Ripercussioni africane della crisi della gerarchia imperialista
Un rapido susseguirsi di colpi di Stato negli ultimi tre anni ha ridisegnato il panorama politico dell’Africa subsahariana, interessando numerosi paesi di quella parte del continente nero, in cui era maggiore l’influenza economica, politica e culturale della Francia. Si parla in questi giorni di una probabile crisi mortale di quella che a metà degli anni ’50 del secolo scorso venne battezzata come Françafrique.
A coniare questo termine fu Félix Houphouët-Boigny, il quale ricoprì la carica di presidente della Costa d’Avorio per 43 anni a partire dal momento dell’indipendenza. Il leader africano più palesemente asservito alla vecchia potenza coloniale, con la quale volle mantenere stretti legami commerciali che propiziarono un periodo di relativa prosperità economica, passato sotto l’etichetta pubblicistica di “miracolo ivoriano”, intendeva dare al termine Françafrique un’accezione positiva.
Tuttavia questo concetto, inteso non erroneamente come un’eredità del dominio coloniale finita soltanto di recente (l’indipendenza della maggior parte dei paesi africani risale al 1960), acquisì col tempo connotati negativi che sovrastarono di gran lunga il servile ottimismo del presidente ivoriano, specialmente dopo che sul finire degli anni ’70, il piccolo “miracolo” della Costa d’Avorio si esaurì come conseguenza del rallentamento del ciclo di accumulazione capitalistica nella vecchia metropoli.
A evidenziare alcuni aspetti inconfessabili delle relazioni dell’Eliseo con i 14 ex territori d’oltremare in terra africana fu un saggio pubblicato nel 1998 dal titolo “La Françafrique, le plus long scandale de la République” dell’economista François-Xavier Verschave. In questo libro, al di là delle consuete geremiadi sulla mancanza di democrazia nei paesi africani, si individuavano piuttosto realisticamente alcune caratteristiche delle relazioni fra vecchie colonie ed ex metropoli. La Françafrique veniva definita in maniera abbastanza corretta come «una nebulosa di attori economici, politici e militari, in Francia e in Africa, organizzati in reti e lobby, e polarizzati sulla monopolizzazione delle due rendite: materie prime e aiuti pubblici allo sviluppo. La logica è vietare l’iniziativa al di fuori della cerchia degli iniziati. Il sistema si ricicla nella criminalizzazione».
Se sono molti anni che si assiste ai crescenti turbamenti dell’Eliseo per il destino della propria sfera di influenza africana, un punto di svolta in questo senso può essere stabilito con la guerra condotta nel 2011 in Libia dalla Nato e fortemente voluta dal presidente francese dell’epoca. Quello che venne percepito in maniera approssimativa come il primo passo di una campagna di riconquista coloniale (il termine “neocolonialismo” è per noi inadatto a descrivere il fenomeno dato che si tratta di ripartizioni delle sfere di influenza imperialistiche in cui prevale il movimento di capitali all’occupazione militare e alla presenza istituzionale delle metropoli coloniali), era già allora un segno della difficoltà per la Francia di sostenere la contesa fra potenze per il controllo dei mercati africani.
Un’interpretazione fuorviante vede nell’impresa libica un “errore” dal quale sarebbero derivate conseguenze gravi per la politica francese nel Nordafrica e nell’Africa subsahariana. Ma le premesse di quell’errore erano tutte nel declino relativo della Francia come potenza e dall’affacciarsi sulla scena di nuovi competitori la cui minore maturità capitalistica era compatibile con una maggiore vitalità economica.
Il rovesciamento del pluridecennale regime di Gheddafi era visto da Sarkozy come un tentativo di mettere le mani sulla rendita petrolifera libica battendo la concorrenza, nel caso della Libia in primo luogo quella italiana, e rafforzare il controllo sul vicino Niger, a quel tempo uno dei principali fornitori di uranio necessario all’industria nucleare francese.
D’altronde l’avidità delle metropoli imperialistiche tenta di appropriarsi del controllo delle materie energetiche, e della rendita connessa per compensare gli scarsi profitti, effetto del loro declino industriale, non risparmia neanche la Francia.
Se nella nostra visione marxista la politica si presenta come un concentrato di economia, non troviamo nulla di particolarmente strano nell’osservare come a economie deboli, nelle quali la modernità capitalistica ha scardinato l’organizzazione sociale tradizionale, a partire dall’introduzione dell’industria estrattiva, corrispondano forme politiche deboli.
Gli Stati dell’Africa subsahariana sono nati sulla base di confini disegnati arbitrariamente secondo gli interessi della vecchia potenza coloniale, su territori eterogenei da un punto di vista della geografia fisica, frammentati da quello etnico e linguistico, e caratterizzati da tradizioni storiche fra loro assai disparate.
La loro perenne instabilità politica pone un problema di comprensione e di analisi che non sembra alla portata della pubblicistica borghese. Prendiamo ad esempio l’imperversare negli ultimi quindici anni della guerriglia Jihadista.
La narrazione prevalente su questo persistente flagello nei paesi dell’Africa subsahariana vuol spiegare le difficoltà dei governi locali, e dei loro alleati occidentali, soprattutto in motivazioni religiose, con vasti territori caduti sotto il controllo militare di fedeli che sventolano la bandiera del fondamentalismo. Come al solito la rappresentazione del mondo borghese capovolge la realtà per poggiarla sulla testa. Si descrive l’affiliazione di facciata a sigle note a livello internazionale dell’islamismo radicale di individui provenienti da gruppi sociali marginalizzati e da comunità rurali periferiche, sottoposti a una feroce pressione economica e militare da parte di milizie armate o di truppe regolari di Stati che per altri versi si dimostrano fragili e malfermi.
Mentre la pubblicistica più triviale spiega tutto col “fanatismo islamico”, il proliferare dei gruppi armati si deve il più delle volte al tentativo delle comunità locali di organizzare l’autodifesa dall’atteggiamento predatorio dei gruppi paramilitari privati schierati in difesa delle concessioni minerarie e delle forze regolari dei vari Stati. Le imprese multinazionali per controllare le aree di estrazione delle ricchezze del sottosuolo si avvalgono in misura crescente di mercenari. Spesso l’affiliazione di gruppi armati locali al jihadismo internazionale arriva soltanto in un secondo tempo.
Ma spiegare questi aspetti della vita economica e politica dell’Africa subsahariana è troppo imbarazzante per l’informazione partigiana e menzognera delle metropoli capitalistiche: meglio una raffigurazione di comodo di un fanatismo plasmato nelle scuole coraniche e dai mullah predicatori, tutti elementi che, quando ci sono, si presentano come manifestazioni epifenomeniche delle devastazioni precedentemente sviluppate nella struttura sociale.
La guerra interna in Mali, scoppiata all’inizio del 2012 e da allora ancora in corso, ha avuto effetti catastrofici per la sfera d’influenza della Francia nella regione. In questo conflitto, che ha dilaniato il nord del paese e ha opposto le formazioni indipendentiste tuareg e le milizie jihadiste al potere centrale, si è potuta misurare tutta l’inefficacia di un intervento armato realizzatosi con due missioni militari a guida francese: le operazioni Serval e Barkhane.
Il fallimento francese è diventato manifesto con i due colpi di Stato in Mali a distanza di meno di un anno. Il primo risale all’agosto del 2020 quando il presidente maliano Ibrahim Boubacar Keita è stato rovesciato dall’esercito, che ha formato un Comitato Nazionale per la Salute del Popolo, il quale si è incaricato di gestire una “fase di transizione”. Nove mesi dopo, nel maggio del 2021, l’esercito, insofferente per la titubanza delle autorità di transizione nella gestione della guerra interna, ha effettuato un secondo colpo di Stato in un cui il colonnello Assimi Goita, già alla guida del primo golpe, ha assunto solidamente la guida del paese. La giunta militare ha fatto entrare nel Mali i mercenari russi del Gruppo Wagner, mentre le truppe francesi hanno dovuto lasciare il paese.
Un copione analogo si è svolto anche in Burkina Faso dove una altrettanto rapida successione di due colpi di Stato ha avuto come esito nel settembre del 2022 l’ascesa al potere del capitano dell’esercito Ibrahim Traoré che, come il suo simile maliano, aveva avuto un ruolo di primo piano nel primo golpe. A pretesto del secondo pronunciamento delle forze armate anche in questo caso viene indicata l’inefficacia della lotta per contrastare le milizie jihadiste.
In realtà, a motivare l’azione dei golpisti ha concorso il malcontento dovuto al drammatico aumento dei prezzi dei generi alimentari. L’instabilità sociale è determinata anche dall’alto numero di profughi interni provenienti dalle aree sotto il controllo dei gruppi jihadisti. Per sostenere lo sforzo bellico la giunta ha stretto accordi per l’acquisto di armi dalla Turchia per la fornitura di droni, e con la Corea del Nord, e ammette la possibilità di utilizzare le milizie del Gruppo Wagner.
Le relazioni con la Francia si sono deteriorate e Ouagadougou ha denunciato il trattato militare che dal 1961 la lega alla vecchia potenza coloniale.
Il bilancio statale non poteva sostenere gli impegni militari del regime contro le milizie jihadiste, e allora si è fatto ricorso a nuove tasse che hanno aggravato la condizione di un proletariato perlopiù costretto all’indigenza e che deve sostenere sempre più il peso della “guerra al terrorismo”.
Nel marzo scorso l’Unité d’action syndicale (UAS), che raggruppa i principali sindacati del paese, ha denunciato l’arruolamento obbligatorio nell’esercito di molti suoi iscritti e ne ha chiesto l’immediato rilascio. Intanto, da parte loro, le autorità affermano di avere reclutato 90.000 uomini per il corpo dei “Volontari per la difesa della Patria” (VDP).
Il nuovo uomo forte del Burkina Faso si atteggia a continuatore dell’opera di Thomas Sankara, il militare che negli anni ’80 fu per quattro anni alla guida del paese inalberando, in maniera a quanto pare alquanto velleitaria, la bandiera della sovranità nazionale, entrando in rotta di collisione con la Francia e finendo ucciso dal suo vice Blaise Compaoré.
La figura di Sankara viene ancora oggi fatta passare per una sorta di eroe popolare e il fatto che propugnasse un improbabile socialismo terzomondista, ha suscitato la simpatia di quanti, anche nei paesi di più antica industrializzazione, sono in cerca di succedanei del proletariato e arrivano alla somma baggianata di riporre le loro aspettative di cambiamento nella casta militare dei paesi periferici. Anche oggi c’è chi, in una logica del tutto estranea alla tradizione del movimento operaio, trova pretesti per apprezzare il militare di carriera di turno al potere purché disposto a lanciare parole d’ordine populiste e demagogiche.
Ibrahim Traoré ha fatto carriera nella “lotta al terrorismo” e sul piano interno spinge l’acceleratore sulla militarizzazione della società, consapevole che l’arruolamento di volontari esercita un forte richiamo sulle masse giovanili, che sono la grande maggioranza della popolazione e che hanno poche possibilità di trovare un’occupazione e vedono una prospettiva nel mestiere delle armi. Ancora una volta la guerra diventa un modo per scolpire la società a immagine e somiglianza del capitale, inquadrando la forza lavoro con la disciplina militare, creando eserciti proletari di riserva spopolando le aree rurali, intercettando investimenti e aiuti dalle potenze imperialiste esterne interessate a soppiantare gli imperialismi rivali.
Non a caso nel luglio scorso Traoré ha incontrato Putin nei pressi di San Pietroburgo, mentre lo stesso capo della giunta burkinabé a fine agosto ha incontrato una delegazione militare russa per rinsaldare la cooperazione fra i due paesi. Intanto la Russia si conferma come il principale fornitore di armi dei paesi del Sahel.
A completare il quadro del declino della Françafrique è intervenuto il colpo di Stato in Niger del 26 luglio. Il rovesciamento del presidente Mohamed Bazoum ancora una volta viene giustificato dai militari, che danno vita al “Consiglio nazionale per la salvaguardia della patria”, “in ragione del deterioramento della situazione securitaria e del malgoverno”.
Parlare di malgoverno in uno dei paesi più poveri del mondo in cui, per quello che valgono le statistiche borghesi, il tasso di analfabetismo fra la popolazione adulta supera il 70% e in cui l’aspettativa di vita alla nascita si attesta attorno ai 61 anni, suona come un eufemismo. Paese semispopolato fino a pochi anni fa, il cui territorio si estende per i due terzi nel deserto del Sahara, ha visto erodere progressivamente quel terzo di terre fertili o semifertili dove, a partire dagli anni ’70, gravi ondate di siccità hanno minato l’agricoltura determinando significativi contraccolpi sociali. In Niger oltre l’80% della popolazione vive ancora in aree rurali in cui prevale un’economia di sussistenza e nell’allevamento è diffusa la transumanza.
Nelle campagne non è mai esistita una proprietà definita della terra e il diritto di possesso si basava su un codice rurale consuetudinario in cui, fino a tempi recenti, era riconosciuto il cosiddetto diritto dell’ascia in base al quale il primo venuto su un terreno se ne impossessava solo per averlo dissodato. Nei molti decenni di storia del Niger indipendente i vari governi succedutisi non sono riusciti a istituire criteri certi per l’attribuzione del diritto di proprietà. Questo assetto proprietario indefinito delle terre, in un’epoca di siccità ricorrenti e di cambiamento climatico, ha reso più complessa e aleatoria la composizione delle controversie fra i confinanti e fra questi e gli allevatori nomadi.
A complicare le cose si aggiunge la dinamica demografica di un paese che del 1950 ha visto moltiplicata per dieci la popolazione, passata dai 2,46 milioni agli oltre 25 di oggi. Con il tasso di fertilità più alto del mondo, per quanto in lenta discesa, ancora superiore a 7 figli per donna, ai ritmi attuali gli abitanti del Niger entro il 2030 arriverebbero a 35 milioni. La popolazione del paese è oggi la più giovane del mondo, il 49% di essa ha meno di 15 anni.
La scarsa industrializzazione è attestata, oltre che dal basso tasso di inurbamento, da una rete elettrica che raggiunge meno del 20% della popolazione. Il mancato ammodernamento della rete viaria, specialmente nel Nord del paese, si deve anche alla mancanza di aiuti da parte dei donatori internazionali i quali, si dice, vorrebbero così non agevolare la traversata del deserto da parte dei migranti. Nelle difficili e insicure rotte che attraversano il deserto proliferano i traffici illegali di sostanze stupefacenti, fra cui la cocaina, la cannabis, gli oppioidi e il tramadolo, destinate, attraversata la Libia, all’Europa e al Medio Oriente.
La mancanza di investimenti nelle infrastrutture ha rallentato anche lo sfruttamento delle risorse minerarie del paese. Importantissime le aurifere. L’estrazione di uranio dell’area di Arlit, nella provincia di Agadez, da parte della compagnia francese Orano (ex Areva), dal massimo nel 2007 è diminuita per la minore domanda mondiale dopo il disastro di Fukushima. Un attentato compiuto da al-Qaeda nel Magreb nel 2013 ha imposto un dispendioso rafforzamento del dispositivo di sicurezza. Questi fattori hanno eroso la rendita mineraria e già da parecchi anni hanno indotto la Francia a differenziare le forniture di uranio necessarie alla sua possente industria nucleare accrescendo le importazioni dal Kazakistan, dal Canada e dall’Australia.
Che la borghesia francese negli ultimi anni abbia mostrato una scarsa propensione a investire nelle ex colonie si deve al fatto che il capitale, per sua natura anarchico, tradisce l’amore patrio appena in nuove terre si staglia il miraggio di maggiori profitti e rendite favolose. Questo spiega come la progressiva dissoluzione della Françafrique sia un processo al quale concorre anche la vecchia metropoli. Esemplare in questo senso la liquidazione nel 2022 dell’impero africano della logistica del gruppo francese Bolloré, con la cessione della Bolloré Africa Logistics al gruppo italo-svizzero Msc per oltre 5 miliardi di euro. La compagnia conta oltre 20.000 addetti, è presente in 46 paesi africani dove controlla 42 terminali portuali, ferrovie, magazzini, ecc.
In Niger la compagnia aveva preso parte a un progetto, mai portato a termine, dell’unica ferrovia del paese che avrebbe dovuto collegare la capitale Niamey a Cotonou, importante città portuale del Benin. Si trattava di un progetto faraonico che prevedeva oltre 1.050 chilometri di ferrovia, il più importante collegamento fra il Niger, paese senza sbocco sul mare, e il Golfo di Guinea. Ma il progetto è stato realizzato soltanto in piccola parte e si è arenato a metà della decade scorsa. Il Niger resta così sprovvisto di adeguati collegamenti verso il Mediterraneo e l’Atlantico.
Alla parziale perdita di interesse del capitale francese per l’Africa fa da contraltare la crescita della penetrazione della Cina, che nel frattempo è diventata il secondo investitore in Niger. Alla crisi del settore uranifero corrisponde una crescita dell’industria petrolifera, che vede la Cina fra i principali investitori. Fra i progetti del Dragone c’è un oleodotto di 2.000 chilometri che dovrebbe collegare i sottoutilizzati giacimenti di petrolio nigerino coi porti del Benin e dunque con i mercati internazionali.
Questo passaggio del testimone in Africa, e dunque anche in Niger, fra Francia e Cina è un processo che va avanti da parecchio tempo se già dieci anni fa in un articolo del nostro giornale, il n.358 del 2013, scrivevamo: «Nell’ultimo decennio tutti i paesi definiti come Africa francofona, la Franciafrica, hanno subìto la penetrazione economica della Cina, che ha approfittato del relativo ritiro del capitale francese, che ha preferito andare ad investire in aree a più alto margine di profitto, come l’Asia. La concorrenza cinese si è fatta sempre più pressante con investimenti di ingenti capitali, esportazione di merci a bassissimo costo e di squadre specializzate a comandare i cantieri delle ditte cinesi. Strade e ponti, ferrovie e infrastrutture varie hanno aperto la strada del “neo imperialismo” cinese in quelle terre per secoli esclusivo appannaggio delle potenze occidentali e in molti casi in modo esclusivo della Francia» (“Mali e Costa d’Avorio – Campo di battaglia economica e militare fra gli imperialismi”).
Il golpe del luglio scorso ha visto l’affermazione di militari formati da istruttori statunitensi, guidati dal capo della guardia presidenziale Abdourahamane Tchiani, i quali hanno rovesciato il governo civile in un momento in cui era molto accesa la lotta in seno all’establishment per la guida della PetroNiger, un’azienda a controllo statale creata di recente dal deposto presidente Bazoum che sembra avere buone prospettive future di sviluppo. Noi non sappiamo con precisione se esista un nesso stringente fra la contesa interna alla borghesia nigerina sul petrolio nazionale e la maturazione del colpo di Stato; resta tuttavia molto probabile che questo aspetto rappresenti almeno una motivazione di cui i militari golpisti hanno tenuto conto nel momento in cui si sono decisi all’azione.
La conseguenza del cambiamento di regime sui rapporti con la Francia non si sono fatte attendere. Sin dai primi giorni successivi al golpe, manifestazioni di sostegno ai militari, non sappiamo quanto orchestrate dal nuovo regime o quanto spontanee, hanno preso di mira le rappresentanze diplomatiche e gli interessi francesi in Niger. I soldati francesi si apprestano a lasciare il paese, mentre le relazioni diplomatiche fra i due paesi sono prossime alla rottura.
Questo non significa una rottura totale fra la giunta militare e tutte le potenze occidentali, così come le bandiere russe sventolate durante le manifestazioni di sostegno ai militari, dai forti toni antifrancesi, non necessariamente rappresentano una decisa scelta di campo, anche a causa della scarsa compattezza degli attuali schieramenti imperialisti in via di definizione.
Gli Stati Uniti, che hanno una presenza militare nel paese, non sembrano in procinto di ritirarsi. L’amministrazione Biden non ha condannato esplicitamente il golpe e non lo ha neanche chiamato col suo nome per non essere costretta a emanare sanzioni contro il Niger. La base Usa di Agadez, una delle più importanti per il dislocamento di droni, probabilmente continuerà ad essere operativa e dovrebbe essere stata oggetto di trattativa durante gli incontri del vice segretario di Stato dell’amministrazione Biden, Victoria Nuland, con la giunta al potere a Niamey. Probabilmente gli accordi raggiunti prevedono la dislocazione dei 1.100 militari statunitensi nella sola base di Agadez dopo l’abbandono di quella di Niamey, tenuta dagli statunitensi insieme con i soldati francesi.
Intanto la presenza militare italiana con 350 soldati non sembra essere messa in discussione dalla giunta nigerina, così come quella degli istruttori militari tedeschi.
Ma il quadro determinato dall’ondata di colpi di Stato che ha turbato vecchi equilibri nell’Africa subsahariana appare ancora in evoluzione. Il progetto dell’Eliseo di riportare al potere il deposto presidente nigerino per mezzo di un intervento dei paesi dell’Ecowas, la Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest, è stato frustrato dall’opposizione del Mali e del Burkina Faso che hanno stretto un trattato di difesa comune col Niger.
Si tratta comunque di una frattura che avvicina il collasso definitivo della Françafrique, un evento che lungi da chiudere la lotta per la spartizione delle risorse e delle terre africane fra le maggiori potenze imperialistiche, non farebbe altro che intensificarla. Nell’evoluzione futura degli assetti politici e delle alleanze in questa regione del mondo, è sin troppo facile prevedere lo sviluppo di un’altra gigantesca zona di faglia in una area geostorica sempre più cruciale per le rivalità interimperialistiche.
Rovina delle dighe in Libia - La Razionalità del Capitale
Nella città libica di Derna, sulla costa Cirenaica, nella notte tra il 10 e l’11 settembre, a seguito del passaggio del ciclone tropicale mediterraneo Daniel, che ha infuriato con venti fino a 180 chilometri all’ora e provocato piogge di ben 414 millimetri in sole 24 ore, sono crollate due dighe poste a monte della città sul Wadi Derna, nella cui valle era situata, distruggendola per buona parte. L’alluvione di fango ha provocato, secondo stime non definitive dell’Ocha, un’agenzia dell’Onu preposta al coordinamento di questo tipo di emergenze, 11.300 morti e 10.100 dispersi.
Questa immane tragedia si aggiunge alla difficile situazione dovuta alla frantumazione nel 2011 e la dispersione dei centri di comando politici e economici della Libia post Gheddafi, che ha notevolmente peggiorato le condizioni di vita del proletariato autoctono, di quello immigrato e della gran massa dei profughi africani colà arrivati nella speranza di migrare in Europa.
Il passaggio dell’uragano non è ovviamente colpa di alcuno. Possiamo invece in Libia accusare e attribuire tutte le responsabilità del crollo delle dighe a quel particolare sistema, tipicamente capitalistico e che appesta tutti i paesi, di connivenze, intrise di interessi politici ed economici, tra gruppi di potere locali, principalmente intenti a spartirsi i proventi della produzione petrolifera. Questa è gestita dalla Noc, National Oil Corporation, agenzia che regola i contratti con le grandi compagnie petrolifere straniere, l’italiana Eni in testa seguita come quota di estrazione concordata dalla britannica Bp, a cui si aggiungono compagnie di altri paesi, tutte interessate all’ottima qualità del greggio e al gas libico.
In merito abbiamo già riferito in precedenti numeri di questo giornale.
Della Libia se ne occupano solo per mantenere la sicurezza dell’estrazione e del trasporto degli idrocarburi, non disdegnando accordi coi gruppi armati tribali locali. Il resto sono “danni collaterali”.
In questo contesto bisogna spiegare il crollo delle due dighe sul Wadi Derna.
Questo breve fiume di soli 75 chilometri è classificato ad alveo intermittente, cioè nella maggior parte del breve percorso al mare convoglia acqua solo a seguito delle forti e tumultuose piogge.
A seguito delle devastanti inondazioni del territorio intorno a Derna, importante città della Cirenaica, già avvenute nel 1941, nel 1959 ed infine nel 1968, le autorità libiche infine commissionarono uno studio per la sistemazione idraulica del bacino del Derna.
Fu deciso di affidare all’impresa iugoslava Hidrotehnika-Hidroenergetika, con sede a Belgrado, un insieme di opere idrauliche allo scopo di regolamentare le piene delle acque piovane provenienti dal bacino idrografico del Wadi Derna vasto 575 Km2. Queste comprendevano due dighe, necessarie anche a costituire sufficienti riserve d’acqua, più alcuni adeguati serbatoi minori, più le stazioni di pompaggio per l’irrigazione delle aree agricole attorno al fiume. Erano previsti anche 10 ponti. Il tutto avrebbe anche contribuito a ridurre l’erosione del suolo conseguente alle improvvise e violente inondazioni.
Dal sito dell’impresa costruttrice serba apprendiamo che tra il 1973 e il 1977 hanno costruito due dighe artificiali a terrapieno, cioè realizzate posizionando e compattando un tumulo di strati di terreno e roccia impermeabile e semipermeabile allo scopo di rendere la diga capace di resistere all’erosione superficiale e alle infiltrazioni, senza l’uso di leganti artificiali come il cemento. È un tipo di costruzione adottato ove è possibile trovare in loco il materiale roccioso necessario. La ditta appaltatrice vanta la realizzazione di analoghe dighe in Algeria e in Tunisia.
La diga maggiore, subito a monte di Derna, è alta 75 metri, lunga alla sommità 300 metri e larga 104 metri alla base, è stata prevista per poter contenere 18 milioni di m3 d’acqua, mentre quella più a monte, a 13 chilometri dalla città, aveva uno sviluppo minore, 45 metri in altezza, una larghezza alla sommità di 130 metri, una larghezza alla base della fondazione di 56 metri con la capacità di contenere 1,5 milioni di m3 d’acqua.
Le due dighe hanno retto bene alle forti precipitazioni del 1986 e la città non è stata inondata.
Ma tutte le dighe sono sottoposte ad infiltrazioni, sia sotto la fondazione sia attraverso il corpo della diga stessa, che possono compromettere la coesione tra i diversi strati di materiali che la compongono e alimentare una iniziale minima rimozione del materiale stesso, ma che può accrescersi rapidamente fino a distruggere la diga stessa. Il regolare controllo delle infiltrazioni è fondamentale per la sicurezza dell’opera.
Secondo recenti dichiarazioni del sindaco di Derna la manutenzione non veniva eseguita da oltre 20 anni e i fondi inizialmente loro destinati sono stati dirottati altrove. Di conseguenza la capacità delle dighe, specialmente quella superiore, a resistere anche alla normale spinta dell’acqua non era più garantita, come già aveva ben evidenziato uno studio pubblicato nel 2002. Inascoltati anche tutti i successivi richiami che proponevano almeno di ridurre la quantità d’acqua contenuta negli invasi.
Al degrado delle due strutture per mancata manutenzione si sono aggiunti anche i danni provocati dai bombardamenti sulla città, specialmente durante la seconda guerra civile libica dal 2014 al 2020.
Secondo una ricostruzione dell’evento, l’enorme massa d’acqua scaricata dalla tempesta Daniel sull’intero bacino idrografico ha riempito fino all’orlo l’invaso della diga superiore, determinandone il cedimento per le accresciute infiltrazioni. L’onda di piena ha provocato il collasso anche della inferiore, con conseguente distruzione di gran parte della città di Derna.
Un modesto intervento di manutenzione avrebbe evitato immani danni e lutti. Questa è la gran Ragione e Razionalità del Capitale. Dal Vajont al Polcevara.
Gli avvoltoi ormai fanno i loro giri sopra le macerie della città. Ma i peggiori sono quelli “umanitari” sul terreno, i politicanti che fingono di interessarsi alle sorti dei disgraziati abitanti mentre si adoprano a difendere questo modo di produzione folle e assassino.
Nuova combattività operaia negli Stati Uniti
Gli Stati Uniti da circa tre anni sono attraversati da un risorgente movimento sindacale, con scioperi più estesi, frequenti, duri e un numero crescente di lavoratori che torna a organizzarsi nei sindacati. Una situazione apparentemente lontana da quella che vive la classe operaia in Italia, che permane in uno stato di passività e rassegnazione. Ma anche negli USA il movimento sindacale viene da decenni di profondo declino, anche peggiore di quello a cui assistiamo in Italia, non avendo conosciuto i movimenti di lotta che in varie categorie – ferrovieri, aeroportuali, tranvieri, scuola, sanità, vigili del fuoco, metalmeccanici – hanno dato vita al sindacalismo di base, negli anni ‘80 e ‘90, e, dopo il 2010, nella logistica.
Ciò conforta i militanti del sindacalismo conflittuale, in quanto conferma che nel capitalismo la lotta di classe è insopprimibile e che anche dalle condizioni più difficili la classe proletaria sarà costretta a tornare a lottare e a organizzarsi, per la necessità stessa di difendere la propria vita, e su questa base materiale tenderà a conoscere e ad abbracciare, nella sua parte più avanzata, il partito del comunismo rivoluzionario.
Negli USA nei mesi scorsi il governo federale era intervenuto direttamente per imporre un accordo che scongiurasse lo sciopero dei ferrovieri (“Fra i ferrovieri Usa cresce la volontà di lotta”) e quello dei portuali. Ma sono molte altre le categorie che sono state o che sono tuttora in fermento: lavoratori della scuola, della sanità, facchini e corrieri di Amazon, ferrovieri, fabbriche metalmeccaniche (General Motors, Volvo, John Deere, New Holland, Ford, Stellantis), lavoratori delle strutture alberghiere, dei Mc Donals e della Wall Mart, fino ai lavoratori dell’industria cinematografica e televisiva.
L’epicentro di questo risorgente movimento operaio è la capitale della California, Los Angeles.
Alla UPS
Il primo agosto scorso avrebbe dovuto iniziare il più grande sciopero degli ultimi decenni negli Stati Uniti, quello degli oltre 300.000 lavoratori della UPS. Secondo alcuni commentatori della stampa borghese occorre risalire allo sciopero dei siderurgici del 1959 per riscontrare una mobilitazione di un numero simile di lavoratori. A giugno il 97% dei lavoratori UPS votanti, quelli iscritti al sindacato Teamsters, si era espresso a favore dello sciopero.
Per diffonderlo ai picchetti, i nostri compagni hanno scritto un volantino con debito anticipo, in modo da poterlo stampare e spedire nelle città in cui sono presenti, cosa non semplice soprattutto in quanto l’annuncio dello sciopero, in previsione dell’interruzione dell’attività, aveva avuto l’effetto di aumentare e intasare il traffico postale.
A Portland, nell’Oregon, dove nei mesi scorsi i nostri compagni hanno costituito, insieme ad altri militanti sindacali, un comitato per unire le lotte dei lavoratori denominato CSAN (Class Struggle Action Network, Rete d’Azione per la Lotta di Classe), si prevedeva un’azione di solidarietà anche presso la USPS, le poste statali statunitensi.
Ma sei giorni prima dall’inizio dello sciopero, fissato per il 1° agosto dal sindacato, UPS è tornata al tavolo delle trattative e un accordo è stato raggiunto. È stato così revocato, per la terza volta in un anno, lo sciopero nazionale. Il contratto è stato approvato attraverso un voto segreto dall’86,3% dei votanti, con una partecipazione del 58% degli aventi diritto.
La dirigenza della International Brotherhood of Teamsters – che dichiara 1,4 milioni di iscritti fra autisti, magazzinieri e altri mestieri nel settore logistico – l’ha definita una vittoria storica. Il contratto è migliorativo ed è stato conquistato senza un’ora di sciopero, solo con la minaccia di attuarlo.
Se si segue il principio del “massimo profitto col minimo sforzo” non si può che dar ragione alla dirigenza dei Teamsters. Ma questo principio è valido per la borghesia, non per la classe operaia, che sarà costretta sia a una lotta durissima per mantenere nel tempo i risultati acquisiti sia per liberarsi dalla sempre più intollerabile oppressione del capitalismo. Per questa ragione, per i lavoratori lottare è più importante persino dei risultati ottenuti – o non ottenuti – con la lotta, per quanto ovviamente questi non si possano trascurare.
Lo sciopero dei lavoratori dell’UPS non solo avrebbe potuto condurre a un risultato migliore di quello ottenuto con la sola minaccia dello sciopero, ma soprattutto avrebbe fornito ulteriore combustibile alla ripresa del movimento operaio negli Stati Uniti e a livello internazionale, dando l’esempio dello sciopero di centinaia di migliaia di lavoratori a decine di milioni di altri proletari, degli Stati Uniti, del Canada, del Messico e di tutto il mondo.
Certo, anche così, è stata dimostrata la forza della classe operaia, ma in termini assai minori.
UPS
Votate NO con lo sciopero!
Nessun lavoratore deve essere lasciato indietro!
Il 25 luglio il sindacato dei Teamsters ha raggiunto un accordo provvisorio con UPS. Questo tradisce i lavoratori UPS e non mantiene le promesse. La dirigenza opportunista della International Brotherhood of Teamsters (IBT) ha siglato un contratto che lascia indietro non solo i lavoratori part-time di UPS, ma anche i lavoratori dell’intero settore logistico, compresi i servizi postali, FedEx e Amazon.
L’IBT aveva la possibilità di elevare i livelli salariali e le condizioni d’impiego del settore e l’ha sprecata.
Il presidente dei Teamsters, Sean O’Brien, aveva promesso che nessun lavoratore, in particolare quelli part-time, sarebbe stato lasciato indietro. L’accordo provvisorio lascia oltre 180.000 lavoratori a tempo parziale senza la possibilità di passare a tempo pieno, col salario relativo. Solo in 7.500 passeranno a tempo pieno. Eppure il 16 luglio, nel webinar di aggiornamento per i membri UPS dei Teamsters, così si era espresso: «è inaccettabile, UPS non può dare ai nostri part-timers le briciole, deve ricompensare queste persone».
Quale è stata la causa di questo improvviso cambio di passo da parte della dirigenza dell’IBT? La risposta sembra coinvolgere il governo Biden che pare abbia fatto pressioni affinché il sindacato risolvesse la vertenza una settimana prima della scadenza per “evitare shock economici”. Se fosse vero, allora sarebbe la terza volta che l’amministrazione Biden è intervenuta per fermare scioperi importanti, dopo quello dei portuali della International Longshore and Wharehouse Union (ILWU) e quello delle ferrovie. Uno dopo l’altro i sindacati di regime stanno agendo come agenti del Partito Democratico all’interno del movimento operaio. Un partito che si proclama con orgoglio “il vero partito della legge e dell’ordine” (…)
Le concessioni sono davvero insoddisfacenti e, naturalmente, non sarebbero state ottenute senza le azioni preparatorie dello sciopero dei lavoratori, in particolare di quelli part-time. Sono proprio questi lavoratori part-time che, come diceva Sean O’Brien, son tanto numerosi che «l’UPS non può assolutamente assumere abbastanza crumiri» per sostituirli, a essere stati lasciati indietro dalla dirigenza della IBT. La richiesta di 25 dollari come paga base non è stata soddisfatta. Inoltre, nel contratto non c’è nulla che elimini gli straordinari forzati per i lavoratori part-time. UPS può ancora costringere i part-time a lavorare per 9 ore e mezza al giorno.
Cosa succederà ora? Con la SAG-AFTRA pronta a scioperare per i mesi a venire e gli scioperi minori che si diffondono a macchia d’olio in tutta la nazione, è il momento di battere il ferro finché è caldo. I lavoratori dell’UPS hanno l’opportunità di dare un esempio a tutti i lavoratori negli Stati Uniti. Per coerenza, ma anche dal punto di vista tattico, sosteniamo uno sciopero immediato, attraverso una energica campagna per scavalcare gli opportunisti e i loro metodi. Rimanere all’offensiva e utilizzare le stesse tattiche di trattativa dei padroni giocando duro non solo garantisce guadagni ai lavoratori ma costituisce anche un esempio di lotta per gli altri. In questo modo si costruisce l’unità della classe operaia e si stabilisce una forza maggiore.
Naturalmente, ci rendiamo conto che le condizioni del movimento operaio sono tali che è ancora prassi normale che uno sciopero sia sottoposto a votazione. Con il sistema attuale, il voto avviene online, dove l’elettore rimane anonimo e isolato.
Lavoratori, organizzatevi con i vostri compagni, chiedete che si svolga una discussione aperta sul posto di lavoro e che le votazioni si svolgano in assemblee. Fate tutto ciò che dovete fare, e fatelo in massa.
Ricordate che l’offerta “migliore e definitiva” è un bluff. Non condivideranno le loro ricchezze accumulate senza una lotta. Solo attraverso la lotta di classe, infatti, si è potuta concretizzare la vittoria dello sciopero UPS del 1997. Siete disposti a partecipare alla battaglia in cui si decidono le condizioni delle vostre vite e del vostro lavoro? O lascerete che l’UPS e la dirigenza sindacale opportunista vi tengano fermi al “vostro” posto?
La United Auto Workers
A metà agosto il 97% dei lavoratori votanti fra gli iscritti al sindacato degli operai dell’auto United Auto Workers (UAW), si è espresso a favore di uno sciopero di dieci giorni nelle fabbriche delle tre maggiori aziende automobilistiche negli USA – General Motors, Ford e Stellantis – a partire dal 14 settembre, se prima di allora non fosse stato raggiunto un accordo giudicato soddisfacente dal sindacato. L’accordo non è stato raggiunto, ma nei primi giorni la dirigenza della UAW si è limitata a chiamare in sciopero solo i 13.000 operai di 3 fabbriche: a Wentzille nel Missouri, Toledo nell’Ohio e Wayne nel Michigan.
Poi dal 25 settembre ha esteso lo sciopero a una quarantina di magazzini logistici delle tre case automobilistiche, portando il numero degli scioperanti a 18.300. Ma in totale, nell’intera industria automobilistica negli States, la UAW inquadra circa 146 mila lavoratori.
Le rivendicazioni del sindacato sono apprezzabili, ma non radicali come le vuol far apparire la stampa borghese: fra le altre il 46% di aumento salariale medio e la settimana lavorativa di 4 giorni.
I lavoratori della UAW verso il sindacalismo di classe!
Il Partito Comunista Internazionale saluta i lavoratori del sindacato United Auto Workers (UAW) che hanno deciso di scioperare contro i tre maggiori gruppi automobilistici presenti nel paese.
Nei primi tempi dalla sua fondazione, negli anni ‘30, l’UAW si distinse per i suoi scioperi radicali. Ricordiamo la lotta alla GM di migliaia di operai nel Michigan, che occuparono lo stabilimento Fisher Body di Cleveland, respingendo per settimane i crumiri. Quando lo Stato borghese inviò le forze armate, ondata dopo ondata gli operai le respinsero. Ma la loro vera forza è stata il contagio della lotta oltre i confini della fabbrica. Lo sciopero si estese a 17 stabilimenti GM nell’arco di 44 giorni. Come risultato di questa generalizzazione della lotta l’azienda fu costretta a capitolare.
Allora come oggi, la nostra forza sta nell’agire come classe unita, intraprendendo azioni al di là dei confini dei singoli luoghi di lavoro, delle aziende, dei mestieri, delle categorie. È con questi metodi che i lavoratori hanno strappato in passato dalle mani del nostro nemico di classe un tenore di vita decente.
Tuttavia, dopo la seconda guerra mondiale, le dirigenze sindacali opportuniste, in collaborazione con i padroni e lo Stato capitalista, hanno trasformato i sindacati in patetiche associazioni simili agli uffici risorse umane delle aziende.
Gli operai dell’industria dell’auto, un tempo presi a esempio della classe media americana, oggi sono stati ricacciati a condizioni di vita nettamente proletarie. Ovunque il vacuo “sogno americano” ha ceduto il passo alla deprimente realtà di una società capitalista in putrefazione.
La classe dominante spinge sempre più i lavoratori di tutto il mondo verso un nuovo bagno di sangue sciovinista, verso una nuova guerra mondiale, nel tentativo di salvare il suo ordine sociale e politico dalla crisi capitalistica sempre più profondo.
Nel mondo però la classe operaia sta cominciando a svegliarsi, a mettere in discussione le dirigenze sindacali collaborazioniste, riprendendo ad usare l’arma dello sciopero. Salutiamo gli oltre 18.000 lavoratori dell’UAW attualmente in sciopero.
Lo sciopero deve crescere per dare ai lavoratori la forza necessaria a vincere questa battaglia. Alcuni sindacati, come la Sezione 299 dei Teamsters, si sono impegnati a indicare ai loro membri di non violare i picchetti. I lavoratori della UAW devono chiedere, pretendere, imporre alla dirigenza del sindacato di chiamare allo sciopero tutti i suoi 146.000 iscritti nell’industria dell’automobile.
Invitiamo i lavoratori a non accettare un accordo di compromesso ottenuto senza la piena mobilitazione delle loro forze.
La dirigenza dell’UAW sostiene che i lavoratori dell’auto dovrebbero ricevere un aumento salariale del 46% in un periodo di quattro anni e mezzo, portando i salari a 47 dollari l’ora dagli attuali 32. Ma con un contratto così a lungo termine, considerato il tasso attuale dell’inflazione, al termine della sua validità il valore reale dei salari potrebbe essere nuovamente quello degli attuali 32 dollari. Per questo occorre rivendicare anche la riduzione della durata del contratto.
Per tutti gli anni ‘30 e ‘40 la UAW si è battuta per la riduzione della settimana lavorativa a 40 ore. Ora la dirigenza del sindacato rivendica una riduzione a 32 ore settimanali a parità di salario. Una settimana lavorativa ridotta e un aumento dei salari complessivi sono essenziali per i lavoratori per migliorare il loro tenore di vita. Ma affinché possano anche solo mantenere le condizioni di vita attuali, occorre dispiegare una lotta della forza adeguata, estendendo subito lo sciopero!
La classe operaia deve superare un sindacalismo che oggi negli Stati Uniti organizza solo il 10% dei lavoratori. La necessità di un sindacato di classe che unisca tutti i lavoratori nella difesa comune sotto un “unico grande sindacato”, al di là dei singoli mestieri e dei posti di lavoro, è stata la grande aspirazione del movimento operaio che ha riconosciuto la necessità di centralizzare i sindacati per poter vincere gli attacchi concertati della classe capitalista.
Oggi dobbiamo promuovere un’unità d’azione pratica tra i sindacati esistenti per realizzare questo obiettivo. Abbiamo bisogno di un fronte unito di tutte le forze del sindacalismo di classe, che unisca le masse di lavoratori in una lotta comune, un passo necessario verso un futuro sindacato di classe.
Come passo pratico immediato, invitiamo i lavoratori a unirsi ad altri militanti del sindacalismo di classe all’interno della Rete d’Azione per la Lotta di Classe, nello sforzo per costruire un polo sindacale di classe all’interno del movimento sindacale.
Verso il sindacato di classe!
Ferrovia Torino-Milano - Ancora operai immolati al Profitto
Una nuova strage ha bagnato di sangue i binari nella notte del 30 settembre presso la stazione ferroviaria di Brandizzo, sulla linea Torino-Milano. Cinque operai dipendenti di una ditta di interventi ferroviari, intenti alla manutenzione di un tratto di rotaia, sono stati travolti da un convoglio di vetture sopraggiunto a 160 Kmh.
I cinque operai avevano 22, 34, 43, 49, 53 anni di età. Sfuggiti al massacro altri due lavoratori, finiti in ospedale insieme al personale di macchina del treno, tutti in stato di grave turbamento.
I rappresentanti delle istituzioni civili e religiose si sono immediatamente attivati con comunicati di circostanza, personaggi politici hanno mostrato in TV le facce addolorate e hanno scritto sui social parole di cordoglio. Hanno finto di essere sorpresi che “ancora” nel 2023 si debba assistere a tali tragedie.
Intanto l’inchiesta già individuava le cause della tragedia nell’“errore umano”, in difetti di comunicazione e segnalazione, mentre il ministro Salvini ha tenuto ad informarci che in Italia le leggi tutelano i lavoratori. Le organizzazioni sindacali estendono le responsabilità all’azienda ferroviaria RFI e alle ditte appaltatrici. Taluni lamentano l’utilizzo di procedure antiquate, risalenti al 1974, inadeguate a fronteggiare le nuove esigenze e tecniche della circolazione ferroviaria.
In realtà la maggior parte degli investimenti sono dirottati nell’Alta Velocità e non in sistemi di controllo della marcia treni, SCMT o analoghi, atti a bloccare i treni in caso di errore umano. Un tema questo della destinazione dei capitali nelle ferrovie in funzione del tasso del profitto che abbiamo affrontato nei numeri 400/2022 e 423/2023 di questo giornale.
Gli incidenti non sono affatto isolati ma si susseguano nel tempo con impressionante regolarità: Pioltello del 25 gennaio 2018 nella tratta Milano-Venezia, con tre morti e 46 feriti, e il disastro di Viareggio nella notte del 29 giugno 2009 con un bilancio di 32 morti. In questi episodi, se la giustizia borghese non ha potuto evitare di mettere sul banco degli indagati i vertici di RFI, li ha poi assolti o ha evitato che le pene irrogate vengano scontate, come nel caso dell’ex amministratore delegato Mauro Moretti. Nella generalità dei casi i processi si concludono con condanne che addossano la responsabilità agli operai stessi.
Per denunciare e contrastare questa ignobile pratica è stata convocata una giornata di mobilitazione per il 12 ottobre a Bologna dal Coordinamento Lavoratori Autoconvocati insieme al Coordinamento Macchinisti Cargo.
L’Unione Sindacale di Base ha dichiarato immediatamente in tutto il comparto RFI uno sciopero di 24 ore. Ma il livore contro la lotta operaia della famigerata Commissione di Garanzia è stato tale che i suoi componenti, pur di fronte a una simile strage, non hanno avuto vergogna a chiedere all’Usb di ridurre lo sciopero a 4 ore, onde evitare di danneggiare il traffico ferroviario messo in difficoltà dall’incidente!
Per altro, lo sciopero a seguito di incidenti gravi, che implichino una seria minaccia alla salute e alla sicurezza dei lavoratori, sarebbe l’unico caso, l’unico spiraglio lasciato aperto dalla legislazione antisciopero democratico-fascista (leggi 146 del 1990 e 83 del 2000) in cui i sindacati possono indirlo senza i termini di preavviso (di minimo 10 giorni) e l’ottemperanza delle regole della “rarefazione” (distanza fra uno sciopero e l’altro) imposta nell’insieme sempre più esteso dei settori che, operando una notevole forzatura, vengono fatti rientrare nella categoria dei “servizi pubblici essenziali” proprio allo scopo di rendere più difficile l’azione dei lavoratori.
L’”invito” della Commissione di Garanzia in questo caso non avrebbe perciò comportato alcuna conseguenza penale nei confronti di chi non lo avesse rispettato. È comunque da apprezzare che l’Usb abbia rigettato l’invito della Commissione mantenendo lo sciopero di 24 ore.
A Genova, sempre l’Usb, ha organizzato un presidio davanti alla stazione Principe, cui hanno partecipato una sessantina di lavoratori, attorno alle 18, un’ora in cui si assembra una folla di pendolari che tornano a casa. Un nostro compagno è intervenuto dal megafono messo a disposizione dei presenti ribadendo che solo la lotta, l’organizzazione e il rafforzamento del sindacalismo di classe possono offrire un argine a condizioni di vita e di lavoro sempre peggiori per la classe operaia, che inesorabilmente provocano morti, infortuni e infermità gravi ai lavoratori. Questo, anche per rispondere alla illusione sostenuta invece dalla dirigenza dell’Usb, promotrice di una legge d’iniziativa popolare per l’introduzione del reato di “omicidio sul lavoro”.
Il SI Cobas ha anch’esso appoggiato lo sciopero di 24 ore e ha fatto appello ad ampie mobilitazioni.
I sindacati concertativi Cgil, Cisl e Uil e l’Orsa hanno invece limitato l’astensione dal lavoro a solo quattro ore, non a caso in perfetta sintonia con la richiesta della commissione di controllo.
La causa del disastro di Brandizzo e della morte dei cinque operai è da rintracciare nella struttura che controlla il lavoro di RFI e della ditta appaltatrice. Per evitare che si verifichino ancora simili disastri una rivendicazione deve essere la disalimentazione della linea elettrica, con il blocco a monte e a valle dei convogli in entrambi i sensi di marcia durante tutto il tempo in cui si svolgono i lavori sulla rotaia.
Non si deve nutrire alcuna illusione circa le iniziative e le scelte dei vertici industriali e aziendali e quelle di governo e parlamento. Tra la sicurezza e l’integrità fisica dei lavoratori e le necessità e la convenienza del modo di produzione capitalistico – “ottimizzazione”, tagli dei costi e profitti – il piatto oscillerà sempre in favore degli interessi delle imprese, delle aziende, della borghesia. Il tributo di sangue versato al Moloch capitalistico sotto tutte le latitudini non cessa di alimentarsi di nuove vittime. Tante vite sono state sacrificate nella fase espansiva e riformatrice del capitalismo, così come oggi, nei tempi di crisi e di putrefazione della società borghese.
Soltanto nei primi sette mesi di quest’anno le statistiche ufficiali, sempre imprecise per difetto, indicano 599 omicidi sul lavoro in Italia con un incremento del 4,4% rispetto al luglio 2022.
Al proletariato resta una sola arma difensiva e controffensiva: l’arma dello sciopero che per essere efficace deve essere organizzata sindacalmente fuori e contro i sindacati di regime. Questo ci impone di lavorare per la rinascita del sindacato di classe e attraverso la lotta negli organismi che si richiamano al sindacalismo di classe – cioè nei sindacati di base e nelle aree conflittuali in Cgil – per imporre la loro unità d’azione favorendo la solidarietà dei lavoratori nella lotta sindacale.
Le ipocrisie dell’inquinante riformismo ecologista
Il postulato della maggior parte degli ecologisti è che la crisi ambientale e del riscaldamento globale possa essere in qualche modo risolta nell’ambito del capitalismo. Questo avviene perché, in modo più o meno consapevole, hanno accettato l’idea che lo Stato sia un arbitro neutrale tra le classi. Tale mito venne propagato dalla borghesia nella sua fase rivoluzionaria, quando aveva interesse che le altre classi oppresse, principalmente la classe operaia e i contadini, combattessero al suo fianco contro le vecchie classi feudali terriere. Tale mito, ormai vetusto, si presenta oggi sotto forma di un timore superstizioso e quasi reverenziale per la “democrazia” e i “diritti dell’individuo”.
Oggi gli ambientalisti hanno dato vita a un dibattito causato da una spaccatura tra i loro ranghi: fra chi sostiene che in regime capitalistico investire in imprese “verdi” porterebbe a maggiori produzioni e maggiori profitti, e quanti invece appartengono al novero dei fautori della “decrescita”.
Ma anche chi si pone nel campo della decrescita corre sicuro sulla strada del riformismo, delle petizioni, delle lettere ai deputati, ecc., come se i vari partiti parlamentari potessero darsi un qualsivoglia programma di rovesciamento del capitalismo dall’interno.
Anche i comunisti marxisti sono a favore di una “decrescita”, cioè al disinvestimento, che solo può contrastare la tendenza alla mineralizzazione della biosfera provocata dalla superproduzione di una massa enorme di merci inutili, dannose e comunque rese presto inservibili dalla pressione della concorrenza. Ma questo superamento della patologia dell’investimento propria del capitalismo e il passaggio a una produzione finalizzata a soddisfare i bisogni dell’uomo e non quelli del mercato, può avvenire soltanto attraverso il passaggio al comunismo.
Viceversa il capitalismo ha bisogno di una crescita continua per sopravvivere. Una decrescita autentica, benefica e sostenuta non avverrà finché il capitalismo non sarà stato rovesciato con mezzi rivoluzionari e non sarà stato instaurato il comunista piano razionale sistematico per la specie. Tale società non sarà più basata sulla necessità dei capitalisti di assoggettare il lavoro, di produrre merci, di venderle per realizzare il plusvalore che il lavoro salariato ha incorporato in esse. La classe dei capitalisti, gli azionisti, tutto il servidorame amministrativo e intellettuale che li serve non possono rinunciare a che l’intero ciclo infernale della produzione si ripeta ancora e ancora all’infinito.
Solo il comunismo vedrà la produzione finalizzata all’uso, in una società senza classi, in cui si produce per i bisogni della specie, senza l’inutile intermediazione del capitalista. Il piano razionale, che deciderà su cosa, quanto, dove e come produrre, includerà necessariamente la protezione su un arco temporale molto lungo dell’ambiente e di tutte le forme di vita che abitano il pianeta. Queste nel capitalismo non hanno voce: o vengono considerate d’intralcio agli interessi delle grandi imprese o sono depredate per trarne profitti.
Fra i fautori di un cambiamento nell’ambito del capitalismo si segnala un gruppo di pressione ambientale chiamato “Global Justice Now” il quale di recente ha pubblicato un opuscolo che evidenzia come i capitalisti delle aziende produttrici di combustibili fossili non abbiano alcuna intenzione di sottostare a qualsiasi minaccia ai loro profitti. Dopo aver notoriamente riempito numerose sale di conferenze internazionali sul tema del cambiamento climatico, ora li si sente fortemente aggressivi anche contro le loro stesse istituzioni.
Citiamo dall’opuscolo:
«Le compagnie dei combustibili fossili dovrebbero pagare per risolvere la crisi climatica che hanno causato, invece chiedono un risarcimento. Stanno usando tribunali speciali, istituiti al di fuori dei sistemi legali nazionali, cui si appellano le corporazioni.
«RWE e Uniper hanno fatto causa ai Paesi Bassi per la riduzione graduale del carbone. L’azienda britannica Rockhopper sta facendo causa all’Italia per il divieto di trivellazione petrolifera offshore. Ascent Resources, anch’essa un’azienda britannica, sta facendo causa alla Slovenia che ha richiesto una valutazione di impatto ambientale sui progetti di fracking. TC Energy sta facendo causa agli Stati Uniti per la cancellazione dell’oleodotto Keystone dalle sabbie bituminose. Insieme stanno chiedendo risarcimenti per oltre 18 miliardi di dollari, ma questa potrebbe essere soltanto la punta dell’iceberg se altre aziende faranno lo stesso».
In conclusione il lettore dell’opuscolo è invitato a “firmare la petizione e unirsi al movimento per fermare i tribunali che bloccano l’azione per il clima”, dopo che lo si è illuso con la grottesca menzogna che i governanti siano sensibili alla minaccia del collasso climatico, di fronte al quale sono impotenti quanto lo è nel suo complesso l’intera società borghese. I capi mondiali sono solo pedine nello scontro fra le grandi compagnie per spartirsi mercati, rendite e profitti.
Noi continueremo a lottare per preparare il rovesciamento del capitalismo, un sistema che impedisce qualsiasi soluzione della crisi ambientale. E continueremo a riporre la nostra fiducia nella classe operaia, in quanto forza della società attuale che più ha da guadagnare dal rovesciamento del capitalismo, un sistema che non ha più nulla da offrire all’umanità se non insicurezza, sfruttamento sempre maggiore e continua incapacità di risolvere le grandi questioni che l’umanità sta affrontando, la povertà e la carestia, le guerre – tutte calamità che in ultima analisi hanno come prima vittima la classe operaia.
PiSdC – L’attività sindacale del Partito in Italia
Da inizio febbraio a oggi, l’attività sindacale in Italia ha continuato a svolgersi nelle differenti sfere che abbiamo già avuto modo di elencare nello scorso rapporto:
– la propaganda delle posizioni e dell’indirizzo politico-sindacale per strada, con volantinaggi e strillonaggi del giornale, privilegiando luoghi frequentati da lavoratori;
– la medesima propaganda davanti ai posti di lavoro;
– l’intervento in manifestazioni sindacali con volantini del Partito;
– l’attività entro l’organismo intersindacale denominato Coordinamento Lavoratori Autoconvocati, per batterci per l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale;
– l’attività entro le organizzazioni sindacali di base;
– la redazione di articoli per la pagina sindacale del giornale del Partito.
Come già detto, si sale da un piano al massimo grado generale – la propaganda fra le masse per strada – via via a livelli sempre più caratterizzati e specifici, fino alla nostra stampa, dove la linea sindacale di classe viene esplicitata in tutti i suoi aspetti e nel suo collegarsi e discendere dal programma e dalla teoria comunista.
Abbiamo inoltre organizzato una riunione pubblica del Partito, a Torino, il 30 aprile, il giorno prima del Primo Maggio, nella sede della Confederazione Cobas, su un tema sindacale: “Gli scioperi in Francia, Gran Bretagna, Germania, Grecia sono l’inizio dell’inevitabile estendersi della lotta di classe internazionale. Presto anche in Italia i lavoratori si dovranno mobilitare. Quali le condizioni per dimostrare tutta la loro forza e determinazione?”.
In generale il movimento operaio in Italia permane in una condizione di debolezza e passività, e ciò si riflette sulla nostra attività negli ambiti sopra elencati.
Se diamo uno sguardo alla situazione complessiva della lotta di classe in Italia, gli ultimi movimenti generali di una certa forza – intercategoriali, coinvolgenti la generalità della classe – furono nel 1992, contro l’accordo che completava la revoca della “scala mobile” – che provocò una contestazione ai vertici dei sindacati di regime e un rafforzamento del sindacalismo di base – e quello del 1994, contro la prima riforma delle pensioni del governo Berlusconi.
L’ultimo forte movimento nazionale di sciopero di categoria, sviluppatosi spontaneamente con scioperi cosiddetti “selvaggi”, che violarono ripetutamente la legislazione anti-sciopero, fu quello dei tranvieri del dicembre 2002-gennaio 2003, anch’esso sviluppatosi fuori e contro i sindacati di regime e che rafforzò nel settore il sindacalismo di base (“Disamina e bilancio dello sciopero dei tranvieri”).
Per quanto riguarda gli scioperi di fabbrica, abbiamo avuto i 21 giorni alla FIAT di Melfi nell’aprile del 2004 (“Cobas e Fiom alla riprova di Melfi”), e dieci anni dopo i 35 giorni di sciopero alla Thyssen Krupp di Terni nell’ottobre-novembre 2014 (“Terni, Uno sciopero di 35 giorni tradito dai sindacati di regime”).
Dal 2011, si è avuto lo sviluppo di una riorganizzazione del sindacalismo di base nel settore della logistica, principalmente nel SI Cobas ma non solo. Tale movimento è stato considerevole, portando alla formazione di quello che è oggi il secondo sindacato di base, il SI Cobas appunto, con approssimativamente 20.000 iscritti, ma è rimasto confinato in questa categoria, con solo piccole eccezioni.
Il primo sindacato di base è divenuto l’Unione Sindacale di Base, nata nel 2010 dalla fusione delle precedenti Rappresentanze Sindacali di Base con parti della Confederazione Unitaria di Base e con il piccolo SdL (Sindacato dei Lavoratori). Si possono stimare gli iscritti intorno ai 40.000. L’Usb, rispetto alle sue origini nel 2010 e alla tradizione della principale organizzazione fondatrice – la RdB – ha cambiato parzialmente carattere in questi 13 anni, riducendo il numero degli iscritti nel pubblico impiego (scesi a circa 16.000), settore in cui era quasi solo organizzata la RdB, e crescendo nel settore privato.
In linea generale, di fronte all’incedere della crisi mondiale di sovrapproduzione del capitalismo, abbiamo assistito a un marciare del sindacalismo di regime verso un sempre più aperto corporativismo, con conseguente scoramento dei lavoratori, ulteriore individualismo e rassegnazione, e quindi con l’abbassarsi del livello di combattività della classe, progressiva dal finire degli anni settanta e giunto a un livello a cui forse non si era mai assistito nella storia del movimento operaio in Italia.
Sembrerebbe il trionfo della pace sociale sempre agognata dalla borghesia. Noi sappiamo essere invece il preludio a una nuova esplosione della lotta di classe, le cui condizioni materiali giorno dopo giorno la crisi avanzante del capitalismo prepara nel sottosuolo sociale e le cui prime manifestazioni sono già ben osservabili a livello internazionale, sia nei movimenti sociali di rivolta che, per ora, hanno mantenuto carattere interclassista – come in Cile, Colombia, Ecuador e Perù – sia nel rafforzamento del movimento di lotta sindacale in Francia, Gran Bretagna, Grecia, Turchia e negli Stati Uniti.
Tutti questi paesi hanno conosciuto lo stesso processo di indebolimento del movimento sindacale che abbiamo descritto per l’Italia, sia pure con forme e in misure differenti, ma in essi sembra essersi già verificata una cosiddetta inversione di tendenza, cosa invece non ancora manifesta in Italia.
L’indebolimento della lotta operaia si è riflesso sugli stessi sindacati di regime, che in Italia vedono sia diminuire i propri iscritti sia una crescente difficoltà a mobilitare i lavoratori nelle rare azioni che imbastiscono, per lo più manifestazioni invece che scioperi. Ma di ciò solo apparentemente le dirigenze di Cgil Cisl Uil si dolgono. La debolezza della classe operaia è infatti la miglior garanzia del loro controllo su di essa.
Nel complesso, il sindacalismo di base – sia per le avverse ragioni oggettive, sia per la dannosa azione delle sue dirigenze opportuniste – non è stato in grado di contrapporsi a tale progressivo indebolimento delle lotte operaie, e, al pari del sindacalismo di regime, ha subito un calo in termini di iscritti e di capacità di mobilitazione.
In quelle categorie in cui negli anni ottanta e novanta si era più affermato, sull’onda di movimenti di lotta fuori e contro i sindacati di regime, ha perso gran parte degli iscritti: scuola, ferrovieri, sanità, tranvieri, aeroportuali, vigili del fuoco.
Il quadro è però variegato fra le diverse organizzazioni sindacali.
I Cobas Scuola, e in generale la Confederazione Cobas di cui fanno parte, appaiono in grave declino.
L’offensiva della FIAT, iniziata nel giugno 2010 dall’allora amministratore delegato Marchionne, ha condotto alla quasi completa distruzione dello Slai Cobas, che si era sviluppato negli stabilimenti di Arese (chiuso nel 2005), di Termoli e di Pomigliano. Rimangono piccoli gruppi sindacali di base nelle fabbriche di Melfi, Termoli, Pratola Serra, Atessa.
La Cub, nata nel 1992 e presente allora in diverse categorie e industrie, e che aveva stretto un patto federativo con la RdB dando luogo alla RdB-Cub, ha anch’essa subito un forte declino, in particolare a seguito di due fattori: la nascita nel 2010 dell’Usb, che ha acquisito parti della Cub; l’accordo denominato Testo Unico sulla Rappresentanza del gennaio 2014 fra padronato e sindacati di regime, accettato prima dalla Confederazione Cobas, poi dall’Usb, poi da altri sindacati di base minori, e mai dalla Cub, che ha comportato la sua esclusione dalle Rsu (organi rappresentativi unitari sindacali votati entro le aziende).
La crisi di sovrapproduzione, in assenza di un già impiantato e robusto movimento sindacale di classe, ha avuto un effetto depressivo sulla combattività operaia, soprattutto nell’industria manifatturiera, comportando un retrocedere del sindacalismo di base dalle posizioni precedentemente conquistate.
Come detto, in controtendenza rispetto a quanto sin qui profilato, nel settore logistico si è sviluppato un movimento che ha dato luogo alla formazione del SI Cobas, e del più piccolo Adl Cobas. Anche l’Usb è in parte in controtendenza rispetto al generale arretramento del sindacalismo di base.
Dopo questa minima rassegna veniamo all’attività sindacale nello scorso quadrimestre. Si è confermata la bassa conflittualità. Come negli anni precedenti, consumate le mobilitazioni autunnali, già di per sé deboli, i mesi successivi hanno espresso sul piano delle mobilitazioni generali un livello ancora inferiore.
A ciò si è aggiunta la rottura della fragile unità d’azione del sindacalismo di base, fra dirigenze dell’Usb e del SI Cobas, nella manifestazione nazionale a Roma del 3 dicembre scorso, cui partecipammo compiendo il lavoro di propaganda e indirizzo.
Ciò ha condotto la dirigenza dell’Usb a proclamare uno sciopero generale per venerdì 26 maggio, convocato e organizzato senza coinvolgere nessun altro sindacato di base, il cui esito è stato, nonostante i proclami della dirigenza, negativo.
Ricapitoliamo la nostra attività da febbraio a oggi.
Sabato 25 febbraio l’Usb ha convocato a Genova una manifestazione nazionale contro la guerra con lo slogan: “Abbasso le armi, alziamo i salari!” Dietro lo slogan, apprezzabile, vi è però la malcelata posizione filo-russa del suo gruppo dirigente.
Cinque giorni prima, lunedì 20 febbraio, abbiamo partecipato al Coordinamento confederale dell’Usb Liguria, in preparazione della manifestazione del 25. In essa abbiamo ribadito che la guerra in corso in Ucraina è imperialista su entrambi i fronti; che solo i lavoratori saranno in grado di impedire a fermare la guerra imperialista generale che sta maturando; che gli scioperi e la manifestazione contro la guerra e in difesa dei salari sono un primo passo su questa strada.
Due giorni prima, sabato 18 febbraio, eravamo intervenuti in una assemblea convocata dal SI Cobas genovese nella sala dei portuali. L’assemblea aveva per tema la guerra in Ucraina e vi si presentava un libro redatto dal fronte politico che dirige il SI Cobas. Si è trattato quindi di un utilizzo del sindacato per una funzione ad esso estranea, come strumento organizzativo di un gruppo politico. Sussistono malumori entro questo sindacato per tale condotta.
Siamo intervenuti spiegando che a livello sindacale è fondamentale l’unità d’azione dei lavoratori e, a questo fine, l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale; invece l’opportunismo si caratterizza per agire in modo ribaltato: fa frontismo politico (la dirigenza del SI Cobas ha composto un fronte politico con gruppi stalinisti) e settarismo sindacale, dividendo e indebolendo le azioni di lotta dei lavoratori.
Sempre il 25 febbraio siamo intervenuti nella riuscita manifestazione nazionale contro la guerra indetta dall’Usb, diffondendo un volantino del Partito intitolato “Il massacro dei proletari ucraini e russi continua e prefigura quello mondiale cui il capitalismo vuol condurre l’umanità intera. Solo la rivoluzione internazionale dei lavoratori potrà impedirlo!”.
Con un militante sindacale dell’area di opposizione in Cgil, abbiamo distribuito il volantino di convocazione dell’assemblea nazionale del CLA (“Assemblea pubblica. Salute sicurezza repressione nei posti di lavoro e sul territorio”), programmata per domenica 3 marzo a Genova, che ha avuto una trentina di presenti. È stata l’occasione per esporre in modo un po’ esteso e circostanziato importanti questioni relative al rapporto fra sindacato e Partito e alla questione dell’unità d’azione del sindacalismo conflittuale. Ciò è stato fatto con l’intervento introduttivo, tenuto dal nostro compagno (“Questioni cruciali del sindacalismo di classe discusse ad una assemblea del CLA”). Il testo di questa relazione è stato tradotto dai nostri compagni in lingua inglese ed è prossimo alla pubblicazione. L’intervento è stato l’occasione per controbattere alle inconsistenti argomentazioni del relatore dell’assemblea del 18 febbraio organizzata dal SI Cobas genovese.
L’8 marzo a Genova siamo intervenuti alla manifestazione per la giornata internazionale della donna, diffondendo il volantino del Partito, tradotto sulla nostra stampa in 16 lingue (“È il capitalismo a impedire la liberazione della donna”).
Un’attenzione particolare abbiamo dedicato a seguire i movimenti di sciopero in Francia e nel Regno Unito, e a renderne conto sulla nostra stampa. Ciò è stato fatto nel numero di maggio-giugno con due articoli titolati: “In Francia la lotta generale di classe travolge i bonzi della Cgt” e “Nel Regno Unito scioperi e manifestazioni annunciano il risveglio della classe operaia”.
Quanto colà accaduto, e soprattutto in Francia, ha avuto un certo riflesso fra i militanti del sindacalismo conflittuale in Italia. Delegazioni, una dell’Usb una della Fiom, si sono recate – separatamente – a una delle manifestazioni a Marsiglia.
In Francia il movimento è stato diretto da una intersindacale includente tutti i sindacati, quelli apertamente collaborazionisti e di regime, come la CFDT, quelli nascostamente tali, sostanzialmente la CGT, e l’unico che può essere considerato di base, il SUD. Le parti più combattive della CGT, di Force Ouvriere e il SUD si sono distinte per non rompere l’unità degli scioperi convocati dall’Intersindacale, cercando di prolungarli nei settori e nelle aziende in cui erano in grado di farlo.
Questo esempio è stato da noi ripetutamente utilizzato – all’assemblea del SI Cobas genovese, al Coordinamento confederale dell’Usb Liguria, all’assemblea del CLA – per spiegare che in Italia era da indicare, non certo un fronte sindacale coi sindacati di regime, ma certamente un’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, assolutamente necessaria. Tutto l’opportunismo politico-sindacale che dirige i sindacati di base ha ignorato questa necessità, nonostante si riempisse la bocca di frasi altisonanti del genere “fare come in Francia”.
Il 25 marzo, a Genova, abbiamo pubblicato un appello del CLA genovese affinché il sindacalismo di base nella città promuovesse un presidio unitario in solidarietà col movimento di lotta in Francia, che in quei giorni giungeva al culmine, affrontando anche alcuni episodi repressivi di una certa gravità (“Per un’azione unitaria del sindacalismo conflittuale in solidarietà con la classe lavoratrice in Francia”). Anche questo appello, inviato a tutte le dirigenze sindacali locali e fatto circolare fra i nostri contatti sindacali, è rimasto inascoltato.
Il 30 marzo a Roma l’Usb ha organizzato un convegno nazionale con al centro il tema del salario. Abbiamo seguito tutto il convegno, trasmesso sulla pagina facebook del sindacato. Ospiti e intervenuti, fra altri, l’ex presidente dell’INPS Tridico, vicino al Movimento 5 Stelle, il capo di questo partito borghese Giuseppe Conte e un professore universitario di economia in pensione. Il convegno ha mostrato le patenti contraddizioni della linea politico-sindacale della dirigenza Usb, tipiche dell’opportunismo.
Da un lato, infatti, correttamente i dirigenti dell’Usb affermano che quella in corso è una crisi “sistemica” del capitalismo, nonché di sovrapproduzione, e che l’unico strumento per difendere e aumentare i salari è la lotta. Dall’altro si illudono, e illudono i lavoratori, che la via d’uscita dalla crisi economica del capitalismo sia nel ritorno a una politica di forte intervento dello Stato, che per essi non è borghese ma democratico. Rivendicano, come fa anche una parte della sinistra in Cgil, la costituzione di un nuovo Istituto per la Ricostruzione Industriale, istituito nel 1933, durante il fascismo, nel pieno della Grande Depressione, e che nel dopoguerra allargò progressivamente i suoi settori di intervento giungendo a includere nel 1980 circa 1.000 società con più di 500.000 dipendenti.
Questa politica, che confida nelle nazionalizzazioni di aziende schiacciate dal peso della crisi, non ha nulla di anti-capitalistico; infatti fu intrapresa dal fascismo, così come dal nazismo e dalle democrazie anglosassoni. È una via praticata – e a posteriori giustificata con pezze ideologiche – da ogni Stato borghese di fronte alla catastrofica crisi per far per poco sopravvivere strutture produttive a spese dell’erario.
Le politiche di intervento in economia dello Stato borghese per “salvare le aziende strategiche per il paese” – come ripete tanto il sindacalismo di regime quanto l’opportunismo alla guida dei sindacati di base – attraverso le nazionalizzazioni, hanno la finalità di condurre il proletariato verso il macello della guerra imperialista, la sola politica-economica in grado di salvare privilegi e dominio borghesi. A tal fine è fondamentale, oltre che il mantenimento in funzione di determinate fabbriche e strutture produttive, il nazionalismo politico, alla cui base è il nazionalismo economico. La nazionalizzazione delle industrie in regime capitalista “nazionalizza” le masse proletarie, nel senso che le irreggimenta nell’ideologia nazionalista. Non ci avvicina al socialismo ma alla guerra imperialista.
La dirigenza dell’Usb se da un lato, quindi, rivendica correttamente forti aumenti salariali e indica la strada della lotta per conseguirli, dall’altro contraddice questa battaglia con un indirizzo politico che null’altro è se non quello classico della socialdemocrazia, fallito già con la prima guerra mondiale e con la seconda.
Il convegno romano dell’Usb, più che il tema di come ottenere aumenti salariali, ha posto al centro la questione del “salario minimo legale”, per ottenere il quale i dirigenti dell’Usb confidano non nella mobilitazione dei lavoratori ma illudendosi nei demagogici appoggi del politicantismo borghese. In questo senso si inquadrano gli inviti e gli interventi di Tridico e Conte.
Per questo sulla nostra stampa abbiamo pubblicato due articoli: il primo sul declino dei salari in Italia (“Il declino costante dei salari in Italia”), il secondo sul tema del “salario minimo legale”, che abbiamo definito un miraggio per sviare i lavoratori dalla necessaria lotta per il salario (“Miraggio del salario minimo per deviare la combattività operaia”).
In molti, anche dentro l’Usb, riconoscono che senza una lotta generale di tutta la classe lavoratrice, della forza adeguata, una legge sul salario minimo legale si risolverebbe in un compromesso al ribasso fra i partiti borghesi, che cavalcano questa utopia a mero scopo elettorale. Per altro, se vi fossero le condizioni per esprimere un movimento di tale forza, allora non converrebbe incanalarlo nella politica parlamentare da cui attendersi una tale legge, bensì lasciare al confronto diretto col padronato l’ottenimento degli aumenti salariali.
È vero ciò che sostengono i sindacati di regime, cioè che i livelli salariali debbano essere regolati non dalla legge ma dalla contrattazione. Ma costoro lo fanno perché, condotta a loro modo, cioè senza lotta, la contrattazione garantisce al padronato di pagare bassi salari. La soluzione però non sta nell’illusione che la contrattazione al ribasso dei sindacati di regime possa essere aggirata imponendo, con supposti appoggi di partiti della sinistra borghese, una legge a tutela del salario. Questa illusione, pienamente socialdemocratica, e fascista, riposa sull’idea che il capitalismo possa essere condizionato dalla democrazia, con regole che vengano a proteggere le condizioni di vita dei proletari e le loro organizzazioni sindacali di classe.
Su questo piano riposa l’altra erronea rivendicazione del ripristino della scala mobile, avanzata dall’Usb e da altre correnti sindacali, ad esempio quelle trozkiste di opposizione in seno alla Cgil. Altra ancora è quella di una legge sulla rappresentanza sindacale, suscettibile, secondo i dirigenti di Usb, di garantire al sindacalismo di classe il diritto di essere riconosciuto.
Queste correnti opportuniste perpetuano la falsità che la democrazia sia quel che dice di sé, e non invece una forma di dominio della classe borghese – “il miglior involucro politico del capitalismo” disse Lenin – complementare a forme di governo totalitarie e apertamente fasciste, e che non muta affatto la natura borghese dello Stato.
In risposta all’indirizzo della dirigenza Usb, manifestatosi da ultimo nel convegno del 30 marzo, abbiamo affermato che, se è vero che la sola via per difendere i salari è quella della lotta, allora quei partiti borghesi di sinistra che i dirigenti di Usb illudono possano aiutare i lavoratori, dovrebbero essere messi alla prova circa le loro reali intenzioni. E non con la rivendicazione del salario minimo ma con quella della abolizione delle leggi anti-sciopero, che impediscono a una parte cospicua della classe lavoratrice di lottare, nello specifico proprio a quelle categorie scese in lotta nei mesi scorsi in Francia e nel Regno Unito.
Nell’articolo sul salario minimo si è affrontato un altro diversivo utilizzato, in questo caso dal sindacalismo di regime, per non fare tornare i lavoratori alla lotta: quello della “riforma fiscale”. All’assise finale del XIX congresso della CGIL, a Rimini, il segretario generale Landini l’ha definita “la madre di tutte le battaglie”. Il principale esponente della frazione sindacale che dirige la Fiom Cgil di Genova, che si dichiara conflittuale e che a Genova a dicembre 2022 ha svolto il congresso sotto lo slogan “Per un sindacato di classe”, si è detto d’accordo con questa affermazione del grande bonzo. Nell’articolo abbiamo denunciato anche questo opportunismo che si ammanta di sindacalismo di classe.
Per il Primo Maggio a Torino abbiamo distribuito il giornale del partito alla corposa manifestazione torinese.
Il 13 maggio a Firenze abbiamo partecipato a una manifestazione convocata dal SI Cobas di Prato contro la repressione poliziesca che ha colpito i suoi due giovani dirigenti locali. Abbiamo distribuito un volantino appositamente redatto ai circa 600 partecipanti (“Per la rinascita di un forte movimento sindacale di classe contro sfruttamento e repressione”). Gli operai in corteo hanno dimostrato grande attaccamento e fiducia nel loro sindacato.
Nella logistica si sono verificati tre importanti scioperi. Uno il 7 aprile nei principali corrieri (Brt, Gls e Sda), aderenti all’associazione padronale Fedit, che è riuscito provocando consistenti ritardi nella loro attività. Un secondo si è svolto presso il magazzino della Coop a Pieve Emanuele, a sud di Milano. Un terzo importante sciopero è stato condotto dal più piccolo Adl Cobas, che affianca da anni il SI Cobas, presso il magazzino della Commit Siderurgica, un’azienda siderurgica di Veggiano, in provincia di Padova. Un quarto importante sciopero ha avuto luogo nello stabilimento Stellantis (ex Fiat) di Pomigliano d’Arco, in provincia di Napoli. Di queste lotte abbiamo riferito e commentato nel giornale di luglio-agosto (“Ultime dal sindacalismo di regime in Italia ”).
PiSdC – Genova, sciopero della Fiom di venerdì 7 luglio
La madre di tutte le battaglie sindacali è la lotta per forti aumenti salariali!
Per condurla occorre un Fronte Unico Sindacale di Classe!
A fronte dell’inflazione in forte crescita dalla fine del 2021, i salari nominali dei lavoratori sono rimasti fermi o hanno subito aumenti del tutto insufficienti a evitare la drastica diminuzione del loro potere d’acquisto. I profitti invece crescono. La classe lavoratrice è sempre più sfruttata.
Il 7 giugno il segretario nazionale della Fiom Michele De Palma ha affermato che “Il Ccnl metalmeccanico difende il potere d’acquisto dei salari” in virtù dell’aumento a partire da giugno di 6,6% in media. Ma l’aumento non è retroattivo, non recupera il salario perso da fine 2021 a maggio 2023, e l’indice IPCA è ben inferiore all’inflazione reale, ragion per cui il Ccnl metalmeccanico non difende affatto i salari. Certo si può pensare al classico “meglio che niente!”, che è la linea sindacale di Cgil Cisl e Uil che ha permesso il calo dei salari in atto dal 1975 per i giovani lavoratori fino ai 29 anni e dal 1990 per tutti gli altri.
Al congresso Cgil, il 16 marzo, Landini ha dichiarato che “il fisco è la madre di tutte le battaglie”. La Cgil pensa di aumentare i salari riducendo il cosiddetto “cuneo fiscale”. I provvedimenti del governo Draghi e di quello Meloni in tal senso hanno per ora portato poche decine di euro in tasca ai lavoratori. La Fiom è d’accordo con questa linea, tant’è che De Palma, dopo aver lodato il Ccnl metalmeccanico, ha dichiarato: “Il Governo deve (…) detassare il salario” e che nella piattaforma unitaria Fim Fiom Uilm dello sciopero odierno non si parla di “aumenti salariali” ma di “valorizzare e sostenere il reddito da lavoro”. Nemmeno hanno il coraggio di nominarlo il salario, che chiamano reddito come ciò che intascano le classi sociali parassite che vivono sulle spalle della classe operaia.
La madre di tutte le battaglie per i lavoratori non è il fisco, come affermato da Landini e dalla maggioranza della Cgil, escluse solo le sue aree conflittuali, ma la lotta per forti aumenti salariali da strappare agli industriali con gli scioperi, come avviene in questi mesi in Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Grecia, Turchia, ecc.
Ma questo andrebbe a danno dei profitti, delle aziende, del sistema finanziario, dell’economia nazionale e quindi anche dei lavoratori, sostiene il sindacalismo collaborazionista rinnegatore della lotta di classe. Certo che gli aumenti salariali – come tutti i bisogni dei proletari laddove vengono soddisfatti – danneggiano i profitti, le aziende, le banche, insomma la borghesia, ma le sorti della classe lavoratrice non dipendono dal buon andamento dell’economia capitalistica, delle aziende, dei profitti, come sostiene il sindacalismo collaborazionista di Cgil Cisl e Uil, per il semplice fatto che essa è destinata a crollare per effetto della crisi di sovrapproduzione di merci e capitali, che affligge da 50 anni i cosiddetti paesi occidentali e ora ha fatto capolino anche in Cina.
Far dipendere le sorti dei lavoratori da quelle delle aziende, dell’economia del paese, del capitalismo – come insegnano i Landini, gli Sbarra, i Bombardieri – significa incatenarli a una nave destinata ad affondare e che per salvarsi ha solo lo strumento della guerra, per distruggere le merci che non riescono più a vendere, fra cui la merce forza lavoro! Significa far sgobbare i lavoratori oggi, in pace, per il bene dell’azienda e del capitalismo nazionale, per mandarli domani, in guerra, a massacrare i proletari di altri paesi per i profitti della classe borghese.
I lavoratori si possono difendere oggi solo con forti scioperi in difesa dei propri interessi, necessariamente a discapito di quelli delle imprese, dei profitti, del capitalismo, e domani – di fronte a un nuovo conflitto mondiale che ogni giorno vediamo maturare sotto i nostri occhi – affossando con la rivoluzione questa società morente e i suoi regimi politici nazionali, siano essi apertamente autoritari, mascherati di democrazia o verniciati di falso socialismo!
Ciò di cui hanno bisogno oggi i lavoratori è di un movimento generale di veri scioperi per conquistare forti aumenti salariali in tutte le categorie, maggiori per quelle peggio pagate. Cgil Cisl e Uil non vogliono condurre una simile battaglia, come dimostra ogni atto delle loro dirigenze. D’accordo con gli industriali e i banchieri, invocano la riduzione del cuneo fiscale.
L’Unione Sindacale di Base, nata insieme agli altri sindacati di base in reazione al tradimento degli interessi dei lavoratori da parte de sindacalismo collaborazionista, lo scorso 26 maggio ha convocato uno sciopero generale con al centro la rivendicazione di un aumento medio di 300 euro per tutti i lavoratori. Ma questa azione giusta, per una corretta rivendicazione, l’Usb l’ha organizzata senza coinvolgere le altre forze del sindacalismo conflittuale, per l’opportunismo della sua dirigenza, ed è quindi stata troppo debole.
I lavoratori più combattivi sono così stretti fra il sindacalismo collaborazionista di Cgil Cisl e Uil – che impedisce alle masse salariate di uscire dalla passività e dalla rassegnazione – e l’opportunismo delle dirigenze del sindacalismo conflittuale, dei sindacati di base e delle aree combattive in Cgil, che con le loro divisioni puntellano il controllo del sindacalismo collaborazionista sui lavoratori, invece di indebolirlo.
La linea sindacale per i lavoratori combattivi è chiara: nei sindacati di base, nelle aree conflittuali in Cgil, bisogna battersi affinché tutte le forze del sindacalismo di classe agiscano unite, promuovendo la lotta per i veri obiettivi della classe lavoratrice, che la unificano e soddisfano i suoi bisogni immediati: forti aumenti salariali, salario pieno ai disoccupati, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.
Le crisi aziendali saranno sempre più numerose quale conseguenza della crisi di sovrapproduzione. Cgil Cisl e Uil tengono isolata ogni vertenza, chiusa nei confini aziendali, logorando i lavoratori in inutili tavoli di negoziazione. La borghesia, al di là della guerra, non ha una soluzione politico-economica alla crisi capitalistica e certo non la possono avere i lavoratori: non si tratta di seguire le millantate soluzioni proposte dal sindacalismo collaborazionista che invoca impossibili diversi modelli politico-economici del capitalismo, ma di imporre con la lotta ai regimi politici borghesi di conferire il salario ai lavoratori anche a fabbriche chiuse. Solo la rivendicazione del salario pieno ai disoccupati unifica tutte le lotte contro i licenziamenti, e queste alle lotte dei lavoratori ancora occupati. Se il capitalismo marcia verso il crollo i lavoratori non devono salvarlo ma imporre la difesa dei loro bisogni a sue spese.
Solo l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale – fra i sindacati di base e di questi con le aree conflittuali in Cgil – che conduca alla formazione di un Fronte Unico Sindacale di Classe, è in grado di aiutare il ritorno alla lotta generale della classe lavoratrice e di spezzare l’unità sindacale collaborazionista fra Cgil Cisl e Uil che è la pietra angolare su cui poggia il loro controllo sui lavoratori per impedire il riaccendersi della lotta di classe, che sta tornando in tutto il mondo e giungerà anche in Italia!
A Genova il congresso Fiom di dicembre scorso si è celebrato sotto lo slogan “Coscienza, lotta, organizzazione. Per un Sindacato di Classe”. Il marxismo rivoluzionario non è una teoria da tenere chiusa in una teca di vetro insieme alle immagini di Marx, Engels e Lenin ma è una guida per l’azione. La linea sindacale comunista è coerente e conseguente alle basi teoriche e agli obiettivi programmatici: l’azione sindacale dell’oggi si pone in modo coerente su una linea che conduce alla rivoluzione politica di domani. Essere per il Sindacato di Classe oggi significa battersi per l’unità d’azione di tutte le forze del sindacalismo conflittuale, contro l’unità sindacale collaborazionista di Cgil Cisl e Uil – per promuovere un movimento di sciopero generale per forti aumenti salariali, salario pieno ai lavoratori licenziati, riduzione dell’orario di lavoro.
PiSdC – In Venezuela lottare per il salario si paga col carcere
Agosto in Venezuela è iniziato con la notizia della condanna a sedici anni di carcere contro 6 dirigenti politico-sindacali con l’accusa di cospirazione terroristica. Uno di loro era stato coinvolto nella mobilitazione dei lavoratori dei tribunali dei mesi precedenti.
Erano già stati arrestati nel luglio del 2022, senza alcuna prova e sulla base di una testimonianza di un soggetto che nemmeno si è presentato a confermare la testimonianza. La sentenza non è accessibile né al pubblico né agli avvocati difensori. I precedenti di questi militanti sindacali e politici erano il coinvolgimento attivo nelle proteste di strada per ottenere aumenti salariali e il loro legame con un partito politico che fa opposizione al governo sul terreno elettorale.
Questo atto repressivo del regime borghese venezuelano giunge dopo una lunga lista di casi di incarceramento di dirigenti operai, molti dei quali sono stati reclusi nelle carceri per mesi o anni, senza alcuna sentenza o, peggio ancora, nonostante l’emissione di documenti di scarcerazione.
È lunga anche la lista di lavoratori con procedimenti aperti presso le Procure o in regime di libertà vigilata, sempre a seguito di azioni di lotta sindacale, qualificata come reato contemplato nel Codice Penale, nella Legge contro il Terrorismo e nella Legge contro l’Odio.
Solo un mese e mezzo prima di questa sentenza, l’apparato giudiziario e poliziesco borghese del Venezuela aveva arrestato due capi operai nello sciopero presso lo stabilimento siderurgico della Siderúrgica del Orinoco e altri 22 lavoratori. I due sindacalisti sono ancora agli arresti mentre i 22 operai sono stati liberati, sottoposti però a una sorta di libertà condizionale, nel senso che se dovessero partecipare a nuove lotte sindacali, verranno incarcerati.
La sentenza a 16 anni di carcere è un chiaro messaggio alla massa proletaria affinché non riprenda l’arma della lotta, degli scioperi per difendere e aumentare i salari. Accortamente, il governo ha colpito militanti sindacali non collegati alle ancora sporadiche imprese o settori nei quali i lavoratori sono in mobilitazione, in un contesto generale di completo assoggettamento delle dirigenze sindacali agli interessi del nemico di classe dei lavoratori.
Ben pochi nel movimento sindacale hanno denunciato questa sentenza e la catena di azioni repressive contro la classe operaia! E parte dei gruppi che l’hanno denunciato in realtà non sono a favore della lotta dei lavoratori, ma semplicemente lo hanno fatto strumentalmente ai fini della campagna per le prossime elezioni presidenziali.
A fronte di un 2023 iniziato con le importanti lotte dei lavoratori della scuola e dei siderurgici, lo Stato borghese cerca di sopprimere questi embrioni di lotta di classe non solo col diversivo alienante delle elezioni presidenziali e con le false contrapposizioni fra borghesi, ma anche con la repressione e il terrorismo contro la classe operaia.
I lavoratori hanno iniziato a mostrare disponibilità alla lotta per le loro proprie rivendicazioni, anche superando l’ostacolo della condotta traditrice, divisiva e disorganizzatrice delle dirigenze delle confederazione e federazioni sindacali. E il regime borghese inizia a mostrare il suo vero volto dietro la maschera della democrazia: la dittatura del capitale.
Questo un volantino che abbiamo diffuso in lingua spagnola
Per l’aumento generale dei salari e delle pensioni
Per la riduzione della giornata di lavoro
Sciopero generale – a oltranza – senza servizi minimi
Non cadiamo nella trappola e nell’inganno del voto e delle elezioni!
Battiamoci, organizziamo, promuoviamo un FRONTE UNICO SINDACALE DI CLASSE, con le organizzazioni sindacali locali, le assemblee e la più ampia partecipazione dei lavoratori di tutti i settori, delle imprese pubbliche e private, dei lavoratori pensionati e disoccupati.
Il governo e gli industriali mantengono i salari a un livello infimo. I pensionati sono minacciati della fame e delle infermità. Prosegue il pagamento attraverso buoni che non permettono comunque un livello adeguato di capacità d’acquisto dei beni essenziali e non contribuiscono in alcun modo al salario e quindi alla sua parte differita (innanzitutto i contributi pensionistici).
La politica borghese offre quale soluzione ai lavoratori l’illusione della via elettorale e li chiama a votare nelle elezioni per il nuovo presidente. In questo modo tengono lontani i lavoratori dall’intraprendere la strada delle lotta rivendicativa, dello sciopero per ottenere il soddisfacimento degli interessi immediati, elementari, economici.
La massima espressione dell’unità d’azione della classe lavoratrice è lo sciopero generale: l’unica via per sconfiggere la borghesia e i suoi governi.
Lo sciopero deve essere a tempo indeterminato, non con un termine prestabilito, e senza i cosiddetti servizi minimi.
Per far questo è necessario che i lavoratori si organizzino in un Fronte Unico Sindacale di Classe, che rompa le divisioni imposte oggi dalle dirigenze delle confederazione e federazioni sindacali di regime.
Il governo persegue e incarcera i lavoratori che lottano per difendere il salario, mentre lascia a piede libero malavitosi e capitalisti che accumulano ricchezze sfruttando la classe operaia!
PiSdC – In Brasile il tribunale blocca lo sciopero degli insegnanti
Dal 15 maggio, circa l’80% dei 60.000 insegnanti e 6.000 impiegati di 1.200 istituti scolastici di Rio de Janeiro erano entrati in sciopero a oltranza per ottenere un aumento salariale. Il 21 giugno, dopo 35 giorni di lotta, un’assemblea con centinaia di lavoratori aveva deciso la continuazione dello sciopero.
Ma il Tribunale di Giustizia (TJRJ) ha conferito mandato al governatorato dello Stato di Rio (il Brasile è composto da 26 stati federati) di sospendere lo sciopero sotto la minaccia di una multa giornaliera di 500.000 Reais – pari a circa 94 mila Euro – per il Sindacato dei Lavoratori dell’Educazione (Sepe-RJ).
Una nuova assemblea dei lavoratori svoltasi nel quartiere di Cidade Nova, sempre con centinaia di presenti, ha deciso per la sospensione dello sciopero, dopo 44 giorni di lotta, pur non avendo ottenuto alcuna soddisfazione alle loro rivendicazioni. Questo sciopero dimostra, ancora una volta, come anche in Brasile la democrazia sia una maschera della dittatura del capitale sulla classe proletaria.
PiSdC – I siderurgici argentini lottano per un aumento salariale
Il 14 luglio l’Unión Obrera Metalúrgica (UOM) aveva annunciato un piano di scioperi nazionali, dopo il fallimento delle trattative sul salario coi padroni metallurgici. L’organizzazione aveva deciso di indire tre scioperi nazionali: il primo il 18 luglio, dalle 10.00 alle 21; il secondo il 19 e 20 luglio di 48 ore; il terzo dal 26 al 28 luglio di 72 ore. Le azioni hanno avuto l’appoggio delle 54 segreterie delle sezioni sindacali e i lavoratori le hanno accolte con entusiasmo. La richiesta centrale della lotta è stata l’aumento dei salari.
«Per la prima volta negli 80 anni di storia del sindacato dei metalmeccanici, i lavoratori ricevono salari inferiori al paniere alimentare di base e appena superiori al salario minimo, vitale e mobile, dopo aver contribuito con 189 ore di lavoro al mese alla produzione industriale», ha dichiarato l’UOM. Nei quattro incontri con le associazioni padronali, l’UOM ha chiesto un ulteriore aumento salariale del 10% a quello del 18% stabilito dalla commissione paritetica per il trimestre precedente e un aumento salariale del 30% per il trimestre luglio-settembre.
Mentre il governo rimane fermo nella sua politica di riduzione del costo del lavoro, di rallentamento degli aumenti salariali e di aumento del tasso di sfruttamento dei salariati, la tendenza dei vertici sindacali è quella di concentrare i propri sforzi sulle trattative, mentre esitano e ritardano il ricorso allo sciopero.
I lavoratori hanno dimostrato la loro volontà di lottare, ma la linea seguita fin qui dalla dirigenza sindacale ci fa escludere che essa possa proclamare uno sciopero a tempo indeterminato, è prevedibile che cerchi di unire allo sciopero dei metallurgici altri settori di lavoratori che condividono la medesima condizione di immiserimento crescente dovuta alla caduta generalizzata dei salari reali.
In alcune aziende siderurgiche i dirigenti sindacali non hanno portato avanti l’azione di sciopero, nonostante la disponibilità dei lavoratori.
Che questa sia un’altra occasione per imparare dalle esperienze affinché il movimento operaio argentino prenda la strada della ripresa della lotta, della rinascita dei sindacati di classe, della costituzione di un fronte unito sindacale, dello sciopero come unica forma di lotta in grado di sconfiggere i padroni, i loro governi e i loro apparati parlamentari, giudiziari e di polizia.
PiSdC – Netturbini a Fiume scioperano e si organizzano
Anche se al momento la classe operaia in Croazia potrebbe sembrare passiva, come risultato di un’offensiva borghese durata decenni e del lungo tradimento dei suoi interessi di classe da parte delle principali dirigenze sindacali, alcuni fatti recenti dimostrano che è ancora in grado di prendere l’iniziativa.
Il 20 settembre i netturbini di Rijeka (Fiume) sono scesi in sciopero senza preavviso, a oltranza e fuori dal controllo del locale sindacato di regime, per ottenere un aumento salariale del 30%.
La raccolta dei rifiuti a Rijeka è affidata a un’azienda municipalizzata, la Čistoća (tanto per offrire una ennesima smentita ai fautori delle nazionalizzazioni in regime capitalista).
L’amministrazione socialdemocratica della città non ha fatto nulla per alleviare le pessime condizioni di questi operai, ulteriormente peggiorate a causa dell’inflazione crescente. I prezzi dei beni e dei servizi di base in Croazia sono aumentati del 7,8% tra agosto 2022 e agosto 2023; rispetto all’estate del 2020 i prezzi sono aumentati di quasi il 25%. Nel contempo gli aumenti salariali nel settore dei servizi pubblici di Fiume sono stati trascurabili.
Dopo il primo giorno di sciopero, quando montagne di spazzatura soffocavano già la città, il sindaco Marko Filipović ha dichiarato: «Si tratta di un’azione illegale in quanto per attuare uno sciopero sono necessarie delle preliminari formalità e un preavviso. I lavoratori hanno interrotto il lavoro spontaneamente, senza la mediazione dei sindacati». Poi la sera in TV ha accennato alla possibilità di ricorrere alla precettazione.
Ma il rischio era di accendere ancor più il fuoco della lotta, invece di spegnerlo, vista l’adesione completa allo sciopero di tutti i 440 lavoratori dell’azienda, compresi gli impiegati.
I netturbini di Rijeka si sono organizzati fuori dal sindacato di regime SPGK (Sindikat Primorsko Goranskih Komunalaca). Tuttavia, l’SPGK ha sostenuto pubblicamente lo sciopero e ha offerto consulenza legale ai lavoratori che eventualmente avessero subito ritorsioni.
Dopo le prime 24 di sciopero l’amministrazione comunale ha offerto un aumento immediato del 15% dei salari, con un altro 15% in attesa di un futuro voto del consiglio comunale. I lavoratori hanno capito che l’altro 15% non sarebbe mai arrivato e hanno così continuato lo sciopero.
Dopo altri due giorni di sciopero l’amministrazione è tornata con un’offerta migliore: un aumento immediato del 20% per gli operai e più graduale per gli impiegati, a loro volta divisi fra quelli con salari più bassi, che avrebbero ricevuto l’aumento più rapidamente, e quelli con salari più alti, che l’avrebbero ricevuto più gradualmente.
I lavoratori hanno accettato questa proposta che, anche se non è stato raggiunto l’aumento del 30% e operando la tipica divisione utile al padronato fra operai e impiegati, per quanto mitigato dal giusto criterio di trattamento migliore per i peggio pagati, è comunque una parziale vittoria.
Ciò che più conta, ad ogni modo, non è il risultato immediato, quanto la ritrovata fiducia nella lotta e nella loro forza da parte dei salariati.
Non è la prima volta che i netturbini scendono in sciopero a oltranza in Croazia. Uno sciopero simile è stato organizzato a Zagabria nello scorso gennaio, che ha portato a una rapida vittoria sulla giunta “sinistra verde” locale.
Sembra che i lavoratori dei servizi pubblici in Croazia stiano tornando a capire quale sia la forza della classe operaia e siano sempre più pronti a disfarsi dei sindacati collaborazionisti. Un esempio per le altre categoria della classe lavoratrice.
Riforma delle pensioni in Francia. La carota è marcia: cala il bastone
In Francia una nuova tornata del carosello perenne del “dialogo sociale” è stata l’occasione per assistere al degradante spettacolo di una disciplinata sfilata di tutti i rappresentanti dei partiti politici e dei sindacati (nessuno escluso!) a Palazzo Matignon (la residenza del primo ministro) e per subire per notti intere i torrenziali concioni del presidente di questa decrepita repubblica borghese, il quale ha dato prova ancora una volta della sua consumata abilità nell’evitare ogni argomento spinoso.
Un volta sopita la lotta dei lavoratori contro la riforma delle pensioni, conclusasi con una amara sconfitta, le organizzazioni operaie sono tornate sulla via della cogestione, accettando che le rivendicazioni proletarie si perdano fra i fiumi di discorsi sulla necessità di peggiorare le condizioni della classe operaia al fine di salvare la borghesia dalla crisi economica che avanza.
Anche nei più potenti paesi imperialisti, il capitalismo ha sempre meno briciole da offrire alla classe operaia. Così, mentre va in scena il teatrino del “dialogo sociale”, la cui natura corporativa è una caratteristica propria dei regimi borghesi nell’epoca dell’imperialismo, la repressione si abbatte sui militanti sindacali che hanno partecipato alla lotta per le pensioni, e in primo luogo su quelli della CGT. A essere colpiti non sono stati soltanto i militanti di base ma anche dirigenti di federazioni di categoria.
Questo è il caso di Sébastien Menesplier, segretario generale della Federazione Nazionale delle Miniere e dell’Energia (Fnme), uno dei sindacati di categoria della CGT più combattivi durante la lotta contro la riforma delle pensioni. È stato citato in giudizio il 6 settembre per «aver messo in pericolo altri cittadini attraverso una violazione palesemente deliberata di un obbligo normativo di sicurezza o prudenza». Menesplier è passibile di una multa di 75.000 euro per un’azione sindacale compiuta l’8 marzo scorso da elettricisti e gasisti locali che ha provocato il blocco dell’erogazione dell’energia elettrica.
Sophie Binet, nuova segretaria confederale, ha dichiarato quello stesso giorno: «Stiamo subendo una repressione senza precedenti dagli anni ‘50, all’epoca della mobilitazione della CGT col rifiuto dei portuali di imbarcare le armi per la guerra in Indocina». Ha poi aggiunto che ben 400 iscritti alla CGT sono stati oggetto di denunce penali a seguito delle loro azioni sindacali, mentre oltre mille salariati hanno subito la repressione antisindacale all’interno e all’esterno dell’azienda.
I militanti della Fnme sono di fronte a perquisizioni, arresti e provvedimenti disciplinari da parte dei vertici aziendali. Nel mirino vi sono anche dirigenti, come i segretari generali della Fnme CGT di Marsiglia e Bordeaux, chiamati a comparire in tribunale il 15 settembre e il 21 novembre.
Enedis, l’azienda statale che gestisce la distribuzione dell’energia elettrica, ha dichiarato di aver presentato quasi 300 denunce contro altrettanti lavoratori per azioni sindacali svoltesi nel contesto della mobilitazione contro la riforma delle pensioni. L’amministratore delegato ha minacciato di «presentare sistematicamente una denuncia in caso di atti illegali contro le infrastrutture e le attrezzature» e che Enedis «rispetta ovviamente il diritto di sciopero, ma condanna fermamente qualsiasi atto illegale sulla rete pubblica di distribuzione elettrica che non riflette in alcun modo i valori del servizio pubblico».
Ben si vede come concetti quali quelli del “diritto di sciopero” e ancor di più di “servizio pubblico” facilmente si prestino a essere piegati a favore della borghesia, contro i lavoratori.
In luogo del “diritto di sciopero” il sindacalismo di classe propugna la piena “libertà di sciopero e d’organizzazione”: un elemento concreto, pratico d’azione, non “diritto democratico” – secondo l’impalcatura dell’ideologia borghese – bensì ambisce a rompere ogni vincolo alla lotta di difesa della classe salariata, nella sicura prospettiva della rivoluzione che la liberi dall’oppressione politica e sociale cui è soggetta nel capitalismo.
A essere colpito dalla repressione padronale è stato anche il segretario generale della CGT Poste del dipartimento numero 66 (Pirenei Orientali) che guidò con successo uno sciopero nel 2016. È stato convocato il 7 luglio per un colloquio disciplinare presso la sede nazionale dell’azienda conclusosi a fine agosto con la sanzione a 18 mesi di sospensione senza retribuzione.
Anche i sindacati FSU degli insegnati e Solidaires delle Poste denunciano consigli di disciplina e trasferimenti forzati.
Noi comunisti ci distinguiamo dall’opportunismo per non gridare allo scandalo né lagnarci a fronte della repressione che si abbatte sulla classe operaia ogni volta che essa si pone sul piano della lotta.
Certo denunciamo ogni attacco ai lavoratori, ma non per invocare il rispetto di regole di convivenza democratica, che valgono solo fintantoché il proletariato non scende in lotta. Queste regole sono valide soltanto fino a quando riescono a tenere immobile la classe operaia a beneficio dei padroni: sono inganni ideologici che mascherano la vera natura totalitaria del regime politico borghese. La nostra denuncia è volta a evidenziare questo aspetto cruciale, a far cadere la maschera democratica della dittatura borghese sulla classe lavoratrice, non a tentare di mantenerla come fanno invece i partiti operai opportunisti.
Addirittura noi comunisti consideriamo di buon auspicio il passaggio della borghesia dal menzognero canovaccio del dialogo sociale al meno ipocrita maneggio del bastone repressivo, perché sappiamo che questo è un passaggio ineludibile nella strada della lotta fra le classi ed è un passo in avanti verso quello scontro aperto in cui il proletariato risulterà vincitore. Quindi non invochiamo di “tornare indietro” al precedente periodo di imposta pacifica convivenza democratica fra regime borghese e classe operaia, ma indichiamo ai lavoratori di attrezzarsi al meglio per vincere nella lotta, finalmente divenuta più intensa e aperta. E per vincere gli strumenti essenziali della lotta operaia sono sempre due: il partito comunista e il sindacato di classe.
6 luglio. Avanti barbari! Al seguito della classe operaia guidata dal Partito Comunista
L’omicidio di Nahel
La rivolta dei giovani francesi del dipartimento 93 (Seine Saint Denis) è iniziata subito dopo la morte violenta di Nahel, a Nanterre nello stesso dipartimento, giustiziato da un poliziotto nella notte di martedì 27 giugno. Le immagini che circolano sono inequivocabili. La rivolta si è estesa ad altre città della regione parigina, compresa Parigi, e in tutta la Francia (Grenoble, Lille, Lione, Marsiglia, Guadalupa), fino a scatenare manifestazioni in Belgio.
I giovani dei “quartieri” sono furiosi. Non possono accettare la morte di un altro dei loro per mano di un agente di polizia.
Spesso minorenni, a volte anche di 12-13 anni, questi ragazzi sono galvanizzati dalla dinamica di gruppo e si organizzano attraverso i social network. La rabbia suscitata dalla morte di Nahel è ovviamente aggravata dalla miseria sociale, dal deterioramento dei servizi pubblici, dall’aggravarsi della crisi economica con l’inflazione e dai soprusi vissuti quotidianamente dagli abitanti dei quartieri.
Come nelle tre settimane di disordini nelle “banlieues” del 2005, la causa della rivolta è stata l’intervento della polizia, ma questa volta non si è trattato di un inseguimento che ha provocato la morte di due adolescenti, bensì di un atto deliberato di omicidio, un colpo sparato per uccidere.
Nahel, 17 anni, era alla guida di un’auto a noleggio, accompagnato da due amici di 14 e 17 anni, quando è stato fermato per un controllo stradale della “polizia nazionale”. È stato giustiziato da un poliziotto, ex membro della Brav-M (Brigade motorisée de répression des actions violentes) nota per i suoi agenti in moto che aggrediscono la coda delle manifestazioni con i manganelli, e anche della CSI 93 (Compagnie d’intervention et de sécurisation de Seine Saint-Denis ou 93) anch’essa nota per la sua brutalità.
Il poliziotto è stato incriminato il 29 giugno e posto in custodia cautelare. Un fondo di “sostegno alla famiglia del poliziotto”, organizzato da un polemista di estrema destra, stretto collaboratore del politico pure di estrema destra Eric Zemmour e di Marine Le Pen, ha ricevuto donazioni per un totale di 1,6 milioni di euro, aumentando la rabbia dei rivoltosi.
Il 93° è il dipartimento più povero della Francia continentale (il 5° dopo Mayotte, Guyana francese, Riunione e Guadalupa). Nel 2019 il 28% della sua popolazione viveva al di sotto della soglia di povertà. Questo dipartimento, che ha anche pagato il prezzo più pesante durante la pandemia da coronavirus, è stigmatizzato per l’alto tasso di criminalità, con le sue bande di spacciatori, le risse sempre più mortali tra di giovani di diversi quartieri per la difesa del “territorio”, l’unica loro proprietà.
Buona parte degli abitanti provengono dall’immigrazione magrebina e africana. Non sono “poveri” a causa del colore della pelle, ma a causa del passato storico coloniale della Francia in Africa e della politica migratoria necesaria al padronato e al capitale. Rinchiusi in ghetti di “case popolari” sparsi in tutto il Paese, formano un serbatoio di manodopera di riserva e a basso costo. Il Dipartimento 93, che nel dopoguerra apparteneva alla cintura rossa del PCF, è ora preda e cantiere di costruttori di alloggi per gli strati salariati meglio pagati e di costruzioni faraoniche destinate ai futuri Giochi Olimpici del 2024.
L’adolescente Nahel aveva una vita simile a quella di molti altri giovani di questi ghetti. Abbandonata la scuola, appassionato di rapping e di moto, trascorreva il tempo nel quartiere; aveva avuto piccole noie con la legge per essersi rifiutato di obbedire agli ordini della polizia; i suoi genitori sono immigrati algerini, ma è stato allevato dalla sola madre, e viveva in un condominio di un complesso residenziale nella città di Nanterre, confinante con la capitale. Nahel stava seguendo un percorso di integrazione con un’associazione che sostiene i giovani attraverso lo sport.
Questi complessi residenziali “popolari” ospitano lavoratori precari, salariati non qualificati, disoccupati e giovani che hanno abbandonato la scuola, comunità tenute in ostaggio dagli spacciatori e dalle incursioni repressive e indiscriminate della polizia. Nonostante gli eroici sforzi di numerose associazioni di “reinserimento sociale” con devoti “fratelli maggiori” che percorrono in lungo e in largo queste periferie, perlopiù escluse dalle “ricchezze” della Repubblica, questi giovani hanno perso ogni fiducia nel sistema educativo, spesso carente sotto molti aspetti, e nel sistema sociale e rappresentativo, incapace di offrire loro prospettive per il futuro.
A parte qualche caritatevole sussidio pubblico, l’unica risposta alla delinquenza offerta dal governo è la repressione, con i suoi controlli quotidiani, spesso violenti e insultanti, su individui selezionati in base al volto di immigrato, giovani apertamente ostili a questi poliziotti il cui arrivo nei quartieri suscita solo sospetto, disgusto, odio e comportamenti ribelli. Il rapporto con la polizia è di vecchia data; non hanno aspettato i gilet gialli per sperimentare la repressione. Per loro il nemico è la polizia, strumento di repressione, impotente ad aiutarli a sfuggire dagli spacciatori, che li attirano nei loro piccoli affari con promesse di guadagni favolosi.
Il loro odio si rivolge oltre che alla polizia contro tutte le istituzioni che la sostengono e la giustificano, anche quelle portatrici del miraggio di una “integrazione” sociale, nella quale non credono più. Dalle stazioni di polizia e dai municipi ai servizi sociali, agli asili nido, alle scuole, ai trasporti e alle biblioteche, rivolgono la loro rabbia con la distruzione di infrastrutture, di cui la popolazione del quartiere sarà la prima a soffrire.
La repressione giudiziaria nei confronti degli arrestati è dura e inflessibile.
Cosa è cambiato dalla rivolta del 2005
Non è un caso che i media e i rappresentanti della repubblica borghese al servizio del capitale usano il termine “tumulti” (“émeutes”), evidenziando le distruzioni e i saccheggi, senza accennare alla rabbia di una gioventù sacrificata sull’altare dello sfruttamento capitalista e condannata a fare i conti con le crescenti disuguaglianze.
Lo spettro della rivolta delle periferie del 2005 perseguita ancora la borghesia internazionale. Anche se molti dei manifestanti di oggi sono nati dopo il 2005, la violenza della polizia negli ultimi 15 anni ha plasmato la loro percezione della realtà e i loro sentimenti. Le rivolte, descritte come disordini o come “eccessi”, sono una lunga serie, con quelle dei difensori della ZAD di Notre Dame des Landes, quella dei gilet gialli nel 2018, le ripercussioni in Francia della rivolta negli USA con il movimento Black Lives Matter, senza dimenticare quelle che hanno accompagnato il movimento dei lavoratori contro la riforma delle pensioni da gennaio a giugno 2023, queste con la partecipazione di gran numero di manifestanti, non provenienti dai quartieri della periferia ma da quella “gioventù dorata” dalla sorte un poco migliore, ma altrettanto disperata e in rivolta.
Se confrontiamo la rivolta del 2005, durata tre settimane e mezzo, con quella di oggi, questa si caratterizza per la violenza più organizzata e distruttiva e per la portata della repressione messa subito in atto dallo Stato borghese sotto la sferzante guida del Ministro degli Interni Darmanin. In una settimana il numero di arresti è stato sproporzionato rispetto alle tre settimane di violenza del 2005: 3.486 in 7 giorni secondo il Ministero degli Interni, e 374 processati immediatamente secondo il Ministero della Giustizia; nel 2005, in 4.728 erano stati arrestati in tre settimane e mezzo di violenza (terminate il 20 novembre) e 1.328 successivamente.
Anche i danni agli edifici e alle automobili sono stati più numerosi: 5.892 veicoli incendiati e 1.105 edifici assaltati, secondo il Ministero dell’Interno. Nella sola regione dell’Île-de-France, un centinaio di edifici pubblici è stato lesionato o distrutto e più di un comune su dieci è stato assaltato, secondo quanto afferma l’entourage di Valérie Pécresse, presidente della regione, del gruppo politico di destra LR. Nell’autunno 2005 erano stati incendiati 10.346 veicoli, compresi gli autobus urbani, e 233 edifici pubblici e altri 74 di proprietà privata erano stati distrutti o danneggiati.
Rispetto al 2005 è stato coinvolto un più cospicuo dispositivo di poliziotti, dei quali molti di più sono rimasti feriti. Dopo una settimana, 808 membri delle forze “di sicurezza” sono stati feriti, mentre secondo il Ministero dell’Interno sono stati attaccati 269 locali della polizia e della gendarmeria. Ma non si parla di “insurrezione”!
I danni saranno maggiori: gli assicuratori hanno stimato un costo di 280 milioni di euro, rispetto ai 160 del 2005.
Secondo fonti di polizia, a differenza del 2005, i giovani ribelli erano meglio organizzati, con la polizia che ha dovuto mobilitarsi in più luoghi: i giovani hanno infatti utilizzato sistemi di messaggistica come WhatsApp e Telegram per comunicare tra loro, con funzioni di geolocalizzazione, agendo in modo rapido e preciso in piccoli gruppi mobili di 30-50 che si spostavano ogni 10 minuti da un punto all’altro. Nel 2005 Facebook era ancora agli albori, Twitter, Instagram, Snapchat e TikTok non esistevano e gli scontri non venivano trasmessi sui social network come oggi.
Alcuni dei giovani del 2023 sorvegliavano gli ingressi dei quartieri su scooter con targhe camuffate per avvisare dell’arrivo della polizia. Questi gruppi di giovani, con i volti spesso nascosti da sciarpe o fazzoletti – anche se i giovanissimi più spesso senza maschere – si scontravano con la polizia utilizzando tubi pirotecnici di cartone e i botti dei fuochi d’artificio, lanciati anche contro gli odiati edifici del potere e della ricchezza, causando danni e persino incendi. L’uso di fuochi d’artificio come arma è una novità. Per acquistarli in Francia è necessario un patentino, ma è facile ottenerli su Internet, spediti per posta. Queste “bombe” possono essere acquistate a partire da dieci euro.
Quindi ci vuole un po’ di organizzazione e anche denaro per rifornire i “quartieri”. Della rivolta potrebbero aver approfittato pure bande di spacciatori, disturbate dalle incursioni della polizia nei loro quartieri, e potrebbero aver foraggiato i ribelli.
La risposta della borghesia: repressione
I media e il governo hanno messo in atto una propaganda per delegittimare le proteste e preparare il terreno a una ondata di repressione e per terrorizzare la popolazione parlando solo di saccheggi e distruzione di edifici pubblici da parte di un’orda di rabbiosi. Mentre le forze di destra e di estrema destra e i sindacati di polizia esacerbano gli animi e fomentano lo scontro, l’indebolito macronismo si prepara a rafforzare i dispositivi della repressione.
Per sedare le rivolte lo Stato ha messo in atto un’incredibile dispiegamento di 45.000 poliziotti e gendarmi, e in alcuni quartieri corpi speciali come la BRI (Brigata anti-gang) e la RAID (unità d’élite della polizia nazionale per l’assalto militare), il GIGN (gruppo d’intervento della gendarmeria nazionale). Ora non manca che l’esercito! Nel 2005, al culmine delle violenze, furono coinvolti fino a 11.700 agenti di polizia e gendarmi, 224 dei quali, oltre ai vigili del fuoco, rimasero feriti. Alcuni sono finiti sotto il fuoco (di munizioni vere o di piccolo calibro), in particolare il 6 novembre del 2005 a Grigny (Dipartimento 91 a sud di Parigi), sono stati colpiti dieci agenti di polizia, due dei quali ricoverati in ospedale.
Coprifuoco locali, blocco serale a Parigi degli autobus e dei tram, minacciato lo stato di emergenza e la chiusura dei social network… si sta sperimentando l’intera gamma di misure. Va ricordato che l’impiego di forze speciali nell’ambito di operazioni di ordine pubblico era già stato utilizzato nella Guadalupa nel novembre 2021 e più recentemente a Mayotte durante l’operazione di pulizia delle baraccopoli nota come Operazione Wuambushu (“ripresa del controllo” in lingua maorese)! Per non parlare del dispiegamento di 12.000 agenti di polizia e gendarmi il 23 marzo contro la protesta per la riforma delle pensioni! Con le randellate sui manifestanti, la precettazione degli scioperanti, i divieti di manifestazione, lo scioglimento del movimento ecologista “Soulèvements de Terre”, la feroce repressione delle rivolte dei giovani nei quartieri e così via.
Di pari passo è in corso l’offensiva giudiziaria: centinaia di giovani saranno processati e si prevede che riceveranno condanne molto pesanti. Molti avvocati hanno denunciato l’illegalità della situazione, soprattutto per i ragazzi di 12-13 anni! Ma il ministro della Giustizia, l’avvocato Dupont Moretti, sta inviando circolari ai giudici per chiedere pene molto severe!
La risposta dei partiti e dei sindacati collaborazionisti
Cosa possiamo aspettarci dall’Intersindacale nazionale, quella che ha ripreso i negoziati con il governo senza aver ottenuto nulla dopo lo straordinario movimento che si è sviluppato da gennaio a giugno?
Prevale la moderazione, persino il silenzio, mentre ci si affretta a scrivere comunicati, alcuni molto eloquenti. Il 29 giugno, la CFDT si è detta “soddisfatta della diligenza dei tribunali”. «Devono continuare a lavorare con calma per fare piena luce sulle cause di questa tragedia. Non è il momento di sfruttare la morte di Nahel per alimentare la rabbia. Ora è il momento di placare gli animi. Il comitato esecutivo della CFDT saluta il lavoro dei dipendenti pubblici che si stanno impegnando per raggiungere questo obiettivo nonostante le attuali tensioni».
Mentre la CGT, la CFDT e la FSU hanno denunciato l’uso di armi da fuoco da parte della polizia, l’UNSA, la FO e la CFE-CGC si sono astenute dal reagire per non offendere i loro sindacati di categoria della polizia.
La CGT non sembra essere molto più combattiva. Sebbene la CGT ricordi l’uccisione di 13 persone nel 2022 per il rifiuto di obbedire agli ordini della polizia, il suo tardivo comunicato confederale si è concentrato principalmente sul richiamo «alle autorità pubbliche». Il 4 luglio il sindacato dei servizi pubblici CGT ha pubblicato un comunicato stampa in cui denuncia «la spirale distruttiva» e saluta «l’azione dei funzionari e dei dipendenti pubblici che sono attualmente in prima linea, dimostrando quotidianamente la natura indispensabile dei servizi pubblici».
I sindacati erano in gran parte assenti dalla “marcia bianca” per ricordare Nahel di giovedì 29 giugno a Nanterre, così come lo saranno il successivo venerdì sera. Erano presenti alla manifestazione i ferrovieri di Sud Rail, gli attivisti del partito trotzkista Révolution Permanente e i lavoratori dell’energia. Tra questi, Cédric Liechti della CGT énergie Paris ha insistito sull’importanza di un legame tra il movimento operaio e i giovani dei quartieri popolari: «I giovani hanno esercitato una pressione così forte sui quartieri popolari che il governo è stato costretto a condannare a metà l’omicidio di Nahel. Ora tocca a noi, al mondo del lavoro, unire le forze con questi giovani che attaccano il nostro stesso nemico».
Mentre Solidaires ha diffuso comunicati stampa più espliciti – sollevando la questione della violenza strutturale della polizia e del razzismo di Stato, e ha chiesto la convocazione di una marcia bianca, la costruzione di una mobilitazione seria, attraverso azioni di sciopero – queste proposte sembrano lontana dall’essere all’ordine del giorno per i dirigenti sindacali.
Per France Insoumise LFI, le dichiarazioni iniziali di Mélenchon sono state all’insegna dell’empatia, di un soggetto “rivoluzionario”, di un recupero dei “benefici” della rivolta. Poi, di fronte al “caos preannunciato” e al disconoscimento mediatico e politico, l’opportunismo ha mostrato il suo vero volto e sono riapparsi suoi sentimenti per il mantenimento dell’ordine: dopo aver finto il rifiuto di invitare alla calma nei media, LFI ha virato di 180°. Di fronte alle pressioni del governo Macron, che denuncia violentemente il suo sostegno alle rivolte, France Insoumise ha infine scelto di allinearsi, presentandosi a diversi raduni del ceto politico a sostegno delle istituzioni repubblicane in pericolo. A Saint-Denis, il deputato di LFI Eric Coquerel è intervenuto a fianco dell’esponente della destra Valérie Pécresse e dei prefetti impegnati nella repressione in corso. E la famosa coalizione di sinistra NUPES (LFI, PS, PCF ed Ecologie) lunedì 3 luglio si è schierata con il governo.
Infine le organizzazioni “cittadine”, i sindacati e i partiti politici hanno deciso di “passare all’offensiva”. 90 organizzazioni, tra cui LFI, NPA, Partito ecologista, CGT, Solidaires e FSU, hanno indetto marce popolari in tutto il Paese a partire dal 5 luglio, sull’esempio della marcia organizzata dal comitato “Verità per Adama” (Adama Traoré, 24 anni, fu ucciso dalla polizia 7 anni fa durante un fermo, e il Comitato Adama, legato al movimento Black Lives Matter, ha guidato le storiche mobilitazioni del giugno 2020 contro la violenza della polizia e il razzismo sistemico in Francia), sabato 8 luglio a Beaumont sur Oise (il luogo dove Adama è stato ucciso), ma anche in tutto il Paese, e quella organizzata dal Coordinamento nazionale contro la violenza della polizia sabato 15 luglio.
Il comunicato stampa condanna l’abbandono e la discriminazione di chi vive nei quartieri, gli appelli dell’estrema destra alla guerra civile contro queste aree e chiede una modifica delle norme che regolano l’uso delle armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine, nonché una riforma della polizia. Vedremo se questo appello verrà ascoltato dai “cittadini”, ma in ogni caso lo Stato sarà ancora una volta sordo.
Solo il movimento operaio impegnato nella lotta di classe può dare uno sbocco alla rivolta
Queste rivolte, che esprimono angoscia, impotenza e rifiuto di questo mondo chiuso e spietato, possono solo scontrarsi con le armi violente della repressione nelle mani di una classe che vuole mantenere i suoi privilegi di avido sfruttamento delle forze vive dell’umanità.
La crisi economica si sta diffondendo in tutto il mondo e la distruzione operata da questo modo di produzione è sempre più evidente; la parte viva ma sofferente dell’umanità, i giovani diseredati e i lavoratori sfruttati di ogni tipo in questo momento non dispongono il più delle volte di altra risorsa che non sia la violenza per esprimere la loro rabbia.
Noi, Partito Comunista Internazionale, salutiamo questi “barbari”. Sappiamo che in tutto il mondo il movimento operaio risorgerà dal filo rosso della lotta di classe, l’unico in grado di farsi valere su questa crosta terrestre sempre più devastata. Purtroppo è ancora in gestazione una spinta radicale e decisiva che si lanci sulla via della rivoluzione per la distruzione del capitalismo, ormai totalmente parassitario.
Avanti, barbari! Ma con le organizzazioni operaie, guidate dal Partito Comunista, unico depositario della coscienza storica degli oppressi.
[RG146] L’ideologia borghese – Le eresie
Nell’XI e XII secolo nascono o rinascono le città, in particolare nell’Italia centro-settentrionale e nelle Fiandre, ma anche nel Nord della Francia, in Borgogna, in Provenza e nella Germania renana. Vi si insediano quei ceti pre-borghesi, mercantili e di piccola nobiltà, che si scontrano per poi fondersi e dare origine, intorno al XIII secolo, alla borghesia. Nell’Italia centro-settentrionale, sempre in quei secoli, si affermano i Comuni, i quali tendono ad un’autonomia reale dall’impero e all’autogoverno, in maniera più marcata rispetto alle altre regioni dell’ex Impero carolingio.
Insieme alle città e alla borghesia compaiono le “eresie”, in maniera incomparabilmente più evidente rispetto ai secoli precedenti. Tali concezioni religiose, eretiche e non, avevano sempre alla base il “millenarismo”, l’attesa della fine dei tempi, il messianismo e il modello delle prime comunità cristiane, dove tutti i beni erano messi in comune.
Queste concezioni non costituivano una ideologia utile alla borghesia, ma furono spesso fatte proprie anche da mercanti e borghesi. A questo possiamo dare due spiegazioni. La prima, e più ovvia, consiste nel dominio di una ideologia religiosa che vedeva nel ritorno alle origini l’unico rimedio possibile contro un presente “degenerato” a causa della “corruzione” della Chiesa e dell’Impero, istituzioni che avrebbero invece dovuto marciare sui binari della Provvidenza divina. Tale ideologia, oltre che da borghesi e nobili, era condivisa anche da contadini e plebe urbana.
La seconda spiegazione, che più ci interessa, consiste nel fatto che la nascente borghesia sentiva, seppure confusamente, il bisogno di opporsi all’intero sistema feudale, che tutte le concezioni millenaristiche e pauperistiche criticavano. In assenza di una propria ideologia, la borghesia si serviva di tali censure, accettando insieme ad esse le concezioni di cui erano parte, fossero esse eretiche o meno.
Il sogno-bisogno del comunismo
Patari, catari, valdesi, spirituali, fraticelli, micheliti, dolciniani: queste le principali eresie tra XI e XIV secolo.
Sulla nostra stampa abbiamo trattato del “sogno-bisogno del comunismo”. Il comunismo diventa una possibilità reale solo con l’affermarsi del capitalismo, quando al sentimento comunista si unisce la ragione comunista, e cioè il nostro scientifico programma storico, dalla metà del XIX secolo. Prima di allora il sentimento comunista, presente fin dall’antichità in contrapposizione alle succedutesi società di classe, non poteva che prendere le forme del millenarismo, del messianismo e dell’utopismo.
Generalmente le eresie non nascevano come tali, e finché restavano divergenze dottrinali erano spesso tollerate. Non lo erano più quando non obbedivano all’autorità del papa e dei vescovi, predicando nuovi principi e creando nuovi ordini religiosi senza il loro permesso.
Nell’XI e XII secolo l’atteggiamento della Chiesa non era ancora univoco: le misure contro gli eretici oscillavano tra la conversione, la confisca degli averi (misura sicuramente più diffusa) e nei casi più “ostinati” il carcere e la pena di morte.
Ci fu una svolta con papa Innocenzo III e la sua decretale “Vergentis in senium” del 1199, che si richiamava al diritto romano, ai codici di Teodosio e Giustiniano e alle pene allora riservate ai manichei. L’eresia venne assimilata al crimine di lesa maestà, e il crimine contro l’Imperatore diventò un crimine contro Dio. Per contro i crimini contro l’Imperatore poterono essere puniti come eresie. Talvolta il popolo minuto delle città e i contadini uccidevano e bruciavano i presunti eretici prima che la Chiesa si pronunciasse, ma è anche vero che le istituzioni cittadine partecipavano spesso senza alcuna voglia alle iniziative vescovili e inquisitoriali contro gli eretici. Questo a volte per simpatia verso di essi, ma soprattutto per il timore di veder limitare la propria autonomia a favore del vescovo, dell’Inquisizione e della Chiesa.
L’Apocalisse
Il termine deriva dal greco “apocalipsis”, che significa manifestazione, rivelazione, apparizione, scoprimento. L’Apocalisse di Giovanni, scritta alla fine del I secolo, aveva questo significato. Nei secoli successivi il termine ha assunto il significato di morte, paura e terrore.
Oggi la visione apocalittica è maggiore nella borghesia atea e razionalista che in chi ha una credenza religiosa. I borghesi, atei o religiosi che siano, sentono l’odore di morte della loro classe che non ha futuro, perché non possono e non vogliono credere a un futuro senza capitalismo, senza borghesi. “Il mondo non ha futuro” – dicono. Di qui le loro nere e cupe angosciose visioni del futuro, popolato dagli incubi del disastro ambientale, climatico, alimentare, nucleare, demografico, ecc. Naturalmente tutto ciò per essi non è dovuto al sistema di produzione capitalistico, ma alla imperfezione, o alla malvagità, della natura umana.
Anche la fantascienza crea mondi, al di là delle apparenze, molto simili a quello reale: neanche nella fantasia la borghesia sa concepire un mondo non plasmato dai rapporti di produzione capitalistici.
La speranza, la certezza nel “regno dei cieli”, il futuro delle classi subalterne che hanno preceduto la nascita del proletariato, sono stati ereditati dai comunisti.
Sentimento e ragione comunista
Tutti i gruppi dei secoli medioevali in questione, eretici e non, intrisi di millenarismo, messianismo e gioachimismo, possono farci sorridere per le loro visioni ideologiche, ma sono dalla nostra parte della storia. Il termine “compagni” deriva dal latino “cum panis”, e indica coloro che mangiano alla stessa mensa. Tale termine era comunemente usato dai francescani.
È solo con la nascita del capitalismo e la riflessione su di esso, culminata nel Manifesto del Partito comunista del 1848, che il sentimento si unisce alla ragione e alla scienza, dando origine al nostro programma storico. In nome del comune sentimento comunista, con i vari Valdo, Francesco e Dolcino, sediamo alla stessa mensa e condividiamo lo stesso pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo.
Lo stesso pane che il capitalismo trasforma in pietra. Quest’ultima non è solo una metafora: Marx stesso descrive come già al suo tempo alla farina venisse mescolata della polvere di marmo, per aumentare il peso del pane, e quindi venderlo a prezzo e profitto maggiore.
La realtà del capitalismo è peggiore di qualsiasi fantasia, ed è peggiore di qualsiasi “complotto” i borghesi si inventino, per dare una facile spiegazione a ciò che essi non sanno, non possono, e non vogliono comprendere.
[RG146] Il corso del capitalismo mondiale
Gli ultimi due anni sono stati particolarmente caotici.
L’inflazione è tornata, dopo anni di deflazione a seguito della grande crisi del 2008-2009. Per un breve periodo la produzione non è riuscita a tenere il passo con la domanda, i porti erano congestionati e non erano disponibili abbastanza navi porta-container, i prezzi dei trasporti, delle materie prime e dell’energia sono quindi saliti alle stelle; così i prezzi dei cereali a seguito di una generale siccità e della grande domanda della Cina per alimentare la popolazione e i suoi allevamenti animali. A partire dal febbraio 2022 si è aggiunta la guerra imperialista fra la Russia e l’Ucraina, facendo impennare momentaneamente i prezzi dell’energia e dei cereali.
Per di più a partire dal marzo 2022 la FED ha iniziato ad aumentare i tassi di interesse per combattere l’inflazione e tornare a una situazione “normale”, una mossa seguita poi da tutte le altre principali banche centrali, ad eccezione del Giappone. Ma dopo anni di tassi di interesse prossimi allo zero, o addirittura negativi, un tale rialzo non può essere senza conseguenze, e, a sua volta, accrescere il caos.
Le cause occasionali e di fondo del ritorno dell’inflazione sono state spiegate nei precedenti rapporti. Un ulteriore fattore è stato la pratica del “just in time” delle imprese che, per abbassare i costi di produzione, riducono al minimo le scorte. Così, quando il periodo di confinamento per il Covid è terminato nella maggior parte dei grandi centri imperialisti le aziende per rifornirsi hanno contemporaneamente emesso ordinativi ai fornitori. La domanda è stata così improvvisa e colossale che questi non sono riusciti a soddisfarla. Ugualmente le monopolistiche compagnie di navigazione, che fino a quel momento avevano avuto un’eccedenza di porta-container, non sono stati in grado di soddisfare la domanda e i noli hanno iniziato ad aumentare. Ne è risultato un ingolfamento logistico e un’impennata dei prezzi.
In seguito a questo improvviso aumento della domanda i prezzi delle materie prime e dell’energia hanno iniziato a salire.
Poiché i produttori e le multinazionali del settore godono di una posizione di monopolio, la speculazione, in date circostanze, determina forti oscillazioni dei prezzi, che hanno fruttato delle rendite stratosferiche nel 2021 e nel 2022.
L’interruzione delle forniture di gas e petrolio della Russia imposta all’Europa col pretesto della guerra in Ucraina, ha fatto impennare i prezzi. Questi hanno raggiunto il massimo nel luglio-agosto 2022; da allora sono diminuiti, il prezzo del barile di petrolio è addirittura sceso a 70 dollari per un certo periodo.
Temendo un calo dei prezzi a causa dell’incombente recessione, l’OPEC+, dopo aver tagliato la produzione di 2 milioni di barili in ottobre, l’ha ridotta di altri 1,1 milioni a partire da maggio e di altri 1,6 milioni la ridurrà da luglio. L’annuncio ha avuto scarso impatto sul prezzo del petrolio, che è salito solo a 80 dollari prima di tornare sotto i 72 a fine maggio. Il gas naturale, dopo aver raggiunto un picco di 350 euro per Mwh, è sceso di nuovo sotto i 30, avvicinandosi ai prezzi degli anni precedenti al Covid: circa 20 dollari per Mwh.
Oltre a queste cause immediate, nello scorso decennio gli investimenti erano stati insufficienti, a causa dei prezzi bassi. Oggi, a seguito del forte aumento dei prezzi, gli investimenti si dirigono verso gli idrocarburi, e vanno riducendosi quelli nelle energie rinnovabili. Il costo medio di produzione del petrolio offshore è di 18 dollari, sulla terraferma 28. Il resto è rendita.
Nonostante il dollaro più forte, che abbassa il prezzo delle importazioni, l’inflazione negli Stati Uniti era superiore a quella europea nel 2021, prima dell’invasione dell’Ucraina, e nella prima metà del 2022; in seguito la differenza si è invertita. Dopo aver raggiunto il picco nel giugno 2022 per gli Stati Uniti e nell’ottobre 2022 per l’Eurozona, l’inflazione è scesa costantemente (come alla riunione si poteva vedere nel grafico esposto). L’inflazione ha iniziato a scendere prima negli Stati Uniti, nonostante i piani di investimento molto elevati, perché i tassi di interesse sono aumentati prima e più rapidamente negli Stati Uniti. Di conseguenza, l’inflazione, pur scendendo, è ora più alta in Europa che negli Stati Uniti.
Il calo dell’inflazione media nell’Eurozona nasconde una disparità tra i paesi. Se la Germania è tradizionalmente uno dei Paesi europei con l’inflazione più bassa, non sorprende che il Paese che attingeva alle forniture russe a basso costo abbia finito per guidare l’impennata inflazionistica, seguito da Italia e Regno Unito. In Francia, dove il gas russo rappresentava solo 17% del gas importato, l’inflazione è rimasta più bassa; ma qui non abbiamo ancora un calo dell’inflazione, anche se la contrazione dei consumi sta esercitando una pressione deflazionistica, come negli altri Paesi.
Infatti, oltre a provocare ripetute crisi bancarie a causa della svalutazione delle obbligazioni a basso tasso d’interesse, l’aumento dei tassi induce anche un calo dei consumi, che a loro volta portano a una contrazione della produzione, o almeno a un forte rallentamento della sua crescita.
I Paesi più colpiti sono gli asiatici Giappone e Corea, seguiti dalla Germania. Anche gli Stati Uniti stanno subendo un forte rallentamento, nonostante i grandi investimenti e il piano di sostegno ai consumi delle famiglie. Come si evidenziava in un grafico, il Giappone è in costante recessione dal settembre 2021. La Germania, a parte quattro mesi con incrementi positivi sull’anno precedente, è stata costantemente in negativo dal settembre 2021, con incrementi annui che hanno oscillato tra -0,1% e -5,5%.
Il Regno Unito, invece, è in piena recessione dall’ottobre 2021, il che spiega i numerosi scioperi e le manifestazioni che stanno sconvolgendo il Paese.
Analogamente, da settembre 2021, la Francia ha oscillato tra incrementi annui leggermente positivi e leggermente negativi, con il divario maggiore che va da +1,8% a -2,8%.
L’Italia offre un quadro leggermente migliore, ma da giugno 2022 gli incrementi negativi hanno superato quelli positivi.
La Polonia, che ha registrato un forte aumento della produzione dopo l’ingresso nell’Unione Europea, ha visto un leggero calo della industria negli ultimi tre mesi, dopo un forte rallentamento tra ottobre e dicembre, e sta a sua volta subendo gli effetti del calo della domanda internazionale.
Come si vedeva nel grafico, il calo della produzione in Corea del Sud è invece spettacolare. Mentre la Germania dipende fortemente dai mercati mondiali, cinese, europeo e nordamericano.
L’India sembra sfuggire per ora alla deflazione globale, con incrementi ancora relativamente elevati. Ciò è indice della sua scarsa integrazione nel mercato mondiale e della relativa debolezza della sua industria rispetto al peso demografico.
Dopo una marcata recessione dall’agosto 2021 al marzo 2022, il Brasile ha registrato una leggera ripresa dal luglio 2022 al novembre 2022. Il calo del -1,1% annuo registrato a dicembre è indicativo di un ritorno alla recessione.
In Turchia, dopo un forte rallentamento della produzione industriale a partire da luglio 2022, gli incrementi sono ora negativi, scendendo a -7,5% nel febbraio 2023.
Il Canada, grande esportatore di materie prime, in particolare petrolio, ha visto tutti i suoi incrementi rimanere nettamente positivi, ma in forte rallentamento dal giugno 2022, passando dal 5,8% annuo del maggio 2022 all’1,7% del febbraio 2023.
Concludendo. Inesorabilmente la vecchia talpa continua la sua magnifica opera di scalzamento. Le contraddizioni nel sottosuolo economico si accrescono sempre più, generando pressioni colossali che finiranno per far scoppiare l’involucro capitalista come un gigantesco vulcano che libera la pressione accumulata.
Spinto dalla necessità il proletariato del mondo intero si rimetterà in movimento per riprendere, diretto dal suo partito di classe, il suo posto nella storia.
[RG146] Ancora una Turchia neo-ottomana
All’aggravarsi della crisi economica e del fallimento, almeno parziale, delle ricette governative per farvi fronte, la borghesia turca ha trovato un diversivo nella rivendicazione delle libertà democratiche, la protesta contro il clientelismo e la corruzione generalizzata. All’attenzione degli elettori si è proposto un insieme eterogeneo di rimostranze nei confronti del partito di governo: il non rispetto dei diritti civili, delle donne, delle minoranze, dei curdi, degli omosessuali e dei trans; la mancanza di merito nell’accesso agli organi e alle cariche statali; la posizione ostile verso i principi democratici laici di stampo occidentale; gli arresti arbitrari degli oppositori e dei giornalisti e le conseguenti condanne giudiziarie.
Un certo spazio è stato dato all’oppressione della classe operaia, ma nelle forme svigorite in cui è denunciata da ogni forza borghese d’opposizione, insistendo sulla mancanza di sicurezza sul posto di lavoro, i salari al di sotto della sussistenza e del minimo stabilito per legge, la presenza legale di lavoratori bambini nelle fabbriche, ecc.
L’opposizione aveva dichiarato quindi cruciali le elezioni di quest’anno, che “il popolo” avrebbe preso finalmente la “decisione giusta” e che “la Turchia” sarebbe così uscita da questa difficile situazione. Molti partiti di sinistra hanno aderito a questa retorica.
Così si è presentata una società “polarizzata” nella quale, anche in sezioni significative della classe operaia, c’era l’aspettativa che “questa volta” l’opposizione potesse ottenere una vera “vittoria” elettorale. “La Turchia” sarebbe tornata sulla strada della democrazia parlamentare e avrebbe risolto i suoi problemi in modo pacifico, secondo gli standard democratici di uno Stato europeo e sarebbe diventata un Paese “in grado di competere meglio con il mondo”.
La borghesia turca e le elezioni
Invece anche questa tornata elettorale è stata una ennesima resa dei conti tra bande borghesi. Tutto lascia pensare a un almeno temporaneo compromesso fra le fazioni in lotta, con la congrega del vincitore Erdoğan che cercherà di arraffare la parte del leone.
Una delle contrapposizioni interne alla borghesia turca è fra le organizzazioni del padronato industriale. I grandi industriali erano tradizionalmente organizzati nella TÜSİAD (Associazione Turca dell’Industria e degli Affari), fondata nel 1971, con oltre 2.100 iscritti rappresentanti 4.500 aziende, le quali alimentano l’80% del commercio estero, impiegano il 50% della forza lavoro e versano l’80% delle imposte delle imprese. Un nuovo padronato, relativamente piccolo ma in rapida crescita, è invece organizzato nella MÜSİAD (Associazione degli Industriali e degli Imprenditori Indipendenti), fondata nel 1990, con 13.000 iscritti che controllano 60.000 aziende. Il TÜSİAD si dichiara laico e filo-occidentale, il MÜSİAD islamista e filo-governativo.
Sul fronte esterno il TÜSİAD è favorevole a strette relazioni con l’Occidente, e in particolare con gli Stati Uniti, mentre il MÜSİAD sostiene la politica dell’attuale governo che ambisce a diventare una potenza imperialista regionale relativamente indipendente.
Nei primi anni Erdoğan era appoggiato dal TÜSİAD, e sosteneva apertamente l’adesione alla UE. Ma dopo l’epoca del movimento di Gezi, nel 2013, Erdoğan e il TÜSİAD si sono allontanati finché Erdoğan ha accusato il TÜSİAD di schierarsi con l’opposizione. Erdoğan, oltre che un politico, è il capofila di una delle maggiori “famiglie” della Turchia di oggi, con un certo peso nella nuova borghesia organizzata nel MÜSİAD.
Tra la “vecchia” e la “nuova” borghesia l’accusa maggiore si riduce a quella di “concorrenza sleale”, la borghesia rampante, favorita dal governo, impiegando spesso lavoratori immigrati a salari molto bassi e in pessime condizioni, mentre le grandi industrie sono per lo più obbligate ad assumere nel quadro delle norme di legge. Altra questione è sulle politiche del governo sui tassi di interesse.
Un fragile compromesso
Nonostante quanto affermato nella propaganda elettorale, la prima mossa di Erdoğan dopo le elezioni è stata di porgere un ramoscello d’ulivo alla grande borghesia. Mehmet Şimşek, noto per la sua vicinanza alle politiche economiche rigorose di tipo occidentale, è stato nominato potente ministro del Tesoro e delle Finanze: un chiaro tentativo di addolcire i mercati finanziari. Inoltre, figure controverse come il ministro degli Interni Süleyman Soylu non hanno trovato posto nel gabinetto.
Il TÜSİAD ha subito accettato la generosa offerta di Erdoğan, chiedendo stabilità e riforme. Alcuni giornalisti ed economisti dell’opposizione si sono spinti oltre e, approvando la nomina di Mehmet Şimşek, hanno convenuto che “siamo tutti sulla stessa barca”.
Così, proprio come i risultati delle elezioni sono stati determinati a tavolino e non alle urne, la fine della crisi del Paese è stata sciolta non dalla sbandierata “volontà del popolo” ma da mosse calcolate in considerazione dei rapporti di forza fra le bande borghesi interne e fra le potenze imperialiste. La vittoria di Erdoğan è stata allo stesso tempo una vittoria della Russia, degli Stati del Golfo e della maggior parte degli Stati europei, che temono i migranti, e una parziale sconfitta per gli Stati Uniti e degli Stati europei i cui interessi sono più allineati alla NATO.
Con la risoluzione della crisi in Turchia gli Stati Uniti in particolare non esiteranno a normalizzare le relazioni con Erdoğan, in cambio dell’autorizzazione all’adesione della Svezia alla NATO, e forse con la consegna degli F-16, negata dopo l’acquisto del sistema d’arma contraereo russo S-400.
Tutti questi fatti suggeriscono che con ogni probabilità è stato raggiunto un compromesso sulla Turchia e sul suo posto nella gerarchia imperialistica.
Ma l’economia rimane in grave crisi, l’inflazione è ancora oltre il 40% annuo e non è certo in vista una ripresa significativa dell’accumulazione. In breve, sarebbe sbagliato pensare che le parti in lotta abbiano ricomposto stabilmente i loro dissidi.
Le elezioni sono sempre contro gli interessi del proletariato
Nessuno dei partiti che ha partecipato alle elezioni ha promesso condizioni e orari di lavoro più leggeri, né aumenti salariali per contrastare l’inflazione. Nessun partito ha chiesto più diritti per le minoranze oppresse o i profughi in fuga dalla guerra.
Se si considera chi è stato danneggiato e chi ha tratto beneficio dalle posizioni comuni agli opposti partiti è chiaro che tutti sono in realtà dalla parte della borghesia e mai dei lavoratori.
La democrazia è un sistema in cui non vi è posto per partiti che alla borghesia si oppongano. La partecipazione dei comunisti alle elezioni, oltre a esser di nessuna efficacia verso la presa del potere da parte della classe operaia, è ormai da escludere anche come tribuna di propaganda, per i gravi fraintendimenti che inevitabilmente ingenera nella classe sulle finalità rivoluzionarie del partito.
La democrazia borghese ormai in tutto il mondo oggi non contiene più alcun aspetto progressista. A maggior ragione per i lavoratori e per gli oppressi.
Anche queste elezioni in Turchia, al di là del clima apparentemente arroventato fra i due schieramenti, si sono mantenute all’interno del quadro istituzionale democratico e non hanno avuto gli esiti dirompenti, forse anche cruenti, che faceva intravedere una propaganda interessata a drammatizzare quel rito schedaiolo. Lo scopo della classe dominante è infatti spostare l’attenzione dei proletari su tematiche interclassiste e impedire ogni riferimento circostanziato e non generico alla condizione operaia, anche enfatizzando e ingigantendo ad arte le minime e non significative differenze di programma fra i partiti in campo.
Le elezioni in Turchia hanno dimostrato ancora una volta che la borghesia, dietro la maschera democratica, finché potrà, non rinuncerà mai ad un briciolo della repressione statale. I gruppi oppressi di Turchia (donne, curdi, omosessuali, trans, immigrati, ecc.) lo sanno: genocidi, torture, massacri, migrazioni forzate, esecuzioni, sentenze ingiuste e simili eventi disgustosi e mostruosi non appartengono al passato!
Per quanto gli Stati borghesi cerchino di nasconderlo, per quanto lo neghino, si continuano a commettere questi abomini.
I curdi, le donne, i discriminati, che pagano il prezzo di queste crudeltà, mai potranno mitigare l’oppressione che subiscono con lo strumento elettorale. Prima delle elezioni i partiti della sinistra borghese affermavano “potete risolvere i vostri problemi votando per noi ogni quattro anni”. Questo atteggiamento non fa che rafforzare l’illusione che la soluzione sia nel voto piuttosto che nel subordinare ogni rivendicazione sociale alla forza della classe operaia, alla sua organizzazione indipendente, alla sindacalizzazione e agli scioperi, e non alla illusione che sia più facile raggiungere il socialismo attraverso il riformismo, il “buon senso” e una vittoria elettorale.
Dalle urne uscirà sempre la volontà del capitale. Non sarà la istruzione ad aprire gli occhi agli elettori. E nemmeno la loro condizione di salariati sfruttati o di minoranza oppressa. La ideologia dominante sarà sempre l’ideologia della classe dominante. Solo nel partito comunista è custodita cosciente la condanna della società borghese.
L’idea che le giovani generazioni proletarie e oppresse si avvicineranno al comunismo per il solo effetto dell’evoluzione sociale e dell’ambiente sempre più cosmopolita, dell’accesso a maggiori informazioni grazie a Internet e al rapido aumento del numero di studenti nelle università e della migrazione dalle aree rurali alle urbane è del tutto sbagliata.
Infatti queste elezioni hanno dimostrato che le tendenze di destra sono in aumento anche nelle nuove generazioni. Molti, anche giovani, si lamentano che l’attuale governo non è abbastanza razzista, che gli immigrati sono la causa dei loro problemi.
Ancora una volta si è dimostrato che la strada per la liberazione dei lavoratori non passa attraverso la democrazia borghese.
Il vero partito comunista non rinuncia ai suoi principi e non teme di esprimerli per non perdere sostenitori o, peggio, voti! Il vero partito comunista non ha a che fare con la democrazia borghese, che puzza di fogna, dove ci si nutre di luride menzogne di ogni tipo.
[RG146] La guerra civile in Italia nel primo dopoguerra
È stata esposta la relazione finale della indagine sul tema della guerra civile in Italia negli anni successivi alla prima guerra mondiale. Nei precedenti capitoli avevamo evidenziato i rapporti di forze tra le classi sociali allora esistenti sotto i loro diversi aspetti: una parte significativa del proletariato decisamente all’attacco su di un piano rivoluzionario; una borghesia nazionale in un primo tempo rassegnata alla perdita del suo potere; uno Stato borghese non in grado di fare affidamento sui suoi organi repressivi, soprattutto esercito e polizia.
Quindi nessun governo tentò affrontare in uno scontro aperto il montante movimento proletario, ma tutti cercarono di temporeggiare in attesa che l’impeto proletario si affievolisse. Il tempo giocava a favore della borghesia. I vari governi borghesi di sinistra assecondarono il proletariato scendendo a compromessi con esso, concedendo riforme o promettendone l’attuazione.
Però, mentre si cedeva e si prometteva, tutti i governi succedutisi blindavano e rafforzavano gli organi repressivi dello Stato e contribuivano alla creazione di quelle organizzazioni armate extra-legali che in seguito verranno assorbite dal fascismo.
Ma lo Stato borghese e i suoi governi non potevano raggiungere i loro obiettivi senza il decisivo soccorso del partito che avrebbe dovuto rappresentare la guida della classe operaia verso la rivoluzione: il Partito Socialista. Abbiamo messo in evidenza il tradimento del partito e della Confederazione sindacale per la loro sistematica azione sabotatrice delle lotte dei lavoratori. Ludovico D’Aragona, segretario generale della CGL e deputato socialista, aspirante al ministero del lavoro nel primo governo Mussolini, si vantò di «avere impedito lo scoppio di quella rivoluzione che dagli estremisti si meditava». Questo merito non mancarono di riconoscerlo nemmeno i giornali dell’industria e della finanza.
Mentre i governi temporeggiavano e la socialdemocrazia disarmava il proletariato moralmente e materialmente, la borghesia si organizzava formando squadre extra-legali, a carattere militare, per colpire le classi lavoratrici nei loro punti più deboli diffondendo morte e terrore.
Nel rapporto abbiamo anche citato un documento fascista, redatto quando era ancora in via di formazione, dove venivano impartite precise direttive a carattere militare di occupazione territoriale e terrorismo. Da questo documento si vede in modo chiarissimo come il fascismo basasse la certezza della vittoria sulla colpevole incapacità socialista e confederale.
Di fronte all’attacco terroristico del fascismo solo il nostro partito diede la parola d’ordine di rispondere alla violenza con la violenza; e le nostre squadre militari, pur mantenendo una propria autonomia organizzativa, parteciparono sempre in prima fila a tutte le azioni di guerra guerreggiata.
L’ultima serie dei nostri rapporti è stata appunto dedicata alla rievocazione delle gloriose battaglie sostenute dal proletariato contro i terroristici attacchi fascisti e delle forze repressive statali assieme alla collaborazione “esterna”, ma non meno micidiale, del partito socialista e della confederazione sindacale che, con il loro falso pacifismo, contribuivano alla disorganizzazione del proletariato e al suo disarmo morale e materiale.
Abbiamo anche dimostrato come il rifiuto della violenza da parte della socialdemocrazia si riferisse solo a quella diretta contro la democrazia borghese, per spezzarla e sopprimerla.
I comunisti non hanno mai esaltato la violenza per la sua bellezza, affermano semplicemente che essa è necessaria e che è compito del partito di classe organizzare il proletariato per il suo esercizio coordinato e sistematico al fine di instaurare quella dittatura che dovrà, poi, anch’essa essere difesa con altrettanta violenza.
Gli episodi di guerra guerreggiata che abbiamo ricordato nelle nostre relazioni non sono certamente gli unici sostenuti dal proletariato, però quelli rammentati sono sufficienti per dare una chiara idea della volontà di lotta dei proletari italiani. Sarebbe difficile trovare una città o un villaggio in cui i lavoratori non avessero avuto la meglio sui fascisti locali, ma non potevano certo fronteggiare forze di gran lunga superiori, in numero e armamento, trasportate dai luoghi più lontani con autocarri e treni, favorite inoltre dalla aperta collaborazione e partecipazione delle forze dell’ordine.
Noi abbiamo attribuito la vittoria del fascismo a tre concomitanti fattori.
Il primo, il più evidente, fu l’organizzazione fascista con le sue squadre e tutto il loro truce armamentario.
Il secondo, quello veramente decisivo, fu l’intera forza repressiva statale borghese, costituita da polizia, magistratura, esercito.
Il terzo fu il gioco politico infame e disfattista dell’opportunismo social-democratico e legalitario.
Di fronte a un simile schieramento la sconfitta proletaria era certa. A contrastare la violenza reazionaria borghese, al proletariato sarebbe stata necessaria una organizzazione di difesa ed offesa altrettanto generale e centralizzata che coinvolgesse non solo le squadre del partito ma le grandi masse operaie e contadine.
La tattica della resistenza locale non poteva avere che un esito fallimentare, anche dove il proletariato battendosi con eroismo aveva saputo sconfiggere gli assalitori. Solo con un organismo rigidamente centralizzato a tipo militare si sarebbe potuto spezzare l’isolamento di singoli lavoratori, villaggi, o città.
L’Alleanza del Lavoro, pure con tutti i suoi limiti, rappresentò una parziale realizzazione di questa unità di azione. Con lo sciopero generale dell’agosto 1922, anche se solo per un attimo, venne abbandonata la tattica disastrosa del caso per caso per cedere il posto all’azione generale. In quelle poche giornate di sciopero generale, quando i fascisti non ebbero la possibilità di concentrare le loro forze per attaccare singoli paesi, il proletariato dimostrò di sapere far buon uso delle armi e le vittime fasciste finalmente superarono quelle proletarie. Fu il proditorio tradimento della Confederazione Generale del Lavoro che, sognando una partecipazione al governo borghese, stroncò lo sciopero dando la pugnalata alle spalle del proletariato che aprì la strada all’accesso al potere del fascismo.
I fascisti vinsero non perché rappresentassero una organizzazione esterna allo Stato, ma perché, al contrario, attraverso essi vinse lo Stato borghese che, abbandonata la tradizionale forma parlamentare, passò a quella monopartitica.
Il passaggio al partito unico fu, ed è, una necessità alla quale tende tutto il capitalismo, a scala mondiale. Che esso sia antidemocratico al capitalismo e a noi poco importa e considerammo un grave errore quello commesso dal movimento proletario internazionale che di fronte al fascismo invocò la democrazia, la legalità, i principi costituzionali borghesi.
La democrazia non protestò per la violenza subita e Mussolini arrivò al potere nel pieno rispetto dei regolamenti costituzionali. I voti del misero drappello di deputati fascisti sarebbero risultati insignificanti se i più bei nomi della democrazia non avessero espresso il loro “Si” favorevole.
Ma la fiducia data a stragrande maggioranza dai rappresentanti democratici al governo Mussolini non fu un incauto errore di percorso. Noi possiamo dimostrare che anche il regime a partito unico fu una creatura del gioco demo-parlamentare: tutto cominciò con la presentazione del nuovo disegno di legge elettorale, la “Legge Acerbo” (alla quale si ispirano tutte le riforme in materia elettorale degli ultimi 30 anni). Il nuovo regolamento stabiliva che alla lista di maggioranza relativa con almeno il 25% dei voti, spettassero i due terzi dei seggi parlamentari. Un quarto dei voti espressi sarebbe bastato per ottenere una solida maggioranza assoluta. Ebbene questo disegno di legge passò agevolmente, venne approvato dal Consiglio dei ministri (nel quale i fascisti dichiarati erano soltanto 4), dalla Commissione parlamentare, dalla Camera dei deputati e dal Senato con larghissima maggioranza nonostante i fascisti non fossero che una infima minoranza
Quindi, anche senza i brogli e le violenze denunciate da Matteotti nelle elezioni del 1924, è certo che il Listone Nazionale avrebbe comunque agevolmente conquistato i due terzi dei seggi parlamentari.
Non cesseremo mai di ricordare che noi, sinistra comunista, non ci scandalizzammo affatto della violenza fascista, anzi ci augurammo di poter noi fugare gli elettori, di qualsiasi colore, dalle urne. E non certo per ottenere un migliore risultato elettorale e i due terzi dei seggi parlamentari. Fu il cretinismo parlamentare di cui era imbevuto il partito socialista che portò a quel violentissimo attacco di Matteotti contro brogli e violenze elettorali e che gli sarebbe costato la tragica fine.
Scrivemmo: «Il nuovo sistema, di cui la chiave evidente era la sostituzione del partito unico borghese al complesso ciarlatanesco dei partiti borghesi tradizionali […] passò alla liquidazione delle vecchie gerarchie politiche, e questi complici del primo periodo furono liquidati ed espulsi a pedate dalla scena politica» (“Prometeo”, 1946).
Venti anni dopo, tornato il pluripartitismo, tutti i vecchi manutengoli del fascismo prontamente si rivestirono dei paludamenti democratici, per continuare sotto altre ingannevoli apparenze l’opera del fascismo, sconfitto con le armi ma vincitore alla scala storica.
Per concludere diremo che il nostro Partito aveva immediatamente chiarito il rapporto che intercorre tra Stato e forme di governo; noi definiamo lo Stato come una macchina, composta di determinati organi (esercito, burocrazia, magistratura, etc.) che è nelle mani della classe dominante. La differenza fra democrazia e fascismo è solo nel modo in cui questa classe dirige quella sua macchina contro il proletariato.
[RG146] La questione agraria – Aspetti storici
A questa riunione un compagno presentava il primo capitolo di un rapporto sulla questione agraria nella tradizione marxista. Così si articolerà: Cenni storici; Capitalismo e agricoltura; Teoria economica della rendita; Le lotte dei braccianti; Oggi e domani.
Riprendiamo dapprima i testi di Marx, Engels, Lenin, Kautsky e del nostro Partito per ricordare quanto finora abbiamo scritto su questo vasto e fondamentale argomento.
Abbiamo accennato alla questione agraria nello Stato ateniese, di cui Federico Engels ben riassume i tratti essenziali in L’Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. Nelle sue conclusioni afferma: «Il contadino (debitore, ndr) poteva essere contento se gli era permesso di restarvi (sul terreno, ndr) come fittavolo e di vivere con un sesto del frutto del suo lavoro, mentre doveva pagarne come fitto i cinque sesti al nuovo signore […] Se il ricavato della vendita di un fondo non bastava a coprire il debito, o se esso era stato contratto senza garanzia ipotecaria, il debitore era costretto a vendere all’estero i suoi figli come schiavi per soddisfare il creditore. Vendita dei figli da parte del padre: ecco il primo frutto del diritto patriarcale e della monogamia! E se non era ancora soddisfatto, il vampiro poteva vendere come schiavo lo stesso debitore. Questa fu la piacevole aurora della civiltà presso il popolo ateniese».
Anche il modo di produzione nell’Impero Romano poggiava sull’agricoltura. Ne I Fondamenti del Cristianesimo Kautsky scrive: «La base del modo di produzione dei paesi che componevano l’Impero Romano era l’agricoltura; l’artigianato e il commercio erano molto meno importanti. Predomina ancora la produzione per l’autoconsumo; la produzione di merci, la produzione per la vendita, era ancora poco sviluppata. Artigiani e mercanti avevano spesso anche fattorie in stretta connessione con le loro attività domestiche; il loro lavoro andava principalmente alla produzione per la famiglia. L’azienda forniva viveri per la cucina e materie prime come lino, lana, cuoio, legno, da cui gli stessi membri della famiglia ricavavano abiti, suppellettili e attrezzi per la casa. Era solo l’eccedenza oltre i bisogni della famiglia, se c’era, che veniva venduta. Questo modo di produzione richiedeva la proprietà privata della maggior parte dei mezzi di produzione, compresi i seminativi ma non le foreste e i pascoli, che potevano ancora essere proprietà comune. Include gli animali domestici ma non la selvaggina, e infine gli strumenti e le materie prime, nonché i prodotti da essi ricavati».
Il possesso della terra però implica disporre della forza lavoro necessaria per lavorarla, senza la quale non si può produrre nulla. Anche in epoca preistorica troviamo tra i ricchi la ricerca di forza lavoro in sovrappiù rispetto alle braccia della famiglia.
Tali forze lavoro però non potevano assumere la forma del salariato. Se ne trovano di precoci, ma rare e temporanee, come per il raccolto. Una famiglia attiva poteva facilmente procurarsi i pochi mezzi di produzione necessari per un’unità produttiva agricola indipendente. Inoltre i legami familiari e comunitari erano ancora forti, così che le occasionali disgrazie che potevano rendere una famiglia senza terra erano mitigate dall’aiuto di parenti e vicini.
Ancora Kautsky: «In questa fase della storia forze di lavoro permanenti non potevano essere ottenute dall’esterno della famiglia sotto forma di lavoratori salariati liberi. Solo la costrizione poté fornire il lavoro necessario per i latifondi più grandi. La risposta è stata la schiavitù».
Proseguiva la descrizione del periodo di ascesa dell’Impero fino alla sua dissoluzione, illustrando le tecniche di produzione e gli strumenti via via migliorati per ottenere maggiori raccolti, lo sfruttamento dei contadini e in particolare di quelli stranieri.
Si sono descritti i fenomeni dell’eccessivo sfruttamento dei terreni e all’esaurimento della fertilità del suolo, che portarono alla fame degli stessi contadini; della necessità di guerre di conquista per avere sempre nuova terra a disposizione.
A conclusione di questo primo rapporto siamo tornati a leggere Kautsky: «Con le enormi masse umane a disposizione lo Stato costruì quelle colossali opere che ancora oggi ci stupiscono, templi e palazzi, acquedotti e fogne, e anche una rete di magnifiche strade che collegavano Roma con gli angoli più remoti dell’Impero e con ciò costituivano un potente mezzo dell’unità economica, politica e della comunicazione internazionale. Inoltre, furono costruite grandi opere di irrigazione e drenaggio […] Quando la potenza finanziaria dell’Impero si indebolì, i suoi governanti lasciarono andare in rovina tutte queste strutture piuttosto che porre un limite al militarismo. Le colossali costruzioni divennero altrettanto colossali rovine, che andarono in pezzi perché man mano che la forza lavoro diventava più scarsa, per le nuove costruzioni era più facile ottenere i materiali abbattendo i vecchi edifici invece di estrarli dalle cave. Questo metodo fece più danno alle antiche opere d’arte che le devastazioni degli invasori Vandali e degli altri barbari».
I tre poli della guerra fra gli imperi: Stati Uniti - Europa - Cina
La guerra ucraina chiude le porte alla penetrazione cinese in Europa
Tra le conseguenze della guerra in Ucraina è l’allineamento alle decisioni di Washington dei principali imperialismi d’Europa che hanno dovuto partecipare al sostegno militare a Kiev e adottare le sanzioni contro Mosca, nel tentativo, per ora fallito, di piombare la Russia in una profonda crisi economica. Tale orientamento di politica internazionale ha provocato per gli Stati dell’Unione Europea, e in particolare per la Germania, la perdita delle sue ingenti forniture energetiche a basso costo, delle quali si avvantaggiava la sua industria e, di conseguenza, lo sviluppo delle economie europee legate al gigante tedesco.
Spezzati i legami tra Europa e Russia, i prossimi sarebbero quelli tra Europa e Cina.
Le contraddizioni della società borghese sono destinate inevitabilmente ad esplodere in un gigantesco conflitto di portata mondiale che vedrà gli Stati Uniti e la Cina alla testa di blocchi contrapposti. In questo scenario diventa fondamentale per l’imperialismo americano assicurarsi l’asservimento dell’Europa.
Sul fronte economico c’è tutto l’interesse degli Stati Uniti a portare un ulteriore attacco alla concorrente industria europea, e soprattutto tedesca, che dipende in grande misura dal mercato cinese. Gli economisti borghesi parlano di “decoupling” per indicare lo sganciamento dell’economia europea e americana dal gigante asiatico. Le imprese europee, in particolare quelle ritenute strategiche, dovrebbero ricollocarsi fuori dalla Cina, per lo più nello stesso continente asiatico. Il “decoupling” non è che la pressione americana a coinvolgere l’Europa in una guerra commerciale contro la Cina.
Per ora l’Europa resiste. In ambito UE la linea prevalente è sintetizzata nella formula del “de-risking”, cioè una strategia di riduzione del rischio da parte dell’UE nelle relazioni con la Cina, con l’obiettivo di tutelare la sicurezza politica, militare, circa la condivisione di nuove tecnologie sofisticate, ed economica, accedendo a nuovi mercati alternativi a quelli cinesi, ma senza privarsi dell’afflusso delle materie prime e dei prodotti necessari alla propria industria e senza perdere l’accesso al vasto mercato interno cinese.
Nonostante sia una versione più morbida dell’approccio verso la Cina di quello auspicato dagli USA, questa strategia di “de-risking” trova ostacoli negli interessi nazionali dei singoli paesi europei, i cui interessi capitalistici li spingono a mantenere e sviluppare rapporti commerciali e industriali con la Cina.
Ambiguità tedesca
L’approccio europeo verso la Cina è quindi determinato, da un lato, dalla pressione politica esercitata dall’imperialismo americano, dall’altro, dalla necessità delle economie nazionali di non perdere il prezioso mercato cinese.
Anche nel 2022 la Cina è stata, per il settimo anno consecutivo, il primo partner commerciale della Germania con un interscambio di circa 300 miliardi di euro. Inoltre, alcune delle maggiori e cruciali aziende tedesche, ad esempio quelle dell’automobile, hanno una forte dipendenza dal mercato cinese. BMW, Daimler e Volkswagen ci ricavano il 30% del loro fatturato. Sono quindi gli industriali tedeschi a mostrarsi contrari ad allentare i rapporti con la Cina, temendo il collasso dell’economia nazionale.
Le pressioni degli industriali tedeschi a mantenere i traffici con la Cina hanno trovato una sponda nella SPD, il partito socialdemocratico, provocando una spaccatura all’interno del governo, essendo gli alleati Verdi più succubi alle istanze americane. La lotta in corso a Berlino fa vacillare il fronte interno che manca di coesione sulla strada da intraprendere. Tale ambiguità si riflette nel documento strategico sulla sicurezza nazionale presentato dai vertici tedeschi, nel quale la Cina viene definita contemporaneamente “partner”, “rivale sistemico” e “concorrente”. Questo equilibrismo non potrà durare a lungo e, come è stato nei rapporti con la Russia, interrotti in seguito alla guerra in Ucraina, sarà messo in discussione dal precipitare delle contraddizioni inter-imperialistiche.
Di fronte al rallentamento dell’economia, dovuto anche alla guerra in Ucraina, per il capitalismo tedesco è impossibile rinunciare al mercato cinese. Lo scorso novembre Scholz fu il primo politico europeo a recarsi in Cina dopo la pandemia e la riconferma del terzo mandato per Xi Jinping. Ci andò accompagnato da una vasta rappresentanza del mondo industriale tedesco.
Conferma dell’interesse del capitalismo tedesco a mantenere i legami con la Cina la vicenda della vendita del porto di Amburgo alla compagnia di Stato cinese COSCO. L’affare aveva incontrato una serie di opposizioni, e ad inizio 2023 le autorità tedesche l’avevano classificato infrastruttura critica, per i pericoli di una cessione estranea al blocco UE-NATO. Nonostante ciò Scholz ha acconsentito alla cessione ai cinesi del 24,99% delle quote di partecipazione del terminal Tollerort, con l’obiettivo di trasformare lo scalo tedesco nel principale terminal per l’Asia in Europa.
Appare quindi che, nello scontro attuale in Germania, la linea del cancelliere Scholz di difesa degli interessi economici del paese, continuando a fare affari con la potenza cinese, stia reggendo alla pressione americana, rappresentata dalla linea del ministro degli esteri Baerbock. Ma la contesa non è certo chiusa.
Pesano sull’imperialismo tedesco le conseguenze della sconfitta nella seconda guerra mondiale che ha prodotto una Europa in cui la supremazia americana è garantita dalla sua ingente presenza militare che vede ancora oggi, a distanza di 78 anni dalla fine della guerra, 36.000 soldati americani sul territorio tedesco. Ne risulta per la Germania, costretta nell’alleanza agli Stati Uniti e nell’adesione alla NATO, la mancanza di una reale libertà di movimento in politica estera.
A questa debole proiezione politica e militare all’esterno si affianca però la potenza di un apparato industriale che la rende un gigante economico tra i massimi al mondo. Da qui la tendenza dell’imperialismo tedesco a intraprendere strade che inevitabilmente lo pongono in contraddizione con l’americano, come il legarsi alle forniture energetiche russe e il mantenimento del vantaggioso commercio con la Cina.
L’economia tedesca ha bisogno dei mercati euroasiatici. Subìto lo sganciamento da Mosca, al momento Berlino resiste alle pressioni di Washington riguardo ai legami con Pechino, ma, come è avvenuto per i rapporti con la Russia, i nodi verranno al pettine e Berlino sarà costretta a sciogliere la propria ambiguità.
Velleità francesi
Dopo Scholz anche Macron si è recato in Cina, accompagnato dalla presidente della Commissione europea Von der Leyen. L’iniziativa, invece di rimarcare l’unità europea come era nelle intenzioni, ha fatto emergere la differenza tra la posizione francese e quella dei vertici UE nell’atteggiamento verso la Cina. L’approccio più duro di Bruxelles, per esempio sulla questione di Taiwan, non è condiviso da Stati come la Francia, mossi dall’interesse nazionale a mantenere relazioni commerciali, tramite accordi bilaterali. Come d’altronde è gradito dai cinesi, i quali hanno tutto l’interesse a trattare con i singoli Stati.
In tal modo, il viaggio di Macron ha conseguito importanti risultati verso una crescita dei rapporti commerciali. Negli ultimi cinque anni si è assistito ad un aumento dell’interscambio commerciale fra Cina e Francia da 60 a 80 miliardi di dollari. Come in occasione del viaggio di Scholz, anche Macron è stato accompagnato dai rappresentanti dei grandi gruppi industriali francesi. 36 imprese cinesi e francesi hanno siglato 18 accordi per espandere la cooperazione in settori quali la manifattura, lo “sviluppo green” e l’innovazione tecnologica. Tali accordi si vanno ad aggiungere alla cooperazione già in corso in altri settori quali la produzione energetica, l’aerospaziale e l’industria automobilistica.
Molta risonanza hanno avuto le dichiarazioni del presidente francese che, sulla questione di Taiwan, si è spinto ad affermare che Stati Uniti e Cina sarebbero ugualmente responsabili dell’aumento delle tensioni e che in sostanza gli europei non dovrebbero lasciarsi trascinare in crisi che non li riguardano soltanto perché spinti dagli USA. In tal modo Macron ha fatto intendere di volere tenere separato il teatro europeo da quello indo-pacifico e ha rivendicato l’autonomia strategica dell’Europa, bilancia tra Stati Uniti e Cina.
Tali dichiarazioni sono rivelatrici dell’ambizione di un vecchio imperialismo insofferente all’asservimento verso quello americano, ma che non possono concretizzarsi poiché all’interno dell’Unione Europea prevalgono gli interessi nazionali dei singoli Stati e manca quell’unità di azione politica che solo la forza di uno Stato unitario e centralizzato può garantire. Basti considerare la posizione dei paesi dell’Europa orientale, Polonia in testa, che non sono assolutamente disposti a rinunciare alla protezione dell’imperialismo Usa.
L’attuale stazza dell’imperialismo francese – sebbene, a differenza della Germania, possa contare su uno degli eserciti più forti al mondo, e sia l’unico tra i paesi UE a possedere un arsenale atomico e mantenga una certa influenza in Africa e su possedimenti d’oltremare, entrambi lasciti del passato coloniale – non regge il confronto con potenze dal calibro di Stati Uniti e Cina, a dimensione continentale.
A parole la borghesia francese sfoggia grandeur e mostra di smarcarsi da Washington, ma sarà riportata con i piedi per terra dalla cocciuta realtà. Come con l’accordo AUKUS, con il quale è saltata una commessa miliardaria per la sua industria militare.
Impotenza italica
L’Italia è stato l’unico paese del G7 ad accordarsi con la Cina sull’iniziativa delle Nuove Vie della Seta (BRI). Questa decisione è però attualmente messa in discussione dal nuovo governo, che nei prossimi mesi potrebbe non rinnovare l’accordo. Ad orientarlo in questa direzione c’è in primo luogo il contesto internazionale determinatosi col divampare della guerra in Ucraina, che ha permesso all’imperialismo americano di confermare la presa anche sull’Italia, la quale ha seguito americani e alleati nella fornitura di armi all’Ucraina e nelle sanzioni contro la Russia.
D’altronde, come per la Germania, anche sull’Italia pesa il lascito del secondo conflitto mondiale, con la presenza di basi militari e di migliaia di soldati americani, costringendola alla fedeltà atlantica, in realtà mai messa in discussione.
Inoltre gli oppositori italiani dell’accordo riguardante la BRI puntano il dito sul commercio tra Italia e Cina, evidenziando che, mentre le esportazioni italiane in Cina sono cresciute dalla conclusione dell’accordo ad oggi da 13 miliardi nel 2019 ai 16,4 del 2022, molto di più sono aumentate le esportazioni cinesi in Italia, dai 31,7 miliardi del 2019 ai 57,5 del 2022, determinando una bilancia commerciale fortemente sbilanciata.
Una decisione ancora non è stata presa dal governo italiano, che però ha già risposto positivamente alla richiesta americana di partecipare al contenimento della Cina nell’Indo-Pacifico e ha mandato in Estremo Oriente il “pattugliatore polivalente d’altura” Morosini, a cui seguirà verso la fine dell’anno una missione della portaerei Cavour nelle acque dell’Indo-Pacifico.
Contro oriente e occidente
È in Estremo Oriente, dove i venti di guerra spirano sempre più forti, che l’attuale contesa per Taiwan e per i Mari cinesi si trasformerà in uno scontro diretto tra le due superpotenze, Stati Uniti e Cina. Questa è la direzione segnata dalle contraddizioni mondiali dell’imperialismo che rende inevitabile una nuova spartizione mondiale corrispondente ai mutati rapporti di forza.
Il sogno borghese di una Europa federazione di Stati, ciascuno con la sua indipendenza, con le economie disciplinate da regole rigide ma condivise, per evitare fratricidi scontri commerciali e finanziari, è miseramente fallito. Non perché uno Stato si sia dimostrato più forte e più deciso a far trionfare i propri interessi a danno di altri, ma perché la dinamica degli scontri degli imperialismi ha dimostrato l’inconsistenza di una forma sovrapolitica consensuale, a immagine delle fradice democrazie borghesi, ma senza le caratteristiche di controllo tipiche di uno Stato centralizzato.
L’attuale competizione inter-imperialistica tra i due blocchi prima o poi non lascerà posto alle ambiguità su cui oggi si barcamenano gli Stati d’Europa. Il quadro esplosivo delle dinamiche del capitalismo non lascerà possibilità di scelta ad alcuna delle opposte borghesie.
Per adesso tutti gli Stati europei si sono rifugiati sotto “l’ombrello” NATO per la propria difesa, e paiono delinearsi i futuri fronti di guerra. Mentre la cosiddetta Unione Europea si sta sfaldando, i singoli Stati sono chiamati a scegliere da che parte stare. Le borghesie europee sono oggi allineate alla volontà egemone degli Stati Uniti, anche contro i loro evidenti interessi immediati, ma non si possono escludere, nel precipitare della crisi che si va profilando – economica, militare e sociale – e nelle relazioni internazionali, inattesi e repentini cambi di fronte.
Neanche al proletariato internazionale – che non vorrà farsi carne da cannone come sta accadendo oggi ai suoi fratelli di classe ucraini e russi – sarà data la possibilità di una condotta ambigua: dovrà schierarsi, contro la guerra imperialista, per la rivoluzione comunista mondiale.
Europa schiacciata dagli Stati Uniti contro il muro dell’Ucraina
Nell’agosto del 2022 il Congresso degli Stati Uniti ha approvato una complessa legge, per la quale è stato stanziato un fondo di oltre 700 miliardi di dollari, con il duplice scopo di contenere la spinta inflattiva mediante la riduzione del deficit federale e nel contempo incentivare tutte le attività che investono nelle produzioni con e per la cosiddetta “energia pulita”.
Era iniziata da pochi mesi la guerra nell’Europa orientale con l’invasione dell’Ucraina ad opera della Russia, la quale tentava di riprendere uno status politico imperialista dopo la dissoluzione di un impero minato dall’interno.
Questa legge, che è passata abbastanza inosservata sulla stampa europea, non è stata promulgata per caso o per i motivi specifici, come la sua denominazione potrebbe suggerire: è stata chiamata “Inflation Reduction Act”, IRA, a significare che l’inflazione deve esser tenuta sotto controllo direttamente dallo Stato, agendo su molte voci che dovrebbero causare inflazione, ad esempio sul prezzo dei medicinali, e rafforzare – cioè rendere sicure e senza concorrenza – le linee di approvvigionamento e produzione dei materiali strategici, essenziali per le apparecchiature elettroniche delle quali gli Stati Uniti vogliono tornare ad essere i primi produttori; tutto per generare un effetto moltiplicatore sul sistema economico senza creare deficit di bilancio.
In questo quadro utopico si dovrebbe poi giungere, mediante le sovvenzioni industriali, alla drastica riduzione di gas serra, a comprimere i consumi e via fantasticando. Beffarde presunzioni di un futuro “verde”, proprio dal capitalismo che usa per produrre gas e petrolio il sistema più inquinante e destabilizzante per l’ambiente, l’estrazione dagli scisti bituminosi. Della infame balla dell’energia pulita non ci interessa nulla, perché le prediche che arrivano dal pulpito del capitale le conosciamo bene e sappiamo quanto siano false e spregiudicate. È aria fritta per turlupinare i gonzi che ci credono, che pensano e sperano in una legislazione illuminata che, in pieno capitalismo, salvi il mondo dalla rovina.
Il concetto di base di questa legge sta da tutt’altra parte e l’esigenza che l’ha prodotta, negando una lunga fase storica di preteso liberalismo commerciale, risiede nell’accelerazione che il mondo del capitale sta subendo per la sua crisi interna. Gli Stati Uniti, pur dichiarando di combattere l’inflazione, si sono dati un formidabile strumento di incentivi per riportare le produzioni critiche o innovative all’interno dei confini nazionali. La più colpita da questa politica è per ora la Germania e la burocrazia di Bruxelles, che ha eretto un complesso sistema legale contro i cosiddetti “aiuti di Stato”, in sintonia con gli interessi tedeschi.
Poche e non chiare le contropartite a favore delle economie più danneggiate da questa brutale manovra; forse potranno usufruire degli aiuti statali anche le merci non prodotte in America ma che entrano nella filiera produttiva negli Usa. Poca, pochissima cosa. E pure a questo diktat gli Stati europei si sono inchinati senza fiatare.
L’aggressione che un imperialismo di basso rango ha operato nei confronti di uno Stato ultrafallito e virtualmente in mano a un sistema imperiale molto più forte, nel cuore stesso della vecchia Europa, è stato lo sbocco di una lunga crisi strisciante.
Nel primo decennio del 2000 l’economia aggregata dell’Europa era superiore a quella degli Stati Uniti. Si parla naturalmente di una sommatoria che politicamente e produttivamente ha poco senso, dal momento che gli Stati che componevano la nuova Unione europea erano tutto fuorché uniti in una reale compagine politica, con gli stessi interessi di una borghesia solidale, anzi erano alle prese con interessi divergenti e con una forma monetaria che anziché unire divideva, amplificando le differenze, le economie e le strutture finanziarie. Non a torto anche la UE era chiamata “un gigante economico e un nano politico”.
Agli inizi di questi anni ’20 la situazione si è ribaltata, con le capacità produttive degli Usa che hanno sopravanzato quelle europee.
Le condizioni di privilegio costituite dalla moneta di riferimento mondiale, dalla possibilità di emettere debito senza che alcuno possa osare una critica seria, anzi, la capacità di attrarre capitali e farsi comprare il debito emesso, così come la potenza del tessuto produttivo hanno costituto un sistema formidabile per il predominio americano sul resto della finanza mondiale.
Anche il problema energetico è stato, con il criminale sistema dell’estrazione di gas e petrolio dalle sabbie di scisto, uno strumento che ha risolto i problemi energetici americani, ponendo il Paese al vertice della produzione mondiale. Con il risultato che per le industrie europee l’energia costa più del doppio delle loro concorrenti americane. In questo la guerra russo-ucraina ha dato una buona mano agli Stati Uniti, in termini di concorrenza.
Ad ogni modo la situazione di perdurante crisi caotica che ha caratterizzato tutto l’arco dei 15 anni passati, da quella finanziaria partita dal settore immobiliare, a quella borsistica, alla crisi dei debiti sovrani nei paesi del sud Europa, non ha impedito che il capitalismo, alla scala mondiale, abbia continuato la sua corsa, sviluppando però una serie di criticità locali, culminate con un evento esterno al capitalismo ma fortemente condizionante: la pandemia degli anni appena trascorsi, che ha innescato una situazione inflattiva, altrettanto grave di quel lungo periodo deflattivo che fino al 2022 ha regolato la finanza mondiale e di conseguenza ha ridotto la crescita auspicata di produzioni e consumi.
All’inflazione, invocata per anni per uscire dalla gabbia deflattiva e poi giunta con livelli giudicati non sopportabili, le Banche Centrali hanno risposto con la medicina principe, l’aumento dei tassi di interesse.
La riduzione della liquidità conseguente ha imposto un aumento della concorrenza e una decisa stretta sulla economia tedesca che più di tutte le europee si era messa in forte concorrenza con gli Stati Uniti. La Germania si era posta in Europa al vertice della offensiva produttiva e commerciale, e aveva invaso il mercato americano, approfittando della organizzazione “aperta” dei mercati come strutturata dal WTO, anche grazie al vantaggio dei bassi costi energetici permessi dai prezzi praticati dalla Russia, accumulando un consistente avanzo mercantile.
Questa situazione aveva portato, anche in un recente passato, a una serie di minacce dirette americane, fino a passare a vie di fatto, già sotto la presidenza Obama, dallo “scandalo” del cosiddetto “dieselgate”, costato alla Volkswagen e all’intero comparto automobilistico tedesco perdite colossali, al caso Monsanto, azienda chimica americana acquistata dalla Bayer, subito poi obbligata dai tribunali americani a risarcimenti miliardari ai danneggiati dall’uso del glifosato.
Lo strisciante scontro commerciale si è infine trasformato, a guerra iniziata, in attacco di guastatori al gasdotto Nord Stream, spregiudicata incursione che ha liquidato il dumping energetico dal maggiore capitalismo europeo, rimettendo così in riga tutti gli altri, che in varie occasioni si erano allineati alla Germania.
La guerra russo-ucraina è stata la cornice perfetta con cui il declinante ma ancora potentissimo sistema industriale militare statunitense ha ripreso il sopravvento su un gigante economico europeo ancora politicamente e militarmente debole al cospetto degli Stati Uniti.
Il risultato economico di questo inverno, certificato dall’Ufficio federale di statistica, è che la Germania è entrata in una fase di depressione, con la produzione economica diminuita per due trimestri consecutivi. Dopo la risalita del PIL e lo stentato ritorno alla “normalità economica”, le previsioni di recessione ritornano per gran parte del mondo, in particolare per Stati Uniti, Unione Europea e Cina. Per gli anni a venire i presagi, per quel che valgono in una situazione così caotica, danno crescita in diminuzione ovviamente in Russia, ma anche in Germania e Stati Uniti.
Oltre alla guerra guerreggiata in Europa, a quella sospesa nel Pacifico, si sviluppa la guerra commerciale nel mondo. È tramontata, se mai ha avuto sostanza, la “globalizzazione”, basata sul libero mercato, sulle frontiere aperte, sui trattati internazionali che avrebbero dovuto regolare scambi e controversie, e mettere un freno agli aiuti di Stato e riparare le industrie nazionali dalla concorrenza “sleale”. Mercato e libero scambio sono mezzi e strumenti che devono essere subordinati alle condizioni politiche delle dinamiche tra gli Stati e alle esigenze delle loro strategie, anche militari. Finalmente la menzogna del libero mercato si disvela per quello che è, sotto la spinta delle contraddizioni capitalistiche. La guerra commerciale, con il dirigismo, i sussidi e i dazi, si riprende la scena senza gli infingimenti delle liberalizzazioni..
L’accelerare di questi sconvolgimenti è salutato dai comunisti come un processo progressivo, il crollo di coalizioni, complicità e forme irrigidite nelle quali le oligarchie del capitale pretendono controllare il mondo.
La classe operaia è oggi costretta a sottostare a quanto decidono i propri governi, impedita ad opporsi alla guerra tra gli Stati borghesi che scaglia proletari gli uni contro gli altri. Guerre per i confini territoriali, per il controllo degli approvvigionamenti energetici, per le materie prime, ma tutte contro i proletari che, pur costretti dentro in una divisa, non hanno tuttavia patrie da difendere.