Partito Comunista Internazionale

La lotta dei portuali australiani contro il capitale internazionale

Categorie: Australia, CFMEU, MUA

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Il 2 febbraio 2024 il Sindacato Marittimo di Australia (MUA) firmava un accordo di principio con la multinazionale della logistica Dubai Ports World (DPW) dopo che il giorno precedente era stata annunciata l’estensione dello sciopero fino al 10 febbraio.

Con l’accordo di principio si concludeva così una disputa salariale durata parecchi mesi contro uno dei maggiori operatori portuali privati dei terminal australiani di Brisbane, Fremantle, Melbourne e Sydney. L’accordo poneva fine a una vacanza contrattuale dovuta alla scadenza del precedente contratto che risaliva al settembre 2023. Il nuovo contratto che ha una durata di quattro anni secondo quanto si legge sul sito ufficiale del MUA “garantisce un’equa retribuzione, misure di sicurezza e di gestione dell’affaticamento, la sicurezza del posto di lavoro e un giusto equilibrio tra lavoro e vita privata per i portuali australiani”.

Il MUA celebra la fine del recente sciopero affermando: “I ‘wharfies’, cioè i portuali, svolgono un duro lavoro fisico per 24 ore, sette giorni alla settimana, in tutte le condizioni atmosferiche e in tutte le stagioni. Sono tra i lavoratori più duri, più produttivi e più flessibili del panorama economico australiano”. La fine di questo sciopero ha garantito che “…l’azione industriale sia stata ritirata e che [gli iscritti al sindacato] torneranno al lavoro…”.

Anche se la fine di questa vertenza non sarà l’ultima (almeno non nel prossimo futuro), lo sciopero, e il suo successo per i lavoratori, è l’ultimo e più lungo segno del crescente potere dei lavoratori in Australia. Infatti, l’Ufficio australiano di statistica sostiene che dal 2020 il numero di vertenze industriali è aumentato costantemente, una tendenza che si riflette anche in altri paesi.

L’accordo prevede aumenti salariali annuali dell’8%, del 7%, del 4% e del 4,5% per i 1.800 lavoratori portuali, oltre a un bonus aggiuntivo di 2.000 dollari.

Le azioni di lotta che hanno coinvolto circa 1.500 portuali della DPW, erano state già decise a settembre dai lavoratori con un voto “a stragrande maggioranza”, in opposizione alle continue misure di “taglio dei salari” imposte dalla DPW e agli irrisori aumenti di paga elargiti in concomitanza con un sostanziale aumento dei carichi di lavoro.

La federale Fair Wor Commission, con una mossa apparentemente in sostegno dei lavoratori, ha respinto il tentativo di DPW di sospendere l’azione industriale legalmente protetta del sindacato. Questa, insieme alla posizione olranzista in senso antisindacale dell’azienda è la risposta attesa dal sistema borghese nel suo complesso. Anche quando il sindacato ha presentato proposte più indulgenti, DPW le ha respinte, dimostrando il proprio disprezzo per i lavoratori su cui l’azienda pure fa affidamento per ottenere i suoi miliardari profitti.

Questo atteggiamento da parte del governo non è certo dovuto alla bontà d’animo di chi detiene il potere politico. Si tratta semmai di un espediente per tentare di garantire la pace sociale e perpetuare gli attuali rapporti di produzione capitalistici. Il nostro partito scriveva già nelle Tesi della Frazione Comunista Astensionista del 1920: “I rapporti capitalistici di produzione non possono venire alterati dall’intervento degli organi del potere borghese”. Il nostro incessante sforzo per attestarci sul piano dell’analisi materialista ci rende consapevoli che la difesa degli interessi della classe operaia attraverso gli organi dello Stato non è altro che un inganno e il dominio della classe borghese, nonostante l’azione legislativa delle attuali istituzioni politiche, non potrà mai garantire uno stabile e incessante miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari. Anzi, nonostante le leggi e le misure a “a tutela del lavoro”, le condizioni di vita e di lavoro diventeranno sempre più intollerabili per i lavoratori.

In Rassegna Comunista, n. 2 del 1921, riferendoci alla svalutazione del ruolo del partito da parte del sindacalismo rivoluzionario che esaltava il ruolo delle coalizioni operaie con la scusa che inquadravano un maggiore numero di proletari, affermammo che tale atteggamento era “un inconsapevole ossequio a quella stessa menzogna democratica su cui calcola la borghesia per assicurare il suo dominio attraverso l’invito alla maggioranza del popolo a scegliersi un governante”. Oltre cento anni dopo lo Stato di classe borghese fa propria la funzione di difendere l’agibilità dei sindacati, per smorzare la conflittualità le vertenze di lavoro e impedire che trascendano sul piano della lotta di classe aperta.

Come previsto, DPW ha fatto ricadere le perdite dei “porti inefficienti” sui consumatori. “Dubai Ports… sta aumentando i prezzi [del] 52% per le imprese australiane e vuole un taglio dei salari del 14% per i lavoratori australiani”, ha dichiarato il segretario del Consiglio australiano dei sindacati. In effetti, grazie al lungo sciopero sindacale, l’arretrato di merci ancora da consegnare è salito a più di 50.000 container.
Da un punto di visto storico il commercio internazionale, dominato negli ultimi decenni dalle imprese multinazionali, ha plasmato il panorama economico, sociale e lavorativo dell’Australia. Lo sviluppo economico e culturale del Paese è stato necessariamente legato alle sue principali città portuali, che hanno svolto il ruolo di snodi vitali per i capitali e il commercio esteri. A causa del suo mercato interno relativamente piccolo, della vasta estensione geografica e della prevalenza dell’alta intensità di capitale in settori vitali dell’economia quali l’agricoltura, l’industria mineraria e quella manifatturiera, l’Australia ha storicamente fatto assegamento sugli investimenti stranieri per alimentare la propria crescita economica e lo sviluppo delle infrastrutture. Questa dipendenza dal commercio marittimo ha influenzato profondamente diversi settori dell’economia. Tuttavia, ha anche portato a sfide per i lavoratori marittimi australiani. A causa della loro funzione vitale nel mantenere il flusso del commercio internazionale, questi lavoratori hanno spesso dovuto affrontare dure condizioni di sfruttamento. Essi vengono in genere sottoposti a orari di lavoro estremamente lunghi, ricevono bassi salari e operano in ambienti di lavoro poco sicuri in cui spesso si verificano incidenti gravi, non di rado mortali. La dipendenza dell’economia australiana dal commercio marittimo ha posto tradizionalmente la classe lavoratrice in una posizione particolarmente sfavorevole, poiché la classe dominante ha avuto buon gioco a giustificare il mantenimento dell’ordine sociale con la necessità di un funzionamento efficiente e continuo delle infrastrutture portuali delle città costiere . Di conseguenza la storica dipendenza dal commercio marittimo è stato un elemento essenziale dell’intenso sfruttamento dei lavoratori marittimi.

Il sindacato dichiara: “noi non permetteremo loro di dirci cosa i lavoratori australiani dovrebbero accettare in termini di salari e condizioni, quando i loro risultati all’estero sono così scarsi” e “… [non] tollereremo questo sfacciato maltrattamento dei nostri iscritti da parte di questa azienda internazionale multimiliardaria”. Si deve ricordare a questo proposito che la Dubai Ports World è una multinazionale che fa capo all’omonimo emirato arabo, la quale nel 2023 ha avuto un fatturato di 18,25 miliardi di dollari e ha più di 100mila dipendenti. La storia di quest’azienda, nata nel 2005, la caratterizza come uno strumento centrale della politica estera dell’Emirati Arabi Uniti e risulta evidente la funzione della DPW in sostegno dell’aggressivo militarismo capitalista dei Paesi del Golfo che la rende disponibile a supporto delle svolte più avventuriste di altre potenze imperialiste. Inoltre la DPW non ha mai nascosto, oltre ai suoi attegiamenti palesemente antisindacali, la volontà di conciare la pelle dei lavoratori sottoponendoli a condizioni di lavoro infernali. Rivelatrice a questo proposito la posizione dell’azienda nei confronti degli accordi di libero scambio nel Regno Unito, specialmente dopo la “Brexit”. L’azienda ha chiesto al governo del Regno Unito la creazione di “porti franchi”, concepite come “zone economiche speciali” le quali sarebbero state “libere da diritti dei lavoratori, regolamenti e tasse”.

Le relazioni tra i portuali e l’azienda sono state sempre caratterizzate da trattative solitamente lunghe e difficili. Anche le trattative per il contratto precedente a quello appena firmato, iniziate peraltro dopo la scadenza dei contratti dei lavoratori portuali, sono durate due anni e mezzo. I lavoratori hanno infine votato a favore dei nuovi accordi di contrattazione aziendale nel febbraio 2021, dopo un precedente accordo di principio raggiunto nell’ottobre 2020. Le trattative si sono gradualmente concluse dalla fine di agosto del 2020, quando entrambe le parti hanno raggiunto un accordo su una parte della contrattazione.

Il Mua è stata l’organizzazione sindacale dei lavoratori impegnata in queste trattative. Essa rappresenta 14.000 lavoratori del settore marittimo e dei settori ad esso collegati che fanno parte de sindacato Construction, Forestry, Maritime, and Mining Employees Union (CFMEU), che conta complessivamente 120.000 iscritti. Il MUA è inoltre affiliato al Consiglio australiano dei sindacati, che conta 1,5 milioni di iscritti, e alla Federazione internazionale dei lavoratori dei trasporti. Per quanto si tratti di un’organizzazione sindacale del tutto interna alla compagine del sindacalismo ufficiale australiano, essa non ha potuto fare a meno di assecondare alcune iniziative di lotta dei lavoratori che hanno dimostrato una certa efficacia ottenendo significativi aumenti salariali. Questo è il caso del recente lungo sciopero dei portuali australiani.