Roma, sabato 26 ottobre: Per il fronte unico sindacale di classe
Qui il volantino che i nostri compagni hanno diffuso alla manifestazione nazionale del SI Cobas a Roma sabato 26 ottobre.
Il partito è intervenuto ribadendo l’indirizzo dell’unità d’azione del sindacalismo conflittuale e dei lavoratori, affermando inoltre che le operazioni volte ad incastonare il sindacato in fronti unici fra partiti nuociono allo sviluppo del movimento operaio. Tale era il fine della manifestazione romana, che promuoveva un volutamente indefinito Fronte Anticapitalista, a cui i dirigenti del SI Cobas lavorano, con ben scarsi esiti, da diversi anni.
Sia l’andamento dello sciopero generale del giorno prima – promosso da Cub, Sgb, SI Cobas, Adl Cobas e altri minori – sia quello della manifestazione romana sembrano esserne una conferma. Per la prima volta lo sciopero generale promosso dal sindacalismo di base non è andato bene nemmeno nella logistica. Ed anche la manifestazione ha registrano una partecipazione numerica circa 1/3 della analoga dell’anno scorso.
Questo nonostante quest’anno sia stata preceduta da un’assemblea nazionale preparatoria, il 29 settembre a Napoli, in cui è intervenuto un nostro compagno a nome del Coordinamento Lavoratori Autoconvocati per l’Unità della Classe, ribadendo in buona parte i punti contenuti nel volantino che qui segue. Anche questa assemblea ha avuto una partecipazione modesta alla presenza di militanti politici e di comitati interclassisti più che da lavoratori, e quasi del tutto assenti erano militanti di altri sindacati di base.
Il 22 novembre si è invece tenuta a Bologna l’assemblea nazionale dei delegati del SI Cobas per discutere della piattaforma contrattuale del settore logistico: la grande sala del sindacato in questa città era colma di lavoratori forse come mai si era ancora visto.
Una conferma che i lavoratori seguono questo sindacato per ciò che di buono – e non è poco – è riuscito a compiere sul terreno dei loro interessi immediati, sindacali appunto, mentre l’impiego delle sue energie, umane e finanziarie, per un fronte politico è solo controproducente.
Il capitalismo è entrato nella crisi mondiale della sua economia. I padroni e i loro regimi politici di tutti i paesi – qualunque sia l’ideologia con cui cercano di mascherare la loro natura borghese – si adoperano per scaricare gli effetti di questa crisi sulla classe lavoratrice allo scopo di rimandare l’inevitabile crollo catastrofico di questo sistema politico ed economico che già Lenin, un secolo fa, definiva come giunto alla sua fase ultima.
Da anni infatti le condizioni di vita e d’impiego dei lavoratori sono sotto attacco ed in continuo peggioramento. I sindacati di regime (in Italia Cgil, Cisl, Uil e UGL) impediscono l’organizzazione d’ogni reale movimento di lotta difensivo, firmano contratti nazionali ed aziendali sempre a perdere, mantengono le lotte divise per azienda e per categoria, puntano a difendere la produzione e le fabbriche invece dei lavoratori.
Il sindacalismo di base – nato dalla spinta dei lavoratori più combattivi in reazione al definitivo passaggio della Cgil dalla parte dei padroni – da anni è entrato in crisi sia perché buona parte delle sue dirigenze non ha saputo preparare la base degli iscritti alla durezza dello scontro apertosi, dimostrando di non possedere una concezione sindacale davvero di classe, sia perché la maggioranza di esse ha subordinato le necessità fondamentali del movimento di lotta operaia, prima fra tutte l’unità d’azione dei lavoratori, alla guerra condotta ognuna contro le altre.
Il SI Cobas è il solo sindacato di base che negli ultimi anni si è rafforzato, costruendo un agguerrito movimento operaio attraverso una lunga serie di duri scioperi condotti coi metodi dell’autentico sindacalismo di classe. Ma il padronato ed i sindacati di regime sono finora riusciti a tenerlo rinchiuso entro la categoria della logistica – tranne importanti ma ancora esili eccezioni – ed in parte fra i lavoratori immigrati.
Per riuscire ad estendere questo movimento alla maggioranza della classe lavoratrice occorre perseguire la strada dell’ UNITÀ D’AZIONE DEI LAVORATORI E DEL SINDACALISMO CONFLITTUALE:
- portare la forza e la combattività dei lavoratori inquadrati nel SI Cobas a contatto il più possibile con gli altri lavoratori, cercando di farli scioperare sia insieme a quelli ancora mobilitati dai sindacati di regime, per liberarli dal loro controllo, sia a quelli organizzati nel resto del sindacalismo conflittuale, per valorizzarne i gruppi più combattivi e dar loro forza contro l’opportunismo delle dirigenze;
- romuovere e battersi per azioni di lotta unitarie di tutto il sindacalismo conflittuale (sindacati di base ed opposizione in Cgil) quale condizione più favorevole al dispiegamento di scioperi – a livello aziendale, territoriale, di categoria – che riescano ad esprimere il più possibile la forza del movimento dei lavoratori;
- battersi all’interno di ciascuna organizzazione del sindacalismo conflittuale affinché si organizzino coordinamenti unitari per sostenere ogni singola lotta, per intervenire nelle vertenze con l’obiettivo di offrire ai lavoratori un’alternativa pratica, quotidiana, al sindacalismo di regime.
È solo come risultato di un simile lavoro che si può arrivare domani a organizzare un vero sciopero generale.
Il lavoro da compiere oggi è cercare di unire le centinaia di lotte in corso, da quelle contro i licenziamenti per crisi aziendali, tenute isolate dai sindacati collaborazionisti, a quelle contro la repressione padronale che colpisce sempre più lavoratori e militanti sindacali combattivi, a quelle per i rinnovi contrattuali nazionali che coinvolgono milioni di lavoratori, a cominciare proprio da quelli della logistica ai metalmeccanici, ai ferrovieri, agli autoferrotranvieri, al pubblico impiego.
In direzione opposta all’unità d’azione dei lavoratori e del sindacalismo conflittuale va invece il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali nella costruzione di fronti organizzativi di cui facciano parte anche organizzazioni politiche cercando così di creare fronti unici fra partiti e sindacati. Questa operazione non fa che perpetuare ed aggravare la divisione nell’azione del movimento sindacale conflittuale, in quanto ciascuna dirigenza sindacale subordina scioperi e manifestazioni al sostegno del proprio fronte politico.
Il compito dei proletari rivoluzionari, militanti del sindacalismo di classe, è costruire un movimento di lotta sindacale il più unitario e forte possibile ed è su questa base materiale, e lavorando a tale scopo che il partito dovrà dimostrare di essere all’altezza di poter dirigere la classe operaia dalla lotta sindacale alla superiore e necessaria lotta politica rivoluzionaria per abbattere il capitalismo.
Quanto al partito comunista rivoluzionario, esso non può nascere dai fronti unici politici che, assecondando la illusione d’essere più forti perché più numerosi, sono invece costruzioni debolissime, pronte a crollare al primo terremoto sociale e politico, perché, per ottenere un’unità formale, si devono trovare accordi al ribasso e mantenere l’ambiguità delle posizioni. Tutti fattori che portano alla mancanza di chiarezza e quindi all’opportunismo.
L’autentico partito comunista è al contrario frutto di tutto il percorso storico della lotta proletaria internazionale, iniziata ormai quasi due secoli fa, che ne ha definito e selezionato – separando e scartando scuole e correnti – i caratteri teorici, il programma e la tattica, attraverso le lezioni di grandiose battaglie e tragiche sconfitte.
40 giorni di sciopero alla GM
Riportiamo qui la traduzione dell’articolo sullo sciopero dei lavoratori della General Motors dal nostro organo di stampa in lingua inglese “The Communist Party”.
La United Auto Workers of America (UAW), il sindacato di regime che conta 48.000 iscritti fra i lavoratori dell’auto negli Stati Uniti, ha indetto un inusuale sciopero alla General Motors dal 16 settembre al 25 ottobre. Secondo le stime di Wall Street lo sciopero è costato alla GM più di 2 miliardi di dollari. Hanno chiuso 34 impianti di produzione e distribuzione GM in tutti gli Stati e si è anche interrotto il lavoro nelle fabbriche in Messico e in Canada.
La General Motors, che in Nord America produce i marchi Chevrolet, Buick, GMC e Cadillac, è la più grande casa automobilistica del paese.
Le rivendicazioni
È difficile commentare le richieste del sindacato perché non c’era nemmeno una piattaforma, tanto meno una vera discussione in merito fra gli iscritti prima del voto per decidere lo sciopero.
La dirigenza dell’UAW ha cercato di recuperare una legittimità tra i lavoratori dopo una serie di scandali. Ma, come inevitabile per dei sindacati di regime, gli scandali sono continuati e la gestione dello sciopero non ha fatto che aumentare la rabbia contro i dirigenti.
Sulla rivista “Labor Notes” si legge: «Lo sciopero è stato dichiarato improvvisamente, senza nessuna informazione da parte di chi andava alle trattative sui suoi obiettivi. Quando ho visitato il primo giorno il picchetto all’impianto di assemblaggio di Detroit-Hamtramck, i lavoratori non sapevano dire per cosa scioperavano. Ma, cosa notevole, si è venuta a stringere una tacita intesa: la maggior parte dei lavoratori che ho intervistato nelle oltre otto visite ai cancelli ha detto che la loro priorità era “rendere tutti uguali” e “far assumere i lavoratori temporanei”».
Si conferma che i lavoratori sono ben disponibili alla lotta quando percepiscono che si sta combattendo un vero sciopero. Quindi i metodi di lotta sono importanti tanto quanto gli obiettivi. Per questo motivo i comunisti si battono sempre per organizzare dei veri scioperi: senza preavviso, senza termine prefissato, con picchetti per fermare l’entrata e l’uscita delle merci e per dissuadere i crumiri.
La retribuzione dei lavoratori alla GM è suddivisa in una serie di livelli, a seconda dell’anzianità: i più anziani sono pagati di più rispetto a quelli assunti più di recente, una condizione imposta nel 2008 dall’amministrazione “progressista” Obama per il salvataggio della GM da parte del governo. Sempre più la GM sta usando lavoratori precari che non hanno garanzie di lavoro e nessun beneficio.
Negli Stati Uniti l’assistenza sanitaria, notoriamente costosa, è fornita, quando lo è, dal datore di lavoro. Scaglionando le retribuzioni su più livelli e assumendo lavoratori temporanei l’azienda riduce le prestazioni dell’assistenza sanitaria, mettendo i lavoratori in gravi difficoltà.
La corruzione nell’UAW
Il governo federale degli Stati Uniti ha mosso, poco prima dell’indizione dello sciopero, una serie di accuse di corruzione nei confronti di funzionari dell’UAW e di alcuni dirigenti della GM per un giro di tangenti e bustarelle.
Dobbiamo dire che non basta la corruzione dei capi a fare un sindacato di regime, ma i suoi principi, i suoi metodi di lotta, la sua vita interna e tutta la sua storia, dalla sua costituzione in poi alla prova della lotta di classe. Ciononostante casi di corruzione imperante come questi sono congeniali ad un sindacato che da decenni è passato dalla parte dei padroni.
Gruppi di opposizione
Piccole sacche di resistenza interna organizzata ci sono nel sindacato. Ma “uno Stato a monopartito” fu definito lo UAW da un suo funzionario negli anni Cinquanta. Già da allora il sindacato era diventato il partito delle Corporations.
Dal 1990 ci sono state alcune correnti, a sostegno di una linea a favore dei lavoratori, ben organizzate all’interno del sindacato. In particolare il “New Directions Caucus” sembrava avere un certo seguito fino a quando i suoi esponenti non sono stati inglobati nella dirigenza del sindacato. Il “Soldiers of Solidarity” era un movimento di base nel primo decennio del 2000.
Oggi non ci sono gruppi ben organizzati di base. Anche “Solidarity Review” è un gruppo organizzato intorno alla pubblicazione di articoli critici dell’attuale dirigenza, il che è importante ma di fatto non ha un’organizzazione. “Autoworkers Caravan” è un movimento di protesta piuttosto in linea con i “Soldiers of Solidarity”, a maglie larghe e presente soprattutto nei social, ma purtroppo non così organizzato come i gruppi sindacali degli insegnanti che hanno ottenuto molto di più.
Aspetti internazionali
Il Canada e il Messico hanno un ruolo importante nella produzione di automobili in Nord America. Il Messico produce molti dei componenti che sono assemblati negli Stati Uniti, in modo che il prodotto finito possa essere commercializzato come “American made”. La produzione automobilistica canadese è ben integrata nel mercato americano, molto più ampio, con numerosi impianti di produzione e di assemblaggio situati nella zona canadese dell’Ontario, proprio oltre il fiume Windsor di fronte al centro di produzione americana di Detroit, nel Michigan.
Il sindacato “Canadian Auto Workers and American Union” era lo stesso fino al 1985, quando i canadesi si sono divisi a causa della tendenza del sindacato americano a firmare contratti a perdere, spesso a svantaggio degli iscritti canadesi. L’abitudine del sindacato in Usa di ignorare i compagni canadesi è apparsa di nuovo quando non ha accennato ad alcuna mobilitazione in solidarietà con i canadesi in sciopero a gatto selvaggio contro la chiusura di uno stabilimento di assemblaggio della GM a Oshawa, nell’Ontario, che avrebbe eliminato 2.500 posti di lavoro interni e altrettanti nell’indotto che fornisce parti di ricambio, etc. I canadesi hanno ripagato la mancata solidarietà degli statunitensi con la stessa moneta.
Le maquiladoras sono zone economiche speciali in Messico che utilizzano manodopera a basso costo per le industrie statunitensi. A Silao, nel Guanajuato, almeno cinque lavoratori dello stabilimento della GM sono stati licenziati per aver cercato di venire in aiuto agli scioperanti statunitensi organizzando uno sciopero di solidarietà consistente nel rallentare i ritmi contro la pretesa dei padroni, coadiuvati dai sindacati, di incrementarli per sopperire ai cali di produzione delle aziende statunitensi. Avevano anche invitato i lavoratori ad uscire dai corrotti sindacati di regime.
Mancanza di organizzazioni di classe
Il contratto che è scaturito dallo sciopero non ha soddisfatto quanto ci si attendeva nei picchetti. Rimangono i diversi livelli di retribuzione, i contratti a termine sono confermati, maggiori costi e rischi sanitari sono stati scaricati sugli operai. Il contratto è stato accettato con voto segreto dal 57% contro il 43%, risultato questo ottenuto da un certo numero di corruttele, come legare dei bonus all’approvazione del contratto.
Il fallimento dello sciopero è stato ampiamente imputato all’avidità e ai tradimenti perpetrati dai rappresentanti dell’azienda e del sindacato. Questa non è un’analisi corretta. In primo luogo le aziende capitalistiche sono contro i lavoratori non a causa dell’avidità dei padroni, ma perché la concorrenza del mercato impone la necessità di sfruttarli. Lo sfruttamento crescerà sempre di più col progredire della crisi economica globale. In secondo luogo, non è corretto parlare di “tradimento” nel caso dei capi dell’UAW. Questo sindacato e la sua dirigenza, come l’intera AFL-CIO, sono stati per decenni apertamente con i padroni attuando una politica sindacale di collaborazionismo di classe. L’unica classe che la dirigenza dell’UAW potrebbe tradire è la borghesia, cosa che non farà mai. L’atteggiamento dei dirigenti dell’UAW in questo sciopero è solo una conferma della natura di questo sindacato di regime.
Ma questo è solo parte del problema. L’altra è la mancanza di organizzazione dei lavoratori disposti a lottare e dei militanti del sindacalismo di classe, all’interno e all’esterno della struttura dell’UAW. Lo sciopero è fallito perché non c’era nessuna contro-organizzazione a far fronte al padronato e ai sindacalisti venduti. I militanti del sindacalismo di classe devono coordinarsi per mostrare ai lavoratori in lotta che rappresentano una reale alternativa per la lotta e per la possibilità effettiva di una organizzazione unitaria in opposizione al sindacalismo di regime.
Questo “Coordinamento” non può essere costruito su basi partitiche e tanto meno può essere un fronte unico politico – di qualsiasi natura – ma un fronte unito di lavoratori combattivi per il sindacalismo di classe. Per mantenere la propria natura deve essere aperto solo agli operai, agli impiegati e ai disoccupati, non ai membri di altre classi o strati sociali.
Schiaffi e sgambetti nel marasma della Brexit
La compassata Gran Bretagna di un tempo ha perso ultimamente tutto il suo aplomb con la saga della Brexit che, invece di arrivare ad una qualsiasi soluzione, si ingarbuglia sempre più.
L’abbiamo definita un litigio fra borghesi su come restituire “competitività globale” al Regno Unito, soprattutto imponendo peggiori condizioni alla classe operaia. Ma c’è disaccordo, profondo e spesso aspro, su come raggiungere questo obiettivo.
La banda “europeista” sostiene che la produzione britannica dipende dal mercato unico. Ad esempio la BMW di Oxford si affida alla libera importazione “just-in-time” di componenti provenienti dall’Unione Europea. Ma gli europeisti non dicono che la maggior parte di quei prodotti viene importata da paesi “low cost” della UE o ad essa collegati (come la Turchia), il che a sua volta riduce il potere contrattuale dei lavoratori britannici.
Sull’altra sponda i “globalisti” vorrebbero fare di Londra la “Singapore sul Tamigi” o aprire “porti franchi” in posti come Hull, sul Mare del Nord, stracciando tutti gli accordi che (almeno in teoria) impongono condizioni di parità nei commerci in tutta la UE. Infine le imprese i cui interessi gravitano in toto o prevalentemente sul mercato interno avanzano la richiesta del “Prima gli inglesi”, che finisce nello sciovinismo più becero.
La classe operaia inglese è quindi vittima di una lotta tra gli interessi dei capitali nazionali, europei e globali, soprattutto americano. La farsa che si sta svolgendo in Parlamento e nei media riflette questa lotta, ma distorce e oscura deliberatamente le sue ragioni di fondo.
La nostra denuncia della natura ugualmente anti-operaia di tutte queste richieste non deve essere interpretata come indifferenza. La Brexit potrebbe avere un effetto devastante sui lavoratori in molti settori: operai dell’auto messi ad orario ridotto, chiusura di stabilimenti, lavoratori agricoli licenziati quando il 30-40% delle tariffe dell’OMC venisse a gravare sulle esportazioni di carne bovina e ovina. Oltre che, naturalmente, avrebbe la capacità di sconvolgere la vita a milioni di lavoratori immigrati e alle loro famiglie.
Per di più l’intero “dibattito” sulla Brexit ha dato la stura ad una nauseante demagogia volta a fuorviare e disorientare la classe operaia. Tutti gli attori, indistintamente, nella sceneggiata democratica mostrano di trarre la legittimità dei loro atteggiamenti dalla “volontà del popolo”, già dimostrando così l’inutilità di questa “espressione di volontà”, nonché dei pretesi fondamenti stessi della democrazia. Vediamo milionari che se la prendono con i “ceti ricchi”, Lord avvolti d’ermellino che ce l’hanno con la “casta”, capitalisti cosmopoliti che abbaiano contro il “globalismo”, e giornalisti, molto ben pagati, di Londra che si scontrano con le “élite della capitale”, il tutto, ovviamente, in nome del “popolo”. Lo stesso da entrambe le parti: ministri come Philip Hammond, che ha ridotto migliaia di inglesi a dipendere dalle mense per indigenti, che hanno il coraggio di dirci che saremo tutti più poveri al di fuori dell’UE!
Una tale ipocrisia di classe, benché scoperta ed evidente, ha un forte richiamo sulla inebetita piccola borghesia. Anche se economicamente deboli questi ceti sono forti numericamente e le varie fazioni grandi-borghesi se li contendono per mobilitarli dietro le loro manovre, esposti come sono alle argomentazioni più filistee. Come quella, per esempio, che i “politici” sono complici dei capitalisti “stranieri” nel voler minare lo “stile di vita” e la “cultura” nazionali (britannici per alcuni, ma inglesi, scozzesi, gallesi, ecc., per altri). La piccola borghesia, incapace di darsi una propria coerente ideologia, accumula in sé tutti i tipi di risentimento e lagnanza, terreno fertile per ogni demagogia. Queste lamentele, reali o immaginarie, sono veleno per la classe operaia perché le additano falsi nemici, o veri nemici ma per false ragioni. Quindi non possiamo noi ignorarle.
Lo scontro parlamentare sul fatto che il Regno Unito lasci l’UE con o senza “deal”, accordo, il 31 ottobre è diventato davvero un Halloween (ma senza dolcetti!). Nel 2019 il Partito Conservatore ha rimediato una precaria maggioranza alla Camera dei Comuni con l’aiuto del lealista Partito Democratico Unionista (DUP) dell’Irlanda del Nord, ma non è riuscito a ottenere un voto a favore dell’accordo di ritiro negoziato con l’Unione Europea. La decisa opposizione della fazione più estrema a favore della Brexit, lo European Research Group e il DUP, l’ha bloccato. La maggioranza dei membri del Partito Conservatore si è convinta che Theresa May era stata troppo morbida nei negoziati per l’uscita e che oggi a chiunque sarebbe bastato gridare più forte per ottenere un accordo migliore.
Entra in scena allora Alexander Boris de Pfeffel Johnson, uscito dalla esclusiva Università di Eton, editorialista del Daily Telegraph, ex sindaco di Londra. Il candidato “anti-apparato” Johnson ha immediatamente eliminato 21 deputati conservatori pro-UE, dilapidando così la maggioranza del suo governo, e ha sospeso il parlamento nel tentativo di far passare la Brexit a forza. La “sinistra” (vale a dire tutti gli altri, dai dissidenti dei Tory fino agli anarchici) si è allora mobilitata in manifestazioni “in difesa della democrazia” sotto la bandiera “Fermiamo il golpe”. La Corte Suprema ha convenuto, dichiarando nulla la sospensione del parlamento.
Ma, a parte le formalità legali, cosa in realtà significa “difesa della democrazia”? La democrazia è lo Stato borghese, tutto qui. Ormai esiste solo per far credere che lo Stato borghese sia espressione di una, immaginaria, “volontà del popolo”. L’errore che si rimprovera a Boris Johnson, e alla sua eminenza grigia Dominic Cummings, è di pretendere che essi rappresentino, sulla base del risultato referendario del 2016, la vera “volontà del popolo”, e non invece la “Madre dei Parlamenti”, la democrazia rappresentativa britannica, con tutte le sue arcane procedure.
Quel che accettò Thatcher
L’attuale situazione di stallo parlamentare riflette quindi i profondi disaccordi sulla direzione futura dell’economia britannica. Sarà dentro o fuori l’Unione europea?
Alla fine degli anni Cinquanta gran parte dell’industria nazionale non era già più in grado di competere con gli Stati Uniti e le potenze sconfitte della Germania e del Giappone. Questo, insieme alla decolonizzazione, ha alimentato i risentimenti della piccola borghesia britannica, che già negli anni ‘70 considerò un “atto di resa” la decisione della borghesia di puntare sul Mercato Comune.
Margaret Thatcher, primo ministro per tutti gli anni ‘80, dovette quindi gestire un delicato equilibrio. Vinse una serie di battaglie contro la classe operaia, in particolare contro i minatori di carbone nel 1984-85, aprendo la strada alla deindustrializzazione. Sostenne il mercato unico europeo, vedendovi una grande opportunità per la Gran Bretagna di vendere servizi finanziari e di altro tipo alle imprese europee e, a sua volta, di divenire un canale per gli investimenti esteri. E Londra divenne di fatto la capitale finanziaria dell’Europa. Economicamente il futuro del Regno Unito sembrava chiaro, anche se alcuni ministri del governo come Michael Heseltine volevano andare oltre nel ridurre anche l’influenza americana.
D’altra parte, le vittorie elettorali della Thatcher dipendevano interamente dal rinfocolare i risentimenti antieuropei, e in particolare antitedeschi e antifrancesi. Il suo intervento nel 1988 al Collegio d’Europa, il “discorso di Bruges”, incoraggiò nel partito i rappresentanti degli arretrati distretti rurali, i quali, in tre decenni, sono cresciuti costantemente di forza al punto che nel 2019 alla guida del partito hanno eletto quello che consideravano “uno dei loro” con una maggioranza schiacciante sui rivali. Nel Partito Conservatore di oggi dire qualcosa a favore dell’Unione Europea significa il suicidio. E Boris Johnson, che nel 2008 aveva fatto sue tutte le istanze europeiste e liberali della destra per assicurarsi l’elezione a sindaco di Londra, ora ha fatto suoi tutti i mugugni antieuropeisti e reazionari della destra per guadagnare l’elezione a capo del Partito Conservatore.
Queste manovre mostrano la corruzione e l’opportunismo, trama e ordito della democrazia borghese.
La crisi parlamentare
L’Unione Europea ha anche fornito un utile capro espiatorio per i politici di grido, anche per coloro che per le vacanze possiedono ville in Toscana o in Algarve. Non si tratta ovviamente di un fenomeno solo inglese, ma qui ha contribuito ad aggravare la crisi.
All’inizio la loro retorica dette credibilità agli antieuropeisti più rabbiosi, guidati dal demagogo Nigel Farage, prima con lo United Kingdom Independence Party, più recentemente con il Brexit Party. Fu per contrastare la minaccia elettorale dell’UKIP e neutralizzare l’ala antieuropea del Partito Conservatore che il primo ministro David Cameron indisse il referendum “Leave/Remain”. Fu un grosso errore. Dopo mesi passati ad attaccare l’Unione Europea e cercare di negoziare migliori condizioni di adesione (Cameron ha spesso affrontato le telecamere a Bruxelles con la faccia severa, “combattendo per la Gran Bretagna” come un eroe della Seconda Guerra mondiale dei fumetti), la campagna elettorale di Cameron a favore del “Remain” non è stata convincente, per usare un eufemismo. Inoltre l’intero governo Cameron, e in particolare il ministro delle Finanze pro-europeo George Osborne, nei precedenti sei anni aveva peggiorato spietatamente il tenore di vita della classe operaia.
Al contrario, la campagna per il “Leave” poteva incolpare l’UE per l’austerità, per la scomparsa dell’industria, per il quasi fallimento del Servizio Sanitario Nazionale e, sempre sul registro emotivo, per lo scippo del “nostro pescato”. Era anche libero di fare qualsiasi assurda promessa di prosperità futura, sui “nostri soleggiati altipiani”, una volta che “ci saremo ripresi il nostro paese”. A questi argomenti, così come la demonizzazione bassamente razzista degli immigrati (e non solo degli immigrati provenienti dall’UE), si è rivelata estremamente ricettiva la piccola borghesia, ma anche alcuni settori della classe operaia nelle regioni più duramente colpite dalla deindustrializzazione.
Il referendum si è quindi concluso con una minima maggioranza per il “Leave”, un risultato che lo stesso Boris Johnson non si aspettava, tanto meno aveva preparato, gettando il Regno Unito nella crisi politica tuttora in corso.
La Repubblica d’Irlanda
Anche se la Repubblica d’Irlanda ha raggiunto l’indipendenza quasi un secolo fa, la sua economia è per decenni rimasta legata a quella del Regno Unito. A partire dagli anni ‘20 in poi il governo britannico ha mantenuto una “Common Travel Area” in cui vigeva il diritto illimitato dei cittadini irlandesi di viaggiare senza passaporto, lavorare e stabilirsi nel Regno Unito. La sterlina irlandese era legata alla sterlina inglese. E fino agli anni ‘60 l’Irlanda era sotto il controllo politico di un partito, il Fianna Fáil, sostenuto dagli agricoltori capitalisti che – mentre giocavano a parole con la tradizione nazionalista e antibritannica della rivolta del 1916 – vendevano la maggior parte dei loro prodotti al Regno Unito. Man mano che l’agricoltura diventava più efficiente, mentre poche opportunità di lavoro offrivano le città, gran parte del surplus della popolazione irlandese continuò a migrare verso il Regno Unito.
Il Regno Unito e la Repubblica d’Irlanda presentarono contemporaneamente domanda di adesione al Mercato Comune negli anni ‘60 e vi sono infine entrati nel 1973, portando Nord e Sud dell’isola d’Irlanda entrambi all’interno di questo blocco economico allargato. Tuttavia l’impatto economico che ne è derivato è stato molto diverso. Negli anni ‘80 e ‘90, la Repubblica ha conosciuto un boom economico, soprattutto grazie alla sua posizione geografica e alla sua lingua che la facevano attraente base per la penetrazione dei capitali americani nei mercati europei.
Invece l’Irlanda del Nord ne ha sofferto, la deindustrializzazione ha compromesso duramente la vita delle comunità lealiste mentre la discriminazione veniva a colpire ancora di più le comunità repubblicane. La situazione è stata in qualche modo attenuata dall’accordo del Venerdì Santo del 1998, che ha cercato di porre fine al conflitto trentennale tra le due comunità.
Per la prima volta dalla divisione tutta l’isola poteva funzionare come un’unica economia all’interno del Mercato Unico Europeo. La Brexit verrebbe ora a minacciarla. Questo si è dimostrato essere il principale punto di stallo che impedisce di concludere l’intera saga della Brexit.
La fine della libera circolazione delle merci avrebbe un impatto grandemente negativo sulla Repubblica d’Irlanda, non solo a causa dell’interruzione degli scambi commerciali attraverso la frontiera terrestre, ma anche sul Mare d’Irlanda. Il Regno Unito è il secondo maggiore cliente per le merci irlandesi, ma anche la principale via di transito per le merci che raggiungono l’Europa attraverso i porti britannici, la strada, la ferrovia e il tunnel sotto la Manica. La situazione è stata resa insolubile dalle cosiddette “linee rosse” del governo britannico, che impongono al Regno Unito di Gran Bretagna e d’Irlanda di abbandonare tutti assieme l’accordo doganale con l’Unione Europea.
Di conseguenza, i negoziatori del Regno Unito e dell’UE hanno concordato il cosiddetto “backstop”, una misura temporanea per mantenere l’Irlanda del Nord nell’unione doganale e sotto lo stesso regime normativo fino alla firma di un accordo globale di libero scambio o all’individuazione di misure alternative ai controlli alle frontiere. Ciò manterrebbe aperta la frontiera irlandese, proteggendo il mercato unico, l’unione doganale e l’accordo del Venerdì Santo.
Per l’UE questo è fondamentale: altrimenti ci sarebbe una falla nei confini del Mercato Unico che consentirebbe, ad esempio, di trasportare TIR di merci nell’UE attraverso l’Irlanda del Nord evitando le sue tariffe e norme. L’Unione Europea ha quindi dato il suo pieno sostegno alla Repubblica d’Irlanda nelle trattative sulla Brexit, mentre il Partito Unionista Democratico e l’ala destra del Partito Tory hanno puntato i piedi contro qualsiasi ipotesi che veda l’Irlanda del Nord accomunata al resto dell’isola, e separata dal Regno Unito.
Tuttavia, ciò consente anche all’Unione Europea di esercitare un’influenza sull’Irlanda, che per anni ha attratto enormi investimenti grazie al suo basso regime fiscale, con le mega-imprese di internet che gestiscono dall’Irlanda le loro operazioni in Europa, evitando legalmente il pagamento delle imposte sui ricavi derivati dalle vendite in altri paesi europei. L’UE insiste ora affinché quelle imposte siano integralmente pagate.
La contesa potrebbe avere un impatto particolarmente grave sulla classe operaia dell’Irlanda del Nord, priva di governo e parlamento dopo l’alleanza tra il Sinn Féin, il principale partito repubblicano, e il DUP col pretesto di un finanziamento per le energie rinnovabili sul quale il DUP ha speculato. L’economia dell’Irlanda del Nord è già sotto pressione, con una disoccupazione che dal 2009 si aggira intorno al 50% in alcune delle aree più duramente colpite. Ciò offre ai paramilitari l’opportunità di reclutamento. L’imposizione di un confine renderebbe le cose molto, molto peggiori.
Al momento che scriviamo il Regno Unito ha proposto un bizzarro accordo ”a due frontiere” in base al quale l’Irlanda del Nord sarebbe allineata con l’UE su alcune questioni normative e i controlli doganali sarebbero effettuati a qualche miglio dal confine terrestre. L’UE l’ha respinto. Ancora più stranamente il Regno Unito avrebbe accettato una soluzione già presentata nel 2017, di spostare il confine doganale nel Mare d’Irlanda. L’Irlanda del Nord rimarrebbe giuridicamente nel Regno Unito, ma in pratica resterebbe nel Mercato Unico e nello spazio doganale europeo e aderirebbe al suo regime fiscale. Questa soluzione verrebbe a cambiare tutto, con i fabbricanti e gli agricoltori delle Sei Contee costretti a sottostare a tutti i dazi e alle formalità doganali per vendere nel resto del Regno Unito!
Alla fine le due parti si accusano a vicenda per il fallimento e l’obiettivo principale di Boris Johnson è un plebiscito elettorale di segno sciovinista. Gli europei non sono più i “nostri amici e partner”, ma “testardi e irragionevoli”. Naturalmente, diciamo noi, un’elezione non cambia la realtà e le spinte, le tensioni e il caos continueranno dopo, come e più di prima.
Democrazia e lobby
La democrazia è per la politica borghese ciò che la borsa valori è per l’economia borghese. La prima media e risolve le tensioni nelle istituzioni, la seconda i conflitti di interessi fra i grandi investitori. È il funzionamento normale del capitalismo. Ma in dati momenti il regime, economico o politico, precipita in uno inarrestabile squilibrio.
Nel caso della Brexit questo legame tra politica ed economia è meno opaco del solito: gli speculatori valutari e i gestori degli hedge fund, favorevoli alla Brexit, rendono la vita difficile agli esportatori e agli importatori, che si troverebbero ad affrontare ogni tipo di barriera tariffaria e non tariffaria alle loro attività; i capitalisti, interessati ad infrangere le norme europee per abbassare il tenore di vita dei lavoratori, si trovano in conflitto con chi dipende dalle vendite sui mercati europei, e così via. Tutta la vita della nazione potrebbe trovarsi sottoposta a una pressione intollerabile, motivo per cui vi sono continui e atterriti avvertimenti contro le soluzioni estreme: la Brexit potrebbe portare alla disgregazione del Regno Unito, o al ritorno ai Troubles sul confine irlandese, ecc.
La borghesia non può tenere il capitalismo sotto il suo pieno controllo perché il capitalismo in sé vive di contraddizioni che sono al di fuori di ogni controllo umano.
Tuttavia, nessuna Brexit farà perdere alla classe dominante britannica, né ad alcuna altra, la capacità di appianare ogni sua divergenza quando vede una minaccia dal suo vero unico nemico, la classe operaia.
Ma fino ad allora si sentiranno liberi ad nauseam di litigare tra di loro.