Le lotte di classe vincono - Le elezioni no
Dagli Stati Uniti…
Quattro anni fa, in occasione delle elezioni del 2016, sul nostro The Communist Party n.5 osservavamo come tutta quella vuota rappresentazione non esprimesse che la miseria del capitalismo. Eppure quel novembre sembra lontano dopo quattro anni, dopo la messa al bando dei musulmani, la guerra commerciale contro la Cina, il rapimento di bambini immigrati, la minaccia di guerra contro l’Iran, le proteste per l’assassinio di George Floyd e di Breonna Taylor; dopo Charlottesville, Pittsburgh e Portland. Oggi, nei mesi peggiori della peggiore epidemia degli ultimi cento anni, torniamo a ripetere: le elezioni non rappresentano che la miseria del capitalismo.
Ogni decisione politica è un riflesso delle condizioni sociali prevalenti. In alcuni momenti questo diventa particolarmente evidente. Ormai la dimensione del fallimento del capitalismo è davanti a tutti, sotto forma di una incontrollata pandemia, quando un presidente pubblicamente minaccia un colpo di Stato e quando le tecniche militari apprese nelle guerre imperialiste sono impiegate nelle nostre città. La crisi del capitalismo è tornata a casa.
In questo contesto, la sceneggiata elettorale in sé non potrebbe essere più noiosa. Basta confrontare i programmi politici per scambiare per la stessa persona Donald Trump e Joe Biden. Sono entrambi “di destra” e imperialisti. Entrambi hanno fatto carriera in politica ostentando il loro razzismo, entrambi melliflui opportunisti disposti a cambiare posizione in un istante per i propri interessi personali.
Nonostante questa identità sostanziale entrambi i partiti repubblicano e democratico sostengono che queste elezioni sono una questione di vita o di morte. Per i repubblicani Trump sarebbe l’unico baluardo contro l’anarchia, in agguato nell’ombra dietro Biden, che distruggerebbe l’America bianca. I democratici sostengono che Trump distruggerebbe quella meraviglia che è la democrazia americana e che solo votando per Biden si salverebbe. In realtà non c’è nessuna decisione da prendere in queste elezioni. La borghesia vincerà in ogni caso: così funziona la democrazia! La vera reale decisione in questo momento non è tra Trump e Biden, ma tra lo sfruttamento capitalista e la libertà comunista.
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Lo scontro fra i due partiti è solo una messinscena. La risposta dei democratici alla presidenza Trump è stata solo disfattismo e in realtà limitata a difendere quei rappresentanti della classe dominante interessati alla carriera all’interno del partito. Il proletariato si è tenuto fuori da tutto questo trambusto, nonostante i tentativi dei democratici di utilizzarlo per i propri fini.
La loro prima parola subito dopo le elezioni del 2016, fu “resistenza”! Il termine si riferiva al mito storico della resistenza europea al fascismo. E questa resistenza del 2016 aveva della precedente la vuota melensaggine. Sarebbe stato un resistere attraverso rispettabili mezzi legali, solo rivestendo le vecchie opprimenti istituzioni democratiche di costumi rivoluzionari.
La difesa della classe operaia non è mai stata il suo obiettivo: la resistenza dei democratici non esigeva che un ritorno alla “normalità”, a un immaginario passato “civile”. L’indignazione dei resistenti per i danni alle proprietà che hanno accompagnato le prime proteste anti-Trump (alle quali rispondevano cantando “pacifica protesta”) e la loro solidarietà con la polizia furono le prime prove delle loro simpatie.
L’enfasi sui metodi legali era per incanalare nelle istituzioni controllate dal grande capitale i rancori della parte rovinata della piccola borghesia, che lentamente cominciava a agitarsi man mano che si deteriorava la sua condizione economica. L’opposizione a Trump è stata quindi dirottata verso l’indagine Muller e l’impeachment, procedimenti che, ovviamente, non dovevano portare a nulla e a nulla hanno portato.
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Il proletariato è l’unica forza che ha veramente combattuto per sé negli ultimi quattro anni. È l’unica forza nella società che Trump – e Biden – temono veramente. È stata la rivolta di maggio e giugno di quest’anno a scuotere profondamente la borghesia, che ha sentito il bisogno di rispondere con una dimostrazione di forza, spingendosi a grossolani appelli alla religione che hanno messo in imbarazzo perfino i militari. Le proteste l’hanno spinta ad atteggiamenti retrogradi riguardo alle libertà civili e a impiegare il Dipartimento della Sicurezza interna come organizzazione paramilitare.
Trump dapprima ha chiesto pubblicamente di rimandare le elezioni mentre, fino a pochi giorni fa, affermava che non avrebbe accettato di lasciare la Casa Bianca. Tutto questo non è che teatro, di una classe disperata e di uomini disperati, che cercano senza successo di correggere il disordine delle loro azioni. La pandemia l’ha dimostrato, e dietro i deliri di Trump, sulla minaccia “anarchica” e sulle cure alternative, si è cercato di nascondere la responsabilità del capitalismo incapace di gestire la minaccia del virus.
Le proteste scoppiate quest’anno, interclassiste, hanno avuto significative componenti proletarie. In gran numero operai, molti negri ma anche delle altre razze, sono scesi a protestare nonostante la pandemia e il reale pericolo di aggressione poliziesca. Vi hanno partecipato diversi sindacati e in alcuni casi hanno marciato inquadrati lavoratori di alcune categorie. Le componenti proletarie della rivolta hanno svolto le azioni più efficaci – per esempio lo sciopero e la manifestazione, a giugno, dei portuali del Sindacato Internazionale Lavoratori Portuali di Longshoremen e del sindacato dei magazzinieri, e il rifiuto del sindacato dei lavoratori dei trasporti di guidare verso le prigioni gli autobus con i manifestanti arrestati.
Gli scioperi a causa del Covid sono stati quanto di più efficace per proteggere i lavoratori dalla pandemia costringendo le varie strutture del governo ad agire. I lavoratori dei magazzini Amazon hanno ottenuto una paga più alta, delle protezioni fornite dal datore di lavoro e migliori procedure di pulizia. I lavoratori agricoli di Yakima, Washington, la maggior parte dei quali immigrati dall’America Latina, si sono assicurati uno stipendio più alto e hanno costretto i padroni a riconoscere il loro sindacato, Trabajadores Unidos por la Justicia. Gli insegnanti di Chicago sono riusciti ad impedire che si riprendessero le lezioni in presenza semplicemente votando per lo sciopero. Questi provvedimenti di protezione della vita sono stati imposti dai lavoratori stessi, contro una borghesia e uno Stato capitalista a cui non importa nulla della vita dei lavoratori.
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Il Covid-19 ha reso evidente ciò che già era chiaro: il conflitto tra il proletariato e la borghesia è una lotta di vita e di morte, una guerra incessante, e se il proletariato deve sopravvivere deve muoversi unito come classe. Non saranno a salvarlo i buoni auspici della borghesia e le sue sceneggiate elettorali. Questo era vero prima della pandemia e sarà vero anche dopo.
Questa elezione non è diversa dalle precedenti. Trump e Biden rappresentano gli interessi della stessa classe borghese. In numero di repressioni e di omicidi di massa Biden rivaleggia con Trump. Durante il suo primo decennio al Senato si fece un nome per la sua opposizione agli scuolabus con integrazione razziale, che avrebbe spinto i bambini bianchi “in una giungla razziale”. Fu un entusiasta sostenitore della guerra in Iraq e, presidente della Commissione per le relazioni estere del Senato, fece passare la legislazione per permettere l’invasione: un milione di iracheni sono morti a causa di quella guerra. Come vicepresidente ha fatto parte di un’amministrazione responsabile di una lunga lista di atrocità all’estero: il colpo di Stato militare del 2013 in Egitto, le violenze in Siria e in Libia, la divisione dell’Ucraina, l’assassinio per violenza, malattie e fame di 250.000 yemeniti. Se ci fosse un processo di Norimberga per i “crimini di guerra” della borghesia americana, Donald e Joe ne uscirebbero condannati entrambi.
Joe Biden ha dimostrato di non essere un nemico della repressione all’interno. Ha sostenuto la Patriot Act nel 2001 e nel 2002 l’istituzione del Dipartimento della Sicurezza Interna (che oggi sarebbe la polizia segreta di Trump). Possiamo essere certi che le iniziative “anti-estremismo” di Trump e del procuratore generale William Barr continueranno sotto la presidenza di Biden. Questa è dunque la scelta che la democrazia presenta alla classe operaia, tra il “ricco” e il “povero”: per Biden il potere politico ha portato il denaro; per Trump il denaro ha portato il potere politico, il “politico” e il “tycoon”. Ma rappresentano una sola classe, la borghesia. E sono uniti nella loro guerra alla classe operaia.
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Il proletariato non può arrivare al potere democraticamente. In quanto marxisti, sappiamo che una rivoluzione si ha quando una classe oppressa diventa dominante. Questo non può avvenire senza la soppressione del potere dei vecchi oppressori, che inevitabilmente cercheranno di riconquistare i privilegi perduti. Nella rivoluzione proletaria, questo significa la completa esclusione della borghesia dall’attività politica per tutto il tempo in cui sopravvive come classe. Farlo è del tutto antidemocratico, perché rifiuta l’uguaglianza astratta di tutti i cittadini (l’uguaglianza secondo la legge) che è alla base della democrazia. La dittatura del proletariato non può dare lo stesso status ai membri della borghesia fino a quando la loro vecchia classe sociale non cesserà di esistere.
Oltre a sopprimere i vecchi poteri, la nuova classe dominante dovrà affermare le proprie forme di governo, il proprio Stato. Nella rivoluzione francese del 1789 la borghesia abbandonò gli Stati Generali feudali per formare una democratica Assemblea Costituente. Nelle Rivoluzioni russe del 1917, l’assolutismo zarista cedette il passo prima al governo provvisorio borghese, poi, nella insurrezione bolscevica, al governo proletario dei soviet. I soviet, i consigli operai, furono la forma della dittatura del proletariato, la realizzazione di quello che Lenin chiamava Stato-Comune.
Lo scopo del partito internazionale del comunismo è la costituzione della repubblica mondiale degli operai e non progetti politici che mancano questo obiettivo finale. I partiti della democrazia affermano invece il loro impegno a mantenere lo Stato borghese. I comunisti non hanno nulla da guadagnare nel collaborare con essi, se non facilitare la infiltrazione della ideologia borghese e la repressione della classe operaia. I gruppi “di sinistra” che inseguono la democrazia borghese fraternizzano con il nemico. La repressione contro lo staliniano Partito Comunista Americano alla fine degli anni Quaranta, dopo il suo entusiastico sostegno ai democratici nel periodo del fronte popolare, è uno dei tanti esempi di questa strategia fallita.
Ora non è un momento rivoluzionario. La classe operaia non è organizzata in un proprio partito politico e in sindacati di classe. Nonostante questo i comunisti continuano ad agire all’esterno e contro lo Stato borghese e i suoi scagnozzi politici. Dobbiamo dire ad ogni lavoratore che la democrazia è un sistema orientato contro la nostra classe, che il proletariato ha il compito storico di governare da solo, e che nell’unità del suo movimento detiene la forza per poterlo fare.
Il nostro partito è guidato da un unico corpo di teoria e di pratica che arriva al presente fino dalla pubblicazione del Manifesto comunista nel 1848. Tutta la nostra attività è in accordo con questa continua linea politica, segnata tutta da una serie di tesi invarianti.
Nel momento in cui oggi scriviamo nessuno può dire quali saranno i risultati delle elezioni, ma possiamo già affermare che sicuramente anche se vincerà il democratico Biden cambierà solo la forma ma non la sostanza della politica degli Stati Uniti, sia all’interno sia verso l’estero. Ci sono già delle contestazioni nei conteggi, per le elezioni presidenziali ma anche per quelle del Congresso, dello Stato e locali, che potrebbero trascinarsi fino all’inverno. Ma anche quando i risultati saranno chiari, chiunque vincerà, siamo certi di cosa il nostro partito farà: continuare la battaglia per preparare il potere dei lavoratori, per la rivoluzione, per il comunismo.
Storia del Covid-19 e delle precedenti epidemie - ll comunismo libererà la scienza incatenata oggi al capitale
È istruttivo passare in rassegna le trascorse epidemie del XX e XXI secolo. Alcune specie di animali selvatici sono vettori di agenti patogeni che possono passare ad altri animali, al bestiame degli allevamenti e quindi all’uomo. Gli animali domestici e da allevamento condividono il maggior numero di virus con l’uomo e, come i suini, ne sono portatori di un numero otto volte superiore a quello dei mammiferi selvatici. L’attività degli uomini entra così in contatto con virus di cui il loro sistema immunitario non è a conoscenza. I virus Ebola, Sida e Covid-19 hanno prosperato negli animali prima di infettare l’uomo.
L’influenza è una malattia virale trasmessa all’uomo dagli animali, infetta principalmente uccelli e pollame, e il passaggio all’uomo avviene spesso attraverso i maiali. È causata da un virus RNA caratterizzato da una significativa capacità di mutare e di integrare il materiale genetico di diversi virus. Alcuni dei virus influenzali umani sono derivati da virus mutanti, i cui geni sono la ricombinazione in suini e in polli di virus animali o influenzali precedenti. Circolano per un periodo di tempo variabile da un anno a un decennio e scompaiono, possono riapparire in inverno nei paesi temperati e tutto l’anno nei paesi tropicali e subtropicali. L’influenza, dei tipi A (il più virulento e a rischio di pandemia), B, C, D, causa di solito tra i 290.000 e i 650.000 decessi all’anno in tutto il mondo, per lo più bambini e anziani affetti da malattie croniche. In Francia, secondo l’Istituto Pasteur, ogni anno si registrano da 10.000 a 15.000 morti a causa dell’influenza stagionale, con 2-8 milioni di contagiati e una mortalità dello 0,1%.
I coronavirus, mutanti molto comuni, identificati nel 1965, appartengono a una famiglia ampia di virus con un RNA che codifica da 7 a 10 proteine. Con gli aculei delle loro corone, aderiscono alle cellule attraverso un recettore specifico per penetrare e moltiplicarsi. Sono diffusi negli uccelli e nei mammiferi e alcuni possono essere trasmessi all’uomo, essendo la terza causa più comune di infezione delle vie respiratorie superiori. Alcuni sono molto comuni, altri assai virulenti perché, come tutti i virus RNA, hanno una notevole variabilità genetica con le ricombinazioni. Le varianti più patogene attaccano le cellule polmonari causando asfissia e compromettendo le cellule delle pareti dei vasi.
La folle densità umana nelle mostruose e insalubri metropoli del capitale, l’allevamento intensivo degli animali, l’isteria del muoversi convulso, inutile e irrazionale di merci e di uomini imposto dalla iper-globalizzazione del sistema produttivo capitalistico sono il cocktail esplosivo per la diffusione di queste malattie. Non sempre le principali epidemie hanno avuto origine in Cina, come per interesse alcuni affermano. Solo che la Cina del XXI secolo sta producendo oggi dei virus nel contesto di esplosione delle sue attività industriali e di smisurato inurbamento, con condizioni di lavoro e abitative malsane, esattamente come gli altri grandi capitalismi nei secoli XVII-XIX.
Epidemie si sono avute nell’Inghilterra del XVIII secolo, dove il capitalismo si è sviluppato per primo e ha impiantato monocolture foraggere per l’allevamento di bovini, che si infettarono con bestiame importato dall’Europa.
L’epidemia di peste bovina in Africa nel 1890 ebbe origine in Europa, che allora stava vivendo una grande crescita dell’agricoltura; la portarono in Africa orientale gli italiani, poi si diffuse fino al Sudafrica (sterminò anche le mandrie del “suprematista bianco” Cecil Rhodes). Uccidendo l’80-90% del bestiame causò una carestia senza precedenti nelle società prevalentemente pastorali dell’Africa subsahariana, creò anche l’habitat per la mosca tse-tse, limitando il ripopolamento della regione.
La malattia di Lyme, causata da un batterio veicolato dalle zecche, prima di arrivare in Europa si era diffusa in Nord America dove decimò gli animali prima di passare agli esseri umani.
L’influenza del 1917-19 fu nominata spagnola perché solo la Spagna, non coinvolta nel conflitto mondiale, ne dette pubblica notizia, mentre altri governi imposero la disinformazione e il segreto militare: fu proibito di parlarne e che si prendesse alcuna misura di protezione. Per la sicurezza del capitale mondiale non erano morti abbastanza proletari sui fronti di guerra!
Era partita nel 1917 dal Kansas dove si concentravano allevamenti intensivi di suini e pollame. La sua diffusione ad un terzo della popolazione mondiale fu accelerata dalla guerra e dal movimento delle truppe. Uccise almeno 40 milioni di uomini, molti in India e in Cina, principalmente giovani adulti. Infine scomparve, in modo inspiegabile. L’alto tasso di mortalità era dovuto anche alla malnutrizione, alle condizioni di vita malsane dei soldati e della popolazione, con infezioni batteriche secondarie, e colpiva principalmente la popolazione più povera. Oggi sappiamo che la maggior parte dei decessi fu non per il virus ma per un batterio, la polmonite pneumococcica, oggi combattuta con antibiotici e un vaccino. Quel virus fu identificato nel 1931 nei suini: il virus A H1N1, che circolerà nell’uomo fino al 1957-58.
La pandemia influenzale nota come “asiatica” del 1956-58, dovuta alla ricombinazione nel virus A H2N2 di diversi altri tra cui H1N1 nelle anatre selvatiche nel sud-ovest della Cina, fu responsabile della morte di oltre due milioni di uomini in tutto il mondo, di cui 15.000 in Francia.
Il virus circolò per undici anni per portare infine alla terza pandemia influenzale del XX secolo: quella “di Hong Kong”, dall’estate del 1968 alla primavera del 1970. Il virus A H2N2, che nel frattempo aveva provocato epidemie di influenza stagionale, fu sostituito dal virus A H3N2. Partì dalla Cina centrale nel febbraio ‘68 e si disseminò per via dei trasporti aerei divenuti allora più accessibili, provocò un milione di morti, di cui 50.000 negli USA (autunno 1969) e 40.000 (inverno 1969-70) in Francia. Gli ospedali anche allora furono sopraffatti. Tuttavia la stampa internazionale rimase misurata e rassicurante, nemmeno venne fuori il termine “pandemia”, e passò quasi inosservata alla popolazione.
Fu allora iniziata la pratica della vaccinazione in massa e furono rafforzate le reti internazionali di allerta e ricerca.
È con le crisi economiche degli anni ‘75-82 e col varo dei piani di austerità a livello globale, che imposero in molti paesi la contrazione della spesa sanitaria, che si passò dalla sotto-informazione all’iper-informazione sui rischi infettivi. Dagli anni Ottanta, dopo la grande crisi economica, che convinse le borghesie mondiali alle politiche di austerità dello pseudo-liberalismo economico, iniziò anche la diffusione di informazioni sulle epidemie, come l’Aids e lo scandalo del sangue contaminato. La discrezione dei media si ribaltò nel suo contrario, denunciando i dirigenti infedeli, esperti di ogni tipo da allora si susseguono sugli schermi, spesso bisticciando fra loro, si impartiscono continue lezioni di igiene… Il catastrofismo diventa un genere di spettacolo che si ammannisce alla popolazione.
La malattia “della mucca pazza” alla fine del decennio 1980-1990, iniziata in Gran Bretagna, era causata da ruminanti nutriti con farina di animali malati. La presenza di una proteina anomala, il prione, per semplice contatto con i tessuti cerebrali causa una degenerazione neurologica irreversibile. La trasmissione agli esseri umani fu molto bassa ma lo “scandalo” mise in luce i percorsi oscuri delle filiere di produzione della carne.
La Sars, o sindrome respiratoria acuta grave, si è verificata nel 2002-2003 con un nuovo virus, il coronavirus. Apparve in Cina nel 1997, originata nei pipistrelli poi passata allo zibetto poi all’uomo. L’epidemia colpì 30 paesi ma uccidendo solo 800 uomini, e nessuno in Europa. Poi è inspiegabilmente scomparsa nell’agosto 2003.
L’influenza aviaria H5N1, variante del virus A, nel 2004 ha infettato le anatre selvatiche e gli animali domestici, polli e maiali, ma è difficile da trasmettere all’uomo. Nel 1983 quella epizoosi imperversò in Pennsylvania, costringendo a macellare 17 milioni di polli. E nel 2004 dal sud est asiatico si è diffusa nel resto del mondo. L’OMS ritenne possibile che potesse causare una pandemia umana con fino a 100 milioni di morti. Questo non è poi avvenuto.
La pandemia influenzale con il virus A H1N1 pdm09 del 2009 è nota come influenza suina. Questo virus apparve la prima volta in Messico in un allevamento, una variante H1N1 che riuniva segmenti virali di quattro virus di diversa origine: suino nordamericano, suino isolato in Europa e in Asia, aviario e dell’influenza umana. Le pubblicazioni ufficiali predicevano la possibilità di una mortalità estrema. I governi ordinarono una diffusa vaccinazione della popolazione. L’influenza, iniziata in estate, si concluse però improvvisamente a dicembre con l’arrivo dell’influenza stagionale.
Osserviamo qui che l’influenza stagionale di inizio 2020 con i soliti virus H3N2 e B non è circolata in presenza del Covid-19.
Nel 2014-2016 l’epidemia di virus Ebola con febbre emorragica, veicolata dai pipistrelli, ha infettato prima gli scimpanzé poi gli uomini. I primi casi comparvero nel 1976 in Congo, ma l’epidemia si è avuta nel 2014-2016 in Congo e in Africa occidentale nel 2018. Il tasso di mortalità fu spaventoso: 50% secondo l’OMS. Nel 2015 ci sono stati 20.000 infetti e 9.000 morti.
Nel 2010 ad Haiti l’epidemia di colera fu importata dai soldati nepalesi delle Nazioni Unite. Alla fine del 2012 il coronavirus Mers, la sindrome respiratoria mediorientale, proveniente dall’Arabia Saudita, zoonosi originata dai pipistrelli poi trasmessa ai cammelli, rimase misteriosamente localizzata.
Nel 2013 il nuovo virus H7N9 infettò gli uccelli e i polli degli allevamenti intensivi, fra gli uomini fece solo 250 morti e rimase localizzato in Cina.
Infine il Covid 19 ancora in corso. Come nel caso dell’influenza spagnola il virus ha potuto diffondersi rapidamente per l’accresciuta circolazione degli uomini. È apparso a Wuhan, nella Cina continentale, nel dicembre 2019. L’origine sarebbe nelle grandi colonie di pipistrelli della regione, passato poi al pangolino, una carne pregiata in Cina. Wuhan è una regione calda e umida, altamente urbanizzata e industrializzata. L’agroindustria con i suoi allevamenti intensivi preme contro gli affollati quartieri periurbani: concentrazioni di animali che favoriscono mutazioni e il diffondersi di virus. Possibile quindi che varianti virali siano passate alla specie umana. La mortalità all’inizio era molto alta perché i casi esaminati erano tutti già molto gravi, poi si è passati dal 5,6% allo 0,5%. La malattia si è diffusa nel resto dell’Asia e nel mondo attraverso il movimento degli uomini. Nell’80% dei casi i sintomi sono moderati e la mortalità riguarda principalmente persone molto anziane, con patologie o in stato di povertà. Alla malattia, che può passare inosservata soprattutto nei soggetti giovani, l’organismo risponde con una reazione immunitaria; in alcuni casi questa risposta è sproporzionata e si rivolge contro le cellule della mucosa respiratoria che trasferiscono l’ossigeno al sangue. Il Covid-19 provoca anche danni alle pareti vascolari. A questo punto la malattia non è più virale ma autoimmune. Ma molti elementi sono ancora incomprensibili. Perché le epidemie a volte rimangono localizzate, perché cessano, sono domande a cui la scienza non ha ancora dato risposta.
Camminano sulla testa
La corsa al profitto guida il mondo dominato dal modo di produzione capitalistico e dalla sua irrazionalità, facendo sprofondare nel caos la stessa intelligenza e istinto di sopravvivenza della specie. Questo genera la diffusione – ampliata dalla propaganda borghese – di una generale diffidenza verso la scienza e di aperture all’irrazionale e all’esoterico del “new age”. Ci si prostra davanti a una “anti-scienza,” un contrapporre ai metodi dello studio e della ricerca la pigra ignoranza e l’individualismo della piccola borghesia, che sbandiera il suo pessimismo, senso di impotenza, inutilità e morte, quasi rassegnata alla sua prossima rovina e assenza di futuro. Un “uomo” sempre “peccatore” del quale “la natura” sarebbe in procinto di sbarazzarsi alla svelta.
Perfino alla guerra in Iraq si cercò di dare un fine “ecologico”, la distruzione delle “armi chimiche”.
Dietro questi sentimenti il regime del capitale nasconde la sua incapacità di prevedere e predisporre piani di risposta ad emergenze del tutto prevedibili. Sarebbero delle spese inutili!
Sul piano sociale gli Stati intanto ne approfittano per vietare riunioni sindacali e manifestazioni di sciopero, ma giammai il lavoro nei ristretti ambienti delle fabbriche, dei cantieri, dei magazzini.
Ai danni della malattia è da aggiunge l’ubbidienza dei dirigenti anche sanitari non alla salute degli uomini ma a quella del capitale, assetato di guadagno e ormai preso per la gola dalla crisi economica, della quale l’abisso è stato enormemente approfondito dal crollo dei consumi, nonostante le fabbriche si escluda di poterle fermare mai. Gli operai debbono rischiare la vita, come soldati al fronte, nella spietata guerra economica e commerciale fra le varie borghesie mondiali.
Perché la grande paura della borghesia non è il Covid ma la rivolta che può montare nel mondo intero!
Solo il proletariato mondiale, armato delle sue organizzazioni economiche e del suo partito di classe, è in grado di preparare la sua dittatura che renderà possibile la distruzione del modo di produzione capitalista, mortale e criminale sempre, e di dare vita alla società comunista – le cui basi sono presenti da più di un secolo – con la sua forza vitale e la sua Scienza finalmente libera, posta al servizio dell’umanità intera.
Armenia-Azerbaijan - Una piccola guerra imperialista
Per la quarta volta dal secolo scorso l’Armenia e l’Azerbaigian sono di nuovo in guerra fra loro per il territorio noto come Nagorno Karabakh, o Alto Karabakh montuoso. Considerando i bollettini di guerra di entrambe le parti finora sarebbero andate perse le vite di oltre 5.000 soldati. Una cifra con ogni probabilità gonfiata, specie se si considerano soltanto i militari, ai fini della propaganda di guerra di entrambi i paesi. Ma sappiamo con certezza che in una decina di giorni di combattimenti le vittime militari e civili si contano già in molte centinaia.
Un breve sguardo alla storia del Nagorno Karabakh. Mentre quasi il 90% delle montagne del Karabakh era abitato da armeni la pianura vedeva la prevalenza dell’elemento azero, così nel 1921 la regione fu integrata nell’Azerbaigian sovietico, pur ottenendo lo status di oblast autonomo. Nei decenni successivi del governo “comunista” e “sovietico” nella regione la componente etnica armena è scesa a circa il 77%.
Nel 1988 gli armeni del Nagorno Karabakh dichiararono l’indipendenza proclamando la Repubblica dell’Artsakh e suscitando un conflitto tra Armenia e Azerbaigian, il primo della serie che ha accompagnato la dissoluzione del blocco orientale. La repubblica non ottenne riconoscimento ufficiale da alcun paese, nemmeno dall’Armenia, e alla fine della guerra nel 1994 rimase de facto indipendente. Già nel 2005, in seguito a una “pulizia etnica”, quasi tutti gli abitanti della Repubblica dell’Artsakh erano armeni, dopo aver espulso alcune centinaia di migliaia di azerbaigiani che vivono tuttora in campi profughi.
Ci sono resoconti contrastanti su chi ha lanciato il primo attacco nel conflitto in corso. Indipendentemente da ciò entrambe le parti si sono chiaramente preparate per un’altra guerra. Alcuni rapporti evidenziano come membri del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) intervengano dalla parte armena e come uomini dell’”Esercito Nazionale Siriano”, che fa capo al presidente turco Erdoğan, siano schierati dalla parte azera. Sebbene questo sia negato dagli armeni e dagli azeri, non è difficile credere che entrambe le parti traggano vantaggio da questi incalliti mercenari. Secondo un rapporto del Centro Siriano per i Diritti Umani (un’organizzazione non sempre attendibile), la Turchia avrebbe inviato 1.200 combattenti siriani a sostegno delle forze armate dell’Azerbaigian. La stessa fonte asserisce che riceverebbero una paga fra i 1.500 e i 2.000 dollari al mese.
In ogni caso non solo l’Armenia ha perso numerosi villaggi, ma sia all’interno sia in campo internazionale è messa peggio dell’Azerbaigian. Il presidente Ilham Aliyev, come suo padre e predecessore Nazar, guida la democrazia totalitaria dell’Azerbaigian. Gode del sostegno di una parte consistente della popolazione, anche grazie alle notevoli entrate dello Stato provenienti dalla rendita petrolifera, che ha anche permesso all’Azerbaigian acquisti di armi in vari paesi fra cui Turchia e Israele.
Il primo ministro armeno Nikol Pashinian invece, portato al potere da una ribellione popolare, deve ancora affrontare la sfida delle elezioni, anche se per ora sembra godere anch’egli di un certo sostegno.
Sebbene Stati e organizzazioni come Stati Uniti, Russia, Unione Europea e Nazioni Unite abbiano chiesto la pace, Aliyev gode di un forte e aperto sostegno della Turchia e del Pakistan, così come di un certo appoggio militare di Israele.
Questo sembra un paradosso: lo Stato ebraico in funzione anti-iraniana si schiera dalla parte della Turchia dominata dalla Fratellanza Musulmana, quella di cui fa parte anche il movimento palestinese Hamas, da sempre considerato, a parole, il suo peggiore (o il migliore) nemico.
LL’assetto delle alleanze regionali fa sì che l’Azerbaigian possa contare su una decisiva superiorità aerea. Velivoli da guerra turchi hanno abbattuto due Sukhoi-25 armeni, mentre i droni di fabbricazione turca e israeliana contribuiscono a far pendere la bilancia dei rapporti di forza a favore dell’Azerbaigian.
Anche Macron, che dalla Francia ha espresso critiche sul coinvolgimento turco, non sostiene l’Armenia con la stessa energia con cui Turchia e Pakistan sostengono l’Azerbaigian.
La Russia è tradizionalmente alleata dell’Armenia, ma Pashinian è considerato da Putin un filo-occidentale. Mosca non permetterebbe certo a un paese come l’Azerbaigian, sostenuto dalla Turchia, di minacciare l’esistenza dell’Armenia, ma potrebbe anche consentire alle forze azere di avanzare in Nagorno Karabakh.
Le due successive tregue raggiunte dalle parti con la mediazione russa non hanno fermato i combattimenti e i bombardamenti, anche contro obiettivi civili, provocando numerose vittime. In realtà si è trattato di diversivi per prendere tempo e tornare alle ostilità con rinnovato vigore. Né pare stia dando miglior esito l’ennesimo cessate il fuoco raggiunto sotto l’egida degli Stati Uniti d’America. Negli ultimi giorni l’esercito dell’Azerbaigian è all’offensiva e sembra abbia conquistato alcune città e villaggi di confine e che stia puntando adesso sull’importante città di Shushi, occupata dagli armeni nel 1992.
Indipendentemente da chi risulterà vittorioso, saranno i proletari di Armenia e di Azerbaigian a perdere, i quali non hanno comunque nulla da guadagnarci, sono loro che da una parte e dall’altra crepano al fronte, subiscono i bombardamenti, sono costretti ad abbandonare le loro case e a vivere sotto le tende o all’addiaccio.
Sebbene appaia una guerra tra le nazioni armena e azera, o addirittura sia presentata come una guerra di religione tra cristiani e mussulmani, in realtà si tratta di una guerra tra Stati capitalistici e gruppi di Stati per i loro egoistici interessi e per dividere la classe dei proletari. È una piccola guerra imperialista che ha come scopo principale mantenere al potere bande di politicanti al servizio dell’imperialismo.
La corretta politica proletaria di fronte a un tale conflitto è invitare i proletari soldati di entrambe le parti a denunciare la guerra come imperialista. Senza questo appello, che può essere lanciato solo da un vero partito comunista, i proletari della regione non hanno alcuna speranza di prepararsi alla loro storica vittoria, che è andata dispersa a causa della controrivoluzione staliniana.
Un tempo tutta la regione ospitava un vivace movimento operaio e una consolidata tradizione bolscevica che portò alla formazione di forti partiti comunisti. Oggi il nostro partito, erede della tradizione della Internazionale Comunista a cui questi partiti aderivano, non esiste nel Caucaso. Ma domani lo raggiungerà il nostro richiamo all’internazionalismo proletario e al disfattismo rivoluzionario contro la guerra borghese e per la guerra civile rivoluzionaria.
Nella Nigeria indipendente si scontra il proletariato contro lo Stato dei borghesi
I tumulti che in ottobre hanno agitato la Nigeria, sfociati in molte città del paese in massacri compiuti dalle forze di polizia e in sabotaggi e saccheggi da parte delle masse diseredate, erano incominciati a principio del mese scorso con una protesta contro le violenze di un reparto speciale “anti-rapina” delle forze di sicurezza. Per lunghi anni il Sars, questo il suo nome, si era reso responsabile di violenze e omicidi ai danni degli strati subalterni della popolazione e da tempo si era sviluppato un movimento di protesta, giunto infine a costringere il governo a sciogliere il Sars.
Tuttavia nei giorni successivi già si è scoperto che il provvedimento si limitava a cambiare il nome del reparto. Le piazze sono allora tornate a riempirsi di una massa crescente di proletari, già esasperati dalla miseria e dalla disoccupazione.
Come si è ripetuto centinaia di volte nei paesi economicamente alla periferia del capitalismo, nei quali l’età media della popolazione è notevolmente bassa, folle di giovani, condannati a una condizione di oppressione ed emarginazione, sono scesi in strada per esprimere la loro rabbia e si sono scontrati con la spietata repressione poliziesca lasciandoci molte decine di morti.
Le radici del malcontento della gioventù proletaria della Nigeria sono tutte nel bilancio fallimentare di questo paese che 60 anni fa riusciva a liberarsi dal giogo della dominazione coloniale britannica.
Prima dell’indipendenza l’agricoltura costituiva la parte più rilevante dell’economia. Il dominio coloniale aveva imposto culture destinate al mercato mondiale, come cacao, olio di palma, arachidi, che costituivano il 70% delle esportazioni, cui si aggiungevano cotone e gomma arabica. Tuttavia questo non avevano soppiantato le colture di sussistenza, che secondo alcune fonti (da verificare) riuscivano a fare fronte al 95% dei bisogni alimentari interni.
In 60 anni di indipendenza politica lo squilibrio economico e sociale del paese non ha fatto che amplificarsi. Mentre la popolazione si è moltiplicata per quattro, raggiungendo circa 200 milioni di abitanti, il 60% della popolazione attiva è ancora addetta all’agricoltura e nelle campagne è predominante l’inefficiente piccola azienda contadina di sussistenza. L’inefficienza dell’agricoltura fa sì che il contributo dall’agricoltura al reddito nazionale non superi il 40% del Prodotto Interno Lordo. Nonostante le decine di milioni di braccia impegnate nel lavoro nei campi, per fare fronte al suo fabbisogno interno la Nigeria deve importare annualmente 3 miliardi di dollari in generi alimentari di base.
Il governo ha ripetutamente tentato di stimolare la produzione locale, ma senza successo. A tal fine ha cercato a più riprese di chiudere il confine col vicino Benin dal quale affluiscono prodotti alimentari a buon mercato, in prevalenza riso, comunque introdotti in Nigeria grazie al prosperare del contrabbando. Un altro degli aspetti delle “distorsioni” dell’economia del paese – da noi considerate come l’inevitabile portato dell’anarchia capitalistica che orienta la produzione secondo le opportunità di valorizzazione dei capitali, a prescindere dai bisogni umani – è la convulsa storia dell’industria nigeriana.
Con l’indipendenza la borghesia locale si riprometteva di impiantare una manifatturiera nazionale che avrebbe potuto sostituire molti generi d’importazione. Ma il proposito ha dovuto fare i conti con lo sviluppo dell’estrazione del petrolio che, con la promessa di pingui rendite, ha convogliato nel settore minerario il grosso degli investimenti. La carenza di investimenti ha fatto ristagnare l’industria, le cui esportazioni si sono ridotte oggi a un terzo del massimo raggiunto prima della crisi del 2008.
In questa economia depressa, tanto dell’agricoltura quanto della manifattura, l’unico settore relativamente prospero è il petrolifero. La Nigeria, con una produzione giornaliera di poco più di due milioni di barili al giorno, ne è il primo produttore africano. Ma anche in questo settore non tutto va bene: la produzione giornaliera odierna è di almeno 300.000 barili al giorno inferiore rispetto al massimo raggiunto nel primo decennio di questo secolo, quando la popolazione del paese contava 50 milioni di abitanti in meno. In un simile contesto è sempre più difficile per la classe dominante nigeriana fronteggiare le esplosioni del malcontento di un giovane proletariato che, forte del numero e della sua concentrazione, imboccherà risoluto la via della sua guerra sociale. Nella Nigeria indipendente si scontra il proletariato contro lo Stato dei borghesi
Contro il frontismo politico e le sue illusioni riformiste
Per il fronte unico sindacale di classe e il partito rivoluzionario
Roma-Milano, sabato 24 ottobre
Il processo della crisi economica mondiale del capitalismo, in atto da decenni, è stato accelerato dalla crisi sanitaria e porterà ad un ulteriore grave peggioramento delle condizioni di vita della classe lavoratrice.
L’unico modo che gli operai e tutti i salariati hanno per difendersi è tornare alla lotta, con lo sciopero, unendosi progressivamente al di sopra delle divisioni fra stabilimenti, azienda, territori e categorie, con azioni comuni per i loro interessi immediati: difesa del salario, riduzione della giornata e della vita lavorativa, contro l’aumento dei carichi e dei ritmi di lavoro, per l’elevamento della Cassa Integrazione al 100% del salario per tutti, per il salario pieno ai lavoratori disoccupati, italiani e immigrati.
Affinché ciò avvenga è ineludibile il ruolo degli organismi sindacali. I sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil) sono votati al collaborazionismo con la classe padronale e col suo regime politico, e per questo si opporranno sempre al ritorno alla lotta della classe lavoratrice in modo generalizzato e unito. Ad esempio in queste settimane stanno conducendo le trattative per i rinnovi dei contratti collettivi nazionali categoria di oltre 10 milioni di lavoratori (metalmeccanici, logistica, appalti, industria del legno, agroalimentare, spettacolo, pubblico impiego…) ciascuna per sé.
Le organizzazioni del sindacalismo conflittuale – sindacati di base e opposizioni di classe nella Cgil – nate dalla fine degli anni ’70 in reazione al definitivo tradimento della Cgil, sono invece dirette da dirigenze opportuniste che si fanno una miserevole guerra le une contro le altre, a colpi di scioperi separati e in concorrenza, ostacolando il già arduo compito di rimettere in piedi il movimento operaio.
Compito fondamentale dei proletari combattivi è dunque battersi per l’ UNITÀ D’AZIONE DI TUTTO IL SINDACALISMO CONFLITTUALE E DEI LAVORATORI nella prospettiva di formare, a discapito delle attuali dirigenze, un FRONTE UNICO SINDACALE DI CLASSE.
Bisogna battersi affinché il sindacalismo conflittuale organizzi scioperi unitari a tutti i livelli – aziendale, territoriale, di categoria e intercategoriale – e intervenga in modo unitario nei pochi scioperi proclamati dal sindacalismo di regime – come quello del 5 novembre prossimo di Fiom Fim e Uilm – per indicare ai lavoratori che ancora in maggioranza sono da essi controllati, i metodi di lotta e le corrette rivendicazioni del sindacalismo di classe.
Solo un’azione seria, metodica e duratura in questa direzione consentirà un più rapido ritorno alla lotta della classe lavoratrice e, quando ciò finalmente avverrà, permetterà di disporre di organizzazioni sindacali meno compromesse dall’opportunismo, più facilmente conquistabili da un indirizzo sindacale autenticamente di classe e perciò in grado di potenziare in misura determinante il movimento operaio.
È invece da rifuggire nel modo più risoluto ogni confusione e commistione fra il necessario Fronte Unico Sindacale di Classe e i disparati tentativi di fronti fra gruppi politici, terreno prediletto dei partiti operai opportunisti, che li contraddistingue in quanto tali e in cui sono condannati ad agitarsi impotenti.
Confondere e mescolare il frontismo politico con il fronte unico dei lavoratori non fa che condannare ogni tentativo in tal senso alla vita asfittica di un piccolo mostriciattolo intergruppettaro.
Il riattestarsi di una robusta minoranza della classe lavoratrice intorno al comunismo rivoluzionario non avverrà mai per unioni fra gruppi diversi, costruite sulla base della rinuncia temporanea e ipocrita a parti caratteristiche dei programmi di ciascuna organizzazione, ma solo sulla base da un lato del ritorno all’azione diretta delle masse proletarie in difesa dei loro bisogni immediati, dall’altro della presentazione di una teoria, un programma, un indirizzo tattico d’azione chiari, definiti e a base di partito.
Il partito comunista e rivoluzionario non fa frontismo politico, operazione che si risolve giocoforza nel proporre obiettivi politici cosiddetti “transitori” prima della conquista del potere politico da parte della classe lavoratrice – quali ad esempio le nazionalizzazioni e la patrimoniale – nella frivola illusione che essi la avvicinino alla rivoluzione, e che altro non fanno invece che rafforzare su di essa l’influenza del riformismo.
Il partito comunista e rivoluzionario impegna invece le forze dei suoi militanti lavoratori alla ricostruzione e al rafforzamento del movimento operaio di lotta sindacale e denuncia tutti i fallimenti del capitalismo e del suo regime politico, ribadendo che ogni passo, ogni transizione verso il socialismo, sarà possibile solo dopo la conquista rivoluzionaria del potere politico da parte della classe lavoratrice.
Corrispondenze sindacali dal mondo
Turchia – La marcia dei minatori
I minatori di Soma, a Manisa – dove nel 2004 in un incidente morirono in 301, secondo le cifre ufficiali – e di Emenek (Karaman) hanno iniziato una marcia verso la capitale Ankara. Sono organizzati nel Sindacato Indipendente dei Lavoratori delle Miniere, un sindacato di base. I lavoratori, memori della grande marcia dei minatori di Zonguldak del 1991, rivendicavano oltre un anno di salari non pagati e migliori condizioni di sicurezza sul lavoro, con riguardo alla epidemia del Coronavirus e in generale. I lavoratori sono stati attaccati più volte dall’esercito ma non hanno desistito.
Nel frattempo uno sciopero alla Şişecam Kromsan ve Salt Enterprise, stabilimenti chimici nelle città meridionali cosmopolite di Adana e Mersin, è stato procrastinato dal presidente Erdoğan in quanto considerato una “minaccia alla salute pubblica e alla sicurezza nazionale”. Questi lavoratori sono organizzati nel Sindacato dei Lavoratori del Petrolio, della Chimica e della Gomma affiliato alla Türk-İş, la maggiore confederazione sindacale di regime del paese. 550 operai si trovano attualmente in congedo non retribuito.
Montreal – Serrata alle Farmacie Jean Coutu
I 680 lavoratori del centro di distribuzione delle Farmacie Jean Coutu di Varennes, un sobborgo di Montreal, sono senza contratto di lavoro dal 31 dicembre 2019. Lo scorso 24 settembre l’azienda ha deciso di porre termine alle trattative ricorrendo alla serrata. Il sindacato del magazzino, pur condannando questa mossa della direzione, ha rinnovato la disponibilità a negoziare: un atteggiamento molto debole.
I lavoratori sono preoccupati anche per la possibilità che sia subappaltata parte delle attività del magazzino e per il mancato rispetto delle clausole di anzianità.
Nel tempo si sono avute molteplici ristrutturazioni, riduzione dei salari e peggioramenti nelle condizioni di lavoro. La proprietà per controllare i lavoratori ha proposto anche l’utilizzo dei braccialetti elettronici – come in Amazon, dove stanno sperimentando metodi di sfruttamento sempre più sofisticati. Mentre i governi borghesi d’ogni colore propongono interventi legislativi uno dopo l’altro volti a ridurre la libertà di sciopero, i padroni possono sempre, e legalmente, usare la serrata per fiaccare la lotta operaia. Nel 2018, la fonderia di alluminio Bétancour per 18 mesi ha fatto la stessa cosa, schiacciando i lavoratori col ricatto economico.
Come uscire da questa situazione?
Oggi le centrali sindacali sono divenuti sempre più enti di cogestione delle aziende. Li chiamiamo sindacati di regime perché collaborano col padronato per preservare la salute dei profitti aziendali e delle economie nazionali, cioè del capitalismo. Anche quando si manifesta la buona volontà dei gruppi sindacali di fabbrica o territoriali, dei loro dirigenti e delegati nel guidare le lotte, questi si scontrano con una struttura che non vuole la lotta della classe lavoratrice, che l’ha ripudiata per sempre. I lavoratori sono alle prese con l’impalcatura giuridica borghese che cerca di impedire lo sviluppo del movimento di lotta, con i sindacati di regime che coadiuvano governo e padronato in questa opera, e con le divisioni della struttura economica e produttiva capitalista fra aziende e categorie.
La classe operaia è numericamente numerosa e compie il lavoro su cui ruota l’intera società capitalista. Il lavoro di gestione della produzione a fini del profitto è solo parassitario e così la classe sociale che ne trae beneficio e privilegio sociale. I lavoratori, che condividono gli stessi interessi economici e sociali, diametralmente opposti a quelli della borghesia, devono unire le forze solidali. Questo è l’unico modo che hanno per difendere le loro condizioni di vita.
Che si tratti di lavoratori del settore pubblico – insegnanti, infermieri, assistenti all’infanzia – o di impiegati nella piccola e grande distribuzione o di manovali o di magazzinieri come al centro Pharmacie Jean Coutu, la strada da seguire è quella dell’unificazione delle lotte al di sopra delle fabbriche, aziende, categorie e territori.
Lavoratori! Bisogna non restare isolati e non basta fare affidamento sui dirigenti o sui delegati sindacali combattivi per promuovere la lotta. Organizzatevi in comitati di lotta autonomi; cercate il sostegno di altri lavoratori in difficoltà e in lotta; collegatevi ad altri sindacati combattivi o a organizzazioni di lavoratori come il Centro dei Lavoratori Immigrati, che ha recentemente combattuto a fianco dei dipendenti di Dollarama; fate appello anche ai sindacati di lotta come Industrial Workers of the World, che sa come condurre lotte offensive e vittoriose. Sono i numeri e l’unità le vere armi dei lavoratori in lotta.
Ospedalieri canadesi
In risposta alla minaccia di privatizzare 11.000 posti di lavoro negli ospedali dell’Alberta, nel Canada occidentale, lunedì 26 ottobre diverse migliaia di lavoratori sono scesi in sciopero spontaneo in 45 strutture della provincia. I lavoratori sono membri dell’Alberta Union of Public Employees (Aupe): infermieri, tecnici di laboratorio, addetti alle pulizie, alla mensa, inservienti.
Le Infermiere Unite dell’Alberta (Una) sono solidali con lo sciopero: «Incoraggiamo i nostri iscritti a unirsi ai picchetti dei colleghi in sciopero e a non sostituire i lavoratori dell’Aupe in sciopero», ha detto il presidente dell’Una.
Le richieste dei lavoratori comprendono aumento del personale, revoca dei piani di privatizzazione della sanità pubblica e nessuna ritorsione contro gli scioperanti. In risposta allo sciopero il governo, attualmente del Partito Conservatore Unito, ha invocato il licenziamento degli assistenti, degli infermieri e la riduzione degli stipendi dei medici.
La sera stessa dello sciopero il Consiglio per i Rapporti di Lavoro dell’Alberta ha ordinato di interrompere lo sciopero “selvaggio”. I dirigenti dell’Aupe hanno detto che avrebbero notificato ai loro iscritti l’obbligo di obbedire alla direttiva.
Gli scioperi degli ospedalieri dell’Alberta vantano una tradizione combattiva nel Canada occidentale che risale alla One Big Union, ai minatori e ai carpentieri.
Una organizzazione comune dovrebbe essere intrapresa in Alberta con i sindacati degli insegnanti che stanno affrontando simili minacce di privatizzazione. Anche i sindacati dei lavoratori delle poste e dell’edilizia hanno condotto di recente scioperi senza preavviso.
I lavoratori delle poste si sono organizzati attraverso reti di militanti sia all’interno sia all’esterno del sindacato. Sforzi simili da parte dei militanti sindacali per formare coordinamenti di lavoratori offrirebbero le basi per scioperi più ampi.
L’insegnamento degli scioperi selvaggi dei postini del 2016, che bloccarono le poste canadesi in tutto il paese – coi picchetti di solidarietà per aggirare le leggi che limitano lo sciopero e ne eliminano ogni efficacia – potrebbero essere la base per la crescita di un fronte unico dal basso per difendere gli interessi della classe operaia.
Portogallo – Sciopero delle mense scolastiche
Con la crisi sanitaria la borghesia è ovunque alla ricerca di ogni opportunità per accrescere lo sfruttamento degli operai.
A Barcelos – cittadina di 120 mila abitanti nel Portogallo settentrionale – martedì 20 ottobre i lavoratori delle mense scolastiche sono scesi in sciopero chiudendo i refettori di sette istituti, due terzi del totale. I lavoratori accusano l’azienda – l’Unicelf – di aver ridotto l’orario di lavoro, e in proporzione il salario, di aver peggiorato i carichi e ritmi.
Infine è aumentata ancor di più l’incertezza dell’impiego. Di solito si lavorava da settembre a giugno con contratti rinnovati di mese in mese. Quest’anno i turni sono solo mattinieri o pomeridiani e la durata del contratto è diventata ancora più precaria, potendo il lavoratore essere lasciato a casa ogni inizio settimana invece che con un contratto di nove mesi. Ai licenziati non viene nemmeno corrisposta la liquidazione.
La quantità di lavoro è aumentata anche in conseguenza della necessità di sanificare gli ambienti e gli utensili.
Il sindacato ha chiesto che tutti coloro che hanno lavorato nelle mense scolastiche nell’ultimo anno vengano assunti e che l’azienda ristabilisca i loro precedenti diritti: il pagamento del trattamento di fine rapporto dell’anno scorso e la riassunzione con la consueta formula contrattuale.
Si tratta del Sindicato da Hotelaria do Norte, affiliato alla Confederação Geral dos Trabalhadores Portugueses – la maggiore confederazione sindacale di regime in Portogallo. A seguito dello sciopero del 20 ottobre ha programmato uno sciopero nazionale per il lunedì 26, ma preavvisando le imprese che hanno potuto così organizzarsi per ridurre gli effetti della giornata di astensione dal lavoro. Lo sciopero per avere maggiore efficacia avrebbe dovuto essere dispiegato senza preavviso, condotto, se possibile, a tempo indeterminato e, se necessario, bloccando l’accesso agli istituti a merce e crumiri.
Lo sciopero ha avuto un buon esito, colpendo 200 istituti scolastici, soprattutto nel centro e nel Nord – mentre il Sud è notoriamente arretrato – e coi picchetti più partecipati a Coimbra e Porto.
Il 5 novembre è stato ingaggiato un altro sciopero nazionale della categoria, in risposta a 122 licenziamenti da parte dell’azienda Eurest.
Ancora una volta, anche in Portogallo si conferma la necessità di un vero sindacato di classe.