Partito Comunista Internazionale

Il Partito Comunista 366

Gaza conferma la necessità di un rinato movimento proletario e comunista in Medioriente

Le incursioni aeree e terrestri di questi giorni su Gaza non fanno che continuare la politica di sempre del governo israeliano contro il popolo della Palestina, ed in particolare contro la classe proletaria. Il governo israeliano torna a colpire il “terrorismo” a Gaza, non con l’obbiettivo della totale distruzione di Hamas, come dicono, ma per utilizzarlo al suo servizio, perché continui a fare il poliziotto a Gaza, come hanno fatto in passato con Al Fatah e con l’Olp. Non li combattono veramente perché sanno che un movimento borghese come quello, ammantato di nazionalismo e religione, meglio ancora se corrotto come Al Fatah, è il miglior bastione contro lo sviluppo di un movimento di classe. Le due borghesie, israeliana e palestinese, hanno questo interesse in comune. Ed i missili lanciati da Gaza tornano sicuramente più utili alla borghesia israeliana, e mondiale, che alla “causa palestinese”.

Proletari palestinesi ed israeliani sono così mantenuti come topi in gabbia nel minuscolo ghetto pietroso fra il Giordano e il mare, ubriacati dalla idolatria patriottica e del sangue, in un cinico e spietato gioco fra i massimi imperialismi.

Nel tempo gli attacchi, le missioni, le campagne hanno avuto nomi diversi ma nulla è cambiato. Due anni fa abbiamo avuto le “colonne di difesa”, prima “piombo fuso”, prima ancora “caldo inverno”, sempre con lo stesso risultato perché lo stesso ne era il fine. Le vittime, come in ogni guerra in ogni parte del mondo, appartengono al proletariato. Muoiono i proletari, gli assassini ne traggono i vantaggi politici attesi, e si arriva ad un cessate il fuoco. I borghesi, tranne poche eccezioni, non soffrono delle conseguenze della guerra, loro impartiscono istruzioni. Ad oggi si contano più di 1000 morti. Queste vittime non sono nulla per Hamas, per Al Fatah o per i governanti d’Israele, sono solo dei numeri da utilizzare nelle trattative diplomatiche.

In Israele, come ancora in molti dei centri del capitalismo, gli strascichi dell’effimero benessere capitalistico, avviato al tramonto, mantengono il proletariato nell’indifferenza e nell’immobilismo, minacciato com’è, in mancanza di organizzazioni sindacali di classe, dalla perdita del lavoro e delle conquiste di cui ha goduto fino a poco tempo fa. Solo con l’ulteriore sviluppo della crisi capitalistica, con la perdita dei vantaggi economici e del cosiddetto stato sociale, vedremo il proletariato d’occidente, e anche ebraico di Israele, sviluppare vere lotte di classe, in unione con il proletariato arabo.

La guerra serve, anche e soprattutto, a evitare la lotta di classe, mantenendo diviso il proletariato, ingabbiandolo nella ideologia controrivoluzionaria della difesa della patria borghese e dell’interesse nazionale.

Anche nella società israeliana assistiamo, da un lato, al sorgere di gruppi di fascisti che, in nome della Grande Israele, portano segni e abbigliamento simili a quelle delle cellule neo-naziste nel mondo e – dialettica della storia – vengono a somigliare a quelli che li volevano sterminare; dall’altro, i gruppi dell’attivismo pacifista mostrano solo l’impotenza e la sterilità di questo movimento, che invoca una impossibile pace fra nazioni mentre è possibile, solo, fermare la guerra capitalista liberando dai ceppi dell’ideologia borghese, nazionalista e religiosa, la guerra fra le classi. Il pacifismo è caduto e cadrà inevitabilmente nel bellicismo, in nome della difesa della democrazia e della pace. Infatti il movimento pacifista, disonestamente, si guarda bene dal pronunciarsi sulla seconda guerra mondiale: solo i comunisti la denunciarono, allora ed oggi, come guerra imperialista su entrambi i fronti, giustificata dal manto ideologico della guerra delle democrazie contro le dittature. E solo il movimento comunista avrà la forza di impedire con la rivoluzione la terza guerra mondiale che, sotto la spinta della crisi, si va preparando, in Ucraina, in Siria, in Palestina e in tanti altri fronti, maggiori e minori, nel mondo.

Lo scontento è intanto esploso a Ramallah, con proteste e movimenti di giovani proletari contro il borghese Al Fatah, in reazione all’uccisione di un ragazzo arabo caduto nelle mani di una cellula fascista di giovani ebrei, e mobilitazioni che hanno scavalcato le leggi ci sono state anche a Gerusalemme Est.Questa è la piega degli avvenimenti che più temono Hamas, Al Fatah ed i borghesi di Israele, nuove organizzazioni sindacali su basi di classe dei proletari, sia palestinesi sia israeliane, opposte alle forze borghesi del nazionalismo israeliano e palestinese, e il diffondersi anche in quel crocevia della storia delle avanguardie dell’unico rinato partito comunista mondiale.

For the Territorial reorganisation of the Working Class

Pioltello (Italy), 8 June, 2014.

When workers set out on the road of class struggle – which is what the workers organised by the SI Cobas at Dielle, at Caat in Turin, at IKEA in Piacenza, at Granarolo in Bologna, at Carrefour, at SDA and in many other battles have done – it soon becomes very apparent that an entire anti-proletarian system has been installed to bring proletarians into submission to capitalist exploitation: the various businesses respond to the struggles with reprisals and sack trade union militants; the regime trade unions support them by trying to break strikes, dividing the workers and organising blacklegs; the bourgeois State sends in its police force to break up the picket lines.

Against all these enemies the workers can count only on their own forces. These forces, when restricted to within one company, may temporarily get the better of their bosses in the odd battle here or there, but they can never achieve victory in the long-term. CLASS UNITY is the way to working-class victory, which starts in the workplace but can only be achieved by breaking out of it, by extending beyond the narrow confines of the firm, and of the sector, and by breaking down the barriers of sex, race and nation, all of which are divisions which only serve capitalism.

UNITY OF THE WORKERS becomes a reality when there is UNITY DURING STRIKES: when workers express solidarity with other sections of workers when they are under attack and take action to support them; at which point a strike is no longer considered a private matter of employees in a particular firm, but rather as a flame to ignite the struggles of more and more workers.

For this to happen there has to an organisation which is fit for purpose, a trade union which can express class demands, a CLASS TRADE UNION. One which:

– puts up an intransigent defence of workers’ interests, that is, which doesn’t subordinate them to either the firm or the national economy (that is, to national and international capitalism);

– doesn’t accept limitations on the use of the strike weapon in exchange for so-called rights (recognition, representation): the bosses only negotiate with a genuine trade union if they are forced to do so; they’d far prefer to sit round the table with their official union accomplices.

In order to develop the unity of wage-earners, whether working or not, the class union must as far as possible be organised not at the level of the workplace or company, but at the territorial level, as in the glorious tradition of the original Camere del Lavoro. A Centre for the Proletariat:

– In which workers meet as members of one class, not as employees of a firm, so they can strengthen the ties of brother/sister hood;

– Which functions as a meeting place for the many workers who work for small companies, the majority in fact, who are isolated from those in the big and medium firms; and also for the ever more numerous unemployed, and thus rekindles their sense of belonging to a class;

– Which becomes the organisational centre for territorial mobilisations of the working class;

– Which becomes point of reference for the many struggles occurring in crisis-hit firms which are today prevented from linking up by the regime trade unions.

– Which promotes the proletarian united front from below through the formation of struggle committees in each firm, which workers can belong to whatever union they are in, and which is tasked with wrenching the leadership of struggles from the regime unions and from the domesticated representative bodies (RSU).

The network created by these territorial structures of the proletarian struggle will form the effective living body of the re-born CLASS UNION.

– LONG LIVE THE STRUGGLE OF THE DIELLE WORKERS!
– FOR THE EXTENSION AND STRENGTHENING OF THE SI COBAS!
– FOR A CENTRE OF THE PROLETARIAT IN PIOLTELLO!
– FOR THE REBIRTH OF THE CLASS UNION!