Partito Comunista Internazionale

Il Partito Comunista 429

Sulla strada di sempre

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2024

La più che secolare vicenda storica della nostra corrente politica ha conosciuto momenti di difficoltà interna in cui la chiarezza del nostro indirizzo è stata in parte offuscata dall’emergere di atteggiamenti dissonanti con le nostre tesi politiche, la nostra dottrina e la nostra tradizione pratica tramandata da generazioni di compagni. Tali tendenze, le quali dapprima si manifestano in modo dissimulato e in seguito sempre più conclamato, sono state il più delle volte il frutto dell’operare di una frazione costituitasi attorno al centro operativo del partito: per questo motivo già in altra occasione parlammo di “frazionismo dall’alto”.

Dobbiamo ammettere che un momento di difficoltà sia stato vissuto di recente dal nostro partito e che il suo esito sia stata una spaccatura impostaci come unica alternativa a un atto di sottomissione all’opportunismo personalistico che si era imposto all’interno dell’organizzazione. Ancora una volta dobbiamo prendere atto che con una certa ricorrenza momenti di debolezza della nostra parte politica si presentano con caratteri simili, come se periodicamente l’orologio della storia non potesse fare a meno di fare risuonare il cucù dell’opportunismo e del conformismo ideologico.

Tali crisi, per quanto dolorose, sono state e saranno almeno in parte inevitabili, fino a quando il dominio del regime del capitale non sarà ovunque rovesciato per via rivoluzionaria dalla classe dei proletari. Questi fenomeni di incipiente degenerazione interna sono, infatti, la naturale conseguenza dell’influsso che il veleno ideologico borghese riesce ancora a insinuare nelle nostre fila in questi durante i tempi di prolungata e cupa controrivoluzione. Certo noi ci siamo sempre organicamente riproposti di creare tra le fila del nel nostro partito un ambiente ferocemente antiborghese, un gruppo compatto di comunisti uniti nella lotta per al fine di fare valere gli interessi immediati e storici del proletariato. Ma siamo anche consapevoli della difficoltà che trova ad affermarsi nella pratica, una rappresentazione teorica che debba scontrarsi con una realtà presente ostile.

Nel partito comunista, che noi ci ostiniamo a considerare la prefigurazione della società futura, il militante trova un ambiente nel quale è non solo una aspirazione, ma una condizione imprescindibile che i compagni applichino quella che chiamiamo “fraterna considerazione”; il che significa che nel partito si dice solo la verità, che ai compagni si attribuiscono solo intenti costruttivi e sinceri, senza retropensieri, per non parlare di secondi fini o lotte per il potere. A queste condizioni il partito è forte, indistruttibile; ma, se per qualche ragione, questo atteggiamento si indebolisce e rischia di perdersi, è compito dell’intero partito impegnarsi a ritrovare la giusta armonia ed equilibrio. Queste debolezze possono a volte sorgere all’interno del centro stesso del partito provocando quei danni che alla lunga minano la vita interna della nostra organizzazione. Si parva licet, questo è quanto accadde in Russia negli anni venti, e che accadde a questa compagine nel 1973: si tratta di frazionismo dall’alto, e le conseguenze sono sempre gravi. Così è stato anche questa volta.

In un testo di qualche decennio fa riferendoci a una crisi che aveva attraversato il nostro partito con gravi conseguenze, scrivemmo: “Affermiamo che il massimo rendimento nell’utilizzo di tutte le forze del partito risiede nei metodi unitari di lavoro poggianti sulla “fraterna solidarietà e considerazione fra compagni”, relegando quindi e finalmente nel museo della preistoria, anche dell’organizzazione proletaria, i metodi oggi distruttivi, che solo per immaturità storica del nostro movimento dovettero avere in essa dei precedenti, del “combattimento” fra compagni e fra frazioni con tutto l’armamentario fatto di democrazia, confronti numerici, ma anche esagerazioni e forzature polemiche, fino la frazione di sinistra dover sopportare attacchi personali, calunnie, pettegolezzi, manovre fra personaggi più in vista, manipolazioni di adulate basi”.

Le ragioni del comunismo sono più forti di ogni tentativo di affossamento, fosse anche quello di chi accetta di fare passare per ridicola la nostra critica scientifica alla merce, al lavoro salariato, all’economia politica e, dunque, allo Stato politico di cui abbiamo dissacrato l’idolo scansando il velo che copre la nuda essenza di violenza organizzata della classe dominante sulla classe dominata. Anche il nostro programma per realizzarsi avrà bisogno della violenza e della dittatura rivoluzionarie della classe proletaria. Ma nella misura in cui la società di transizione recherà ancora visibili le fattezze del vecchio mondo; non sarà certo un insensato culto della violenza la fonte d’ispirazione di modelli di comportamento. D’altronde se a noi marxisti è alieno sia l’essere autoritari che libertari per principio, affermiamo con certezza che, trascorso il tempo della dittatura del proletariato, non potrà sussistere alcuna autorità politica.

Consapevoli dunque di quel che si cela dietro lo spaventapasseri dell’autorità per l’autorità, sappiamo che il migliore antidoto a ogni sbandamento personalistico sarà un partito comunista organizzato sulla base dell’autentico centralismo organico: in esso la disciplina che farà marciare uniti e composti i ranghi della nostra compagine, sarà il frutto della passione comunista e del senso di responsabilità di ciascun compagno la cui consapevolezza e le cui certezze cresceranno nel partito, rendendo superflui i rituali richiami all’ordine da parte dell’aspirante caporale di giornata e superando il ridicolo ricorso a provvedimenti disciplinari.

Le deviazioni dal tracciato del centralismo organico si presentano sempre a seguito di differenti proposte sul piano tattico, dove più difficile è trovare una soluzione univoca: difficile, ma non impossibile. La nostra storia, i nostri testi, da Marx in poi, hanno già tutte le risposte, basta lavorare a cercarle. Questo è l’insegnamento dei nostri maestri. Quando invece si pretende che la giusta risposta venga da un interprete massimo e indiscutibile della dottrina e che l’organizzazione si adegui alle sue direttive in base al semplice e caporalesco, richiamo alla disciplina, siamo fuori dalla Sinistra, siamo a Stalin.

I comunisti hanno brama di lottare e sanno imporsi tutta la disciplina che il Partito richiede nell’affrontare un nemico di classe violento e feroce. Ma il mondo che vogliono, e che immancabilmente verrà, sarà senza classi e senza autorità politica. Di questo futuro luminoso i comunisti vogliono essere, in qualche misura partecipi, qui e ora; tale futuro, d’altronde, già agisce fra le macerie del mondo borghese che va morendo perché deve morire. La possibilità di sperimentare una rinnovata comunità organica e armonica viene ora offerta alla milizia nelle file del suo Partito, il Partito Comunista Internazionale che si ritrova ancor oggi sulla strada di sempre.

1974

Da Il Partito Comunista n.1, settembre 1974.

La testata il partito comunista e la rete organizzata di militanti che si raccoglie e che si raccoglierà intorno ad essa sono il frutto di una selezione operatasi nel corso della «dura opera di ricostituzione della teoria e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco», che la Sinistra comunista d’Italia ha intrapreso dopo il crollo nel 1926 dell’Internazionale Comunista, preda dello stalinismo e della deforme teoria del “socialismo in un solo paese”.

La storia della ricostituzione reale del partito rivoluzionario di classe non può non essere contrassegnata da queste periodiche selezioni che esprimono in campo organizzativo il chiarimento, la messa a punto o semplicemente il porsi all’ordine del giorno di grandi problemi di teoria, di programma, di tattica, di metodo di lavoro interno e di organizzazione che la realtà stessa e non la volontà di uomini porta il partito ad affrontare, a dover ribadire e precisare.

La Sinistra comunista d’Italia dopo il 1926 riprese il cammino di restaurazione del partito, prima di tutto riaffermando in tutta la loro portata quei dati che erano stati alla base della vittoria di Russia e della costituzione della Terza Internazionale al suo secondo Congresso nel 1920. Necessità assoluta del partito politico di classe, organizzato alla scala mondiale, in maniera centralizzata e non federalistica, e fondato sulla teoria e la dottrina marxista considerate invarianti; necessità della rivoluzione violenta e della dittatura del proletariato, diretta in prima persona dal partito di classe; riaffermazione, contro lo stalinismo imperante, della tesi, ben viva al tempo di Lenin, che il proletariato vittorioso in un paese deve subordinare tutti i suoi sforzi alla vittoria proletaria mondiale: di conseguenza la gerarchia del partito comunista mondiale deve essere Internazionale comunista – Partito al potere – Stato proletario.
Riaffermando queste posizioni chiave la Sinistra doveva necessariamente marciare contro lo stalinismo, separata da tutte quelle posizioni e raggruppamenti che, dal crollo dell’Internazionale, avevano tratta la lezione contro la necessità del partito centralizzato e dello stato dittatoriale a partito unico, posizioni e raggruppamenti “antistalinisti” che si ricongiungevano di fatto alle posizioni kapedeiste, già battute al secondo Congresso.

Altra, determinante posizione della Sinistra d’Italia fu che le cause della degenerazione dell’Internazionale andavano ricercate non solo nella serie di eventi oggettivi sfavorevoli che avevano contrassegnato il cammino del proletariato rivoluzionario nell’arco 1917-1926, ma in una serie di debolezze soggettive, ascrivibili a gravi lacune nel processo di formazione dell’Internazionale stessa e dei partiti aderenti, processo che la necessità della battaglia immediata aveva reso imperfetto: una mancata elaborazione e sistemazione del campo della tattica, pari a quella magistrale che si era avuta per opera dei bolscevichi nel campo della restaurazione teorica e programmatica; in una non corretta pratica organizzativa fin dal quarto Congresso, da noi denunciata come pericolosa e foriera di disgregazione (fusioni, noyautage, partiti simpatizzanti ecc.); infine in un non corretto metodo di funzionamento e di lavoro interno che cominciò a farsi strada almeno dalla risoluzione del problema tedesco del 1923 e diventò predominante nell’Internazionale sotto il termine aberrante di “bolscevizzazione”.

Le lezioni della tragedia storica andavano tratte, per la Sinistra, facendo un bilancio critico di tutta l’opera dell’Internazionale dal 1920 al 1926, bilancio, del resto, già contenuto nelle nostre Tesi di Lione al terzo Congresso del P.C.I..

Questa impostazione della questione provocò necessariamente un’altra separazione di strade storiche: quella fra la nostra corrente e quelle di Trotski e dell’Opposizione di Sinistra russa, che questo bilancio rifiutava, per ragioni materiali e non certo per mancanza di volontà.

Nel 1945, giunto materialmente a compimento il processo del passaggio nel campo controrivoluzionario della Russia e dei partiti stalinizzati, si pose all’ordine del giorno la ricostituzione del partito comunista rivoluzionario sulle basi suddette. Ormai la nostra strada e quella della “Internazionale” trotskista o dei ritornati allo spontaneismo divergevano su tutti i punti ed irreversibilmente. A base della ricostituzione organizzativa non poté dunque essere posto il generico antistalinismo di vari raggruppamenti. Fu posta invece, con la Piattaforma Politica del 1945, l’esperienza storica elaborata dalla Sinistra italiana e su questa strada si cominciò la “dura opera” con il quindicinale Battaglia Comunista e la rivista Prometeo.
L’epoca aperta dal secondo dopoguerra dettò al partito la necessità di risolvere diversi problemi reali, di prospettiva e di tattica. Il punto cruciale di questo mastodontico lavoro, condotto dal 1945 al 1952, furono le Tesi Caratteristiche del partito, del 1952, che costituirono la base per l’adesione al partito. Coloro che non accettarono in blocco le Tesi Caratteristiche si trovarono automaticamente fuori dell’organizzazione. Nessuno ebbe a cacciarli: da soli se ne andarono non condividendo i risultati a cui era giunto il lavoro del partito nei diversi campi. Poterono, secondo le parole delle nostre Tesi del 1965, prendere “qualunque altra strada che dalla nostra diverga”. La presero, e la stanno seguendo, a quanta distanza dal partito non ci importa stabilire.

La situazione stessa del crescere e del solidificarsi dell’organizzazione di partito, intorno al quindicinale Il Programma Comunista ed anche alla scala internazionale, pur permanendo una situazione morta ed amorfa dal punto di vista della crisi rivoluzionaria, pose all’ordine del giorno nel 1964 la necessità di affrontare i problemi relativi ai compiti perenni del partito ed al modulo di funzionamento interno della organizzazione. Ancora una volta la situazione, non la volontà di Tizio o di Caio, fecero venire in primo piano problemi che, già contenuti in cento nostre enunciazioni databili fin dal 1920, dovevano ora trovare una sistemazione definitiva: i problemi dell’organizzazione del partito ricostituito, seppure come ridotta rete. Si procedette a questa necessità secondo il nostro metodo che non conta le opinioni dei singoli o dei gruppi, ma ricerca nel passato e nel futuro la risposta ai problemi dell’oggi e del domani. Furono, dal 1964 al 1966, allineati, con metodo marxista, le esperienze e i bilanci della vita organizzata del partito comunista mondiale dal 1848 al 1926, rimettendo al loro posto i vari fattori che definiscono l’essere del partito comunista, teoria, programma, tattica ed organizzazione. E da queste esperienze furono tratte conclusioni oggettive e definitive riassunte nei corpi di Tesi 1964-1966, che sono anche esse da accettare o da rigettare in blocco, perché costituiscono non il frutto del parere opinabile di qualcuno, grande capo o gregario, ma un risultato di tutto il modo di vedere della Sinistra nell’arco di cinquanta anni.
Posta sul cammino della ricostituzione del partito quest’altra pietra miliare, secondari ed in un certo senso indifferenti ne furono i riflessi organizzativi. Alcuni, molti o pochi, se ne andarono. Erano anch’essi liberi di prendere qualsiasi altra strada diversa dalla nostra. Non avevamo da prendere nessun provvedimento né per spingerli fuori, né per trattenerli dentro. Le nostre strade divergevano e divergono, e la divergenza è rappresentata da un blocco monolitico di tesi ed enunciazioni che sono quelle tipiche della Sinistra.

Nelle Tesi del 1964-1966, e nella storia reale del partito che abbiamo tratteggiato e che esse riassumono, è contenuta una descrizione della dinamica organica del partito che si può riassumere in questi termini:
«Nella concezione del centralismo organico la garanzia della selezione dei suoi componenti è quella che sempre proclamammo contro i centristi di Mosca. Il partito persevera nello scolpire i lineamenti della sua dottrina, della sua azione e della sua tattica con una unicità di metodo al di sopra dello spazio e del tempo. Tutti coloro che dinanzi a queste delineazioni si trovano a disagio hanno a loro disposizione la ovvia via di abbandonare le file del partito. Nemmeno dopo avvenuta la conquista del potere possiamo concepire la iscrizione forzata nelle nostre file; è perciò che restano fuori dalla giusta accezione del centralismo organico le compressioni terroristiche nel campo disciplinare, che non possono non copiare il loro stesso vocabolario da abusate forme costituzionali borghesi, come la facoltà del potere esecutivo di sciogliere e di ricomporre le formazioni elettive – tutte forme che da molto tempo si considerano superate non diremo per lo stesso partito proletario, ma perfino per lo Stato rivoluzionario e temporaneo del proletariato».

È sempre, dunque, per Marx, per Lenin e per la Sinistra, il lavoro di scolpimento dei cardini teorici, programmatici, tattici del partito che può portare come conseguenza a lacerazioni e scissioni dell’organizzazione. Quando la scissione avviene su questa base essa è il risultato del delinearsi di posizioni politiche divergenti ed è fatto naturale, organico, storicamente positivo. Ma nella concezione del centralismo organico, cioè in una concezione correttamente marxista della dinamica interna del partito, la compressione organizzativa non può essere ritenuta un metodo per risolvere problemi e divergenze interne senza che questo metodo non arrivi pian piano a snaturare la stessa concezione del partito. Tanto le Tesi sanciscono senza esitazioni come risultato dell’esperienza storica.

Dal 1970 al 1973 la storia ha posto all’ordine del giorno del partito diversi problemi. Secondo il nostro classico metodo si doveva procedere alla ricerca oggettiva e razionale della soluzione, dal che soltanto poteva scaturire o l’accordo unanime di tutta l’organizzazione o il delinearsi netto di opposte posizioni e di conseguenza la spontanea, naturale ed organica separazione organizzativa. Tutta una serie di ragioni materiali hanno impedito che il metodo rivendicato da sempre e codificato nel 1965 fosse praticamente applicato alla risoluzione di questi problemi reali. Si è usato il metodo opposto, riportando all’interno dell’organizzazione i metodi della lotta politica, del terrorismo ideologico, della pressione organizzativa verso militanti i quali si dichiaravano assolutamente d’accordo sul blocco di posizioni fondamentali del partito ed accettavano nella maniera più assoluta la disciplina esecutiva nell’organizzazione. L’uso di questi metodi ha fatto sì che la selezione che dà ora vita alla testata Il partito comunista si sia manifestata, per la prima volta nella storia del partito, non come un’uscita volontaria di militanti in disaccordo su qualche fondamentale posizione, ma come espulsione d’ufficio di chi dichiara di accettare tutto intero il patrimonio teorico, programmatico, tattico della Sinistra Comunista.

L’uso di questi metodi contravviene praticamente alle tesi del partito sul centralismo organico, il che significa che contravviene, dato che queste tesi non sono un lusso teorico, all’unico metodo che la storia ha selezionato per costruire in pratica la forte e compatta organizzazione rivoluzionaria di cui il proletariato ha bisogno per la sua emancipazione. Con questi metodi non si costruisce il partito – è l’esperienza storica che lo insegna con sanguinose lezioni – anzi si apre il partito ad ulteriori deviazioni anche nel campo programmatico e tattico, venendogli meno una delle principali “garanzie” di mantenere la giusta rotta: il metodo di lavoro interno, terza direzione in cui la Sinistra denunciò il risorgere dell’opportunismo nell’Internazionale di Mosca.

Non la nostra volontà, ma i fatti materiali tracciano a questo punto la nostra rotta: difesa aperta ed integrale delle posizioni classiche di sempre della Sinistra come le sole sulle quali possa ritessersi la rete organizzata del partito di classe compatto e potente. Costretti a prendere atto dell’esistenza di due organizzazioni, che non abbiamo voluta né provocata, non abbiamo da scrivere sulla nostra bandiera nient’altro che la completa adesione e fedeltà alla tradizione di Marx, di Lenin, della Sinistra Comunista, codificata nei corpi di tesi che si chiamano: Tesi di Roma, Tesi di Lione, Tesi caratteristiche del 1952, Tesi sul centralismo organico del 1964-66. E da rivendicare che solo su quelle basi intangibili ed immodificabili è nato, si è sviluppato e deve vivere e potenziarsi il Partito Comunista Internazionale.

La crisi giapponese rompe l'incantesimo del carry trade

La grave crisi finanziaria giapponese ha superato da tempo il suo stadio preliminare, e sta venendo alla luce del sole attraverso le crepe lasciate aperte dall’imbarazzo dei media statali e degli investitori privati. Le caratteristiche e le implicazioni degli eventi che si sono succeduti dall’inizio di agosto hanno creato una situazione che non si ritiene possa essere risolta additando come unico capro espiatorio il governo. Anzi, ha piuttosto accelerato la caduta del governo Kishida. Quest’ultimo evento deve essere visto sulla scia della ricerca di una novità credibile per affrontare la crisi che si sta lentamente deteriorando. Ci sono alcuni aspetti che vanno messi in evidenza per spiegare la situazione da cui è scaturita questa instabilità finanziaria, spesso ritratta dai media come una tempesta passeggera, molto meno preoccupante dell’allarme tsunami, tale da non meritare nemmeno più il secondo o terzo posto nell’ordine delle notizie di un telegiornale.

Questi fattori, da considerare come precondizioni per l’effettivo sviluppo osservato nella finanza e nell’economia giapponese, possono essere suddivisi in due gruppi: il primo, risalente al luglio 2024; il secondo, più remoto, che è in atto almeno dalla prima metà del 2023.
A partire dal luglio il capitale aziendale e finanziario giapponese aveva visto svanire la certezza che il settore statale sarebbe stato in grado di riacquistare dal mercato l’intero ammontare del suo debito pubblico.

Veniva meno così un elemento di sostegno al processo di accumulazione in relazione ai suoi legami con la stabilità finanziaria, poiché fino ad allora la borghesia giapponese aveva potuto fare assegnamento sulla condizione preliminare per poter beneficiare della maggiore fiducia dei suoi investitori privati.
Questo sviluppo ha realmente compromesso la “segretezza pubblica” che circondava le operazioni portate avanti dalle istituzioni finanziarie giapponesi per mantenersi costantemente a galla nel mercato globale, esponendo per la prima volta alla luce del sole la sua falla decisiva. Questa consisteva in un diffuso e regolare ricorso alle operazioni di carry trade. Questo tipo di operazioni consiste nel prendere a prestito somme di denaro in paesi esteri dove i tassi di interesse sono più bassi, per investirle in altri paesi in cui grazie a tassi d’interesse più alti i rendimenti sarebbero stati maggiori: tutto ciò che promette di produrre profitti sostanziali in un secondo momento. I capitalisti giapponesi sono storicamente avvezzi a questo tipo di comportamento, la cui principale complice è stata la ferrea solidità dello yen che ne ha fatto a lungo un rifugio sicuro per molti investitori.

Per molti anni il Giappone non ha avuto un’inflazione significativa, il che ha significato una prolungata assenza del fattore principale che spinge tradizionalmente i banchieri centrali a decidere di aumentare i tassi di interesse. Il fenomeno dell’inflazione zero è stato a sua volta il portato dalla debolezza della crescita dell’economia nipponica e dello yen. I capitalisti giapponesi hanno sfruttato il tasso di interesse bassissimo (a volte addirittura negativo di 0,1 punti percentuali) per diventare la principale fonte di capitale a buon mercato per gli acquirenti interessati a investimenti speculativi, sia nel G7 che altrove.
Per coincidenza, il Giappone era anche considerato una “alternativa adeguata” per i capitalisti occidentali non disposti a investire nella Cina continentale.

Nel confronto tra il secondo trimestre del 2023 e quello del 2024, il PIL del Giappone è sceso dell’1,3% a causa di una domanda di beni di consumo debole, che ha fatto crollare in un colpo solo investimenti, e spesa delle famiglie. Quest’ultima, in particolare, ha continuato a scendere in tre dei quattro trimestri esaminati. Gli occhi degli economisti borghesi di tutto il mondo erano puntati sulla seconda metà dell’anno in corso, che nelle loro aspettative avrebbe visto un effetto dirompente sul rafforzamento della domanda interna, grazie alla debolezza della moneta e al contemporaneo miglioramento dei salari. Il vero “piatto forte” per i lavoratori non è stato che un misero aumento dopo la conclusione dello Shuntō, le trattative salariali di primavera.

La tanto preconizzata stabilità aveva due presupposti: il gabinetto Kishida ancora al potere e l’amministrazione Biden.

La realtà, invece, è stata molto più amara: le grigie prospettive per l’economia globale, dovute ai bassi saggi del profitto dell’industria e all’incertezza generata dai conflitti in corso che provocano forti oscillazioni sui prodotti energetici, hanno fatto saltare i piani di incremento dello sviluppo e degli investimenti nel Paese, privo di energia a basso costo e costretto ad acquistare gas naturale liquido persino dalla Federazione Russa. Questa situazione che rischia di portare nuovamente l’economia giapponese alla stagnazione, ribadisce la politica dei bassi tassi d’interesse e da parte di una borghesia impaludatasi nel parassitario maneggio del capitale fittizio, la quale utilizza il carry trade come strumento principale per ottenere grandi profitti senza fare praticamente nient’altro che generare soldi dai soldi stessi.

La spesa delle famiglie aveva già subito una forte contrazione su base annua del 6,3% a gennaio, con una successiva piccola contrazione su base annua osservata a maggio (1,8%). Le stime troppo ottimistiche sulla crescita dei salari reali (+4,7%) erano riuscite a persuadere gli osservatori esterni che la domanda delle famiglie era destinata ad aumentare nel breve termine grazie al “prevedibile” aumento del potere d’acquisto dei lavoratori. Ciò che era davvero “fuori dal radar” degli analisti economici è la necessità per una popolazione che invecchia, costretta a fare affidamento su un servizio sanitario pubblico in declino, e a puntare su piani pensionistici privati e di compensare la sua diffusa insicurezza sociale col risparmio. Il gabinetto Kishida si è trovato di fronte alla persistente carenza di lavoratori nel settore sanitario (medici, infermieri, assistenti agli anziani) e alla relativa debolezza dello yen che scoraggiava l’arrivo degli immigrati – soprattutto vietnamiti – che copriva la penuria di forza lavoro in molti settori.

Nel frattempo, la spesa per luce, acqua e combustibili è aumentata del 6,6% a maggio rispetto all’anno precedente e i prezzi dei prodotti alimentari sono saliti del 4,3%. D’altro canto, la diminuzione della spesa per la cultura e l’intrattenimento è crollata a -9,6% sempre su base annua.

Come se non bastasse, la prevista crescita dei salari si accompagna a un calo della produttività, che a sua volta lascia i consumatori nella posizione meno desiderabile: quella di pagare prezzi più alti per gli stessi servizi di prima, in modo da compensare le esigenze delle imprese di mantenere i loro margini di profitto sotto le continue pressioni inflazionistiche. L’indice dei prezzi all’importazione è intanto cresciuto del 6,9% su base annua a maggio. La debolezza dello yen è il fattore più esagerato dietro l’aumento dei prezzi dei beni importati ed è allo stesso tempo la fonte dell’elevato status finanziario e della ricchezza dei capitalisti giapponesi.

Poiché gli scambi di valuta non sono monitorati centralmente e direttamente dalle autorità, le dimensioni della pratica del carry trading rimangono di fatto sconosciute. La sua influenza è quindi più facilmente rilevabile alla luce del sole attraverso un’osservazione più attenta del mercato in cui opera chi ha preso capitali a prestito, piuttosto che del Paese in cui il prestito è stato erogato. Senza troppa sorpresa, tale mercato è quello statunitense: più precisamente, i titoli tecnologici al centro del NASDAQ. Gli investitori che guidano questi titoli sono abituati a comprare e vendere con denaro a buon mercato che, molto spesso, proviene dal Giappone. Sebbene tale abitudine si sia consolidata nel corso di tutta l’era dei tassi zero, è riemersa in modo più palese e diretto nell’attuale epoca della “febbre da chip” che corre sempre più in alto a Wall Street. In questi momenti, tuttavia, tali investitori non possono più confidare nel fatto che le istituzioni giapponesi non alzino i tassi di interesse.

La causa scatenante della crisi è stata, in effetti, la cattiva ricezione dei dati economici da parte di alcune Big Tech statunitensi nel primo venerdì di agosto, tra cui un’inquietante previsione sulla riduzione dei posti di lavoro. Quando, contemporaneamente, i mercati azionari statunitensi e giapponesi hanno riaperto lunedì 5 agosto, le loro performance hanno continuato a subire il peso della crisi, con l’indice della borsa giapponese Nikkei 225 che è crollato ai minimi dal 1987 con una perdita pari a -5,8% nella seduta di venerdì 2 agosto e -12,4% il lunedì 5. Per un rapido confronto, verranno esaminati anche gli indici statunitensi: l’S&P 500 è sceso del 3% negli stessi due giorni, mentre il NASDAQ Composite ha perso quasi il 5%, il Dow Jones Industrial Average ha perso almeno 1000 punti, con un calo del 2,6%. D’altro canto, l’indice VIX, che misura le aspettative di volatilità per il mese successivo, è letteralmente esploso. Altri indici di borsa incentrati sulla tecnologia, come l’ASX 200 australiano, il KOSPI della Corea del Sud e il Latex di Taiwan, hanno chiuso lunedì rispettivamente a -3-7%, -9% e 8,4%.

Questo andamento ha senso se si considera l’evento principale: la decisione della Bank of Japan (BoJ) di rendere più costoso lo yen, alzando ancora una volta i tassi. Per capire meglio dove si inserisce il ruolo del carry trading nell’equazione di questa crisi finanziaria, consideriamo la pratica non come un contratto tra singoli capitalisti, ma come una transazione interbancaria tra due partecipanti: una banca giapponese che offre un prestito in yen, un’altra banca estera e, infine, una terza parte, di solito un’altra banca o società finanziaria. La banca giapponese offrirebbe un prestito conveniente alla banca estera con una transazione transfrontaliera che – come abbiamo detto in precedenza – è un’operazione sul commercio di valuta, quindi soggetta a maggiore opacità rispetto a una transazione puramente finanziaria. Oltre a consentire una leva aggressiva sui profitti, questa pratica è spesso utilizzata anche per proteggere gli investitori da perdite ingenti, come quelle tutt’altro che rare del settore denominato fintech, dove rischi e guadagni sono spesso spettacolarmente elevati, entrambi nella stessa operazione.

Gli investitori giapponesi fanno inoltre abbondantemente affidamento sulle riserve estere, senza prestare attenzione alle potenziali catastrofi conseguenze anche catastrofiche che si nascondono in ogni cambiamento di politica della BoJ. Il cambiamento di strategia è stato messo in moto da quest’ultima proprio quando il fenomeno attualmente sotto la nostra attenzione era già diventato ingestibile, proprio come una palla di neve. I fondi pubblici, come il Government Pension Investment Fund, sono stati allocati in azioni e obbligazioni estere per circa la metà del loro valore (1.600 miliardi di dollari in totale). Questo fondo è presente nel mercato azionario statunitense, ma potrebbe esserne espulso se la BoJ decidesse di effettuare uno o più rialzi dei tassi di interesse. Gli investimenti internazionali netti degli investitori giapponesi ammontano a 487.000 miliardi di yen (3.400 miliardi di dollari). C’è da aggiungere che la BoJ ha puntato tutto sullo stesso paniere degli investimenti esteri di natura finanziaria. La ricerca di una soluzione a buon mercato per vendere il Giappone come mercato per il capitale di rischio ha avuto il costo di sollevare il coperchio di ciò che è al centro del capitalismo giapponese e della sua banca centrale. In assenza di osservazioni più significative, l’intero Stato giapponese può essere visto come una gigantesca centrale di carry trade a beneficio anche delle economie clienti. Un indicatore chiave di questa conclusione proviene da un parametro indiretto, i prestiti all’estero delle banche giapponesi, che possono essere monitorati attraverso i dati forniti dalla Banca dei Regolamenti Internazionali; a marzo hanno superato la soglia di 1.000 miliardi di dollari, con un forte aumento del 21% rispetto al 2021, e sono stati utilizzati come base per il calcolo dei prestiti all’estero.

In merito ai riflessi sindacali della crisi, il Rengo, cioè la più grande confederazione sindacale del paese, deve fare i conti con una situazione piuttosto complicata dopo la gestione disastrosa della trattativa sui salari. Adesso il Rengo deve difendere il “trionfo” di aver ottenuto un aumento del 5% dei salari medi pagati dalla grande industria, dal momento che Nippon Steel ltd, Toyota e altri hanno accettato di soddisfare parte delle richieste dei lavoratori e hanno deciso di aumentare i salari, nel caso di Nippon Steel ltd andando anche oltre quanto richiesto dal sindacato. Il problema si colloca al centro del funzionamento dell’economia secondo il modello di Kishida, a un passo da uno schema di riciclaggio di denaro, dove i salari sono stati aumentati a partire da uno yen debole come base della negoziazione. L’aumento dei tassi era già in vista, con tutte le parti coinvolte nei negoziati ovviamente consapevoli e in combutta tra loro contro i lavoratori. Questo risultato è difficile da difendere o da spiegare per i sindacati di punta del Giappone, che più probabilmente sfrutteranno il momento per lasciare che i sindacati più piccoli prendano l’iniziativa e falliscano miseramente nel tentativo di convincere le medie imprese (cioè quelle dove storicamente sono più presenti), ad aumentare i salari con i tassi attuali, l’inflazione e il valore dello yen del momento, per poi subire una perdita prevedibile in termini di potere d’acquisto, che rafforzerebbe ancora una volta il Rengo e renderebbe più facile il lavoro della classe borghese nell’intensificazione dello sfruttamento.

Da ogni fiume a ogni mare, la dittatura del proletariato

L’economia mondiale si avvicina sempre più a una nuova recessione generalizzata, mentre i conflitti in corso si intensificano e si espandono, coinvolgendo nuovi attori e interessando aree sempre più vaste. La guerra in Ucraina e il conflitto in Medio Oriente proseguono fra spargimenti di sangue, ridefinendo nuovi rapporti di forza fra le grandi potenze e mettendo a dura prova la gerarchia imperialistica. Nella storia del capitalismo moderno, la secolare lotta per il controllo dei mercati non ha mai consentito cambiamenti al vertice della piramide mondiale senza che un’ondata di inaudita violenza accompagni l’ascesa di un nuovo Stato egemone a livello globale. Sebbene un tale cambiamento non sembri imminente allo stato attuale delle cose, le contraddizioni generate dal lento ma inesorabile declino della potenza statunitense continuano ad accumularsi.

Nel Medio Oriente

Sappiamo che certi grandi cambiamenti storici non si presentano mai come il risultato di processi graduali e lineari. La nostra visione dialettica ci induce a vedere e a prevedere che l’ascesa della potenza economica di un capitalismo più giovane non si traduce immediatamente e in maniera meccanica in un proporzionale accrescimento dell’influenza politica e della forza militare. L’ascesa economica della Cina, per decenni sostenuta e senza significative battute d’arresto, non poteva che portare, nel lungo termine, alla pretesa di assumere un ruolo di maggiore peso nella strategica regione del Medio Oriente dalla quale proviene gran parte del proprio approvvigionamento energetico e dove trova sbocco una delle direttrici più importanti della sua espansione commerciale. Ma non è un caso, tuttavia, che il tentativo di Pechino di cambiare le carte in tavola proponendosi quale arbitro nell’equilibrio fra gli Stati mediorientali, si sia concretizzato quando il capitalismo cinese si è lasciato alle spalle l’impetuosa accumulazione iniziale confrontandosi con una maturità avanzata, giunta così rapidamente da far già intravedere i primi segni di un declino senile. Resta il fatto che nel 2024 la produzione industriale cinese rappresenta il 31,6% del totale globale, quasi il doppio rispetto al 15,9% degli Stati Uniti, secondi in classifica.

Dal punto di vista statunitense, i presupposti della guerra in Ucraina potevano essere visti nel tentativo di contenere il connubio fra l’industria europea e le risorse energetiche russe, inviando al contempo un messaggio minaccioso alla Cina. La guerra in Medio Oriente, invece, è conseguenza delle ambizioni di Pechino di accrescere la propria influenza nell’area in un’area geostorica dove si stende su un oceano ricca di petrolio e di gas, la cui favolosa ricchezza è scaturita dalla dal sortilegio della rendita. L’accordo tra Iran e Arabia Saudita, firmato a Pechino nel marzo del 2023, è stato uno smacco che né gli Stati Uniti né Israele non potevano tollerare. Per questo motivo, si sono intensificate le pressioni occidentali su Riad affinché andasse in porto un accordo sul modello dei “patti di Abramo” fra Arabia Saudita e Israele. Tuttavia, questa possibilità è sfumata un anno fa, quando, liberando un violento getto di vapore ad alta temperatura, la valvola della pentola a pressione nella quale lo Stato di Israele aveva chiuso la Striscia di Gaza è saltata. Ne è scaturito un violento conflitto, guidato da una leadership borghese oscurantista, feroce ed in ultima istanza speculare alla sua controparte israeliana.

Gli ingredienti per un massacro senza fine c’erano già tutti ben prima dell’attacco del 7 ottobre compiuto dalla cosiddetta “resistenza palestinese”. Se si fosse trattato davvero della lotta di indipendenza di un popolo oppresso, probabilmente essa non sarebbe stata così spietata nel colpire indiscriminatamente, senza fare distinzione alcuna tra le forze militari e quelle civili che si trovano dall’altra parte del fronte, fra cui spiccano per numero e importanza i proletari israeliani e di altre nazionalità. A questo proposito, come dimenticare che i fautori “sinistri” della guerra borghese, schierati sotto la bandiera dell’integralismo islamico e delle manifestazioni interclassiste dei “propal”, hanno omesso di ricordare le decine di lavoratori asiatici uccisi e presi in ostaggio dai miliziani di Hamas?

La mortifera devastazione di Gaza, con le sue oltre 40mila vittime palestinesi nell’anno trascorso dall’inizio del conflitto, è stata accompagnata da una guerra che l’ipocrisia giornalistica definisce “a bassa intensità”, sia in Cisgiordania, con oltre 600 vittime palestinesi, che ai confini tra Israele e il Libano, dove circa 450 membri di Hezbollah sono morti. Ora, entrambi questi focolai assumono sempre più le sembianze della miccia di quell’esplosivo che minaccia di colpire tutta la regione. Le forze congiunte di Hamas, di Hezbollah, degli Houthi e dell’Iran si propongono come una “minaccia esistenziale” al cosiddetto “Stato ebraico” (per noi lo Stato è sempre del capitale e Israele non è affatto un padrone benevolo per i proletari ebrei). Ma come sempre ogni forza borghese ha i propri interessi e segue la propria agenda. In questo senso la compattezza di questo fronte è tutt’altro che monolitica.

Tuttavia il governo di Israele ha le sue ragioni per prendere sul serio tale “minaccia esistenziale” dato che effettivamente quello Stato potrebbe fare le spese di un mutato quadro dei rapporti di forza fra le grandi potenze imperialistiche. In questo quadro vanno inseriti i micidiali attacchi a sorpresa mirati contro il nervo dell’organizzazione militare degli Hezbollah. compiuti facendo esplodere nella seconda decade di settembre i dispositivi di comunicazione – cercapersone e ricetrasmittenti – in dotazione alla rete dei miliziani sciiti libanesi. Si è trattato di un duro colpo alla forza militare di Hezbollah di cui non possiamo conoscere l’esatta entità, ma che nell’intenzione di chi lo ha compiuto voleva ribadire il mito dell’invincibilità israeliane evocando il successo conseguito il 5 giugno 1967 quando le forze israeliane sferrarono un attacco militare preventivo contro Egitto, Siria e Giordania, dando inizio a una guerra lampo che fu il più grande successo della storia militare di Israele.

C’è tuttavia un elemento sul quale noi continuiamo a fare assegnamento per porre fine alle carneficine mediorientali: la forza del proletariato, sempre più stanco della guerra. In Iran e Israele, cioè i principali attori protagonisti della tragedia in atto, forse qualcosa sta iniziando a muoversi sotto la cappa di piombo che opprime i proletari di ogni nazione. In Iran, scioperi e manifestazioni di piazza si sono svolte in diverse città e aree industriali del paese. La città di Arak, considerata la capitale industriale del paese, è stata l’epicentro di queste lotte. In tutto il Paese, inoltre, i pensionati hanno manifestato contro il carovita che rende ancora più misere le loro già scarse pensioni, ma anche contro i costi della guerra per procura alimentata dalle mire espansionistiche del governo di Teheran.

In Israele, per ora, l’opposizione alla condotta del governo nella guerra di Gaza conserva una facciata interclassista. Eppure anche i proletari israeliani hanno pagato un prezzo alto: oltre 1.600 morti, più di 13mila feriti, 200mila sfollati ridottisi ora a circa 60.000. Il malcontento dei lavoratori necessariamente cova sotto le ceneri dell’interclassismo se lo Histradut, il principale sindacato israeliano di regime, all’inizio di settembre ha dovuto convocare lo sciopero generale per tentare di depotenziare la rabbia proletaria.

Nell’est Europa

Anche le ultime vicende che riguardano il fronte di guerra russo-ucraino vanno nella direzione di un ulteriore aggravamento del conflitto del tutto conseguente all’inasprirsi della contesa imperialistica. L’esacerbazione dello scontro in atto è ben illustrata dalla questione che domina il dibattito pubblico di questa metà di settembre: la discussione tra i sostenitori di Kiev sull’opportunità di autorizzare gli ucraini a colpire in profondità il territorio russo. L’Ucraina spinge per il via libera all’impiego di missili ad elevata gittata (oltre i 300km) sul territorio russo: per ora gli Stati Uniti si sono astenuti da rendere operativa questa richiesta, lasciando però liberi di comportarsi come meglio credono gli altri Stati aderenti alla NATO dotati di queste armi. Poiché l’utilizzo dei missili in questione per via delle loro caratteristiche tecniche ed operative, richiederebbe necessariamente l’intervento diretto di specialisti occidentali, Putin ha dichiarato, in un recente discorso pubblico, che l’autorizzazione al loro impiego equivarrebbe, per la Russia, ad un intervento diretto della NATO nel conflitto, rendendola dunque parte combattente. La propaganda delle potenze borghesi in guerra è spesso lontana dalla realtà, ma, al di là di ciò che Putin possa dire o pensare, esiste la realtà di una guerra per procura in cui una delle maggiori potenze coinvolte vede il conflitto estendersi all’interno dei propri confini nazionali.

In un contesto caratterizzato dalla progressiva rottura di ogni diaframma intermedio che separa la guerra regionale dalla guerra generale del capitale, anche l’Unione Europea pretende di avere detto la sua, nonostante i vari paesi si muovano ancora in ordine sparso e certe prese di posizione siano espressione di un’unità squisitamente di facciata. Anche l’inutile e impotente Parlamento europeo con una risoluzione non vincolante, adottata il 19 settembre, chiede «ai Paesi dell’UE di eliminare le restrizioni che impediscono all’Ucraina di utilizzare i sistemi di armamento occidentali contro obiettivi militari legittimi in Russia». Per quanto poco conti un voto del Parlamento europeo, il momento di grave pericolo deve essere inteso dai proletari europei: i rappresentanti dei partiti borghesi accettano il rischio di scivolare in una guerra contro la Russia, perché a fare da carne da cannone saranno i lavoratori!

Riguardo l’efficacia di attacchi diretti sul territorio russo con missili a lunghissima gittata, più di un analista è scettico circa la loro effettiva efficacia sul campo. Tuttavia, non si può in ogni modo sottovalutare il significato politico di una simile liberalizzazione dei vincoli di intervento, con il rischio di superare la proverbiale linea rossa. Una mossa del genere potrebbe essere dettata dal grado di disperazione in cui versano i vertici militari dell’Ucraina. Anche l’attacco del 18 settembre contro Toropets, nella regione russa di Tver, in cui è stato colpito un enorme deposito di missili e proiettili di artiglieria, è allo stesso tempo sia un sintomo della difficile situazione del fronte interno ucraino che un ulteriore passo verso la guerra totale.

L’Ucraina per tentare di ribaltare le sorti della guerra, attualmente più favorevoli alla Russia, ha tutto l’interesse a puntare su un allargamento del conflitto con il coinvolgimento diretto dei suoi sostenitori nella guerra contro Mosca. In quest’ottica si può leggere l’operazione militare ucraina in territorio russo nella regione di Kursk. Le motivazioni di una simile operazione, brillante da un punto di vista strettamente tattico ma poco comprensibile da un punto di vista strategico, potrebbero essere dettate proprio dalla pretesa di dimostrare che l’esercito ucraino non sarebbe allo sbando e l’allargamento della guerra ai paesi NATO potrebbe essere anche uno sbocco realistico.

Il 6 agosto, una forte puntata offensiva dell’esercito ucraino, partita da Sumy, sviluppata impetuosamente per decine di chilometri nel territorio di Kursk nel punto dove evidentemente più deboli erano le forze difensive di frontiera russe, ha portato al dispiegarsi di una situazione nuova nel quadro bellico complessivo. Nell’attacco sono state impiegate le migliori truppe e le migliori attrezzature belliche disponibili. L’area pochissimo popolata, ricca di boschi che hanno permesso una ragionevole dispersione delle forze occupanti, ha avuto un deciso successo sul piano morale, nonché su quello propagandistico. Un evidente smacco per l’esercito russo che non ha saputo prevedere l’assalto, né contenere immediatamente l’avanzata ucraina.

Si può ritenere che questa operazione mirasse a ridurre la pressione sul fronte del Donbass, spostando truppe all’attacco in territorio ucraino alla difesa in territorio russo. Tuttavia, questo sembra non essersi verificato: da una parte la pressione sulla prima linea ucraina non è diminuita, dall’altra non sono diminuiti in intensità gli attacchi russi alle aree di interesse strategico. Fra questi, si segnala il bombardamento su Poltava, effettuato con razzi ipersonici, che ha distrutto una base militare nel centro cittadino, sede di un consistente contingente di soldati ed istruttori stranieri.

Frattanto l’avanzata delle forze russe è proseguita nel Donbass. Già nel febbraio le truppe russe avevano conquistato l’area di Avdiivka, caposaldo strategico che proteggeva le direttrici logistiche nell’oblast di Donetsk e punto di appoggio per la riconquista dei perduti territori del Donetsk ad est. Nelle ultime settimane la spinta si è polarizzata in direzione nord-ovest nella stessa regione, fino ad arrivare nei pressi di un altro importante caposaldo ucraino, Pokrovsk, che rappresenta la spina dorsale della logistica ucraina sul fronte orientale, assieme a Kramatorsk situata più a nord-est.

Aldilà degli sviluppi sul campo di battaglia, entrambi gli eserciti hanno un problema comune: devono affrontare la necessità di spedire nel macello della guerra nuova carne da cannone. Dal lato russo, un recente decreto ha determinato l’aumento degli effettivi dell’esercito che, con l’aggiunta di altri 180mila uomini, passa da 1.320.000 unità a 1,5 milioni di effettivi. Si tratta del terzo provvedimento del genere dall’inizio della guerra contro l’Ucraina, mentre la decisione di non spostare forze dal Donbass può essere letta come un’intensificazione del reclutamento di coscritti anche giovanissimi. Molto peggiore è la situazione dell’esercito ucraino, che non può fare a meno di organizzare per le strade delle città veri e propri rapimenti di uomini in età tale da poter combattere allo scopo di rimpiazzare le numerose perdite al fronte.

Benché siano ben nascoste tali notizie sotto la coltre di un assordante baccano mediatico, dilagano la diserzione, la renitenza alla leva, il rifiuto di combattere e i sabotaggi. L’istintiva reazione contro l’immane carneficina in corso resta ancora confinata nel numero e non organizzata, ma tali reazioni antimilitariste mantengono accesa la speranza di un collasso dei rispettivi eserciti e dei fronti interni.

In Ucraina come in Medio Oriente e ovunque, la sola possibilità di fermare le guerre del capitale risiede nell’indisponibilità dei lavoratori a piegarsi all’inquadramento militare che la borghesia impone loro per ribadire il proprio dominio di classe. Questo sarà possibile soltanto se il proletariato di ogni nazione si unirà per i propri interessi immediati e per il proprio compito storico di rovesciare la borghesia e realizzare il programma integrale del comunismo, sotto la guida del Partito Comunista Internazionale.

Il riarmo degli Stati del capitale annuncio della guerra generale

Le crescenti tensioni internazionali e le guerre determinate dall’inasprirsi della contesa imperialistica non potevano non riflettersi nella crescita settore della produzione manifatturiera dedicato alla produzione di armi. Sebbene nell’ultimo anno l’industria manifatturiera abbia segnato a livello globale una sostanziale stagnazione, con un modesto aumento in termini di volume della produzione (+2,5%), le cose sono andate in maniera assai diversa per l’industria, sempre più fiorente, finalizzata alla distruzione degli esseri umani e di quanto viene prodotto dal lavoro umano. Nel 2023 la spesa mondiale per gli armamenti è cresciuta del 6,8% segnando il più consistente incremento degli ultimi dieci anni raggiungendo il massimo storico di 2,4 trilioni di dollari. Si tratta di una somma impressionante, paragonabile al PIL di una metropoli capitalistica di media grandezza come l’Italia. Questo dato deve essere interpretato come una conseguenza delle crescenti tensioni fra le potenze, ma va letto anche come un’ulteriore conferma della storica predilezione del capitale per l’industria bellica, la quale garantisce profitti enormi e continuità produttiva anche nei periodi di crisi. Un aspetto quest’ultimo che vede integralmente confermata a oltre un secolo di distanza la validità delle parole di Rosa Luxemburg in “L’accumulazione del capitale” del 1913: «…dal punto di vista economico, il militarismo appare al capitale come un mezzo di prim’ordine per la realizzazione del plusvalore, cioè come campo di accumulazione». Questo settore produttivo è estremamente redditizio, soprattutto quando l’industria può beneficiare delle ingenti quote dei bilanci statali destinate alla spesa militare. Ma a sostenere la crescita di questa produzione non concorre soltanto l’aumento della domanda interna, incentivata dagli appalti pubblici del paese produttore. Un ulteriore elemento trainante è rappresentato dall’espansione della spesa per la “difesa” dei Paesi acquirenti i quali attingendo alle casse statali alimentano oltremisura la domanda globale di armamenti.

Un elemento che sembra indicare un punto di svolta non soltanto in termini assoluti, ma anche nella sua declinazione per aree geografiche, è il fatto che nel 2023, per la prima volta dal 2009, si è avuto un aumento delle spese militari in tutti i continenti.

I paesi che hanno investito di più nell’industria degli armamenti sono nell’ordine gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, l’India e l’Arabia Saudita.

Al primo posto si collocano ancora gli Stati Uniti che hanno assorbito il 37% della spesa mondiale, seguiti a notevole distanza dalla Cina che si ferma per ora al 12%. E’ dunque da rilevare come le due potenze che sono le principali antagoniste sulla scena planetaria, messe insieme raggiungano il 49% della spesa globale in armamenti. A completare il quadro di questo confronto fra potenze sono i dati riguardanti i paesi membri della Nato che nel 2023 hanno speso in armamenti 1.341 miliardi di dollari, pari al 55% della spesa militare mondiale. Anche qui la parte del leone la hanno gli Stati Uniti che con un aumento del 2,3% hanno speso 916 miliardi, cioè il 68% della spesa militare complessiva della Nato, mentre la quota di spesa dei paesi europei aderenti all’alleanza è del 28%.

La guerra in Ucraina ha dato notevole impulso alla spesa militare di alcuni paesi europei che, soprattutto nel caso di Russia e Polonia, vede una marcata tendenza al militarismo economico. Un fatto questo che non manca di avere ripercussioni sul mercato globale degli armamenti, se i fornitori dei paesi belligeranti, compiendo un giro del mondo, si trovano nelle più remote longitudini. La Russia, dall’inizio della guerra in Ucraina ha visto triplicare la spesa militare la quale ha raggiunto 100 miliardi di dollari, cioè il 6% del PIL. Tuttavia tale quota potrebbe in realtà essere assai superiore se, come fa notare il Financial Times, un quarto della spesa statale russa non viene reso pubblico e dunque sfugge alle statistiche. In due anni le imprese russe del ramo militare, le quali lavorano 24 ore su 24, sono passate da 2.000 a 6.000. Esse impiegano ben 3,5 milioni di addetti, cioè mezzo milione in più rispetto al 2021. Alcune di queste imprese, a causa della carenza di forza lavoro, offrono ai lavoratori addirittura l’esenzione dal servizio militare. I risvolti economici di questa crescita impetuosa sono vistosi. La crescita dell’occupazione è sostenuta e il tasso attuale di disoccupazione (2,8%) è il più basso di sempre nella storia della Russia post-sovietica. Questa prosperità economica indotta dal riarmo vede anche una significativa crescita dei salari dei lavoratori del settore della “difesa” che sono cresciuti fra il 20 e il 60%.

La Polonia è il paese in cui la crescita della spesa militare è più alta in termini relativi se fra il 2022 e il 2023 è cresciuta del 75% per cento, cioè di gran lunga l’aumento più cospicuo fra i paesi europei. Inoltre se si guarda alle statistiche degli ultimi dieci anni, i paesi che hanno incrementato maggiormente la loro spesa militare sono l’Ucraina (+1.272%), la Polonia (+181%), la Danimarca (+108%), la Romania (+95%) e la Finlandia (+92%). Non a caso quattro di questi paesi confinano con la Russia, la Bielorussia o l’Ucraina, un segno che la guerra in corso nell’Europa orientale stava incubando da parecchio di tempo. Questa vicenda del riarmo a ridosso della faglia creatasi nel quadrante est-europeo, in preparazione di una guerra regionale di ampie proporzioni, forse può lumeggiare quanto va succedendo in Asia orientale e particolarmente attorno all’isola di Formosa, fulcro della contesa fra Cina e Usa nel Pacifico.

Anche l’andamento delle spese militari in Asia, al di là di oscillazioni e rallentamenti episodici, conferma un quadro generale di crescita sostenuta degli armamenti.

Le importazioni di armi nell’Asia-Pacifico avevano subito una parziale battuta d’arresto poiché erano diminuite del 12% tra il 2014-18 e il 2019-23. Tuttavia questo calo si deve ascrivere alla diminuzione delle importazioni da parte cinese. Quest’area geografica resta comunque quella con il più alto volume di “import” di armi, con sei dei primi dieci paesi importatori del mondo: India, Pakistan, Giappone, Australia, Corea del Sud e Cina. Quest’ultima nell’ultimo quinquennio ha ridotto le importazioni del 44%. Ma questo dato, non è assolutamente in contraddizione con l’aumento del budget riservato alle spese militari che è stato fissato a 1665mila miliardi yuan (oltre 213 miliardi di euro), il quale ha segnato il nono aumento annuale consecutivo. La spiegazione si trova nel fatto che Pechino, in termini di armamenti, ha incominciato a produrre in proprio buona parte di quello che in precedenza veniva importato.

Al riarmo del Dragone fa da contraltare la corsa agli armamenti delle altre potenze imperialistiche della regione. L’aumento delle spese militari del Giappone è significativo. Il governo Kishida ha promesso di aumentare le spese degli armamenti al 2% del pil entro il 2027. Un aumento molto rapido se nel 2023 la spesa militare era stata di 50,2 miliardi di dollari attestandosi sull’1,2% del pil. Già nel 2024 il bilancio riguardante gli armamenti salirà a 52,67 miliardi di dollari.

Un esame particolare merita la crescita della Corea del Sud la quale con 47,9 miliardi di dollari di budget militare si colloca all’undicesimo posto, subito dietro il Giappone, nella classifica mondiale per paesi nella spesa per gli armamenti. L’aspetto che impressiona di più è il fatto che la Corea del Sud abbia registrato un aumento notevole delle esportazioni del 12%. L’andamento dell’industria bellica di questo paese merita dunque di essere esaminato più nel dettaglio. Nel 2000 la Corea del Sud era al 31°posto degli esportatori di armi nel mondo. Nel quinquennio 2018/2022 si era già posizionata al nono posto. Il fatturato dell’industria militare è balzato dai 7,25 miliardi di dollari del 2021 agli oltre 17 miliardi di dollari del 2022. Questa cifra è sicuramente aumentata nel 2023 grazie alle vendite di caccia alla Malesia e di veicoli all’Australia. La Corea è oggi la seconda potenza per esportazione di armi in Asia. Nel luglio del 2022 Seul ha firmato un contratto di notevole importanza con la Polonia per un totale di 12,4 miliardi di dollari. È il più grande accordo militare mai raggiunto dalla Corea del Sud nel corso della sua storia. L’accordo prevede fra l’altro la fornitura di centinaia di lanciarazzi Chunmoo, carri armati K2, obici semoventi K9 e aerei da caccia FA-50. L’obbiettivo apertamente dichiarato dalle autorità coreane è quello di diventare il 4° paese esportatore mondiale di ordigni mortiferi entro il 2027. Se questo sarà possibile si dovrà sostanzialmente a due fattori: il più che settantennale conflitto con la Corea del Nord e la guerra in Ucraina. Se il primo aspetto ha permesso il consolidarsi di un’industria domestica degli armamenti in grado di reggere la contesa col vicino nordcoreano, la guerra in Ucraina è diventata una grande occasione per fare affari. Questo conferma una tendenza osservata in altri paesi come l’Iran e la Corea del Nord: la produzione di armi, sostenuta dalle commesse statali, per la “difesa” domestica, ha come ricaduta non secondaria l’accrescimento della quota di un paese nel mercato globale.

Anche in India la spesa militare cresce in maniera costante e a un ritmo sostenuto. In questa assurda classifica che solo il capitalismo può concepire, l’India si posiziona al quarto posto con 83,6 miliardi di dollari, con un incremento del 44% rispetto al 2014.

Nonostante il governo Modi abbia incrementato la produzione di armi attraverso il programma “Make in India”, il gigante indiano rimane il più grande importatore di armi mondiale con un aumento nell’ultimo quinquennio del 4,7% . Da notare però che sebbene la Russia rimanga il principale fornitore con il 36%, l’ultimo quinquennio è stato il primo, dal 1960-64, in cui la quota di Mosca è scesa al di sotto sotto della metà delle armi importate. Nel periodo 2009-13 le importazioni di armi dalla Russia erano del 76%, ma erano scese già al 58% nel 2014-18. Avevamo già descritto questa tendenza nei nostri articoli. Questa diversificazione dei fornitori si deve anche agli accordi con gli Stati Uniti dai quali provengono il 13% delle armi acquistate da Delhi. Ancora maggiore il ruolo della Francia le cui forniture hanno raggiunto il 33% dell’import militare indiano. Da segnalare che la Francia è il secondo esportatore mondiale di armi superando la Russia.

Secondo la classifica della capacità di guerra convenzionale elaborata da Global Firepower analizzando aspetti militari, demografici, finanziari, logistici e geografici (ma senza considerare la disponibilità di armi nucleari), l’esercito indiano che conta 1,5 milioni di militari attivi in servizio, è considerato il quarto esercito più potente del mondo.

Anche il Pakistan, lo storico nemico dell’India, segue la tendenza generale al riarmo. Le importazioni di armi sono cresciute del 43% tra il 2014-18 e il 2019-23, grazie al consolidarsi dei legami con Pechino, da cui oggi proviene l’82% degli armamenti.

Gli Stati Uniti, grazie al nemico cinese, sono diventati primo fornitore di armi nell’Asia-Pacifico, coprendo il 34% delle importazioni, seguite dalla Russia con il 19%, mentre la Cina si attesta al 13%. Da segnalare che seppure le importazioni a Taiwan siano scese del 69%, nel prossimo quinquennio sono previste consegne di un certo rilievo, tra cui 66 aerei da combattimento, 108 carri armati e 460 missili antinave, tutti da parte statunitense (dati SIPRI).

Il sud-est asiatico registra in generale un netto calo della spesa militare, ma alcuni Stati mostrano invece una netta tendenza al riarmo: le Filippine ad esempio hanno visto un aumento delle importazioni di armi del 105%.

La corsa generale al riarmo non esclude tuttavia tentativi di mediazione fra paesi storicamente, rivali spesso finalizzati soltanto a guadagnare tempo. Il 27 maggio 2024 a Seoul si è riunito il primo vertice tripartito fra Corea del Sud, Giappone, e Cina. L’incontro aveva come scopo precipuo il rafforzamento della cooperazione economica e la discussione di possibili accordi di libero scambio. L’occasione è stata colta anche per parlare di una denuclearizzazione della penisola coreana, del tutto utopica nel regime capitalistico. Durante il vertice i tre Paesi hanno dichiarato: «Ribadiamo il nostro impegno per la pace e la stabilità nella regione, e per la denuclearizzazione della penisola coreana». Immediata la risposta da parte di Pyongyang: «Parlare di denuclearizzazione della penisola coreana costituisce una grave provocazione e una violazione della costituzione della Corea del nord, che prevede esplicitamente le armi nucleari». Questi tentativi diplomatici, pur apparendo come segnali di distensione, nascondono in realtà la perenne tensione imperialistica tra potenze, le cui manovre sono sempre orientate al mantenimento del proprio dominio economico e militare, e non alla reale risoluzione dei conflitti.

In questo macabro gioco fra capitalismi e imperialismi, la Cina, dalla sua posizione di membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite impegnato in una costante ricerca di impossibili equilibri, ha assunto una posizione volutamente ambigua. Da un lato, ha condannato gli ultimi test nucleari di Pyongyang e sostenuto le sanzioni volte a limitare lo sviluppo di nuove armi. Dall’altro non ha mancato di ribadire che l’aumento delle tensioni nella regione si deve alle congiunte manovre militari fra Corea del Sud e Stati Uniti, distogliendo così parte delle responsabilità alla Corea del Nord. Questa posizione riflette la complessa strategia cinese: mantenere un’apparente neutralità sulla scena internazionale, preservando i propri interessi regionali e cercando di bilanciare le relazioni sia con gli Stati Uniti che con i suoi alleati asiatici.

Nel completare questo quadro, tracciato per sommi capi e quindi inevitabilmente incompleto, della crescente corsa al riarmo globale, non possiamo limitarci a ribadire che la guerra generale fra potenze imperialiste rappresenta l’orizzonte inevitabile del sistema capitalistico. È invece necessario riconoscere come questa prospettiva stia entrando in una fase di preparazione sempre più accelerata. Di fronte all’aumento degli impegni bellici, la borghesia sarà costretta a far gravare i costi del riarmo sulla classe lavoratrice, imponendo nuovi prelievi fiscali, incrementando sia le imposte dirette che quelle indirette. Tuttavia, in questo contesto, la classe dominante si troverà ad affrontare un dilemma sempre più pressante. Da una parte, la borghesia avvertirà sempre di più la necessità di preparare il proprio apparato militare, drenando risorse e rafforzando il controllo sociale. Dall’altra, le crescenti tensioni sociali, alimentate dal deterioramento delle condizioni di vita, renderanno sempre più difficile garantire un assetto politico stabile. Ogni tentativo di imporre sacrifici ulteriori rischierà di scatenare resistenze e reazioni da parte del proletariato, il quale non sarà disposto a subire passivamente l’intensificazione del proprio sfruttamento. In tal modo il delicato equilibrio che la borghesia deve perseguire tra la preparazione alla guerra e il tentativo di mantenere la pace sociale si farà ogni giorno più instabile e precario.

La borghesia farà tutto ciò che è in suo potere per ottenere l’attiva collaborazione di partiti opportunisti e dirigenti sindacali corrotti, i quali cercheranno di soffocare il malcontento della classe lavoratrice in cambio di vantaggi politici e regalie economiche. In questo sforzo, la classe dominante metterà a frutto i sempre più sofisticati strumenti di propaganda di cui dispone. Ne conseguirà un controllo ossessivo, quasi militare, dei media che saranno orientati a sostegno di spudorate campagne di disinformazione e al controllo delle narrazioni più surreali per promuovere la “sacra unione delle classi” sotto la bandiera ingannevole della nazione e legittimare così i propri piani di riarmo.

Questo uso della propaganda, unito all’alleanza con i partiti opportunisti e i sindacati collaborazionisti, ha l’obiettivo di mantenere le masse lavoratrici sotto uno stretto controllo, soffocando ogni impulso di ribellione e cercando di far accettare i sacrifici necessari alla preparazione bellica, mascherando il tutto con promesse bugiarde di sicurezza e di giustizia fra le nazioni e di stabilità e prosperità per tutti. Tuttavia, questo fragile costrutto è destinato a incrinarsi di fronte alle reali condizioni di sfruttamento e miseria sempre più profonde.

L’avvicinarsi del conflitto imperialistico preparerà uno scenario sociale simile a quello già descritto da Rosa Luxemburg, nel testo sopra citato, alla vigilia della prima guerra mondiale: «[…] il capitale grazie al militarismo, fa piazza pulita, in patria e all’estero, degli strati non capitalistici e deprime il livello di vita di tutti i ceti che lavorano, tanto più la storia quotidiana dell’accumulazione del capitale sulla scena del mondo si tramuta in una catena continua di catastrofi e convulsioni politiche e sociali, che, insieme con le periodiche catastrofi economiche rappresentate dalle crisi, rendono impossibile la continuazione dell’accumulazione e necessaria la rivolta della classe operaia internazionale al dominio del capitale, prima ancora che, sul terreno economico, esso sia andato a urtare contro le barriere naturali del suo stesso sviluppo».

Noi comunisti facciamo assegnamento proprio in quella rivolta della classe operaia internazionale che sotto la guida del suo organo, il partito comunista internazionale, riuscirà a rovesciare il dominio infame e mortifero del capitale e porre fine al ciclo infernale delle sue false “paci” e delle sue guerre.

La lotta dei portuali australiani contro il capitale internazionale

Il 2 febbraio 2024 il Sindacato Marittimo di Australia (MUA) firmava un accordo di principio con la multinazionale della logistica Dubai Ports World (DPW) dopo che il giorno precedente era stata annunciata l’estensione dello sciopero fino al 10 febbraio.

Con l’accordo di principio si concludeva così una disputa salariale durata parecchi mesi contro uno dei maggiori operatori portuali privati dei terminal australiani di Brisbane, Fremantle, Melbourne e Sydney. L’accordo poneva fine a una vacanza contrattuale dovuta alla scadenza del precedente contratto che risaliva al settembre 2023. Il nuovo contratto che ha una durata di quattro anni secondo quanto si legge sul sito ufficiale del MUA “garantisce un’equa retribuzione, misure di sicurezza e di gestione dell’affaticamento, la sicurezza del posto di lavoro e un giusto equilibrio tra lavoro e vita privata per i portuali australiani”.

Il MUA celebra la fine del recente sciopero affermando: “I ‘wharfies’, cioè i portuali, svolgono un duro lavoro fisico per 24 ore, sette giorni alla settimana, in tutte le condizioni atmosferiche e in tutte le stagioni. Sono tra i lavoratori più duri, più produttivi e più flessibili del panorama economico australiano”. La fine di questo sciopero ha garantito che “…l’azione industriale sia stata ritirata e che [gli iscritti al sindacato] torneranno al lavoro…”.

Anche se la fine di questa vertenza non sarà l’ultima (almeno non nel prossimo futuro), lo sciopero, e il suo successo per i lavoratori, è l’ultimo e più lungo segno del crescente potere dei lavoratori in Australia. Infatti, l’Ufficio australiano di statistica sostiene che dal 2020 il numero di vertenze industriali è aumentato costantemente, una tendenza che si riflette anche in altri paesi.

L’accordo prevede aumenti salariali annuali dell’8%, del 7%, del 4% e del 4,5% per i 1.800 lavoratori portuali, oltre a un bonus aggiuntivo di 2.000 dollari.

Le azioni di lotta che hanno coinvolto circa 1.500 portuali della DPW, erano state già decise a settembre dai lavoratori con un voto “a stragrande maggioranza”, in opposizione alle continue misure di “taglio dei salari” imposte dalla DPW e agli irrisori aumenti di paga elargiti in concomitanza con un sostanziale aumento dei carichi di lavoro.

La federale Fair Wor Commission, con una mossa apparentemente in sostegno dei lavoratori, ha respinto il tentativo di DPW di sospendere l’azione industriale legalmente protetta del sindacato. Questa, insieme alla posizione olranzista in senso antisindacale dell’azienda è la risposta attesa dal sistema borghese nel suo complesso. Anche quando il sindacato ha presentato proposte più indulgenti, DPW le ha respinte, dimostrando il proprio disprezzo per i lavoratori su cui l’azienda pure fa affidamento per ottenere i suoi miliardari profitti.

Questo atteggiamento da parte del governo non è certo dovuto alla bontà d’animo di chi detiene il potere politico. Si tratta semmai di un espediente per tentare di garantire la pace sociale e perpetuare gli attuali rapporti di produzione capitalistici. Il nostro partito scriveva già nelle Tesi della Frazione Comunista Astensionista del 1920: “I rapporti capitalistici di produzione non possono venire alterati dall’intervento degli organi del potere borghese”. Il nostro incessante sforzo per attestarci sul piano dell’analisi materialista ci rende consapevoli che la difesa degli interessi della classe operaia attraverso gli organi dello Stato non è altro che un inganno e il dominio della classe borghese, nonostante l’azione legislativa delle attuali istituzioni politiche, non potrà mai garantire uno stabile e incessante miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari. Anzi, nonostante le leggi e le misure a “a tutela del lavoro”, le condizioni di vita e di lavoro diventeranno sempre più intollerabili per i lavoratori.

In Rassegna Comunista, n. 2 del 1921, riferendoci alla svalutazione del ruolo del partito da parte del sindacalismo rivoluzionario che esaltava il ruolo delle coalizioni operaie con la scusa che inquadravano un maggiore numero di proletari, affermammo che tale atteggamento era “un inconsapevole ossequio a quella stessa menzogna democratica su cui calcola la borghesia per assicurare il suo dominio attraverso l’invito alla maggioranza del popolo a scegliersi un governante”. Oltre cento anni dopo lo Stato di classe borghese fa propria la funzione di difendere l’agibilità dei sindacati, per smorzare la conflittualità le vertenze di lavoro e impedire che trascendano sul piano della lotta di classe aperta.

Come previsto, DPW ha fatto ricadere le perdite dei “porti inefficienti” sui consumatori. “Dubai Ports… sta aumentando i prezzi [del] 52% per le imprese australiane e vuole un taglio dei salari del 14% per i lavoratori australiani”, ha dichiarato il segretario del Consiglio australiano dei sindacati. In effetti, grazie al lungo sciopero sindacale, l’arretrato di merci ancora da consegnare è salito a più di 50.000 container.
Da un punto di visto storico il commercio internazionale, dominato negli ultimi decenni dalle imprese multinazionali, ha plasmato il panorama economico, sociale e lavorativo dell’Australia. Lo sviluppo economico e culturale del Paese è stato necessariamente legato alle sue principali città portuali, che hanno svolto il ruolo di snodi vitali per i capitali e il commercio esteri. A causa del suo mercato interno relativamente piccolo, della vasta estensione geografica e della prevalenza dell’alta intensità di capitale in settori vitali dell’economia quali l’agricoltura, l’industria mineraria e quella manifatturiera, l’Australia ha storicamente fatto assegamento sugli investimenti stranieri per alimentare la propria crescita economica e lo sviluppo delle infrastrutture. Questa dipendenza dal commercio marittimo ha influenzato profondamente diversi settori dell’economia. Tuttavia, ha anche portato a sfide per i lavoratori marittimi australiani. A causa della loro funzione vitale nel mantenere il flusso del commercio internazionale, questi lavoratori hanno spesso dovuto affrontare dure condizioni di sfruttamento. Essi vengono in genere sottoposti a orari di lavoro estremamente lunghi, ricevono bassi salari e operano in ambienti di lavoro poco sicuri in cui spesso si verificano incidenti gravi, non di rado mortali. La dipendenza dell’economia australiana dal commercio marittimo ha posto tradizionalmente la classe lavoratrice in una posizione particolarmente sfavorevole, poiché la classe dominante ha avuto buon gioco a giustificare il mantenimento dell’ordine sociale con la necessità di un funzionamento efficiente e continuo delle infrastrutture portuali delle città costiere . Di conseguenza la storica dipendenza dal commercio marittimo è stato un elemento essenziale dell’intenso sfruttamento dei lavoratori marittimi.

Il sindacato dichiara: “noi non permetteremo loro di dirci cosa i lavoratori australiani dovrebbero accettare in termini di salari e condizioni, quando i loro risultati all’estero sono così scarsi” e “… [non] tollereremo questo sfacciato maltrattamento dei nostri iscritti da parte di questa azienda internazionale multimiliardaria”. Si deve ricordare a questo proposito che la Dubai Ports World è una multinazionale che fa capo all’omonimo emirato arabo, la quale nel 2023 ha avuto un fatturato di 18,25 miliardi di dollari e ha più di 100mila dipendenti. La storia di quest’azienda, nata nel 2005, la caratterizza come uno strumento centrale della politica estera dell’Emirati Arabi Uniti e risulta evidente la funzione della DPW in sostegno dell’aggressivo militarismo capitalista dei Paesi del Golfo che la rende disponibile a supporto delle svolte più avventuriste di altre potenze imperialiste. Inoltre la DPW non ha mai nascosto, oltre ai suoi attegiamenti palesemente antisindacali, la volontà di conciare la pelle dei lavoratori sottoponendoli a condizioni di lavoro infernali. Rivelatrice a questo proposito la posizione dell’azienda nei confronti degli accordi di libero scambio nel Regno Unito, specialmente dopo la “Brexit”. L’azienda ha chiesto al governo del Regno Unito la creazione di “porti franchi”, concepite come “zone economiche speciali” le quali sarebbero state “libere da diritti dei lavoratori, regolamenti e tasse”.

Le relazioni tra i portuali e l’azienda sono state sempre caratterizzate da trattative solitamente lunghe e difficili. Anche le trattative per il contratto precedente a quello appena firmato, iniziate peraltro dopo la scadenza dei contratti dei lavoratori portuali, sono durate due anni e mezzo. I lavoratori hanno infine votato a favore dei nuovi accordi di contrattazione aziendale nel febbraio 2021, dopo un precedente accordo di principio raggiunto nell’ottobre 2020. Le trattative si sono gradualmente concluse dalla fine di agosto del 2020, quando entrambe le parti hanno raggiunto un accordo su una parte della contrattazione.

Il Mua è stata l’organizzazione sindacale dei lavoratori impegnata in queste trattative. Essa rappresenta 14.000 lavoratori del settore marittimo e dei settori ad esso collegati che fanno parte de sindacato Construction, Forestry, Maritime, and Mining Employees Union (CFMEU), che conta complessivamente 120.000 iscritti. Il MUA è inoltre affiliato al Consiglio australiano dei sindacati, che conta 1,5 milioni di iscritti, e alla Federazione internazionale dei lavoratori dei trasporti. Per quanto si tratti di un’organizzazione sindacale del tutto interna alla compagine del sindacalismo ufficiale australiano, essa non ha potuto fare a meno di assecondare alcune iniziative di lotta dei lavoratori che hanno dimostrato una certa efficacia ottenendo significativi aumenti salariali. Questo è il caso del recente lungo sciopero dei portuali australiani.

Il capitale dissangua il proletariato turco

Le prospettive economiche della Turchia si presentano cupe e prive di vie d’uscita per il proletariato. A maggio, l’inflazione ha toccato il 75%, mantenendosi attualmente al 62%. Questo fenomeno inflazionistico, esploso all’inizio del 2022, ha raggiunto un picco massimo dell’85,4% nell’ottobre dello stesso anno, per poi calare fino al 38% nel giugno 2023. Tuttavia, un nuovo incremento ha riportato l’inflazione ai livelli attuali, facendo capire che non ci sono soluzioni immediate all’orizzonte.

Nel contesto di una crisi già acuta, a febbraio la Turchia è stata colpita da un devastante terremoto che ha mietuto oltre 50.000 vittime e ha costretto tre milioni di persone ad abbandonare le loro case. Le conseguenze di questa catastrofe naturale, combinate con l’inflazione galoppante, hanno portato i prezzi dei beni essenziali a quintuplicarsi nell’arco di soli 18 mesi, aggravando la situazione per la popolazione proletaria.

Il governo di Ankara, attraverso le politiche di Recep Tayyip Erdoğan, ha rifiutato l’aumento dei tassi di interesse – uno degli strumenti più comuni adottati dalle banche centrali mondiali per combattere l’inflazione. Definendo l’aumento dei tassi “la madre e il padre di tutti i mali”, Erdoğan ha mantenuto i tassi artificialmente bassi, causando il crollo della lira turca. Oggi, il cambio della valuta nazionale è precipitato a 34 lire per un dollaro statunitense, rispetto alle 5,5 lire di appena cinque anni fa. Questa svalutazione ha reso insostenibili i costi per i prestiti esteri delle imprese, aumentando le difficoltà per l’industria nazionale.

Dietro questa scelta economica, si cela il tentativo fallimentare di risolvere il cronico deficit commerciale turco, puntando su una valuta sottovalutata per incentivare le esportazioni. Tuttavia, le esportazioni non sono aumentate, mentre le importazioni hanno continuato a crescere, aggravando ulteriormente il problema. Gli attori economici interni, nel tentativo di proteggersi, hanno iniziato ad accumulare beni, contribuendo alla pressione inflazionistica.

Nel 2021, il governo ha introdotto conti di risparmio speciali per compensare i risparmiatori dalle perdite derivanti dall’indebolimento della lira. Oggi, tali conti ammontano all’equivalente di 102 miliardi di dollari, rappresentando una bomba a orologeria per il bilancio statale. A complicare ulteriormente la situazione, la Banca Centrale ha cominciato a stampare denaro per finanziare la spesa pubblica, innescando una spirale che spinge ulteriormente la lira verso il baratro.

L’oro è divenuto il rifugio principale per la speculazione, arrivando a rappresentare un terzo delle importazioni turche. Il governo stesso, tramite la propaganda, ha incoraggiato i cittadini a comprare oro invece di convertire le lire in dollari o euro. Questo fenomeno si è intrecciato con la politica estera, poiché gran parte dell’oro viene acquistato dalla Russia, la quale aggira le sanzioni internazionali imposte a seguito della guerra in Ucraina.

La crisi turca si è aggravata al punto che gli Emirati Arabi Uniti sono intervenuti, firmando un accordo nel 2022 per rafforzare le riserve valutarie della Turchia. Tuttavia, gli investitori internazionali stanno fuggendo: la partecipazione straniera nel mercato dei titoli di Stato turchi è crollata dal 25% nel 2013 a meno dell’1% nel 2023, mentre oltre 7 miliardi di dollari sono stati ritirati dal mercato azionario.
Le banche e le imprese turche si trovano ora in una situazione di sofferenza profonda. Le passività in valuta estera delle aziende non finanziarie superano di oltre 200 miliardi di dollari le loro attività in valuta estera, segnalando un futuro tutt’altro che roseo.

Sul piano sociale, la disuguaglianza cresce in modo esponenziale. Circa il 21,3% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, con una distribuzione della ricchezza che eguaglia paesi come il Brasile e il Sudafrica: il 10% più ricco detiene il 32,5% del reddito nazionale. Inoltre, la Turchia vanta il tasso di disoccupazione giovanile più elevato tra i paesi OCSE, segno di una situazione esplosiva che non può che portare a ulteriori tensioni sociali.

Il salario minimo, fissato a 8.506 lire mensili per il 2023, è ben al di sotto della soglia di sopravvivenza: a gennaio 2023, si stimava che la “soglia della fame” fosse di 8.782 lire, mentre quella della povertà raggiungeva le 30.379 lire. In questo scenario, per i proletari turchi non resta altra via se non quella della lotta di classe, per resistere all’oppressione della borghesia nazionale e contrastare la politica del “chiagni e fotti”, tipica di ogni regime borghese.

In Kurdistan la lotta di classe svela l'inganno della nazione

In una imponente dimostrazione di lotta, gli insegnanti di Sulaymaniyah, nella regione del Kurdistan iracheno, nell’ottobre del 2023 avevano intrapreso un lungo sciopero destinato a protrarsi per quattro mesi. Questa azione di lotta non aveva soltanto un carattere economico, ma rappresentava anche una sfida diretta al potere politico saldamente nelle mani dei due maggiori partiti della borghesia curda d’Iraq: il Partito Democratico del Kurdistan (KDP) e l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK).

Gli insegnanti, organizzati dal Consiglio dei Docenti Dissidenti—un organismo di base scaturito dalla lotta dei lavoratori— chiedeva il pagamento pieno e puntuale dei loro salari, dopo che il governo si era rivelato inadempiente sia sulle scadenze che sull’entità dei pagamenti. Questo sciopero, il più lungo nella storia recente della regione, metteva in luce lo sfruttamento sistemico dei lavoratori del settore pubblico, da tempo manipolati attraverso reti clientelari dirette dai partiti di governo. Queste reti sono funzionali al mantenimento dell’ordine capitalistico attraverso l’assunzione dei lavoratori negli apparati dello Stato in cambio di un atteggiamento di sottomissione a un partito governativo. Tuttavia questa diffusa pratica clientelare aveva dimostrato già da tempo la sua crescente inefficacia nel garantire la pace sociale.

Di fronte a salari pagati in ritardo e quasi mai per intero, a causa delle misure di austerità imposte dal Governo Regionale del Kurdistan (KRG), la richiesta degli insegnanti di pagamenti diretti dal governo federale dell’Iraq rifletteva una critica più ampia del ruolo della regione autonoma, in cui la pretesa di promuovere gli interessi della popolazione locale, si dimostrava sempre più come una maschera per nascondere i più inconfessabili interessi dei capitalisti. Lo sciopero degli insegnanti aveva visto una significativa partecipazione, con decine di migliaia di persone, anche esterne alla categoria, che si erano unite alle proteste settimanali, dimostrando la notevole forza potenziale della classe lavoratrice quando riesce a unirsi per difendere i propri interessi economici.

In alcuni casi, questa solidarietà si era espressa anche con azioni di sciopero, come fu nel caso dello sciopero dei vigili urbani del 28 gennaio di quest’anno. A causa dell’incapacità del governo di pagare i propri dipendenti, i lavoratori di varie categorie del pubblico impiego si erano uniti allo sciopero in diverse aree, rafforzando le richieste degli insegnanti ed estendendo la lotta. Nel frattempo i dirigenti dei sindacati strettamente allineati con i partiti di governo, facevano di tutto per minimizzare la portata della repressione, negando, contro ogni evidenza, le dure sanzioni inflitte agli insegnanti in sciopero.

Nonostante la repressione, in particolare nelle regioni controllate dal KDP, dove le proteste erano state spesso affrontate con arresti, il movimento aveva dimostrato una certa capacità di andare avanti. Gli insegnanti in sciopero di Sulaymaniyah dovettero affrontare l’entrata in azione delle forze di sicurezza che arrestarono alcuni di loro mentre tentavano di marciare verso la residenza del leader del PUK, Bafel Talabani. Questa risposta rientrava nelle usuali tattiche repressive dello Stato borghese per soffocare il dissenso della classe lavoratrice. I manifestanti allora denunciarono le pesanti misure di sicurezza senza lasciarsi intimidire.

In seguito la Corte Suprema Federale irachena decideva di trasferire la responsabilità del pagamento degli stipendi del Kurdistan da Erbil a Baghdad: un passo volto ad affrontare l’abituale inadempienza del Governo Regionale del Kurdistan nel rispettare i propri obblighi. Tuttavia, la nuova iniziativa del KRG “Il Mio Conto”—che obbliga i dipendenti pubblici a ricevere pagamenti digitali— infiammava ulteriormente la rabbia tra i lavoratori, che vedevano in essa un altro meccanismo di controllo da parte dell’élite clientelare al potere. Questa misura rientrava tuttavia in un quadro generale di modernizzazione dei sistemi di pagamento, volto a incoraggiare i lavoratori ad aprire conti in banca e ad effettuare pagamenti elettronici. Una linea questa seguita anche dal governo centrale di Baghdad che adottava provvedimenti analoghi. Non a caso, proprio nella capitale irachena, i benzinai si rendevano protagonisti di una protesta contro la diffusione dei self-service.

Qualche giorno fa è uscita la notizia che il KRG vorrebbe contrattualizzare 38.000 educatori precari con fondi regionali. Per le autorità locali sarà un’occasione per rilanciare la propria rete clientelare attraverso lo strumento della contrattualizzazione, dopo la decisione della Corte Suprema Federale irachena che in parte aveva esautorato il governo locale. I giovani lavoratori destinati probabilmente a una lunga fase di lavoro precario, saranno così costretti ad avere un conto in banca sul quale riceveranno i loro magri stipendi, mentre i flussi finanziari nelle banche del Kurdistan continueranno a gonfiarsi come fiumi in piena a beneficio della classe borghese.

Considerazioni sulla tattica di partito per il lavoro sindacale

La lotta economica dei lavoratori è un aspetto essenziale del lavoro del Partito Comunista. Essa è per noi decisiva per due ordini di motivi strettamente intrecciati fra loro: 1) è, giusta Lenin, la “scuola di guerra” del proletariato poiché permette la penetrazione del Partito fra le masse proletarie grazie al contatto costante con esse e in virtù della capacità di indicare le rivendicazioni più conseguenti e i metodi più efficaci per conseguire gli interessi propri della classe; 2) l’incessante lotta economica del proletariato è una pietra d’inciampo per il capitale ogni qualvolta esso tenta di trovare una soluzione alle proprie crisi intensificando il saggio di sfruttamento, riducendo il salario diretto e indiretto, aumentando la composizione organica del capitale (aumento del capitale costante a detrimento del capitale variabile, cioè il lavoro) con la conseguente espulsione di forza lavoro dal ciclo produttivo.

D’altronde sappiamo bene sin dai tempi del Manifesto del partito comunista (1848) che “ogni tanto vincono gli operai; ma solo transitoriamente. Il vero e proprio risultato delle lotte non è il successo immediato, ma il fatto che l’unione degli operai si estende sempre più. Essa è favorita dall’aumento dei mezzi di comunicazione, prodotti dalla grande industria, che mettono in collegamento gli operai delle diverse località. E basta questo collegamento per centralizzare in una lotta nazionale, in una lotta di classe, le molte lotte locali che hanno dappertutto uguale carattere”.

Quindi il risultato centrale, fondamentale, per il partito è quello di favorire il collegamento tra i vari settori della classe operaia, e la percezione da parte dei proletari della loro esistenza come massa con gli stessi interessi e obiettivi, quindi una classe, contrapposta a quella degli sfruttatori. Mentre il risultato materiale della singola lotta, anche se positivo, è sempre temporaneo, da difendere poi dai successivi e inevitabili attacchi del padronato, e del suo Stato.
Quali sono dunque le attività sindacali laddove queste siano effettivamente possibili e quale deve essere il lavoro di partito in relazione alle lotte economiche dei lavoratori?

L’espressione “lavoro sindacale” non va intesa come limitata al lavoro che si svolge esclusivamente all’interno dei sindacati (con la consueta liturgia dell’elezione democratica dei delegati e la conquista di posizioni dirigenziali all’interno delle varie organizzazioni sindacali), ma deve riferirsi a tutte le lotte economiche della classe operaia, ovunque e comunque queste si svolgano. I membri del partito fanno parte dei sindacati indipendentemente dal fatto che possano o meno influenzare quel particolare sindacato a breve termine, o essere eletti democraticamente a posizioni dirigenziali; l’obiettivo è essere coinvolti nelle lotte economiche della classe operaia in ogni occasione possibile, e compatibilmente con le forze del partito, anche se queste in alcune occasioni sono rappresentate da non proletari, al fine di mantenere e rafforzare il contatto con la classe, in modo da farle avere sempre l’indicazione del partito circa il modo migliore per condurre la lotta, che noi sappiamo è quello più adeguato a raggiungere gli obiettivi, e allo stesso tempo a presentare ai proletari, nelle situazioni adeguate, l’unica soluzione definitiva della loro condizione di sfruttati, quella rivoluzionaria.

Il partito deve avere sempre chiaro quale è il suo compito, e quali sono i mezzi che può utilizzare, in funzione della situazione reale che affronta, nel tempo e nello spazio. E questo perché mai le nostre posizioni dottrinarie sono acquisite una volta per tutte, e vanno costantemente scolpite dalle generazioni di comunisti che si succedono, anche quando si tratta di chiarire i limiti della tattica all’interno dei quali si può operare. Se anche per i temi di dottrina generale la scolpitura (un continuo e progressivo chiarimento del percorso obbligato del partito) è sempre un fondamentale lavoro del partito, alla luce delle esperienze storiche acquisite, questo è tanto più vero nel campo delle attività pratiche, e segnatamente quella sindacale: “I limiti tattici non li traccia la teoria, ma la realtà”.

Per elaborare la nostra tattica per la mefitica situazione attuale, e soprattutto per la ripresa futura delle lotte, dobbiamo riaffermare i cardini dell’azione di partito, come è tradizione, tornando ai principi fondamentali e alle esperienze del nostro passato: il marxismo, il Comintern, il PCd’I che per primo pose la questione del “fronte unico sindacale”, e il Profintern degli anni ’20. Certo, l’esperienza nei diversi paesi variava a seconda della forza reazionaria capitalista e dei suoi agenti negli organi proletari, nonché delle diverse strutture sindacali dell’epoca, ma le indicazioni emanate dalle importanti organizzazioni internazionali e dal nostro partito avevano un valore generale.

In quegli anni le organizzazioni immediate della classe operaia avevano, anche in periodo normale, quella che oggi si direbbe una gigantesca “carica rivoluzionaria”, e questa non era – come non sarà mai neppure nelle fasi di alta tensione sociale – il prodotto dell’acquisizione di una coscienza dei fini e obiettivi ultimi del moto proletario, ma delle imperiose necessità materiali che la determinavano. Ciò vale per la classe come per l’individuo; il rapporto non è coscienza prima e azione poi, ma spinta economica prima, azione poi, coscienza infine, e coscienza che si realizza non già nel singolo, ma nel partito, che ha il compito di rovesciare il percorso, utilizzando tale coscienza per guidare la classe, sia nel campo delle lotte economiche che in quello della lotta politica, armata.
Nel primo dopoguerra si assistette al fenomeno storico del passaggio, da parte dello Stato, dalla tolleranza delle organizzazioni operaie alla loro conquista. Un fenomeno che fu particolarmente visibile in Italia col fascismo, ma che in tempi e modi diversi si verificò in tutti i paesi capitalisti.

I sindacati fascisti comparvero come una delle tante etichette sindacali, tricolore contro quelle rosse gialle e bianche, ma il mondo capitalistico era oramai mondo del monopolio, e quel destino era inevitabile, in presenza di un movimento operaio in ritirata. Quindi lo Stato, gestore collettivo degli interessi del capitale, si occupò di controllare le organizzazioni operaie. Non assorbendole nella sua struttura, sia chiaro, ma facendo in modo che, pur controllando i sindacati, questi apparissero come organismi indipendenti. Le Corporazioni furono una struttura dello stato fascista, ma la borghesia comprese presto che inglobare formalmente i sindacati ne avrebbe annullato l’efficacia, in quanto sarebbe apparso chiaro che non si trattava di organismi che avrebbero potuto difendere gli interessi dei proletari. È per questo che nel secondo dopoguerra noi scrivemmo che i nuovi sindacati nati dalla Resistenza erano cuciti “sul modello Mussolini”. Scrivemmo anche che “questo gran fatto nuovo dell’epoca contemporanea non era reversibile”.

Però i sindacati continuano ad avere la caratteristica di essere composti di soli salariati, e quindi la partecipazione dei rivoluzionari, anche se in certi svolti ne sono espulsi o vi sono condizioni che rendono impossibile il lavoro al loro interno, è una necessità ineludibile e noi non rinunciamo mai volontariamente a lavorare al loro interno.

Il capitalismo monopolista non può più accettare l’indipendenza dei sindacati. Pretende che l’opportunismo riformista e l’aristocrazia operaia, i quali raccolgono le briciole dalla sua mensa imbandita, si trasformino nella sua polizia politica nei confronti del proletariato. Se questo obiettivo non viene raggiunto la direzione opportunista può venire rimossa e rimpiazzata dal metodo fascista. Va da sé che tutti gli sforzi dell’opportunismo sindacale al servizio dell’imperialismo non possono, nel lungo periodo, salvarlo dalla sua inevitabile fine.

La situazione sindacale di oggi quindi diverge da quella del 1921 non solo per la mancanza di un partito comunista forte, ma per la progressiva eliminazione del contenuto della azione sindacale col sostituirsi di funzioni burocratiche alla azione di base: assemblee, elezioni, frazioni di partiti nei sindacati. Con funzionari di mestiere al posto di dirigenti eletti, ecc. Però, ripetiamo, noi siamo convinti che la guida del sindacato, in un momento di crisi della borghesia e di forti lotte economiche, passerà nelle mani di elementi non indifferenti all’interesse della classe, ed infine sotto la direzione del Partito Comunista.

Quindi il partito guida la sua azione in base a precise coordinate che nel 1962 stabilimmo:

  • nessuna conquista economica è duratura e non serve gli interessi generali della classe se non si traduce in una crescente solidarietà tra gli sfruttati;
  • quindi l’abbandono dello sciopero generale senza limiti di tempo e senza distinzioni di fabbrica, di settore e di categoria, mentre non serve neppure a strappare vantaggi economici immediati, sgretola e distrugge le possibilità future e generali dell’attacco proletario al regime di sfruttamento capitalistico; di conseguenza il partito favorisce in ogni situazione, tempo e luogo gli scioperi il più possibile estesi, fino appunto allo sciopero generale;
  • la “tattica” delle contrattazioni articolate, della rivendicazione di ulteriori qualifiche per categoria, di premi di produttività e di incentivi aziendali, dello sciopero al cronometro e al contagocce, accresce invece di attenuare la concorrenza fra lavoratori e il loro isolamento reciproco;
  • la teoria della “apoliticità del sindacato” nasconde in realtà l’abbandono della politica di classe da parte del sindacato a favore di una politica di fiancheggiamento del potere centrale borghese;
  • non esistono questioni “particolari” alle quali si possa trovar soluzione fuori della visione generale degli interessi storici della classe lavoratrice.

Premesso il fatto della scarsa forza del partito, e fino a che questa non sia molto maggiore, il che non si sa se avverrà prima o dopo il risorgere di organizzazioni di classe economiche a larghi effettivi, il partito non può e non deve né proclamare il boicottaggio di sindacati organi di azienda e agitazioni operaie; né proclamare la presenza sempre e dovunque alle elezioni di fabbrica di sindacati etc. con liste proprie; né, dove sia localmente in prevalenza di forze, usare in aperte agitazioni la parola del boicottaggio invitando a non votare, non iscriversi al sindacato, non scioperare o simili.

Nel 1974 il Partito ricostituito in Italia riconobbe che una parte consistente dei lavoratori più combattivi avevano lasciato la CGIL. Il Partito giustamente orientò buona parte della sua attività verso i militanti operai organizzati nei comitati di base (CUB) e difese risolutamente questa espressione della lotta di classe.

Negli anni successivi nacquero diverse sigle di sindacati di base, detti anche “conflittuali”.

In base a questo fenomeno, che sembrava in forte crescita, in seguito in Italia il Partito adottò la parola d’ordine del lavoro “fuori e contro i sindacati di regime” come rimedio tattico necessario alle manovre collaborazioniste dei sindacati di regime in concomitanza con la cosiddetta “Svolta dell’EUR” con la quale la subordinazione degli organismi sindacali alle esigenze della ristrutturazione capitalistica si strinse come un cappio attorno agli interessi e ai bisogni del proletariato, in modo più evidente che in passato. Il formale riconoscimento della rinuncia alla lotta di classe non fu che il prodotto di una prassi già affermatasi nei fatti dopo la fine della prosperità economica, una fase in cui i lavoratori erano stati maggiormente protesi alla lotta e i sindacati di regime non avevano potuto fare a meno di assecondare in parte le iniziative di lotta e le rivendicazioni operaie per non perdere del tutto il controllo su una classe allora assai indocile. Alla base di questa scelta di partito contava anche il fatto che era diventato ormai quasi impossibile per le voci di dissenso potersi manifestare all’interno dell’attività ordinaria della CGIL, e di conseguenza il rapporto con la classe, se non durante le manifestazioni di piazza.

Nella fase attuale sarà opportuno trarre un bilancio di questo approccio e di questa parola d’ordine che non è da intendersi come un tratto distintivo e di principio del partito, mentre si tratta di una linea di tattica sindacale, dunque per sua natura non immutabile.

Questo “bilancio”, basato sulla esperienza dei decenni scorsi dovrà prendere in esame il ruolo attuale e futuro dei sindacati, siano essi di regime o di base, non soltanto in Italia, ma a livello internazionale sul terreno generale della lotta di classe.

Almeno fino a quando non ci sarà una ripresa generalizzata della lotta di classe, indicare un indirizzo sindacale troppo rigidamente definito e valido per ogni paese espone al rischio di un lavoro sindacale di partito inefficace se non addirittura inconsistente. Se in Italia il tentativo di portare la lotta operaia fuori e contro i sindacati di regime deve essere in linea generale fra i nostri obiettivi, con questo non si deve tuttavia sclerotizzare il lavoro dei compagni anche all’interno della CGIL nelle situazioni in cui la stragrande maggioranza dei lavoratori si riconosce ancora nei sindacati di regime ci potrebbe isolare dalla massa del proletariato. Nel caso dell’Italia resta poi da valutare la difficoltà di lavorare anche in alcuni dei sindacati sedicenti di base i quali spesso riproducono i difetti di quelli ufficiali (lotte di potere, mancata ricerca dell’unità tra organi di lotta per difendere privilegi personali, arrivismo politico, ecc.), senza tuttavia rappresentare una sostanziale svolta della qualità e intensità delle lotte. Di fatto parecchi decenni di controrivoluzione ne hanno contribuito a snaturare il carattere di spontanee organizzazioni formate dai lavoratori combattivi per difendere i loro interessi immediati e di classe. Inoltre questi sindacati non sono del tutto immuni dai richiami dello sciovinismo patrio (si pensi alla frequente invocazione delle nazionalizzazioni per salvare le imprese in crisi), né rifuggono da ammiccamenti con schieramenti statali borghesi come avviene con i Brics o con regimi che almeno a chiacchiere, danno a intendere di schierarsi contro il blocco imperialista egemone.

In linea generale invece, prendendo in considerazione l’intero scenario mondiale della lotta di classe, l’atteggiamento del partito nei confronti della lotta economica si potrebbe sintetizzare nella formula che le lotte dei lavoratori devono svolgersi “fuori dal controllo dei sindacati ufficiali” (cioè di regime, registrati dallo Stato e filopadronali). Infatti se tali lotte sfuggiranno al dominio dell’apparato sindacale al servizio del capitale, la classe operaia si incamminerà sul sentiero della propria indipendenza di classe che sarà realmente effettiva soltanto quando il Partito Comunista assumerà la direzione del proletariato.
Noi non limitiamo la nostra agitazione alle opposizioni organizzate in questo o quel settore o sindacato, ma puntiamo all’unificazione dei lavoratori al di là del controllo settoriale e individuale dei sindacati. Bisogna sempre tenere presente la distinzione tra questioni tattiche e obiettivi strategici generali del Partito per la classe nel suo insieme.

Questa o quella rivendicazione tattica può o meno portare a risposte positive da parte dei lavoratori e delle loro organizzazioni minoritarie, e l’assenza di successi immediati non è di per sé una ragione per abbandonare tali rivendicazioni. L’azione di agitazione può sempre essere riesaminata e perfezionata una volta che la lotta sia giunta a un determinato grado di maturazione. Tuttavia, la tattica non deve essere elevata al livello di strategia, perché quando la strategia complessiva di un’organizzazione fallisce, l’organizzazione deve fare i conti con seri problemi oggettivi di riorientamento. In questo senso il nostro partito che pure è geloso del proprio isolamento politico, rivendica il proprio “settarismo” e rifugge pertanto da ogni alleanza e da ogni coalizione con altri partiti, in virtù di una coerente visione dialettica vede una diminuzione di questo suo atteggiamento in ogni istanza e ogni tendenza che auspichi una sorta di “settarismo sindacale”. Per noi la strada del fronte unico sindacale di classe che deve puntare attraverso un processo complesso e di necessità non breve, all’affermazione della guida politica esclusiva del Partito Comunista sul proletariato, deve vedere con grande scetticismo e diciamolo pure con una certa ripulsa ogni velleità che la nostra organizzazione si faccia promotrice di nuovi sindacati o di aggruppamenti sindacali sparuti nel numero ma comunque infestati da partitini sinistrorsi equivoci e nostri insidiosi e implacabili nemici.
Le esperienze di lotta di classe nei diversi paesi, sia vittoriose che perdenti, sono di vitale importanza e avranno pesi e importanza diversi nei vari paesi. Inoltre le rivendicazioni, escluse quelle per noi valide in ogni tempo e in ogni clima (aumenti salariali, diminuzione dell’orario di lavoro, salario ai disoccupati), possono essere articolate in maniera distinta da un momento all’altro e in paesi e continenti diversi.

Ricordiamo qui, a mo’ di conclusione, due punti contenuti nelle Tesi caratteristiche del Partito (1951):

“Il partito non adotta mai il metodo di formare organizzazioni economiche parziali comprendenti i soli lavoratori che accettano i principi e la direzione del partito comunista. Ma il partito riconosce senza riserve che non solo la situazione che precede la lotta insurrezionale, ma anche ogni fase di deciso incremento dell’influenza del partito tra le masse non può delinearsi senza che tra il partito e la classe si stenda lo strato di organizzazioni a fine economico immediato e con alta partecipazione numerica, in seno alle quali vi sia una rete emanante dal partito (nuclei, gruppi e frazione comunista sindacale). Compito del partito nei periodi sfavorevoli e di passività della classe proletaria è di prevedere le forme e incoraggiare l’apparizione delle organizzazioni a fine economico per la lotta immediata, che nell’avvenire potranno assumere anche aspetti del tutto nuovi, dopo i tipi ben noti di lega di mestiere, sindacato d’industria, consiglio di azienda e così via. Il partito incoraggia sempre le forme d’organizzazione che facilitano il contatto e la comune azione tra lavoratori di varie località e di varia specialità professionale, respingendo le forme chiuse. […] Il partito non sottace che in fasi di ripresa non si rinforzerà in modo autonomo se non sorgerà una forma di associazionismo economico sindacale delle masse. Il sindacato, sebbene non sia mai stato libero da influenze di classi nemiche e abbia funzionato da veicolo a continue e profonde deviazioni e deformazioni, sebbene non sia uno specifico strumento rivoluzionario, tuttavia è oggetto d’interessamento del partito, il quale non rinuncia volontariamente a lavorarvi dentro distinguendosi nettamente da tutti gli altri raggruppamenti politici. Il partito, mentre riconosce che oggi può fare solo in modo sporadico opera di lavoro sindacale, mai vi rinuncia e, dal momento che il concreto rapporto numerico tra i suoi membri, i simpatizzanti e gli organizzati in un dato corpo sindacale risulti apprezzabile e tale organismo sia tale da non avere esclusa l’ultima possibilità virtuale e statutaria di attività autonoma classista, il partito esplicherà la penetrazione e tenterà la conquista della direzione di esso”.

E nel 1962 aggiungevamo:

“Badiamo quindi a svolgere serenamente, metodicamente, continuativamente il nostro lavoro di penetrazione e di proselitismo fra le masse proletarie, senza lasciarci prendere né dallo scoramento per insuccessi che dobbiamo prevedere e scontare in anticipo, né dagli isterismi del “fare per il fare”, e soprattutto senza indulgere all’illusione che i tempi della ripresa rivoluzionaria possano essere accelerati mediante ricette tattiche o espedienti organizzativi che isolino il lavoro convenzionalmente chiamato sindacale da quello generale e politico del movimento”.

Per questo il Partito Comunista Internazionale cammina sulla strada di sempre anche sul piano della lotta economica dei lavoratori rilanciando la formula integrale del fronte unico sindacale di classe di tutto il proletariato.

Un pugno di lavoratori cileni blocca la produzione di rame

La stregoneria della rendita

Le attività minerarie dall’alba della civiltà umana hanno sempre avuto un’importanza cruciale nell’economia di ogni società. I metalli estratti dal sottosuolo hanno definito le ere storiche che hanno scandito il cammino dell’uomo. Oggi, circa cinque millenni ci separano dalla fine dell’età del rame, eppure questo prezioso metallo ha ancora una funzione essenziale poiché è quasi onnipresente nei collegamenti elettrici e viene utilizzato nelle componenti di quasi tutti i dispositivi elettronici. Tuttavia ci sono alcuni aspetti dell’attività mineraria odierna che ne fanno un tratto peculiare del modo di produzione capitalistico. Tutto ciò che viene estratto dalle viscere della terra o che cresce, anche grazie alle attività agricole, sulla superficie del nostro pianeta, si intreccia con quella che la nostra corrente ha definito la “stregoneria della rendita”. Questo “sortilegio” che si consuma nel mercato capitalistico, consente a chi controlla queste particolari produzioni di impossessarsi anche di quote di plusvalore che vengono prodotte da altri settori dell’economia. Infatti il prezzo di mercato dei prodotti agricoli o minerari non è legato alla quantità di lavoro necessario per produrli, ma ai costi di produzione che gravano sui terreni meno fertili o sulle miniere meno ricche di minerali e di metalli destinati alla vendita. Questo aspetto si spiega col fatto che, come il bisogno di cibo della popolazione, il fabbisogno di metallo per l’industria e per lo sviluppo delle infrastrutture, determinano una certa domanda definita “anelastica” dagli economisti borghesi, la quale potrà essere complessivamente soddisfatta sfruttando anche alcuni terreni poco fertili o alcune miniere in cui la produttività è piuttosto bassa. Dunque il prezzo di mercato di certi prodotti sarà determinato da quel terreno meno fertile o da quella miniera meno ricca di materie prime che pure deve essere sfruttata, affinché l’offerta complessiva di quel genere alimentare o di quella determinata materia prima, non sia inferiore alla domanda. Infatti, se il prezzo di mercato di un determinato metallo o delle derrate alimentari fossero più bassi, il terreno agricolo meno fertile o la miniera meno ricca di metallo si troverebbero subito fuori dal mercato e la domanda complessiva di derrate alimentari o di metalli e di altre materie prime non potrebbe più essere soddisfatta.

Non è un caso dunque se anche le grandi potenze economiche capitalistiche si facciano la guerra, magari per mezzo di mercenari proxy quando si tratta di appropriarsi delle risorse del sottosuolo. Un caso vistoso in questo senso è l’ormai pluridecennale guerra che sta martoriando la regione del Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, in cui la materia del contendere è essenzialmente il coltan, cioè il minerale ricco di tantalio essenziale per la produzione di hardware per i computer e per i telefoni cellulari. Se questo avviene è perché miniere e terra possono valorizzare le masse di capitali che in esse vengono investite in una misura che l’industria manifatturiera non può offrire in nessun caso, dato che come ha spiegato la teoria marxista oltre 160 anni fa, il saggio del profitto di quest’ultimo settore essenziale dell’economia, tende a scendere sulla scala storica. Tuttavia le rapaci borghesie mondiali, poco propense all’investimento quando si trovano davanti alla prospettiva di uno scarso guadagno, si affollano come cavallette ogni volta che intravedono il miraggio di un profitto a due o addirittura a tre cifre percentuali rispetto al capitale investito. Ma accanto a questa fragilità intrinseca dell’accumulazione capitalistica, c’è da aggiungere un altro problema: i profitti dei capitalisti non sono mai abbastanza al riparo dall’indocilità della classe loro nemica, cioè del proletariato.

Il gruppo BHP in Cile

La miniera di Escondida, nel Cile settentrionale, è la più grande del mondo e da essa vengono estratte 400.000 tonnellate al giorno di minerale di rame che fruttano circa il 5% della produzione globale di questo metallo. Ma c’è un altro primato mondiale legato a questa miniera: il gruppo BHP che ne è il proprietario è anche la più grande società mineraria a livello globale. La società multinazionale con sede a Melbourne, oltre al rame, si occupa dell’estrazione e della trasformazione di ferro, diamanti, bauxite e petrolio, ha impianti in 25 paesi e conta 36.000 dipendenti. Come la Rio Tinto, seconda multinazionale per importanza nella classifica mondiale del settore minerario, il gruppo BHP è il frutto della internazionalizzazione dell’economia australiana legata principalmente alle grandi città portuali e alla difficoltà di trovare sbocchi ai capitali in un mercato interno troppo piccolo, nonostante l’ampiezza geografica del continente oceanico.

La febbre del rame

Negli ultimi tempi il gruppo BHP ha registrato un significativo aumento dei profitti grazie all’impennata dei prezzi del rame sul mercato mondiale. Questo aspetto però non ha arrecato alcun miglioramento alle condizioni di vita dei minatori cileni di Escondida che dopo alcuni anni (l’ultima azione sindacale significativa presso la miniera si era svolta nel 2017 ed era durata 44 giorni) sono scesi in sciopero. I minatori il 13 agosto scorso hanno abbandonato il luogo di lavoro in seguito al fallimento delle trattative con il vertice aziendale del gruppo BHP. Queste negoziazioni fra l’azienda e i lavoratori, inquadrati principalmente nel sindacato Union No.1, si svolgono con una cadenza triennale, ma quest’anno sono riprese dopo che il mancato raggiungimento di un accordo aveva creato una situazione di tensione tra la direzione aziendale e i lavoratori.

L’arma dello sciopero ha dimostrato presto la sua efficacia se l’azienda è venuta a più miti consigli e dopo tre giorni ha firmato un accordo che comporta alcuni miglioramenti salariali e contrattuali per i lavoratori. Un leader del sindacato ha esultato sicuramente con troppa enfasi: “E’ una vittoria assoluta: l’impresa ci ha dato tutto ciò che chiedevamo”. Ma forse non c’è troppo da esaltarsi per un aumento salariale soltanto del 2% al di sopra dell’indice dei prezzi al consumo. Un altro preteso “cedimento” da parte dell’azienda è stato un buono di vacanza contrattuale da 25 mila pesos, cioè poco più di 27 dollari. Questo ci induce a pensare che ancora una volta i lavoratori siano stati ingannati dal loro sindacato il quale ha trovato subito un pretesto per revocare lo sciopero.

L’interruzione dell’attività estrattiva può avere un impatto sul mercato

In tempi in cui l’industria mondiale ha “fame” di rame e il prezzo di questo metallo è in fase d’ascesa, lo sciopero dei minatori ha costituito una minaccia molto forte per i profitti del gruppo BHP. E’ bastata l’astensione dal lavoro dei lavoratori di Escondida perché la quotazione mondiale del rame registrasse una crescita di oltre il 2%, a riprova di quanto sia notevole la forza che riesce a sprigionare il proletariato appena un numero anche ristretto di lavoratori – cioè poco più di 2.000 minatori – intraprende un’azione decisa come uno sciopero a oltranza. Nonostante la pazienza e la calma ostentate dagli analisti finanziari e dai portavoce delle aziende, e nonostante quello che fino a poco fa sembrava essere un mercato relativamente stabile, la borghesia è perennemente assillata dall’incubo delle lotte operaie. Lo stesso sindacato aveva dichiarato che i lavoratori di altri stabilimenti stavano prestando attenzione alla lotta e attendevano i risultati della lotta. Le agitazioni sindacali in un settore così cruciale dell’economia globale possono sempre mettere in difficoltà la borghesia cilena e i suoi partner commerciali negli Stati Uniti o in Cina. L’effetto sul mercato è, naturalmente, il punto in cui finiscono le preoccupazioni dei borghesi. I lavoratori hanno invece preoccupazioni più pressanti, come l’aumento generalizzato del costo della vita, le condizioni di lavoro precarie e un diffuso stato di malessere che riguarda ampi strati della classe operaia.

Crumiri sotto mentite spoglie, ma sempre crumiri

La delegazione sindacale trattante, dopo aver respinto le richieste dell’azienda di ritardare o sospendere lo sciopero per non interrompere la produzione, aveva accusato l’azienda di non avere concesso tempo sufficiente nemmeno per consultare gli iscritti al sindacato. Inoltre la Union No.1 prima dello sciopero aveva denunciato le “pratiche antisindacali” dell’azienda che aveva tentato di imporre un contratto senza la supervisione governativa richiesta per legge sui contratti di lavoro. Il sindacato in seguito ha anche accusato l’azienda di aver fatto ricorso ai crumiri per aggirare le trattative e prevenire qualsiasi perdita di profitti – una mossa da parte dell’azienda che era del tutto prevedibile – richiamando l’attenzione sul fatto che la legge cilena vieta tali pratiche, anche quando gli scioperanti vengono sostituiti con dipendenti interni all’azienda. Ma noi sappiamo che queste “protezioni” legali, hanno un carattere ingannevole ed è un fatto innegabile che la borghesia infranga spessissimo le leggi che essa stessa ha adottato allo scopo di imbrigliare i lavoratori. Il diritto borghese, dopo tutto, ha lo scopo di proteggere la proprietà privata a lungo termine, anche se nel breve periodo sembra schierarsi dalla parte dei lavoratori. D’altronde l’interruzione della produzione nella miniera di Escondida è costata a BHP una cifra stimata in 25-30 milioni di dollari al giorno e se lo sciopero si fosse protratto ulteriormente ci sarebbero state ripercussioni negative anche sul PIL nazionale cileno. Poi c’è da considerare che l’inflazione è tornata a turbare l’economia capitalistica, le guerre hanno sconvolto le normali rotte commerciali e i beni di prima necessità sono sempre più costosi e difficili da reperire. Come si può pensare allora che i borghesi si facessero scrupolo di fare ricorso all’infame ingaggio dei crumiri?

L’azienda ha insistito sul fatto che il personale ridotto all’osso che ha tentato di mandare avanti il lavoro della miniera nonostante lo sciopero, non era costituito da crumiri, ma soltanto da una parte di dipendenti non sindacalizzati i quali sono stati mobilitati in un piano di emergenza al fine di evitare che la produzione si fermasse completamente insieme ai profitti dell’azienda. In genere per rispondere alle strategie antisindacali dell’azienda, i lavoratori , devono tentare di protrarre la durata dello sciopero e devono estenderlo al di fuori dei limiti aziendali.

La possibilità di estendere la lotta

La protesta di Escondida è stata accompagnata da agitazioni sindacali anche in un’altra miniera di rame a Caserones, di proprietà della multinazionale canadese Lundin Mining. Uno dei tre sindacati che rappresentano i lavoratori della miniera di Caserones aveva anche invitato allo sciopero i propri lavoratori dopo il fallimento delle trattative salariali. Ma questi due scioperi non erano soltanto astrattamente collegati fra loro. Essi si sono svolti all’interno di una immensa rete di industrie interconnesse: i minatori di rame in Sudamerica estraggono il minerale che viene inviato alla fase di lavorazione successiva nelle fonderie in Cina dove affluisce il 60-70% della produzione. Questo è solo un piccolo dettaglio, un piccolo segmento del sistema economico mondiale, che ci dà un’idea del grado attuale di estrema integrazione economica raggiunto su scala globale dal modo di produzione capitalista.

Le barriere alla generalizzazioni delle lotte

Naturalmente ci sono molte barriere che impediscono la generalizzazione della lotta di classe a tutto il proletariato. La borghesia impiega una serie di tattiche per reprimere, intimidire e minacciare la classe operaia.

Un fattore importante che giova a favore della borghesia è la separazione dei lavoratori tra loro, il processo di atomizzazione che li rende distanti gli uni dagli altri. La borghesia sogna che ogni lavoratore si senta come un’isola a sé stante e talora ci riesce. La scarsa diffusione delle lotte sindacali in ogni regione del pianeta, pone il proletariato in una posizione di precaria e di pericolosa debolezza.

I minatori di rame in Cile devono affrontare lo sfruttamento e l’alienazione endemica delle relazioni sociali capitaliste. Anche le fonderie in Cina lavorano in condizioni di sfruttamento simili. Inoltre, la classe operaia deve fare i conti con l’opportunismo dei bonzi e con la frammentazione delle loro organizzazioni economiche che impediscono lo sviluppo di un fronte unico sindacale di classe. Persino la miniera di Caserones è organizzata da 3 sindacati separati!

La soluzione proletaria contro borghesia e capitalismo

Deve farsi spazio fra i lavoratori la convinzione che una classe operaia animata da uno spirito collettivo e fortemente coesa sarebbe una minaccia letale per l’intero modo di produzione borghese.

Il Partito Comunista Internazionale esorta i lavoratori a lottare per la generalizzazione di tutte le loro lotte, superando le barriere di azienda, di settore e di nazionalità. C’è bisogno di una lotta operaia generalizzata che comprenda sempre nuove masse di proletari.

Il nostro Partito attende con ansia il giorno in cui i lavoratori di Escondida torneranno alla lotta, magari si uniranno a quelli di Caserones e infine ai minatori si uniranno anche gli operai delle fonderie cinesi. Ma non ci fermeremo lì. Non ci fermeremo finché i lavoratori impegnati in ogni fase della catena della produzione non si saranno organizzati per difendere nell’immediato i loro interessi economici e domani si leveranno insieme per porre fine all’ignobile regime capitalista.

Nella Nigeria dilaniata dalla crisi il proletariato lotta per il salario

Nella Nigeria dilaniata dalla crisi il proletariato lotta per il salario
L’erompere delle proteste antigovernative in Kenya nello scorso giugno, e la cruenta repressione che ne è seguita, non hanno affatto oscurato l’aggirarsi dello spettro della turbolenza sociale anche in Nigeria. Nel più popoloso paese dell’Africa, dove da tempo dilaga la peggiore fiammata di carovita mai sperimentata dalle giovani generazioni di proletari, si è riaccesa la brace dell’insubordinazione di classe e si è assistito a un formidabile sciopero che potrebbe perturbare la pace sociale in tutto il continente africano. Il 31 maggio, il Congresso del lavoro nigeriano (NLC) e il Congresso dei sindacati (TUC), cioè le maggiori organizzazioni sindacati nigeriane, hanno proclamato uno sciopero generale a tempo indeterminato. Questo sciopero nazionale si è manifestato sotto forma di una risposta all’indifferenza del governo nei confronti del tema del salario minimo: i sindacati chiedono un aumento da 30.000 naire nigeriane (poco più di 18 dollari Usa al cambio attuale) a 494.000 naire (circa 300 dollari Usa). Ma questa mobilitazione esprime anche la crescente determinazione dei lavoratori di sfidare il dominio capitalistico nazionale e internazionale.

La Nigeria non è un paese fra i più poveri della fascia subsahariana. Eppure le condizioni di vita e di lavoro dei proletari sono assai dure. Gli operai della declinante industria tessile fanno turni di 12 ore e producono articoli per l’abbigliamento di lusso a paghe orarie di pochi centesimi. L’economia, fortemente dipendente dalla volatilità dei prezzi del petrolio, è assediata dalla corruzione e risente di una gestione inefficiente. Il solo Ministero degli Affari Umanitari nell’anno in corso ha visto dileguarsi 640mila dollari per peculato e malversazioni varie. L’economia clientelare è fiorente, con nuovi enti pubblici che sorgono da un giorno all’altro per offrire posizioni di prestigio al sottobosco del già parassitario ceto politico. Molti giovani, ormai disillusi circa le loro prospettive di vita future in città sovraffollate, imboccano sempre più spesso la strada del banditismo o dell’estremismo religioso. Altri di loro vanno a ingrossare i ranghi dell’esercito industriale di riserva, intensificando la competizione per i posti di lavoro e la conseguente, ulteriore depressione dei salari.

La Nigeria è un paese dotato di risorse naturali che nei primi anni del secolo aveva conosciuto una sostenuta crescita economica. Se per noi marxisti i dati del Pil non sono quelli più significativi per descrivere la ricchezza di un paese, mentre per i paesi più sviluppati è assai più importante valutare la produzione industriale, nel caso della Nigeria abbiamo a che fare con un paese in cui il grosso della ricchezza nazionale dipende dalla rendita petrolifera: le esportazioni infatti sono costituite per oltre il 90% dal petrolio che concorre anche all’80% del bilancio nazionale. Il PIL nominale del paese è di 470 miliardi di dollari nel 2022, ma le stime del FMI per il 2024 lo danno al di sotto dei 253 miliardi di dollari, mentre nel 2015, aveva raggiunto il suo picco massimo con 574 miliardi di dollari. Oltre alla perdita di oltre duecento miliardi di PIL nominale in nove anni, a determinare una difficile situazione economica, si deve considerare anche il sostenuto aumento della popolazione che è passata dai 184 milioni di abitanti del 2015 agli oltre 229 milioni del 2024. Tuttavia il quadro non sembra essere così catastrofico come appare dai dati in termini nominali del PIL, sono apparentemente catastrofici. Infatti il prodotto interno lordo pro capite a parità di potere d’acquisto è sceso dal 2015 ad oggi di circa un quinto dimostrando un impoverimento sensibile, ma non così drastico come si potrebbe desumere dal PIL nominale, al quale hanno contribuito in maniera vistosa le continue svalutazioni della Naira, la cui quotazione rispetto al dollaro si è più che dimezzata nel corso dell’ultimo anno.

In questo contesto di cronica crisi economica, le dure riforme economiche del presidente Bola Tinubu, tra cui il taglio dei sussidi alla benzina che ne ha triplicato il prezzo e l’aumento delle tariffe, non hanno fatto altro che aggravare ulteriormente le difficoltà che devono affrontare ogni giorno i proletari e i gli strati semiproletari che sono la stragrande maggioranza della popolazione della Nigeria.

Tuttavia i lavoratori stanno reagendo ai nuovi attacchi alle loro condizioni di vita e di lavoro. Una repentina e generalizzata ondata di lotte ha scosso il paese a partire dalla prima settimana di giugno. I lavoratori sindacalizzati dei settori dell’elettricità e delle compagnie aeree hanno incrociato le braccia il 3 giugno, provocando il blocco completo della rete elettrica nazionale e del trasporto aereo in tutto il Paese. I crumiri della rete elettrica che non hanno aderito allo sciopero sono stati allontanati con la forza dalle loro postazioni di lavoro e alcuni di loro sono stati picchiati. Con la rete elettrica disattivata, gli aeroporti di Lagos e Abuja si sono fermati, le scuole hanno chiuso i battenti e gli ospedali non hanno più potuto funzionare, in conseguenza della della determinazione alla lotta dimostrata dal proletariato nigeriano. Le forniture di elettricità e acqua sono state interrotte anche all’Assemblea Nazionale, a conferma dello scarso rispetto del proletariato verso il sordido bivacco borghese del parlamento, mentre le proteste bloccavano i cancelli dell’edificio e paralizzavano di fatto tutte le funzioni governative. I lavoratori in sciopero sono stati anche fotografati mentre ordinavano ai funzionari dell’agenzia delle entrate nigeriana di uscire dai loro uffici. Banche e ospedali sono rimasti chiusi e un medico ha dichiarato che il sistema sanitario nigeriano era “sull’orlo del collasso”, poiché gli ospedali non potevano più funzionare senza elettricità. I sindacati del settore scolastico hanno manifestato la loro solidarietà alla mobilitazione sindacale, annunciando scioperi, rivendicando gli stipendi arretrati e denunciando l’indifferenza del governo nei confronti della loro difficile condizione economica. I sindacati dell’industria petrolifera hanno minacciato di scioperare, ma il governo è riuscito a imporre la prosecuzione dell’estrazione di petrolio.

Con l’evolversi dello sciopero, il governo ha pensato di fare fronte alla determinazione dei lavoratori con le riserve di capitale accumulate a spese dei lavoratori stessi. Tuttavia, la borghesia internazionale è intervenuta per mezzo della Banca Mondiale che ha prestato 500 milioni di dollari per sostenere il vacillante settore elettrico nigeriano, una misura provvisoria che ha evidenziato la gravità della crisi.

Il governo si è visto costretto a fare concessioni rispetto a rivendicazioni come l’eliminazione degli enormi aumenti delle tariffe dell’elettricità e del carburante che avevano ridotto il potere d’acquisto dei lavoratori. Dopo sei settimane di sciopero, le trattative con il governo hanno portato a un accordo che prevede del salario minimo a 70.000 naire (42 dollari Usa), molto meno di quanto richiesto dai sindacati. Il governo ha anche promesso di rivedere le tariffe dell’elettricità e di considerare il loro impatto sui consumatori più poveri, impegnandosi a aumentare gli investimenti nelle infrastrutture di trasporto e nelle energie rinnovabili. Con il consenso della NLC e del TUC a questo compromesso, i lavoratori sono stati rimandati al loro posto di lavoro, anche se con un salario minimo che prevede 40.000 naire (24 dollari) in più in busta paga.

Contro il nazionalismo sindacale

La guerra torna di drammatica attualità alle porte delle metropoli capitalistiche europee e porta con sé l’antico antico morbo del patriottismo che anche in un lontano passato deviò parte del movimento operaio e sindacale dalla lotta per i propri interesse di classe. Tale morbo fu la causa di una lunga serie di sconfitte storiche della classe lavoratrice dalle quali, anche a enorme distanza di tempo, essa stenta ancora a riprendersi. La sbandata nazionalista a suo tempo interessò una parte assai significativa dei partiti e dei sindacati operai che 110 anni fa si fecero conquistare da questo nefasto virus e si schierarono nella prima guerra mondiale ponendosi sotto la fallace bandiera della propria patria borghese. Questa fu la prima grande sconfitta del movimento operaio nei tempi del capitalismo entrato ormai alla fase storica dell’imperialismo la quale perdura a tutt’oggi. Quindi per tentare di impedire che l’orribile copione della preparazione della guerra giunga fino al drammatico epilogo, si devono ricercare le cause profonde di quel tradimento operato dai dirigenti dei partiti e i sindacati operai che offrirono il proletariato legato mani e piedi al nemico di classe irretendolo in una ammorbante pace sociale al fine di sostenere la propria borghesia nello sforzo bellico.

I partiti e i sindacati operai svolsero un ruolo molto importante nel rafforzamento del fronte interno nel corso del conflitto, anche se in misura e forme differenti, questo accadde in tutti i paesi capitalisticamente avanzati. Inoltre le diverse modalità, almeno apparenti, con cui il movimento operaio reagì all’appello all’unità della patria, non impedì che l’esito fosse comunque lo stesso e dunque ovunque catastrofico per la parte proletaria. Il caso della Germania fu un esempio paradigmatico in questo senso poiché il partito socialdemocratico esercitava un controllo quasi assoluto sui sindacati e così la decisione di votare i crediti di guerra da parte del suo gruppo parlamentare ebbe l’effetto di portare con sé, quasi senza opposizioni, l’inquadramento dei lavoratori nel fronte della nazione. Anche in Francia la maggioranza della Sfio (nonostrante il nome significasse “Sezione Francese dell’Internazionale Operaia”) votò i crediti di guerra e, nonostante la CGT non fosse controllata nella stessa maniera dal partito socialista, l’ondata di patriottismo riuscì a imporsi con metodi talora più feroci come fu il caso dell’assassinio di Jean Jaurés. Nel caso italiano la subordinazione del movimento operaio alla guerra venne mistificata dalla ingannevole posizione assunta dalla direzione del PSI di “né aderire, né sabotare”, dietro alla quale si nascondeva la necessità di fare i conti con una base operaia meno disposta a seguire in maniera pedissequa i vessilliferi della patria borghese. Se questo avveniva era perché in Italia non si era sviluppato quell’insieme di istituzioni e di dispositivi sociali che in Germania avevano favorito una maggiore sottomissione politica della classe operaia al regime borghese. In questo pesava il relativo ritardo dello sviluppo industriale italiano rispetto a quello tedesco dove si era raggiunto un diverso grado di integrazione degli strati più “agiati” del proletariato (quelli che Lenin chiamerà “aristocrazia operaia”) nel regime borghese. Anche per questo in Italia la componente del movimento operaio che si fece sedurre in maniera più entusiasta dallo spirito patriottardo fu quella del sindacalismo rivoluzionario che, legato in termini organizzativi nell’Unione Sindacale Italiana al sindacalismo anarchico, ruppe con quest’ultimo proprio sul tema della guerra. Sull’orientamento interventista del sindacalismo soreliano in Italia non si può ritenere destituita di fondamento la tesi che esso svolse un ruolo di qualche rilievo nel precipitare degli eventi che sfociarono nella guerra. Tuttavia questo non significa aderire alla narrazione che vuole vedere nel rifiuto dell’inquadramento nel sindacato dominato dal partito socialista, la causa dell’indebolimento dello schieramento contrario all’intervento in guerra. L’esempio della Germania è un esempio assai eloquente di come la borghesia sia riuscita a conquistare alla guerra il movimento operaio e sindacale anche nel paese in cui esisteva il più grande partito che si ispirava al socialismo e in cui il controllo esercitato da questo sui sindacati era molto forte.

Se anche nel caso dell’Italia nessuna forza interna al movimento proletario fu in grado a un tempo di fermare il processo di adesione delle masse allo sforzo bellico e di imporre i propri interessi di classe (ivi incluso quello di non farsi scannare a beneficio dei capitalisti!), questo va spiegato cercando le analogie con le condizioni createsi in altri paesi europei. E’ quindi il caso di valutare quanto i dispositivi a un tempo politici, economici e ideologici, che hanno avuto un’influenza così deleteria all’interno del proletariato, siano ancora presenti nella società e nel mondo del lavoro di oggi.

La formula del cosiddetto “interesse nazionale” agitato da ogni fazione borghese e da ogni formazione politica opportunista in seno al movimento operaio, al di là del suo carattere fallace e ingannatore, condensa al suo interno un suo nocciolo di orripilante “verità” nella misura in cui descrive, attraverso la lente dell’ideologia borghese, il fatto che a un certo punto del loro sviluppo le potenze imperialiste della vecchia Europa si trovarono le une davanti alle altre in una contesa che aveva trasferito al livello superiore degli Stati quella che fino a un certo punto era stata la concorrenza fra le aziende. Il capitalismo monopolistico è la formula che condensa questa tendenza che ha spinto la politica borghese a frapporre fra sé e il proletariato il diaframma dello “Stato sociale” al fine di impedire l’acutizzazione dello scontro sociale e ogni rovesciamento rivoluzionario che assecondasse un processo di transizione al socialismo, i cui presupposti materiali sono già giunti a un notevole grado di maturazione. Infatti nel capitalismo monopolistico di Stato il carattere associato del lavoro che vede la cooperazione di masse umane crescenti, viene portato alle estreme conseguenze, mentre sul lato della distribuzione permane l’appropriazione individuale. Ma di tale appropriazione individuale in un contesto monopolistico diventa sempre più difficile nascondere il carattere di “rapporto fra uomini mediato dalle cose” del capitale. Il cosiddetto “Stato sociale” assolve in questo a una molteplice funzione in senso economico, sociale e ideologico il cui risultato è la massima mistificazione della realtà. Se da un lato il plusvalore estorto ai lavoratori viene loro restituito parzialmente sotto varie forme di assistenza, dall’altra la spesa pubblica diventa l’elemento che mistifica il carattere classista dello Stato il quale viene ingannevolmente proposto come entità neutrale rispetto alle diverse componenti del corpo sociale. Lo “Stato sociale” agisce dunque come un veicolo dell’ideologia borghese che si impone per mezzo della corruzione del proletariato e quanto più l’economia di un paese è prospera, tanto maggiori saranno le risorse che la borghesia alla guida di quello Stato potrà elargire per corrompere sia materialmente che ideologicamente il proprio proletariato.

Se con gli stivali delle sette leghe ci muoviamo di qualche decennio per ogni passo, possiamo dire che in entrambi i dopoguerra il dispositivo sociale dello Stato sociale, la cui vita embrionale era incominciata già nelle ultime decadi dell’Ottocento, non ha mai cessato di espandersi e di crescere di importanza nei grandi paesi capitalistici. Tale sviluppo, specialmente nei tre decenni di prosperità economica successiva alla seconda guerra mondiale, ha modellato la vita politica e sindacale sul paradigma del corporativismo: mentre i partiti riformisti del movimento operaio avevano subito una mutazione genetica attraverso le due guerre imperialistiche approdando a un programma di regolazione dell’economia politica borghese e delle sue crisi, il sindacato rinato dalle ceneri del conflitto europeo ha accentuato il suo carattere di elemento di fatto dell’apparato statale.

A dire il vero, ad assecondare il processo che ha portato il sindacato a trasformarsi in uno strumento della nazione e del suo Stato e a farne un possente veicolo dell’ideologia borghese dentro il proletariato, sono stati alcuni caratteri che talora lo hanno accompagnato sin dalla nascita. Se si guarda specificamente al caso italiano e in particolare alla storia della CGdL, si può osservare come sin dal momento della sua fondazione nel 1906, l’elemento portante dell’organizzazione confederale fossero le federazioni di categoria che già allora presero il sopravvento rispetto alla realtà allora assai diffusa delle camere del lavoro. Queste ultime avevano il pregio essere basate sul territorio e dunque riuscivano da una parte a mettere insieme lavoratori impiegati in diverse fabbriche e luoghi di lavoro e dunque al riparo dalla gerarchia e dalla rete di interessi che allignavano all’interno dell’azienda. Nello stesso tempo esse mettevano insieme i lavoratori delle diverse categorie rendendo più immediata la loro consapevolezza di appartenere a un’unica classe sociale per quanto essa non fosse priva di articolazioni interne. Certo ancora oggi la CGIL (con la I che sta per Italiana), che pure è cosa diversa dalla CGdL, contempla l’esistenza delle camere del lavoro nel suo statuto, ma non è un mistero per nessuno che il sindacato le abbia sempre poste in secondo piano rispetto alle federazioni di categoria e che attualmente non siano che smorti simulacri rispetto a quello che erano oltre un secolo fa.

Il sindacalismo di regime sviluppatosi con la repubblica borghese come erede legittimo del sindacalismo fascista, è frutto del carattere intimamente corporativo della struttura delle confederazioni di regime, le quali hanno giocato un ruolo di primaria importanza nell’impedire l’unificazione della classe lavoratrice al di fuori delle singole categorie e, specialmente dopo la fine dell’era della prosperità, anche al di fuori delle singole aziende, specialmente se destinate a essere dismesse. Eppure fu proprio in risposta all’autunno caldo che con l’adozione della trattenuta dei contributi sindacali in busta paga (la famosa delega), si offrì alle aziende uno strumento di controllo diretto sui lavoratori esponendoli al ricatto padronale e al controllo poliziesco. La delega si è rivelata col tempo uno degli strumenti più efficaci per garantire l’asservimento dei sindacati alla logica del capitale ed è stata la trappola alla quale anche il sindacalismo di base non ha voluto e saputo sottrarsi del tutto opponendo una lotta efficace poiché spesso si è adattato di buon grado alla certezza dell’introito con cadenza mensile assicurato dal prelievo in busta paga che nessun versamento volontario di quote avrebbe potuto garantire.

Un altro importante aspetto dell’assetto corporativo dell’Italia repubblicana è stata la crescente importanza assunta dalla giustizia del lavoro. Quanto più i lavoratori vedevano svanire la possibilità di difendere i propri interessi collettivamente attraverso la lotta, tanto più sviluppavano la tendenza a fare ricorso al tribunale del lavoro e affidare la propria causa a pagamento alle cure di un avvocato. L’assistenza legale offerta dai sindacati ai lavoratori per avvalersi della giustizia del lavoro è, a essere generosi, un’arma spuntata, dato che ha coltivato l’illusione che il tribunale dello Stato capitalista potesse essere il luogo adatto per difendere i propri interessi. Dietro questo tranello si nasconde la mistificazione assai pericolosa dello Stato inteso come ente neutrale e al di sopra delle classi. Così i lavoratori, spesso anche in perfetta solitudine, vengono indotti a rimettersi al giudizio del giudice borghese. La giustizia del lavoro agisce così come un metodo sicuro per fare maturare nel lavoratore la convinzione della propria impotenza individuale. A tale stato di afflizione l’unico antidoto si può trovare soltanto nell’azione collettiva che dimostra invece di quale straordinaria forza latente sia dotato il proletariato nel suo complesso. Ma lo scopo del sindacato di regime dopo la fine dei tempi della prosperità economica è stato quello di imbrigliare, scoraggiare e isolare ogni azione collettiva dei lavoratori.
La segmentazione del proletariato per mezzo dei contratti di categoria ha giocato un ruolo fondamentale nella subordinazione della classe al capitale e al suo Stato, mentre la retorica degli “interessi generali della nazione” ha riempito le bocche dei politicanti del PCI e dei sindacalisti tricolore. In effetti nel linguaggio dello sciovinismo piccolo-borghese, tale interesse nazionale altro non era che un feticcio dietro il quale si celava l’interesse del capitale nazionale e internazionale. Se dunque una categoria di lavoratori si proponeva di strappare migliori condizioni di lavoro e di trattamento economico, magari recuperando una porzione di plusvalore relativo strappato con l’innovazione tecnologica e l’aumento della composizione organica del capitale, ecco che l’anatema giungeva puntuale contro gli atteggiamenti “corporativi” che minavano in maniera mortale l’”interesse generale del paese”. Quante volte il PCI stalinista e ultraopportunista degli anni ’70 ha additato come “anticamera del fascismo” il preteso scatenamento degli “interessi corporativi” di alcune categorie di lavoratori che chiedevano aumenti salariali, operando una sorta di “spostamento freudiano” rispetto al carattere istituzionalmente corporativo delle stesse federazioni di categoria e dell’intero sindacato che si preparava alla svolta dell’Eur? Lo sciovinismo piccolo-borghese propugnato dalla sinistra riformista ha avuto una funzione di primo piano nel deviare verso obiettivi non di classe le lotte operaie attraverso la moderazione delle richieste salariali e l’accettazione della flessibilità del lavoro. Dalla svolta dell’Eur del febbraio del 1978 alla concertazione aperta degli anni ’90 passa più di un decennio in cui alcuni settori della classe lavoratrice presero le distanze dai sindacati tricolore e diedero vita a lotte fuori dal controllo dei bonzi di regime che in una certa fase fecero pensare all’apertura di una nuova stagione. Il ha conosciuto un certo ridimensiosindacato concertativonamento che tuttavia non ne ha annullato del tutto la funzione di “collante sociale” in grado di tenere aggiogata una parte considerevole del proletariato al carro della nazione borghese.

Su un altro versante la nascita e lo sviluppo dei sindacati di base furono la conseguenza della constatata impossibilità da parte dei lavoratori di avvalersi della triplice per difendere le proprie condizioni di lavoro, i propri salari reali e il posto di lavoro stesso. La possibilità di fare a meno del sindacato tricolore suscitò in molti lavoratori la speranza di assistere alla rinascita di un autentico sindacato di classe. Le vertenze più combattive dei lavoratori negli ultimi decenni in genere hanno dovuto fare assegnamento sul sindacalismo di base, ma oggi, oltre quattro decenni dalla nascita del sindacalismo di base, a causa dello scarso sviluppo complessivo della lotta di classe, si deve fare un bilancio a luci e ombre. Nella misura in cui i sindacati di base non sono stati in grado di adottare un paradigma organizzativo coerente con gli scopi della lotta dei lavoratori, essi hanno accettato la pratica antiproletaria della delega, mentre la subalternità all’ideologia dominante ha imposto rivendicazioni sul terreno dei “diritti” piuttosto che su quello dei bisogni, mettendo spesso in secondo piano le richieste degli aumenti salariali e della riduzione dell’orario di lavoro. In questi lunghi anni in cui le lotte sono state limitate o assenti, anche i sindacati di base hanno dato l’impressione di seguire il percorso che li ha avvicinati per molti aspetti ai sindacati di regime. Un discorso che vale soprattutto per l’Usb che ha accettato di sottomettersi alla legge del 2015 sulla rappresentanza sindacale.
In linea di massima i sindacati di base hanno visto crescere un apparato burocratico pletorico in rapporto al numero di iscritti, hanno moltiplicato il numero di distacchi sindacali in molte realtà aziendali e della funzione pubblica, inoltre offrono servizi come caf, patronato ecc. Tutti aspetti questi ultimi che non hanno molto a che fare con la lotta di classe, ma che permettono all’apparato di sopravvivere e di perpetuarsi senza contare troppo sulla ripresa del movimento dei lavoratori.

Talora per andare incontro alla richiesta dei lavoratori di salvare il posto di lavoro nelle aziende in fase di ristrutturazione o di dismissione, i due più importanti sindacati di base per numero di iscritti, l’Usb e la Cub, hanno invocato la soluzione salvifica della nazionalizzazione.

Parecchi militanti sindacali di base sembrano del tutto incoscienti di quali insidie si nascondano in questo appellarsi allo Stato di classe borghese per salvare i lavoratori dalla disoccupazione. Anche la stessa possibilità, spesso soltanto illusoria e ideologica, che la disoccupazione possa essere evitata grazie all’interessamento dello Stato è un altro importante fattore di nazionalismo.

In effetti se la contesa imperialistica viene descritta semplificandola come concorrenza economica fra nazioni, allora si radica la convinzione del tutto errata che il tutore degli interessi dei lavoratori sia lo Stato di appartenenza.

Ma anche una presa di posizione di un sindacato di base al fianco di uno schieramento impegnato in una guerra, anche apparentemente lontana nello spazio, è un fatto che può portare all’accumulazione di materiale infiammabile per accendere l’incendio pestilenziale del nazionalismo. Ad esempio l’atteggiamento del Sicobas e dell’Usb di fronte alla guerra di Gaza è un comportamento partigiano in senso borghese e confonde la giusta indignazione per il genocidio dei palestinesi e per la condizione di dura oppressione nazionale, con l’adesione a un campo che comprende Russia e Iran, mentre dietro il termine “sionista” usato in senso spregiativo si nega l’esistenza di un proletariato israeliano ebraico e non. In questo le direzioni politiche di questi “partiti-sindacati” di orientamento pseudomarxista, aprono la strada all’interventismo borghese in ogni guerra.

Il Sicobas ha sempre tentato invano di superare lo iato incolmabile che separa la sua direzione un tempo fortemente ideologizzata dalla sua base composta prevalentemente di lavoratori immigrati della logistica. Il tentativo di trasformare questi lavoratori capaci di lotte assai generose in “perfetti” militanti marxisti si è dimostrato velleitario e controproducente per il sindacato stesso. Il risultato di medio termine è stato quello di arrestare il processo di crescita del Sicobas e di indurre i capi del sindacato a schierarsi incondizionatamente con Hamas pur di compiacere la propria base che ha al suo interno una cospicua porzione di lavoratori di fede musulmana.

L’Usb ha compiuto una scelta che rispecchia la tradizione campista del gruppo della cosiddetta “Rete dei comunisti” che guida il sindacato, il quale è passato negli anni dal filosovietismo di stretta osservanza, all’antimperialismo a senso unico che demonizza gli Stati Uniti e i loro alleati come se in tali paesi non esistesse una classe lavoratrice. Questo atteggiamento frontista nel conflitto mediorientale di questi sindacati li ha portati a unirsi a chi gioisce per le stragi commesse da Hamas il 7 ottobre, mentre la gran parte del proletariato ha orrore di questi massacri esattamente come lo ha della carneficina di Gaza. Si ha l’impressione che in un contesto generale di scarsa combattività della classe operaia internazionale, tali apprendisti stregoni vedano l’andare allo sbaraglio delle masse palestinesi sotto la bandiera del nazionalismo e dell’oscurantismo, come un buon surrogato della lotta di classe. Non si dovrà attendere troppo prima che si manifestino i risultati nefasti di tali atteggiamenti sfacciatamente interventisti e antiproletari.

In tale quadro deve diventare sempre più evidente la necessità di una lotta contro il germe del nazionalismo che alligna in alcune componenti del sindacalismo di base e che si manifesta in atteggiamenti frontisti e campisti di rispetto alle guerre del capitale. Occorre ribadire la necessità della classe lavoratrice di rifiutare ogni appello al sovranismo, ogni sbandieramento del feticcio menzognero della nazione, ogni schieramento all’interno delle guerre della borghesia, classe internazionale che si avvale dello Stato nazionale per meglio opprimere il proletariato. La classe lavoratrice è anch’essa una classe eminentemente internazionale e deve raggiungere la sua unità per mettersi nelle condizioni di lottare soltanto per se stessa, cioè per i propri interessi contingenti e storici che prefigurano un mondo senza classi, senza capitale, senza sfruttamento e senza frontiere.

Sentimento e volontà: le doti che distinguono il comunista Pt.1

Il testo n. 1 del partito, “Il Partito Comunista nella Tradizione della Sinistra” rappresenta il testo fondamentale del partito, in quanto trae la lezione storica di numerosi eventi che fino a quel momento (1974) erano occorsi al partito. Diciamo subito che tale lezione non era altro che la conferma di assunti che già erano contenuti nella nostra storica dottrina; nel 1974, a poca distanza da una scissione dolorosa che aveva ridotto gli effettivi del partito a poche sezioni, si ritenne di ripercorrere il cammino di studio della nostra tradizione, per trovare, in quella tradizione, la conferma di essere sulla strada giusta, quella di sempre. Da questo testo, che è “il testo fondamentale di partito”, sono tratte le citazioni che riportiamo, non per dare dimostrazioni di ortodossia, ma per aiutare compagni e lettori ad approfondire i punti che noi solo sfioriamo. Se lo si definisce fondamentale questo è perché riunisce tutta la tradizione scritta della Sinistra in oltre 200 pagine di citazioni, unite da un commento esso stesso carne e sangue della nostra dottrina, che chiarisce e sintetizza quanto esposto nelle citazioni.

Niente nel partito è mai dato per scontato per quanto riguarda l’aderenza alla tradizione, e compito dei compagni è di tornare con continuità alle radici della dottrina, sia per trovare continua conferma di essere nel percorso giusto, sia perché con le generazioni che si susseguono tale lavoro è la palestra indispensabile per la formazione del militante comunista rivoluzionario.

Lo stesso richiamo alla tradizione è indicativo: la dottrina di partito non è fatta solo di esperienze storiche, di tesi, di precetti organizzativi. Il modo di esistere del partito è fatto anche e soprattutto di una serie di comportamenti che non è facile classificare, ma che ciononostante costituiscono l’ossatura del partito, la sua garanzia di non scivolare, con la noncuranza verso la tradizione, in comportamenti non nostri, che col tempo possono, quasi inevitabilmente, scadere anche in teorizzazioni improprie.

È per questo che nella nostra dottrina ci sono sempre richiami a categorie che nella società di classe non sono ammissibili, o incomprensibili, o comunque inapplicabili, come la “tradizione”, come la “fraterna considerazione tra compagni”.

Purtroppo teorizzazioni improprie col tempo se ne possono presentare, e nel corso di un secolo ce ne sono state. Il punto di maggiore criticità è sempre il campo tattico, quando si prefigurano scelte che sembrano scontate e vantaggiose, ma che invece esulano appunto dalla dottrina e dalla tradizione. Sono gli atteggiamenti, teorizzati o no, che abbiamo definito opportunismo. Dalla deviazione alla sua teorizzazione il passo è breve, se non contrastato.

“Con la Sinistra sappiamo per certo che il partito si modifica sotto la spinta della sua stessa azione, per cui ad una tattica indiscriminata corrisponde il differenziarsi dell’organizzazione. È ineluttabile, allora, che il “modellino” perfetto si spacchi in mille pezzi.” (Il Partito Comunista nella tradizione della Sinistra, ediz. 1986; Premessa 1974. Nel prosieguo “Partito”).

È stato in quel campo che “il Partito ha iniziato gli sbandamenti più pericolosi, e, nella pretesa che il possesso di “saldi principi” permettesse ogni manovra, o peggio che il maneggio di un’organizzazione “forte e disciplinata” consentisse ogni voltafaccia tattico, sono state stravolte in pochi anni strutture nate o rinate su basi dottrinarie e organizzative saldissime, ed addirittura sull’onda di una rivoluzione vittoriosa. Che poi la “degringolade” tattica sia sempre accompagnata dalla degenerazione della vita di relazione all’interno del Partito, alla comparsa del frazionismo dall’alto, a metodi di compressione organizzativa e di vera e propria lotta politica, è un dolente corollario di una dimostrazione ormai definitiva nella secolare storia dell’organo Partito” (Partito).

Quindi il partito è costantemente oggetto di attacchi dall’esterno, di tentativi di deviarlo, distrarlo dal suo percorso, fatti spesso in buona fede (“la strada dell’Inferno è lastricata di buone intenzioni”, per dirla con Lenin) ma comunque pericolosi per la sua esistenza. Non per l’esistenza fisica dell’organizzazione (anche se spesso chi si è allontanato dal partito ha avuto vita breve), che può benissimo sopravvivere come tale; il problema è la sua sopravvivenza come partito della Sinistra, come partito comunista rivoluzionario, unico erede della incorrotta tradizione rivoluzionaria che semplificando noi rappresentiamo come una linea ininterrotta da Marx-Engels, a Lenin, alla Sinistra fondatrice del PCd’I, alla Frazione all’estero, alla rinascita organizzativa e dottrinale del Partito nel 1951. Caso forse unico nella storia, il partito che dal 1974 pubblica “Il Partito Comunista”, continuazione del “Programma Comunista”, è esistito per oltre 70 anni senza modificare una virgola delle sue posizioni, del suo modo di lavorare, della sua tradizione.
Sicuramente non esiste niente di simile nel panorama dei partiti dell’estrema sinistra, nemmeno in quelli più apparentemente simili a noi, nessun altro è rimasto ostinatamente attaccato alla tradizione e alle posizioni teoriche della Sinistra. Per non parlare ovviamente della congerie di “comunismi” che si fanno sotto per attirare la classe operaia sotto le loro bandiere.

Quindi il compito più importante in questo momento storico, nel quale l’assalto rivoluzionario del proletariato al potere appare ancora lontano da un punto di vista oggettivo, è conservare intatto il patrimonio teorico della sinistra, per poterlo mettere a disposizione della classe quando ve ne saranno le condizioni. “Da allora [1951] compito del partito è di conservare tale sentimento e tale scienza eversiva. Compito del partito non è scoprire nell’oggi informe nuove eccezioni ai nostri teoremi ma saperli leggere nei fatti dell’oggi e del passato.”(Partito) “… mantenere in vita l’organizzazione cosciente proletaria è prima e massima azione rivoluzionaria e bruciante sconfitta teorica per il giganteggiante nostro nemico.” (Partito) Una conservazione che non può essere soltanto la preservazione di sacri testi, di immutabili posizioni, come vestali che perpetuano il fuoco sacro. Il compito del partito è sì di preservare il suo patrimonio teorico, tattico, dottrinario, ma questo compito, ci insegnano i nostri maestri, non lo si può svolgere cospargendo i libri di topicida, or ripubblicando all’infinito i testi sacri; certo, il nostro patrimonio va salvaguardato, ma affinché sia un’arma e non un insieme di concetti bisogna che il partito lo mantenga cosa viva con un continuo lavoro di studio, di conferma alla luce del divenire storico, di trasmissione tra generazioni, un lavoro che non cambi la sostanza, ma la renda viva e attuale, un lavoro che noi chiamiamo di “scolpitura”.

Pur se siamo nell’epoca della Intelligenza Artificiale, nessuna macchina, per quanto educata, può sostituire la passione, la sensibilità, la dialettica del rivoluzionario che lavora sul nostro enorme corpo di testi, il risultato del lavoro di generazioni di militanti.

È per questo che il partito, se vuole sopravvivere nel senso che abbiamo descritto, deve assicurarsi un continuo e ininterrotto ricambio di uomini, di militanti che apprendano l’arte della rivoluzione, e si applichino al lavoro di studio e scolpitura della dottrina.

“L’attività del partito non può e non deve limitarsi solo alla conservazione della purezza dei principi teorici e della purezza della compagine organizzativa, oppure solo alla realizzazione ad ogni costo di successi immediati e di popolarità numerica. Essa deve conglobare, in tutti i tempi e in tutte le situazioni, i tre punti seguenti:
a) la difesa e la precisazione in ordine ai nuovi gruppi di fatti che si presentano dei postulati fondamentali programmatici, ossia alla coscienza teorica del movimento della classe operaia;
b) l’assicurazione della continuità della compagine organizzativa del partito e della sua efficienza, e la sua difesa da inquinamenti con influenze estranee ed opposte all’interesse rivoluzionario del proletariato;
c) la partecipazione attiva a tutte le lotte della classe operaia anche suscitate da interessi parziali e limitati…”(Tesi di Lione, 1926)

Ne discende che il processo con il quale in questo periodo storico il partito si rafforza o semplicemente assicura un ricambio fisiologico con nuovi militanti è semplicemente vitale, di primaria importanza tra le varie sue attività.

Quindi il proselitismo e la propaganda della teoria e del programma sono compiti necessari e permanenti del partito. Il partito rivolge la sua propaganda verso gli individui di tutte le classi, in tutti gli ambienti e con tutti i mezzi.

Nel decidere i metodi, i canali e la giusta quota delle nostre forze da impegnare nel proselitismo il partito non deve dimenticare che la misura e i tempi del sano accrescimento numerico del partito, fenomeno sociale-naturale, sono indipendenti dalla sua volontà, e che quindi non sono da attendersi significativi aumenti numerici degli effettivi del partito in assenza di una ripresa di estese lotte rivendicative del proletariato.

La propaganda del partito consiste nel presentare se stesso all’esterno, la rigorosa sua continuità nei campi della dottrina, delle direttive pratiche di azione, dei modi di relazione e di lavoro interno.
Poiché l’adesione di individui al partito è sempre determinata più da bisogni, intuizioni e sentimenti che da una personale meditata conoscenza e raffronto fra la storia dei partiti e delle loro dottrine, la propaganda migliore è quella che avvicina non sul terreno delle opinioni ma col richiamo alla milizia e al disciplinato lavoro comunista, e, nel caso di proletari, con le giuste direttive di azione immediata. La serie per i singoli potrebbe così formularsi: si vede – si aderisce – si ascolta e si lavora – col tempo si capisce qualcosa.

Avere militato in altri ambiti della sinistra non costituisce un vantaggio per chi si avvicina e chiede di lavorare nel partito, può semmai essere un ostacolo da superare.

Oggetto della propaganda del partito sono gli individui e non formazioni di qualunque tipo. L’adesione al partito sarà sempre individuale e mai di gruppi precostituiti.

Chi sono i militanti che il partito accetta di inquadrare nella sua organizzazione?

“Il Partito organizza quei militanti che non solo sono decisi a battersi per la vittoria della rivoluzione, ma che sono anche consapevoli delle finalità che il Partito persegue e conoscono i mezzi necessari per conseguirle. Ciò non significa che sia condizione per l’ammissione al Partito la coscienza individuale, cosa che escludiamo alla maniera più assoluta; tuttavia questa tesi fondamentale e di principio significa che cessa di esistere ogni rapporto organico di Partito quando si usano al suo interno metodi di costrizione fisica, espliciti e, peggio, diplomatici, che escludiamo prima, durante e dopo la Rivoluzione. Tale tesi dimostra anche che i membri del Partito debbono essere considerati non materiali verso cui fare opera di propaganda e d’agitazione, ma compagni con cui svolgere un lavoro comune per la comune preparazione rivoluzionaria. (Nell’organica predisposizione del partito…, 1985).

Il partito ha sempre distinto tra gli uomini e donne che orbitano intorno a lui, a seconda del grado di coinvolgimento nelle varie attività, sin dalle sue origini, addirittura ancora nel Partito Socialista Italiano. Di queste categorie si ha notizia nella stampa di partito nel corso di tutto il secolo passato, oltre che dalla esperienza vissuta dei compagni che hanno attraversato nel partito gran parte di quel secolo, e che ancora oggi (2024) in questo partito militano.

Una prima figura è il lettore: una persona che è interessata al partito, che ne acquista e legge la stampa, che partecipa a comizi, conferenze, eventi vari organizzati dal partito; non necessariamente ne condivide scopi e metodi, ed evita qualsiasi coinvolgimento nelle sue attività.

Una evoluzione del lettore è il simpatizzante: costui, oltre a leggere la stampa di partito, manifesta condivisione degli obiettivi e metodi del partito, può partecipare ad alcune attività di partito, comprese riunioni teoriche aperte ai simpatizzanti, diffusione di volantini e giornali, redazione di resoconti adatti alla pubblicazione, e può offrire di contribuire economicamente con versamenti estemporanei o regolari. Il contatto col simpatizzante serve a questi per capire cosa è il partito, e al partito per valutarne le caratteristiche che un militante deve avere. Il simpatizzante non può far parte di altri partiti o di altre scuole di pensiero.

In passato si citava anche la figura del candidato, che oggi normalmente non si distingue dal simpatizzante: il candidato è un simpatizzante che, acquisita una certa conoscenza del partito, decide di impegnarsi come militante, quindi esprime la volontà di essere inquadrato e fa sapere al partito che è disposto a svolgere tutte le mansioni relative.

Se il partito ritiene che il simpatizzante/candidato possieda le caratteristiche idonee lo accoglie come militante, il che significa partecipare a tutte le attività teoriche e pratiche di partito, e impegnarsi a versare regolarmente una quota che lui stesso stabilisce in base alle proprie possibilità.

Non solo, il simpatizzante, come il militante, deve anche accettare di disciplinarsi al partito. Così lo si descriveva nel Partito Comunista d’Italia:

«Al concetto borghese che il militante di un partito si limita ad impegnare la propria adesione ideologica e il proprio voto politico e a pagare una quota periodica in danaro, si sostituisce quello che chi aderisce al Partito Comunista è tenuto a dare in modo continuo la sua attività pratica secondo le esigenze del partito. Ciò si realizza con l’inquadramento di tutti gli iscritti … effettivi o candidati» (Il Comunista 21/07/1921)
«La preparazione e l’azione militare esigono una disciplina almeno pari a quella politica del Partito comunista. Non si può ubbidire a due distinte discipline. Il comunista dunque, come il simpatizzante che al partito si sente realmente legato (e non merita la definizione di nostro simpatizzante chi non milita nel partito per “riserve disciplinari”) non possono né devono accettar di dipendere da altre organizzazioni d’inquadramento a tipo militare» (Il Comunista 14/07/1921)

Dunque non solo i membri effettivi del partito, ma anche i simpatizzanti e candidati erano tenuti (prima ancora di entrare a far parte dell’organizzazione) alla disciplina, anche militare, del partito.

Il partito organizza per lettori e simpatizzanti, e talvolta anche per un meno qualificato pubblico, riunioni pubbliche, nelle quali affronta temi di interesse più o meno generale, affrontati con la sua particolare e unica prospettiva e chiave di interpretazione; questo anche con l’ausilio di diffusione di volantini, affissione di manifesti, e oggi anche con strumenti informatici. Si tratta di eventi nei quali il partito espone il suo modo di interpretare i fatti e la storia, e nei quali non sono ammessi dibattiti; il relatore può però rispondere a domande tese a meglio spiegare il concetto esposto.

Quali sono le caratteristiche che un individuo deve possedere per accedere al ruolo di militante, di membro a pieno titolo del partito, e come si regola il partito in merito? La questione non è semplice, e coinvolge la stessa essenza del partito e del ruolo del militante. Già ne abbiamo accennato sopra.

Certamente non sulla base di maggiore conoscenza della dottrina del comunismo rivoluzionario.

“È nostra tesi che comprensione razionale ed azione non solo non sono fatti separabili e separati l’uno dall’altro, ma che nel singolo l’azione precede sempre la comprensione e la coscienza. Anche nel singolo che aderisce al partito….La coscienza non sta nel singolo, né prima né dopo la sua adesione e nemmeno dopo lunghissima milizia, ma nell’organo collettivo il quale è composto di vecchi e di giovani, di colti e d’incolti, e il quale svolge un’azione complessa e continua sul filo di una dottrina e di una tradizione invarianti. È l’organo partito che possiede la coscienza di classe, perché questo possesso è negato al singolo, e può esistere solo in una organizzazione che sappia uniformare tutti i suoi atti, il suo comportamento, la sua dinamica interna ed esterna alle preesistenti linee di dottrina, di programma e di tattica, e che sappia crescere e svilupparsi su questa base, che si accetta in blocco anche senza averla preventivamente capita. Fatto mistico nella adesione al partito è nozione che può spaventare solo il piccolo borghese illuminista convinto che tutto si possa imparare leggendo e studiando sui libri.” (Partito)

“La base della disciplina risale in primo luogo alla «coscienza dell’avanguardia proletaria», ossia di quella minoranza del proletariato che si riunisce negli strati avanzati del partito, e subito dopo Lenin indica le qualità di questa avanguardia con parole che hanno un carattere più «passionale» che razionale, rilevando che, come da tanti altri suoi scritti (Che fare?) è messo in evidenza, il proletario comunista aderisce al partito con un fatto di intuito e non di razionalismo. Questa tesi fin dal 1912 nella gioventù socialista italiana fu sostenuta contro gli «immediatisti» – che sono sempre, al pari degli anarchici, «educazionisti» –, nella lotta tra culturisti e anticulturisti, come si disse allora, ove ben s’intenda che i secondi, invocando un fatto di fede e di sentimento e non di grado scolastico nell’adesione del giovane rivoluzionario, provavano di stare sul terreno di uno stretto materialismo e di rigore della teoria del partito. Lenin, che apre arruolamenti e non accademie, parla qui di doti di «devozione, fermezza, abnegazione, eroismo». Noi, lontani allievi, abbiamo recentemente, con dialettica decisione, osato parlare apertamente, di fatto, «mistico» nella adesione al partito.” (L’estremismo, condanna dei futuri rinnegati, 1961)

“Nel partito si impara e si chiariscono le idee, partecipando al complesso lavoro collettivo che si svolge sempre sul triplice piano: difesa e scolpimento della teoria, partecipazione attiva alle lotte che le masse intraprendono, organizzazione. Al di fuori di questa partecipazione al lavoro reale del partito non ci può essere comprensione e coscienza. Nel Partito si svolge un continuo lavoro di preparazione teorica, d’approfondimento dei lineamenti programmatici e tattici, di spiegazione, alla luce della dottrina, dei fatti che si svolgono sull’arena sociale e si svolge contemporaneamente e senza scissione il lavoro pratico, organizzativo, di battaglia e di penetrazione in seno al proletariato. Il militante impara dalla partecipazione attiva a questo complesso lavoro e solo in quanto è immerso in esso e da esso si lascia sommergere. Non c’è altro modo di apprendere e le nostre tesi hanno sempre affermato che la divisione in compartimenti stagni dell’attività teorica e pratica è mortale riguardo non al solo partito, ma anche a ciascun militante singolarmente preso.

Descrivendo il modo in cui l’organo partito realizza il passaggio della teoria e della tradizione rivoluzionaria fra le generazioni e si lascia permeare nel suo complesso da questa teoria e da questa tradizione, noi non potremmo dunque vedervi una specie di piano scolastico secondo il quale i giovani che si avvicinano al partito vengano prima rapidamente indottrinati da bravi ed esperti insegnanti di marxismo e siano invitati a studiare determinati “brevi corsi” per poi passare alla vera e propria milizia ed alla battaglia pratica. Vi vediamo invece una collettività che studia mentre combatte e combatte mentre studia, ed impara sia dallo studio sia dalla battaglia; vi vediamo cioè una collettività che agisce, un organo che vive di una attività complessa e molteplice i cui vari aspetti non sono mai separabili l’uno dall’altro. E il giovane è attratto e aderisce a questo lavoro complesso, si immette in esso e in esso trova il suo posto, organicamente, nello svolgimento stesso del lavoro; a nessuno si chiede una laurea, né prima né dopo la sua adesione, come a nessuno si fanno esami: l’esame per tutti lo fa il lavoro che deve essere svolto e che seleziona organicamente gli individui al loro posto.

Per l’adesione al partito altre caratteristiche si richiedono che non la cultura «marxista» e la conoscenza individuale della nostra dottrina; si richiedono doti di coraggio, dedizione, volontà di combattere; è per verificare queste qualità che si discrimina fra il simpatizzante o candidato e il militante, il soldato attivo dell’esercito rivoluzionario; non certo perché il simpatizzante non «sa» ancora, mentre il militante possiede coscienza. Se così non fosse cadrebbe tutta la concezione marxista, perché il partito comunista è quel tale organismo che deve, nei momenti della ripresa rivoluzionaria, organizzare nel suo seno milioni d’uomini i quali non avranno né tempo, né necessità di fare corsi di marxismo neanche accelerati ed aderiranno a noi non perché sanno, ma perché sentono «in via istintiva e spontanea e senza il minimo corso di studio che possa scimmiottare qualificazioni scolastiche». E sarebbe stupido, oltre che antimarxista, sostenere che questi «ultimi arrivati» li useremo come «base», mentre i dirigenti saranno quelli che hanno avuto il tempo di «apprendere» e di «prepararsi». Ci si prepara in un solo modo: partecipando al lavoro collettivo del partito. E il militante di partito è per noi non chi conosce la dottrina ed il programma, ma chi «ha saputo dimenticare, rinnegare, strapparsi dalla mente e dal cuore la classificazione in cui lo iscrisse l’anagrafe di questa società in putrefazione, e vede e confonde sé stesso in tutto l’arco millenario che lega l’ancestrale uomo tribale lottatore con le belve al membro della comunità futura, fraterna nell’armonia gioiosa dell’uomo sociale (Considerazioni sull’organica attività del partito…, 1965»

Ed è sicuro che non si è strappato proprio niente né dalla mente né dal cuore chi pensa che prima bisogna saper tutto, aver capito tutto e solo dopo si può agire; oppure chi concepisce il partito come una grande accademia per la preparazione di «quadri». Costui è immerso fino al collo nel mito più putrido della società presente in putrefazione: quello che l’individuo possa col suo misero cervello apprendere e decidere qualsiasi altra cosa che non siano i dettati delle classi dominanti, astute manipolatrici di cultura e d’idee.” (Partito)

….continua