sul « dibattito politico », hanno sempre costituito il filo della continuità dall’ieri al domani e rappresentano non dei « momenti » della vita organizzativa del partito stesso, ma il suo modo organico e serio di ripresentare le basi programmatiche della Sinistra in questa fase storica di assenza rivoluzionaria. In esse quindi i compagni non sono chiamati a « decidere », ma a fisicamente sgobbare, tant’è che la Sinistra ha soprannominato negri i suoi militanti impegnati in questo sforzo, assimilandoli appunto a quella razza che solitamente viene rappresentata come faticatrice per antonomasia.
[RG-3] Fascismo e Resistenza nella continuità dello Stato borghese Pt.3
FASCISMO, CLASSI MEDIE E AZIONE AUTONOMA DEL PARTITO COMUNISTA
Nella prima parte di questo lavoro, apparsa nei numeri di Febbraio e di Marzo, ci siamo sforzati, risalendo diligentemente ad un testo steso 54 anni fa, di ripresentare nella loro integrità vecchie e valide tesi marxiste su Stato, Governo, Violenza e movimento comunista rivoluzionario, sforzandoci tutte le volte di mostrare l’aderenza col metodo interpretativo e i postulati teorici propri della nostra scuola, il marxismo, delle risoluzioni che la Sinistra dava ai vari problemi e questioni che sorgevano nel movimento proletario quali ad esempio, meridionalismo, critica alla politica borghese, rapporti con altri movimenti politici, ecc.
Si è ricercato una continuità di «correttezza teorica» non certo per far sfoggio di diplomi da primi della classe, ma per raccordare il presente alle lotte e ai bilanci del passato, arcisicuri che una «continuità teorica», che è anche continuità di atteggiamenti e di prassi, sia condizione primordiale della ripresa del pratico movimento di classe del proletariato. Niente di nuovo quindi, si tratta del «filo rosso» da non smarrire, impresa notevole in quest’era grondante di conformismo, di legalitarismo, di fascismo cioè.
Riallacciati brevemente al lavoro fin qui svolto e al metodo di questa ricerca si continua con questa seconda parte nella quale è preso in considerazione il rapporto sul «Fascismo» che la Sinistra tenne al IV congresso dell’Internazionale, novembre 1922. Due sono le tesi da demolire: una, quella che vede il fascismo generato dagli esecrati ceti retrivi (punto sul quale ci siamo già soffermati nel mostrare la modernità da un punto di vista borghese dello Stato italiano e dei rapporti sociali e di classe sui quali poggiava; tant’è che la partenza dalle campagne del fascismo deve attribuirsi alle logiche ragioni tecniche di battere l’avversario nel suo punto più debole); due, l’interpretazione del movimento fascista come l’apparire della piccola borghesia e dei ceti medi protagonisti storici e non più solo comprimari che si accodano ora alla borghesia ora al proletariato secondo la forza dei contendenti.
Questo ultimo punto in definitiva avrebbe contraddetto tutti i fatti storici fin allora successi e l’interpretazione datane del marxismo, il quale di fronte al ’48 europeo, che vide per la prima volta il proletariato scendere in piazza come classe autonoma, codificò una volta per tutte la funzione storica della piccola borghesia (mezzana sempre pronta a vendersi per un pugno di denari al probabile vincitore), e per converso l’atteggiamento nei suoi confronti del partito politico del proletariato – unica classe conseguentemente rivoluzionaria – che nella sua lotta anticapitalista deve terrorizzare e neutralizzare l’azione di questi strati sociali sterili altrimenti manovrati dal capitale in funzione controrivoluzionaria. È in questo senso che il fascismo rimane ad oggi l’espressione più cruda e inimitata.
Non era quello un giudizio contingente ma storico, per date aree e paesi.
Ben altrimenti, la Sinistra negò che il fascismo fosse qualcosa di diverso da un attacco borghese al proletariato, alle sue organizzazioni di classe ed al suo partito politico; la mobilitazione delle classi medie non costituiva infatti l’elemento capace di far pendere la bilancia dello scontro di classe da una parte che non fosse né quella proletaria né quella borghese. Si trattò infatti di una mobilitazione da parte e a beneficio della grande borghesia che le sciocche classi medie scambiarono da principio coll’avvento di una loro funzione storica autonoma e decisiva, quasi d’arbitrio, nel conflitto tradizionale fra capitalismo e proletariato rivoluzionario.
Il fascismo, concentratore di tutte le forze antiproletarie a difesa dell’antico fortilizio del capitalismo trova così i suoi effettivi in tutta una gamma di elementi sociali messi in moto dal grande svolgimento bellico.
Ed è qui il nodo da sciogliere per spiegare il disegno storico attuato in campo sociale dal fascismo che ben seguì e sviluppò la politica democratica: corteggiare corrompere e stimolare i ceti intermedi, che usati in un primo tempo come carne da cannone, è la sorte dei mercenari, vengono poi manovrati come «vano cemento tra le due vitali avverse classi storiche», la borghese e la proletaria. Interclassismo e collaborazionismo fra le classi, dal sottoproletariato alla borghesia, realizzato colla forza e colla demagogia propria delle mezze classi sgonfione, ecco i caratteri indelebili del fascismo, «stimmata che caratterizza la fase contemporanea».
Fascismo risorgente? La domanda è ridicola, non può risorgere perché mai è morto, la bestia sconfitta in campo militare ha stravinto in campo sociale e come metodo di conduzione della macchina statale «… La guerra è stata perduta dall’antifascismo proprio in quanto da tutte le parti, e soprattutto su ordine dello Stato di polizia del Cremlino, la menzogna democratica viene corteggiata nella sua forma più funesta: la sollecitudine dei ceti intermedi a cui grandi Stati mostruosi superindustriali si dedicano a gara, emulativa si intende. Quale altra fu la tentata formula storico-sociale del fascismo?».
Ma ritorniamo agli anni venti; è nota la risposta dell’Internazionale davanti al fascismo e alla ben delimitata tattica del PC d’I il quale senza nulla concedere alle omelie democratiche opponeva fieramente a dittatura nera quella rossa. L’Internazionale, Zinovieff in testa, e la destra del Partito volevano che questi diventasse l’ala sinistra di uno schieramento antifascista prima tappa per slanciarsi poi contro le libertà borghesi. Si trattava né più né meno della direttiva di blocco con tutti gli antifascisti, di un tendere la mano del generoso proletariato alla merda delle mezze classi con il loro bagaglio di illusioni e di sciocchezze, lo stesso insomma ignobile strato sociale da cui erano uscite le marionette dei ras e dei centurioni fascisti.
Il fatale errore era alimentato dalla crisi economica che oltre a schiacciare il proletariato stritolava e proletarizzava i ceti medi (è questo e da sempre l’unico modo per il capitalismo di superare i suoi periodi di crisi), ceti medi che si volsero delusi verso il regime mussoliniano che con le sue misure legislative «accelerava» lo storico rimedio.
Insomma, sarebbero esistite le condizioni per le quali il proletariato poteva finalmente assurgere a classe nazionale e trascinare quegli oscillanti ed esitanti strati sociali in una rivoluzione che, scherzo della storia, si era trasformata da proletaria a popolare; il segno della riscossa era, si noti bene, dato dagli stessi ceti medi che avevano un momento prima alimentato la reazione fascista.
Gli stessi fronti antifascisti, le rivoluzioni popolari, ecc., formule ammuffite che anch’oggi ci rimbalzano negli orecchi gridate da rivoluzionari da operetta!
Ma passiamo oltre e cerchiamo di ristabilire, col nostro tradizionale metodo di allineare citazioni dei nostri classici testi, inquadrate in una visione materialistica organica e dialettica la giusta linea tattica da seguire.
La questione da riaffermare è che l’alleanza del proletariato con altri strati sociali non è un problema metafisico da risolvere pertanto in maniera dogmatica, tipo «niente alleanze e coalizioni né oggi né mai», ma in modo dialettico con lo studio scientifico della realtà sociale in cui le varie classi si scontrano e del ruolo rivoluzionario o no di queste; comunque qualsiasi alleanza, o meglio «appoggio» del proletariato ad altri strati sociali è necessariamente subordinato all’indipendenza del partito e all’interesse generale del movimento, questo fin dai tempi del «Manifesto», quando il proletariato europeo appoggiava ancora la lotta antifeudale della borghesia.
Non si recide pertanto il nodo se non si stabilisce antecedentemente quali sono gli obiettivi storici del proletariato in considerazione dei rapporti di classe esistenti; es.: si tratta del traguardo dell’abbattimento della proprietà feudale e del costituirsi delle moderne nazioni o dell’emancipazione del lavoro dal capitale? Primo caso, la strada si percorre insieme a borghesia e piccola borghesia, secondo caso solo il proletariato aspira a tanto proprio perché unico nullatenente, e un giorno si scontrerà col blocco compatto di tutti gli altri, dal capitano d’industria, al prete, al bottegaio.
Questo, semplificato al massimo, il caso generale e teorico. Caso pratico della lotta al regime mussoliniano: esiste un antifascismo delle classi medie con il quale allineare le truppe proletarie? Ritornando alle lotte passate di quegli anni abbiamo una vicenda che fa al caso nostro e può aiutarci a tracciare la risposta: l’Aventino. I fatti sono noti, dopo l’assassinio del deputato riformista Matteotti, il parlamento tutto «insorse», fu abbandonata la squallida aula e il carrozzone, fascisti esclusi, si trasferì all’Aventino appunto, dove si diede inizio ad un fitto lancio di sterili condanne morali. Prese parte alla fuga anche il PC d’I, in quel momento diretto dai centristi ai quali si dovè, fra l’altro, la proposta dell’Antiparlamento. Sotto la pressione di tutto il Partito, ancora compatto sulle posizioni originarie della Sinistra, si ebbe il rientro solitario nel Parlamento del gruppo parlamentare comunista anticipato dalla coraggiosa sortita di Repossi e la sua altrettanto famosa dichiarazione, uno degli ultimi esempi di parlamentarismo rivoluzionario, alla Lenin per intenderci, e sono passati più di cinquant’anni …
Cosa era successo? Semplice, l’antifascismo socialdemocratico borghese e piccolo-borghese non vede e non arriva più in là del costituzionalismo e rinchiude la sua azione, necessariamente, nei limiti posti dalla sopravvivenza del regime borghese e non può, inevitabilmente, che mettere all’indice l’azione antilegalitaria delle masse, che potrebbe ribaltare le sacre istituzioni.
Ecco che avviene il ricongiungimento, tante volte da noi anticipato, fra il fascismo e tutti gli altri, noi felicemente esclusi; tutti aspirano all’ordine al regolare e benedetto sfruttamento capitalistico: ricongiungimento certo non di persone, non siamo così ingenui, ma di indirizzi di metodi di governo.
Ma non ci stanchiamo di ribattere sempre sulle stesse cose, di prendere a piene mani dal «passato»: V congresso dell’Internazionale, giugno 1924: «… Quali sono oggi i rapporti fra fascismo e classi medie? Tutta una serie di fatti mostrano che queste sono deluse. All’inizio, esse vedevano nel fascismo il loro proprio movimento e l’alba di una nuova epoca storica. Credevano che il tempo della dominazione della grande borghesia e dei suoi capi politici fosse finito, senza che quello della dittatura del proletariato – la rivoluzione bolscevica che le aveva fatte tremare nel 1919 e nel 1920 – fosse ancora venuto. Credevano che la dominazione delle classi medie, di quelle che avevano fatto la guerra e riportato la vittoria, fosse per instaurarsi; s’immaginavano di poter creare una potente organizzazione per prendere in mano la direzione dello Stato. Volevano praticare una politica autonoma per difendere i loro interessi, una politica diretta contemporaneamente contro la dittatura capitalistica e contro la dittatura proletaria. Il fallimento di questo programma è provato dalle misure del governo fascista che colpiscono duramente non solo il proletariato, ma anche le classi medie che si immaginavano di aver instaurato il loro proprio potere; la loro propria dittatura e che si erano lasciate trascinare a delle manifestazioni contro il vecchio apparato di dominazione borghese che credevano abbattuto grazie alla rivoluzione fascista. Le misure governative del fascismo mostrano che è al servizio della grande borghesia, del capitale industriale, finanziario e commerciale e che il suo potere è diretto contro gli interessi di tutte le altre classi …».
«… Benché sia difficile definire e classificare i diversi gruppi di opposizione, si può tracciare una demarcazione assai netta fra lo stato d’animo del proletariato e quello della classe media.
Il proletariato è anti-fascista per coscienza di classe. Vede nella lotta contro il fascismo una grande battaglia destinata a ribadire radicalmente la situazione ed a rimpiazzare la dittatura del fascismo con la dittatura rivoluzionaria. Il proletariato vuole la sua rivincita, non nel senso banale e sentimentale del termine, ma nel senso storico. Il proletariato rivoluzionario comprende d’istinto che al rafforzamento e al predominio della reazione, occorre rispondere con una controffensiva delle forze d’opposizione; sente che lo stato di cose attuali non potrà essere cambiato radicalmente che con un nuovo periodo di lotte e, in caso di vittoria, con l’aiuto della dittatura proletaria. Attende questo momento per rendere all’avversario di classe, con un’energia duplicata dall’esperienza fatta, i colpi che oggi questi gli fa subire.
L’antifascismo delle classi medie ha un carattere meno attivo. Si tratta è vero, di una forte e sincera opposizione, ma questo non impedisce che questa opposizione sia fondata su un orientamento pacifista; si vorrebbe con tutto cuore ristabilire in Italia una vita politica normale, con piene libertà di opinione e di discussione … ma senza colpi di bastone, senza l’impiego della violenza. Tutto deve ritornare alla normalità, i fascisti come i comunisti devono avere il diritto di professare i loro convincimenti. Tale è l’illusione degli strati medi che aspirano ad un certo equilibrio delle forze e alla libertà democratica.
Fra questi due stati d’animo che nascono dal malcontento suscitato dal fascismo, occorre fare una netta distinzione, perché il secondo presenta per una nostra azione delle difficoltà che non bisogna sottovalutare …».
Ecco la vera preoccupazione della Sinistra davanti alle bande nere, quella di non riuscire a tracciare una netta linea di demarcazione fra la nostra azione comunista e classista e quella dell’indefinita opposizione piccolo-borghese al fascismo, di non riuscire ad arginare l’ondata bloccarda, inevitabile se non si fosse scolpita in modo inequivocabile una intransigente tattica di chiusura del Partito verso tutti gli altri raggruppamenti di opposizione al regime.
Poche parole bastano a definirla: il valore dell’isolamento, titolo emblematico di una serie di nostri articoli, che significava l’attaccamento più completo del Partito ai suoi principi, agli scopi generali del movimento, dai quali solo avrebbe dovuto, e deve ancor oggi, organicamente discendere la tattica comunista e l’atteggiamento proletario verso l’azione di altri strati sociali.
La crisi della piccola borghesia, disillusa dal fascismo e in dissesto, fornisce potenziali soldati per ingrossare l’armata proletaria che fin dall’inizio ha assaggiato la frusta e la reazione statale e fascista, come del resto così è stato tutte le volte che è scesa in piazza per dare la scalata al cielo: Bene, benissimo, ma compito del Partito politico della classe lavoratrice è che con gli eventuali nuovi arrivati precipitati volenti o no nel proletariato, non si perda in omogeneità ed indirizzo politico, che la meta del moto di classe sia la stessa di prima, l’abbattimento del sistema capitalistico, che sia cioè mantenuto fermo l’indirizzo comunista.
La ripresa del moto di classe non sarà pertanto segnata dalla disponibilità antifascista di altri strati in disgregazione ma dalla capacità del proletariato e del suo Partito politico di camminare per un lungo tratto da soli, di non lasciarsi attrarre dalle illusioni democratiche, di non diluire il movimento classista e comunista nell’indefinito movimento popolare altrimenti sarà la … Resistenza.
Ecco la lezione indigesta da trarre da quelle lotte passate, mantenere e difendere e rafforzare l’indipendenza e l’autonomia del Partito, del suo indirizzo e programma; ecco l’ipoteca, l’unica ipoteca, sulla certezza del futuro rivoluzionario del proletariato mondiale.
IV Congresso dell’Internazionale Comunista - Rapporto della Sinistra
A chiusura del lavoro fin qui svolto diamo qui di seguito questa citazione sulle «cause» dello svilupparsi e dell’affermarsi del Fascismo in cui si demoliscono le tesi che lo volevano prodotto della reazione agraria o da un movimento autonomo delle classi medie.
«Come dobbiamo spiegarci, in base a questi dati, il movimento fascista? È un movimento puramente agrario? Questa è l’ultima cosa che noi volevamo dire quando affermammo che il movimento era nato prevalentemente nelle campagne; non si può considerare il fascismo come il movimento indipendente di una singola parte della borghesia, come l’organizzazione degli interessi agrari in contrasto con quelli dei capitalisti industriali. Del resto, il fascismo ha creato la sua organizzazione ad un tempo politica e militare nelle grandi città, anche in quelle provincie in cui limitò la sua azione alle campagne. Abbiamo visto che alla Camera, quando il fascismo, in seguito alle elezioni del 1921 ottenne una frazione parlamentare, si formò, indipendentemente da esso, un partito agrario. Nel corso degli avvenimenti successivi, abbiamo visto che gli imprenditori industriali appoggiavano il movimento fascista. Decisiva per la nuova situazione è stata negli ultimissimi tempi una dichiarazione della Confederazione Generale dell’Industria, che si pronunciava a favore dell’incarico a Mussolini per la formazione del nuovo gabinetto.
Ma un fenomeno ancor più interessante, sotto questo profilo, è quello del movimento sindacale fascista. Come si è già detto, i fascisti approfittarono del fatto che i socialisti non avevano mai avuto una loro politica agraria, e che certi elementi delle campagne, non direttamente appartenenti al proletariato, avevano interessi divergenti da quelli rappresentati dai socialisti. Il fascismo dovette utilizzare tutti i mezzi della violenza più selvaggia e brutale, ma seppe anche unire questi mezzi all’impiego della più cinica demagogia, e creare, con i contadini e perfino con salariati agricoli, delle organizzazioni di classe. In un certo senso, prese addirittura posizione contro i proprietari fondiari.
Si sono avuti esempi di lotte sindacali dirette da fascisti, che mostravano una grande somiglianza con i metodi precedentemente seguiti dalle organizzazioni rosse. Noi non possiamo affatto considerare questo movimento, che crea con la costrizione e col terrore un’organizzazione sindacale, come una forma della lotta contro i datori di lavoro, ma d’altra parte non dobbiamo concludere che il fascismo rappresenti in senso proprio un movimento degli imprenditori agricoli.
La realtà è che il movimento fascista è un grande movimento unitario della classe dominante, capace di mettere al proprio servizio, utilizzare e sfruttare, tutti i mezzi, tutti gli interessi parziali e locali di gruppi di datori di lavoro agricoli e industriali.
Il proletariato non aveva saputo affasciarsi in un’organizzazione unitaria per la lotta al fine di conquistare il potere e sacrificare a questo scopo i suoi interessi immediati e particolari; nel momento favorevole non aveva saputo risolvere questo problema.
La borghesia italiana sfruttò questa circostanza per tentare di risolvere da parte sua questo enorme problema. La classe dominante si creò un’organizzazione per la difesa del potere che si trovava nelle sue mani e in questo seguì un piano unitario di offensiva capitalistica, antiproletaria.
Il fascismo creò un’organizzazione sindacale. In quale senso? Forse per guidare la lotta di classe? Giammai! Il fascismo creò un movimento sindacale sotto la parola d’ordine: tutti gli interessi economici hanno il diritto di costituire un sindacato; possono sorgere unioni di operai, contadini, commercianti, capitalisti, grandi proprietari terrieri, ecc.; tutti possono organizzarsi sulla base dello stesso principio: l’azione sindacale di tutte le organizzazioni deve però subordinarsi all’interesse nazionale, alla produzione nazionale, alla gloria nazionale, ecc.
Questa è una collaborazione tra le classi e non lotta di classe. Tutti gli interessi devono essere fusi in una sedicente unità nazionale. Noi sappiamo che cosa significa questa unità nazionale: l’incondizionata conservazione controrivoluzionaria dello Stato borghese e delle sue istituzioni.
La genesi del fascismo deve, secondo noi, essere attribuita a tre fattori principali: lo Stato, la grande borghesia e le classi medie. Il primo di questi fattori è lo Stato. In Italia l’apparato statale ha avuto un ruolo importante nella fondazione del fascismo. Le notizie sulle crisi successive del governo borghese hanno fatto sorgere l’idea che la borghesia avesse un apparato statale così instabile che, per abbatterlo, bastasse un semplice colpo di mano. Le cose non stanno affatto così. La borghesia ha potuto costruire l’organizzazione fascista proprio nella misura in cui il suo apparato statale si rafforzava.
Durante l’immediato periodo postbellico, l’apparato statale attraversa una crisi, la cui causa manifesta fu la smobilitazione: tutti gli elementi che fin allora avevano preso parte alla guerra vengono bruscamente gettati sul mercato del lavoro, e in questo momento critico la macchina statale, che, fino allora, si era occupata di procurare ogni sorta di mezzi ausiliari contro il nemico esterno, deve trasformarsi in un apparato di difesa del potere contro la rivoluzione interna. Si trattava per la borghesia di un problema gigantesco. Essa non poteva risolverlo né dal punto di vista tecnico, né da quello militare mediante una lotta aperta contro il proletariato; doveva risolverlo dal punto di vista politico.
In questo periodo nascono i primi governi postbellici di sinistra; in questo periodo sale al potere la corrente politica di Nitti e Giolitti.
Proprio questa politica ha permesso al fascismo di assicurarsi la vittoria. Bisognava innanzi tutto fare delle concessioni al proletariato; nel momento in cui l’apparato statale aveva bisogno di consolidarsi, comparve in scena il fascismo: è pura demagogia quella del fascismo quando critica questi governi e li accusa di viltà verso i rivoluzionari. In realtà i fascisti sono debitori della possibilità della loro vittoria alle concessioni della politica democratica dei primi ministeri del dopoguerra. Nitti e Giolitti hanno fatto delle concessioni alla classe operaia. Alcune rivendicazioni del Partito Socialista – la smobilitazione, il regime politico, l’amnistia per i disertori – sono state soddisfatte. Queste diverse concessioni miravano a guadagnare tempo per la ricostituzione dell’apparato statale su basi più solide. Fu Nitti a creare la Guardia Regia, un’organizzazione di natura non proprio poliziesca, ma tuttavia di un carattere militare affatto nuovo. Uno dei grossi errori dei socialisti riformisti fu quello di non considerare fondamentale questo problema, che pure avrebbero potuto affrontare da un punto di vista anche solo costituzionale mediante una protesta contro il fatto che lo Stato creasse un secondo esercito. I socialisti non capirono l’importanza della questione, e videro in Nitti un uomo con il quale si sarebbe potuto collaborare in un governo di sinistra. Altra dimostrazione dell’incapacità di questo partito di comprendere il processo della vita politica italiana.
Giolitti completò l’opera di Nitti. Durante il suo Ministero il ministro della guerra Bonomi appoggiò i primi tentativi del fascismo mettendosi a servizio del movimento nascente e degli ufficiali smobilitati, che anche dopo il ritorno alla vita civile, continuavano a ricevere la maggior parte della loro paga. L’apparato statale fu messo in altissimo grado a disposizione dei fascisti, e fornì loro tutto il materiale necessario per la creazione di un esercito.
Al momento dell’occupazione delle fabbriche, il ministero Giolitti capisce molto bene che il proletariato armato si è impadronito delle fabbriche e che il proletariato agricolo nella sua spinta rivoluzionaria si accinge ad impadronirsi della terra, e che sarebbe un errore madornale accettare la lotta prima che l’organizzazione delle forze controrivoluzionarie fosse stata messa a punto.
Il governo, che stava preparando le forze reazionarie destinate un giorno a schiacciare il movimento operaio, poté sfruttare la manovra dei capi traditori della Confederazione Generale del Lavoro, che allora erano membri del Partito socialista. Concedendo la legge sul controllo operaio, che non è mai stata applicata, anzi neppure votata, il governo riesce, in quella situazione critica, a salvare lo Stato borghese.
Il proletariato si era impadronito delle officine e della terra, ma il Partito socialista dimostrò ancora una volta di essere incapace a risolvere il problema dell’unità di azione della classe lavoratrice industriale ed agricola. Questo errore permetterà un giorno alla borghesia di realizzare l’unità controrivoluzionaria, e questa unità la metterà in condizione di battere da una parte gli operai delle fabbriche, dall’altra gli operai delle campagne.
Come si vede lo Stato ha avuto un ruolo di enorme importanza nella genesi del movimento fascista.
Dopo i ministeri Nitti, Giolitti e Bonomi, venne il governo Facta. Questo servì a mascherare la completa libertà di azione del fascismo nella sua avanzata territoriale. Al tempo dello sciopero dell’agosto 1922, scoppiarono tra operai e fascisti, che erano apertamente appoggiati dal governo, serie lotte. Possiamo citare l’esempio di Bari, dove un’intera settimana di scontri non bastò a vincere gli operai che si erano asserragliati nelle loro case della città vecchia e si difendevano con le armi in pugno malgrado il completo spiegamento delle forze fasciste. I fascisti dovettero ritirarsi, lasciando sul terreno molti dei loro. Che cosa fece il governo Facta? Di notte, fece circondare da migliaia di soldati, da centinaia di carabinieri e guardie regie la città vecchia, ordinando l’assedio. Dal porto una torpediniera bombardò le case; mitragliatrici, carri armati e fucili entrarono in azione. Gli operai sorpresi nel sonno vennero sconfitti, la Camera del Lavoro occupata. Esattamente così lo Stato agì dappertutto. Dovunque si notava che il fascismo doveva ritirarsi di fronte agli operai, il potere statale intervenne sparando sugli operai che si difendevano, arrestando e condannando gli operai il cui unico delitto era quello di difendersi, mentre i fascisti, che si erano indubbiamente macchiati di delitti comuni, erano sistematicamente assolti.
Il primo fattore è dunque lo Stato. Il secondo fattore del fascismo è, come ho già detto, la grande borghesia. I capitalisti delle industrie, delle banche, del commercio e i grandi proprietari terrieri, hanno un interesse naturale a che sia fondata un’organizzazione di combattimento che appoggi la loro offensiva contro i lavoratori.
Ma il terzo fattore gioca un ruolo non meno importante nella formazione del potere fascista.
Per creare accanto allo Stato un’organizzazione reazionaria illegale, occorreva arruolare elementi diversi da quelli che l’alta classe dominante poteva fornire dai suoi ranghi. Li si ottenne rivolgendosi a quegli strati delle classi medie che già abbiamo citato, allettandoli con la difesa dei loro interessi. È questo che il fascismo cercò di fare e che, bisogna riconoscerlo, gli è riuscito. Esso ha attinto partigiani negli strati più vicini al proletariato, come fra gli insoddisfatti della guerra, fra tutti i piccolo-borghesi, semi-borghesi, bottegai e mercanti e, soprattutto, tra gli elementi intellettuali della gioventù borghese che, aderendo al fascismo, ritrovano l’energia per riscattarsi moralmente e vestirsi della toga della lotta contro il movimento proletario, e finiscono nel patriottismo e nell’imperialismo italiano più esaltato. Questi elementi apportarono al fascismo un numero notevole di aderenti e gli permisero di organizzarsi militarmente.
Sono questi i tre fattori che consentirono ai nostri avversari di contrapporci un movimento che non ha eguale in rozzezza e brutalità, ma che, bisogna riconoscerlo, dispone di un’organizzazione solida e di capi di grande abilità politica. Il Partito socialista non è mai riuscito a comprendere il significato e l’importanza di questi movimenti nascenti. L’«Avanti!» non ha mai capito nulla di ciò che la borghesia, sfruttando gli errori madornali dei dirigenti operai, andava preparando. Non ha mai voluto nemmeno citare Mussolini, per paura, mettendolo troppo in luce, di fargli pubblicità!
Come si vede, il fascismo non rappresenta una nuova dottrina politica, ma possiede una grande organizzazione politica e militare, e una stampa importante, diretta con molta abilità giornalistica e con molto eclettismo. Non ha idee, non ha programmi, ma, ora che è salito al timone dello Stato, si trova di fronte a problemi concreti ed è costretto a dedicarsi all’organizzazione dell’economia italiana. E nel passaggio dal suo lavoro negativo a quello positivo, malgrado tutte le sue capacità organizzative, mostrerà le sue debolezze.»
«Al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane e lo difende dall'insaziabile ingordigia padronale, ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si ponga sul loro terreno!» Pt.4
Quello che intendiamo svolgere non è semplicemente un resoconto della attività del partito in campo sindacale ma una messa a punto che dimostri il legame di continuità fra l’azione attuale, per quanto limitata, e la tradizione di comportamento del partito nelle lotte proletarie.
Il partito infatti non giudica i risultati della sua azione dai successi o dagli insuccessi immediati, anzi questo fu, secondo tutte le nostre tesi, uno dei tratti della deviazione disastrosa della III Internazionale; sulla via del successo immediato, sulla via dell’espediente per rimanere sempre a galla si distrugge la fisionomia del partito e la sua saldezza di indirizzo e di organizzazione. Il problema tattico si pone per il partito comunista in termini ben diversi da quello di scoprire l’espediente per «essere sempre in molti», dalle mille imbonitrici ricette per attirar gente: si tratta di stabilire continuamente il filo che lega i principi e le finalità del partito all’esame delle situazioni storiche e contingenti le quali non devono mai smentire, per quanto siano molteplici e insospettabili, i cardini fondamentali dell’indirizzo, nella precisa nozione che qualora il verificarsi di una situazione dovesse contraddire le posizioni cardinali del partito, tutto l’indirizzo marxista crolla e la stessa teoria è dimostrata falsa. Di conseguenza il lavoro costante e la costante preoccupazione dell’organismo di partito deve essere a far combaciare i dati del passato con quelli dell’azione presente e con la previsione, da noi sempre rivendicata, della azione futura.
È questa una necessità da cui discende non solo la capacità del partito di mantenere la giusta direzione nelle vicende molteplici e complesse della lotta di classe, ma anche la sua capacità di muoversi in maniera organizzativamente compatta e disciplinata il che per noi non è mai stato il frutto né di «libere scelte» di individui né di imposizioni di vertice, ma della impersonale dittatura su vertici e base dei principi del partito. Abbiamo sempre sostenuto che la disciplina organizzativa è il risultato non di meccanismi speciali, ma della continuità dell’azione sulla base di un filo che da tutti deve essere accettato e che non appartiene a nessun militante singolo, né al partito fisicamente inteso, ma alla tradizione storica di cui il partito attuale è un erede e l’espressione contingente. La disciplina organizzativa per noi è disciplina di tutti, vertice e base, a questo patrimonio impersonale alla luce del quale deve essere valutata l’attività del partito in tutti i campi e senza eccezioni. La disciplina è per noi disciplina all’organizzazione e nell’azione, non è mai stata, né per noi né per l’Internazionale, negazione della facoltà e del dovere di ciascun militante di far riferimento alla tradizione che tutti ci lega. Anzi, è solo il riferimento costante a questa tradizione che permette al partito di correggere anche errori inevitabili dell’azione pratica complessa ed è un fatto altamente positivo il verificarsi all’interno del partito di situazioni di reazione all’imbocco di vie sbagliate che si manifestino in un richiamo per tutti al rispetto del comune patrimonio. In questo senso noi ci appellammo sempre, e non eravamo dei democratici, allo sforzo collettivo del partito nel definire le norme della sua tattica. Non ci scandalizziamo mai del sorgere di tendenze frazionistiche né di indisciplina organizzativa, non ci divertimmo a reprimerle, ma le considerammo sempre un prezioso segnale che qualcosa non va nel lavoro di partito.
Rivendichiamo la tesi che l’errore è proficuo e può servire di preziosa esperienza e di maturazione del partito, tesi che l’Internazionale ebbe il coraggio di impostare per quanto riguarda eventi tragici come l’azione di marzo 1921 in Germania e da cui non fu capace di trarre tutte le lezioni necessarie. Il partito cresce come un organismo vivente, impara e si abilita nell’azione ai compiti che gli stanno di fronte; non ha altro mezzo che l’azione collettiva per apprendere il suo stesso patrimonio teorico, non ha altro mezzo per costruire la sua salda gerarchia organizzativa. In questo può presentarsi l’«errore», che è positivo nella misura in cui il partito ha saputo mantenere saldo il suo metodo di lavoro e il principio del raccordamento costante fra le sue posizioni di ieri, di oggi e di domani.
Il nostro far precedere il resoconto sull’azione attuale del partito dalla esposizione dell’azione da esso condotta negli anni 1921-22 e dalla esposizione delle sue norme tattiche generali non è dunque per noi uno sfizio intellettuale, ma una necessità pratica, l’unica verifica alla quale vogliamo sottoporre la nostra azione, ben consapevoli che un insuccesso riportato muovendoci su quella linea è molto più positivo di un successo che si ottenga da essa distaccandosi, perché su quella linea sta la vittoria della rivoluzione. O la nostra azione attuale è coerente alla tradizione del comunismo di sempre e della Sinistra, o non lo è. È questo che ci preme determinare ed è anche questo che deve essere la riflessione di ciascun compagno al di sopra e al di fuori dello scontro di opinioni o di posizioni personali.
CARDINI DELLA PREVISIONE DEL PARTITO NEL SECONDO DOPOGUERRA
Nella situazione avversa del II dopoguerra il partito, piccolo, ad effettivi ridotti si è conquistato una tradizione di lavoro sindacale e di azione all’interno dei sindacati tricolori nella migliore tradizione del comunismo di Lenin. Questo lavoro è stato possibile perché il partito ha identificato chiaramente le caratteristiche fondamentali della ripresa della lotta di classe.
La ripresa di classe avverrà sul terreno della lotta per la difesa del pane quotidiano e segnerà la rinascita di organismi economici a tipo sindacale, cioè adatti alla conduzione di questa lotta. La storia non ha conosciuto, né conoscerà altra forma di aggregazione del proletariato che quella contenuta nella nostra classica piramide: l’organismo economico di difesa quotidiana a milioni di effettivi di operai; l’organizzazione armata del proletariato per la conquista del potere nelle fasi in cui la lotta di classe raggiunge il culmine della guerra civile; il partito come unico organo della coscienza proletaria.
Le nostre tesi caratteristiche del 1952 affermano:
punto 9: «Gli eventi, non la volontà o la decisione degli uomini, determinano così anche il settore di penetrazione nelle grandi masse, limitandolo ad un piccolo angolo dell’attività complessiva. Tuttavia il partito non perde occasione per entrare in ogni frattura, in ogni spiraglio, sapendo bene che non si avrà la ripresa se non dopo che questo settore si sarà grandemente ampliato e divenuto dominante».
punto 10: «L’accelerazione del processo deriva oltre che dalle cause sociali profonde delle crisi storiche, dall’opera di proselitismo e di propaganda con i ridotti mezzi a disposizione. Il partito esclude assolutamente che si possa stimolare il processo con risorse, manovre, espedienti che facciano leva su quei gruppi, quadri, gerarchie che usurpano il nome di proletari, socialisti e comunisti… Per accelerare la ripresa di classe non sussistono ricette bell’e pronte. Per fare ascoltare ai proletari la voce di classe non esistono manovre ed espedienti, che come tali non farebbero apparire il partito quale è veramente, ma un travisamento della sua funzione, a deterioramento e pregiudizio della effettiva ripresa del movimento rivoluzionario, che si basa sulla reale maturità dei fatti e del corrispondente adeguamento del partito, abilitato a questa soltanto dalla sua inflessibilità dottrinaria e politica».
punto 11: «Il partito non sottace che in fasi di ripresa non si rinforzerà in modo autonomo, se non sorgerà una forma di associazionismo economico sindacale delle masse. Il sindacato, sebbene non sia mai stato libero da influenze di classi nemiche e abbia funzionato da veicolo a continue e profonde deviazioni e deformazioni, sebbene non sia uno specifico strumento rivoluzionario, tuttavia è oggetto di interessamento del partito, il quale non rinuncia volontariamente a lavorarvi dentro, distinguendosi nettamente da tutti gli altri raggruppamenti politici. Il partito riconosce che oggi può fare solo in modo sporadico opera di lavoro sindacale, e dal momento che il concreto rapporto numerico tra i suoi membri, i simpatizzanti, e gli organizzati in un dato corpo sindacale risulti apprezzabile e tale organismo sia tale da non avere esclusa l’ultima possibilità di attività virtuale e statutaria autonoma classista, il partito esplicherà la penetrazione e tenterà la conquista della direzione di esso».
Le tesi indicano una sola prospettiva: la ripresa della lotta di classe farà risorgere il tessuto associativo economico delle masse, in seno al quale il partito combatterà per rafforzarsi in modo autonomo, in aperto combattimento contro tutte le altre formulazioni politiche anche proletarie, anche «rivoluzionarie». Alla fine di questo processo di ripresa ci sarà la prospettiva che sognavamo nel 1921 e che lavorammo a realizzare: «Alla vigilia della rivoluzione gli organismi sindacali sono uniti e alla testa di essi sta l’unico partito comunista» avendo debellato nel corso della lotta gli indirizzi spuri e inconseguenti ed avendo l’esperienza mostrato ai proletari che solo i metodi comunisti sono capaci di condurli alla emancipazione. E ancora, a più precisa conferma:
punto 6, parte II: «Mentre considera il sindacato organo insufficiente da solo alla rivoluzione, lo considera però organo indispensabile per la mobilitazione della classe sul piano politico rivoluzionario, attuata con la presenza e la penetrazione del partito comunista nelle organizzazioni economiche di classe. Nelle difficili fasi che presenta il formarsi delle associazioni economiche, si considerano come quelle che si prestano all’opera del partito le associazioni che comprendono solo proletari e a cui gli stessi aderiscono spontaneamente ma senza l’obbligo di professare date opinioni politiche religiose e sociali. Tale carattere si perde nelle organizzazioni confessionali e coatte o divenute parti integranti dell’apparato di Stato».
punto 7: «Il partito non adotta mai il metodo di formare organizzazioni economiche parziali comprendenti soli lavoratori che accettano i principi e la direzione del partito comunista. Ma il partito riconosce senza riserve che non solo la situazione che precede la lotta insurrezionale ma anche ogni fase di deciso incremento della influenza del partito fra le masse non può delinearsi senza che tra il partito e la classe si stenda lo strato di organizzazioni a fine economico immediato e con alta partecipazione numerica, in seno alle quali vi sia una rete emanante dal partito (nuclei, gruppi e frazione comunista sindacale). Compito del partito nei periodi sfavorevoli e di passività della classe proletaria è di prevedere le forme e incoraggiare l’apparizione delle organizzazioni a fine economico per la lotta immediata, che nell’avvenire potranno assumere anche aspetti del tutto nuovi, dopo i tipi ben noti di lega di mestiere, sindacato di industria, consigli di azienda e così via. Il partito incoraggia sempre le forme di organizzazione che facilitano il contatto e la comune azione tra lavoratori di varie località e di varia specialità professionale, respingendo le forme chiuse».
Il partito dunque non tiene, nelle fasi sfavorevoli della lotta, un atteggiamento passivo o di attesa. Pur sapendo che la ripresa non può essere determinata dalla sua volontà soggettiva esso agisce in ogni momento, anche nel peggiore, con la previsione e soprattutto con l’incoraggiamento e l’attività in tutte le manifestazioni proletarie che tendono ad opporre anche un minimo argine allo strapotere capitalistico. Il partito incoraggia l’apparire delle organizzazioni a fine economico per la lotta immediata, lavora a rafforzarle, ad estenderle, a difenderle in lotta con tutte le altre forze che tenderebbero a soffocarle. Il partito non attende che la ripresa di classe sia giunta ad un livello generale per portare in essa il verbo rivoluzionario, incoraggia, difende e favorisce tutti i germi di ripresa anche minimi, anche limitati. Questa visione che la fa finita una volta per sempre con il cosiddetto partito storico contrapposto al partito formale deriva dalla nostra visione del partito che le tesi rigorosamente riassumono:
punto 4: «Compiti ugualmente necessari del partito prima durante e dopo la lotta armata per il potere sono la difesa e diffusione della teoria del movimento, la difesa e il rafforzamento dell’organizzazione interna col proselitismo, la propaganda della teoria e del programma comunista, e la costante attività nelle file del proletariato ovunque questo è spinto dalle necessità e determinazioni economiche alla lotta per i suoi interessi».
punto 5: «Come quindi è respinta ogni concezione di azione individuale o di azione di una massa non legata da preciso tessuto organizzativo, così lo è quella del partito come raggruppamento di sapienti di illuminanti o di coscienti, per essere sostituita da quella di un tessuto e di un sistema che nel seno della classe proletaria ha organicamente la funzione di esplicarne il compito rivoluzionario in tutti i suoi aspetti e in tutte le complesse fasi».
punto 8: «Nel succedersi delle situazioni storiche, il partito si tiene lontano quindi: dalla visione idealista e utopista che affida il miglioramento sociale ad una unione di eletti di coscienti di apostoli o di eroi – dalla visione liberataria che lo affida alla rivolta di individui o di folla senza organizzazione – dalla visione sindacalista o economista che lo affida all’azione di organismi economici ed apolitici, sia o non accompagnata dalla predicazione dell’uso della violenza – dalla visione volontarista e settaria che, prescindendo dal reale processo deterministico per cui la ribellione di classe sorge da reazioni ed atti che precedono di gran lunga la coscienza teorica e la stessa chiara volontà, vuole un piccolo partito di élite che o si circonda di sindacati estremisti che sono un suo doppione, o cade nell’errore di isolarsi dalla rete associativa economico sindacale del proletariato. Tale ultimo errore di «ka-a-pe-di-sti» germanici e tribunisti olandesi fu sempre combattuto in seno alla III Internazionale della Sinistra italiana».
È in questo slancio combattivo che ha sempre contraddistinto il nostro partito che le tesi del 1965 riconobbero il successo conseguito dalla piccola organizzazione nell’azione sindacale:
«Il partito riconobbe ben presto che, anche in una situazione estremamente sfavorevole ed anche nei luoghi in cui la sterilità di questa è massima, va scongiurato il pericolo di concepire il movimento come una mera attività di stampa propagandistica e di proselitismo politico. La vita del partito si deve integrare ovunque e sempre e senza eccezioni in uno sforzo incessante di inserirsi nella vita delle masse ed anche nelle sue manifestazioni influenzate dalle direttive contrastanti con le nostre. È antica tesi del marxismo di sinistra che si deve accettare di lavorare nei sindacati di destra ove gli operai sono presenti, ed il partito aborre delle posizioni individualistiche di chi mostri di sdegnare di metter piede in questi ambienti giungendo perfino a teorizzare la rottura dei pochi e flebili scioperi a cui i sindacati odierni si spingono. In molte regioni il partito ha ormai dietro di sé un’attività notevole in questo senso, sebbene debba sempre affrontare difficoltà gravi e forze contrarie, superiori, almeno statisticamente. È importante stabilire che, anche dove questo lavoro non ha ancora raggiunto un apprezzabile avvio, va respinta la posizione per cui il piccolo partito si riduca a circoli chiusi senza collegamento con l’esterno, o limitati a cercare adesioni nel solo mondo delle opinioni, che per il marxista è un mondo falso quando non sia trattato come sovrastruttura del mondo dei conflitti economici».
LETTURA SEMPLICE E COERENTE DELLA NOSTRA PROSPETTIVA DEL 1952
In pochi punti riassumiamo ciò che le Tesi dicono chiaramente riguardo al modo in cui la ripresa della lotta di classe si delineerà e si svolgerà. Ce n’è purtroppo bisogno, perché va aumentando la trista schiera di coloro che amano «richiamarsi» alla Sinistra Comunista ed al Partito Comunista Internazionale con l’unico scopo di svendere il patrimonio della Sinistra, mercanteggiandolo con gruppi e strati che mai nulla hanno avuto a che fare né con il marxismo né con la rivoluzione e che mai si troveranno sulla strada di essa. Le Tesi dicono anche al peggior sordo che non voglia sentire:
I) La ripresa della lotta di classe non dipende dalla soggettiva volontà di uomini o di gruppi, ma dalla maturità dei fatti sociali collegati al lavoro del partito, coerente intorno ad un inflessibile indirizzo. Non siamo a scervellarci nel trovare espedienti che «facciano muovere» il proletariato. Il proletariato sarà costretto a muoversi. Il punto cruciale è se nel suo muoversi troverà sulla sua strada un inflessibile indirizzo di partito marxista o se, invece, dovrà scivolare ancora una volta sulla materia scivolosa formata dal miscuglio di programmi, prospettive, ideucce ed espedienti, materia che, in termini propri, non può chiamarsi che merda.
II) La ripresa sarà segnata dal ritorno del proletariato a difendere la sua vita fisica, le sue condizioni di vita e di lavoro e perciò dal risorgere della rete associativa economica di classe; rete sindacale? Certamente, anche se potrà assumere forme del tutto nuove rispetto alle forme sindacali storicamente conosciute. Ma senza il risorgere di questa rete associativa economica del proletariato, senza il risorgere del sindacato di classe, non solo non ci sarà ripresa della lotta di classe, ma neanche terreno sufficiente al rafforzamento del partito sulle sue autonome basi.
III) Il partito si contrappone frontalmente, sempre e dovunque, a tutti gli altri movimenti politici sedicenti rivoluzionari che usurpano il nome di socialisti e comunisti, rifugge da ogni intesa con essi anche sul terreno contingente, li addita come ostacoli sulla via della ripresa proletaria. Incoraggia invece e sostiene l’azione del proletariato sul terreno economico e la ricostituzione degli organismi economici proletari, ben sapendo che per condurre la sua azione di incoraggiamento, sostegno, influenzamento in senso comunista dei movimenti operai economici deve battersi aspramente, perché li troverà sul lato opposto della barricata, a soffocare ed a deviare lo slancio proletario sul terreno economico, contro tutti gli pseudo rivoluzionari di oggi e di domani alleati e figli legittimi dell’opportunismo tradizionale. In parole povere siamo frontalmente opposti non solo al P.C.I., ma a tutti i suoi manutengoli di falsa sinistra; siamo a fianco di qualsiasi gruppo anche limitato di proletari che si ponga sul terreno della difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro, anzi siamo con gli operai dovunque si muovano proprio perché ed in quanto siamo nemici giurati di tutte le false «sinistre rivoluzionarie» che, con la loro opera e le loro sconnesse prospettive, intralciano, per quanto possono, la ripresa della lotta di classe. La nostra opera di incoraggiamento e di sostegno alla ripresa della lotta proletaria sul terreno economico, dalla quale ci aspettiamo il nostro rafforzamento organizzativo e il ristabilirsi dei mille canali che devono legare il partito alla classe, è inscindibile dalla aperta denuncia di tutti questi movimenti, dall’indicazione ai proletari del campo a cui tutti appartengono: il campo opportunista.
Così vedevamo la prospettiva nel 1952. Così la vediamo oggi!
Il vero nemico è lo Stato
In una amena «pièce» televisiva il saltimbanco Almirante ha ribadito la tesi, che per la verità è soltanto nostra, secondo la quale al «fascismo storico» è seguito (e vige) il regime «post-fascista». Quando abbiamo sostenuto negli anni ’20 che il fallimento della rivoluzione comunista avrebbe dato vita alla specie degli «antifascisti», un nemico ancora più schifoso per la classe operaia dei fascisti stessi, fummo presi per matti da legare.
Almirante ha oggi buon gioco a presentarsi come «antifascista di destra» uomo della Resistenza, «nostalgico del futuro» come ama definirsi con grande scandalo e stizza «degli antifascisti di sinistra»; il fatto è che, nonostante tutti i bizantini «distinguo», il saltimbanco e la sua corte siedono perpetuamente nel Parlamento Democratico e Repubblicano, recitano egregiamente in televisione, si permettono il lusso di dimostrare che l’impalcatura statale post-resistenziale, oltre che sull’opportunismo di sinistra, poggia sulle buone e democratiche intenzioni dell’opportunismo della destra nazionale.
Almirante ha citato, a prova di questa tesi, l’appoggio dato dal suo partito in varie occasioni ai partiti di centro, dai voti concessi ai governi Pella, Zoli, Tambroni, fino alle elezioni dei presidenti Gronchi, Segni e Leone.
Tutti sanno, nel clima della cosiddetta «strategia della tensione» che lo Stato democratico e resistenziale si è palleggiato tra i suoi vari organi la disquisizione sul cosiddetto fascismo, ed è giunto alla conclusione (si fa per dire) che non esiste una definizione univoca di questo fenomeno sociale, invocando la legge Scelba del 1952 (ed è bene ricordarlo ai signori del P.C.I.) varata contro i pericoli del «comunismo», contro qualsiasi movimento che per modi e forme riproponesse o si richiamasse al partito di Benito buonanima!
Balza agli occhi di tutti la babele pratica e teorica del regime post-fascista: da una parte si ostenta nelle adunate di piazza una retorica e petulante sicurezza nelle dimostrazioni antifasciste, mentre nel caldo dei salotti e degli studi televisivi si fanno salamelecchi ed inchini, tra l’imbarazzo ed il sussiego dei presunti «capi» «storici» o «teorici» della politica d’alto bordo.
La verità è che si è trascinato il proletariato mondiale in un secondo macello imperialistico e si è preteso da parte degli antifascisti democratici di tutte le tinte e dell’opportunismo di marca staliniana di denominare la guerra come lotta tra la barbarie da una parte, impersonata da Hitler e da Mussolini, e la civiltà dall’altra, incarnata per l’occasione dalle nazioni democratiche dell’occidente capitalistico.
La bussola impazzita dell’opportunismo ha giocato il brutto tiro di far perdere la luna al proletariato, che ha scambiato un nuovo conflitto interimperialistico per una guerra «morale» contro la violenza e la barbarie: gli Stati nazionali divisi in due, forze fasciste da una parte e fronti popolari dall’altra, hanno potuto giocare sul generoso proletariato dando l’impressione che si stesse combattendo per il socialismo, per la difesa di una fortezza assediata, l’URSS ormai da tempo incamminata sul terreno della crescita nazionale e patriottica.
Solo la nostra bussola ha resistito alla tempesta magnetica che sconvolse l’intera terra, restando ancorata alla chiave di lettura della moderna storia della lotta di classe che consiste nel metodo e nella visione del mondo del materialismo storico e dialettico.
Le difficoltà in cui si dibattono o fingono di dibattersi gli studiosi e i capi del campo borghese non è altro che lo specchio fedele dei limiti angusti nei quali si sono cacciati i rapporti di produzione e sociali, una volta che la Patria è stata riconsacrata come il valore al quale genuflettersi ed il socialismo in un solo paese il vitello d’oro al quale sacrificare tutto il sangue proletario.
È così che possono germogliare le interviste alla Renzo De Felice, le contorsioni degli Amendola, e dei Valiani, fino alle sofisticate ed esoteriche alla Axel Kuhn. Quest’ultimo, a puro titolo d’esempio, propone di applicare al fenomeno fascista la cosiddetta «teoria simmachista» secondo la quale né il fascismo è dato dal capitalismo (teoria di autodeterminazione) né da altre cause di ordine diverso (come crisi morale, politica, altrimenti riassunte dal pensiero liberale come teoria di eterodeterminazione). Per lui il capitalismo e fascismo stanno in rapporto di aggiunzione, e cioè in un rapporto che si può esprimere come sommatoria di due fenomeni, l’uno e l’altro complessi…!
Se si pensa che questo Kuhn pretende di essere marxista (non dogmatico, s’intende!) c’è veramente da sbellicarsi dalle risa: nelle sue mani la dialettica si riduce ad un’… aggiunzione!
Ma, come abbiamo sempre giustamente sostenuto, se proprio il campo borghese si trova in difficoltà a spiegarsi i fenomeni sociali che esso stesso produce, affari suoi; ciò è per noi la riprova che la scienza borghese che seppe e si dimostrò capace di conoscere il mondo in tutti i campi, compreso e specialmente quello sociale (non è il caso di citare i Machiavelli, gli Hobbes e via di seguito fino agli illuministi e gli utopisti da Fourier o Owen) non è oggi in grado di vedere al di là del proprio naso, anche se trucemente agguerrita per difendere il suo paradiso terrestre, sempre più gelido, sempre più tentato dal serpente-demonio che le forze produttive capitalistiche evocano specie in fase di crisi.
Ribadiamo così fino alla nausea le nostre tesi sul fascismo, di ieri e di oggi:
- il fascismo non è che una forma di governo che il capitale assume nella fase del suo sviluppo monopolistico e imperialistico.
- Se nel primo dopoguerra ha assunto la forma di fascismo questo non significa affatto che il termine e il partito fascista risolva la tendenza e la necessità urgente per lo Stato del capitale di rafforzare gli ormeggi e passare al contrattacco, se possibile preventivo, contro l’insubordinazione proletaria e contro i suoi assalti alla diligenza.
- Non abbiamo mai sostenuto che una forma di governo borghese vale l’altra; quando abbiamo sostenuto, come riconfermiamo, che il fascismo non si combatte con la democrazia, siamo coerenti con la documentazione storica, obiettiva e scientifica, che il fascismo ha trovato spianata la strada per il suo trionfo dalla «democrazia».
- L’unico sbocco possibile alla tendenza dello Stato capitalistico a rafforzarsi e a rendere più efficiente la sua macchina repressiva è la rivoluzione proletaria e la dittatura del proletariato; il che non significa che in ogni momento è possibile «far la rivoluzione», ma che ogni momento è valido per prepararne le condizioni, come ebbe a ribadire Lenin al delegato francese Frossard.
- Non è stato, secondo l’inconcludente fraseologia parlamentaristica di «destra e di sinistra», che il fascismo, o il «nazismo», siano le ultime forme di governo dello Stato del capitale se affrontate dal punto di vista puramente nominalistico e formale: l’analisi comunista che la Sinistra ha fatto storicamente al contrario dimostra che il fascismo come forma di governo ha avuto come antecedente anti-proletario il governo socialdemocratico dei Noske e degli Scheidemann, presidente di turno il sellaio Ebert.
- È dunque da prevedere ragionevolmente l’azione concentrica, nei confronti del ravvicinarsi della lotta di classe, della tradizionale forma fascista, comunque aggiornata con la forma opportunistica per la repressione del proletariato. L’alleanza tra queste due forme non ha necessariamente bisogno di sanzioni formali; come ricorda Marx, le forze sociali, nel momento della battaglia, non hanno bisogno di accordi formali per giocare un ruolo identico o complementare.
Alla luce di queste tesi si spiega il grottesco, se non fosse immondo e nefasto per la classe operaia, dei partiti nominalmente comunisti di discendenza staliniana che rinunciano ufficialmente alla dittatura proletaria (ultimo arrivato il PCF di Marchais), dopo averla rinnegata nella pratica di 50 anni, dal 1926 in poi, e dei partiti di ascendenza fascista tipo MSI che giurano di non voler sostenere più, né a livello dottrinario, né a livello pratico, la teoria dello Stato totalitario, dichiarandosi «democratici» a tutta prova, perfino e glielo riconosciamo, garanti della costituzione repubblicana. Da che cosa è determinata questa spinta, da apparenti opposte posizioni, verso il centro democratico?
Dopo l’attacco aperto e violento dello Stato borghese, già liberale, in virtù dell’azione concentrica di forze «extralegali» (fasciste) e «legali» (democrazia liberale), in grazia dell’opportunismo socialdemocratico e massimalista, parolaio e inconcludente, di fronte alla pretesa fascista di aver operato una «rivoluzione» capace di aprire una terza via tra liberalismo e comunismo, abbiamo, soli, opposto che l’unica vera possibile moderna rivoluzione è quella comunista. Ieri nel nostro famoso «Roma e Mosca», mettemmo in risalto questa alternativa, oggi allineatasi Mosca a Roma, nella logica dello Stato nazionale, è inevitabile che, sia da «sinistra» che da «destra», si prema verso il centro: ciò corrisponde alla spinta delle forze politiche che rappresentano il capitale, ancorché differenziate e spesso in vergognosa baruffa a causa della concorrenza, a presidiare, in forme sempre più concentrate, lo Stato, la sua macchina repressiva, democratica, amministrativa militare.
La base sociale dei partiti del cosiddetto «arco costituzionale», attorniati da pazzi satelliti gruppettari all’extra-destra o all’extra sinistra, è sostanzialmente la stessa: piccola borghesia allargatasi a macchia d’olio nella fase delle vacche grasse che si vede restringere la propria area durante la carestia determinata dalla crisi economica: prova per noi che sul lavoro salariato si è ingigantita la massa dei parassiti, in sociologia elargiti della denominazione di «terziario».
Oh, sì, sappiamo che l’opportunismo di destra e di sinistra oltre misura dilatati si fanno in quattro per nutrirlo e lusingarlo, proprio perché i parassiti sono parassiti solo per noi, per il proletariato: per borghesi e piccolo-borghesi sono lavoratori produttivi a tutta prova, e, male che vada, lavoratori da riconvertire, da ristrutturare, mai comunque da aizzare contro lo Stato del capitale.
La legge del plusvalore è la sola chiave che permette di discriminare la delimitazione tra classe operaia e contadini poveri e classe borghese sorretta dalle mezze classi. I parassiti di cui parlavamo sono per l’appunto la massa di manovra che permise al fascismo di diventare il partito politico unico di massa della borghesia, con grande scorno dell’opportunismo che ancora oggi non riesce a digerire come il neofascista MSI riesca ad avere masse al suo seguito, al punto da «considerare impolitico» tentare la sua dichiarazione di illegalità.
A questo punto è naturale che il caporione Almirante possa permettersi il lusso di affermare spudoratamente di non volere rappresentare altro (sono sue testuali parole) che lo «spauracchio» nei confronti non tanto del PCI, ma, (e lo ha ben ribadito!) del comunismo, intendendo per esso non il partitaccio, ma l’istintiva paura di quello spettro di cui parla il Manifesto del 1848, di cui la borghesia non potrà costituzionalmente liberarsi, se non la libererà (anch’essa!) la rivoluzione proletaria. Il partito di Almirante è di fatto lo spauracchio che funziona da deterrente e da copertura al baluardo vero che il capitale oppone da sempre al proletariato, e cioè lo Stato.
I proletari imparino dall’avversario più pacchiano e losco: il cosiddetto fascismo, convenzionalmente inteso, come realtà in sé indipendente dallo Stato, è uno spaventapasseri, che una volta conosciuto per tale non può diventare che oggetto di ludibrio da parte degli uccellini al punto da cacarci sopra.
Il nemico vero è lo Stato, democratico o autoritario, e su quello non vale farci pisciatine: per abbatterlo è necessaria la violenza armata e la dittatura di classe del proletariato diretto dal partito comunista. Vale accanirsi contro lo spauracchio ma per far capire al padrone che è ormai inutile nascondersi dietro i bambocci.
Per questo è necessaria la ripresa della lotta di classe virile e irriducibile, altrimenti lo spauracchio continuerà a recitare vilmente nel teatro dei pupi.