La recente spirale di tensione tra Iran e Israele è l’ennesima manifestazione della natura bellicosa della borghesia. Mentre la propaganda borghese presenta questo scontro come una questione di «sicurezza nazionale» o di «resistenza», la realtà rivela una guerra imperialista radicata nelle invarianti contraddizioni del modo di produzione capitalistico.
Dietro la retorica nazionalista o religiosa si nascondono interessi precisi: la lotta per il controllo delle risorse energetiche e le rotte commerciali.
La mondanità frivola e infame della retorica borghese si ripresenta, oggi come sempre, nel suo consunto repertorio: la ricerca del «colpevole» e dell’«innocente», dell’«aggressore» e dell’«aggredito», non è che la riproposizione della menzogna permanente che il Capitale adopera per velare la natura reale dei conflitti tra Stati. Nulla di nuovo sotto il sole. Come già smascherammo, con la chiarezza propria del marxismo rivoluzionario, nel nostro testo del giugno 1967 — Fuori dall’oscena ipocrisia della propaganda borghese di guerra e di pace! (Il Programma Comunista, n. 12/1967)
«Argomento n. 1: c’è guerra perché c’è stato un bieco « aggressore » e un mite « aggredito »; corriamo a difendere il secondo, condanniamo il primo, e sarà pace. Rispondemmo allora e rispondiamo oggi che, quand’anche fosse possibile stabilire chi ha sparato per primo (e possibile non sarà mai), il colpo di fucile non cade dal cielo: è l’epilogo, non l’origine, di una guerra – politica, commerciale, diplomatica – che si svolge perenne nelle viscere della società della merce e del danaro, del salario e del profitto, la società capitalistica; una guerra che continuerà ad infuriare dopo che l’aggressore presunto sarà tolto di mezzo dai presunti aggrediti. Lo dicemmo, così è stato.»
I fatti principali del conflitto attuale
Il confronto armato tra l’apparato militare dello Stato ebraico e quello della Repubblica islamica ha raggiunto nel giugno 2025 il suo culmine più cruento, trascinando direttamente nel vortice bellico l’imperialismo statunitense sotto la presidenza Trump. Il conflitto ha conosciuto una escalation senza precedenti, con attacchi diretti che hanno infranto definitivamente la finzione del “conflitto per procura”.
Lo Stato d’Israele, longa manus dell’imperialismo atlantico in Medio Oriente, il 12 giugno ha scatenato una vasta operazione di aggressione militare, colpendo con bombardamenti selettivi installazioni nucleari, centri di ricerca, dirigenti del programma atomico iraniano, alti ufficiali del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) e infrastrutture ritenute strategiche nella proiezione di potenza del regime di Teheran. La manovra viene ammantata della consueta “giustificazione preventiva”, pretesa esigenza di sicurezza che maschera, dietro il linguaggio ipocrita della difesa, il vero carattere imperialistico dell’operazione: impedire che un concorrente regionale possa sviluppare autonome capacità d’offesa, sottraendosi al monopolio militare delle potenze attualmente dominanti.
Sebbene settori dell’intelligence borghese continuino a mettere in discussione la reale possibilità per l’Iran di dotarsi a breve di ordigni nucleari — citando il basso livello di arricchimento dell’uranio e l’assenza di impianti per la produzione di plutonio — non è esclusa la possibilità che il regime islamico opti per armamenti più antiquati, di maggior peso e minore sofisticazione, ma comunque idonei allo scopo intimidatorio. Il 19 ottobre, con l’impiego operativo dei missili Sejjil, si è rivelata nei fatti la maturazione del programma missilistico iraniano, il quale ha ormai raggiunto un grado di efficienza superiore a quanto preventivato dai centri strategici dell’imperialismo concorrente. Tali vettori risultano in grado di trasportare testate pesanti, dimostrando che l’opzione nucleare, anche nella sua forma più rozza, non è più una mera ipotesi.
Il regime israeliano ha potuto scatenare l’aggressione contro l’Iran solo grazie al pieno appoggio logistico e di intelligence fornito dagli Stati Uniti, presente sin dalle fasi preparatorie e sfociato nell’intervento diretto del 22 giugno. Questo evento ha segnato un salto qualitativo nell’offensiva andando a colpire le infrastrutture nucleari sotterranee con l’uso di ordigni “bunker buster” in dotazione soltanto agli strateghi delle aviazioni USA e russe.
Gli attacchi condotti contro tre impianti nucleari iraniani non hanno distrutto l’intero apparato atomico del paese, ma ne hanno compromesso alcune strutture. Le immagini satellitari, che mostrano deformazioni del terreno, confermano la penetrazione profonda degli ordigni e il danneggiamento dell’impianto di arricchimento di Fordow. È un risultato limitato, con valore tattico, utile a ritardare lo sviluppo del programma nucleare iraniano. Non basta tuttavia a dichiararne l’eliminazione, come invece sostengono con toni propagandistici gli apparati di Washington e Tel Aviv.
Alla offensiva israeliana, la borghesia iraniana ha risposto con una serie articolata di lanci missilistici, alternando la cadenza e la tipologia dei vettori con l’obiettivo dichiarato di saturare le difese aeree sioniste, logorarne in tempi rapidi le riserve di intercettori e colpire obiettivi considerati nevralgici per l’apparato economico e militare del nemico. Tra questi, spiccano il distretto finanziario della capitale economica, la raffineria di Haifa — nodo essenziale della rete energetica nazionale — infrastrutture portuali e aeroportuali strategiche, centri di telecomunicazione e apparati d’intelligence. Eppure, ciò che potrebbe apparire “controintuitivo” agli occhi ingenui del pacifismo piccolo-borghese si conferma perfettamente coerente alla luce dell’economia politica del Capitale: dall’inizio dell’attuale ciclo bellico — inaugurato con l’azione armata del 7 ottobre 2023 — i mercati finanziari israeliani non hanno subito alcuna contrazione sistemica, registrando al contrario un rialzo costante. Ciò non fa che confermare, ancora una volta, la natura parassitaria e sovrastrutturale del capitale finanziario, il quale nella guerra non intravede orrore, ma opportunità. La distruzione materiale, per esso, non rappresenta una perdita: è l’annuncio di nuova distruzione, nuova produzione, nuova circolazione, nuova accumulazione.
Emblematico in tal senso è l’attacco iraniano del 19 giugno contro il distretto finanziario di Tel Aviv. I missili che hanno colpito l’edificio della Borsa israeliana hanno causato una breve sospensione delle contrattazioni, ma non hanno minimamente intaccato la macchina del profitto. Alla riapertura, l’indice TA-35 ha registrato un rialzo del 2,3%, trainato dai titoli del comparto bellico. Nel mese di giugno, l’indice TA-35 è salito del 9,14%, il TA-125 del 10,75%, il 55.75% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’impassibilità del Capitale dinanzi al crollo fisico delle sue strutture più iconiche conferma che esso non possiede radici, né identità nazionale: il Capitale non ha patria, non ha religione, non ha etica. Dove la morte e la rovina colpiscono milioni di proletari, esso già intravede rendimenti, interessi, dividendi.
Il “cessate il fuoco” del 23 giugno e l’ipocrisia borghese
In risposta all’attacco subito, l’Iran ha lanciato alcuni missili contro la base americana di Al Udeid, in Qatar. Un’azione definita “ritorsione”, ma in realtà meticolosamente concertata con il nemico, affinché i danni risultassero “proporzionati”. Un esempio di rara cavalleria tra Stati borghesi, che ha persino suscitato l’elogio ufficiale del presidente statunitense, il quale si è congratulato con Teheran per la misura e il buon senso dimostrati.
Il 23 giugno, lo stesso Trump ha annunciato il cessate il fuoco tra Iran e Israele, rivendicandone la mediazione personale e ponendo così fine alla cosiddetta “guerra dei dodici giorni”. Dietro la farsa diplomatica, resta intatta la regia imperiale, con la tacita complicità degli attori coinvolti.
Nel frattempo, i centri imperialisti occidentali rilanciano lo slogan della «ricostruzione post-bellica» — versione aggiornata del vecchio binomio distruzione/ricostruzione, motore storico del ciclo capitalistico. Cemento sui cadaveri, acciaio sulle macerie, contratti miliardari sul sangue dei proletari iraniani, arabi e israeliani: questa è la vera “pacificazione” capitalista.
La ridicola caricatura generata dall’intelligenza artificiale — con un Trump che passeggia trionfante in una Gaza «ricostruita» a sua immagine e somiglianza — non è una grottesca deviazione, bensì un’anticipazione lucida e cinica del programma reale della borghesia. E fu lo stesso Trump a diffondere tale rappresentazione, quasi a sancire la fusione definitiva tra il capitale finanziario, la tecnologia spettacolare e la guerra d’annientamento.
Una vittoria totale dello Stato israeliano — per quanto improbabile — aprirebbe scenari da «età dell’oro» per la borghesia atlantica: la normalizzazione dei rapporti con le monarchie petrolifere firmatarie dei Patti di Abramo, l’eliminazione dell’ingombro rappresentato dalla questione palestinese, e l’auspicato ridimensionamento geopolitico dell’Iran. In questa prospettiva, un genocidio e un cambio di regime vengono contabilizzati come meri costi d’ingresso per accedere a un mercato pacificato e sottomesso.
Le radici economiche del conflitto e illusione della «soluzione» diplomatica
Di fronte all’escalation bellica, il coro dei pacifisti borghesi invoca ritualisticamente il «ritorno al dialogo» e nuovi «accordi di pace» – illusioni che tradiscono una incomprensione radicale della natura del conflitto imperialista. Questi paladini della pace democratica dimenticano (o meglio, fingono di dimenticare) che i trattati internazionali non sono strumenti di giustizia, ma instrumenta regni del dominio capitalista: essi cristallizzano i rapporti di forza esistenti e legittimano le conquiste dei vincitori temporanei.
La storia mediorientale è costellata di «accordi di pace» rivelatisi meri armistizi preparatori di nuove carneficine: Oslo, Camp David, la Roadmap falliscono sistematicamente poiché si limitano a curare i sintomi politici senza toccare le radici economiche del conflitto. Un autentico accordo di pace richiederebbe l’eliminazione del sistema capitalista stesso – precisamente ciò che la diplomazia imperialista non può concepire senza negare se stessa.
L’evoluzione del conflitto dipenderà dai rapporti di forza tra i blocchi imperialisti. Washington ha già dimostrato la propria determinazione con l’intervento militare diretto. L’offensiva israelo-americana, pur decimando i quadri dirigenti iraniani e danneggiando severamente il programma nucleare, non ha raggiunto l’obiettivo di annientare completamente le capacità iraniane. La questione centrale rimane: sono gli Stati Uniti disposti a un confronto prolungato e costoso contro l’Iran, con il rischio di coinvolgere la Cina – acquirente del 90% del petrolio iraniano – in una crisi più ampia? La risposta determinerà se il conflitto regionale si trasformerà nella scintilla di un nuovo macello imperialista mondiale.
Il totalitarismo speculare di Iran e Israele
L’analisi marxista della presente situazione nel Medio Oriente dimostra come Iran e Israele, lungi dal rappresentare poli antagonisti di un preteso scontro di civiltà, costituiscano in realtà due espressioni gemellari dell’oppressione di classe borghese. Al di là delle mistificazioni ideologiche, entrambi gli Stati dimostrano identica maestria nell’arte del controllo sociale e della repressione sistematica del dissenso.
La loro supposta rivalità non è che la maschera dietro cui si cela la solidarietà di classe tra borghesie nazionali impegnate nella comune opera di sfruttamento delle rispettive masse lavoratrici. Entrambi i regimi hanno perfezionato i medesimi strumenti di dominio: la censura pervasiva dell’informazione, l’utilizzazione della propaganda bellica per soffocare le proteste interne, la militarizzazione integrale della società civile trasformata in una immensa caserma al servizio del capitale nazionale.
Nel caso iraniano, l’apparato censorio della borghesia militare e teocratica si abbatte metodicamente sui mezzi di comunicazione tradizionali, sulla rete internet e sui social media. Ogni voce che osi sollevare critiche contro l’avventura bellica viene “educativamente” ridotta al silenzio, mentre coloro che hanno la temerarietà di mettere in dubbio la politica guerrafondaia del regime sono destinati a frequentare corsi accelerati di rieducazione politica nelle patrie galere. L’apparato propagandistico di Stato presenta sistematicamente il conflitto imperialista sotto le spoglie di una guerra santa contro il sionismo, sfruttando cinicamente la religione, la retorica del martirio e della «bandiera rossa della vendetta», per imporre il silenzio ai dissidenti – perfetta sintesi dialettica tra misticismo religioso e terrorismo poliziesco.
Nel caso israeliano la sostanza non muta, cambia soltanto l’orchestrazione ideologica. La censura militare dello Stato sionista “protegge” democraticamente le informazioni strategiche sul conflitto, mentre gli organi di stampa “godono” della libertà democratica di subire severe restrizioni alla loro attività informativa. Chiunque osi criticare la politica bellica viene immediatamente accusato di tradimento della patria – prassi questa che costituisce una delle più consolidate tradizioni delle democrazie liberali. L’apparato propagandistico brandisce strumentalmente la memoria dell’Olocausto per benedire preventivamente qualsiasi massacro, trasformando così la memoria storica della persecuzione ebraica in una carta bianca per legittimare future atrocità contro i popoli oppressi.
I social media israeliani vengono sistematicamente inondati di materiale pubblicitario che decanta le presunte gesta caritatevoli della Gaza Humanitarian Foundation, prestando scrupolosa attenzione a non menzionare mai i carri armati della pace democratica che quotidianamente mitragliano i proletari palestinesi mentre questi fanno la coda per procurarsi il pane della sopravvivenza. Nel medesimo tempo, nel pieno di questa guerra di dodici giorni, le telecamere trasmettevano in diretta menzognere immagini di cieli sereni su Tel Aviv, di sole e rondini. Censura totale su qualsiasi video auto-prodotto che mostri gli orrori di questa guerra, controllo assoluto sui giornalisti e reporter stranieri. La finzione democratica procede senza intoppi: nulla deve turbare la quiete borghese, Israele si proclama invincibile e le sue difese vengono presentate come inviolabili.
Questa identità sostanziale tra i due regimi borghesi rivela l’inconsistenza di tutte quelle correnti che pretendono di schierarsi ora con l’uno ora con l’altro fronte imperialista. Il proletariato internazionale non ha nulla a che spartire né con la teocrazia militare iraniana né con la democrazia sionista: entrambe rappresentano forme diverse della medesima oppressione capitalistica che deve essere spazzata via dalla rivoluzione comunista mondiale.
I bonzi sindacali si confermano
I bonzi sindacali dell’Histadrut hanno assolto con disciplina la loro funzione storica di collaboratori dell’apparato statale e di cani da guardia dell’ordine borghese. Non incontrando alcuna resistenza organizzata nel seno del proletariato israeliano — disgregato, disorientato, privo di qualsiasi coscienza di classe autonoma — la direzione sindacale, capeggiata da Arnon Bar-David, ha potuto immediatamente dichiarare il proprio pieno sostegno alla guerra di aggressione condotta dal governo Netanyahu, confermandosi come uno degli ingranaggi centrali della macchina bellica nazionale.
All’aumento del 12% dei salari nei settori civili, dovuto unicamente alla momentanea scarsità di forza-lavoro, l’Histadrut ha contrapposto l’ennesima dichiarazione patriottarda: «Il dovere del sindacato è sostenere la patria in pericolo». A partire dall’inizio dell’operazione militare su Gaza, nessuna rivendicazione è stata avanzata in nome della classe lavoratrice: solo una comunicazione sterile e burocratica in cui si chiede il rispetto del salario per i lavoratori impossibilitati a raggiungere il posto di lavoro. Nessuna parola, invece, per i 45.000 proletari palestinesi gettati nella fame dall’interruzione forzata dei permessi di lavoro. Nessuna denuncia dell’enorme taglio alla spesa sociale, destinato al finanziamento diretto dello sforzo bellico.
Non contenta, la centrale sindacale ha promosso tra gli iscritti — e indirettamente in tutto il proletariato israeliano — una campagna per la sottoscrizione dei cosiddetti «prestiti patriottici», raccogliendo 280 milioni di shekel dalle tasche operaie per sostenere l’economia di guerra. Neppure un sussurro di dissenso è stato espresso dall’Histadrut contro l’operazione militare israeliana contro l’Iran. Come nel caso di Gaza, il sindacato ha riconfermato la propria funzione di ammortizzatore sociale della guerra borghese, istituendo un fondo di assistenza — riservato esclusivamente ai propri iscritti — per i danneggiati dai bombardamenti, con il solo scopo di soffocare preventivamente ogni forma di malcontento che potesse emergere dal fronte interno.
Speculare è la condotta dei sindacati ufficiali iraniani, incarnati dai cosiddetti Consigli Islamici del Lavoro — organi corporativi istituiti dal regime post-“rivoluzionario” del 1979 per disciplinare il proletariato all’interno del quadro giuridico-religioso della Repubblica Islamica. Lungo tutta la fase del conflitto, questi organismi non hanno svolto alcuna funzione rivendicativa autonoma, limitandosi ad eseguire gli ordini dell’apparato statale, mobilitando i lavoratori in attività assistenziali a favore degli sfollati e appellandosi all’unità nazionale in nome della «resistenza contro l’entità sionista». In realtà, la loro funzione reale — ieri come oggi — è quella di impedire la formazione di organizzazioni proletarie indipendenti, soffocando ogni spinta alla lotta di classe sotto il velo dell’ideologia religiosa e della subordinazione nazionale.
La falsa alternativa del cambio di regime
Una delle narrazioni più insidiose che accompagnano il presente ciclo bellico è quella del cosiddetto «cambio di regime» in Iran. Tanto la propaganda imperialista occidentale quanto quella dello Stato israeliano convergono su un punto: presentare la caduta del regime degli ayatollah come panacea dei mali della regione, come se la sostituzione della forma politica potesse abolire le contraddizioni materiali che generano il conflitto. L’impudenza borghese arriva persino alla dichiarazione esplicita: il cancelliere tedesco, senza più neppure il velo dell’ipocrisia diplomatica, ha affermato che Israele «sta facendo il lavoro sporco per tutti noi». Il capitale europeo applaude, anche se per ora resta dietro le quinte.
Dal punto di vista del marxismo rivoluzionario, questa narrazione è falsa nella radice. Come il nostro partito ha sempre affermato, il nemico non è il regime in quanto tale, ma la forma economico-sociale che esso rappresenta e difende con i suoi apparati repressivi. Non è la foggia dello Stato a determinare la sua natura, ma il contenuto dei rapporti di produzione che lo fondano. Un cambio di regime che lasci intatto il dominio del capitale non è che un maquillage politico: una metamorfosi della forma, non una rottura della sostanza.
Il regime iraniano, fondato su una teocrazia borghese, e quello israeliano, che si regge su una democrazia borghese a regime d’assedio, sono due espressioni differenti — ma non contraddittorie — dello stesso dominio di classe. Entrambi sottomettono il proletariato alla disciplina nazionale, entrambi utilizzano la guerra come strumento di stabilizzazione interna, entrambi fungono da servitori del capitale nazionale e transnazionale. Le loro divergenze ideologiche o geopolitiche non cancellano la loro comune funzione sociale: perpetuare lo sfruttamento del lavoro salariato, garantire l’ordine della produzione capitalista, annientare ogni embrione di lotta autonoma del proletariato.
Un eventuale «cambio di regime» in Iran — se non accompagnato da una rivoluzione sociale che abolisca il modo di produzione capitalistico — non farebbe che sostituire una maschera all’altra. Un governo liberale, laico, o filo-occidentale non trasformerebbe affatto la condizione del proletariato iraniano: continuerebbe a sfruttarlo, a reprimerlo, a imbrigliarlo nella macchina dello Stato nazionale e nei meccanismi del profitto. La storia del Medio Oriente trabocca di questi cambi di facciata: monarchie rovesciate da repubbliche, repubbliche svendute a tecnocrazie, militari sostituiti da civili — ma ovunque il dominio di classe è rimasto intatto.
La borghesia cambia volentieri i suoi rappresentanti politici, purché rimangano intatti i suoi privilegi economici. Il cambio di regime è spesso solo un modo per dare una nuova legittimità a un sistema di sfruttamento che ha perso credibilità presso le masse. La forma politica può mutare – da monarchia a repubblica, da teocrazia a democrazia parlamentare – ma la sostanza economica rimane immutata: l’appropriazione privata del plusvalore estratto dal lavoro salariato.
La storia moderna dell’Iran fornisce un esempio cristallino di questa continuità nella forma e nell’essenza. Il programma nucleare iraniano non è una creatura della Repubblica Islamica: nasce nel 1957, sotto il regime filo-occidentale dello Shah Reza Pahlavi, nel quadro del progetto imperialista americano «Atoms for Peace». Fu l’imperialismo statunitense a installare il primo reattore a Teheran, e nel 1974 il governo monarchico firmava contratti da miliardi di dollari con aziende occidentali per la costruzione di centrali atomiche: un programma borghese, al servizio dello sviluppo capitalistico nazionale, già allora travestito da modernizzazione tecnologica.
Il regime dello Shah, caro all’imperialismo occidentale, non era meno sanguinario di quello attuale. Fondato sulla ferocia della SAVAK — polizia segreta addestrata dalla CIA —, l’Iran monarchico si era specializzato nell’esportazione industriale della tortura. I suoi strumenti di repressione, frutto dell’«eccellenza» tecnologica nazionale, venivano venduti a regimi democratici e dittatoriali senza distinzione, trasformando la sofferenza in merce, il dolore in business. Sedie a griglia rovente, spray nasali all’acido, e la sedia elettrica «Apollo» — con maschera metallica per amplificare le urla del torturato — costituivano il fior fiore dell’ingegneria repressiva made in Iran: vera e propria nicchia produttiva nel libero mercato mondiale.
La rivoluzione islamica del 1979 non ha fatto altro che sostituire una forma di dominio borghese con un’altra. Dove prima c’era la monarchia militarista, ora c’è la teocrazia militarista. Il programma nucleare è proseguito, i lavoratori continuano a essere sfruttati. Cambia la retorica, ma non la sostanza: il capitale iraniano continua la sua accumulazione, ora sotto bandiera islamica invece che sotto quella monarchica.
I proletari iraniani devono guardarsi dalle sirene ingannatrici di tutti quei sedicenti «partiti operai» che, nell’ora della crisi del regime teocratico, si precipitano a raccogliere l’eredità del potere borghese: i mujahidin del Khalq nazional-democratico, le bande nazionaliste curde che sventolano la bandiera dell’autodeterminazione piccolo-borghese, i neo-fascisti pahlaviani che invocano nostalgicamente il ritorno alla monarchia imperialista, e l’intera pletora delle formazioni liberal-socialdemocratiche che pullulano nel movimento studentesco universitario.
Ma il proletariato iraniano non deve neppure cadere nell’errore di riconoscersi nell’ hekmatismo, che pur conservando il merito di denunciare il carattere imperialistico della presente guerra e di smascherare il tradimento di questi movimenti di opposizione borghese, che cercano di influenzare gli operai, rimane tuttavia imprigionato nella retorica democratica e gradualista, incapace di proporre una autentica alternativa rivoluzionaria al proletariato. Questa corrente, pur proclamandosi autenticamente marxista, non sa liberarsi dalle pastoie dell’illusione gradualista, culturalista, consiliarista e quindi democratica.
La posizione dei comunisti rivoluzionari non può ridursi alla sterile propaganda umanitaria di difendere i proletari dagli effetti della guerra – compito questo che compete agli organismi assistenziali della borghesia. I comunisti non possono fare la concorrenza ai Consigli Islamici del Lavoro rimanendo sul loro stesso piano! Il dovere storico della avanguardia comunista è invece quello di inquadrare il movimento proletario iraniano nella prospettiva della trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile rivoluzionaria fra le classi. Solo così il proletariato potrà sottrarsi al ricatto dell’unità nazionale e spezzare definitivamente le catene che lo legano ai propri sfruttatori, siano essi vestiti con la camicia coreana o con il colletto.
Il proletariato, la prospettiva e il Partito
Quale posizione deve assumere il proletariato internazionale in questo macello imperialista? La risposta è inequivocabile: i lavoratori non hanno patria da difendere, non hanno alcun interesse a versare il proprio sangue per una delle frazioni borghesi in lotta.
Regime teocratico-militare iraniano e Stato sionista sono ugualmente nemici della classe operaia: entrambi sfruttano spietatamente i propri proletari, entrambi utilizzano la guerra per soffocare le contraddizioni interne, entrambi annientano ogni velleità di organizzazione autonoma operaia. I lavoratori persiani sacrificati per la «gloria della rivoluzione islamica» e quelli ebrei immolati per la «sicurezza nazionale» sono vittime della medesima logica capitalistica.
Il proletariato non ha patria: la sua patria è il mondo intero, il suo nemico è il capitale mondiale. Quando i borghesi si scannano, i proletari devono rivolgere le armi contro la borghesia. Questa posizione, lungi dall’essere utopistica, è l’unica realistica: ogni volta che la classe operaia si è lasciata trascinare nelle carneficine imperialiste ne è uscita decimata e sottomessa.
La guerra imperialista contiene dialetticamente i germi della propria negazione: distruzione sociale, inasprimento delle contraddizioni, militarizzazione crescente creano le premesse della crisi rivoluzionaria. Sarà decisivo che il proletariato ritrovi la propria autonomia di classe, il proprio coraggio e spirito indipendente, per trasformare la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria.
L’esempio più emblematico della logica capitalistica: mentre i missili piovevano sulla borsa di Tel Aviv, questa saliva vertiginosamente. Titoli militari, aziende di sicurezza, compagnie edili registravano profitti record. Il capitale aveva già monetizzato la distruzione presente, trasformandola in investimento futuro. Contro questa logica di morte non servono moralismi pacifisti o riforme del diritto internazionale: serve la rivoluzione proletaria, serve l’abbattimento del modo di produzione capitalista. Il Partito rivoluzionario deve preparare questa resa dei conti finale, conducendo la classe operaia verso il bivio storico: socialismo o barbarie.
Il Partito Comunista Internazionale respinge l’isteria piccolo-borghese e la fraseologia pseudo-rivoluzionaria intrisa di moralismo pacifista o umanitario. Non offre false “soluzioni concrete” quando queste non esistono. Piccolo e debole, rimane tuttavia invincibile finché mantiene salda la bussola strategica, immune da compromessi opportunistici, dal piagnisteo democratico e dall’esaltazione nazionalista. La rivoluzione matura nei tempi della storia, non nelle impazienze soggettive.
È notizia che, negli ultimi mesi, ha fatto grande scalpore, sia da una parte che dall’altra dell’Atlantico, la decisione del neo insediato governo Trump di cancellare, a livello federale, i cosiddetti programmi DEI, ovvero quei programmi e politiche sul luogo di lavoro incentrati sui concetti piuttosto vaghi di “Diversità”, “Equità” ed “Inclusione”. Tradotti in soldoni, parliamo di quelle direttive atte a promuovere quote “rosa”, “nere”, “arcobaleno” nelle aziende e nelle istituzioni di vario tipo, ma anche corsi di training professionale per “sensibilizzare” la manodopera su alcune “delicate” tematiche ecc., il tutto, appunto, in nome di diversità e… inclusione in materia di genere, razza, orientamento sessuale e così via. Stando ad anni di meschina retorica, l’obiettivo sarebbe stato quello di garantire un giusto ed equo trattamento nei confronti di quei “gruppi” storicamente discriminati o sottorappresentati in alcuni settori del mondo del lavoro a stelle e strisce.
Una prima origine per questi programmi può essere datata al Civil Rights Act del 1964, che aboliva (molto timidamente anche solo a parole) qualsiasi tipo di discriminazione basata su razza, religione, orientamento sessuale ecc. sul posto di lavoro; la risposta alle nuove direttive del governo trumpiano vede oggi decine e decine di aziende (Google, Amazon, Meta, Disney, GE, Intel, PayPal, Morgan Stanley — giusto per nominarne alcune) cambiare o fare marcia indietro rispetto ai programmi che da anni a questa parte si erano impegnati a seguire, a differenze di altre, quali Apple, Microsoft, Costco, le quali sembrano essere intenzionate a proseguirli. Inutile dirlo, il colpo di coda (o presunto tale) trumpiano ha suscitato una forte opposizione nei salotti di democratici ed affini: L’American Civil Liberties Union (Unione Americana per le Libertà Civili, un’organizzazione non governativa a difesa dei diritti civili e delle libertà individuali) ha definito quello del nuovo governo “un approccio che ha rovesciato la linea federale bipartisan di lunga data, la quale era volta ad aprire porte che erano state ingiustamente chiuse”.
Certamente, quando sia da una parte che dall’altra del campo borghese si fa chiasso sul tema, ad esempio, non ci si riferisce certo alle poco diverse, eque ed inclusive campagne americane, dove la stragrande maggioranza della forza-lavoro è rappresentata dalle sole, enormi schiere di super-sfruttati braccianti di origine messicana. Se nella svolta anti-DEI è da un lato possibile individuare l’intenzione da parte di alcune aziende di rimettere in discussione, almeno per il momento, “politiche sul personale” non ritenute nei loro migliori interessi – esacerbando la competizione all’interno dell’azienda, per incrementare lo sfruttamento della forza-lavoro, ma anche al fine di presentare agli investitori un quadro aziendale in linea con le direttive governative – l’“assetto” complessivo del mondo del lavoro americano subirà conseguenze marginali, per non dire per nulla o quasi rilevanti nei settori peggio pagati, dal dietrofront in materia di DEI. Nulla di più: d’altronde, la natura oggettiva dell’oppressione capitalista, è stata, è e sempre sarà l’oppressione di una classe sull’altra, che non è questione di DEI o slogan simili.
Invece, vale la pena spendere due parole sulla pattumiera che è il campo della retorica borghese – veleno per il proletariato – oggi sempre più disseminato di riferimenti identitari di ogni tipo. Le fazioni partecipanti al macabro dibattito si accusano a vicenda: razzismo, misoginia, omofobia da una parte, razzismo alla rovescia, misandria etc. dall’altra. In atto è il gioco delle parti, l’antico mantra del divide et impera, il cui obiettivo ultimo è agevolare la sopravvivenza del modo di produzione capitalista, la conservazione del dominio di classe della borghesia sul proletariato. Al fine dell’assoggettamento di quest’ultimo agli interessi dell’economia nazionale e dunque della borghesia, compito ultimo dell’opportunismo, e del mantenimento della pace sociale, la classe dominante sa che deve anche servirsi della possibilità di “concedere” “libertà” democratiche e civili – che sempre può in un secondo momento mettere in discussione – e di applicare politiche di “integrazione” della forza-lavoro. Essa ha iniziato a promuovere, dalle scuole agli stadi, anche iniziative morali a favore di integrazione ed inclusività scimmiottando la più vuota demagogia antirazzista, in un contesto capitalistico maturo dove la rete di interessi ha carattere invece sempre più mondiale, e pretende di celebrare mille usi e costumi “stranieri” mentre allarga i suoi affari e i suoi stili di vita: d’altronde, ai fini dello svolgimento dei processi propri della produzione capitalista e dell’accumulazione del capitale colore della pelle e passaporto sono elementi poco incidenti. Ma l’aspirazione del riformismo non può che fermarsi alla mera intermediazione culturale, che in ogni caso resta un’impossibilità per la società borghese. Quest’ultima, infatti, necessariamente ha bisogno anche di potersi servire della guerra fratricida tra gli sfruttati, e sa come esacerbarla ai fini di ostacolare la maturazione del fronte di classe ma anche agire sui salari, avendo sempre come obiettivo ultimo la conservazione dei vigenti rapporti di produzione. Bianchi e neri, autoctoni ed immigrati, uomini e donne, eterosessuali e omosessuali: la classe borghese, facendo convenientemente pendere, in base alle esigenze determinate dalla continuità storica, la bilancia o verso l’inclusività “progressista” o il bigottismo “nazional-popolare”, in ogni caso sempre produce e riproduce le linee di divisione interne al proletariato (che ogni campo borghese riconosce) che siano esse emerse in seno alla società capitalista oppure ereditate da forme storiche ormai arretrate, che la borghesia, un tempo rivoluzionaria, aveva promesso di relegare nei fondali della storia.
Oggi più che mai, con l’inesorabile maturare delle contraddizioni sociali e l’avanzamento della crisi capitalistica, ogni schieramento del fronte borghese si è mosso per inculcare nel proletariato politiche identitarie ed è impegnato nell’inquadrare i lavoratori nei diversi blocchi e movimenti interclassisti per razza, genere o orientamento sessuale.
Negli Stati Uniti, statistiche alla mano, se consideriamo le principali testate giornalistiche, il numero di articoli o notizie dedicati – o che fanno comunque riferimento – a questioni di razza, genere, orientamento sessuale ecc. ha visto un impressionante aumento (in molti casi è possibile distinguere un andamento quasi esponenziale) a partire dall’inizio del decennio scorso, sviluppando un mostruoso, ormai tanto diffuso quanto irreversibile, modello di profitto basato anche sulla vendita coatta della pubblicità attraverso il traffico internet generato da titoli acchiappa-citrulli e sparate al di fuori di ogni logica. Ma non c’è da sorprendersi: l’alleggerirsi della presa sul proletariato del millantato “cambiamento” e potenziamento dello stato sociale del primo mandato Obama, nonché l’avvicinarsi della campagna elettorale in preparazione del seguente, ma sopra ogni cosa, lo scossone provocato dalla pesantissima crisi del 2008, hanno portato la borghesia americana e i suoi lacchè a dover attingere sempre più spesso dal bagaglio della miseria “identitaria” per favorire l’ottundimento dei lavoratori e scongiurare sul nascere una più significativa ripresa della lotta di classe. Nel 2020, dopo le diffuse proteste seguite al disgraziato omicidio di George Floyd, molte delle aziende che oggi ritirano i vari programmi DEI, ne facevano allora grande sfoggio, altre ne promettevano l’introduzione.
La borghesia afroamericana, che da decenni si muove per mobilitare il proletariato nero, sotto l’inganno dell’unità di razza, del razzismo alla rovescia e delle “identity politics” per accrescere la sua influenza all’interno del Partito Democratico, aveva immediatamente colto la palla al balzo spingendo sul terreno della preparazione allo “scontro” elettorale le proteste di piazza.
Oggi, l’amministrazione trumpiana, facendo leva sugli ormai incancreniti e marci pregiudizi razziali e sessisti tanto quanto sul disperato mantra del “si salvi chi può”, vuole illudere il lavoratore bianco raccontandogli la favola che lui tornerà ad essere tanto “grande” quanto era “grande” l’America quando gli altri operai bianchi come lui ancora godevano di salari, servizi e benefici significativamente superiori rispetto ai suoi fratelli e alle sue sorelle di classe di altro colore.
Ma i comunisti non inorridiscono, e tantomeno si sorprendono, davanti alle menzogne dei burattini del capitale, perché consapevoli che “la vera lotta della classe operaia va a coincidere con la difesa della sua parte più debole” e che solo così “i lavoratori relativamente meno sfruttati tutelano innanzitutto se stessi dalla concorrenza al ribasso dei loro fratelli di classe più ricattabili”. Ma soprattutto noi comunisti – organizzati nel Partito Internazionale del proletariato che fra le sue fila non conosce alcuna divisione essendo i suoi militanti comunisti e basta, senza alcuna altra specificazione né di razza, né di genere o orientamento sessuale – siamo consapevoli che solo attraverso l’unificazione per il fronte unico di classe, al di là di qualsiasi barriera e retorica “identitaria”, nazionalista e guerrafondaia, potrà la classe lavoratrice tornare sul cammino della lotta rivoluzionaria. Per, adempiere, finalmente, al suo compito storico: la società comunista, la quale anche sarà “il superamento e la sintesi delle antiche culture storiche dell’uomo in una forma superiore che le verrà tutte a negare”.
L’attacco di Israele ai centri del potere militare siriano a Damasco non rappresenta altro che una nuova mossa per la spartizione del potere regionale sul complesso scacchiere Medio orientale. Israele ha colpito alcuni edifici vicino al Ministero della Difesa e altri obiettivi strategici, giustificando formalmente questa azione con la necessità di difendere la comunità drusa. Tuttavia, dietro questa motivazione ufficiale si celano interessi strategici molto più ampi, legati al controllo territoriale e al nuovo assetto politico della Siria dopo la fine della dinastia degli Assad.
L’attacco a Damasco rappresenta, quindi, uno dei tasselli della più ampia strategia che mira a consolidare il controllo di Israele su una fascia di territorio siriano strategicamente cruciale: l’obiettivo di Israele è mantenere il dominio su tutto il sud-ovest della Siria. Questa regione è contigua con il sud del Libano e con il nord di Israele, e il suo controllo fa parte di un disegno più ampio per assicurare i confini settentrionali e nord-orientali israeliani attraverso una serie di zone cuscinetto, o di vera e propria acquisizione territoriale.
L’occupazione del territorio siriano si inserisce poi in un quadro ancora più generale e cioè il mantenimento di un dominio sempre più esplicito sui cieli e su tutto il territorio siriano fino ad arrivare all’Iran. Infatti dall’8 dicembre 2024, giorno in cui crollava definitivamente il potere di Bashar Al-Assad (che segnava la fine del regime baathista dopo mezzo secolo di dominio incontrastato sul paese arabo), Israele ha condotto centinaia di raid che hanno distrutto tutte le difese aeree di epoca sovietica dell’esercito siriano, preparando un corridoio terrestre e aereo che è poi servito per bombardare l’Iran senza dover attraversare altri spazi aerei.
Si delineano all’orizzonte nuovi accordi di spartizione della Siria tra diversi attori regionali e globali: Israele controlla il sud-ovest siriano, la Turchia ha influenza sulla Siria nord-occidentale, centrale e in parte meridionale, (Turchia, che pur mantenendo una retorica di ostilità verso Israele, condivide con esso e con gli Stati Uniti una sostanziale spartizione di influenza in Siria) mentre gli Stati Uniti mantengono presenza nel nordest, nelle aree curde (il nordest della Siria è ricco di risorse non solo idriche ma anche petrolifere, di gas e fosfati, oltre ad avere una posizione strategica al confine con Iraq e Turchia).
Il nuovo potere centrale di Siria, costituito dagli islamisti conservatori, cerca di destreggiarsi tentando di rimanere in equilibrio come un funambolo sulla corda, ma al contempo cerca di munirsi di una efficiente rete di protezione nel caso in cui dovesse cadere. Ahmad Shara, l’autoproclamato presidente siriano, da buon rappresentate della borghesia, ha svariate volte cambiato casacca nei suoi ormai innumerevoli tentativi di risalire la scala del potere, “svestendosi” di volta in volta degli abiti ideologici precedenti. Da giovane jihadista che combatteva contro Stati Uniti e Gran Bretagna in Iraq, è passato attraverso varie trasformazioni dall’essere un jaidista fondatore dell’ala siriana di Al-Qaeda, al distaccarsi formalmente da quest’organizzazione per creare una nuova coalizione, fino ad arrivare al potere a Idlib con il sostegno turco.
Il nuovo regime tenta ora di estendere e rafforzare il controllo su territori che durante la lunga guerra civile, iniziata tra il 2011 e il 2012, non erano mai stati completamente sotto il controllo di Damasco. Oltre alla regione di Sweida, rimangono questioni aperte nella zona costiera a maggioranza alauita e nelle aree controllate dalle forze curdo-siriane nel nord-est del paese.
Negli ultimi otto mesi, da febbraio a oggi, si sono verificati scontri sanguinosi e massacri da parte delle forze governative e filo-governative. La zona costiera è stata teatro dell’uccisione di circa 1500 civili, incluse donne e bambini. Gli alauiti, identificati con il passato regime, hanno subito violenze particolarmente atroci e sistematiche, mentre nei confronti dei drusi, la violenza è stata relativamente meno diffusa e pesante, ma comunque significativa.
Ad oggi il nuovo potere in Siria si relaziona con i drusi seguendo la tradizione storica siriana: da una parte utilizza la forza per spingerli a cedere parte della loro autonomia, dall’altra cerca di negoziare per mantenere un controllo effettivo del territorio.
I drusi popolano principalmente la regione di Sweida, nell’area sud-occidentale della Siria e mirano sostanzialmente a mantenere una forma di autonomia di stampo quasi federale, avanzando il diritto di monopolio nella gestione delle risorse e dei servizi in un territorio che considerano proprio: gestire servizi e risorse rappresenta un aspetto fondamentale per mantenerne il controllo politico.
Per il nuovo potere a Damasco, che sta cercando di consolidare il controllo su tutti gli aspetti lucrosi della gestione statale l’autonomia drusa rappresenta, dunque, un ostacolo. Il regime vuole imporre il proprio controllo anche attraverso nuove società finanziarie per la distribuzione di servizi come elettricità, acqua e servizi bancari. Israele non poteva trovare scusa migliore per poter continuare il suo progetto di espansione ormai indispensabile ad un capitalismo non più giovane a cui necessitano, per rigenerarsi, guerra e distruzione per poi passare alla ricostruzione e ad un nuovo ciclo di accumulazione prolungando la sua ormai agonica esistenza.
Agonia che però paga solo la classe lavoratrice cui spetta, dunque, di levarsi in primis contro la propria borghesia e il suo Stato. Il proletariato, diretto dal Partito Comunista Internazionale unico reale strumento della lotta di classe, dovrà ergersi al di sopra delle bandiere nazionali e lottare per la sua liberazione dal putrescente sistema capitalistico e le sue effimere riforme, puntando verso la realizzazione dell’unico tipo di società in cui l’uomo possa realizzarsi come essere effettivamente libero: il Comunismo, sogno e bisogno della specie umana, in cui fruire della rinata natura e dello sviluppo di scienza e tecnologia riconquistate alla felicita’ dell’ uomo e non alle esigenze dell’individuo di ormai borghese memoria.
La crisi idrica in Asia meridionale non è una “emergenza ambientale”, ma un’espressione diretta dei rapporti capitalistici di produzione e della competizione interstatale per il controllo delle risorse vitali. In una regione dove l’agricoltura assorbe oltre il 40% della forza-lavoro e costituisce una quota essenziale del prodotto interno lordo, il controllo dell’acqua è questione di sopravvivenza per le borghesie locali. La lotta per l’acqua non è un rischio futuro: è già guerra in corso.
Afghanistan e Iran: sovranità idrica contro collasso ecologico
Il caso del fiume Helmand, che nasce in Afghanistan e termina nei laghi Hamun al confine iraniano, illustra perfettamente la contraddizione. Il trattato del 1973, mai pienamente ratificato, prevedeva per l’Iran una fornitura minima di 26 m³ al secondo. Ma la realtà è che nessun trattato può sopravvivere alla dinamica capitalistica di appropriazione delle risorse. Le dighe afghane – in particolare Kamal Khan e Bakhshabad – riducono drasticamente il flusso d’acqua, contribuendo al collasso dell’ecosistema iraniano a valle.
Nel maggio 2023, le tensioni hanno prodotto scontri armati. Da un lato, i talebani rivendicano la “sovranità” assoluta sulle risorse idriche del Paese. Dall’altro, l’Iran, minacciato dalla desertificazione, minaccia l’uso della forza. Le paludi di Hamun, un tempo estese per oltre 4.000 km², si sono ridotte a meno del 10% in poco più di due decenni, con effetti devastanti sulla popolazione e sull’agricoltura. I tentativi di mediazione internazionale, come quelli del Programma ONU per l’ambiente, si sono dimostrati del tutto irrilevanti. La diplomazia è impotente di fronte al dominio della produzione capitalistica e la conseguente rottura degli equilibri della biosfera.
Pakistan-Afghanistan: l’acqua come moneta del tradimento
Il bacino del fiume Kabul, da cui dipende una parte significativa dell’agricoltura pakistana, è al centro di un’altra disputa. L’Afghanistan, ora controllato dai talebani, ha annunciato la costruzione di 12 dighe che ridurranno il flusso verso il Pakistan del 16-17%. Non esiste alcun accordo formale tra i due Stati sulla gestione delle risorse idriche condivise. Islamabad, che per anni ha ospitato i talebani come riserva strategica, ora paga il prezzo politico di quell’alleanza. Il capitale non conosce fedeltà: solo interessi.
India e Pakistan: il trattato dell’Indo e la minaccia esistenziale
Il Trattato dell’Indo del 1960, mediato dalla Banca Mondiale, assegnava all’India il controllo dei fiumi orientali e al Pakistan quello dei fiumi occidentali, con limitazioni all’uso indiano di questi ultimi. Ma con la pressione demografica crescente, la scarsità idrica e il cambiamento climatico, i margini tecnici dell’accordo si sono trasformati in trincee geopolitiche.
L’India ha costruito dighe idroelettriche sui fiumi “pakistani”, formalmente entro i limiti del trattato, ma percepite da Islamabad come atti ostili. La disponibilità di acqua pro capite in Pakistan è crollata da 5.600 a meno di 1.000 m³, facendo rientrare il paese nella categoria di “grave scarsità d’acqua”. Il sistema fluviale dell’Indo sostiene il 90% dell’agricoltura, il 26% del PIL e oltre il 40% della forza-lavoro pakistana. Qualsiasi riduzione del flusso idrico significa carestia, disoccupazione, disintegrazione sociale. Il fondatore di Lashkar-e-Taiba, Hafiz Saeed, ha già da tempo integrato la narrativa idrica nella propaganda jihadista, collegando le dighe indiane alla necessità di “jihad difensiva”. Le parole usate — “terrorismo idrico”, “distruzione economica”, “causa nucleare” — riflettono la logica dominante: l’acqua è guerra, non cooperazione.
L’attacco di Pahalgam e la conseguente sospensione unilaterale del Trattato dell’Indo da parte dell’India rappresentano un’escalation gravissima. Le dichiarazioni della Banca Mondiale e delle agenzie umanitarie sulla “preoccupazione per la sicurezza alimentare” non mutano la realtà materiale: l’acqua, privatizzata, spartita, armata, è diventata una leva politica di potenza. Lo Stato borghese, in qualunque forma, gestisce le risorse secondo le leggi dell’accumulazione e della guerra permanente.
L’acqua non è bene, è un «asset»
In Asia meridionale, il controllo delle risorse idriche è ormai indistinguibile dal controllo territoriale, dalla guerra economica e dal dominio politico. Non esiste “gestione cooperativa” sotto il capitalismo. La guerra per l’acqua è una guerra tra borghesie, combattuta sul corpo delle masse lavoratrici e contadine, sacrificate per gli interessi di blocchi imperialisti in conflitto.
La pianificazione razionale della distribuzione idrica si scontra con le barriere insormontabili poste dalla parcellizzazione statuale borghese. Le frontiere politiche, imposte dall’imperialismo e difese con la forza militare, frammentano i bacini fluviali che costituiscono unità geologiche naturali. La contraddizione tra l’unità fisica delle risorse naturali e la divisione artificiale degli Stati borghesi è uno degli aspetti più visibili dell’irrazionalità del modo di produzione capitalistico. Il caso del fiume Indo è emblematico: scomposto in “fiumi pakistani” e “fiumi indiani” da un trattato imposto nel 1960, il suo bacino è gestito secondo logiche competitive e non complementari. L’unità idrologica del sistema è negata dall’esistenza di Stati in concorrenza, ciascuno con propri piani di sfruttamento e gestione. La stessa logica si riproduce all’interno degli Stati tra regioni, province e unità amministrative in competizione per la stessa risorsa.
Un aspetto particolarmente aberrante di questa frammentazione è la classificazione dell’informazione idrologica come “segreto di Stato”. I dati sulle portate fluviali, le precipitazioni, la capacità di ritenzione delle dighe e i rilasci programmati sono considerati informazioni strategiche, soggette a manipolazione e occultamento. L’India ha classificato come riservati i dati dettagliati sulle portate del fiume Chenab, mentre il Pakistan ha nascosto le informazioni sul consumo effettivo delle province. L’Afghanistan non condivide dati affidabili sui prelievi dal bacino del fiume Kabul.
Questa assurdità raggiunge il parossismo con le dighe “militarizzate”: la gestione degli invasi è posta sotto controllo militare e i dati sui rilasci d’acqua sono classificati come segreti di sicurezza nazionale. In India, la Baglihar Dam è considerata “asset strategico”, e in Pakistan la diga di Tarbela è sotto il controllo parziale dell’esercito. Le inondazioni derivanti da rilasci improvvisi e non coordinati hanno causato centinaia di vittime negli ultimi anni, ma i dati essenziali per prevenire tali disastri rimangono inaccessibili.
L’economia politica dell’acqua sotto il capitalismo riproduce tutte le contraddizioni della produzione mercantile: l’acqua è simultaneamente valore d’uso essenziale e valore di scambio, bene comune e merce strategica. Nel 2023, la Banca Mondiale ha esplicitamente etichettato l’acqua come “asset strategico negoziabile”, riducendo la questione dell’accesso a un mero calcolo di prezzo, ignorando la sua funzione biologica e sociale fondamentale. La proprietà privata dell’acqua si manifesta in diverse forme: concessioni statali a imprese private, monopoli di distribuzione, dighe costruite con capitale privato ma difese con eserciti pubblici. In Nepal, le concessioni idriche a multinazionali indiane permettono di controllareflussi che potrebbero irrigare il Bihar; in Pakistan, i capitali cinesi finanziano dighe che lasciano a secco il Sindh; in Afghanistan i consorzi europei progettano captazioni che affameranno l’Helmand iraniano. Il mercato dell’acqua nella regione è già una realtà operante: l’acqua viene comprata, venduta, scambiata, valutata e finanziata come qualsiasi asset. I “futures dell’acqua” sono stati introdotti nel 2020 nel Chicago Mercantile Exchange, trasformando una risorsa vitale in oggetto di speculazione finanziaria. Le industrie agricole del Punjab indiano, le miniere del Balochistan e gli impianti di imbottigliamento transnazionali competono per le stesse falde acquifere da cui dipendono milioni di contadini.
La proprietà privata, sia nella forma di diritti individuali sull’acqua sia nella forma statale di sovranità esclusiva sui bacini, impedisce qualsiasi pianificazione razionale. Gli sforzi di coordinamento promossi da istituzioni come la Commissione del Mekong o l’International Conference on Indus Waters rimangono formali, privi di potere reale e subordinati alla logica degli interessi nazionali concorrenti. Il trattato dell’Indo è stato presentato come modello di cooperazione, ma la sua stessa struttura rivela l’impossibilità di trascendere la logica competitiva: non prevede la gestione integrata del bacino, ma solo la sua spartizione. Non incorpora principi di equità intergenerazionale o sostenibilità, ma solo quote fisse di prelievo. Non riconosce i diritti delle comunità locali, ma solo quelli degli Stati. La soluzione non risiederà nella stipula di nuovi o migliori trattati, né nell’intervento di istituzioni sovranazionali. Solo la rivoluzione internazionale del proletariato, abolendo il regime della proprietà e della produzione mercantile, potrà liberare l’acqua — come ogni altra risorsa — dalla logica del profitto, restituendola alla comunità umana.
La dittatura rivoluzionaria del proletariato, superando le frontiere nazionali, permetterà la gestione unitaria dei bacini idrografici secondo principi scientifici e non mercantili. La produzione pianificata eliminerà la contraddizione tra la natura unitaria delle risorse e la frammentazione politica. I dati idrologici, liberati dal segreto militare e commerciale, saranno resi disponibili universalmente. La ricerca idraulica, oggi subordinata agli interessi di profitto o di potenza, sarà riorientata verso la conservazione delle risorse e la soddisfazione dei bisogni collettivi.
L’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione includerà l’acqua, che sarà gestita come bene comune con un criterio di distribuzione razionale basato sui bisogni reali delle comunità e degli ecosistemi, non sul potere d’acquisto o sulla forza militare. I grandi piani di irrigazione, oggi subordinati a logiche di profitto o di prestigio nazionale, saranno ripensati in funzione dell’interesse generale delle masse produttrici.
La pianificazione centralizzata non sarà solo tecnica, ma anche sociale: permetterà di superare lo spreco strutturale dell’acqua imposto dalle leggi di mercato e dalla concorrenza. La produzione agricola e industriale sarà riorganizzata tenendo conto delle disponibilità idriche complessive, non delle esigenze immediate di valorizzazione del capitale. Nelle zone aride e semi-aride, la dittatura rivoluzionaria potrà imporre limitazioni alla concentrazione demografica e produttiva in aree idricamente vulnerabili, superando l’anarchia degli insediamenti e delle attività economiche che caratterizza il capitalismo. Le megalopoli parassitarie sorte in aree desertiche per ragioni di speculazione immobiliare o di prestigio politico, come Karachi o Dubai, saranno gradualmente riorientate verso un equilibrio con le risorse disponibili. Solo la pianificazione internazionale della produzione, sottratta alle leggi del valore e del profitto, potrà risolvere i problemi che il capitalismo ha generato e continua ad aggravare. L’acqua, ricondotta al suo carattere di bene comune, sarà sottratta all’appropriazione privata e statale, tornando a essere ciò che naturalmente è: condizione fondamentale della vita, non merce da vendere.
Per completare questa panoramica, riportiamo due tabelle che mostrano gli incrementi medi annui della produzione industriale di ciclo in ciclo. La prima tabella riguarda i vecchi Paesi imperialisti ed è suddivisa in 4 cicli: 1950-1973, 1973-2007, 2007-2018 e infine 2018-2024. Le ultime due colonne sono quelle già viste, dove si confronta la produzione industriale del 2024 con quella raggiunta nel 2018 e nel 2007, o 2008, nel caso della Germania.
Si può notare che nel primo ciclo, subito dopo la ricostruzione postbellica e quando la produzione industriale era tornata al suo picco prebellico, gli incrementi sono stati non solo sostenuti, ma addirittura considerevoli nel caso della Corea del Sud, del Giappone, della Germania e della Spagna, appena uscita dalla guerra civile.
Gli incrementi variano dal +16,4% della Corea del Sud – in altre parole, la produzione è aumentata in media del 16,4% ogni anno in questi 23 anni – al +8,5% della Germania. Il dato della Francia, pari al 6,1%, è inferiore, ma comunque di tutto rispetto. Infine, per il Vecchio Leone – il Regno Unito – abbiamo un modesto 2,7%, in linea con la sua età e la minore distruzione subita. L’America, già pletorica, ha comunque registrato un’impennata del 4,3% annuo.
Si nota poi molto chiaramente, per tutti i capitalismi, il netto rallentamento di ciclo in ciclo, che termina con incrementi negativi nell’ultimo ciclo del 2018-2024. Fanno eccezione la Corea del Sud (+1,8%) e il Belgio, che batte la Corea del Sud con un tasso di crescita medio annuo del 2,4%! Nella seconda tabella sono riportati i cicli dei Paesi dell’Europa orientale.
Questa seconda tabella comprende tre cicli: 1998-2007, 2007-2018, 2018-2024. L’anno di partenza, il 1998, è l’anno in cui tutti questi Paesi, che hanno vissuto una recessione con la crisi di sovrapproduzione che ha portato al crollo dell’impero russo, sono tornati ai livelli di produzione precedenti alla crisi. Per ogni ciclo abbiamo due colonne; la prima indica l’incremento totale tra i due anni e la seconda l’incremento medio annuo del ciclo calcolato a partire dall’incremento totale dato dalla prima colonna.
Quindi, per il ciclo 1998-2007, per la Polonia abbiamo un aumento totale del 78,9%, che corrisponde a un incremento medio annuo del 6,7%. Per l’Ungheria abbiamo il 102,9% e l’8,2%. Per l’Estonia, abbiamo un aumento del 107,5% e dell’8,4%. Per la Lettonia abbiamo il 57,5% e il 6,7%. Per la Lituania, abbiamo il 55% e il 5%. Per la Romania, 44,2% e 4,2%.
Passando da un ciclo all’altro, si assiste a un calo costante degli incrementi, che diventano addirittura negativi nell’ultimo ciclo per la Lituania con -0,1% e del -1,5% per la Romania. Di fatto, la Romania è in recessione dal 2019.
È interessante vedere l’aumento totale dal 1998. La Polonia è in testa con un aumento totale del 253% e un incremento medio annuo del 5%. Segue l’Estonia con un aumento totale del 183,9% e un incremento medio annuo del 4,1%. Seguono Ungheria e Lituania con incrementi totali rispettivamente del 155,7% e del 157,8%, corrispondenti a un incremento medio annuo del 3,7% per entrambi i Paesi. Poi, la Romania con il 101,8%, corrispondente a un incremento annuo del 2,7%. Infine, la Lettonia con un incremento totale del 94,1%, pari a un aumento medio del 2,8%.
Per la costruzione della tabella, le date dei cicli indicate sono quelle della maggior parte dei Paesi. Tuttavia, alcuni Paesi possono avere date di inizio e fine ciclo diverse e quindi durate diverse, il che spiega perché a fronte di un incremento totale minore si possa avere un incremento annuale leggermente superiore, come nel caso della Lettonia rispetto alla Romania. Per avere un’idea più precisa della reale crescita industriale di questi Paesi, dobbiamo poterla confrontare con il picco raggiunto prima della grande crisi di sovrapproduzione degli anni Novanta. La Romania, ad esempio, è riuscita a superare il picco del 1988 solo nel 2017, perché ha visto crollare interi settori della produzione industriale, come quello dell’acciaio. La Russia, ad esempio, non ha mai recuperato il picco raggiunto nel 1989. Per gli altri Paesi, invece, non c’è dubbio che l’adesione alla Comunità europea li abbia avvantaggiati e abbia permesso un vero e proprio decollo industriale.
IL COMMERCIO INTERNAZIONALE
Le esportazioni
Abbiamo tabulato le esportazioni in dollari correnti. Dopo un calo delle esportazioni nel 2019 e nel 2020, si nota una ripresa delle esportazioni negli anni successivi. Nel 2024, le esportazioni in dollari correnti sono aumentate rispetto al 2018 per quasi tutti i Paesi, ad eccezione di due: Giappone (-4,2%) e Regno Unito (-1,8%). Il vincitore è la Cina, con un aumento totale del 43,1%! Per gli altri, l’aumento varia dal 24% degli Stati Uniti al 7,8% della Germania. Ma in realtà questi aumenti sono dovuti principalmente all’inflazione.
Abbiamo quindi riportato una seconda tabella espressa in dollari 2019. E qui cambia tutto: la Cina rimane la vincitrice, ma con un aumento più modesto del 13,6%. Tutti gli altri sono in territorio negativo, con incrementi che vanno dal -24% del Giappone al -1,6% degli Stati Uniti. Questo risultato è più in linea con quanto visto per la produzione industriale, che ha subito un forte calo in tutti questi Paesi.
È interessante notare che gli USA sono diventati il secondo esportatore di merci, sostituendo la Germania a partire dal 2010, grazie soprattutto agli idrocarburi. È sorprendente che l’Italia abbia sorpassato la Francia, che a quanto pare non si è ripresa dal Covid, e si sia piazzata al quinto posto, a partire dal 2020. Per il resto, Italia, Francia, Corea e Belgio sono molto vicini in termini di volume delle loro esportazioni di merci. La terza tabella mostra gli incrementi annuali per gli anni dal 2018 al 2024. Qui, troviamo le stesse tendenze della produzione industriale. Tendenza ancora più chiara se esprimiamo le esportazioni in dollari costanti, eliminando l’effetto dell’inflazione.
Le importazioni
Gli Stati Uniti sono in testa con 3267 miliardi di dollari, seguiti dalla Cina con 2585 miliardi. Più indietro, al terzo posto, si trova la Germania con ben 1421 miliardi di dollari di beni importati. Poi, con meno della meta vengono Francia, Giappone, Regno Unito, Corea del Sud, Italia e, infine, Belgio con 514 miliardi di dollari. Se osserviamo gli incrementi annuali, vediamo che sono tutti negativi nel 2023 e nel 2024, ad eccezione di Stati Uniti e Cina nel 2024. Le cifre sono +6,6% per gli Stati Uniti e +1,6% per la Cina. Tutti gli altri sono quindi in recessione.
Bilancia commerciale
Al primo posto c’è la Cina, con uno schiacciante surplus commerciale di 992 miliardi di dollari! Segue, più modestamente, la Germania, ma comunque con un surplus più che rispettabile di 260 miliardi di dollari! Anche l’Italia, il Belgio e la Corea registrano un surplus commerciale, ma a un livello molto più modesto di circa 50 miliardi di dollari. Seguono la Francia con un deficit di 111 miliardi di dollari, il Regno Unito con 292 miliardi di dollari e infine l’America con un deficit mostruoso di 1202 miliardi di dollari! È grazie a questo gigantesco deficit che il capitalismo globale continua ad andare avanti. Se l’America chiude il rubinetto delle importazioni, tutto crolla!
CONCLUSIONE
Possiamo vedere chiaramente che, sotto la pressione della crisi di sovrapproduzione, le cose stanno accelerando. Non sappiamo fino a che punto il nuovo governo americano si spingerà per forzare la reindustrializzazione e riequilibrare la bilancia commerciale e dei pagamenti, ma ci auguriamo che si spinga il più lontano possibile, provocando una gigantesca crisi commerciale, finanziaria e di sovrapproduzione. La situazione è tale che non ci vuole molto perché l’intero edificio crolli. Come sappiamo, il proletariato internazionale tornerà sulla strada della lotta di classe e del comunismo solo quando la situazione diventerà insostenibile. La terra deve aprirsi sotto i suoi piedi.
Questa esposizione prende le mosse da una richiesta di chiarimento relativa al rapporto che intercorrerà tra proprietà privata e proprietà personale in seno alla futura società comunista. Affronteremo la questione con il nostro metodo, ossia il materialismo dialettico. Si necessita perciò di una più particolareggiata spiegazione della filogenesi della proprietà in seno alla società umana, inseparabile dallo sviluppo delle forze produttive, dei rapporti di produzione, e di determinati fattori ambientali. In poche parole, in relazione a un determinato modo di produzione. Affrontare il tema della proprietà privata in modo isolato ci farebbe cadere nella metafisica.
Alcuni intellettuali piccolo-borghesi, prodi “volgarizzatori” del marxismo, con la buona compagnia di certi teorici operaisti, sindacalisti rivoluzionari e consiliaristi (di cui gli ordinovisti di stampo gramsciano, d’oggi e di ieri, sono un italico esempio), ritenevano e ritengono prioritaria la sottrazione dei mezzi di produzione alla classe borghese rispetto alla lotta politica, rilegando quindi la trasformazione della società tutta ad aspetto secondario, se non addirittura superfluo. Dimostreremo come tutto ciò, oltre a essere falso, sia persino controrivoluzionario. Per farlo, inizieremo con una citazione di Marx precisando che, per noi tutti, quanto scritto dai nostri “padri” abbia una funzione non solo descrittiva, ma anche prescrittiva; non tanto perché sia geniale pensata di quello o quell’altro individuo, che noi consideriamo semplice attore storico, ma perché essa sia la risultante del metodo usato per studiare la realtà. Viene dunque enunciato che: «Il proletariato non fonda la sua azione nella storia sul possesso di certi mezzi di produzione e quindi su una possibilità di liberazione parziale dell’uomo, ma sul non-possesso della natura umana, che esso vuole appropriarsi e in tal modo emancipare l’umanità; una sfera che non è in nessuna antitesi particolare con le conseguenze, ma in un’antitesi generale con le premesse, del sistema politico tedesco; una sfera, infine, che non può emanciparsi senza emanciparsi da tutte le altre sfere della società, e quindi senza emanciparle tutte; che, in una parola, è la perdita totale dell’uomo e perciò può riconquistare sé stessa solo mediante la riconquista totale dell’uomo.» (Critica della Filosofia del Diritto di Hegel) Ne consegue quindi come, la dottrina dei comunisti non consista semplicemente in “tesi di dettaglio” (tattica, sindacati, organizzazione, ecc.) separate l’una dall’altra o sommate computisticamente l’una con l’altra o, peggio ancora, come nei casi suindicati, rendendone una predominante rispetto alle altre; ma consista propriamente in una nuova concezione del mondo e della sua conoscenza. Come matura questa consapevolezza in Marx ed Engels? Nel testo di Partito “Origine e funzione della forma partito” (Il Programma comunista” n. 13 del 1961), viene data questa chiarissima spiegazione: «Dall’osservazione della lotta del proletariato nasce in Marx e in Engels l’idea che la soluzione illuministica non è la vera, la reale, nel momento stesso in cui essi vedono dove la nuova soluzione si trova – nella lotta della classe proletaria. Essi si rendono conto che il problema dell’emancipazione dell’umanità non può essere risolto teoricamente perché non lo si è posto praticamente, perché i borghesi ragionano in nome di un uomo astratto, nella cui categoria il proletariato non entra. La liberazione dell’uomo dev’essere vista sul terreno pratico, e si deve considerare l’uomo reale, cioè la specie umana.»
Questo sta a significare che il marxismo non è solo la teoria della classe proletaria, ma di tutta la specie umana. Il borghese, trattando, per l’appunto, l’uomo come un’entità astratta, non arriva e non potrà mai arrivare a formulare una teoria che concepisca l’umanità in movimento, nella sua trasformazione nel tempo e nello spazio, in relazione ai fattori materiali che ne determinano l’esistenza. Se gli Illuministi, avevano la pretesa di elevare la Ragione a principio intelleggibile unico utile per la comprensione del mondo, non si rendevano certo conto che la loro ragione non era altri che la ratio delle forze produttive sviluppate dalla borghesia, fattore progressivo certo, rispetto al feudalesimo, ma incapace di collocare nel giusto posto l’Uomo all’interno della Storia e dell’Universo, correttamente inteso come totalità. Va precisato inoltre che, seppur siano state combattute aspre battaglie teoriche dentro e fuori al movimento proletario, necessarie per scolpire il nostro corpus dottrinale, monoliticamente inteso, e per dimostrarne la superiorità rispetto alle teorie borghesi o piccolo-borghesi che siano, la nostra “ragione” non vada affermata sui banchi di scuola, nelle Università statali o popolari che siano, in circoli e circoletti, ma con la forza vera e propria. Facciamo nostro perciò il detto di Gracco Babeuf «chi ha la forza, ha ragione», non certo per professar la dottrina dell’energumeno, ma per meglio spiegare quanto vani possano essere i chiacchiericci – oggi più che mai diffusi e amplificati tramite quelle cloache democratiche noti come social network – a fronte di una necessaria e imprescindibile violenta presa del potere politico, che rivoluzionerà certo l’economia, ma anche la conoscenza tutta.
Ne consegue quindi come il marxismo non sia una semplice teoria politica, aspetto parziale e non certo secondario della dottrina, che la colloca invece nella giusta dimensione, ossia come forma fenomenologica dello scontro tra due modi di produzione antitetici (il capitalismo e il socialismo), i quali dispiegheranno i loro effettivi sul campo di battaglia. L’abolizione della proprietà privata, tornando all’argomento di questa esposizione, non è dunque una “bella pensata” o una “invenzione” di Marx e di Engels, ma il punto di arrivo di un processo storico che muove da determinate premesse materiali. E si arriva a questa conoscenza grazie al metodo che studia il movimento della materia e, in questo caso particolare, della successione dei modi di produzione, all’interno della quale la proprietà privata si trasforma. Con “movimento” non si intenda altresì il moto della fisica, che è certo una forma specifica del movimento, ma la trasformazione dinamica della materia stessa nello spazio-tempo, dal quale è inseparabile. Inizieremo a esporre partendo, per ovvie necessità, dalla forma di produzione primaria, riassumendo parte del lavoro di Partito intitolato “La successione dei modi di produzione nella teoria marxista” pubblicata a partire dal n. 79 di “Comunismo”.
COMUNISMO PRIMITIVO
Le prime forme di organizzazione sociale furono caratterizzate dalla proprietà collettiva e dalla vita comunitaria. La riproduzione della specie e i legami familiari si basavano su relazioni naturali, con la discendenza che seguiva la linea materna, in assenza di proprietà privata, classi sociali o Stato. Inizialmente, lo sviluppo delle forze produttive è ancora basso è la divisione del lavoro avviene in base al sesso e all’età.
Famiglia come gruppo di produzione collettivo
In queste società primitive, la famiglia non era solo un gruppo di parenti ma anche un gruppo di lavoro, dove tutti i membri si occupavano insieme della gestione delle risorse naturali. Una corretta definizione della famiglia in termini materialistici è quella che la inquadra come un rapporto di produzione, da non confondersi quindi con la sua rappresentazione “romantica” della famiglia borghese che è, di fatto, una ideologia atta a mantenere questo rapporto di produzione invariato nel tempo. Tornando alla nostra società primitiva, sottolineiamo come non fosse presente ancora la divisione della proprietà e come la famiglia avesse un rapporto collettivo con l’ambiente.
Evoluzione dei legami familiari e scissione della famiglia
Con l’aumento delle forze produttive, i legami familiari basati sulla consanguineità (in particolare sulla linea femminile) si indebolirono. Per evitare l’incesto, la famiglia si scinse a e si evolvette in forme più complesse, come la “punalua”, dove si sviluppavano rapporti più strutturati tra le diverse generazioni.
Con il tempo quindi, la famiglia primitiva si trasformò, passando dal matrimonio di gruppo al matrimonio di coppia, consolidandosi in una struttura familiare che inizialmente manteneva ancora legami collettivi, ma che gradualmente vedeva emergere la proprietà privata.
In un primo momento, questo avvenne per motivi strettamente genetici. Difatti notiamo come, in una fase iniziale, in un gruppo di vaste dimensioni, con accoppiamenti promiscui, le frequenze geniche rimangano stabili nel tempo e favoriscano una grande diversità genetica; tuttavia, a lungo andare, l’endogamia produce il rischio di malattie genetiche, con conseguente necessità di transitare a una forma familiare successiva, la “punalua”, per l’appunto. L’evoluzione dalla famiglia consanguinea verso questa forma familiare può essere interpretata quindi come una selezione naturale che minimizza gli effetti negativi dell’endogamia. Questo percorso segue un principio adattativo: le società che riducono la consanguineità migliorano la salute della prole e hanno un vantaggio evolutivo, portando alla progressiva regolamentazione dei matrimoni.
A determinare invece le successive forme familiare saranno lo sviluppo delle forze produttive e la divisione del lavoro. Notiamo infatti come con l’introduzione dell’allevamento degli animali, si sviluppò una nuova forma di ricchezza che apparteneva prima alla gens, ma che presto cominciò a passare nelle mani dei capifamiglia, segnando l’inizio della proprietà privata e dei beni, come il bestiame e gli schiavi. Lo sviluppo dell’agricoltura e della vita sedentaria, inoltre, portò a un aumento della popolazione e a un aumento delle risorse disponibili. Questo segna il passaggio dalla società comunista primitiva a una società in cui la proprietà privata (in particolare della terra e delle risorse) diventa determinante per il controllo sociale ed economico.
Ora, dobbiamo precisare come la parcellizzazione dei territori all’interno di una gens sia sorta dalla necessità di migliorare l’organizzazione produttiva, in seguito a una crescente specializzazione e divisione del lavoro e che favorì perciò un aumento della produttività generale della società. Quindi non deve essere intesa come una prima cesura nei confronti della proprietà collettiva. Siccome, spesso e volentieri, ci mancano i termini per poter descrivere e comprendere le dinamiche delle società senza classi, possiamo affermare, utilizzando, seppur impropriamente, la terminologia del diritto borghese, che la terra fosse “data in gestione” alle varie gens.
Transizione dal matriarcato al patriarcato
Con la proprietà privata e l’accumulo di ricchezza nelle mani dei capifamiglia, la discendenza passò dalla linea femminile alla linea maschile, dando inizio al patriarcato. La donna, che prima aveva un ruolo centrale come custode della gens, divenne subordinata, e la sua funzione principale si limitò alla procreazione.
La famiglia patriarcale si consolidò come struttura sociale, con un capofamiglia che deteneva la proprietà e l’autorità. In questo stadio, la famiglia non era più solo un gruppo di lavoro, ma divenne anche il nucleo dell’organizzazione sociale ed economica, con il patrimonio che si trasmetteva principalmente ai figli maschi.
Con l’affermazione del patriarcato e della proprietà privata, la famiglia divenne sinonimo di proprietà, includendo non solo beni materiali ma anche schiavi, che erano considerati parte della proprietà familiare. La “familia” – che prende il nome, non a caso, dal famulus, lo schiavo domestico – indicava quindi il dominio del capofamiglia, che possedeva non solo la terra e il bestiame, ma anche le persone, segnando il culmine della concentrazione della proprietà nelle mani di pochi.
Schematizzando:
I fattori che porteranno alla disgregazione del comunismo primitivo sono quindi da ricercarsi, riassumendo e integrando con nuovi dettagli, quanto scritto in precedenza, in:
Divisione del lavoro e aumento di surplus in seno a una gens. La maggiore redditività di un terreno rispetto a un altro comporta un maggiore controllo delle risorse e una maggiore importanza, di una gens prima, e di una singola famiglia poi, in seno a una società.
Commercio. Il crescente prodotto eccedente in relazione ai bisogni collettivi di una società tribale, conseguente a una maggiore redditività del lavoro, favorisce gli scambi tra diverse comunità per accaparrarsi beni altrimenti non disponibili. Si sviluppano figure specializzate nel commercio e si introduce gradualmente la moneta come equivalente generale di scambio.
Introduzione di schiavi. In una società che non produce un eccessivo sovrappiù non si presenta la necessità dell’introduzione degli schiavi nel processo produttivo. I prigionieri di guerra -che formeranno in determinati contesti la prima forza-lavoro subordinata coattamente- ad un basso livello di produzione saranno perciò o sterminati o usati per rafforzare il “pool genetico” della collettività.
SOCIETÀ DIVISE IN CLASSI
Le società di classe, si possono dividere, in relazione alla successione dei modi di produzione in:
Forma secondaria, che presenta tre varianti: a. Variante “asiatica” b. Variante “antico-classica” c. Variante “germanica”
Forma terziaria: feudalesimo.
Capitalismo.
Senza soffermarci sull’analisi di ogni modo di produzione, ci soffermiamo unicamente su alcuni dei loro tratti invarianti utili a questa esposizione e trasversali a ogni società divisa in classe.
STATO. Esso può essere correttamente definito, stando a quanto scritto da Lenin in “Stato e Rivoluzione”, come «l’organo del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe da parte di un’altra; è la creazione di un ‘ordine’ che legalizza e consolida questa oppressione, moderando il conflitto fra le classi», ossia, «l’organizzazione della violenza destinata a reprimere una certa classe». Viene precisato inoltre in “Classe, Burocrazia e Stato nella teoria marxista” come lo Stato sia «una forma di proprietà che corrisponde a dati rapporti economici, che con essi apparve, e che tende poi a conservarli e li difende con la forza anche quando sono diventati “catene per le nuove forze produttive” capaci di far progredire il generale benessere.» Lo Stato quindi assolve a una duplice funzione: – Moderare il conflitto tra le classi sopprimendo «a suo modo le differenze di nascita, di condizione, di cultura, di professione, dichiarando che nascita, condizione, cultura, professione non sono differenze politiche, proclamando ciascun membro del popolo partecipe in egual misura della sovranità popolare, senza riguardo a tali differenze, trattando tutti gli elementi della vita reale del popolo dal punto di vista dello Stato.» (K. Marx, Sulla questione ebraica). Lo fa quindi usando la sua forza ideologica, giuridica e istituzionale. – Perpetuare il dominio di una classe su un’altra. Tramite il suo apparato burocratico repressivo fatto di giudici e di sbirri, poiché «Il potere politico, nel senso proprio della parola, è il potere organizzato di una classe per l’oppressione di un’altra.» (Manifesto del Partito Comunista). In senso squisitamente borghese lo Stato, che rappresenta nient’altro che «un comitato, il quale amministra gli affari comuni di tutta quanta la classe borghese» si presenta sin da subito come un capitalista vero e proprio, propulsore della economia capitalistica (i Comuni e le Repubbliche Marinare sorte nel medioevo ne sono un esempio lampante), per poi riaffermare questo suo ruolo in pieno sviluppo del modo di produzione capitalistico dove, citando Engels, si presenta come il «capitalista collettivo ideale», accentratore di forze produttive e capitali.
CLASSI SOCIALI. Se possono essere definite certo in base alla relazione che specifici gruppi sociali intrattengono con i rapporti di produzione e, in termini statistici, si possa affermare che una classe tenda a riprodurre sé stessa, questa definizione si rivela però insufficiente per inquadrare le classi nella loro dinamica evolutiva in seno ai diversi modi di produzione, all’interno dei quali, due classi sociali si contrappongono dialetticamente determinando un salto di fase verso il modo di produzione successivo. Le classi sociali non sono quindi mera «finca di registro» presentate alla linneiana maniera, ma si definiscono, oltre che in relazione ai rapporti di produzione, come scritto in precedenza, a partire dalla loro evoluzione storica. Le società divise in classe, inoltre, presentano la peculiarità della estrazione del plusprodotto di una classe su un’altra, come ad esempio il plusvalore dello schiavo, il plusprodotto del contadino e, infine, il plusvalore prodotto dall’operaio. Trattando in modo specifico del ruolo del proletariato nel modo di produzione capitalistico, possiamo notare come la sua azione si articoli in due fasi: dapprima presentandosi come classe “in sé”, quando è semplicemente un gruppo di individui che condividono la stessa posizione nei rapporti di produzione e si limitano a lotte rivendicative per migliorare la propria condizione di vita, per poi diventare classe “per sé” quando pervengono a una coscienza politica, mediante il Partito – geloso custode della sua dottrina, vera coscienza di classe – comprendendo la necessità di un trapasso rivoluzionario verso il comunismo pena, è il caso di dirlo, l’estinzione della specie umana stessa.
PROPRIETÀ PRIVATA. Di cui stiamo, per l’appunto, analizzando il decorso e che si consolida nella società di classi.
Riprendiamo la narrazione degli eventi in Croazia, dopo la pubblicazione dell’ultimo articolo, nel n. 433 (aprile 2025). In generale, la situazione è rimasta stabile, con un basso livello di attività proletaria e un movimento nazionalista sempre più aggressivo nella corrente politica dominante.
Il movimento dei lavoratori dell’istruzione
Innanzitutto, dovremo parlare dei progressi e della fine del movimento dei lavoratori dell’istruzione, iniziato nell’autunno del 2024. Questo movimento, che ha coinvolto i lavoratori delle scuole elementari, delle scuole superiori e delle università pubbliche croate, aveva inizialmente avanzato cinque richieste: 1) Aumento del 10% dello stipendio base di tutti i lavoratori dell’istruzione. 2) Aumento dei coefficienti salariali per i lavoratori dell’istruzione, o meglio, equiparazione degli stessi a quelli di altre posizioni simili nel settore pubblico. (I salari sono calcolati come stipendio base x coefficiente + bonus determinato dall’anzianità di servizio). 3) Introduzione di un bonus per il settore dell’istruzione fino alla risoluzione della questione dei coefficienti. 4) Esenzione dalla valutazione sul posto di lavoro per il personale docente. 5) Moratoria di un anno sull’attuazione della proposta di riforma dei programmi scolastici delle scuole professionali. Le richieste 1-3 erano di natura economica e costituivano la motivazione principale per aderire al movimento. La Croazia sta affrontando uno dei tassi di inflazione più alti dell’Eurozona, con un aumento medio dei prezzi dei generi alimentari del 45% rispetto al 2021 e un aumento dei prezzi delle abitazioni del 47% dal 2022; naturalmente, i prezzi degli affitti hanno seguito lo stesso andamento. Era comprensibile chiedere aumenti salariali in tali circostanze, ma, come prevedibile, governo e capitalisti non sono interessati ad alleviare la situazione economica sempre più grave dei lavoratori. Le due richieste finali non erano di natura economica. Il governo ha pubblicizzato la valutazione sul posto di lavoro come un modo per promuovere l’eccellenza tra il personale docente, punendo al contempo coloro che non raggiungono gli standard richiesti. Naturalmente qualsiasi tipo di valutazione condotta dall’amministrazione scolastica o dagli ispettori nominati dal ministero verrebbe inevitabilmente utilizzata contro i “piantagrane”, gli agitatori sul posto di lavoro, ecc. I sindacati dei lavoratori dell’istruzione hanno quindi deciso di lottare contro l’attuazione della valutazione sul posto di lavoro.
Altro progetto preferito dal governo è la riforma dei programmi scolastici delle scuole professionali. Accolta con favore dall’Associazione dei datori di lavoro croati (HUP) come un passo positivo verso un sistema educativo maggiormente orientato al mercato, la riforma mira a limitare lo studio delle materie di “cultura generale” (come storia, biologia, geografia, ecc.) nelle scuole professionali, concentrando invece gli sforzi degli studenti sulle materie “pratiche”, ovvero quelle che li preparino meglio a una vita di schiavitù salariale.
L’attuazione di questa riforma determinerebbe soprattutto un aumento della precarietà del posto di lavoro per un considerevole numero di insegnanti.
Le discussioni su possibili azioni sindacali sono iniziate durante l’anno accademico 2023/24 e nel settembre 2024 è diventato chiaro che si profilava uno sciopero. L’intero movimento dei lavoratori dell’istruzione è stato organizzato principalmente da tre sindacati: il Sindacato Indipendente dei Dipendenti delle Scuole Superiori (NSZSŠH), il sindacato Preporod e il Sindacato Indipendente dei Dipendenti della Ricerca e dell’Istruzione Superiore (NSZVO). Due dei suddetti sindacati sono strettamente settoriali: il NSZSŠH riunisce i lavoratori delle scuole superiori e il NSZVO che organizza quelli delle università e degli istituti di ricerca croati. Il sindacato Preporod, invece, comprende membri sia delle scuole elementari che delle scuole superiori.
Tuttavia la rottura del fronte di lotta da parte del Sindacato degli Insegnanti Croati (SHU), che è quello dominante tra i dipendenti delle scuole elementari, ha dato un duro colpo al movimento poiché ha fatto sì che l’azione collettiva nelle scuole elementari venisse intrapresa solo da un numero limitato di lavoratori, per lo più membri e simpatizzanti del sindacato Preporod. D’altra parte è da tempo noto che l’SHU altro non è che un sindacato collaborazionista, sempre pronto al compromesso con il governo. Non è un caso che il Ministero dell’Istruzione abbia recentemente trasferito alcuni immobili di grande valore allo SHU.
Dopo mesi di inutili negoziati con il governo, i tre sindacati coinvolti hanno deciso di indire uno “sciopero di avvertimento” per il 19 marzo 2025. Le lezioni non sono state tenute nella maggior parte delle scuole superiori e in molte scuole elementari in tutta la Croazia. Sebbene la partecipazione possa apparire ottima, le statistiche potrebbero aver nascosto la reale situazione sul campo. Preporod ha annunciato che lo sciopero era stato dichiarato in 512 delle 545 scuole in cui il sindacato era attivo, più altre 117 scuole e altri istituti di istruzione; tuttavia, va notato che “dichiarare uno sciopero” non significa necessariamente che tutti, o anche solo la maggior parte dei lavoratori di una determinata scuola, vi partecipino. In molti casi, infatti, solo una minoranza dei lavoratori – di solito i più attivi nel sindacato – ha aderito; in alcuni casi lo sciopero è stato “dichiarato” da una sola persona, mentre tutti i suoi colleghi hanno continuato a lavorare. Inoltre, molte scuole elementari hanno solo sezioni del sindacato SHU, il che significa che centinaia di scuole non hanno aderito affatto allo sciopero.
Ciò nonostante, lo “sciopero di avvertimento” del 19 marzo ha dimostrato che c’era un numero significativo di lavoratori disposti a proseguire la lotta.
Dopo inutili ed estenuanti trattative con il governo, i tre sindacati hanno deciso di indire uno “sciopero circolare regionale”. La Croazia è stata divisa in cinque regioni geografiche e le scuole di ciascuna regione hanno indetto uno sciopero di un giorno in una data compresa tra il 1° e l’11 aprile. Le scuole della Dalmazia sono state le prime a scioperare, il 1° aprile, mentre quelle della Croazia centrale sono state le ultime, l’11 aprile. Il numero di scuole in cui è stato dichiarato lo sciopero durante questo periodo è stato più o meno lo stesso dello “sciopero di avvertimento” del 19 marzo, ma il numero di partecipanti è diminuito in modo considerevole: il personale ausiliario (addetti alle pulizie, bidelli, segretari, ecc.) è rimasto per lo più al lavoro.
Sembra che la causa principale di questa mancanza di partecipazione sia dipesa dal fatto che per il personale ausiliario, data la misera paga (spesso inferiore a 1.000 € mensili), si renda difficile rinunciare ad una giornata di stipendio. Comunque si tratta di una motivazione molto debole e che la dice lunga sulla coscienza di classe: i lavoratori non scendono in lotta quando stanno sufficientemente bene, ma quando le difficoltà economiche ce li spingono.
Dopo lo “sciopero circolare”, Preporod, NSZSŠH e NSZVO hanno annunciato una manifestazione di protesta per il 25 aprile. La manifestazione avrebbe dovuto tenersi nella piazza principale di Zagabria e i sindacati intendevano mobilitare i loro organizzati provenienti da tutta la Croazia. Poiché il 25 aprile era un venerdì, i membri dei sindacati avrebbero dovuto usufruire di un giorno di ferie garantito dalla legge per “attività sindacali”; tuttavia, il governo ha ordinato ai presidi delle scuole di non accogliere tali richieste, dimostrando ancora una volta quanto valgano i diritti garantiti dalla legge borghese. In ogni caso, la protesta del 25 aprile è stata alla fine rinviata – per quanto ridicolo possa sembrare – a causa della morte di Papa Francesco il 21 aprile. I sindacati hanno deciso di rinviare la protesta “in memoria del defunto papa”: ennesimo esempio della pervasiva influenza della Chiesa cattolica nella società croata. Il rinvio della manifestazione di protesta ha ulteriormente contribuito alla demoralizzazione dei lavoratori. La tanto attesa manifestazione si è finalmente svolta il 9 maggio a Zagabria. L’affluenza è stata inferiore alle aspettative, poiché a molti lavoratori è stato impedito di esercitare il loro diritto al giorno di ferie per attività sindacali. L’affluenza al di fuori di Zagabria è stata particolarmente scarsa, dal resto del paese solo piccoli gruppi di militanti sono comunque arrivati sul posto. La protesta stessa ha visto un mix di discorsi che andavano da dichiarazioni apertamente anticapitaliste fino a momenti di patetico nazionalismo.
I leader sindacali hanno promesso alla folla che la lotta sarebbe continuata e hanno annunciato la possibilità di uno sciopero generale dei lavoratori dell’istruzione, simile al massiccio (e in qualche modo riuscito) sciopero del 2019.
Con l’avvicinarsi della fine dell’anno scolastico, tuttavia, è diventato chiaro che lo slancio era ormai esaurito. Il sindacato Preporod ha organizzato un referendum il 27 e 28 maggio, chiedendo ai suoi membri se fossero disposti a scioperare nelle ultime settimane di lezione delle scuole elementari e durante gli esami di maturità nelle scuole superiori. I risultati sono stati piuttosto deludenti: solo il 34% dei dipendenti dellescuole elementari si è dichiarato disposto a scioperare. Il voto a favore dello sciopero ha avuto successo nelle scuole superiori, ma solo di misura: il 50,1% dei lavoratori ha votato a favore dello sciopero.
A seguito di questi risultati, i sindacati hanno deciso di annunciare un altro sciopero a metà giugno, questa volta solo nelle scuole superiori. Alla fine, però, neanche questa azione minore è stata attuata. Il movimento dei lavoratori dell’istruzione del 2024/25 si è così completamente dissolto, senza ottenere alcun risultato concreto: i salari sono rimasti invariati e la riforma curricolare – che il governo aveva praticamente promesso di sospendere alla fine del 2024 – è stata definitivamente attuata. L’unico parziale successo è stata una moratoria sulla valutazione sul posto di lavoro, ma è impossibile dire per quanto tempo ancora. Diverse sono le ragioni del fallimento del movimento dei lavoratori dell’istruzione. Innanzitutto, il fatto che il più grande sindacato del settore dell’istruzione, lo SHU, abbia deciso di rompere il fronte sindacale e schierarsi con il governo. Sebbene molti membri dello SHU abbiano lasciato il sindacato in seguito a questo evidente tradimento (e molti si siano invece uniti al più militante Preporod), esso è rimasto comunque il sindacato più numeroso e influente in molte scuole elementari, soprattutto al di fuori dei grandi centri urbani.
Un’altra causa importante del fallimento è stata la tattica dilatoria difficilmente comprensibile adottata dai tre sindacati: ci sono voluti diversi mesi per organizzare uno “sciopero di avvertimento”, anche se era chiaro fin dall’inizio che il governo non avrebbe accettato volontariamente nessuna delle richieste principali (questo, ovviamente, non è stato uno shock per i marxisti!). Dopo il successo dello “sciopero di avvertimento” di marzo, i sindacati decisero di non andare “all in”, ma di procedere invece con uno “sciopero circolare” in aprile. Invece di paralizzare l’intero sistema educativo, questo sciopero non intaccò minimamente i piani del Ministero dell’Istruzione per l’anno accademico 2024/25. Sebbene il tempo stringesse – non ha senso organizzare uno sciopero durante le vacanze estive, dopotutto – i tre sindacati non hanno comunque indetto uno sciopero generale, ma hanno organizzato una protesta, che essi stessi hanno rovinato rinviandola a causa delle influenze reazionarie cattoliche. Alla fine, lo slancio di combattività si era ormai esaurito e il governo si è sentito libero di dichiarare vittoria. Tuttavia, anche le battaglie perse possono servire da lezione per il futuro!
Ulteriori attività tra gli educatori della scuola materna
Non solo la scuola e le università hanno organizzato azioni sindacali nella prima metà del 2025. Anche i lavoratori della scuola materna si sono uniti con un proprio movimento, che sembra ancora vitale. Dopo una serie di scioperi negli asili durante l’estate del 2024 (di cui abbiamo già scritto), i lavoratori della scuola materna hanno deciso di passare all’offensiva. Il 12 aprile è stata indetta una protesta a Zagabria, organizzata dall’associazione professionale degli educatori della scuola materna SIDRO e dal Sindacato dell’istruzione, dei media e della cultura della Croazia (SOMK). Alla protesta, che avrebbe dovuto fungere da trampolino di lancio per ulteriori attività, hanno partecipato diverse centinaia di lavoratori della scuola materna provenienti da varie parti del paese. L’iniziativa degli educatori della scuola materna ha generato un’altra azione performativa il 15 maggio, con un’ora di sciopero negli asili di tutta la Croazia.
Il fatto che il principale organizzatore della protesta fosse apparentemente un’associazione professionale (simile a una ONG) e non un sindacato potrebbe rivelarsi problematico nel lungo periodo, e il Partito ha già commentato la questione in un volantino distribuito durante la protesta (già pubblicato nella stampa di Partito).
I principali problemi che affliggono oggi gli operatori della scuola materna croata sono i bassi salari, gli asili sovraffollati e le attrezzature pedagogiche scadenti. A differenza degli operatori scolastici, i dipendenti degli asili pubblici in Croazia ricevono lo stipendio dalle autorità locali (le scuole lo ricevono direttamente dal Ministero dell’Istruzione). Ciò ha portato a enormi disparità salariali tra le città e i comuni più ricchi e quelli più poveri del Paese. Il governo ha recentemente cercato di alleviare questo problema equiparando formalmente gli stipendi degli educatori della scuola materna a quelli degli insegnanti della scuola elementare, il che significa che le autorità locali avrebbero dovuto concedere aumenti quando necessario. Naturalmente, questo è rimasto spesso lettera morta e molti educatori della scuola materna continuano a essere sottopagati.
L’iniziativa degli educatori della scuola materna (guidata da SIDRO e SOMK) chiede che sia il Ministero dell’Istruzione a pagare lo stipendi ai dipendenti, unico mezzo per ottenere gli aumenti tanto attesi. Si chiede inoltre un ulteriore finanziamento statale per gli asili al fine di ridurre il sovraffollamento.
A differenza degli altri lavoratori delle scuole croate, gli educatori della scuola materna sembrano proseguire le loro attività senza sosta. Il SOMK ha annunciato la possibilità di uno sciopero negli asili della città di Đurđevac, vicino al confine con l’Ungheria. Auguriamo buona fortuna ai lavoratori e speriamo di vedere altre azioni dirette di questo tipo in tutta la Croazia.
Purtroppo, il movimento degli educatori della scuola materna è rimasto separato dal movimento dei lavoratori della scuola, anche se entrambi appartengono essenzialmente allo stesso settore, per non parlare della stessa classe. Questo tipo di frammentazione sub-settoriale del movimento sindacale in Croazia è una malattia che risale alla fine degli anni ’80 e alla distruzione dei vecchi sindacati d’industria.
L’unificazione di tutti i lavoratori del settore dell’istruzione sembra un passo necessario verso la creazione di un sindacato di classe, e questo obiettivo sarà certamente sostenuto dai membri del Partito impiegati nel sistema educativo.
L’industria alimentare e bevande
L’industria alimentare e delle bevande è il settore più importante oggi in Croazia, ormai in gran parte deindustrializzata. Attualmente rappresenta il 18% del PIL manifatturiero e il 3,3% dell’occupazione totale. Rappresenta inoltre il 13,4% delle esportazioni manifatturiere. Negli ultimi anni ha registrato una crescita della produzione e dell’occupazione, mentre altri settori hanno subito una stagnazione. Dal 2015 i salari nell’industria alimentare sono stati costantemente inferiori del 2% rispetto alla media nazionale e, nonostante l’aumento della produttività del lavoro, non si è registrata una crescita corrispondente dei salari. Nel frattempo, i salari medi nell’industria delle bevande sono superiori del 2% rispetto al salario medio nazionale (ma si tratta di un settore molto più piccolo rispetto a quello alimentare) e, nonostante la crescita considerevole del settore, i salari sono rimasti stagnanti e fortemente colpiti dall’inflazione che ha interessato le economie europee negli ultimi anni.
Il gruppo Fortanova è stato fondato nel 2019 dopo il fallimento dell’ex megacorporazione Agrokor, che è stata poi salvata dallo Stato croato per il suo valore strategico. Tale valore è rappresentato da 5 miliardi di euro di fatturato e circa 50.000 dipendenti in Croazia. Occupa posizioni chiave nel piccolo commercio al dettaglio, nell’agricoltura e nella produzione alimentare negli Stati dell’ex Jugoslavia e in Ungheria. Già proprietà di un consorzio di capitali europei e russi, dopo la guerra in Ucraina la parte russa è stata sottoposta a sanzioni e nel 2024 completamente rimossa dalla proprietà. Attualmente il proprietario di maggioranza della società è Open Pass, di proprietà dell’arcicapitalista croato Pavle Vujnovac, proprietario anche della PPD, che commercia gas russo, e della società di vendita al dettaglio Pevex. Vujnovac è stato anche uno dei principali finanziatori del partito croato di estrema destra Movimento Patriottico (Domovinski pokret), entrato al governo dopo le ultime elezioni con il partito di destra HDZ. Questo partito promuove politiche anti-lavoratori, di austerità e contro l’immigrazione.
Gli scioperi
A maggio ci sono stati scioperi in tre diverse aziende: il produttore di carne PIK Vrbovac, il produttore di bevande Jamnica e Zvijezda, noto soprattutto per la maionese. Gli scioperi sono stati guidati dal PPDIV, un sindacato che organizza i lavoratori dell’agricoltura, dell’industria alimentare, del tabacco e dell’approvvigionamento idrico. Attualmente organizza circa 20.000 lavoratori. Si tratta di un importante sindacato collegato alla principale centrale sindacale (SSSH). Il sindacato ha spesso mostrato tendenze filogovernative, in particolare nel 2016, quando non ha sostenuto uno sciopero selvaggio nello stabilimento avicolo Koka a Varaždin e successivamente ha avviato un procedimento giudiziario contro un lavoratore che aveva pubblicato un testo critico al riguardo e contro il sito web che lo aveva pubblicato.
Dopo il fallimento delle trattative per il contratto collettivo, è stato indetto uno sciopero che ha visto la partecipazione di oltre l’80% dei membri del sindacato delle tre aziende, che hanno votato a favore dello sciopero per ottenere il contratto collettivo. Dopo la proclamazione dello sciopero, il direttore esecutivo del gruppo Fortenova, Fabris Peruško, ha cercato di partecipare alla riunione dei lavoratori per cercare di calmare gli animi, ma senza successo. Lo sciopero è iniziato il 27 maggio.
Contemporaneamente, il sindacato ha segnalato ulteriori pressioni da parte della direzione aziendale sui membri più attivi del sindacato e tentativi da parte dell’azienda di convincere i lavoratori a firmare accordi individuali e a spezzare la lotta.
PIK Vrbovac conta 920 iscritti e Zvijezda 138. Di questi, circa 570 hanno partecipato allo sciopero. Nei primi giorni erano ancora di più, compresi i lavoratori stranieri, ma sono stati spaventati dai dirigenti. Prima dello sciopero, PIK produceva circa 80 tonnellate di carne, ma durante lo sciopero solo 10. Il 23 giugno gli scioperi alla PIK e alla Zvijezda sono terminati ufficialmente con la firma del nuovo contratto collettivo. Si tratta della lotta più lunga nel settore alimentare dai tempi delle guerre degli anni ’90.
A Jamnica le cose sono andate diversamente. Il giorno in cui avrebbe dovuto iniziare lo sciopero, i membri del comitato di sciopero hanno deciso di annullarlo, nonostante fosse stato votato da oltre l’80% dei lavoratori sindacalizzati.Il comitato di sciopero illegittimo ha deciso che i rapporti di lavoro sarebbero stati regolati dal Pravilnik o radu, un regolamento separato. I suddetti membri, dopo essere stati giustamente espulsi dal sindacato, hanno proceduto a formare un proprio sindacato. Al momento non è chiaro cosa sarà dello sciopero né quanti iscritti abbiano lasciato il sindacato originario.
Preparativi per la guerra: parate nazionaliste e servizio militare obbligatorio
In linea con la tendenza globale al riarmo e alla militarizzazione, il governo croato ha deciso di reintrodurre il servizio militare obbligatorio, precedentemente abolito nel 2008. Il ministro della Difesa di estrema destra Ivan Anušić ha presentato all’inizio di giugno la nuova legge sul servizio nelle forze armate, e i primi arruolamenti obbligatori dovrebbero partite dal 2026.
Poiché lo Stato croato non dispone attualmente delle risorse necessarie per arruolare intere leve maschili (ad oggi le donne sono ancora esenti dal servizio militare), il servizio militare sarà inizialmente limitato a circa 4000 reclute all’anno. Tuttavia tutti i maschi di età compresa tra i 18 e i 30 anni saranno soggetti al servizio militare obbligatorio. Sebbene ai coscritti sarà data la possibilità di prestare servizio in un ruolo non militare, il servizio militare completo è promosso con la promessa di un successivo impiego preferenziale nel settore pubblico: una prospettiva gradita a molti, soprattutto nelle zone economicamente più arretrate della Croazia.
Allo stesso tempo, la Croazia è in testa nella corsa agli armamenti per la regione dei Balcani occidentali. Dopo l’acquisto nel 2021 di 12 jet da combattimento francesi Rafale per quasi 1 miliardo di euro, il Ministero della Difesa ha già ordinato 50 carri armati tedeschi Leopard, che dovrebbero arrivare entro la fine del 2026. Sono stati annunciati anche importanti investimenti in droni da combattimento, con la possibilità di produzione, ricerca e sviluppo locali, con grande entusiasmo della borghesia croata.
Nel 2025 la Croazia ha finalmente raggiunto l’obiettivo della NATO di destinare il 2% del PIL alla difesa, e il governo conservatore-nazionalista croato ha immediatamente accolto con favore la proposta degli Stati Uniti di aumentare tale percentuale al 5%. Il presidente socialdemocratico croato Zoran Milanović ha espresso una critica moderata all’aumento delle spese militari, ma ha dichiarato il suo sostegno al servizio militare obbligatorio, in linea con la sua nuova retorica “sovranista”.
Anche l’apparato ideologico dello Stato borghese ha lavorato senza sosta per promuovere la militarizzazione. Per il 5 agosto, “Giorno della Vittoria” della Croazia, è prevista una grande parata militare per celebrare il 30° anniversario dell’“Operazione Tempesta”: l’operazione militare decisiva della guerra d’indipendenza croata, seguita dall’espulsione di massa di 150.000 membri della minoranza etnica serba. Infine, quasi 500.000 persone hanno assistito al concerto del cantante neofascista Marko Perković Thompson a Zagabria il 5 giugno 2025. Il concerto è stato, in sostanza, un comizio politico organizzato dall’ala clericale-nazionalista della borghesia croata. Perković ha pubblicamente invitato l’Europa a «ritornare alle sue radici cristiane, in modo da poter ritrovare la sua forza»; se a questo si aggiungono i temi militaristi e nazionalisti delle sue canzoni e il chiaro sostegno dell’establishment politico e clericale di destra, diventa evidente che Perković avrà un ruolo importante da svolgere nelle future iniziative della borghesia croata.
Lo sciopero generale del 9 luglio 2025, che coinvolse centinaia di milioni di lavoratori in tutta l’India, era originariamente previsto per il 20 maggio. Il rinvio fu deciso dalla Joint Platform of Central Trade Unions and Federations (JPCTUF) a seguito dell'”Operazione Sindoor” del 7 maggio, l’attacco militare provocatorio del governo BJP contro il Pakistan che portò le due potenze nucleari rivali del Sud Asia sull’orlo di una guerra totale.
Questa capitolazione al fervore nazionalista anti-pakistano rafforzò la presa del governo Modi e favorì la sua agenda, sia di politica interna contro i lavoratori che quella esterna nel perseguimento dei suoi obiettivi predatori.
La struttura organizzativa: il dominio delle centrali staliniste
La JPCTUF comprende 10 organismi sindacali centrali e diverse federazioni settoriali. Tra le più grandi e politicamente influenti figurano le due principali federazioni sindacali guidate dagli stalinisti: il Centre of Indian Trade Unions (CITU), allineato con il Communist Party of India (Marxist), e l’All India Trade Union Congress (AITUC), affiliato al Communist Party of India.
Lo sciopero del 9 luglio è sorto come risposta diretta all’intensificazione dell’assalto di classe del governo Modi. I lavoratori hanno protestato contro l’allungamento della giornata lavorativa, la precarizzazione dei rapporti di lavoro, la privatizzazione, lo smantellamento dei servizi pubblici e una legislazione che renderebbe illegali la maggior parte degli scioperi introducendo nuovi impedimenti all’organizzazione sindacale.
Gli stalinisti hanno messo tutto l’accento sulla questione privatizzazioni, in una retorica volta a rappresentare tutta la storia recente del movimento sindacale indiano come una lotta contro la “svolta liberista” dell’India iniziata nel 1991, quando il governo Rao diede il via al processo di liberalizzazione. Invece di mettere l’accento sull’allungamento della giornata lavorativa, che colpisce tutti i proletari indiani, questi ultra-opportunisti hanno chiamato alla mobilitazione soltanto i dipendenti pubblici, che costituiscono la base clientelare del proprio potere politico.
I lavoratori del settore privato che hanno aderito allo sciopero furono spinti da una giusta motivazione politica: la lotta contro l’estensione della giornata lavorativa dalle 8 alle 12 ore! Questa rivendicazione assume particolare significato se consideriamo che rappresenta un attacco diretto alla conquista storica delle otto ore, strappata dalla classe operaia internazionale attraverso decenni di sanguinose lotte.
L’altra rivendicazione che avrebbe potuto unificare la forza del proletariato indiano è la lotta per forti aumenti salariali. Del resto, la questione dell’inflazione e del deterioramento del potere di acquisto dei salari è emersa come preoccupazione centrale degli scioperanti.
Cronaca dello sciopero
Secondo gli organizzatori dello sciopero, 250 milioni di proletari avrebbero aderito come nel 2020. Lo sciopero ha coinvolto ampie sezioni della classe operaia, superando le divisioni religiose e castali incessantemente promosse dalla classe dominante e dai suoi rappresentanti politici. Ha interessato dipendenti pubblici, lavoratori dell’ancora estesa rete di imprese del settore pubblico indiano, quelli impiegati nelle industrie manifatturiere integrate globalmente come l’automotive e, in misura minore, i lavoratori del cosiddetto settore informale.
Le industrie come l’estrazione del carbone, la produzione di acciaio, i servizi bancari, i servizi postali e i trasporti pubblici sono state gravemente interrotte. Alcuni stabilimenti automobilistici, incluso uno stabilimento Ashok Leyland a Hosur, Tamil Nadu, hanno dovuto parzialmente chiudere; mentre altri, inclusi quelli di Maruti Suzuki e Hyundai, hanno dichiarato di aver affrontato alti livelli di “assenteismo” rallentando le velocità delle linee.
In Kerala, dove il governo statale è guidato dal Communist Party of India (Marxist), la vita quotidiana è stata paralizzata, nonostante la promessa del Ministro dei Trasporti statale che gli autobus della Kerala State Road Transport Corporation (KSRTC) avrebbero operato normalmente.
Nel West Bengal, dove il governo Trinamool Congress (TMC) aveva promesso di spezzare lo sciopero, ci sono stati scontri violenti in più distretti tra sostenitori dello sciopero e polizia e teppisti del TMC. Secondo i rapporti delle notizie, più di mille sostenitori dello sciopero sono stati arrestati. Un portavoce del TMC ha difeso la repressione statale, definendo lo sciopero “teppismo camuffato da protesta”.
Nel Gurgaon migliaia di lavoratori dei settori automobilistico, edile, bancario, sanitario e dell’assistenza all’infanzia hanno marciato dal Kamla Nehru Park all’ufficio postale e tenuto un comizio.
Nell’Assam i lavoratori delle piantagioni di tè hanno scioperato compatti e organizzato manifestazioni in tutto lo Stato.
Nel Tamil Nadu iI servizio di trasporto pubblico e auto-rickshaw è stato interrotto, specialmente a Chennai, la capitale e città più grande, e nei centri manifatturieri di Coimbatore e Tiruchirappalli. Numerose filiali bancarie e assicurative sono state chiuse, e la produzione automobilistica è stata interrotta.
Nel Jharkhand lo sciopero ha paralizzato tutte le operazioni della Central Coalfields Ltd. e Eastern Coalfields Ltd. Ha anche causato la chiusura dell’ufficio principale, tutte le 450 filiali e uffici regionali della Jharkhand State Gramin Bank, inclusi quelli nel vicino Bihar.
Nel Maharashtra le aziende automobilistiche, farmaceutiche e ingegneristiche hanno registrato una produzione ridotta a causa “dell’assenteismo” dei lavoratori, interruzioni alla produzione just-in-time e blackout. Nella parte occidentale dello Stato, lo sciopero dei lavoratori della Maharashtra State Electricity Distribution Company ha interrotto l’alimentazione elettrica ai cluster industriali.
Nel Uttar Pradesh, i servizi sono stati fermati o interrotti presso banche e uffici assicurativi in tutto lo Stato più popoloso dell’India. Inoltre, 270.000 lavoratori elettrici hanno abbandonato il lavoro per protestare contro l’imminente privatizzazione di due compagnie di distribuzione elettrica di proprietà del governo locale, PVVNL e DVVNL.
I servizi ferroviari generalmente non sono stati influenzati dallo sciopero, eccetto quando – come nel West Bengal, Odisha e Bihar – i manifestanti hanno occupato le linee ferroviarie. Questa distribuzione dell’impatto rivela i limiti strutturali del sindacalismo indiano, ancora concentrato nei settori statali e parastatali.
Il sostegno per lo sciopero è variato drasticamente per regione, riflettendo la diversa penetrazione delle organizzazioni sindacali e la diversa composizione di classe regionale. Le aree con maggiore concentrazione di settore pubblico hanno mostrato livelli di partecipazione superiori, mentre le regioni con economia più privatizzata hanno registrato adesioni inferiori.
Mai una rottura col nazionalismo
L’analisi del movimento sindacale indiano contemporaneo rivela una contraddizione fondamentale che caratterizza la fase attuale della lotta di classe nel subcontinente: la capacità di mobilitare centinaia di milioni di lavoratori si accompagna sistematicamente all’incapacità di fornire una direzione politica rivoluzionaria. Questa contraddizione non è casuale ma riflette la natura strutturalmente riformista delle leadership sindacali, integrate nel sistema capitalistico piuttosto che orientate alla sua trasformazione rivoluzionaria.
La subordinazione del movimento operaio indiano al nazionalismo borghese durante le crisi militari ha precedenti significativi che illuminano la natura delle organizzazioni sindacali. Durante la guerra di Kargil del 1999, le centrali sindacali sospesero le mobilitazioni programmate, allineandosi alla retorica nazionalista del governo Vajpayee. Similmente, dopo gli attacchi terroristici di Mumbai del 2008, la Joint Platform of Central Trade Unions rinviò lo sciopero generale previsto per dicembre, giustificando la decisione con la “necessità di unità nazionale”.
Più recentemente, durante la crisi di Pulwama-Balakot del febbraio 2019, le centrali sindacali evitarono sistematicamente ogni critica alle politiche militari del governo Modi, concentrando la loro opposizione esclusivamente sulle questioni economiche. Il comunicato della All India Trade Union Congress (AITUC) del 28 febbraio 2019 è emblematico: mentre denunciava dettagliatamente le “politiche anti-lavoratori”, ometteva completamente ogni riferimento alla escalation militare e ai suoi costi per la classe operaia.
Lo sciopero del 26 novembre 2020, che secondo le stime ufficiali coinvolse già oltre 250 milioni di lavoratori, rappresentò la più grande mobilitazione sindacale nella storia mondiale. Tuttavia, le rivendicazioni rimasero limitate a questioni economiche immediate, evitando sistematicamente ogni critica alle politiche imperialiste e militariste.
Il settore pubblico registrò tassi di adesione superiori al 70%, con particolare intensità nei servizi bancari, postali e ferroviari. La Reserve Bank of India stimò perdite economiche superiori a 3,5 miliardi di euro, principalmente concentrate nei settori statali e parastatali. Significativa fu la partecipazione dei lavoratori agricoli, organizzati attraverso le associazioni rurali affiliate alle centrali sindacali: oltre 200 milioni di lavoratori agricoli parteciparono alle manifestazioni, bloccando le principali arterie di comunicazione rurale.
Il settore privato mantenne invece livelli di adesione inferiori al 30%, rivelando i limiti dell’influenza sindacale nelle aree più dinamiche dell’accumulazione capitalistica. Questa distribuzione settoriale non è casuale ma riflette la natura parassitaria del sindacalismo indiano, concentrato nei settori statali e incapace di penetrare nelle aree strategiche dell’economia capitalistica moderna.
Rottura con l’opportunismo sindacale o paralisi permanente del movimento operaio
Non è la mancanza di forza a paralizzare il proletariato indiano, ma la sua direzione. Di fronte a un’enorme capacità di mobilitazione, le centrali sindacali hanno scelto la via della compatibilità col potere. Il 9 luglio ha mostrato un esercito pronto alla lotta, ma privo di comando. I bonzi sindacali hanno preferito evitare lo scontro durante la crisi militare, confermando la loro integrazione nella macchina statale borghese.
La separazione sistematica tra “questioni economiche” e “questioni politiche” non è un difetto contingente, ma la struttura stessa del sindacalismo opportunista. Il silenzio complice di fronte alla guerra e al nazionalismo non è un errore, ma una scelta strategica: mantenere il proletariato all’interno del campo della legalità borghese e del patriottismo costituzionale.
All’interno di questa strategia, la retorica contro le privatizzazioni assume un ruolo centrale nella conservazione dell’ordine capitalistico. I bonzi sindacali e i partiti della sinistra riformista denunciano le “svendite” del settore pubblico e chiedono il ritorno a una gestione statale dei servizi, presentata come “più giusta” o “pro-lavoratori”. Ma questa opposizione è ingannevole.
Lo Stato, gestore o privatizzatore, resta lo Stato della borghesia. Difendere l’impresa pubblica significa difendere un’altra forma dello stesso sfruttamento, sotto il controllo diretto dell’apparato statale. La proprietà pubblica dei mezzi di produzione, senza l’abbattimento del potere borghese, non è emancipazione: è capitalismo di stato.
Non esiste un capitalismo “cattivo” nelle mani dei privati e uno “buono” nelle mani dello Stato, che del resto mantiene i salari bassi e allunga la giornata lavorativa a 12 ore! Lo Stato non è mai neutrale: reprime, sfrutta, militarizza e si arma. I sindacati, anziché denunciare questa verità elementare, agiscono come garanti della pace sociale, chiedendo una migliore amministrazione del Capitale. Così facendo, vincolano la classe operaia alla sorte dell’economia nazionale e all’illusione riformista che il sistema possa essere corretto.
La classe operaia non difende lo Stato, né i suoi beni, né la sua economia. Difende solo se stessa, la propria autonomia e la propria organizzazione rivoluzionaria. Ogni lotta economica, inclusa quella contro le privatizzazioni, è sterile se non è subordinata alla distruzione dello Stato borghese e del modo di produzione capitalistico.
O la rottura con i bonzi, o la sterilizzazione permanente della lotta di classe
È necessario affermare con chiarezza: la classe operaia indiana non potrà avanzare finché resterà legata alle centrali sindacali esistenti e ai loro dirigenti opportunisti. Nessuna illusione democratista, nessuna retorica economicista può mascherare la realtà: i sindacati ufficiali sono diventati strumenti di contenimento del proletariato, non di sua emancipazione.
Occorre rompere. Rompere con le strutture sindacali compromesse, rompere con le direzioni opportuniste, rompere con i bonzi che parlano in nome dei lavoratori ma agiscono come garanti dell’ordine borghese. Solo così sarà possibile ricostruire, su basi internazionaliste e comuniste, una direzione politica degna della forza mostrata il 9 luglio.
Le foreste bruciano, ghiacciai e permafrost si sciolgono, le persone svengono e muoiono per strada e al lavoro sotto il sole cocente; cicloni tropicali sono attesi a breve nel Mediterraneo e milioni di proletari, in tutto il mondo, potrebbero essere costretti a migrare a causa delle condizioni meteorologiche estreme.
La questione climatica diventa ogni giorno sempre più urgente, ma, come per ogni questione di carattere sociale, non esistono verità “universali”, quanto invece esistono verità di classe. La borghesia non ha fretta, poiché dispone di tutti i mezzi per proteggersi almeno dalle condizioni meno catastrofiche. Mezzi non solo per salvaguardare il proprio capitale, ma anche per accrescerlo approfittando delle catastrofi, come approfitta di ogni crisi, che siano economiche, belliche o ambientali.
Alcuni movimenti piccolo-borghesi sembrano mostrarsi sconvolti dagli orrori creati dal capitalismo: reazionari che semplicemente sognano un capitalismo “diverso”, ma che pur sempre capitalismo resti.
E non meno reazionari sono quei movimenti, anch’essi intrinsecamente piccolo-borghesi, che sognano di poter tornare ad un presunto idilliaco passato, senza le brutture dell’industrializzazione capitalista, in un mondo basato sull’agricoltura parcellare, piccoli centri e piccole botteghe, dove non ci sarebbe inquinamento né sfruttamento. Verità proletaria è invece affermare che primo requisito per affrontare la crisi climatica è la distruzione della società di classe, così che la gestione collettiva delle risorse del pianeta avvenga secondo i modi maggiormente adatto a garantire, a tutta l’umanità, una vita piena, e senza la distruzione graduale (e nemmeno tanto graduale) del pianeta stesso.
Coloro che sentono il bisogno di aggiungere prefissi al comunismo, di parlare di “eco-marxismo” o “eco-socialismo”, non sono altro che i soliti “volgarizzatori” e revisionisti che ci sono fin troppo familiari. La dottrina marxista non ha bisogno di essere “aggiornata”, ed è solo nel comunismo che le crisi, compresa quella climatica, possono trovare una soluzione. Coloro che parlano di «eco-socialismo» sempre finiscono per fare il confronto con i falsi socialismi del secolo scorso. E d’altronde, quegli Stati capitalisti, esattamente come tutti gli altri, senz’altro non si mostravano «rispettosi nei confronti dell’ambiente», proprio in quanto mossi dalle leggi economiche del capitalismo, che fa di ogni bene una merce e scopo di ogni processo produttivo “l’autovalorizzazione più grande possibile del capitale, cioè la maggior produzione possibile di plusvalore”. Lo sviluppo, per sua natura tanto anarchico quanto irruento, del capitalismo ha portato ad un grave peggioramento delle condizioni ambientali sin dai suoi inizi, e la classe operaia è sempre stata quella che ne ha subito le peggiori conseguenze. Il Capitale di Marx è pieno di racconti di lavoratori che vivono nella miseria creata dai loro padroni: condannati a condizioni di vita malsane, miserabili sia materialmente che moralmente. I lavoratori spesso morivano in età giovane; essi vivevano e lavoravano in spazi dove l’aria respirabile era poca e le sostanze chimiche tossiche tante.
Ancora oggi, miliardi di lavoratori vivono nelle stesse condizioni. I lavoratori che vivono in condizioni leggermente migliori lo devono soprattutto alle conquiste ottenute nel campo della lotta di classe contro la borghesia, conquiste che quest’ultima è sempre pronta a rimettere in discussione. Ad ogni buon conto, anche nelle società occidentali più “ricche” esistono ampie “sacche” di miseria diffusa che il modo di produzione necessariamente prevede e crea.
Negli ultimi decenni, tra tutte le previsioni relative all’aumento della temperatura media e delle quantità di anidride carbonica nell’atmosfera, la più pessimistica si è rivelata la più accurata. Nel frattempo, si tengono regolarmente vertici e conferenze per discutere delle gravi (vere o meno) preoccupazioni in merito, e delle possibili soluzioni. A queste conferenze partecipano rappresentanti degli Stati, della cosiddetta “società civile” e del mondo imprenditoriale. Al di là delle solite chiacchiere che caratterizzano le formulazioni borghesi, e degli accordi climatici che comunque alcuni Paesi, almeno sulla carta, si impegneranno a sostenere, l’implicazione di fondo è quella che al Capitale deve essere concesso tempo (e sostegno statale) per adattarsi e “pulirsi”, per trasformare gli impianti industriali e le fonti energetiche.
Con il passare del tempo, sempre più spesso pare il dibattito pubblico essersi invece spostato dal tentativo di invertire il “disastro climatico” alla ricerca di “misure di contenimento” nei confronti di quelle condizioni climatiche la cui alterazione è già più che matura. E sono numerosi i casi in cui gli obiettivi su cui si ricama attorno sono alquanto vaghi: sentiamo spesso parlare di riduzioni “significative” (di quanto?) delle emissioni di questa o quella sostanza o composto inquinante, senza che nessun seguito oggettivo venga poi dato. Ancora più importante, gli obiettivi sono fissati con un anticipo tale da consentire al capitale di adattarsi ad ogni “promessa infranta” e agli attuali leader e dirigenze di non essere più in carica, così che non possano essere chiamati a rispondere delle loro azioni. Un esempio lampante, da questo punto di vista, è l’impegno a “raggiungere emissioni nette pari a zero entro il 2050”.
Si tratta di un’affermazione ridicola quasi quanto quella del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese che afferma che sotto la sua guida la Cina sarà una “società socialista avanzata entro il 2050”. Se nel primo caso sarà il tempo a dimostrare l’insostenibilità di un tale obiettivo, nel secondo caso non dobbiamo certo aspettare per farci una gran risata. Intanto, ad oggi, è proprio la Cina ad essere accusata di non aver firmato gli accordi sul clima che altri paesi stanno firmando. In Occidente, ovviamente, subito l’infame propaganda delle varie borghesie nazionali si getta a capofitto sull’argomento così da poter fare vanto di rientrare tra gli Stati buoni e democratici, piuttosto che tra quelli cattivi ed autoritari. Per i marxisti, tuttavia, la contraddizione sta tra il capitalismo più giovane della Cina, un’economia fortemente basata sul carbone e la cui crescita manifatturiera nessun accordo climatico può permettersi di soffocare, e i capitalismi più maturi dell’Occidente.
Finché esisterà il capitalismo, nessun «dialogo» tra le organizzazioni, le imprese e gli Stati borghesi potrà salvare il pianeta. Nessun obiettivo e nessuna legge approvata dai parlamenti. Nel frattempo, si continueranno a riversare, ogni anno, milioni di tonnellate di rifiuti nell’oceano, inquinando le acque, le coste e le terre su cui i proletari lavorano sotto la frusta del Capitale. E mentre le condizioni di vita dei lavoratori peggiorano sempre più di fronte alla crisi capitalista, i moralisti piccolo-borghesi osano ancora rimproverarli perché non fanno la loro parte per salvare il pianeta, perché non riducono la loro personale “impronta di carbonio”, perché acquistano cannucce di plastica e non le alternative biodegradabili. Che in ultima istanza per la borghesia mondiale la questione del clima appaia come secondaria (per non dire terziara e così via) lo dimostra l’intensità con la quale le guerre continuano ad essere combattute in giro per il mondo: se la produzione capitalistica inquina, a maggior ragione lo fa la guerra, nella quale nessuno si è mai preoccupato delle conseguenze ambientali dei bombardamenti e dei massacri che distruggono e inquinano in modo incontrollato.
Solo l’insorgere rivoluzionario della classe operaia, che guidata dal suo partito di classe combatterà per niente meno che la distruzione dei rapporti di produzione borghesi, potrà fermare la furia devastatrice capitalista. Solo quando la forma antagonistica del processo di produzione sociale sarà cosa del passato, e la contraddizione tra città e campagna sarà risolta, e dunque solo sulle ceneri di un capitalismo sconfitto potrà sorgere una società in grado di affrontare davvero la questione climatica e tutti gli importanti impegni che essa richiede.
Il Giappone, nella fase presente della crisi generale del capitalismo, manifesta con esemplarità le contraddizioni crescenti dell’imperialismo. La borghesia nipponica, per decenni vincolata alla tutela militare del gendarme nordamericano, si scopre oggi stritolata nella morsa della concorrenza tra potenze imperialiste, dove non esistono alleanze “storiche” ma solo rapporti di forza mutevoli e brutali.
L’introduzione di dazi doganali del 15% sull’import nipponico da parte dell’amministrazione statunitense (23 luglio 2025) segna un ulteriore passo nell’acuirsi della guerra commerciale tra blocchi imperialisti. Il bersaglio è chiaro: il settore automobilistico giapponese, che da solo compone il 28,3% delle esportazioni verso gli Stati Uniti. Inizialmente, questi ultimi avevano annunciato dazi sulle automobili nipponiche fino al 27,5%: tuttavia, anche al 15%, la contrazione che ne conseguirà avrà un impatto certamente non insignificante. Si tratta di una misura coerente con le leggi del capitalismo: ogni potenza è costretta, per sopravvivere alla crisi di sovrapproduzione, a espandersi a spese delle altre.
La borghesia giapponese aveva scambiato la propria subordinazione strategica con vantaggi commerciali. Ma l’imperialismo non conosce né riconoscenza né memoria storica: solo il mutamento continuo dei rapporti tra capitali in guerra permanente. Il capitale finanziario ha immediatamente registrato la gravità dell’attacco: il 3% perso dalla Borsa di Tokyo nel giorno dell’annuncio non è che il riflesso dell’intelligenza cieca e impersonale del capitale.
La classe dirigente giapponese, colta di sorpresa dal mutato atteggiamento americano, si dimostra priva di visione. La vicenda della fallita fusione US Steel–Japan Steel, bloccata da un fronte bipartisan nel Congresso USA, avrebbe dovuto far comprendere la chiusura del ciclo “amico” nei rapporti tra le due potenze.
Il nuovo governo Ishiba, debole eco dei gabinetti precedenti, è ridotto a rinviare incontri e a subire passivamente l’isolamento crescente del paese all’interno del blocco imperialista. Le grandi manovre del periodo Kishida – il progetto “Japan+”, l’integrazione con QUAD, l’allargamento della NATO all’Indo-Pacifico, l’illusione AUKUS – si sono dissolte nella constatazione della marginalità del Giappone nel nuovo disegno di spartizione mondiale. L’impossibilità di trasferire truppe a Guam e la paralisi nella revisione del Trattato di Sicurezza non sono che segnali visibili del tramonto geopolitico del capitale nipponico.
Dietro la facciata tecnologica, l’economia giapponese è minata da squilibri irreversibili. La lenta erosione della base produttiva, il passaggio forzato verso un’economia dei servizi, la dipendenza crescente dal turismo – attività improduttiva e volatile – rivelano l’impossibilità per il capitale nipponico di ristabilire un ciclo di accumulazione stabile.
L’inflazione – al 4,0% a gennaio, 3,7% a febbraio, 3,6% a marzo – sfugge al controllo della Banca del Giappone, incapace da tre anni di fronteggiare la svalutazione monetaria. Le versioni “core” e “core-core” superano stabilmente i livelli obiettivo. Su questa base fragile, l’offensiva doganale statunitense aggrava la crisi, rendendo ancora più evidente la debolezza sistemica del capitalismo giapponese.
La crisi del riso – prodotto simbolico della sovranità alimentare nipponica – mostra in tutta la sua chiarezza l’anarchia del regime borghese. Il 70,9% di aumento dei prezzi in un solo mese è effetto della convergenza di fattori tipici del capitalismo senescente: distruzione dell’ambiente, speculazione, collasso delle reti logistiche. Lo Stato borghese ha dimostrato la sua inettitudine: su 210.000 tonnellate dichiarate in riserva, stando alle ultime rilevazioni di fine aprile, solo il 7% è stato effettivamente rilasciato. Il mito dell’autosufficienza alimentare si dissolve nella necessità di importare riso – perfino dalla Corea del Sud, in quantità mai viste dal 1990 – sancendo il fallimento definitivo del modello agricolo protetto e autarchico.
La ripresa dei contatti tra Giappone, Corea del Sud e Cina non rappresenta alcuna apertura di pace o cooperazione tra popoli. È, al contrario, una mossa obbligata da parte di tre borghesie nazionali costrette a difendere i propri interessi contro l’aggressività crescente dell’imperialismo USA. L’incontro trilaterale del 30 marzo a Seoul e il tentativo di rilancio dell’accordo RCEP – alternativa asiatica alla sfera commerciale americana – sono espressioni di questa necessità difensiva. La cooperazione in settori strategici (semiconduttori, intelligenza artificiale, cavi sottomarini, sorveglianza digitale) non ha nulla di pacifico: si tratta di preparativi per le guerre future, in cui ogni borghesia si equipaggia per difendere i propri profitti contro quelle concorrenti.
Il programma GCAP – costruito assieme a Italia e Gran Bretagna – ha cercato di proiettare il capitale nipponico nel mercato globale degli armamenti. Ma lo scontro indo-pakistano e l’efficacia dimostrata dalle tecnologie cinesi hanno infranto le illusioni. L’India, attratta sempre più dagli armamenti americani, abbandona gradualmente i fornitori giapponesi, che si ritrovano con capacità produttive inutilizzate e un investimento strategico fallito.
Il Giappone scopre così l’impotenza della propria industria militare: da un lato incapace di imporsi come potenza autonoma, dall’altro esposta alla concorrenza spietata dei colossi occidentali e asiatici. Il gabinetto Ishiba non ha linea: tra gesti concilianti e minacce vuote, tra aperture ai prodotti agricoli americani e invocazioni alla legalità internazionale, non esprime che la confusione di una borghesia senza più orizzonte. Le concessioni agli USA – alleggerimenti sulle importazioni, abbassamento degli standard qualitativi, cessione di quote di mercato – non fanno che aggravare la dipendenza economica. Nemmeno l’ala più “falchista” dell’establishment – la Banca del Giappone, con le sue minacce di contenziosi legali presso l’OMC – riesce a proporre una via d’uscita. La macchina statale si mostra divisa, impotente, incapace di resistere all’offensiva del capitale dominante.
Il ricorso alla retorica della “sovranità tecnologica” non maschera il significato reale della politica attuale: il rafforzamento dell’apparato militare-statale come risposta alla crisi economica. La collaborazione con l’Unione Europea in settori sensibili – dalla cybersicurezza all’intelligenza artificiale – ha una sola finalità: il controllo del proletariato e la preparazione di future guerre inter-imperialiste.
La militarizzazione non è segno di forza, ma di debolezza: di un capitale in difficoltà, che cerca nella minaccia armata ciò che non riesce più a ottenere nel libero mercato. In questa congiuntura, la classe operaia giapponese si trova esposta a una nuova intensificazione dello sfruttamento. L’inflazione colpisce i salari reali, la recessione cancella posti di lavoro, lo Stato borghese prepara la mobilitazione patriottica in vista del conflitto. Ogni tentativo della borghesia di risolvere la crisi – con riforme, alleanze, compromessi – è destinato al fallimento. Il capitale giapponese, come ogni altro capitale nazionale, è intrappolato nella crisi del modo di produzione stesso.
La prospettiva non è nella difesa della “sovranità”, né in nuovi equilibri imperialisti. La sola via è quella della lotta di classe organizzata, sotto la guida del partito rivoluzionario, per trasformare la guerra commerciale e militare tra capitalisti in guerra civile rivoluzionaria contro il capitalismo.
Informiamo che, da parte di una “Associazione” che utilizza titoli confondibili con i nostri, vengono date alle stampe versioni apocrife (o forse sarebbe meglio definirle pirata) della nostra rivista “Comunismo”, con identico formato, identica grafica di copertina e mantenendo la progressione numerica dell’anno di stampa e dell’opuscolo. Insomma, come se si trattasse di cosa loro.
Questi signori, a suo tempo, erano stati avvertiti della illegalità e anche scorrettezza di una simile pubblicazione e quindi pregati di desistere. Forse con il loro comportamento sperano di indurci a presentare reclamo presso il tribunale per poterci poi accusare di ricorrere alla “legge borghese”. No, alla giustizia borghese noi non ricorreremo, continueremo a pubblicare il vero “Comunismo” edito come sempre dalla “Associazione la Sinistra Comunista”, con lo stesso direttore responsabile e la relativa numerazione progressiva.
Il tempo farà giustizia di queste meschinità piccolo borghesi.