Partito Comunista Internazionale

Il Partito Comunista 404

Contro il teatrino elettorale - Per la lotta di classe

Dagli opposti schieramenti in vista del referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari l’inganno contro i lavoratori è lo stesso: che il voto – nel quadro di questo sistema sociale, economico e politico – sia uno strumento utile alla difesa delle condizioni di vita e degli obiettivi politici della classe lavoratrice.

La menzogna ha un nome: sovranità popolare. I lavoratori non sono sovrani di un bel nulla, giacché il potere politico è saldamente nelle mani della classe dominante, cioè degli uomini della grande industria, della finanza e dei proprietari fondiari.

Il potere politico è esercitato da questa classe sociale, la borghesia, contro la classe lavoratrice, innanzitutto attraverso la macchina statale, che non è affatto un’entità neutra al servizio dei cittadini bensì lo strumento per il dominio e l’oppressione dei lavoratori, nell’interesse del padronato.

Quale che sia il numero dei suoi figuranti nel parlamento per i lavoratori non cambia nulla: hanno varato le leggi del passato contro i proletari (pensioni, jobs act, ecc. ecc.) e lo faranno nel futuro.

Il potere economico e politico, il maneggio della macchina statale e dei mezzi di informazione, garantiscono alla classe dominante la certezza che le elezioni e i partiti che vi partecipano portino comunque a governi che tutelino i suoi interessi.

Ormai i partiti che fanno parte del gioco parlamentare, o che vorrebbero farne parte, dichiarano con quella sola scelta di stare dalla parte della borghesia.

O preparazione elettorale o preparazione rivoluzionaria, abbiamo scritto noi comunisti rivoluzionari sulla nostra bandiera!

I lavoratori non devono abboccare alle false promesse di chi vuole illuderli che basterà un voto per cambiare in meglio le loro condizioni, per opporsi al taglio dei salari, all’aumento della disoccupazione, al razzismo imperante.

Anche se vi fosse un partito realmente dalla parte dei lavoratori in grado di prendere milioni di voti, questi non basterebbero a cambiare la natura del presente regime sociale e politico. Sarebbero sempre in minoranza entro il parlamento e se mai, per assurdo, potessero divenire maggioranza, la classe dominante chiuderebbe lei stessa il parlamento e getterebbe via la maschera democratica per mostrare il vero volto della dittatura del capitale sui lavoratori.

Questa fu la lezione del fascismo.

Milioni di voti non servirebbero a nulla. Centinaia di migliaia di lavoratori in sciopero possono portare in pochi giorni aumenti salari e miglioramenti materiali nelle condizioni di vita dei lavoratori che nessun “percorso parlamentare” può ottenere.

In un frangente di grave crisi economica e politica della borghesia, un vasto movimento di scioperi, inquadrati in un grande sindacato di classe, diretto dalla parte più cosciente dei lavoratori inquadrati nel vero partito comunista sono le condizioni che permetteranno di togliere il potere politico alla borghesia e liberare l’umanità dal capitalismo.

In Bielorussia preme dietro le scene una robusta classe operaia

In Bielorussia nelle ultime settimane si sono svolte manifestazioni di protesta e si è sviluppato un movimento di scioperi. Il fattore scatenante è stata l’ennesima “vittoria” elettorale del presidente Lukašenko, rieletto per il suo sesto mandato, nonostante la scarsa popolarità, logorata da 26 anni di potere ininterrotto.

Lukašenko, inizialmente considerato “salvatore della repubblica”, negli ultimi tempi ha adottato linee neoliberiste, la privatizzazione di molti enti pubblici, la riforma del sistema pensionistico, l’introduzione di contratti a zero ore, ecc.

Ora la maggior parte dei lavoratori bielorussi vive in condizioni peggiori anche rispetto ai russi e ai polacchi.

Le prime manifestazioni di protesta sono state represse dalla polizia che ha arrestato migliaia di manifestanti. Questo non ha messo fine alle proteste e presto gli operai delle maggiori fabbriche di questo paese, caratterizzato da un altissimo grado di industrializzazione, sono entrati in sciopero.

Se è stato il risultato delle elezioni, giudicate truccate delle opposizioni, a dare il via alle proteste, la loro vera ragione sta nel peggioramento delle condizioni di vita in questi ultimi anni.

Per lunghi anni gli accordi energetici con la Russia hanno assicurato allo Stato bielorusso una rendita per comprare la pace sociale e assicurargli una certa stabilità politica. Una svolta impressa dalla Russia nella politica di approvvigionamento energetico dell’Europa centrale e occidentale, ha stornato una parte degli investimenti dalla Bielorussia, acuendo la crisi economica in questo paese satellite. Per fronteggiare la difficile situazione il governo guidato da Lukašenko ha tentato la strada di maggiore autonomia dalla Russia, accennando ad una qualche interlocuzione con gli Stati Uniti e l’Unione Europea, minacciando di spostare l’asse della propria politica energetica.

Frattanto le condizioni della popolazione bielorussa hanno subito un drastico peggioramento, anche per la revoca da parte dello Stato dei sostegni all’industria e all’assistenza sociale.

L’insorgere del coronavirus ha contribuito a svelare la realtà di una politica governativa determinata a perseguire l’interesse di una borghesia, ancora in gran parte annidata nei meandri dell’alta burocrazia statale. Il governo, fatto gettito del tradizionale paternalismo paludato di assistenza “socialista”, ha ostentato sfacciatamente la sua obbedienza agli interessi dell’economia, ignorando la salute dei lavoratori e della popolazione in genere. Come la Confindustria italiana, il governo ha imposto di tenere aperte le fabbriche esponendo gli operai al contagio.

Prima di tutto la produzione! Questo è il motto del governo del capitale anche in Bielorussia, un paese che su 10 milioni scarsi di abitanti, conta 5 milioni di salariati e ben 2 milioni di addetti all’industria. I proletari, rinchiusi nelle galere del lavoro a salario, con la minaccia di contrarre il virus mortale e costretti a produrre in nome del profitto, spesso hanno subito anche decurtazioni della loro paga che in alcuni casi hanno raggiunto anche il 20%.

La rabbia proletaria si è espressa in scioperi, che non sono rientrati per le vane promesse del governo, incapace di riportare l’ordine con le prediche. Così è partita la risposta statale alle lotte operaie: i comitati di sciopero sono stati sciolti con un’ondata di arresti e il governo il 24 agosto ha disposto una serrata.

Le forze cosiddette “liberali”, che esprimono le aspirazioni della piccola borghesia, pur essendo tutte schierate contro l’attuale regime, sono divise tra chi punta sull’aiuto della Russia e chi dell’unione Europea o degli USA. Questi “liberali”, tanto incensati dai media occidentali, non sono affatto dalla parte dei lavoratori e vorrebbero privatizzazioni ancora più rapide di quelle introdotte dal regime attuale.

Intanto alcune frange più combattive del movimento sindacale stanno cercando di avanzare le richieste della classe operaia, non solo economiche ma anche politiche. Ad esempio i lavoratori della grande fabbrica chimica Belaruskaliy stanno chiedendo una revisione generalizzata dei contratti collettivi.

Bisogna che questo movimento di sciopero, indipendentemente dal destino del Presidente, porti alla formazione di un sindacalismo indipendente sia dallo Stato sia dai movimenti e dai partiti della piccola borghesia, siano essi filo russi o filo occidentali, una organizzazione in grado di difendere le condizioni di vita della classe lavoratrice. E un partito comunista occorre rinasca, ricco all’esperienza di secoli di lotta, a rappresentare gli interessi generali e storici del proletariato, non solo bielorusso ma del mondo intero.

Lo sciopero dei portuali a Montreal

Il 27 luglio il sindacato portuali di Montreal – la sezione 375 della Canadian Union of Public Employees (CUPE) – ha dichiarato uno sciopero di quattro giorni dopo non aver trovato un accordo per il contratto collettivo con l’associazione padronale Maritime Employers Association (MEA).

Lo sciopero ha interessato tutte le attività del porto ed anche quelle del terminal Contrecoeur, ad ovest della città.

La sezione 375 del CUPE rappresenta 1.125 portuali, parte dei quali donne (il 25% dei nuovi assunti). Il 31 luglio è entrata in sciopero anche la sezione 1657 dell’International Association of Dockers (IAD) che rappresenta 175 verificatori di bordo: non accadeva da 30 anni.

Il problema principale riguarda gli orari e la programmazione dei turni. Un portuale, per esempio, può lavorare in orario diurno per una settimana e per le tre settimane successive essere assegnato al lavoro serale o notturno. Il contratto di lavoro prevede una disponibilità massima di 19 giorni su 21, che presto è stata saturata divenendo l’orario effettivo di lavoro. Il turno spesso è comunicato il giorno prima alle sei di sera. L’orario di lavoro per i verificatori è ancora peggiore, potendo arrivare fino a 27 giorni con solo 1 o 2 giorni di riposo.

I tentativi della MEA di impedire lo sciopero ricorrendo ai tribunali sono finora falliti per il rifiuto del Canada Industrial Labour Relations Board, benché consideri gli scaricatori come lavoratori essenziali.

Così la MEA è ricorsa al crumiraggio, cosa che è possibile anche sul piano legale dal momento che la legislazione “anti‑crumiri” è a giurisdizione provinciale, mentre le attività del Porto ricadono sotto quella federale. Ma i portuali sono riusciti a fermare gli accessi – per lo più dei capetti – con i picchetti. Agli ingressi dei terminal hanno attaccato su dei cartelli le foto dei crumiri coi rispettivi nomi.

Il 10 agosto lo sciopero è ripreso questa volta a tempo indeterminato. Dopo 10 giorni, nonostante il morale dei lavoratori fosse alto e il fronte padronale desse svariati segni di isteria, i la sezione 375 del CUPE ha deciso di sospenderlo siglando una tregua di ben 6 mesi, che non offre alcuna soluzione ai problemi dei portuali e concede invece tempo al padronato per organizzarsi.