Partito Comunista Internazionale

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Coronavirus: La pandemia non è al di sopra delle classi

Le diverse forme di vita costituiscono un tutto nel continuo divenire dei loro infiniti intrecci. L’animale umano convive, anche al suo interno, con molte altre forme viventi, a volte ad esso utili a volte in conflitto. Ha ben appreso a contrastare le aggressioni delle altre specie animali, ma resta vulnerabile a quelle più piccole, molti insetti, alcuni organismi monocellulari e i virus.

Sarebbe certo utile fare una storia delle grandi epidemie che nei secoli hanno avuto effetti non insignificanti nel divenire storico, da quelle che segnarono la fine del Medioevo in Europa, alla rosolia che sterminò le popolazioni dei nativi americani, alla spagnola provocata dalla prima guerra mondiale e che ne raddoppiò le vittime.

Possiamo porre la domanda: è la specie umana rispetto al passato meglio preparata a rispondere alla minaccia delle epidemie? La risposta è certamente si, nei confronti di molti flagelli che fino a pochi decenni or sono erano prodighi dispensatori di lutti e menomazioni, ad individui spesso giovani, per malattie come il tracoma, la tubercolosi, la poliomielite, i primi due provocati da un batterio, la terza da un virus. Sono epidemie la cui diffusione persiste solo ormai nelle regioni più povere del pianeta, fra le classi sociali inferiori e dove le cure sanitarie sono meno disponibili.

Anche la durata della vita aumenta, che però regredisce bruscamente nella voragine aperta dalle crisi economiche o per scompaginamenti politici, come avvenne, ad esempio, in grave misura durante il disfacimento della Unione russa dal 1989 in poi.

Perché quello che non funziona al fine di preservare la salute della specie è il capitalismo, che erge un conflitto insanabile tra le leggi della riproduzione del capitale e quelle della riproduzione e conservazione delle specie viventi, razza umana per prima.

Non è un caso che l’attuale epidemia abbia avuto origine in Cina, un paese che negli ultimi decenni ha visto una crescita straordinaria che lo ha portato ai vertici del moderno sviluppo economico capitalistico.

È evidente che oggi il dilemma che si impone è questo: dobbiamo difendere gli uomini da questa invisibile aggressione, che potrebbe provocare (ancora non lo sappiamo) uno sterminio, ovvero dobbiamo difendere la continuità nel funzionamento dei rapporti di produzione fondati sul lavoro salariato e sulla circolazione mercantile? Dobbiamo difendere la specie umana o quella sua espressione storico-produttiva capitalistica che si denomina nazione?

Il dilemma è sotto gli occhi di tutti: ovunque nella tensione, e nei conflitti di interessi borghesi, fra il “chiudere” e “non chiudere” si sacrifica il contenimento dell’infezione. In Giappone, per esempio, la gran minaccia e preoccupazione per la classe borghese è perdere il gran business delle Olimpiadi.

Di fronte ad una maturità delle conoscenze e del lavoro umano che tendono a fare di tutto il pianeta una unica macchina intelligente e collaborante, ogni borghesia, arroccata nel suo Stato e circondatasi dei suoi “scienziati”, rimanda l’allarme il più possibile, e chiude i confini a chi entra, ma non a chi esce. E contingenta le indagini con i “tamponi” per ridurre il numero degli infetti! E approfitta certo anche del morbo per gettarsi in qualsivoglia imbroglio e speculazione.

Nel ciclo attuale della crisi senile del capitale mondiale, con i meccanismi del profitto già in bilico sull’orlo del precipizio nella recessione e dell’esplodere violento della sovrapproduzione, che non ci si metta anche il virus a tenere lontani gli operai dalle fabbriche e dai cantieri, a bloccare i container impilati sui moli, pieni al 95% di merci inutili, e gli aerei sulle piste, con grave nocumento per quella alienazione di piccolo borghesi annoiati che è il “turismo”!

Chiudere scuole e cinema costa poco. Ma fermare le fabbriche fino a scampato pericolo? Impensabile! Una follia! Una bestemmia! Infatti Landini, impassibile, recita il mantra borghese per nuovi “investimenti”. Gli operai debbono andare a lavorare, nessuna norma igienica sostanziale deve penetrare all’interno delle industrie né sui mezzi di trasporto per i lavoratori. Meglio morti!

Il banale predisporre una profilassi sanitaria, con la modifica temporanea dei ritmi e dei modi del produrre, del conoscere e del consumare, attuata secondo un piano internazionale, un necessario momento e pausa nel ciclo della umana vita collettiva sul pianeta, è incompatibile con i ritmi e le crisi del capitale, per il quale produzioni e consumi non debbono, non possono fermarsi mai.

La classe operaia questo non lo deve accettare, deve imporre il salario pagato a tutti i lavoratori allontanati dal lavoro a causa del virus, compresi i precari. La pandemia non è al di sopra delle classi e il proletariato non deve affidarne la gestione alla rapace classe dei padroni e al loro Stato.

Alta velocità

Tutta la canea del capitalismo, in ogni occasione in cui si scoprono le sue deformità, cerca di difenderlo addossando la colpa ad eventi naturali, o all’imponderabile, o alla fin fine agli operai. Per noi deterministi la colpa va ricercata nei rapporti di produzione. Lo conferma l’episodio del deragliamento del “Frecciarossa” nelle campagne di Lodi, nel quale hanno orribilmente perso la vita i due macchinisti.

Gli elementi riferiti dalla stampa circa le sue cause sono contraddittori. Sullo scambio si stavano eseguendo lavori di manutenzione programmata. Non avendoli terminati nelle ore notturne, le sole libere dal transito continuo dei treni, dalla mezzanotte alle quattro e mezza del mattino, gli operai della squadra, tutti esperti in quel tipo di intervento, hanno affermato che a fine turno avrebbero lasciato lo scambio bloccato in posizione normale.

Assicurano anche di aver interrotto l’alimentazione elettrica del motore di attuazione dello scambio: che dopo un’ora si presentasse in deviata non si può attribuire quindi ad un errato cablaggio interno dell’apparecchio, come ora si ipotizza (il che scaricherebbe le responsabilità penali e civili da Rete Ferroviaria Italiana al costruttore Alstom).

Nemmeno si spiega come dai sensori non sia arrivata nella cabina di controllo di Bologna l’indicazione di scambio in deviata, e il mancato segnalamento in linea e in cabina di guida, e il blocco automatico del treno.

Tutto questo al momento non si può sapere. Ma sicuramente ci sono state delle manchevolezze sia nella disposizione delle modalità delle manutenzioni sia nel controllo del buon funzionamento degli apparati di sicurezza e segnalazione.

Più in generale la causa deve essere individuata nella opposizione fra le necessità e l’importanza all’interno del sistema ferroviario fra la manutenzione e la circolazione, laddove la seconda gestione, quella che “rende”, tende sempre più a prevalere sulla prima. Si pretende sempre più di sveltire le manutenzioni e le riparazioni, fatti apparire secondari e da contenere per non pregiudicare la circolazione.

Ma quello che è il vero responsabile anche di questo disastro è la fretta, la folle angoscia del capitale di perder tempo: “il tempo è denaro”. Esasperata nella fase attuale di crisi è la necessità del capitale di riprodursi sempre più rapidamente.

La vera responsabilità dello svio del Frecciarossa l’ammette apertamente anche il confindustriale “Sole 24 Ore” (ad esagerare con i “tagli” poi ci rimettono!):
      «Sembra che nessuno abbia verificato, o, se qualcuno lo ha fatto, ha visto male la posizione del deviatore. Se fosse dimostrato, la spiegazione è la cattiva volontà: percorrere altri 500 metri nel freddo della notte a fine turno di lavoro può essere un dovere percepito come pesante.
      «Ma potrebbe anche essere accaduto per le pressioni indotte da un sistema che non può permettersi contrattempi: negli ultimi due anni le linee dell’Alta velocità si sono avvicinate alla saturazione, causando ritardi che ora si vuole evitare il più possibile per non compromettere l’immagine di un servizio che porta ricavi.
      «Quei 500 metri in più e la verifica sul deviatoio potrebbero essere stati considerati dai cinque tecnici o dai loro superiori come una perdita di tempo che avrebbe rischiato di mandare in ritardo anche il primo treno della giornata, con ripercussioni a catena sugli altri».

La storia della costruzione e dell’esercizio delle linee ferrate ha i suoi cicli, la sua epopea. Una rivoluzione che venne a sconvolgere la geografia economica di tutti i paesi, uno dopo l’altro del vecchio mondo, del nuovo, delle periferie. Per il capitalismo sono state uno sfogo di enormi investimenti e una corrispondente fonte di profitti, di speculazioni finanziarie e di rendite sui terreni attraversati.

Nel secondo dopoguerra, contemporaneamente alla imposizione della “motorizzazione di massa” e alla costruzione delle autostrade, il rendimento dell’esercizio ferroviario venne a declinare determinando dei crescenti passivi di bilancio, che gli Stati dovevano ripianare. Venuta meno, con la incipiente crisi, la possibilità degli Stati di sopperire ai passivi delle ferrovie, che era nell’interesse del sistema capitalistico nazionale nel suo insieme, si imponeva l’aumento notevole delle tariffe passeggeri. Questo avrebbe però reso le ferrovie non concorrenziali con l’aereo. L’investimento vi poteva ritrovare slancio solo con l’“Alta velocità”. Quindi si predispose, successivamente, in molti paesi di vecchio e nuovo capitalismo un vasto piano di costruzione di una rete nazionale di nuove linee con caratteristiche tali da consentire velocità maggiori ai convogli di trasporto di passeggeri.

Questa nuova infrastruttura spesso è venuta a colmare un irrazionale reale ritardo nelle vie di comunicazione nel capitalismo, venendo ad affiancare tortuosi tracciati di antica progettazione, come la Firenze-Roma, o a quadruplicare linee ormai sature.

Ma, e questa è un’altra causa di crisi, questo si è prodotto per l’effetto anarchico e caotico, e non pianificabile, della concorrenza fra i vari vettori: treni, aerei, auto, pullman, tutti volti ad accaparrarsi quote di mercato, laddove, secondo un elementare buonsenso, potrebbero, in una società non mercantile, armonizzarsi e interconnettersi fra loro in funzione delle loro diverse caratteristiche.

Ai “clienti”, che prima si chiamavano “passeggeri”, si è imposta così non solo l’utilità della nuova linea, ma anche l’Alta velocità. Tutti debbono correre; i treni a velocità “normale”, intorno ai 160 chilometri l’ora, non esistono più. Un altro falso bisogno creato dal capitalismo.

Fino a pochi decenni fa tutte le capitali d’Europa, e le maggiori città, erano collegate con i treni notturni della Compagnia dei Vagoni Letto: i “signori” vi cenavano conversando nella carrozza ristorante e dopo aver comodamente dormito vi tornavano la mattina per la colazione arrivando di buon tempo a destinazione. I proletari viaggiavano e dormivano, meno comodamente, sullo stesso treno.

Oggi, pagando tutti un biglietto “da signori”, a signori e a proletari fanno fare Roma-Milano in 3 ore, bloccati in una postazione da aereo. Ma poi “hanno tanto tempo libero”! per far cosa? per lavorare di più, naturalmente, e, alla fin fine, stancarsi, logorarsi di più. E chi ci guadagna?

È chiaro che ormai, come tutto il capitalismo, anche il sistema ferroviario per resistere alla caduta del saggio del profitto si deve fondare sulla dissennata e cieca esasperazione della velocità. Non solo la manutenzione è affidata ad un personale ridotto e senza adeguati riposi giornalieri e settimanali, ma deve esser fatta a notte fonda e di fretta: non è più possibile, come usava nelle gestioni precedenti, instradare temporaneamente i treni sull’altro binario, perché ciò comporterebbe un ritardo, ovvero la stesura di orari che li prevedano.

Per opporsi a queste stragi sul lavoro le classi lavoratrici hanno una sola via: la ripresa della lotta di classe in difesa della loro integrità fisica, contro ritmi stressanti e accorpamenti di mansioni, oltre che per un salario consono alle necessità e ai bisogni.

E domani, nel comunismo, andremo ragionevolmente “piano”, per riguadagnarci la vita e tutto, ma proprio tutto, il tempo della vita.

Dagli Usa - Nel capitalismo i provvedimenti contro il Covid‑19 significano nessuna difesa per la classe operaia

Il capitalismo americano, nel suo modo sicuro di sé, si è trovato a fare i conti con un nemico che non era pronto a combattere: un’epidemia virale in rapida diffusione. Nonostante i molti avvertimenti della situazione in Cina e i ripetuti allarmi dei Centers for Disease Control, la classe dominante non ha fatto nulla a difesa di chi sfrutta e che pretende proteggere. Così, immancabilmente, il virus si è diffuso in tutto il pianeta.

A causa di questa incipiente pandemia i mercati hanno vacillato e sono crollati, e il panico mediatico si è diffuso tra la popolazione. Il risultato è una crisi economica in aggiunta all’epidemia virale. Ma il governo borghese ha solo segnalato lo interrompersi di quella che prima era un’impennata finanziaria. In risposta gli Stati Uniti con estrema prontezza hanno iniettato finanziamenti nell’economia. Gran parte del sollievo finanziario, per la somma di 1,5 miliardi di dollari in prestiti a breve termine, sarà utilizzato per attenuare le fluttuazioni del mercato. La classe operaia può solo sperare che le arrivi qualche briciola di tutto questo, un domani, quando la pandemia sarà passata.

Mentre il Parlamento avrebbe approvato un congedo di malattia retribuito, il pretesto del passaggio in Senato lo sta bloccando. Comunque il disegno di legge offre alle imprese e alle società la possibilità di non concederlo, il congedo di malattia. Le proposte immediate del governo per il sostegno finanziario ai lavoratori e alle loro famiglie sono solo sotto forma di riduzioni alle tasse. Quindi la possibilità di tirare avanti per la classe operaia resta solo nel continuare la sua sottomissione al regime del lavoro, a rischio di ammalarsi.

È stata proposta anche una dilazione per gli interessi sui prestiti agli studenti. Ma i laureati dovranno comunque andare al lavoro per trovare i soldi per pagare i prestiti, se vogliono sperare di liberarsene prima che il tasso d’interesse torni a crescere. Anche gli sconti sui combustibili sono revocati di fronte a questa epidemia. Ancora una volta davvero ognuno per sé.

La classe dominante sta mostrando quale è la sua priorità, che non è la stessa della classe operaia, cioè il continuo sviluppo economico ottenuto dall’espandersi dei mercati e della produttività. Così, per mantenere in vita la sua economia, la classe dominante continuerà a costringere la classe operaia a lavorare anche durante la pandemia.

Questa deforme priorità si ripercuote anche sulla gestione della crisi della sanità. Nonostante l’aumento delle possibilità di infezione che deriva dal continuare a lavorare, il governo federale ha praticamente abbandonato l’effettuazione dei test virali. E l’affermazione del presidente che un’azienda negli Stati Uniti sarebbe pronta a provvedere ad un programma di test e avrebbe già preparato le strutture suona farsesca, nel migliore dei casi. Il sistema medico, privatizzato, non offre la possibilità di risposte adeguate a una rapida epidemia. Da tempo gli interessi del capitale hanno plasmato il sistema sanitario americano, e questo si sta ora dimostrando incapace di fornire assistenza alla classe operaia e ai disoccupati, che corrono il rischio di infezione ogni giorno che la pandemia continua.

Questo fenomeno non è solo negli Stati Uniti: in tutto il mondo gli interessi del capitalismo si scontrano con il contenimento del virus. Ovunque ci si aspetta che la classe operaia resti al lavoro, nonostante che si sia contagiosi anche prima di mostrare di essere infetti.

In Cina, dove il lavoro continua da febbraio, l’aumento del prezzo degli alimenti sta creando condizioni di vita intollerabili. Nonostante il governo cinese affermi di redistribuire il cibo, il partito al potere chiede che gli operai tornino al lavoro perché, domani, i prezzi tornino a scendere.

Benché si mantengano i proletari al lavoro, tutti le riunioni sono state proibite, e in Italia è stato imposto il divieto delle assemblee sindacali.

La società capitalista ha gettato via la sua maschera di coesistenza pacifica tra le classi per mettere a nudo il suo vero atteggiamento verso la classe operaia: lavorare, nonostante la pandemia, per arricchire l’economia.

Questo ha fatto sì che molte organizzazioni della classe operaia chiedessero di fermare il lavoro nei settori non essenziali fino a quando la pandemia non sia passata.

In Italia gli scioperi si stanno diffondendo in tutto il paese e i principali sindacati di base – Usb, S.I. Cobas, Cub – li sostengono chiedendo scioperi nazionali in tutte le industrie non essenziali per la lotta contro l’epidemia, chiedendo la chiusura delle fabbriche e il pagamento pieno dei salari. I sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil), invece, il 14 marzo hanno firmato un accordo con i padroni e il governo per non fermare la produzione e solo chiedono che “misure di sicurezza”.

Anche i dipendenti degli stabilimenti di assemblaggio di automobili in Canada si sono rifiutati di lavorare a causa delle preoccupazioni per il loro stato di salute. Nel Regno Unito, dove il Parlamento e il Primo Ministro hanno deciso di aspettare che l’epidemia virale passi “in modo naturale”, i lavoratori hanno iniziato a organizzare scioperi per costringere il governo e i datori di lavoro a riconoscere le esigenze e la sicurezza della classe operaia.

È solo attraverso l’unione della classe operaia su questo fronte sindacale che i governi capitalisti riconosceranno le loro esigenze e richieste. E tutti questi scioperi hanno le stesse richieste: l’accesso di tutti alle cure e l’interruzione del lavoro durante l’epidemia.

Negli Stati Uniti, la struttura burocratica della Federazione Americana del Lavoro (AFL‑CIO) non ha fatto nulla per forzare la mano del governo. Nonostante che sarebbe in grado di schierare un fronte sindacale simile a quello italiano, la dirigenza dell’AFL‑CIO ha finora solo avanzato lamentele. Presentano petizioni ai governi capitalisti che assicurino l’aumento delle produzioni come mezzo per mitigare i danni causati dalla pandemia. Ciò è ridicolo quanto il governo che mostra sperare che le imprese capitaliste si impegnino in una comune azione preventiva. Appellandosi ad illusori “interessi comuni” che le imprese capitaliste e la classe dominante avrebbero con la classe operaia, i capi sindacali dell’AFL‑CIO dimostrano di voler mantenere solo buoni rapporti con la classe padronale. E lo fanno a spese della classe operaia americana, sia dei loro iscritti sia di tutti gli altri.

Ma, mentre i dirigenti del sindacato restano fermi, la classe operaia in tutto il paese colpito dall’epidemia comincia a muoversi. Gli operatori sanitari di New Orleans, che devono lavorare in condizioni estremamente pericolose durante la crisi sanitaria, hanno iniziato a chiedere il necessario sostegno materiale che i sindacati non sono riusciti a rivendicare. A New York, dove ancora il sindaco teneva aperte le scuole pubbliche, gli insegnanti hanno chiesto la loro chiusura. E dove il governo capitalista si rifiuta di alleviare le carenze materiali causate dal panico, la classe operaia si sostiene a vicenda con le risorse di cui dispone. Le richieste della classe operaia negli Stati Uniti sono le stesse dei lavoratori in tutto il pianeta: un sostegno totale e immediato durante il corso della pandemia.

Solo la classe operaia unita è in grado di avanzare le proprie ragioni di fronte all’attività insensata dei governi capitalisti al potere. Unendosi alla classe operaia europea e canadese, già in sciopero, e in solidarietà con i lavoratori sofferenti dell’Asia orientale, la classe operaia americana può esigere l’indispensabile assistenza medica e una pausa dal lavoro durante la pandemia.

Attraverso questo fronte di classe così unito, la classe operaia internazionale può cambiare la società e dare priorità ai bisogni umani, in questa crisi come nel futuro. Questa unione di classe, in coordinamento con il Partito Comunista Internazionale, può resistere alle costrizioni del mercato per la continua redditività delle imprese, che saranno sempre sorde ad ogni sofferenza dei lavoratori. Mentre la borghesia si ingegna con tutte le sue energie a tamponare le falle del suo contraddittorio sistema, solo l’unione della classe operaia può portare alla sua emancipazione.

Prato, 18 gennaio - Per un Fronte Unico Sindacale di Classe - Contro padroni, Stato borghese e sindacalismo di regime

Qui di seguito pubblichiamo il volantino che abbiamo distribuito alla manifestazione di sabato 18 gennaio a Prato, anche tradotto in lingua inglese.

La mobilitazione, promossa dal SI Cobas, è riuscita, con circa 2 mila manifestanti, per la gran parte lavoratori. La cittadinanza di Prato era sicuramente anni che non assisteva ad un simile corteo operaio. Né mai per iniziativa di un sindacato di base.

Questo deve aver preoccupato non poco la piccola borghesia, i padroni e le autorità locali. Altrettanto certamente ha dato forza e coraggio agli operai che si sono inquadrati col SI Cobas e ai tanti che ancora non hanno avuto il coraggio di farlo e di lottare, per il timore delle ritorsioni aziendali, in questo importante distretto tessile.

Altro dato positivo è stata l’adesione di quasi tutto l’arco del sindacalismo conflittuale, sia pure per lo più con ristrette rappresentanze. Oltre ai lavoratori del SI Cobas, che costituivano la maggioranza del corteo, era presente l’opposizione Cgil, con gruppi di fabbrica quali la Gkn di Firenze e la Piaggio di Pontedera, la Confederazione Cobas, con gruppi più ridotti la Cub e l’Usb. L’Adl Cobas, che agisce in sintonia col SI Cobas, è stato l’unico in grado di costituire uno uno spezzone del corteo. Era presente anche il Coordinamento Lavoratori Autoconvocati per l’Unità della Classe (CLA), con uno striscione, una ventina di aderenti e un volantino distribuito.

Insomma, si è trattato di un piccolo esempio d’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, parola d’ordine che il nostro partito agita in seno al movimento sindacale e a cui è ispirato il Coordinamento autoconvocato (CLA). Ma la strada affinché esso si imponga è ancora lunga e ha bisogno che simili episodi di lotta si moltiplichino e non restino episodici. Nel contempo l’attività del Coordinamento deve proseguire nella consapevolezza di quanto la strada imboccata sia giusta, per quanto lunga e in salita. Le scorciatoie sono dell’opportunismo politico e sindacale.

* * *

Le multe per “blocco stradale” inflitte ai lavoratori della lavanderia Superlativa di Prato e alle studentesse solidali, per un picchetto sgomberato con la forza dalla polizia, rientrano nel quadro generale della repressione padronale volta ad impedire il ritorno alla lotta della classe operaia.

Sono centinaia i fogli di via, le sanzioni, le denunce. Solo nei giorni scorsi a Genova sono state comminate 19 sanzioni di circa 5000 euro con l’accusa di “violenza privata” e a Desenzano sul Garda (Brescia) denunce e divieti di dimora con l’accusa di “estorsione”, sempre per aver scioperato e organizzato picchetti.

Laddove il SI Cobas si insedia in un posto di lavoro, inizia la repressione aziendale con le minacce, le discriminazioni e i licenziamenti. Se non basta, al singolo imprenditore viene in soccorso lo Stato che invia polizia e carabinieri a sgomberare i picchetti, a manganellate e coi gas se serve, come accaduto in decine di episodi. Se nemmeno questo ferma la lotta, allora subentra la magistratura, che si avvale degli strumenti legali che il regime politico borghese – in perfetta continuità al di sopra dei cambi di casacca, democratica o fascista, e per mano dei suoi governi d’ogni colore – ha prodotto a tutela delle aziende e contro la lotta dei lavoratori, ultimi i cosiddetti “decreti sicurezza”.

Polizia, magistratura e governo sono tutti ingranaggi della macchina statale borghese il cui scopo è mantenere oppressa e sfruttata la classe lavoratrice.

La repressione padronale oggi si accanisce in primo luogo contro il SI Cobas perché questo sindacato ha organizzato la lotta dei settori operai più sfruttati e combattivi in questi ultimi anni. Serve a impedire che queste lotte e questo sindacalismo contagino il resto della classe lavoratrice che per ora in larga parte resta passiva, vittima dell’individualismo, della rassegnazione, della sfiducia nell’azione collettiva e nel sindacato, condizione provocata da decenni di sindacalismo collaborazionista di Cgil, Cisl e Uil, che sta conducendo i lavoratori di sconfitta in sconfitta a perdere una dopo l’altra tutte le conquiste fatte con dure lotte nei tre decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale.

Ma la repressione colpisce sempre più frequentemente anche tanti militanti del resto del sindacalismo conflittuale e singoli lavoratori combattivi in posti di lavoro dove la minaccia delle ritorsioni aziendali da un lato e del sindacalismo collaborazionista dall’altro impediscono una reale solidarietà fra i compagni di lavoro e quindi la possibilità di chiamare gli altri lavoratori alla lotta in loro difesa.

Per spezzare questa catena oppressiva composta da aziende, Stato borghese e sindacalismo di regime occorre perseguire la strada dell’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, cioè dei sindacati di base e della opposizione in Cgil.

Questo è quanto è stato fatto oggi a Prato, dove alla manifestazione odierna hanno portato il loro sostegno la gran parte delle federazioni locali del sindacalismo di base, l’opposizione in Cgil, diverse Rsu e collettivi di fabbrica e il Coordinamento Lavoratori/trici per l’Unità della Classe, quest’ultimo costituitosi appositamente con lo scopo di coordinare gli sforzi di quei militanti che vogliono battersi all’interno delle organizzazioni del sindacalismo conflittuale per l’unità d’azione.

Occorre battersi affinché quello di oggi non resti un episodio isolato ma diventi l’obiettivo a cui uniformare in modo costante e sempre più completo l’azione dei sindacati di base e della opposizione in Cgil

Solo la formazione di Fronte Unico Sindacale di Classe sarà in grado da un lato di offrire ai lavoratori una alternativa credibile e forte ai sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil, Ugl) e dall’altro di combattere più agevolmente l’opportunismo sindacale dominante all’interno del sindacalismo conflittuale, che è la causa principale delle sue divisioni interne.

Sono invece da rigettare i fronti misti fra sindacati e partiti perché, a dispetto dei proclami in favore dell’unità d’azione dei lavoratori, non possono che generare una pluralità di fronti fra partiti, tutte ovviamente in concorrenza reciproca, ciascuno con la sua parte di organismi o correnti sindacali sotto suo controllo. Sono perciò operazioni che vanno nella direzione opposta a quella di stabilire una organica e costante unità d’azione del sindacalismo di classe.

Battersi oggi per l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, con l’obiettivo della costituzione di un Fronte Unico Sindacale di Classe, nella prospettiva della formazione di un unico Sindacato di Classe, è la strada lungo cui poter riportare la classe lavoratrice alla lotta nelle condizioni di forza più favorevoli, sola base materiale che permetterà lo spostarsi di una parte sufficientemente robusta di essa su posizioni rivoluzionarie, collegandosi all’autentico partito comunista disposto a dirigerla alla conquista del potere politico.

Genova, lunedì 17 febbraio, Per l’antimilitarismo e l’internazionalismo proletario

A Genova, martedì 17 febbraio un gruppo di portuali da tempo denominatosi Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali ha promosso una iniziativa antimilitarista volta a impedire l’attracco di una nave saudita, recante un carico di materiale bellico.

L’iniziativa non era la prima di questo genere, già l’estate precedente si era svolta con lo stesso obiettivo. Come la volta precedente, azioni analoghe per impedire l’attracco e il carico della nave erano state intraprese in altri porti europei.

Questa volta però la Filt Cgil, di cui diversi membri del CALP sono delegati, non ha proclamato lo sciopero presso il terminal dove era previsto l’ormeggio. Questo con la ragione che il materiale caricato in questa occasione sarebbero stati veicoli civili. Sicché, a differenza della volta passata, la nave ha potuto ormeggiare, caricare e ripartire.

Al presidio presso uno dei varchi portuali i nostri compagni hanno diffuso il volantino qui di seguito. Erano presenti un centinaio fra lavoratori, militanti sindacali e politici.

Il gruppo sindacale più numeroso ed organizzato è stato quello del S.I. Cobas genovese, ben visibile con le sue bandiere. Poi vi erano alcuni militanti della opposizione Cgil, il cui esecutivo nazionale aveva pubblicato un comunicato di sostegno all’iniziativa, e pochissimi dell’Usb, nonostante la federazione genovese avesse invitato a parteciparvi. Assenti la Cub e la Confederazione Cobas.

L’iniziativa è positiva perché promossa da lavoratori, torna ad agitare fra gli operai l’antimilitarismo e, in una sorta di coordinamento con altri portuali europei, è un abbozzo di azione operaia internazionale.

Naturalmente i vari indirizzi politici non comunisti presenti nel movimento sindacale e anche all’interno del gruppo promotore dell’iniziativa ne compromettono in parte più o meno grande, a seconda delle circostanze, il carattere classista.

Si allontanano dagli interessi immediati e storici della classe lavoratrice quando cercano, e trovano, piuttosto l’appoggio di partiti e associazioni pacifiste che quello dei lavoratori e del sindacalismo conflittuale. Vi è poi lo “estremismo riformista”, che crede di poter “chiudere i porti alle armi” e riconvertire l’industria bellica, eludendo la questione del potere politico. Circolano infine le parole d’ordine falsamente rivoluzionarie ed internazionaliste, come quella di “uscire dalla NATO”, abbracciate nella illusione che puntare a “obiettivi politici intermedi” avvicini la rivoluzione, ottenendo invece l’effetto opposto, di sottomettere la classe operaia alle politiche borghesi che la classe dominante alterna nel gioco dei propri interessi imperialistici.

* * *

La pace è impossibile nel capitalismo perché la guerra è un prodotto delle sue leggi economiche irriformabili.

Da un lato la guerra è la prosecuzione sul piano militare della competizione economica che, se in tempi di crescita dell’economia si contiene in un ambito prevalentemente commerciale, in epoca di crisi diviene aspra a tal punto da portare gli Stati, che sono i difensori degli interessi generali di ogni capitalismo nazionale, allo scontro bellico. Avvisaglie di tale epilogo sono il protezionismo, in economia, accompagnato dal nazionalismo – sia di destra che di “sinistra” – in campo politico, già ben presenti oggi.

Ma la guerra è – prima e oltre che un mezzo di spartizione del mercato mondiale fra le borghesie d’ogni paese – la sola soluzione che il capitalismo, nel suo complesso, ha alla devastante crisi della sua economia, causata dalla sovrapproduzione. Con le immani distruzioni di merci già prodotte – infrastrutture, industrie, città e “forza lavoro” – che impediscono un’ulteriore valorizzazione del capitale (volgarmente chiamata “crescita”), la guerra viene a salvare tutti i capitalismi nazionali, vincenti e perdenti, offrendo un bagno di giovinezza a un modo di produzione morente e antistorico.

Il capitalismo offre così al contempo il massimo progresso e la massima barbarie che la storia umana abbia mai sperimentato. Il cosiddetto “miracolo economico” del secondo dopoguerra fu possibile solo in virtù prima delle immani distruzioni e degli oltre 50 milioni di morti della II guerra mondiale – quasi tutti proletari e contadini poveri delle metropoli e delle colonie – e dopo del brutale sfruttamento della classe operaia in nome della “ricostruzione nazionale”.

Fu la guerra mondiale – per ammissione degli stessi economisti borghesi – la soluzione alla crisi economica in cui affondava il capitalismo nella prima metà del Novecento, non le politiche di intervento statale in economia, allora applicate indifferentemente da tutti i regimi borghesi – democratici e nazifascisti – ed oggi invocate dalla sinistra riformista radicale quale alternativa al cosiddetto “neoliberismo” e soluzione alla crisi. Le vie d’uscita nazionali dalla crisi avvicinano la guerra, non il socialismo.

Tutti gli Stati borghesi, anche in tempo di pace, mai smettono di manovrare nella prospettiva dello scontro generale che verrà, consapevoli che ogni posizione persa è concessa al “nemico”. Da qui le centinaia di guerre locali, con milioni di vittime, che mai hanno cessato di caratterizzare la “pace” seguita al secondo conflitto mondiale, condotte aizzando l’odio nazionale, etnico e religioso con massacri terroristici, così come sta accadendo nelle ultime settimane nel nord della Siria, dove lo scontro tra i due imperialismi regionali di Siria e Turchia si sta consumando sulla pelle di più di tre milioni di civili impossibilitati a fuggire.

Come la guerra contemporanea ha una funzione più profonda della spartizione del mercato mondiale, che è quella di salvare l’intero capitalismo dalla sua crisi, così tutte le borghesie nazionali sono accomunate dall’avere un nemico superiore a quello che ciascuna di essa fronteggia militarmente: la classe lavoratrice di tutti i paesi. Ogni borghesia nazionale ha sempre due fronti e due nemici da combattere: uno esterno ed uno interno.

Di fronte all’avvitarsi inevitabile della crisi economica che schiaccia i lavoratori nella miseria, aumentando lo sfruttamento degli occupati e ingigantendo l’esercito dei disoccupati, la guerra è un mezzo per ostacolare la rivolta sociale che, se guidata dal partito comunista, diviene rivoluzione. Una parte della classe operaia è tolta dalle città e condotta al fronte al massacro fratricida contro lavoratori con un’altra divisa. I bombardamenti sulle città decimano ulteriormente la classe lavoratrice e ne riducono la forza.

Questa soluzione è l’unica di cui dispongono i regimi borghesi. Ma è per essi sempre molto rischiosa perché implica l’armamento dei lavoratori. Se durante la guerra scoppiano gli scioperi nelle fabbriche e le rivolte nelle città – come ad esempio in Russia nel 1917, in Germania nel 1918, in Italia nel 1943, in Iraq nel 1991 – il fronte interno può crollare e la ribellione facilmente contagiare l’esercito.

Per questo ai lavoratori d’ogni paese la guerra non può certo essere spiegata da ciascun regime borghese nazionale per le sue autentiche ragioni di vile ordine economico, men che meno come prodotto inevitabile del corso economico dell’intero capitalismo, ma deve essere sempre giustificata come prodotto della volontà di una parte politica e di nazioni particolarmente reazionarie, malvagie, guerrafondaie, che opprimono quel popolo e nazione, così da convincere le masse proletarie a sostenere lo sforzo bellico e a non ribellarsi alle tremende condizioni di vita che esso comporta.

A questo scopo per la borghesia sono fondamentali i falsi partiti operai che, all’interno di ciascun paese sono sempre pronti alla politica del “meno peggio” – che prepara puntualmente “il peggio” – ad allestire “fronti unici politici” in difesa della democrazia e “contro le destre”, e mai a lottare contro tutti i partiti borghesi – di destra e di sinistra – per la conquista rivoluzionaria del potere, così sul piano internazionale e dinanzi ai pericoli di guerra individuano sempre un’alleanza di Stati capitalisti “meno peggio” per la quale portare i lavoratori a farsi macellare.

GUERRA ALLA GUERRA non è uno slogan di generica opposizione alla violenza militarista del capitalismo. È l’indicazione pratica con cui il partito bolscevico in Russia, gli spartachisti in Germania, la Sinistra Comunista in Italia, indicarono ai lavoratori nella prima guerra mondiale di “trasformare la guerra fra Stati in guerra fra le classi”, di applicare il “disfattismo rivoluzionario” contro il proprio paese in guerra, di non sparare contro i fratelli di classe degli altri paesi ma voltare il fucile di 180° per abbattere il regime della propria classe dominante nazionale.

Il partito bolscevico, in virtù di questo indirizzo, fu l’unico nella storia del capitalismo a fermare la guerra imperialista – mai ci sono riusciti i belati pacifisti della sinistra borghese – e lo fece al prezzo di enormi perdite territoriali per la Russia, seguendo quindi una condotta profondamente antinazionale, in quanto l’obiettivo era la rivoluzione proletaria internazionale non la lotta per “difendere il proprio paese”.

L’incapacità a riconoscere la controrivoluzione staliniana e la natura capitalista dell’URSS ha portato i falsi partiti operai a rinnegare questo indirizzo, a schierare nella seconda guerra mondiale il proletariato su uno dei due fronti imperialisti, così come aveva fatto la socialdemocrazia nella prima, e – per fare esempi più recenti – a sostenere regimi borghesi oppressori e massacratori di operai e contadini poveri come quello di Serbia, Iraq, Siria, Nicaragua, Venezuela o quello di Mosca nella guerra nel Donbass (Ucraina).

L’incapacità di comprendere come il mondo contemporaneo sia ormai da decenni interamente capitalista e come dunque la lotta contro l’imperialismo e contro il fascismo non possa significare che lotta contro il capitalismo nel suo insieme, porta questi falsi partiti operai a cadere nelle trappole ideologiche con cui le borghesie nazionali cercano di condurre i lavoratori alla guerra. Solo la classe lavoratrice ha la forza di impedire o fermare la guerra, colpendo con gli scioperi in fabbrica l’economia della nazione in guerra e al fronte con lo sciopero militare e fraternizzando coi lavoratori degli altri paesi, trasmettendo la rivolta sociale al di sopra dei confini nazionali.

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Per questo l’iniziativa dei lavoratori portuali di Genova aderenti al Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali è importante:
      – perché torna ad agitare l’antimilitarismo non come generico pacifismo da propugnare con manifestazioni interclassiste ma come un’azione conseguente fra i lavoratori e nel movimento sindacale;
      – perché avviene a seguito di analoghe ripetute azioni in altri porti d’Europa e compie quindi un primo passo pratico di azione internazionale dei lavoratori.

Occorre battersi affinché tutto il sindacalismo conflittuale – cioè i sindacati di base e l’opposizione in Cgil – dia un sostegno unitario e pratico a queste iniziative, sia partecipando ai presidi ed ai picchetti, sia proclamando lo sciopero.

Occorre lottare affinché siano smascherati e sconfitti nel movimento operaio quei partiti opportunisti che piegano l’antimilitarismo e l’internazionalismo proletari ad obiettivi politici parziali, del tutto compatibili con quelli di frazioni della borghesia nazionale ed internazionale. Fra questi l’uscita dalla NATO e la chiusura delle sue basi in Italia, che, se sono chiaramente impliciti nella conquista del potere politico dal parte della classe lavoratrice, quando, anteposti a questo, che è l’unico obiettivo politico rivoluzionario, non fanno che prestare il fianco a quella parte della borghesia nazionale desiderosa di abbandonare la sudditanza all’imperialismo americano per passare a quella agli imperialismi russo e, soprattutto, cinese, col disastroso risultato di favorire lo schieramento dei lavoratori su uno dei fronti imperialisti tradendo una volta di più l’internazionalismo.

Per l’unità internazionale dei lavoratori!
Contro ogni fronte della guerra imperialista!
Contro ogni missione militare della propria borghesia!

State of the American Presidential Elections

On February 5, after three years of breathless anticipation from the Democrats, President Donald Trump was acquitted by the U.S. Senate in his impeachment trial. The acquittal on the charges of abuse of power and obstruction of Congress allows him to remain in office until at least the end of his current term. The Republicans could hardly contain their excitement. At the same time the Democratic Party primary election process began with the catastrophic failure of the election system in Iowa. Senator Bernie Sanders, who calls himself a democratic socialist, has emerged as the leader in the Democratic field, having come in second in Iowa and South Carolina, and first in New Hampshire and Nevada. For his followers, Sanders is the face of “resistance” to the Trump presidency, the savior of democracy in the United States. In truth, the democratic system can only reinforce the rule of the bourgeoisie, whether a  false reformist or a open reactionary holds office.

Impeachment: Democracy is Not Justice

The impeachment of Donald Trump was a show trial in reverse. The defendant’s acquittal was certain from the beginning, and the rest only existed to keep up the act. The Republicans pretended to stand for due process; the Democrats pretended to prosecute. In their own ways, both parties acted as propagandists for the bourgeois State and its system of justice. For the Democrats, impeachment would be the triumph of the separation of powers, of civic duty separated from personal interest, of the sovereignty of the people in the abstract. The Republicans, for their part, would show their dedication to a patronizing form of order, one predicated on a single untouchable personality. Trump’s sovereignty depends on him being untouchable (this is the man who declared in 2016, “I could stand in the middle of Fifth Avenue and shoot somebody, and I wouldn’t lose any voters”). The defenders of the bourgeois State are always innocent, while workers who defend themselves are always guilty. The financial burden of going to trial causes most criminal defendants to plead guilty, while the billionaire head of State does not even have to argue his innocence. Such is bourgeois justice!

The charges against the president provide further evidence of the reactionary nature of the whole impeachment act. Trump’s crime was to modify the United States’ existing imperialist strategy in Ukraine. The “abuse of power” that offended the Democrats was to put military aid to the Ukrainian government on hold until the country would announce a criminal investigation into business dealings by Joe Biden’s son, which Trump presumably hoped would hurt Biden in the 2020 election. The crime was not aiding the rightist government of Ukraine, which the Democrats fully and enthusiastically support, but using that aid for personal ends.

The Sanders Movement Offers No Alternative

Bernie Sanders and his supporters believe that they are bringing about a “political revolution” in the United States. Very well. When will this revolution occur, and what will change? What will they due to ensure that it happens in the face of massive opposition?

Every revolution has faced questions like these. The uprising in Russia succeeded in 1917 because the Communist Party had the right answers, a party prepared and hardened for many years, on the basis of the intransigent program of revolutionary Marxism. The insurrection would occur around the Second All‑Russian Congress of Soviets, when the political base of support for the party would be gathered together. It would establish a dictatorship of the proletariat based on the soviet system of representation. The Military-Revolutionary Committees and the Red Guards would support the revolution by force of arms.

So what of Sanders and the democratic socialists in the United States? Their supposed revolution is either coming soon or already occurring, depending on the campaign speech one listens to. First and foremost it will make Bernie president, and then perhaps install the kind of welfare State that is disintegrating before our eyes in other countries. And what will support these very moderate demands? The military and the police hate them bitterly, and will not hesitate to do the bidding of the bourgeoisie. Civilian reactionaries despise them and are heavily armed. So do they form militias of their own? Quite the opposite, they demand that all arms should be in the hands of the bourgeois State!

There are only two options for this political revolution. It will fail completely against opposition that its own forces cannot match, or it will restrict itself so severely that it will become a liberal civic movement, no different from the Democratic Party we have long been familiar with. In either case, its petty-bourgeois idealist character will be readily apparent.

A revolution is a fight for the real liberation of an oppressed class, the proletariat these days. When capitalism is becoming economically impossible, than the proletariat can free itself. This is what Marx and Engels meant when they called communism “the real movement which abolishes the present State of things”, that is, which completely uproots capitalism and free the society which is ripe inside it.

Political Revolutions are not made through the will of politicians and activists. Only classes, directed by a revolutionary class party, make revolutions. Marx and Engels wrote that “every class struggle is a political struggle”.

Sanders, the Democrats, and U.S. brand of democratic socialism cannot abolish the present society, and so they will never open the way to the next one, even if they wished to. Only the communist party, as the most aware and militant representative of the international proletariat, can accomplish those tasks.