Il razzismo è a difesa del capitalismo - Solo il comunismo lo può sradicare
La violenza, apparentemente cieca, esercitata dagli agenti dello Stato borghese nelle ultime settimane negli Stati Uniti e la energica ed estesa risposta dei lavoratori in genere, richiedono dei confronti storici.
Vengono subito in mente le proteste e i disordini provocati dall’assassinio di Martin Luther King nel 1968 e quelli che seguirono l’assoluzione dei poliziotti che massacrarono Rodney King nel 1992. Più recente la rivolta di Baltimora del 2015, provocata dall’assassinio di Freddie Gray, per il quale, ricordiamo, nessun poliziotto è mai stato condannato dalla “giustizia” borghese. A questi e altri episodi hanno seguito ampie mobilitazioni del proletariato nero.
Eppure, nonostante risposte vaste e vigorose come quelle attuali, continua a ripetersi lo stesso ciclo di brutalità e di omicidi. Perché questa violenza borghese continua? e c’è cosa che possa fermerla?
Nel 1919 Rosa Luxemburg scriveva «la miglior difesa sta nel colpire con forza». La risposta del proletariato a qualsiasi attacco nei suoi confronti può consistere solo nell’accrescere la sua forza. Ma azioni efficaci volte a conquistare diritti pratici per i proletari sono possibili solo attraverso loro estese e robuste organizzazioni.
Le fondamenta del razzismo negli Stati Uniti, come in ogni altro paese moderno, sono queste: i lavoratori di colore guadagnano, per le stesse mansioni, molto meno dei bianchi; ciò fa deprezzare tutta la forza lavoro, a vantaggio della borghesia. Fino a che i lavoratori, divisi per razze, sono obbligati a competere l’uno contro l’altro, il salario di ognuno viene tenuto basso, e la forza della classe operaia si azzera.
La polizia rende effettivo questo ordine sociale all’interno del paese, come l’esercito, attraverso le guerre imperialiste, contro i diseredati all’estero.
Ai proletari bianchi sono inculcate le peggiori menzogne razziste per dissuaderli dall’organizzarsi assieme a quelli delle minoranze attorno alla loro causa comune.
Di fatto è in corso una guerra civile fra la classe dei borghesi, forte del suo Stato, e l’insieme, interrazziale, della classe operaia. Questa persecuzione delle minoranze è un diversivo interno di questa guerra, e quindi continuerà e si inasprirà anche assai finché continuerà il potere della borghesia.
Quindi l’attuale movimento antirazzista dimostra tutta la sua impotenza ignorando la base di classe del razzismo, e impostando l’azione lungo le linee di razza, nella illusione di poter così ottenere una tregua dallo Stato borghese.
Invece l’unica reale forza sociale che possa davvero rispondere alla violenza razzista non può che essere una energia rivoluzionaria di classe: il movimento della classe operaia volto all’abbattimento del dominio politico della borghesia.
Solo la conquista del potere politico e la socializzazione dei mezzi di produzione potrà trarre il proletariato di ogni colore dalla sua condizione miserevole.
Ciò non toglie affatto, anzi è necessario che la classe operaia debba organizzarsi per la sua difesa. In questa società i lavoratori possono resistere all’oppressione borghese solo tramite gli scioperi. Lo sciopero è lo schierarsi dei lavoratori contro la borghesia, e quindi anche contro la sua ideologia e propaganda razzista. Con gli scioperi è possibile strappare delle concessioni immediate, di cui i lavoratori di colore in particolare necessitano disperatamente.
Nel corso di questa battaglia sociale andranno a costruirsi i sindacati dei lavoratori, organi di combattimento che, in periodo rivoluzionario, dovranno esser diretti dal partito comunista per lo scontro finale rivoluzionario.
Non gli attuali sindacati venduti al regime borghese, che opporranno ogni resistenza. Essi esistono, infatti, per disperdere le lotte dei lavoratori, dirottandole verso binari legalitari, elettorali e burocratici. I nuovi sindacati della classe lavoratrice dovranno sorgere contro questi sindacati collaborazionisti.
Il ruolo del partito oggi è dimostrare la sua capacità di dirigere queste battaglie immediate, in modo tale che la classe arrivi preparata al momento rivoluzionario.
Lotte operaie contro il razzismo
Osservate come anche negli Usa i lavoratori hanno cercato di difendersi dagli effetti della epidemia. Le azioni sindacali che hanno avuto luogo all’inizio della pandemia di Covid‑19 mostrano la forza che gli scioperi possono avere nell’immediato. Un’ondata di scioperi è scoppiata a marzo e ad aprile, quando i padroni hanno messo a rischio la salute dei lavoratori. La maggior parte di questi erano scioperi spontanei, organizzati senza l’approvazione del sindacato o in luoghi di lavoro non sindacalizzati.
In oltre 300 aziende decine di migliaia di lavoratori hanno osato scioperare per proteggere se stessi e i compagni, e hanno rapidamente ottenuto alcune concessioni, tra cui condizioni di lavoro più sicure e indennità di malattia.
Queste vittorie dimostrano che è possibile lottare contro le minacce alla condizione operaia. E possono allo stesso modo combattere il razzismo nei posti di lavoro e nei trattamenti salariali. Questi abusi sono altrettanto immediati e diffusi, e le conseguenze per l’inazione altrettanto gravi.
Cosa diciamo a chi si vuol battere contro il razzismo
La portata delle proteste scoppiate dopo l’assassinio di George Floyd dimostra che la generalità dei lavoratori riconosce che la sua morte è solo un episodio del generale atteggiamento del regime attuale a perseguitare gli uomini di colore.
Non tutti sono coscienti che questo è il regime del capitale, e che la violenza razzista è parte della guerra della borghesia contro il proletariato in generale, ma riconoscono che i diversi casi di brutalità poliziesca non sono in alcun modo fatti isolati.
Il ruolo dei comunisti è quello di mostrare a chi per questo si indigna e scende nelle strade che il capitalismo è alla radice di questa mostruosità, che solo il movimento della classe operaia, diretta dal partito comunista, la potrà fermare.
Lavoratori!
La vostra unica difesa è nella organizzazione e nella lotta come classe
La risolutiva risposta al razzismo è solo nella rivoluzione comunista.
Solo nel partito comunista è l’anticipazione del comunismo e la coscienza della strada per arrivarci.
Nella catastrofe economica i ceti di piccola borghesia implorano la protezione dello Stato
Questo, che fa tutt’uno col grande capitale, li schiaccerà spietato
La classe operaia non ha da appoggiare né gli uni né l’altro
I diversi piani della lotta fra le classi e fra gli Stati ad Hong Kong
Le manifestazioni di strada ad Hong Kong non si sono mai placate del tutto.
Alle adunate oceaniche dell’estate scorsa, intervallate da giornate segnate dai violenti scontri tra polizia e manifestanti, sono succedute numerose proteste, come il primo di ottobre, in occasione dell’anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. L’apice della tensione si è avuto con l’occupazione del Politecnico, presto assediato dalla polizia, tra la metà e la fine dello scorso novembre, operazione conclusasi con oltre mille arresti. Sebbene si sia trattato di violenti cortei, che hanno fatto registrare anche qualche morto, non si sono avute altre imponenti manifestazioni simili a quelle di giugno 2019, anche perché vietate dalle autorità. Non però l’8 di dicembre, quando, per la prima volta da agosto, la polizia non ha potuto impedire un grande assembramento, al quale secondo gli organizzatori avrebbero preso parte in 800.000.
Fino all’inizio del 2020 è proseguita l’ostinata lotta di strati sociali che individuano la loro difesa nel mantenimento dell’autonomia della ex‑colonia, in atteggiamenti anticinesi e filo‑occidentali. Mezze classi che trovano il sostegno nelle strade di “giovani” e “studenti” e nelle urne elettorali di ampi strati della popolazione, come dimostrato lo scorso 24 novembre con i candidati pro‑democrazia a cui sono andati 390 seggi su 452, mentre alle ultime elezioni del 2015 ne avevano ottenuti circa un terzo (per altro una vittoria del tutto simbolica in quanto le competenze dei consigli distrettuali sono locali, ininfluenti sul Consiglio Legislativo, il piccolo Parlamento di città).
Neanche la diffusione dell’epidemia ha fermato del tutto lo scontro sociale in corso. Le misure della quarantena sono state il pretesto che ha fatto riemergere le tendenze autonomiste e localiste: piccoli gruppi anti‑Pechino hanno invocato una chiusura totale di ogni collegamento tra Hong Kong e la Cina continentale, protestando contro i quattro corridoi lasciati aperti. A tal fine ad inizio febbraio c’è stato anche uno sciopero di medici e paramedici per chiedere la chiusura totale del confine. In generale tra febbraio ed aprile non sono mancate le azioni, meno partecipate.
Ma è da maggio che le proteste sono riprese con virulenza. Ad innescarle una recente legge varata dalla Cina: il Congresso Nazionale del popolo, il ramo legislativo del Parlamento cinese, ha approvato una legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong che punisce, in maniera molto generica, atti di separatismo, sovversione, terrorismo, interferenza straniera. Ovviamente il campo pro‑democrazia denuncia la fine del principio “un Paese, due sistemi”. In migliaia sono scesi nelle strade scontrandosi con la polizia e centinaia gli arrestati.
La crisi di Hong Kong non è confinata alla grande metropoli ma, come avevamo messo in evidenza sul numero 397 di questo giornale, la partita si inserisce nel conflitto di vasta portata fra Cina e Stati Uniti. All’offensiva di Pechino contro l’autonomia di Hong Kong gli Stati Uniti hanno risposto con la minaccia della revoca dello statuto speciale della metropoli. Finora Hong Kong ha svolto un ruolo di intermediario per la movimentazione dei capitali: da una parte la Cina se ne serve sia per attrarre capitali stranieri sia per suoi investimenti finanziari all’estero, dall’altra parte i capitalisti stranieri la utilizzano come testa di ponte per la penetrazione economica nella Cina continentale. Inoltre, Hong Kong è tra le principali aree commerciali del mondo, caricano nel porto di Hong Kong una quota rilevante delle merci cinesi verso gli Stati Uniti e viceversa. Per cui la ritorsione americana, che renderebbe la metropoli del tutto simile al resto della Cina continentale e farebbe ricadere sull’economia di Hong Kong la minaccia di tariffe doganali e altre sanzioni, si configura come un atto della guerra commerciale in corso tra le due super‑potenze.
A ciò si aggiunge la crescente tensione nelle acque dei mari cinesi, e in generale in tutta l’area del Pacifico, dove si fronteggiano le armi delle flotte di Cina e Stati Uniti. La partita di Hong Kong non è quindi un affare interno cinese, come si afferma a Pechino, ma un fronte dello scontro tra i maggiori imperialismi, che l’avanzare della crisi del capitale renderà inevitabile.
In questo contesto, fino a quando la lotta ad Hong Kong sarà condotta dalle mezze classi con l’obiettivo dell’autonomia dalla Cina, qualunque ne sarà l’esito, sia la permanenza sotto il tallone di Pechino sia il mantenimento dell’autonomia politica sotto l’ombrello protettivo degli imperialismi d’Occidente, nulla cambierà per il proletariato della metropoli, se non un diverso padrone pronto a spremerlo. Solo un intervento autonomo della classe operaia di Hong Kong, solidale nei fini e nella guerra sociale con quella di tutta la Cina, sotto la guida del suo partito rivoluzionario, potrà rovesciare ogni piano imperiale.
I sindacati a Hong Kong
Il proletariato della città ha una lunga tradizione di lotte sindacali e, data la storia e le caratteristiche della colonia, ha sempre avuto un ruolo internazionale.
Negli anni Venti, quando in tutto il mondo si diffondeva l’onda della rivoluzione comunista e la lotta classista nelle metropoli occidentali si fondeva con le rivoluzioni doppie nei paesi coloniali, secondo la grande prospettiva della Terza Internazionale, il proletariato di Hong Kong si batteva non solo per l’emancipazione politica dal dominio britannico ma direttamente contro l’oppressione del capitale, che aveva fatto della città un mostro capitalistico che sfruttava decine di migliaia di operai.
A differenza dell’arretrata Cina che, esclusi alcuni centri come Shanghai, Canton e altri pochi, era dominata da uno sconfinato mondo rurale di oltre 300 milioni di contadini, ad Hong Kong il proletariato era schierato direttamente contro la borghesia dando esempi di grandiose lotte: lo sciopero dei marittimi del 1922 e quello insieme a Canton tra il 1925 e il 1926.
Con la sconfitta della rivoluzione proletaria in Cina nel 1927 i forti sindacati vengono distrutti e il movimento rivoluzionario riparte dalle arretrate campagne. Ma abbandona la prospettiva rivoluzionaria che aveva infiammato il Paese: l’affermazione del maoismo rappresenta la sottomissione della lotta del proletariato cinese alla borghesia, alla conquista della sua indipendenza politica e nazionale e alla libera accumulazione del capitale.
Ad Hong Kong la rinascita delle organizzazioni operaie dopo la Seconda Guerra mondiale avviene in un contesto internazionale che ha visto in Cina, nel 1949, la vittoria del PCC nella guerra civile contro i nazionalisti del Kuomintang e la fondazione della Repubblica Popolare, ma con Hong Kong rimasta colonia britannica. In questa situazione il movimento operaio si trova ingabbiato nella polarizzazione tra due blocchi borghesi contrapposti: la fazione pro‑PCC e quella pro‑Kuomintang.
Sul piano sindacale questa divisione si manifesta con la nascita di due avverse centrali sindacali: la “comunista” Hong Kong and Kowloon Federation of Trade Unions (FTU), divenuta oggi la Hong Kong Federation of Trade Unions (HKFTU), e la Hong Kong and Kowloon Trades Union Council (TUC), oggi HKTUC, formata dai sostenitori del Kuomintang.
Nell’ottobre del 1956 violenti scontri tra i sostenitori dei “comunisti”, nazionalisti anche loro, e quelli di Taiwan provocano l’intervento delle truppe coloniali che fanno 59 morti.
Questa divisione politica, riflesso dello scontro tra opposti fronti internazionali entrambi borghesi, è alla base della debolezza del movimento operaio di Hong Kong, caratteristica protrattasi nei decenni e, sebbene in forme diverse, giunta fino ad oggi.
L’FTU negli anni Cinquanta e Sessanta opera come società di mutua assistenza a favore degli associati, martoriati dalla disoccupazione e dai bassi salari.
In seguito ai turbolenti eventi cinesi della Rivoluzione Culturale l’FTU intraprende una serie di lotte nelle fabbriche e in altri settori, in particolare nei trasporti, e crescono le tensioni con il governo coloniale. Nel 1967 la repressione di uno sciopero da parte della polizia coloniale, con numerosi feriti ed arresti, produce una vasta reazione dei lavoratori. A queste decise proteste il governo coloniale risponde con la violenza, gli arresti e l’imposizione del coprifuoco. La lotta dei proletari di Hong Kong è sostenuta dalla Repubblica Popolare, che fa intravedere la minaccia di un intervento militare per prendere il controllo della colonia. Le rivolte si protraggono per mesi, ma alla fine dalla Cina giunge l’ordine di fermarle. Il bilancio finale è di decine di morti, centinaia di feriti e migliaia di arrestati. La classe operaia dimostra la sua generosa disponibilità alla lotta contro l’oppressore britannico e contro lo sfruttamento capitalistico, ma resta sotto il controllo di organizzazioni legate al nazionalismo cinese.
A partire dalla fine degli anni Settanta, in seguito alle riforme economiche avviate in Cina, inizia a mutare l’atteggiamento dell’FTU nei confronti del governo coloniale: le trasformazioni economiche in atto nell’entroterra continentale necessitano dei capitali che transitano per Hong Kong. Questo spinge il sindacato alla collaborazione col governo della colonia. Inoltre si sono aperte trattative tra la Gran Bretagna e la Repubblica Popolare in vista del ritorno della città-Stato alla sovranità cinese. È in questo contesto che all’FTU è concessa dal governo coloniale la possibilità di partecipare alle elezioni del Consiglio Legislativo, anche per contrastare i nascenti partiti democratici.
Con il ritorno di Hong Kong alla Cina si apre una nuova frattura all’interno del movimento operaio della ex colonia, con lo scontro tra la fazione pro‑Pechino e quella pro‑democrazia. Quest’ultima nel 1990 dà vita ad una propria organizzazione sindacale, la Hong Kong Confederation of Trade Unions (HKCTU).
Ma ancora oggi la maggiore organizzazione sindacale è la FTU, con più di 400.000 iscritti e circa 250 sindacati federati. Fin dalla sua fondazione è un braccio della ufficiale Federazione Sindacale Cinese e si oppone alle richieste “democratiche” e autonomiste. La CTU è la seconda centrale per numero di aderenti, con circa 160.000 iscritti e 60 sindacati affiliati; fa riferimento ai sindacati dei paesi occidentali, è legata ai partiti “democratici” di Hong Kong ed è schierata attivamente nella “battaglia per la democrazia”. Poi, terza confederazione sindacale, con circa 60.000 iscritti, è la Federation of Hong Kong and Kowloon Labour Unions (HKFLU), fondata nel 1984 con una posizione neutrale rispetto agli altri due maggiori sindacati, oggi è schierata nel campo pro‑Pechino. Quarta organizzazione per numero di iscritti, ad oggi solo poco più di 6.000, è la HKTUC, storicamente legata al Kuomintang e a Taiwan. Questi quattro sindacati complessivamente inquadrano circa il 70% dei lavoratori sindacalizzati; altre centrali raccolgono il rimanente.
Nonostante siano oltre 900.000 i lavoratori aderenti ai sindacati, la classe operaia ad Hong Kong si trova in una condizione di debolezza, oltre che per i lunghi decenni della controrivoluzione, perché le sue organizzazioni sono sottomesse, dopo la iniziale contrapposizione RPC‑Taiwan, a quella odierna fra nazionalismo grande-cinese e autonomia. Il movimento operaio di Hong Kong è quindi oggi inquadrato in sindacati che perseguono interessi borghesi, intenti a schierare i proletari su fronti opposti ma entrambi appartenenti ai suoi nemici.
Proletari a difesa di interessi borghesi
Le proteste in corso ad Hong Kong da ormai un anno ripetono quanto successo nel passato e dovrebbero essere di monito anche per i proletari della metropoli. Seguendo le direttive delle attuali centrali il proletariato è portato non alla lotta per i suoi interessi ma per obiettivi borghesi e rischia di versare il sangue in uno scontro fra i suoi sfruttatori.
Ciò è confermato dall’atteggiamento che ancora oggi tengono le due principali centrali sindacali: la FTU sostiene il governo di Pechino, la CTU si schiera dalla parte dei manifestanti pro‑democrazia. È stata quindi la CTU ad indire alcuni scioperi generali, il 5 agosto e il 2‑3 settembre, in sostegno del movimento di protesta. Ma le rivendicazioni per le quali ha chiamato a scioperare sono appiattite sulle richieste del movimento democratico: ritiro del disegno di legge di estradizione verso la Cina; dimissioni del capo dell’esecutivo; un’inchiesta sulle violenze della polizia contro i manifestanti; rilascio degli arrestati; maggiori libertà democratiche. Non è avanzata nessuna rivendicazione operaia, anzi si teme che gli scioperi vengano a deteriorare il “normale funzionamento” della “vita produttiva” della ex‑colonia.
Dice infatti il manifesto che chiama allo sciopero del 2‑3 settembre: «Hong Kong ha raggiunto un punto critico e non abbiamo altra scelta che intensificare lo sciopero dei lavoratori poiché questa è la nostra ultima risorsa (…) Dobbiamo lanciare un avvertimento a coloro che sono al potere: quando i valori e i sistemi fondamentali di Hong Kong si sgretolano, l’ordine economico affonderà con essi, siamo determinati a lasciare il nostro lavoro e a unirci per le strade con tutti i manifestanti che lottano per il nostro comune futuro!».
I “valori e i sistemi fondamentali di Hong Kong” non sono altro che la libertà borghese e il sistema capitalistico che fanno di Hong Kong un paradiso per i borghesi e un inferno per i proletari; la minaccia del peggioramento dell’andamento economico è il classico avvertimento che tutti i sabotatori della lotta di classe sbandierano per spingere i lavoratori alla difesa dell’economia nazionale.
Inevitabilmente la recente legge sulla sicurezza di Hong Kong è avversata della CTU, in quanto, ritiene il sindacato, essa andrà a ledere “le libertà di Hong Kong” e “lo stato di diritto”, distruggendo la già danneggiata formula di “Un paese, due sistemi” e l’”Alto grado di autonomia” della metropoli. Un recente manifesto del sindacato, in commemorazione dei fatti di Piazza Tienanmen del 1989, mette in relazione la situazione attuale con quanto accaduto allora e schiera il movimento sindacale nella lotta per la democrazia: “Nell’odierna Hong Kong, la classe operaia di qualunque estrazione ha organizzato e creato nuovi sindacati, determinati a combattere la tirannia dal fronte sindacale. È davvero una nuova ondata di movimento sindacale alla ricerca della democrazia. Questo assomiglia al movimento sindacale nel 1989, quando i sindacati autonomi stavano spuntando in tutta la Cina. Sebbene i sindacalisti siano stati sottoposti a detenzioni e repressione su larga scala, hanno piantato dappertutto i semi delle lotte operaie. Dopo trentuno anni, la fiamma non si è spenta e la lotta continuerà. Il movimento operaio indipendente di Hong Kong porterà sicuramente avanti questo spirito. Miriamo a liberarci dalla dittatura, a realizzare un sistema veramente democratico e l’uguaglianza”. C’è quindi da aspettarsi che il sindacato possa chiamare i lavoratori ad una lotta contro la legge sulla sicurezza di Hong Kong, che sicuramente sarà utilizzata dalle autorità cittadine e da Pechino per reprimere anche le organizzazioni dei lavoratori, ma contro l’attacco del potere borghese la classe operaia non deve cadere nell’illusione che la soluzione sia nell’instaurazione di un sistema democratico, in quanto l’essenza di ogni potere borghese, sia esso democratico o “totalitario”, è quella di tenere sottomesso il proletariato e garantire la sopravvivenza del modo di produzione capitalistico.
Se da una parte la CTU chiama i lavoratori ad una lotta “per la democrazia” senza avanzare nessuna rivendicazione che riguardi le dure condizioni del proletariato di Hong Kong, dall’altra il maggiore sindacato della città-Stato, la FTU, segue le direttive di Pechino e, come il sindacato ufficiale in Cina, collabora al mantenimento delle pace sociale e infonde nella classe operaia sentimenti nazionalistici ponendo il “patriottismo” al primo posto. Non c’è quindi da stupirsi che la FTU abbia dichiarato in un comunicato stampa che la legge sulla sicurezza di Hong Kong può contribuire a garantire un ambiente sociale stabile affinché milioni di lavoratori della città possano vivere e lavorare in pace.
Contro questa politica borghese il proletariato tornerà ad avanzare rivendicazioni in difesa delle proprie condizioni di vita, da imporre con gli strumenti della lotta di classe. In realtà è già accaduto ad Hong Kong pochi anni fa: nel 2013 i lavoratori portuali hanno scioperato per 40 giorni per aumenti salariali e per il miglioramento delle condizioni di lavoro. Questo sciopero, ricorrendo ai picchetti e con la solidarietà di altre categorie, ottenne degli aumenti di salario.
Al momento le condizioni di vita e di lavoro del proletariato di Hong Kong diventano insopportabili, con lunghi orari e miseri salari, a fronte dell’alto costo della vita nella penisola, in particolare delle abitazioni. Ma sarà proprio la condizione di miseria a riportare i proletari a combattere per i propri interessi e riaccendere il fuoco della lotta di classe, sicuramente in unione con le centinaia di milioni di fratelli di classe della Cina continentale.
La necessaria autonomia di classe
Quel che succede ad Hong Kong, crocevia dei traffici dell’imperialismo, non può non ripercuotersi sulla scena mondiale. Il modo di produzione capitalistico vi ha raggiunto l’apice della sua parabola, mostrando ormai tutti i caratteri della putrescenza e facendone intravedere la catastrofica distruzione. Ma l’abbattimento di un modo di produzione ormai antistorico può avvenire esclusivamente per mezzo di una feroce lotta della classe operaia, l’unica “che non è una classe di questa società”.
Ad Hong Kong invece il sommuoversi, anche talora clamoroso, esteso, prolungato e violento, ha un carattere interclassista e si pone le finalità delle classi piccolo borghesi. Queste di per sé non si pongono l’obbiettivo della distruzione della società borghese e con la loro disperata lotta cercano di difendere la loro precaria esistenza all’interno di un modo di produzione che non possono e non potranno mai mettere realmente in discussione.
Il ribellismo piccolo borghese che esplode un po’ ovunque nel mondo non è parallelo a quello della rivolta della classe operaia. E le rumorose proteste di Hong Kong confermano l’impotenza di questi ceti senza storia e senza partito, che non riescono a darsi che le antistoriche e ormai vuote rivendicazioni democratiche e micro-nazionali.
La classe operaia deve evitare di farsi schierare in una lotta fra tardo-nazionalismi destinati a sfociare solo nella dispiegata guerra imperialista, e a farsene strumento di propaganda.
Ad Hong Kong, come in altre parti del mondo, la sollevazione delle mezze classi travolte dalla crisi del capitale si manifesta senza la presenza della forza organizzata e della coscienza politica della classe operaia. Benché ancora assente dallo scontro sociale con obiettivi ed organizzazioni distinte, il proletariato è l’unica classe veramente rivoluzionaria, il solo a minacciare l’ordine sociale borghese, e che, inquadrato in sindacati classisti e guidato dal proprio partito, è in grado di abbattere il dominio del capitale. Contro le illusioni delle multiformi mezze classi, il proletariato può abbattere il regime borghese solo ritrovando sé stesso, la sua autonomia di movimento e il suo programma, cioè il suo partito.
Dopo lunghi decenni di controrivoluzione, che hanno sottomesso la classe operaia e le sue organizzazioni alla collaborazione con il capitale, la sua riorganizzazione passa inevitabilmente attraverso la ricostituzione di sindacati classisti e della guida rivoluzionaria del partito comunista. Solo in questo modo anche il proletariato di Hong Kong potrà evitare una sconfitta certa e forse sanguinosa.
La classe operaia, quando si presenterà sulla scena sociale in tutta la sua statura storica e inquadrata nella disciplina delle sue estese organizzazioni, allora riuscirà anche a trascinare dietro di sé le pletoriche mezze classi in rovina, o almeno a renderle neutrali nella guerra sociale. Non allettandole col mito della “democrazia” e delle autonomie locali, ma offrendo loro la liberazione dal giogo del grande capitale che impietosamente le schiaccia.
Al confine cinese-indiano
Urti tettonici fra le placche degli imperi
Il Lakadh fa parte del territorio conteso del Kashmir tra le tre potenze di Cina, India e Pakistan. Il 15 giugno una colluttazione tra soldati cinesi e indiani nel territorio conteso di Lakadh, lungo il confine cinese-indiano, ha provocato diversi morti in entrambi i campi.
La Cina, potenza imperialista in ascesa, nel 2013 si è aperta una strada al Mar Arabico stabilendo con il Pakistan un Corridoio Economico Cina‑Pakistan, che passa non lontano dal Lakadh, parte della globale Via della Seta. Il controllo affidabile delle vie di rifornimento dell’energia è vitale al crescente potere imperialista dei vari capitalismi arroccati nei loro Stati nazionali.
Dagli anni ‘70, la Cina è passata da esportatore a importatore netto di petrolio. Questo deve passare per lo stretto di Malacca. La Cina quindi deve fare affidamento sulle rotte marittime per il suo approvvigionamento di energia. I mari sono però controllati dagli Stati Uniti, che mantengono la superiorità navale. Il “dilemma Malacca” lo definì nel 2003 l’allora presidente Hu Jintao. Ugualmente l’India ha fortificato le sue basi militari sulle vicine isole Andamane e Nicobare.
Da allora la Cina si è sforzata di diversificare il proprio approvvigionamento energetico con l’obiettivo di evitare di farlo passare per gli stretti di Malacca e della Sonda.
Il Corridoio Cina‑Pakistan è quindi fondamentale, prevedendo anche la costruzione di un gasdotto dal porto di Gwadar allo Xinjiang, con possibile diramazione fino all’Iran.
Quindi gli scontri di confine non sono eventi isolati o episodi di una guerra decennale alimentata da tensioni etniche. Persino le dichiarazioni ufficiali di entrambi gli Stati ammettono che non è così e ognuno accusa l’altro di tentare di modificare a proprio vantaggio la reciproca disposizione strategica. Anche questo conflitto, in sostanza, è alimentato solo dagli interessi dei capitalisti di entrambe le nazioni.
Il movimento Balck Lives Matter nella assenza della interraziale classe operaia organizzata
Il Black Lives Matter è un movimento per i diritti umani e civili, che ha preso forma in seno alla comunità afro‑americana intorno al 2013, come reazione all’infame verdetto che concesse la piena assoluzione al capitano della milizia di quartiere che il 26 febbraio dell’anno prima a Sanford, in Florida, aveva sparato – certamente non per legittima difesa, come affermato invece dal Tribunale – al 17enne Trayvon Martin, uccidendolo sul colpo.
Sono in parte legate al BLM le manifestazioni che hanno riempito le strade delle grandi capitali europee negli ultimi giorni.
Le intenzioni di quella che iniziò come una campagna online erano, nel 2013 come oggi, smuovere le “coscienze” dell’opinione pubblica americana ed internazionale per denunciare gli episodi di “war on Blacks”, gli attacchi sistematici alla vita degli uomini di colore e la brutalità della polizia che agisce nella piena compiacenza della giustizia.
Le singole “strutture” locali che aderiscono al BLM e la moltitudine di organizzazioni che partecipano al network non rispondono ad alcun organo centrale, rifiuto che corrisponde a pregiudizi localistici, ma anche all’interesse di trattenere i finanziamenti provenienti dalle sottoscrizioni esterne.
Questo non ha impedito negli ultimi giorni un coordinarsi tra le strutture aderenti nell’organizzare le proteste, la richiesta di firme su petizioni, unificate sotto gli stessi slogan e rivendicazioni.
Ma quali sono queste rivendicazioni? Leggiamo sul sito del Black Lives Matter: «La missione è sradicare la supremazia bianca e costruire il potere locale per intervenire nella violenza inflitta sulle comunità Nere dallo Stato e da i suoi agenti. Combattendo e reagendo agli atti di violenza, creando spazio per l’immaginazione e l’innovazione Nera, e ponendo al centro la gioia Nera, otteniamo immediati miglioramenti nelle nostre vite».
Qui si chiamano a raccolta le comunità di colore, nella loro totalità interclassista, a difesa dall’attacco della “supremazia bianca”. È un movimento interclassista, quindi borghese, espressione di una minoranza razziale perseguitata, borghesi che vogliono riconosciuta dallo Stato dei bianchi la loro piccola fetta di potere locale, senza essere taglieggiati o massacrati dalla polizia.
Quindi il BLM ha poco da offrire al proletariato nero, oltre a “immaginazione e innovazione”.
Sia le richieste sia le vie da percorrere, talvolta deliranti, nel movimento spesso divergono tra loro. Ma ampiamente condivisi sono la critica al governo Trump; una riforma della giustizia; pene più severe per gli agenti di polizia violenti; il contenimento del sistematico razzismo; il definanziamento dei dipartimenti di polizia locali (nella città di Los Angeles il 53% della spesa va al dipartimento di polizia, valore in linea con quello delle altre città americane); l’appoggio alle imprese e ai piccoli esercizi di proprietà afroamericana.
Queste rivendicazioni popolari hanno attirato verso le manifestazioni anche molti giovani bianchi, piccolo borghesi e proletari, pronti ad esprimere la propria solidarietà alla causa dell’antirazzismo e il proprio malumore per il quadro americano nel suo complesso.
Dalle multinazionali dei media, Apple, Nike, Adidas ed altre, sono arrivate recentemente promesse di investimenti pluriennali nelle comunità di colore dove sventolano la bandiera del progressismo antirazzista in cambio di buoni affari.
Inevitabile che il malumore sociale e razziale cerchi di sfogarsi nella palude elettorale: si sente proclamare la necessità per le comunità di colore di portare a termine le pratiche di registrazione elettorale così da poter votare, alle prossime elezioni presidenziali, “blu” contro il tiranno Trump, colpevole di aver dato voce e protezione ai suprematisti bianchi. Insomma il Partito Democratico ha come obiettivo, non nuovo, quello di portare a casa quanti più voti dagli afro‑americani.
Senza continuare a spulciare le varie utopie di riforma sociale interne al movimento BLM, l’una più inverosimile dell’altra, oggi più che mai, si leva la necessità della teoria rivoluzionaria e del partito marxista, in America e non solo.
Ci associamo alla denuncia della condizione di povertà del proletariato di colore, violentemente colpito, prima, dalla crisi economica in corso del capitalismo mondiale, dopo, dalla pandemia del Covid‑19 – che ha visto negli USA circa un terzo delle sue vittime tra la popolazione afro‑americana – che ha segnato una impennata della disoccupazione, già storicamente molto alta nelle comunità di colore. Mancano i servizi essenziali, in particolare nel settore sanitario, la scuola, gli alloggi, ecc…
L’imperante ideologia democratica spinge il proletariato di ogni razza verso le trappole dell’interclassismo e del millantato progressismo. Solo se guidato dal suo organo di classe, il Partito Comunista Internazionale, abbattendo il capitalismo ed il suo Stato, il proletariato potrà liberarsi una volta per tutte dalla morsa della brutalità razzista, dalla sua violenza assassina e dalla miseria morale degli ottusi pregiudizi borghesi.