Il tentativo dell’imperialismo americano di impantanare la Russia in un brutale scontro militare in Ucraina e di piegarla economicamente con le sanzioni si è scontrato con la dura realtà di una guerra che la Russia sta vincendo sul campo, facendo prevalere a Washington la convinzione della necessità di non andare oltre con l’impegno militare e finanziario sul fronte ucraino per volgere lo sguardo, e le risorse, verso il fronte asiatico contro l’imperialismo cinese.
La possibilità di un accordo tra americani e russi è ostacolata, con gradazioni diverse, dagli europei, fermi alla precedente linea dettata dalla vecchia amministrazione Biden, di condurre la guerra fino alla sconfitta della Russia. Questa linea si era imposta nelle capitali europee anche contro gli interessi degli stati europei del mantenimento di buone relazioni con la Russia, in particolare della Germania che aveva visto crescere la sua potente industria anche grazie all’accesso a risorse energetiche a prezzi contenuti. Ora, dinanzi alla prospettiva di un accordo con Mosca che, data la prevalenza militare russa sul fronte ucraino, assomiglierebbe ad una vera e propria “resa”, non resta ai borghesi d’Europa, già sconfitti sul fronte economico avendo dovuto rinunciare ai bassi prezzi dell’energia russa per rifornirsi altrove a prezzi più elevati, per continuare con la guerra alla Russia, all’inseguimento della vecchia illusione di sconfiggerla militarmente per depredarla delle sue ricchezze e invadere i mercati dell’est.
Prime “radiose giornate”
Nella fase attuale della guerra russo-ucraina, dopo che gli americani hanno iniziato a sfilarsi dal conflitto, a spingere gli ucraini a morire sul campo di battaglia sono principalmente gli europei, e l’atteggiamento di Zelensky riflette nient’altro che l’opposizione degli europei all’accordo con la Russia: l’Ucraina, che finora è stata utilizzata e si è prestata in questa guerra, sul punto di essere abbandonata dagli americani, si aggrappa con disperazione alla fragile mano tesa dagli europei.
Il rischio che corrono a Kiev e le altre capitali europee è alto, data la concreta possibilità di uno sfaldamento del fronte interno ucraino. In tal modo, appare evidente come nella guerra imperialista il vero nemico di qualunque Stato borghese non è tanto l’esercito del paese nemico ma il proprio proletariato che, come nell’Ottobre, nel pieno del primo conflitto mondiale, potrebbe trasformare la guerra tra Stati in guerra tra classi, fino all’abbattimento del potere borghese.
E così, mentre l’apparato statale ucraino è costretto ad utilizzare brutali metodi per soggiogare i propri proletari e trascinarli a forza al fronte, anche le borghesie europee si trovano a combattere una battaglia interna contro il proprio proletariato, al quale si chiedono sacrifici per fermare “l’aggressione” russa.
Non stupisce quindi che, in Europa, a sostegno della continuazione della guerra, già si sono intraviste delle “radiose giornate”, con le prime manifestazioni del campo interventista, come quella di Roma del 15 marzo. Il bellicismo degli Stati europei ha una massa di manovra costituita dagli strati parassitari piccolo borghesi che sono foraggiati dalle prebende della rapina imperialista, per i quali meno Europa significa nient’altro che una ridotta capacità degli imperialismi europei di saccheggiare il resto del mondo e provvedere al loro mantenimento parassitario.
La linea bellicista delle classi dominanti dei vari paesi europei trova quindi la sua manovalanza in quei ceti parassitari piccolo borghesi che avvertono sempre più vicino il deterioramento della loro posizione sociale e che esprimono tale condizione nel cosiddetto “europeismo”, il pio desiderio di “più Europa”, ad una maggiore unità politica dei paesi membri dell’UE, accampando versioni diverse, ma tutte riducibili all’ideologia piccolo borghese e reazionaria, frutto dell’illusione delle mezze classi che mosse dal terrore di sprofondare nelle file del proletariato, si legano al carro del proprio imperialismo, mostrando quindi tutto il loro carattere reazionario.
Come dimostra la partecipazione della CGIL alla manifestazione del 15 marzo, anche l’opportunismo fa propria la reazionaria ideologia europeista, a ulteriore conferma di quelle nostre classiche posizioni sull’imperialismo magistralmente delineate da Lenin: “L’imperialismo, che significa la spartizione di tutto il mondo e lo sfruttamento non soltanto della Cina, che significa alti profitti monopolistici a beneficio di un piccolo gruppo di paesi più ricchi, crea la possibilità economica di corrompere gli strati superiori del proletariato, e, in tal guisa, di alimentare, foggiare e rafforzare l’opportunismo”.
Il significato del riarmo in Europa
Ma la propaganda europeista, col nauseante dibattito sulla “difesa comune”, e la stessa posizione antimarxista di sedicenti comunisti che blaterano di un presunto imperialismo europeo trovano un’ennesima conferma dell’impossibilità di un’unione politica degli Stati borghesi d’Europa proprio nella questione del riarmo europeo, che non può essere che il riarmo dei singoli Stati.
Il progetto di riarmo europeo è stato annunciato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen lo scorso 4 marzo e poco dopo accettato dal Parlamento europeo. Tale piano è articolato in 5 punti, di cui il principale riguarda la possibilità concessa ai paesi membri dell’UE di scorporare le spese destinate alla difesa dal deficit del Patto di stabilità e crescita, fino all’1,5% del prodotto interno lordo. In tal modo, secondo le stime degli analisti, la deroga al Patto di stabilità potrebbe portare a circa 200-250 miliardi di investimenti all’anno nella difesa, con la stima di arrivare a 650 miliardi di spesa in armi in 4 anni, ai quali andrebbero ad aggiungersi 150 miliardi di finanziamenti UE. La spesa militare in rapporto al PIL crescerebbe quindi dall’attuale dall’1,9% al 3% nel 2028.
Appare evidente come questo piano di riarmo concepito in ambito UE rimanga all’interno dei confini nazionali in cui è divisa politicamente l’Europa: gli Stati europei si riarmano, ma ognuno per conto proprio. A far la parte da leone ci penserà la Germania che subito ha aderito alla possibilità di scorporare dal deficit pubblico le spese per la difesa, accantonando lo sbandierato rigore fiscale per dar avvio ad un piano di riarmo che permetterebbe la riconversione bellica della propria industria in crisi. Già lo scorso 18 marzo il parlamento tedesco aveva approvato un grande piano di investimenti attraverso la modifica delle regole costituzionali di bilancio per favorire il riarmo del paese, con investimenti in difesa e infrastrutture. Secondo le stime si arriverebbe fino a 1.000-1.500 miliardi di investimenti nei prossimi dieci anni.
Il riamo tedesco segna la fine dell’Europa così come uscita dalla seconda guerra mondiale, in quanto la capacità di spesa tedesca non avrebbe concorrenti. Un punto fondamentale sul quale bisogna fare chiarezza, sia contro la propaganda europeista che contro posizioni antimarxiste di sedicenti comunisti, è che il nemico che il proletariato d’Europa si troverà davanti, se oggi può fare sfoggio della bandiera blu stellata dell’UE, saranno le borghesie nazionali dei tanti paesi europei, che se possono trovare un allineamento di interessi che le spinge, più o meno, ad accordi e a marciare unite in talune fasi, sempre in virtù della difesa dei propri interessi nazionali, potranno anche lanciarsi l’una contro l’altra, come nel secolo scorso.
Niente di nuovo per il Partito, ma solo conferma delle nostre classiche valutazioni: “L’Europa (e il mondo) non potranno dirsi veramente uniti che quando la rivoluzione proletaria avrà abbattuto gli Stati nazionali e instaurato un potere proletario internazionale. In attesa di ciò, tutta la propaganda riformista e megalomane dell’Europa Unita si scontrerà contro i limiti e le contraddizioni di natura obiettiva del modo di produzione capitalistico, e non basteranno le solenni firme di ambasciatori e di ministri a superarle” (Da “Il Programma Comunista” nn. 11 e 12 del 1962).
I limiti del militarismo degli europei
I piani di riarmo in Europa inevitabilmente non riguarderanno solo l’accrescimento in armamenti ma esigeranno anche una massa di soldati che imbraccerà quelle armi o, meglio, la carne da cannone da mandare al fronte.
Da questo punto di vista, la guerra in Ucraina ha fatto pulizia di tutte le teorizzazioni sulla guerra del futuro, ipertecnologica che poteva contare su un numero ridotto di militari. Dai fronti di guerra in Ucraina giunge la lezione che la guerra moderna ha bisogno di eserciti di massa.
Ciò fa apparire i piani di riarmo degli europei alla stregua di “tigri di carta”, minacciosi per le ingenti risorse economiche messe in campo per spese in armamenti ma fragili per l’incapacità di poter far affidamento su masse di uomini da mandare al macello.
Ne è un esempio la vicenda dei cosiddetti “volenterosi”, quei paesi europei capeggiati da britannici e francesi che vorrebbero mandare truppe in Ucraina, ma non possono, a causa delle titubanze nel resto dell’Europa, della prevedibile opposizione interna che monterebbe con il crescere delle bare rientranti dal fronte ucraino e soprattutto dell’attuale impreparazione a reggere lo scontro con la macchina bellica russa.
Sui piani di riarmo incombe il grave ostacolo rappresentato proprio dalle attuali dimensioni degli eserciti europei, costituiti da poche decine di migliaia di uomini, senza una rosea aspettativa di una loro rilevante crescita numerica. Sono gli stessi analisti al soldo della borghesia che delineano la fosca prospettiva di combattere conflitti come quello in Ucraina con un personale numericamente insufficiente. A rendere ancora più concreto tale minaccioso scenario per gli imperialismi europei, vi sarebbe un combinato di fattori puramente demografici, legati al declino della popolazione europea, vecchia e con le culle sempre più vuote, e fattori di tipo morali, con l’assenza del fervore ideologico sul quale far leva per costruire un fronte interno interventista e poter mobilitare masse di uomini.
E non saranno certo alcuni espedienti che sono emersi nell’attuale conflitto ucraino a poter risolvere il problema di costruire un esercito di massa all’altezza dello scontro che si prospetta all’orizzonte, come il ricorso all’arruolamento femminile, dei carcerati e dei mercenari.
Il riarmo europeo presto porrà la questione del “chi” sarà mandato a farsi ammazzare.
La borghesia e i suoi lacchè hanno bene in mente la posta in gioco: da un lato corrono il rischio di impegnarsi in logoranti guerre senza masse di uomini sufficientemente numerose e, dall’altro, quello di ritrovarsi con sconvolgimenti sociali interni nel tentativo di mobilitare le forze necessarie.
Lezioni della guerra in Ucraina
Mentre oggi le borghesie europee imboccano la strada di ingenti spese in armamenti, i cui costi saranno caricati addosso ai proletari, che vedranno peggiorare in modo sensibile le loro condizioni di vita, il domani è possibile intravederlo nella sorte attualmente riservata ai proletari ucraini e russi, spediti al massacro nella guerra imperialista.
Sulla base di notizie riportate da un gruppo antimilitarista di Kharkiv, nella seconda metà del 2024, l’esercito ucraino si stava avviando verso una perdita di capacità di combattimento e un collasso totale al fronte. In particolare, la minaccia di un collasso al fronte si era aggravata con il nuovo atteggiamento prevalso negli Stati Uniti, volto alla sospensione degli aiuti militari. Durante l’inverno, però, è arrivato un inasprimento in termini di disciplina che hanno riportato la situazione sotto controllo.
Contro lo sfaldamento dell’esercito agiscono anche le condizioni economiche, dovute alla mancanza di opportunità di lavoro per chi abbandona l’esercito, costringendo molti di quelli che erano andati via a ritornare.
Lo Stato ucraino riesce per ora a mantenere il controllo del fronte attraverso un combinato di repressione e pressioni economiche: da una parte la pena di morte per i disertori e dall’altra la fame che costringe i fuggitivi a rientrare nell’esercito per mancanza di lavoro.
La disobbedienza di intere unità militari in Ucraina è ormai un lontano ricordo, di quei primi mesi di guerra quando erano circolati numerosi video realizzati dai soldati stessi che rifiutavano di eseguire gli ordini dei capi militari, e non vi è alcuna seria minaccia per il regime da parte dei civili insoddisfatti.
Non mancano, comunque, episodi di opposizione alla continuazione della guerra in corso che fuoriescono dallo schema della rivolta individuale e che rappresentano una forma embrionale di una lotta organizzata.
Ad esempio, a fine maggio, nella regione di Khmelnytskyi, la popolazione locale si è opposta alla mobilitazione forzata, assaltando e circondando l’auto dei reclutatori che avevano catturato un uomo per portarlo al fronte. Sono le stesse autorità incaricate del reclutamento nella regione che hanno rilasciato un insolito comunicato in merito ai fatti accaduti: “Secondo le informazioni disponibili, il veicolo è stato danneggiato e le azioni dei cittadini mostravano segni di resistenza organizzata all’esercizio delle funzioni ufficiali da parte di rappresentanti delle Forze Armate ucraine”.
Quindi se nonostante la grave situazione nell’esercito ucraino, l’apparato statale con i suoi organi di repressione ha, almeno per il momento, evitato il collasso del fronte, mandare forzatamente uomini al fronte e trattenere tutti quegli elementi poco affidabili, potrebbe avere delle ripercussioni ben più negative di lasciar scappare qualche soldato, favorendo la possibilità di rivolte militari e tra la popolazione.
Disfattismo rivoluzionario
Nonostante dal punto di vista di classe l’attuale situazione possa apparire senza un concreto sbocco rivoluzionario, il Partito del proletariato ha ben presente dalle lezioni apprese nel fuoco degli scontri di classe del passato che il vero limite dell’imperante militarismo è al suo stesso interno, cioè nella necessità di inquadrare militarmente milioni di proletari per fini bellici ma che, se organizzati e guidati dal Partito, potrebbero volgere le armi in pugno contro il proprio Stato.
Già Engels nell’Antiduhring analizzando la guerra franco-prussiana aveva formulato in maniera impeccabile come dal militarismo stesso nasca la possibilità della rivoluzione.
“L’esercito è diventato fine precipuo dello Stato e fine a se stesso; i popoli non esistono più se non nel fornire e nutrire i soldati. Il militarismo domina e divora l’Europa. Ma questo militarismo reca in sé anche il germe della sua propria rovina. La concorrenza reciproca dei singoli Stati li costringe da una parte ad impiegare ogni anno più denaro per esercito, marina, cannoni, ecc., e quindi ad affrettare sempre di più la rovina finanziaria; dall’altra a prendere sempre più sul serio il servizio militare obbligatorio per tutti e con ciò, in definitiva, a familiarizzare tutto il popolo con l’uso delle armi e a renderlo quindi capace di far valere ad un certo momento la sua volontà di fronte ai signori della casta militare che esercitano il comando. E questo momento si presenta non appena la massa del popolo, operai delle campagne e delle città e contadini, ha una volontà. A questo punto l’esercito dei principi si muta in un esercito del popolo; la macchina si rifiuta di servire, il militarismo soggiace alla dialettica del suo proprio sviluppo. Ciò che non poté compiere la democrazia borghese del 1848, precisamente perché era borghese e non proletaria, cioè dare alle masse lavoratrici una volontà il cui contenuto corrisponda alla loro condizione di classe: questo sarà infallibilmente realizzato dal socialismo. E ciò significa far saltare in aria dall’interno il militarismo e, con esso, tutti gli eserciti permanenti”.
Non siamo qui nel campo delle geniali elaborazioni dei nostri maestri, ma è la reale esperienza del proletariato nella sua lotta contro il nemico di classe, in cui le vicende della guerra franco-prussiana e dello schiacciamento della Comune segnano una lezione storica di fondamentale importanza, che Lenin e il suo Partito restaureranno dal punto di vista dottrinario e metteranno in pratica nell’Ottobre. Nel fuoco della guerra imperialista l’appello al disfattismo fu l’azione di tutte quelle correnti che in Europa erano rimaste saldamente ancorate al marxismo, incontrando terreno favorevole in Russia, dove la diserzione e la ribellione organizzata contro i comandanti militari rappresentò la base dalla quale si scatenò la lotta rivoluzionaria fino alla presa del potere.
Mentre i piani di riarmo degli Stati europei segnano il presente e il futuro dei proletari d’Europa, anche oggi, come nel secolo scorso, i proletari si ritrovano davanti la prospettiva di fare da carne da cannone nella guerra che si avvicina. “Il nemico è in casa nostra!” fu il grido degli internazionalisti contro il primo macello mondiale. Come allora, anche oggi, questo nemico è la borghesia del proprio paese che attraverso il brutale apparato statale saldamente nelle proprie mani tiene sottomesso il proletariato e getterà i proletari a milioni nella guerra già più volte annunciata.
Gaza, dove sono confinati milioni di proletari, si presenta oggi al mondo come un enorme campo di sterminio, concepito dall’imperialismo americano e dal suo braccio attivo in medio oriente, lo Stato di Israele, ma anche dai paesi arabi cosiddetti “fratelli”, per risolvere la cosiddetta “questione palestinese”.
Sono ormai ridotti alla fame centinaia di migliaia di abitanti, che sopravvivono fra le macerie delle città distrutte, avendo perduto la casa e i familiari, con gli ospedali e i centri di assistenza quasi rasi al suolo. Si muovono da un lato all’altro della Striscia, tallonati dall’esercito di occupazione, alla ricerca di un luogo dove rifugiarsi e di cibo per sfamarsi.
Gli scarsi rifornimenti alimentari che sono stati fatti entrare dal confine, vengono centellinati e distribuiti sotto il controllo di Israele. Ma questi centri di distribuzione sono anche diventati una trappola in cui gli abitanti vengono attratti per trovarsi di fronte il fuoco dell’esercito. Abbiamo notizie di decine e decine di disperati che vengono così massacrati ogni giorno.
Possiamo ancora una volta constatare che gli eccidi della popolazione civile, pianificati e messi in opera anche in Ucraina, sono un corollario della guerra imperialista che è in atto, oggi pur ancora frammentata in episodi sparsi nel mondo, ma con la prospettiva domani di estendersi e di coinvolgere le aree dei paesi più industrializzati del mondo, la stessa popolazione dei quali non sarà risparmiata dai massacri.
Gaza, e anche l’Ucraina, sono solo l’anteprima di quel che il capitalismo, nella sua fase imperialista, prospetta: fame, morte e distruzione, per sopravvivere alla sua crisi e ritornare poi, ringiovanito dopo l’apocalisse, a percorrere un nuovo periodo di accumulazione.
Solo la rivoluzione proletaria potrà interrompere questo ciclo perverso ed eseguire la sentenza di condanna di questa società e di questo modo di produzione, che la storia ha da tempo decretato.
L’essenza borghese della campagna referendaria attualmente in corso in Italia è stata espressa al meglio dal segretario della Cgil Maurizio Landini che proclama:
«È una battaglia per un Paese migliore, per un Paese moderno, un Paese nuovo, è una lotta di speranza, una lotta per il futuro, contro chi invece vuole ancora un Paese vecchio, conservatore, arretrato».
Il richiamo del bonzo è quello alla sempiterna logica borghese del benessere del Paese, della Nazione, della Patria, ovverosia della società capitalistica, che altro non è se non la la logica della difesa dei vigenti rapporti sociali di dominio e per il mantenimento dello sfruttamento della classe lavoratrice.
Così commentammo riguardo al valore del referendum per la classe proletaria sul n.379 (settembre-ottobre 2016) del nostro giornale Il Partito Comunista nell’articolo “L’opposizione di facciata della Fiom spalleggia il corporativismo della Cgil: 8 anni di tradimento degli interessi operai”, nel capitolo “Trappole democratiche”:
«Il ricorso al metodo del referendum popolare e a quello legislativo è fumo negli occhi. Ciò che la Cgil non ha voluto difendere sul piano della lotta di classe, non lo conquisterà certo con questi mezzi, pieni di inghippi e trappole, in cui la forza operaia è sostituita dalla conta delle opinioni dei cittadini, dei membri di tutte le classi, o dai voti dei parlamentari. Quando sono chiamati a votare i membri di tutte le classi e strati sociali, che campano tanto meglio quanto più è sfruttata la classe operaia, su questioni che riguardano i lavoratori, la vittoria padronale è garantita […]
Una eventuale proposta di legge popolare deve naturalmente essere approvata e non si capisce come lo stesso parlamento che – al di sopra dei governi e delle legislature – esegue gli ordini della borghesia nazionale e internazionale producendo le più nefaste leggi antioperaie, debba licenziare una proposta di legge se non dopo averla cambiata rendendola favorevole agli interessi padronali. Lo stesso per i referendum abrogativi: cancellano gli articoli di una legge, ma il vuoto che lasciano deve poi essere riempito dall’opera legislativa dei governi e dei parlamenti borghesi. Quindi, quand’anche si raccolga il numero sufficiente di firme, impiegando a questo scopo energie che dovrebbero essere utilizzate per organizzare la lotta di classe; quand’anche la borghese Corte Costituzionale e la borghese Cassazione approvino i quesiti referendari; quand’anche si raggiunga il cosiddetto quorum; quand’anche infine si riesca a vincere l’influenza che i potentissimi mezzi d’informazione borghesi hanno sulla rimbecillitissima opinione pubblica, orientandola a votare contro l’interesse della classe dominante, nemmeno nel caso in cui si verifichi questa remota ipotesi è possibile il raggiungimento dell’obiettivo favorevole alla classe lavoratrice.
Nella palude di queste logoranti procedure si vorrebbe affondare la lotta di classe, lo sciopero, tanto più forte quanto più esteso e duraturo, il solo metodo col quale i lavoratori possono davvero difendere le proprie condizioni di vita.
Il referendum è già uno strumento dannoso alla lotta di classe quando riguarda solo i lavoratori, di una singola azienda o categoria: il voto di un operaio che sacrifica il suo tempo e le sue energie per l’organizzazione sindacale, rischiando la rappresaglia padronale, e che ha esperienza di lotte precedenti, vale quanto quello di un lavoratore inesperto, timoroso, individualista, o anche crumiro. Quando la rabbia cresce ma non è al punto da far esplodere lo sciopero, far votare individualmente i lavoratori in un referendum è il modo migliore per prender tempo, smorzare la determinazione e, spesso, per far prevalere gli indecisi sui più combattivi. Lo sciopero unisce le energie degli operai; il referendum le separa».
Tutta la fortuna della forma referendum, strumento che più si confà alla cosiddetta democrazia diretta tanto cara alla sinistra borghese perché rispecchierebbe fedelmente quella volontà popolare che, nella ideologia liberale, alla nostra opposta, dovrebbe scegliere gli uomini di governo ed imporre loro l’indirizzo politico, gira intorno alla menzogna borghese della “sovranità popolare” e della “rappresentanza parlamentare”; ma il concetto di sovranità popolare non è che una finzione che maschera la realtà, e cioè che esiste una inconciliabile opposizione di interessi di classe che tanto sdegna i garanti della “conciliazione”.
Quali che possano essere i risultati del referendum, nulla nella sostanza cambierà e l’attacco alla classe lavoratrice continuerà in parallelo al peggiorare della crisi del capitale.
La risoluzione di questioni che riguardano i soli lavoratori attraverso lo strumento interclassista del referendum viene affidata al giudizio indistinto di tutti gli elettori, che in buona parte non sono proletari: il Referendum risulta essere dunque l’esatto contrario della lotta di classe poiché assistiamo alla indebita intrusione del populismo di regime e della sua costruita “maggioranza”, su un terreno di lotta esclusiva fra proletari e padronato. A decidere dei problemi che riguardano la classe lavoratrice sono chiamati a votare i membri di tutte le classi sociali e con ciò si afferma e si conferma il principio dell’interclassismo, ovvero della sottomissione della classe operaia alle altre classi.
È naturalmente solo il Padronato ad avere interesse a lasciare “democraticamente esprimere” il “popolo” indistinto, composto in non piccola parte dalla combriccola su cui poggia il regime borghese, tutta materialmente interessata al massimo sfruttamento della classe operaia. Non riponiamo nessuna fiducia, quindi, negli strumenti democratici delle elezioni parlamentari e dei referendum che altro non sono che un teatrino tenuto in piedi per buttare fumo negli occhi dei proletari.
Le leggi le fanno i padroni e i rapporti tra le classi non possono essere realmente regolati dal “diritto”, tanto caro alla borghesia, se non in funzione della sua conservazione: dunque i “diritti” dei lavoratori non possono essere difesi con le consultazioni elettorali ma lavorando per mobilitarne ed organizzarne le forze di classe. Il principio democratico si scaglia contro la lotta di classe, che si basa su un rapporto di forze e non sul conteggio delle opinioni. L’astratto principio democratico di giustizia, calato nel mondo reale del capitalismo si trasforma in una formidabile arma per perpetuare l’ingiustizia della classe privilegiata ai danni dei lavoratori.
Gli eventuali aleatori miglioramenti guadagnati attraverso il mezzo del referendum, tanto caro anche al sindacalismo collaborazionista, diseducano i lavoratori alla lotta, inducono alla passività e al contempo offrono al padronato garanzie del perdurare delle condizioni di pace sociale che gli hanno garantito anni di arretramenti delle condizioni di vita della classe operaia. I sindacati di regime non fanno altro che gli interessi dei padroni e dell’economia nazionale, Ma anche i cosiddetti “conflittuali”, in ossequio al democratismo, esitano nello svelare l’inganno alla classe lavoratrice.
Sempre più necessaria è la riorganizzazione della classe lavoratrice in un vero sindacato di classe che possa in prospettiva essere influenzato e diretto dal Partito Comunista verso la conquista rivoluzionaria del potere politico.
Compito del Partito non può che essere il richiamo ai metodi della lotta di classe e il rifiuto di strumenti interclassisti , come il referendum, rivolti ad affossarla.
La Riunione Generale del partito, la numero 152 dal 1973, si è tenuta a Firenze nei giorni 24 e 25 maggio. Alla riunione hanno partecipato compagni da diversi paesi europei, dalle Americhe e dall’Australia, tanto che può essere considerata la più internazionale di tutte quelle tenute in presenza sino ad oggi. Ai compagni presenti si sono poi aggiunti, collegati online, numerosi altri compagni e simpatizzanti di numerosi altri paesi.
La riunione è stata quindi molto riuscita, sia per l’atmosfera di cameratismo che l’ha permeata, sia per la qualità dei rapporti presentati. Di seguito sono presentati i riassunti dei lavori, che saranno a tempo debito pubblicati in extenso sui nostri organi di stampa.
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Il corso del capitalismo mondiale
Il corso del capitalismo è necessariamente caotico e catastrofico. Nella crisi di sovrapproduzione in crisi di sovrapproduzione, gli squilibri non fanno che aumentare; in questo modo è inevitabile giungere prima a una guerra commerciale, e poi sfociare inevitabilmente nella guerra guerreggiata fra gli Stati. A meno che il proletariato non sovverta questo processo mettendo in campo la sua rivoluzione internazionale. In questo ultimo rapporto mettiamo in evidenza questi squilibri sempre più evidenti e catastrofici, che portano da un lato a surplus commerciali record e dall’altro a deficit di enormi dimensioni. Allo stesso modo, intere regioni, un tempo prospere, si stanno trasformando in deserti industriali, lasciando la popolazione impoverita e insicura.
Contemporaneamente, il debito aziendale e nazionale, per non parlare di quello delle famiglie, cresce sempre di più, fino al punto in cui la situazione non è più sostenibile. Mentre i vecchi Stati imperialisti decadono, se ne affermano di nuovi, alterando le relazioni inter-imperialiste e aggravando le tensioni tra gli Stati. Questo è il percorso del capitale che abbiamo cercato di illustrare nel rapporto presentato alla Riunione Generale, con ampia documentazione di dati statistici.
La funzione del Centro nella Tradizione della Sinistra
È continuata, con la seconda puntata, la serie di rapporti sulla funzione del Centro con citazioni tratte da vari testi, dei quali alcuni compongono il Corpo unitario e invariante delle tesi del Partito. In questo resoconto breve ne daremo un piccolo assaggio, con la precisazione che in tutti i nostri lavori si sottolinea costantemente l’importanza di mai abbandonare anche solo per un attimo il metodo di vita interna e di conduzione della struttura organizzativa, pena l’innesco di una spirale mortale per il Partito.
Questo pur piccolo nucleo di combattenti è l’anticipazione della società comunista non come testimonianza esemplare o fatto estetico, ma come compagine operante e ravvisabile nel suo modo di essere. Il Partito sa cos’è il comunismo, quindi deve applicare il corrispondente metodo comunista al suo interno. Come è ben noto l’Internazionale Comunista adottò quale criterio di funzionamento per le proprie sezioni nazionali il centralismo democratico a cui la nostra corrente oppose il centralismo organico, aggettivo che non significa che ciascun militante può arbitrariamente interpretare le disposizioni del partito; o che il partito si struttura senza una gerarchia e che in questa gerarchia chi sta in alto possa altrettanto arbitrariamente lanciare ordini, reprimere e condannare.
Il problema della disciplina, invece, si deve porre non come il punto di partenza, come il prodotto di un bel piano statutario, ma come il risultato della coscienza dell’avanguardia proletaria, della sua capacità di collegarsi con le grandi masse dei lavoratori, della giustezza della sua strategia e della sua tattica politica. Dunque la disciplina organizzativa è il risultato della capacità del Partito di muoversi sulla base della teoria ed in piena fedeltà ad essa, della sua capacità di intervenire nelle lotte fisiche che le masse lavoratrici intraprendono per i loro bisogni materiali, con una strategia ed una tattica giusta.
Chi decide? Chi “comanda”? Ecco la domanda “decisiva” che da un secolo sentiamo emettere dalle oramai secche gole democratiche. Il rompicapo si scioglie da sé proprio immergendosi nella vita reale del Partito comunista, e di questo partito soltanto: è il corpo unitario del Partito che imbocca e segue la sua via; e in esso “nessuno comanda e tutti sono comandati” il che non vuol dire che non ci sono ordini, ma che questi combaciano col naturale modo di muoversi e di agire del partito, chiunque sia a darli. Ma se l’unità di dottrina, programma e tattica viene rotta, allora tutto crolla, e logico e storicamente giustificato diviene lo stalinismo, come logica e storicamente giustificata diviene la rovinosa subordinazione al meccanismo falso e bugiardo della consultazione democratica. Il legame tra la base del Partito ed il centro ha quindi una forma dialettica. Se il Partito esercita la dittatura della classe nello Stato, e contro le classi contro cui lo Stato agisce, non vi è dittatura del centro del partito sulla base.
Il movimento sindacale in Francia
Dopo aver sottolineato l’importanza dell’attività sindacale del partito, la prima parte del lavoro presentato si concentra sulle generalità che evidenziano le caratteristiche specifiche di alcuni tipi di sindacalismo in Europa. In primo luogo, è stata fatta una distinzione tra due aspetti dell’emergere delle organizzazioni economiche volte a difendere le condizioni di vita e di lavoro dei proletari nel XIX secolo: il primo riguarda le organizzazioni di mutuo soccorso per i lavoratori (malattia, infortuni, morte) su cui la borghesia voleva mantenere il controllo e che comprendeva anche la creazione di cooperative, e il secondo le organizzazioni di lotta e di trattativa proprie dei lavoratori. Nel rapporto sono state esaminate poi la situazione economica e sociale dei principali paesi europei, l’importanza di un’industria sviluppata e centralizzata, come in Gran Bretagna e in Germania, o la persistenza di un grande artigianato, come in Francia, che ha portato al prevalere di concezioni anarchiche con il sindacalismo rivoluzionario, ostile per principio al cooperativismo, considerato una forma di collaborazione con la borghesia. La presentazione si conclude con la distinzione di quattro tipi di sindacalismo operaio: il sindacalismo britannico, che nacque e rimase collaborazionista; il sindacalismo tedesco, che nacque socialista ma si evolvé verso il riformismo a partire dalla fine del XIX secolo; il sindacalismo francese, che fu segnato fin dall’inizio dal movimento anarchico e si discostò dal marxismo, dove il rapporto partito-sindacato fu conflittuale; e infine il sindacalismo comunista, che emerse dalla rivoluzione russa del 1917 e fu caratterizzato da un legame organico tra i sindacati e il partito rivoluzionario.
Per la Storia del Partito
Gli italiani non sono, come qualcuno ebbe a definirli, un “popolo di eroi, di santi, di poeti, di navigatori”; gli italiani sono un popolo di emigranti. In cento anni più di 26 milioni di italiani avevano abbandonato la “patria”, costretti dalla miseria, dalla fame e spinti dalla speranza di un futuro migliore.
Con l’avvento del fascismo al potere a questa marea migratoria economica se ne aggiunse e intrecciò una politica che interessò quelle masse di proletari, soprattutto comunisti, che si erano distinti nella lotta aperta contro la reazione.
Dal punto di vista legale, il governo Mussolini non aveva emanato nessuna disposizione che impedisse al partito comunista di esistere e di funzionare. Però quella espressione che ai comunisti sarebbe stata lasciata una sola alternativa, “o tutti in galera o tutti in Russia”, non tardò ad essere ampiamente messa in pratica.
Infatti già dai primi giorni del 1923 cominciarono a rendersi più frequenti le perquisizioni e gli arresti di comunisti: l’arresto dei dirigenti del partito, come quello di migliaia di comunisti in tutta Italia fu motivato dalla pubblicazione di un Manifesto contro il fascismo sottoscritto dalle due internazionali di Mosca.
Il fatto veramente curioso fu che, il 6 febbraio, tutta la stampa italiana, compreso il “Popolo d’Italia” voce ufficiale del fascismo, riprodusse per intero il manifesto incriminato dandogli una diffusione così capillare che nessun altro documento dell’I.C. avrebbe mai avuto.
In una relazione del partito all’Internazionale si diceva: «Il governo non disarma né attenua la sua offensiva. Vi sono nelle carceri italiane più di 5.000 comunisti, oltre ad altre migliaia di sovversivi e di operai senza partito. Gli arresti in massa proseguono senza requie. Il fascismo mira a spargere la disperazione e la sfiducia nel partito comunista rendendo evidente la sua incapacità di soccorrere materialmente coloro che vi militano e vi lottano». (13/02/1923).
La lettera continuava facendo appello alla solidarietà internazionale per sopperire alle difficoltà soprattutto finanziarie del partito, per portare un minimo di aiuto ai compagni arrestati e alle loro famiglie.
Più che naturale quindi che, data la situazione descritta, migliaia di comunisti per sfuggire alla repressione ed anche per salvare la vita abbandonassero l’Italia. Di conseguenza al nostro partito si pose l’immediato problema di salvare l’organizzazione dalla sua dissoluzione e fare in modo che i compagni che avevano dovuto abbandonare l’Italia non abbandonassero il partito, infine tenere alla larga gli immancabili profittatori.
In lettere inviate ai partiti fratelli di Europa si chiedeva «di favorire la applicazione delle norme che abbiamo dato e che daremo sulla organizzazione dei comunisti profughi e dei senza partito».
La maggior parte degli emigrati politici si indirizzò verso la Francia dal momento che lì già si trovava una estesa e radicata emigrazione italiana dovuta a flussi migratori iniziati addirittura nei secoli precedenti.
All’estero i proletari italiani dovettero lavorare sodo per guadagnarsi un minimo per vivere, conducendo in massima parte una vita da clandestini, angariati dai padroni, perseguitati dalla polizia.
In terra di Francia i proletari italiani si distinsero per la loro attività sia politica che sindacale: oltre 5.000 furono gli iscritti al PCF e soprattutto dobbiamo evidenziare che si trattava di compagni aderenti alla impostazione della Sinistra italiana. In precedenti rapporti abbiamo visto come gli stalinisti italiani facessero costante pressione sull’Internazionale affinché gli aderenti alla Sinistra comunista venissero individuati ed immediatamente espulsi.
La posizione della Sinistra è che dal partito non si esce, ma si resta per combattere ogni tipo di deviazione opportunista.
Il rapporto ha quindi preso in esame quello che fu il primo tentativo di costituire, all’interno dell’emigrazione italiana, una organizzazione comunista autonoma, il gruppo di “Réveil Communiste”. La poca chiarezza teorica e la voglia di “fare qualcosa” portò quel piccolo gruppo a scivolare rapidamente da un generico richiamo alla Sinistra comunista al confusionismo ed immediatismo sia di Korsch che del KAPD.
Il lavoro proseguirà seguendo lo svolgersi di quella “Frazione” che nella bufera della controrivoluzione riuscì comunque a non abbassare mai la bandiera del comunismo rivoluzionario.
L’articolo che di seguito ripubblichiamo apparve sul n. 100 di questo stesso giornale (dicembre 1982); si riferiva a quella scissione organizzata qualche anno prima in modo sporco, frutto di una brutta stagione di frazionismo dall’alto e lotta politica all’interno del Partito. A ragione noi la definimmo “scissione sporca” perché si lanciavano accuse false nei confronti di un gruppo di compagni nascondendo al contempo le vere intenzioni di quello che l’allora Centro aveva deciso di intraprendere: una strada nuova del tutto diversa da quella tracciata dalla nostra dottrina e tradizione.
Ripubblichiamo questo articolo non per ritornare su quanto accaduto oltre mezzo secolo fa; chi allora si assunse la responsabilità di espellere un limitato gruppo di compagni provocò un danno irreparabile che portò presto alla disgregazione di un Partito con una sua buona struttura organizzativa, con numerose sedi locali ed una tradizione consolidata di azione sindacale di classe. Quindi noi non ci sentiremo mai di dare il nostro “parce sepulto” a chi si prese tale responsabilità, però non ci torneremo sopra.
Fa invece un certo effetto rileggere questo vecchio articolo e dover constatare che, sostituite solo alcune parole, potrebbe essere riferito benissimo ad accadimenti dell’anno passato, dell’appena trascorso 2024. E questo succede perché non solo il Partito ha una sua continuità, ma anche il deviazionismo e l’opportunismo sono sempre soggetti alle stesse regole. La principale è che le deviazioni che uccidono il Partito avvengono immancabilmente a seguito di frazionismo dall’alto e di lotta politica. Quindi non un confronto tra posizioni apertamente dichiarate, ma un lavorio sotterraneo alla ricerca di “compagni fidati” su cui contare e dei quali servirsi per emarginare e denigrare altri. Ma perché tutto questo? Per la convinzione di poter, con atti volontaristici, forzare la natura delle cose e poter di punto in bianco allargare il Partito alla scala mondiale, un partito dove non “tramonti mai il sole” come nell’impero di Carlo V (circolare del 27/04/2023). E per realizzare questo niente di più semplice che allargare ed allentare quelle maglie che il Partito si è costruito a sua difesa da penetrazione di ideologie ad esso estranee, di modo che sempre più facile sia entrarvi apportandovi metodi di azione e comportamento nonché posizioni ideologiche estranee alla nostra tradizione.
Questo però cozza con la resistenza di quei compagni che si oppongono a tale lento, inesorabile e a volte quasi impercettibile scostamento da una tradizione consolidata: tutte piccole cose che di per sé non rappresentano una vera e propria deviazione, ma che segnano una strada che sempre più tende a discostarsi dalla tradizione della Sinistra comunista.
Ecco quindi la necessità di intraprendere la medesima azione per sconfiggere quei compagni presentati come avversari (definiti, di volta in volta, come “frazionisti”, “scissionisti”, “golpisti”, “ammutinati”): lotta politica su tutti i fronti con tutti i mezzi nessuno escluso. E soprattutto qual è l’argomento su cui da sempre i veri frazionisti dall’alto hanno posto (ed imposto) la loro pretesa supremazia? Il richiamo alla disciplina, ma non disciplina al Partito, alle sue posizioni teoriche e tattiche, ma “disciplina incondizionata” al Commissario Unico Internazionale, come colui che avevamo sempre chiamato Centro aveva voluto autodefinirsi (04/03/2024; 3/07/2024).
Più volte qualche compagno, stanco di essere accusato di esprimere solo “pareri personali”, aveva rammentato all’allora Centro quale è la disciplina che può essere richiesta ai compagni ed in che termini: «Leader significa infatti guidatore. Il capo del partito non ha nelle mani un volante e davanti a sé l’arbitrio dell’angolazione dello sterzo, è il conducente di un treno o di un tranvai. La sua forza è che egli sa che il
binario è determinato, ma non certo rettilineo ovunque, sa le stazioni dove passa e la meta dove conduce, le curve e le pendenze.
«Non è certo solo a saperlo. Il tracciato storico appartiene non ad una testa pensante, ma ad una organizzazione che va oltre gli individui soprattutto nel tempo, fatta di storia vissuta e di dottrina (a voi la parola dura) codificata» (Struttura economica e sociale della Russia d’oggi, 1956).
«Non vi è una disciplina meccanica buona per l’attuazione di ordini e disposizioni superiori “quali che siano”: vi è un insieme di ordini e disposizioni rispondenti alle origini reali del movimento che possono garantire il massimo di disciplina, ossia di azione unitaria di tutto l’organismo, mentre vi sono altre direttive che emanate dal centro possono compromettere la disciplina e la solidità organizzativa» (“Organizzazione e disciplina comunista”, 1924).
«Non vediamo poi gravi inconvenienti in una esagerata preoccupazione verso il pericolo opportunista.
Certo il criticismo e l’allarmismo fatti per sport sono deplorevolissimi; ma dato che essi siano, anziché il preciso riflesso di “qualche cosa che non cammina bene” e la intuizione di deviazioni gravi che si preparano, puro prodotto di elucubrazioni di alcuni militanti, è certo che non avranno modo di indebolire minimamente il movimento e saranno facilmente superati. Mentre gravissimo è il pericolo se all’opposto, come purtroppo è avvenuto in tanti precedenti, la malattia opportunista grandeggia prima che si sia osato da qualche parte dare vigorosamente l’allarme. La critica senza l’errore non nuoce nemmeno la millesima parte di quanto nuoce l’errore senza la critica. […]
«Il compagno Girone pone la questione in modo semplice e chiaro quando dice che tutto quanto i dirigenti dell’Internazionale dicono e fanno, è materia di cui rivendichiamo il diritto di discutere, e discutere significa poter dubitare che si sia detto e fatto male, indipendentemente da ogni prerogativa attribuita a gruppi, uomini e partiti […]» (“Il pericolo opportunista e l’Internazionale” – “L’Unità”, 30/09/1925).
In spregio ai caratteristici principi del “centralismo organico”, nostra esclusiva concezione della centralizzazione dell’organo partito, invocando una lesa disciplina, mai tuttavia rifiutata dai compagni nei termini esecutivi dell’azione di partito, si è ricorsi alla espulsione dalle file del partito di chi aveva osato avanzare critiche verso l’operato del centro, considerato questo strumento messo in opera come una magica medicina per “salvare il partito”.
Ma questi sono argomenti di cui il Centro, se ha abbandonato la tradizione di Partito, può benissimo non curarsi e procedere alla soluzione finale di ogni opposizione: l’espulsione, la presunta medicina magica per salvare il Partito. Quindi due compagni, accusati di un gravissimo atto di indisciplina sono stati espulsi, senza possibilità di appello. Quale era stata la loro colpa? Avere disubbidito ad un ukaze centrale, prendendo parte ad una riunione…di Partito (del nostro Partito, del loro Partito). Poi l’azione non si è arrestata ma è continuata l’opera di “pulizia” nei confronti di tutti quei compagni che non avevano solidarizzato con tale sciagurata decisione.
Il Partito è stato violentemente spezzato, diversi compagni si sono persi per strada. Questo è stato il prodotto dell’azione di un Centro che da tempo dava segni di perduto equilibrio, ma soprattutto dell’ignavia di un gruppo di compagni che, in nome di una fasulla disciplina ad un Capo quale che fosse, ha accettato la disgregazione del Partito. Ed il fatto che forse non si siano neanche resi conto del danno commesso non li scagiona né attenua le loro colpe.
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Già alcuni anni sono trascorsi da un articolo «Sulla strada di sempre» che in un «anno primo-numero unо» indicava l’ennesimo doloroso strappo del rosso filo organizzativo del partito formale del dopoguerra.
Fu definitiva a quel punto la separazione tra le due parti – frazioni – che si erano venute a determinare nell’organizzazione «Programma Comunista», e la parte che con un procedimento fino ad allora mai impiegato era stata espulsa, usando l’altra frazione di una malintesa e falsa autorità centrale che gran parte del partito supinamente accettò, conscia di aver portato via con sé l’onore del partito, secondo la splendida definizione della Sinistra al Congresso di Livorno del 1921, riprese con tenace volontà ed ottimismo rivoluzionario la strada di sempre, per la ricostruzione dell’organo della Rivoluzione sociale.
Poco importa ora chi e perché; il Partito nel suo insieme aveva perso la bussola, la coscienza rivoluzionaria della giusta rotta, né riusciva più a recepire i corretti stimoli che da una parte minoritaria – non fino ad allora certo frazione! – provenivano con martellante perseveranza a che almeno il Partito tutto ritornasse all’abc della dottrina onde ritrovare le energie e la chiarezza per rimettersi nel solco ‘nostro’.
Gli sbandamenti erano di tale ampiezza che le stesse voci che gridavano del ritorno all’antico erano ormai d’impaccio alla voglia di noyautage politico, alla foia sfrenata di tatticismo, per formare, si diceva, infine il «vero partito», forte e compatto, per fare uscire dall’angusto perimetro del circolo dell’organizzazione che la passata generazione di rivoluzionari ci aveva consegnato. Ed allora il martellare le nostre tesi di base diventava più di un lusso teorico, diventava una fastidiosa accademia che, si diceva, faceva perdere di vista l’urgenza del presente, comprometteva la possibilità di «cogliere l’occasione favorevole», ma solo era una sciocca perdita di tempo; tutto il resto dell’organizzazione non capiva l’abisso in cui, sotto la «species» della disciplina totale ed assoluta, esigenza che mai la parte che poi fu espulsa aveva messo in discussione, sotto la teorizzazione infame della lotta politica all’interno del partito, il centro dirigente stava spingendo l’intera compagine.
Da «Tesi supplementari», aprile 1966:
«Ben sappiamo che la dialettica storica conduce ogni organismo di lotta a perfezionare i suoi mezzi di offesa impiegando le tecniche in possesso del nemico. Da questo si deduce che nella fase del combattimento armato i comunisti avranno un inquadramento militare con precisi schemi di gerarchie a percorsi unitari che assicureranno il migliore successo dell’azione comune. Questa verità non deve essere inutilmente scimmiottata in ogni attività anche non combattente del partito. Le vie di trasmissione delle operazioni devono essere univoche, ma questa lezione della burocrazia borghese non ci deve fare dimenticare per quali vie si corrompe e degenera, anche quando viene adottata nelle file di associazioni operaie. La organicità del partito non esige affatto che ogni compagno veda la personificazione della forza partito in un altro compagno specificamente designato a trasmettere disposizioni che vengono dall’alto.
Questa trasmissione tra le molecole che compongono l’organo partito ha sempre contemporaneamente la doppia direzione; e la dinamica di ogni unità si integra nella dinamica storica del tutto. Abusare dei formalismi di organizzazione senza una ragione vitale è stato e sarà sempre un difetto ed un pericolo sospetto e stupido».
Resistemmo allo sgangherato andazzo imperante con ogni nostra forza, preoccupati al massimo di non spostarci di un pollice dai vincoli della disciplina, della tradizione e dalla gerarchia funzionale del partito, di non scimmiottare gli imbelli criteri democratici di maggioranza e minoranza, di rimanere sempre sul terreno del centralismo organico, la fondamentale struttura del nostro organismo partito, il suo modo di esistere, svilupparsi, vivere.
Malgrado la conclamata volontà di aderire in toto alle tesi del Partito al suo programma storico, la compressione organizzativa, la «politique d’abord» all’interno dell’organizzazione, le mille trame e pastette, le accuse di tutto e del contrario di tutto, riuscivano nell’infame compito dell’espulsione, questa davvero nel più triviale stile dell’aborrita democrazia. Fummo costretti a prendere atto della strada che la vecchia organizzazione aveva deciso di seguire; volevano un partito disciplinato a muoversi in ogni contorsione d’anguilla che la fetida quotidianità avesse imposto, un partito compatto a seguire le alzate d’ingegno dei «capi», un partito a gerarchia militare, con fiduciari e sottocapi; eravamo d’impaccio al raggiungimento di questo supremo risultato, e riuscirono a cacciarci. Pure le nostre tesi, l’esperienza viva delle generazioni rivoluzionarie, cristallizzate in forma definitiva, l’essenza stessa dell’organo Partito, avvisano in modo chiaro del pericolo degenerativo, delle sue cause, dei suoi sintomi, anche se ovviamente non danno alcuna ricetta «pratica» sulle misure di difesa e cura.
Da «Tesi sul compito storico », luglio 1965:
«La Sinistra sperò di salvare l’Internazionale ed il suo tronco vitale e valido di grandi tradizioni senza organizzarsi come una frazione, o come un partito nel partito. Nemmeno la Sinistra, anche quando le manifestazioni del nascente opportunismo andavano diventando sempre più innegabili, incoraggiò od approvò il sistema delle dimissioni individuali dal partito o dalla Internazionale.
«Tuttavia i testi già indicati in cento loro passi mostrano che la Sinistra nel suo pensiero fondamentale ha sempre visto il cammino verso la soppressione delle scelte elettorali e dei voti su nomi di compagni o su tesi generali come un cammino che andava verso la abolizione di un altro ignobile bagaglio del democratismo politicantesco, ossia quello delle radiazioni, delle espulsioni e degli scioglimenti di gruppi locali. Abbiamo molte volte enunciato in tutte lettere la tesi che questi procedimenti disciplinari dovevano andare diventando sempre più eccezionali per avviarsi alla loro scomparsa.
«Se il contrario avviene e peggio se queste questioni disciplinari servono a salvare non principi sani e rivoluzionari ma proprio le posizioni coscienti od incoscienti di un opportunismo nascente, come avvenne nel 1924, 1925, 1926, questo significa soltanto che la funzione del centro è stata condotta in un modo sbagliato e gli ha fatto perdere ogni reale influenza di disciplina della base verso di lui, tanto più, quanto più viene sguaiatamente decantato un fasullo rigore disciplinare.
«E’ stata però sempre ferma e costante posizione della Sinistra che, se le crisi disciplinari si moltiplicano e diventano una regola, ciò significa che qualche cosa non va nella conduzione generale del partito, e il problema merita di essere studiato. Naturalmente non rinnegheremo noi stessi commettendo la fanciullaggine di ritornare a cercare salvezza nella ricerca degli uomini migliori o nella scelta di capi e di semicapi, bagaglio tutto che riteniamo distintivo del fenomeno opportunista, antagonista storico del cammino del marxismo rivoluzionario di sinistra.
«Su un’altra tesi fondamentale di Marx e di Lenin la Sinistra è fermissima, e ossia che un rimedio alle alternative e alle crisi storiche a cui il partito proletario non può non essere soggetto, non può trovarsi in una formula costituzionale o di organizzazione, che abbia la virtù magica di salvarlo dalle degenerazioni.
Questa illusione si inscrive tra quelle piccolo-borghesi che risalgono a Proudhon, e attraverso una lunga catena sfociano nell’ordinovismo italiano, ossia che il problema sociale possa essere sciolto da una formula di organizzazione dei produttori economici. Indubbiamente, nella evoluzione che i partiti seguono, può contrapporsi il cammino dei partiti formali, che presenta continue inversioni ed alti e bassi, anche con precipizi rovinosi, al cammino ascendente del partito storico. Lo sforzo dei marxisti di sinistra è di operare sulla curva spezzata dei partiti contingenti per ricondurla alla curva continua ed armonica del partito storico. Questa è una posizione di principio, ma è puerile volerla trasformare in ricette di organizzazione.
«Nella concezione del centralismo organico la garanzia della selezione dei suoi componenti è quella che sempre proclamammo contro i centristi di Mosca. Il partito persevera nello scolpire i lineamenti della sua dottrina, della sua azione e della sua tattica con una unicità di metodo al di sopra dello spazio e del tempo. Tutti coloro che dinanzi a queste delineazioni si trovano a disagio hanno a loro disposizione la ovvia via di abbandonare le file del partito. Nemmeno dopo avvenuta la conquista del potere possiamo concepire la iscrizione forzata nelle nostre file; è perciò che restano fuori dalla giusta accezione del centralismo organico le compressioni terroristiche nel campo disciplinare che non possono non copiare il loro stesso vocabolario da abusate forme costituzionali borghesi, come la facoltà del potere esecutivo di sciogliere e di ricomporre le formazioni elettive, tutte forme che da molto tempo si considerano superate non diremo per lo stesso partito proletario, ma perfino per lo Stato rivoluzionario e temporaneo del proletariato vittorioso. Il partito non ha da presentare a chi vuole aderirvi piani costituzionali e giuridici della società futura, in quanto tali forme sono proprie solo delle società di classe. Chi vedendo il partito proseguire per la sua chiara strada, che si è tentato di riassumere in queste tesi da esporre alla riunione generale di Napoli, luglio 1965, non si sente ancora a tale altezza storica, sa benissimo che può prendere qualunque altra direzione che dalla nostra diverga. Non abbiamo da adottare nella materia nessun altro provvedimento».
Queste poche e sparse righe riportate a scopo esemplificativo da un corpus formidabile per sintesi storica, ed indirizzo d’azione, che caratterizzava in modo tutt’affatto originale il nostro partito rispetto a qualunque altro raggruppamento e partito, ‘vicino’ o ‘lontano’, danno già loro sole una chiara indicazione sul futuro dell’organizzazione formale quando la mala pianta dell’opportunismo comincia a gettare radici e si smarrisce il metodo corretto per estirparla, quando gli «aggiornatori» nei fatti, anche se a parole ossequienti del programma, crescono e si rafforzano nell’organizzazione, di prendere, come è detto, «una qualunque altra direzione che dalla nostra diverga ».
Gli scissionisti dell’anno 1973 affermavano di avere nelle mani ancora il partito di quelle tesi, e questo ancora credeva il grosso dei militanti, che poco comprendevano della durissima battaglia allora da una «parte » combattuta a che la tradizione ed i principi fossero salvati dal disastro, e supinamente ingoiavano il fatto infame dell’espulsione, o peggio vi applaudivano.
Quell’organizzazione che aveva creduto rafforzarsi amputando la parte che non si voleva piegare all’intrigo, alla lotta politica nel partito, ai compromessi tattici e programmatici impiegati, si diceva, per «mantenere ed aumentare gli effettivi dei compagni», quell’organizzazione non osava ancora gettare alle ortiche l’ultimo straccio di fedeltà formale alla tradizione della Sinistra. Ma la compressione ideologica ed organizzativa, la lotta politica tra compagni, il malinteso centralismo che ribalta ogni discussione sull’ordine o sulla direttiva che sembrano errati o contraddittori alle tesi da parte di chi li riceve, con l’etichetta di indisciplina e anticentralismo, tutto ciò era l’aspetto complementare del meccanismo democratico, dei congressi, delle maggioranze e minoranze, delle tesi contrapposte secondo gruppi e frazioni, eredità di assetti borghesi che volevamo aver espulso per sempre dalla nostra organizzazione, strutturata a ben più alto organico livello.
Gli espulsori hanno voluto un partito «unito per forza », illudendosi di poter manovrare con la pretesa della disciplina per la disciplina la loro organizzazione di fronte agli effetti di tutti gli espedienti tattici ai quali demandavano l’improba funzione di sbloccare la chiusa situazione del movimento di classe, e dilatare gli effettivi del partito. Gli è mancato il coraggio di andare sino in fondo e rinnegare anche formalmente tutte le tesi della Sinistra, assumendo una struttura apertamente di centralismo democratico, con spazio al gioco delle maggioranze e minoranze; forse questo avrebbe ancor di più allargato i loro confini, e la perdita sarebbe stata solo dell’inutile manchette di prima pagina che richiama alla Sinistra ed alla sua lotta antiopportunista ed antidemocratica.
Non averlo fatto, mantenendo d’altro canto la formale struttura verticistica, ha portato ad altre ampie scissioni; ha portato al tragicomico punto che hanno avuto il coraggio di pubblicare una sorta di riassunto delle posizioni degli scissionisti dell’ultima ampia mandata, come li hanno definiti « compagni che hanno lasciato il partito». Come punto d’arrivo per dei centralisti di ferro non c’è male: e sta di fatto che in questo caso gli «scissionisti » non sono stati neppure espulsi per le loro posizioni!
Ma allora sarebbe stato ritrovato da parte degli ex espulsori il corretto metodo sempre dalle nostre tesi ribadito, la soluzione per cui « a chi non è d’accordo con noi, non resta che andarsene»!
Di certo nel partito sano, come la Sinistra ha chiaramente definito, il processo di eliminazione dei corpi estranei, di quanti non si sentano « di seguire il partito per la sua chiara strada », delineata dalle Tesi, avviene o dovrebbe avvenire per questa via organica, naturale; ma l’organizzazione che gli espulsori di allora pretesero costruire, non ha certo sviluppato quel genere di sana reazione. Essa si va invece decomponendo nelle frazioni diverse che la costituivano, incapaci ormai di convivere perché assolutamente mancanti del cemento programmatico unitario, né del resto organizzate in un vero assetto democratico, ormai comunque scomparso anche nei partiti borghesi statali, ad esclusione forse del PCI.
Stravolta la natura originaria su cui era stato fondato, sintomo più tragicamente grave l’espulsione del ’73, forse in tempi più brevi di quanto gli espulsi di allora si aspettassero, il « partito forte e centralizzato» va in pezzi, e si attendono rifondazioni più o meno tardive ed equivoche da parte dei vari gruppi ex-uniti.
Ma nulla importa a chi è rimasto sulle posizioni di sempre della Sinistra delle eroicomiche vicende degli ex-vicini, se non per la formidabile conferma, e questa è lezione viva per noi che da queste miserie deriva.
Ancora una volta l’esperienza storica del Partito, il suo corpus teorico, ha ben indicato cause e conseguenze, ancora una volta si è dimostrato che l’infrangere nella pratica quei capisaldi teorici non porta all’organizzazione migliore, ma corrompe e distrugge l’organizzazione stessa. Al di là del fatterello quotidiano di una scissione disgregante in un partito dell’area della « sinistra », come qualche imbecille può vedere la cosa, resta per noi comunisti la preziosa riprova della validità del metodo nostro, la coscienza della saldezza della base su cui abbiamo ricostruito. Con gli «espulsori» abbiamo fatto definitivamente i conti in quel numero 1 – anno primo, né abbiamo ormai alcunché da spartire con quella organizzazione.
«Il partito che noi siamo sicuri di veder risorgere in un luminoso avvenire sarà costituito da una vigorosa minoranza di proletari e di rivoluzionari anonimi, che potranno avere differenti funzioni come gli organi di uno stesso essere vivente, ma tutti saranno legati, al centro o alla base, alla norma a tutti sovrastante ed inflessibile di rispetto alla teoria; di continuità e rigore nella organizzazione; di un metodo preciso di azione strategica la cui rosa di eventualità ammesse va, nei suoi veti da tutti inviolabili, tratta dalla terribile lezione storica delle devastazioni dell’opportunismo. In un simile partito finalmente impersonale nessuno potrà abusare del potere, proprio per la sua caratteristica non imitabile, che lo distingue nel filo ininterrotto che ha l’origine nel 1848» (da “Contenuto originale del programma comunista”, settembre 1958).
Negli anni ’70 non si era arrestato il processo di ulteriore avvicinamento del bonzume tricolore di tutte le sfumature alle istituzioni e alle esigenze delle aziende capitalistiche e dello Stato che ne amministra gli interessi. Anzi, liquidata la stagione delle lotte, «tale processo proseguì con il consolidamento definitivo del metodo della delega, il rafforzamento dell’apparato burocratico dei sindacalisti di professione, che ormai si consideravano funzionari al servizio dello Stato con regolare stipendio, l’attuazione di una poliziesca regolamentazione dello sciopero, la prassi ormai consolidata di chiudere ogni genere di vertenza contrattuale o aziendale con la supervisione dei ministri statali (in perfetto stile fascista), la cooptazione nel sindacato dei rappresentanti dei poliziotti, la denuncia di terrorismo e filo-terrorismo verso tutti gli operai combattivi, l’accettazione anche formale (quella sostanziale era sempre stata accettata) di postulati capitalistici classici quali il legame tra condizione operaia e guadagni delle imprese, la necessità dell’espulsione di forza-lavoro dalle fabbriche e dell’aumento dell’utilizzazione degli impianti e della produttività del lavoro di cui il sindacato stesso si è fatto garante, l’organizzazione aperta del crumiraggio di fronte a scioperi spontanei di gruppi di lavoratori agenti fuori dal rigido controllo sindacale.
«La struttura sindacale si era sempre più irrigidita: chiusa agli operai, è sempre più in mano ai funzionari statali di carriera. Ciò ha reso ormai impraticabile la strada di una sua eventuale riconquista a una linea di classe […].
«Appariva sempre più evidente ai proletari il contrasto tra le proprie necessità vitali, difesa del salario e del posto di lavoro, e l’atteggiamento apertamente rinunciatario e collaborazionista delle organizzazioni sindacali ufficiali di tutti i colori. […] Dalla situazione che si era andata delineando in questi anni appare ormai chiaro, non solo a noi, ma a strati operai sempre più vasti che nessuna seria difesa delle esigenze più elementari di vita e di lavoro è ormai possibile sotto la tutela delle attuali centrali sindacali e che nessuna azione di lotta condotta conseguentemente sul terreno di classe è possibile, se non al di fuori della loro impalcatura organizzativa. In alcune categorie, gruppi di lavoratori tra i più sfruttati si sono mossi, negli anni recenti per la prima volta in aperto contrasto con le direttive dei bonzi sindacali, riuscendo anche a dar vita a notevoli scioperi e ad esprimere organismi in aperto contrasto con le strutture organizzative dei sindacati confederali (ferrovieri 1975, ospedalieri 1978, assistenti di volo 1979)».
Apparve evidente che la difesa della condizione operaia avrebbe potuto esprimersi soltanto al di fuori e contro le strutture sindacali esistenti. La dinamica del passaggio da una diffusa apatia, alla mobilitazione sul terreno della lotta di classe, si sarebbe svolta in contrapposizione al sindacato di regime, pur avendo uno svolgimento non lineare e anche contraddittorio, con passi avanti e ritorni indietro, non escludendo a priori nemmeno il coinvolgimento a livello locale anche di settori di base della struttura confederale.
La lotta degli ospedalieri è stata emblematica sotto questo aspetto, e la lotta dei 35 giorni della FIAT nell’autunno del 1980, stroncata dal sindacato confederale nel momento in cui stava finalmente per assumere le caratteristiche classiche della vera lotta di classe, non è certo stata meno significativa.
Nel caso degli ospedalieri, lotta che, partita dalla Toscana si era estesa in tutta Italia, i lavoratori in lotta espressero una direzione classista in antitesi all’organizzazione sindacale confederale, che si schierò frontalmente contro il movimento di sciopero, riuscendo alfine a recuperarlo per poi stroncarlo nel finale. Dopo aver trattato e raggiunto un accordo con i rappresentanti dello Stato, i sindacati ufficiali vennero riconosciuti falsamente dal padronato come rappresentanti dei lavoratori in lotta, nello spirito di un vero e proprio sindacato di regime, anche se i suoi funzionari venivano cacciati e respinti dai lavoratori ogni volta che tentavano di far rientrare la mobilitazione.
Alla FIAT la lotta, pur nella sua spontaneità e determinazione, non espresse una forma organizzativa contrapposta al bonzume ufficiale, come per gli ospedalieri o gli assistenti di volo. La CGIL, presente nel comitato di lotta, riuscì a “cavalcare la tigre”, fino al momento in cui lo sciopero non minacciò di trasformarsi in uno scontro aperto contro la polizia, decisa a stroncare i picchetti con la forza per ordine della magistratura. A quel punto, rimanendo la lotta chiusa nel solo ambito aziendale (avendo i sindacati stretto attorno un cordone sanitario), il sindacato trattò la resa, siglando un accordo capestro, che sarebbe stato poi la premessa per i futuri licenziamenti, comunque contestato fortemente nelle fabbriche (vedi l’assalto degli operai alla sede sindacale aziendale).
«Da un punto di vista immediato questo significa indicare ai proletari la necessità di organizzarsi indipendentemente dai sindacati attuali, nella prospettiva della ricostruzione di una rete organizzativa classista, pur nella consapevolezza che questo processo non potrà che essere opera del proletariato stesso e che dunque, fintanto che questo non si schieri sul terreno della lotta di classe in forma generalizzata e non episodica e su di esso abbia un’influenza non marginale il Partito, non può essere da noi avanzata nell’immediato nessuna indicazione di sabotaggio delle azioni attuali, per quanto queste siano indirizzate verso obbiettivi sempre più antioperai, a meno che ci si trovi di fronte ad una esplicita volontà di vasti strati di operai a ribellarsi attivamente a questo indirizzo, né parimenti può essere prospettato l’esplicito appello all’uscita dai sindacati tricolore, mancando oggi un riferimento organizzato alternativo tale da catalizzare la volontà d’azione dei lavoratori».
«Cosa significa “lavorare fin da oggi nella prospettiva del risorgere ex-novo di una organizzazione economica classista”? Non può certo significare l’attesa passiva dei moti spontanei proletari. […] I militanti operai devono perciò lavorare per indirizzare e, quando le condizioni oggettive lo permettono, organizzare gli operai sul terreno di classe. In altre parole, come abbiamo altre volte messo in evidenza, il Partito ha il compito di aiutare concretamente, mettendo a disposizione le sue forze operaie, la tendenza dei proletari ad organizzarsi per la difesa dei propri interessi di classe, facendo tesoro, nell’azione immediata e nell’organizzazione, delle capacità direttive dei suoi militanti che possono derivare dal possesso del bagaglio storico delle passate esperienze di lotta proletaria, che solo il Partito può possedere e, al tempo stesso, importando negli operai la coscienza della precarietà dell’azione di pura difesa economica e la necessità di abbracciare la prospettiva del programma rivoluzionario comunista per la definitiva soluzione storica della loro condizione di sfruttati».
«Altro punto da considerare è l’adesione al sindacato. Relativamente e conseguentemente alla situazione sopra descritta, noi comunisti propendiamo per la non iscrizione ai sindacati tricolore. Questo atteggiamento non deriva da considerazioni di principio, né da propensioni scissioniste in campo sindacale, sempre escluse e combattute dalla Sinistra Comunista, ma dalla semplice constatazione pratica che l’apparato sindacale tricolore, considerato nella sua struttura verticale di organizzazione è ormai, al vertice come nei suoi quadri di base, un organismo burocratizzato e impermeabile all’azione interna di una frazione operaia organizzata autonomamente sul terreno di classe, ma aderente alle strutture sindacali ufficiali, non fosse altro perché non esiste più una vita sindacale interna che permetta un benché minimo lavoro di penetrazione e di influenza tra gli iscritti di base ormai sempre più lontani dall’apparato funzionaristico dei bonzi e dalle stesse strutture di base del sindacato. In queste condizioni, l’iscrizione al sindacato, anche a prescindere dall’aspetto della delega aziendale, in questo senso non è più di alcuna utilità per avere maggior possibilità di lavoro tra gli aderenti di base, possibilità che resterebbe pari a quella verso i non iscritti e si risolverebbe semplicemente alla partecipazione al finanziamento di organismi completamente asserviti al regime capitalistico. Tuttavia, proprio perché questo atteggiamento non è motivato da considerazioni di principio, in eventuali situazioni particolari, più probabilmente riscontrabili nel campo della piccola azienda, ove la non iscrizione al sindacato di un nostro militante dovesse compromettere il suo lavoro in seno agli operai da cui ne potessero sorgere risultati positivi, sarà affrontata dal partito la questione, così come solo al Partito e non al singolo militante spetta una decisione definitiva in situazioni del genere.
«Per quanto riguarda le strutture di fabbrica direttamente elette dai lavoratori, i Consigli di Fabbrica e simili, la questione si pone in termini diversi. Si tratta di organismi nella quasi totalità controllati dai sindacati; anzi, nelle grandi fabbriche, spesso sono vere strutture portanti di questi dentro la fabbrica, la cui gestione paritetica è in mano all’organizzazione esterna e la cui vita interna si svolge in modo spesso sclerotico e apatico, limitandosi ad avallare stancamente le decisioni degli esecutivi, a loro volta emanazione dell’apparato sindacale territoriale. Tuttavia sono pur sempre composti da delegati eletti da lavoratori e a diretto contatto con essi e dunque suscettibili di essere influenzati da avvenimenti che vedessero salire la tensione e la volontà di lotta dei lavoratori. Inoltre, nelle piccole e medie aziende, dove in generale la morsa dell’opportunismo sindacale è meno stretta, spesso i Consigli dei Delegati godono di una certa autonomia e sono più facilmente permeabili a posizioni classiste. Per tutto questo non possiamo escludere a priori un lavoro di propaganda e agitazione al loro interno. In linea di massima, senza dunque anche qui escludere decisioni in senso contrario in casi particolari, siamo per il lavoro interno, alla condizione di essere eletti rappresentanti dai lavoratori che vedono nel militante eletto un operaio combattivo disposto a non transigere nella lotta contro il padronato e, per questo, a battersi contro il colossale ostacolo dell’opportunismo e del collaborazionismo sindacale. Ovviamente anche per questa questione non possiamo redigere casistiche con tanto di soluzioni pronte. Il caso di militanti operai eletti delegati andrà valutato con rigore dal Partito e ogni decisione dovrà tener conto delle circostanze e della situazione in cui l’elezione è avvenuta. In ogni caso l’atteggiamento del nostro militante dovrà essere improntato alla costante dissociazione pubblica di fronte ai lavoratori da ogni decisione del CdF che si discosti dalla reale difesa degli interessi di classe e da ogni iniziativa collaborazionista, aziendalistica, muoventesi nello spirito del “buon funzionamento della fabbrica” e del riconoscimento dei suoi problemi produttivistici, oltre che, ovviamente, dovrà essere teso alla costante denuncia senza sotterfugi e mezzi termini, dell’operato e degli accordi-capestro conclusi dal CdF controllato dall’opportunismo».
Il testo n° 10 conclude indicando la prospettiva futura nella quale l’azione del Partito si svolgerà:
«Non è più possibile infatti, nella fase imperialistica del capitalismo, l’esistenza di un sindacalismo libero, cioè di organismi sindacali i quali, pur non essendo diretti da un indirizzo rivoluzionario, pur essendo nelle mani di partiti riformisti e piccolo-borghesi, possano condurre la lotta sul terreno economico in maniera conseguente. La lotta economica, nell’epoca imperialistica si trasforma molto più rapidamente che per il passato in lotta politica, poiché il suo stesso manifestarsi e il suo generalizzarsi urta contro le basi stesse del regime capitalistico. Di conseguenza qualsiasi organismo sindacale viene immediatamente messo di fronte al problema dello Stato: o accetta di limitare la lotta proletaria nella legalità e con ciò stesso di restringerla e soffocarla a vantaggio della conservazione sociale, o trascende i limiti della legalità borghese e trapassa sul terreno rivoluzionario, il che significa allo stesso tempo estendere, potenziare e generalizzare la battaglia che il proletariato conduce in difesa delle proprie condizioni di vita. Questa situazione fa sì che tutti i partiti e tutti gli indirizzi politici che sono per la conservazione del regime siano allo stesso tempo nemici del manifestarsi ampio e conseguente della lotta economica proletaria e che solo il partito rivoluzionario di classe sia al tempo stesso il sostenitore più accanito di questa lotta. La funzione sindacale si completa e si integra solo quando alla testa degli organismi sindacali c’è il Partito politico di classe, dice la Piattaforma Politica del 1945, ed in effetti non esiste altra strada.
La deduzione da trarne non è certo che allora il sindacato non è più necessario e che la lotta sindacale non può più esistere. È un’altra e opposta: i proletari torneranno alla lotta per la difesa delle condizioni economiche e in essa ricostruiranno gli organismi adatti a questa difesa, i sindacati di classe; questi organismi, per definizione aperti a tutti i proletari, per definizione organizzanti la massa dei proletari su basi non di coscienza, ma di necessità materiali, si troveranno posti dalla situazione stessa di fronte all’alternativa: o soggiacere di nuovo al controllo e all’influenza dello Stato, il che equivale al controllo e all’influenza dei partiti opportunisti, borghesi e piccolo-borghesi o viceversa spostare la loro azione sul terreno della illegalità, sottomettendosi all’unico indirizzo politico veramente illegale, quello del partito politico di classe. Nella nostra visione dunque l’esistenza dei sindacati di classe nell’epoca imperialistica ha un’importanza ancora maggiore di quella che poteva avere in epoche passate: se nel passato fu possibile dirottare la lotta del proletariato sul terreno economico dall’obbiettivo delle massime conquiste rivoluzionarie, farne addirittura una remora contro di esse, questo non è più possibile nell’epoca imperialistica: in essa il trapasso da sindacato di classe a sindacato rosso influenzato e diretto dal partito è molto più immediato e deve avvenire sotto pena che gli organismi economici proletari perdano i loro stessi connotati di classe, cioè abdichino alla stessa funzione elementare per cui sono sorti. All’interno degli organismi economici che la classe sarà costretta ad esprimere nel ritorno alla battaglia, si combatterà la lotta tra tutti quelli che vorranno mantenerne l’azione nei limiti della legalità borghese, e con ciò stesso spegnerla, e soffocarla e l’indirizzo del Partito che, spingendo al potenziamento e alla generalizzazione della lotta proletaria, trascinerà con ciò stesso questi organismi sul terreno rivoluzionario».
Di seguito pubblichiamo il volantino che il Partito ha prodotto e diffuso in molte lingue in occasione del Primo Maggio. Serve a ricordare al proletariato la vera essenza della società capitalistica, e il suo compito storico, quello della distruzione di questo inumano sistema di produzione.
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La sovrapproduzione capitalistica sta scatenando il sempre più feroce conflitto fra le potenze economiche mondiali che, sostenute dagli apparati militari degli Stati nazionali, si contendono i mercati di tutto il mondo dove le merci cercano la loro valorizzazione.
Gli Stati Uniti di America che da sempre hanno fondato la loro potenza commerciale su quella imperiale sostenuta dal più potente apparato militare del mondo, subiscono tuttavia sempre più, nel loro stesso mercato nazionale, la concorrenza di merci prodotte altrove a più bassi costi. Sono così costretti a negare anche formalmente i principi della decantata “libera concorrenza”, elevando barriere protezionistiche attraverso i dazi doganali che, in risposta, altre potenze dalla Cina, all’Europa, stanno per loro conto innalzando.
Questa guerra commerciale fra gli Stati è la premessa del deflagare della guerra condotta sui campi di battaglia con lo schieramento dei potenti eserciti e armamenti che già portano distruzione e morte in alcune regioni del mondo, come nel Medio Oriente a Gaza, già ridotta a un cumulo di macerie, e nel cuore stesso dell’Europa, nell’Ucraina da anni devastata dalla guerra.
Per risolvere la crisi in cui sta precipitando, il Capitale non si fermerà certamente a questo. Esso necessita la distruzione ben più estesa delle forze produttive che ha generato, anche nei centri mondiali più industrializzati. Come in Ucraina e a Gaza, città e fabbriche debbono essere rase al suolo nel cuore dei paesi più sviluppati e le masse dei proletari dovranno essere decimate per avviare un nuovo ciclo di accumulazione che darà nuovo ossigeno al capitalismo, consentendogli ancora una volta di sopravvivere a se stesso. In tutti i paesi si punta così ad incrementare la spesa militare e, dai singoli focolai in corso, la guerra arriverà ad estendersi e generalizzarsi in un terzo conflitto imperialistico mondiale.
In parallelo la guerra commerciale si combatte in tutto il mondo, premendo sulle condizioni delle classi lavoratrici per ridurre i costi di produzione e rendere più competitive le merci poste sui mercati. Ciò avviene per le masse diseredate nei paesi meno sviluppati, costrette là a vivere e a lavorare in condizioni disumane, o altrimenti, spesso rischiando la propria vita, a intraprendere il viaggio per aggiungersi alle masse dei proletari nei paesi più industrializzati. Sono milioni i migranti costretti spesso a vivere nell’illegalità e costantemente minacciati, e, quando considerati in sovrannumero, braccati, imprigionati e deportati come sta avvenendo negli Stati Uniti, ma anche si prospetta nella “civile” e democratica Europa. Sono queste vere campagne di terrorismo nei confronti dei proletari che già vivono nei paesi più ricchi, i quali, grazie anche alla acquiescenza e collaborazione di sindacati e di partiti di regime, finiscono per subire, senza poter reagire, condizioni di sfruttamento sempre più pesanti. Gli uni e gli altri con la prospettiva di finire poi come carne da macello sui fronti di guerra.
Proletari, compagni,
Questo abisso che ci si trova di fronte è la prospettiva che offre la società del Capitale! Un destino al quale la classe lavoratrice potrà sottrarsi solo se riuscirà finalmente a sollevare la testa, ritornando sulla via della difesa ad oltranza delle condizioni di vita e di lavoro, contrapponendo alla guerra fra Stati, la guerra fra le classi, per arrivare alla conquista rivoluzionaria del potere politico.
Questa strada il proletariato potrà percorrere solo se riuscirà a ricostruire i suoi organismi di difesa economica e ritrovare la sua guida politica: il vero Partito Comunista!
Rapporto esposto alla Riunione Generale del 24 e 25 maggio 2025
Tutto sembra accelerare; la crisi del capitalismo mondiale sta portando non solo a uno squilibrio generale, ma al disordine e al caos, prima di spingere i vari Stati imperialisti verso un confronto mortale di una terza guerra mondiale.
Il predominio del dollaro sui mercati finanziari e sul sistema dei pagamenti internazionali costituisce una condizione di estrema difficoltà per l’economia statunitense. Da un lato la sicurezza data da un sistema monetario prevalente, sostenuto da un fortissimo apparato militare ha permesso agli Stati Uniti di imporre il proprio debito al resto del mondo, ma d’altro canto la costante domanda di dollari, che rappresenta il 90% delle transazioni sul mercato dei cambi, il 75% delle obbligazioni denominate in valuta estera e i tre quinti dei prestiti bancari internazionali, fa salire il valore del dollaro, rendendo l’industria americana meno competitiva sul mercato internazionale. Da qui la volontà del governo statunitense di indebolire il dollaro per rendere più competitiva la propria industria.
Questo sconvolgimento si aggiunge a molti altri, non ultimi i forti dazi, ora minacciati, ora imposti dall’amministrazione Trump, che hanno spinto il quotidiano francese Les Echos a scrivere che “Trump sta demolendo le basi storiche del commercio mondiale”.
Da anni gli Stati Uniti registrano deficit commerciali record, l’ultimo dei quali, nel 2024, ammonta a 900 miliardi di dollari. Un record assoluto, a cui si aggiunge un immane deficit di bilancio di 1.800 miliardi di dollari.
Se negli anni ’70 gli Stati Uniti erano il primo creditore del mondo, oggi sono il primo debitore del mondo Allo stesso modo, mentre in passato le maggiori riserve valutarie erano detenute dagli Stati Uniti e dai loro alleati europei – Gran Bretagna, Francia, Germania, ecc. – oggi i dieci maggiori detentori sono, in ordine decrescente: Cina, Giappone, Svizzera, India, Russia, Taiwan, Arabia Saudita, Hong Kong, Corea del Sud e Messico. In questa classifica i vecchi Stati imperialistici sono in secondo piano.
Gli investitori stranieri detengono quasi il 20% delle azioni statunitensi, un record assoluto, e il 30% del debito USA, rispetto a un terzo in meno nel 1971. Per contrastare la tendenza al ribasso del tasso di profitto, un’intera parte dell’apparato produttivo industriale è stata trasferita in Paesi a basso costo, dove i lavoratori sono costretti ad accettare qualsiasi condizione di lavoro. Il che ha fatto la fortuna delle multinazionali europee, giapponesi e americane, e questo è ciò che ha permesso al capitalismo mondiale di ottenere trent’anni di tregua, al costo di un crescente impoverimento e della precarizzazione di un’intera parte del proletariato americano, europeo e giapponese.
Il risultato è stato uno spostamento del centro di gravità economica dall’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico. Il tumultuoso sviluppo economico del Sud-Est asiatico, basato sul feroce sfruttamento della manodopera a basso costo, ha comunque avuto un effetto positivo perché ha portato a un miglioramento delle condizioni di vita delle masse lavoratrici e ha posto le basi economiche per la società comunista, anche se ciò è avvenuto, come sempre, in modo ignobile. Allo stesso tempo, sono emersi nuovi Stati imperialisti, mentre i vecchi sono andati incontro a un relativo declino. È emersa anche una nuova superpotenza, la Cina, che mira a sostituire gli Stati Uniti sullo scacchiere mondiale.
La globalizzazione cantata dalle grandi borghesie europee e americane, che è stata fonte di straordinari profitti, si sta rivoltando contro di loro. Il nuovo governo degli Stati Uniti, consapevole di questo pericolo, sta mettendo in discussione quel libero scambio che finora ha permesso alle sue multinazionali di realizzare straordinari superprofitti. Cercando di costringere i suoi concorrenti stranieri a riequilibrare gli scambi commerciali, il nuovo governo statunitense potrebbe provocare una grave crisi commerciale e finanziaria, peggiore di quella del 1929.
Ogni anno il governo degli Stati Uniti è costretto a emettere una quantità sempre maggiore di debito e quindi, con il progressivo indebolimento del sistema finanziario internazionale, si avrà come effetto la messa in discussione del ruolo del dollaro che porterà ad innescare la sfiducia nel suo ruolo di divisa internazionale dei pagamenti e quindi ad indurre una ulteriore gravissima crisi finanziaria. Allo stesso modo, la chiusura del mercato statunitense avrà per effetto una grave crisi di sovrapproduzione su scala mondiale, data l’importanza di questo mercato. Allo stesso modo, costringere multinazionali americane, come ad esempio Apple, a riprendere la produzione negli Stati Uniti non può che portare a un calo dei loro profitti.
Non sappiamo fino a che punto si spingeranno il presidente degli Stati Uniti e il settore della finanza americana che lo sostiene, ma non c’è dubbio che la crisi di sovrapproduzione del capitalismo mondiale e il nuovo equilibrio di potere inter-imperialista non possono che portare a una guerra commerciale, che aggraverà questa crisi, prima che il mondo si diriga verso una terza guerra mondiale; se nel frattempo il proletariato non sarà tornato sulla strada gloriosa della lotta di classe e del comunismo. Consideriamo ora alcune voci della situazione mondiale.
Inflazione
Dopo aver raggiunto il massimo storico del 9,1% negli Stati Uniti nel giugno 2022 e del 10,6% in Europa nell’ottobre dello stesso anno, l’inflazione è scesa al 2,4% negli Stati Uniti e al 2,2% in Europa nel marzo 2025. La Cina, che è stata in deflazione dall’aprile 2023 all’aprile 2024, ha visto una ripresa dell’inflazione, con un picco del 4,4% nell’ottobre 2024, prima di scendere al 3% nel marzo 2025.
In Europa, l’inflazione nell’Eurozona varia dallo 0,8% in Francia a poco più del 2% in Germania. Il Regno Unito spicca con un’inflazione relativamente alta, pari al 3,4%. La bassa inflazione nell’Eurozona consentirà alla BCE di continuare ad abbassare i tassi di interesse per stimolare l’economia, in particolare il settore delle costruzioni, ancora in recessione.
La produzione industriale
Nonostante i vigorosi incentivi finanziari forniti dall’amministrazione Biden, la produzione industriale degli Stati Uniti ristagnerà allo 0,2% nel 2023 e scenderà leggermente a -0,3% nel 2024. E non sarà la guerra commerciale scatenata dall’amministrazione Trump a consentire la ripresa dell’accumulo di capitale nell’industria. Al contrario, dobbiamo aspettarci un calo, soprattutto se queste iniziative saranno spinte al limite. La produzione industriale USA è spinta dal gas e dal petrolio di scisto, di cui gli Stati Uniti sono diventati il primo produttore mondiale. Ma nel 2023 la produzione manifatturiera era inferiore del 7,5% rispetto al 2007, mentre la produzione industriale complessiva, grazie al petrolio e al gas, è superiore dell’1% rispetto al 2007.
Per vedere la tendenza su scala globale, abbiamo riportato nella tabella allegata gli incrementi di produzione industriale dei principali Paesi dal 2019 al 2024. Non disponiamo degli incrementi di Cina e Russia.
Ciò che emerge è che i vecchi Stati imperialisti sono stati in recessione o quasi in stagnazione nel 2019: presentiamo ora in retrospettiva alcuni dati. Si va dal -3,3% della Germania al +0,5% della Spagna con l’eccezione del Belgio, con un +4,9% grazie alla produzione delle Fiandre. La Polonia, il cui tasso di crescita è stato molto forte, ha registrato un incremento del 4,1%. La Turchia, invece, ha registrato un tasso di crescita negativo dello 0,6%.
La recessione ovviamente si è aggravata nel 2020 con la stretta internazionale dovuta alla pandemia del Covid. A parte la Turchia, che registrò una crescita del 2,2%, tutti gli altri Paesi hanno segnato rosso.
È poi seguita una forte ripresa nel 2021, con incrementi che vanno dal +25,6% del Belgio al 3,9% di Portogallo e Brasile. Ma il Regno Unito, dopo un meno 7,8% nel 2020, ha visto la sua produzione continuare a scendere, con un piccolo calo dello 0,7% nel 2021. Poi, nel 2022, la ripresa è rallentata bruscamente e diventerà addirittura negativa per alcuni Paesi.
Di seguito abbiamo visto un +10,3% per la Polonia, un +5% per la Turchia, un +3,4%, per gli Stati Uniti e un +2,3% per la Spagna. Per gli altri, gli incrementi vanno dal -6,4% del Regno Unito al -0,3% della Francia. Il Giappone si era fermato allo 0%.
Entro il 2023, quasi tutti i Paesi saranno in territorio negativo, con incrementi che vanno dal -7,5%, sorprendentemente per il Belgio, al -0,9% per il Regno Unito. I Paesi con un incremento positivo sono la Turchia (1,6%), la Francia (0,4%), gli Stati Uniti (0,2%) e il Brasile (0,1%). Ma gli ultimi tre Paesi sono praticamente fermi. Nel 2024, quasi tutti i Paesi saranno in rosso, soprattutto i vecchi Paesi imperialisti, o subiranno una quasi stagnazione. Le uniche eccezioni sono la Corea del Sud (4,1%) e il Brasile (3,1%).
Le ultime due colonne confrontano la produzione industriale del 2024 con quella raggiunta rispettivamente nel 2018 e nel 2007. Facendo il confronto della produzione industriale del 2024 con quella del 2018, vediamo che tutti i vecchi Paesi imperialisti sono in territorio negativo, con cali di produzione che vanno dal -17,3% del Regno Unito al -0,3% degli Stati Uniti, grazie a gas e petrolio. Fa eccezione il Belgio, con un impressionante +15%, grazie alle Fiandre. Tra i positivi, invece, spicca la Polonia, con un aumento della produzione del 29,3%, seguita dalla Turchia con un +26,7%, poi dalla Corea, ma dietro al Belgio, con un +11,2%, e infine dal Brasile, con un piccolo aumento dello 0,7%.
INCREMENTI DELLA PRODUZIONE INDUSTRIALE
2019 – 2024 (fonte OCDE)
2019
2020
2021
2022
2023
2024
2024/2018
2024/2007
Stati Uniti d’America
-0.7 %
-7.1 %
4.4 %
3.4 %
0.2 %
-0.3 %
-0.6 %
1.1 %
Giappone
-2.6 %
-10.0 %
5.2 %
0.0 %
-1.4 %
-2.1 %
-11.1 %
-20.9 %
Germania
-3.3 %
-9.6 %
4.6 %
-0.3 %
-1.9 %
-4.7 %
-14.7 %
-9.1 %
Francia
0.4 %
-10.5 %
5.6 %
-0.2 %
0.4 %
-0.2 %
-5.1 %
-12.3 %
Regno Unito
-1.0 %
-7.8 %
-0.7 %
-6.4 %
-0.9 %
-1.7 %
-17.3 %
-20.9 %
Italia
-1.1 %
-11.0 %
12.2 %
-0.4 %
-2.5 %
-2.4 %
-6.4 %
-22.9 %
Belgio
4.9 %
-3.5 %
25.6 %
-0.8 %
-7.5 %
-1.4 %
15.0 %
30.3 %
Spagna
0.5 %
-9.3 %
7.3 %
2.3 %
-1.6 %
0.8 %
-0.9 %
-22.8 %
Portogallo
-2.3 %
-8.0 %
3.9 %
0.2 %
-3.2 %
0.5 %
-9.0 %
-23.3 %
Polonia
4.1 %
-1.3 %
14.5 %
10.3 %
-1.2 %
0.7 %
29.3 %
97.3 %
Corea
0.3 %
-0.3 %
8.5 %
1.0 %
-2.5 %
4.1 %
11.2 %
53.5 %
Brasile
-1.1 %
-4.5 %
3.9 %
-0.7 %
0.1 %
3.1 %
0.7 %
-8.3 %
Turchia
-0.6 %
2.2 %
16.5 %
5.0 %
1.6 %
0.4 %
26.7 %
111.0 %
Se guardiamo all’ultima colonna, che confronta la produzione industriale del 2024 con il picco raggiunto nel 2007, la situazione dei vecchi paesi imperialisti peggiora ulteriormente.
I dati di Portogallo, Spagna e Italia sfiorano il -23%, poi il -21% di Regno Unito e Giappone, seguiti dalla Francia con il -12,3% – anche se la realtà è probabilmente peggiore – poi il -8,3% del Brasile, da tempo in recessione, e infine il -9,1% della Germania.
Questa stessa Germania, che nel 2018 aveva superato il picco del 2008 con l’8,5%, è tornata pesantemente indietro e sta vivendo anch’essa una profonda crisi di sovrapproduzione. Gli Stati Uniti se la cavano grazie agli idrocarburi, con un piccolo +1,1%. Ma la produzione manifatturiera dovrebbe essere del 10% inferiore al picco del 2007.
Tra coloro che sono riusciti a sfruttare al meglio la delocalizzazione dei processi produttivi in altri Stati vi sono la Turchia (+111%), la Polonia (+97,3%) e il Belgio (+30,3%). La Corea del Sud sopravanza il Belgio con un incredibile 53,5%, grazie alla sua posizione nel Sud-Est asiatico, dove il capitale si è accumulato fortemente negli ultimi 30 anni.
Ha avuto inizio il 16 maggio lo sciopero dei macchinisti della New Jersey Transit, società di trasporto pubblico che opera nello Stato del New Jersey e in alcune contee dello Stato di New York e della Pennsylvania e che garantisce il servizio ferroviario per i lavoratori pendolari del New Jersey settentrionale. Al primo sciopero di categoria nella regione, dal lontano 1983, hanno aderito circa 450 lavoratori, tutti membri della Brotherhood of Locomotive Engineers and Trainmen (BLET) – uno dei più vecchi sindacati di mestiere delle ferrovie americane: i macchinisti hanno scioperato per un nuovo contratto collettivo, che sancirebbe l’allineamento dei salari tra i macchinisti della NJ Transit e quelli impiegati nelle diverse aziende operanti a New York City. Rivendicazione, questa, non nuova e che era stata portata avanti dai lavoratori della NJ Transit a partire almeno dal 2019, e che non ha potuto che intensificarsi nel corso degli ultimi cinque anni davanti al costante deterioramento del salario reale. Le trattative per il rinnovo del contratto non hanno visto la partecipazione della sola BLET, ma anche di altre 14 sigle sindacali. Lo sciopero si è concluso il 18 maggio, in seguito alla fine delle trattative tra le dirigenze sindacali e l’azienda statale sulla base del raggiungimento di un accordo per futuri incrementi salariali, con grande soddisfazione delle due parti, e dello stesso governatore del New Jersey allarmato dai “disagi” che lo sciopero aveva causato alla “comunità”. Ha infatti così dichiarato il presidente della NJ Transit, Kolluri: “L’accordo, come ha detto correttamente il governatore, è equo e fiscalmente responsabile”. Sulla falsariga di Kolluri è intervenuto il segretario della BLET Haas: “È stata sicuramente una vittoria riuscire a trovare un accordo che credo sia accettabile per entrambi”. Noi comunisti siamo consapevoli della possibilità, a volte vera e propria inevitabilità, di arrivare a compromessi alla fine di una lotta, a patto che questi non vengano “mascherati” come una vittoria per il proletariato in lotta. Da una parte applaudiamo la solidarietà di classe che ferrovieri e macchinisti della ”Tri-State area”, compresi quelli dell’Amtrak e della Long Island Rail Road, hanno offerto ai lavoratori della NJ Transit; d’altra parte combattiamo perché il sindacato torni ad essere la cinghia di trasmissione tra il Partito rivoluzionario e la classe in lotta, cessando d’essere un semplice intermediario “istituzionalizzato” tra la classe borghese e la proletaria, così agendo in maniera collaborazionista, e avendo come solo fine il “bene” collettivo o, peggio, nazionale. Che il proletariato possa un giorno relegare i proclami dei bonzi alla Haas al meschino posto della Storia a cui essi appartengono.