La Teoria del Meno Peggio
Le fila del proletariato — e quelle dell’avanguardia comunista particolarmente — sono infestate da grandi strateghi e questo non solamente per quanto concerne le sorti delle operazioni militari, ma anche per lo sviluppo delle situazioni politiche e sociali. A colpo sicuro si può affermare che i piani strategici militari di questi generali di cartapesta hanno lo stesso valore delle architetture politiche che essi costruiscono.
Non c’è che da sfogliare qualsiasi resoconto onesto degli avvenimenti che accompagnarono la vittoria del proletariato russo contro le armate dei bianchi sovvenzionate dal capitalismo dei differenti paesi, per convincersi di una cosa che d’altronde non dovrebbe fare nessun dubbio per un marxista: la vittoria del proletariato non dipendeva che in misura estremamente secondaria dalla sagacia strategica dei capi militari, ma risultava dal fatto che le legioni rivoluzionarie si [parola incomprensibile] con le aspirazioni sociali delle classi oppresse in lotta contro la schiavitù. D’altronde, le più grandi battaglie e vittorie contro i banditi dell’imperialismo mondiale sono state ottenute quando ancora non esisteva un’armata rossa inquadrata. Fa parte del teatro della storia l’immagine di Trotsky che fa sorgere dal nulla l’esercito rosso; fa parte della realtà la visione di una classe che scardina le basi dello Stato nemico, sconvolge la coesione delle armate bianche che attaccano dove penetra la mitraglia della rivoluzione sociale, e si incarna nel dirigente Trotsky che brandisce il programma della rivoluzione comunista.
Si sa che cosa valgano tutti i piani di questi generali al servizio dello Stato borghese di Catalonia e di Valencia. Dopo sei mesi, Franco non ha conosciuto che delle vittorie ed oggi si presenta come un risultato non il fatto che i suoi reggimenti siano stati sloggiati dal fronte di Madrid, ma l’altro che egli abbia dovuto limitarsi ad accerchiare la città e che non l’abbia conquistata di un colpo.
Da un punto di vista sociale, i professoroni di marxismo pongono così il problema: se vince Franco è lo schiantamento totale, se vince il Fronte Popolare, il successo in definitiva non è di Caballero e Companys, ma il nostro giacché per [parola incomprensibile] questi rappresentanti della borghesia saranno costretti di smascherarsi di fronte alle masse che faranno la loro esperienza ed esigeranno i conti che non possono essere saldati al di fuori della vittoria rivoluzionaria. Per dirla in poche parole: il Fronte Popolare, la Russia Sovietica, la Seconda e la Terza Internazionale, sono tutti presi al laccio e lavorano non per la borghesia ma per la vittoria rivoluzionaria di domani.
Un più compiuto professore di marxismo che è in generale poi il demagogo più pernicioso, dà una versione ancora più scientifica e dirà che poiché l’iniziativa della lotta armata spetta alle masse ed unicamente ad esse, e che d’altra parte Caballero e consorti ne hanno preso la direzione per stornarla dai suoi obbiettivi rivoluzionari, una contraddizione manifesta si presenta fra le masse da una parte, il Fronte Popolare dall’altra: approfondire questa contraddizione, questa è la via che condurrà al sicuro successo. È ben evidente che l’applicazione di questo schema alla realtà è impossibile giacché infine se, contro l’esercito di Franco che attacca, si comincia con passare all’attacco contro chi dirige le legioni di operai, si realizza la vittoria migliore per la vittoria dell’assalitore. Di più, i recenti avvenimenti sono la più clamorosa smentita alla posizione che difende il POUM, dopo che è stato sloggiato dal governo di Barcellona (prima esso aveva sottoscritto a tutte le misure conducenti al progressivo incastramento degli organismi proletari in seno alla macchina statale) e secondo la quale la vittoria militare è condizionata dal successo della lotta sociale contro il capitalismo. È noto che se Madrid non è caduta, questo è dovuto all’intervento massivo sovietico il quale si basa giustamente sull’annullamento di ogni lotta del proletariato per le sue rivendicazioni specifiche.
E gli avvenimenti non potevano che seguire la loro logica: dal momento che si scende sul terreno della lotta militare, la sola via del successo è quella che conosce lo stabilimento di una disciplina militare di ferro, del comando unico, della levata in massa, dell’armata borghese, in una parola.
Se si entra nell’altro terreno della lotta sociale, allora il suo successo non può consistere che nell’avanzata del combattimento del potere nei settori dove le energie proletarie sono le più forti, quello che avrà per conseguenza la riaccensione delle lotte di classe degli altri settori dove il nemico ha potuto ottenere una vittoria momentanea.
Se il Fronte Popolare vince. Ma che cosa può voler significare questo per chi non è professore di marxismo, ma semplicemente militante della classe operaia che si arma della teoria del marxismo? Ciò non può significare altra cosa che questo: se la classe operaia riesce a far vincere il Fronte Popolare, la situazione sarà meno peggio dell’altra. Lasciamo andare che è veramente ridicolo di pensare che la classe operaia dovrebbe realizzare l’impossibile: capace di vincere, poiché di vittoria si tratta, essa dovrebbe dare al suo successo l’espressione di vittoria del Fronte Popolare. Non consideriamo nemmeno il fatto che la vittoria del Fronte Popolare sarebbe una sicura disfatta del proletariato, e teniamo conto di questo solo dato delle situazioni attuali. È forse possibile di incamminarsi verso situazioni che si concluderebbero con la vittoria del Fronte Popolare, prendendo attualmente delle posizioni di classe? Nello stesso momento in cui le masse si mettono al seguito del Fronte Popolare per la lotta armata contro il fascismo, esse occupano sì delle posizioni di classe, ma non quelle proletarie, le altre ed opposte del capitalismo di cui Caballero è un’espressione inequivocabile.
È corrente che in ogni ragionamento sulle situazioni, noi ci si faccia guidare da alternative di questa specie: se Franco vince è il disastro, se egli è battuto tutto non è perduto. Ma occorre distinguere fra quella che è un’ipotesi, cioè una previsione sull’avvenire e quella che è una prospettiva, cioè lo stabilimento di una linea politica che ricollega l’oggi al domani. Sul terreno delle ipotesi, l’errore è possibile ed anche inevitabile. Marx e Lenin ne hanno commessi, il primo nel 1848 quando intravedeva l’apertura rivoluzionaria di una situazione rivoluzionaria favorevole al proletariato, Lenin quando nel 1920 contava sulla rivoluzione mondiale. Ma sul terreno delle prospettive non si tratta più di errore, ma di abbandono delle posizioni di classe del proletariato per chiamare le masse sulle opposte posizioni di classe del capitalismo. Per esempio è sicuro che le Tesi di Roma contengono un errore di ipotesi giacché esse intravedevano come più probabile una manovra del capitalismo verso un governo di sinistra, e si è avuto invece l’attacco ed il trionfo del fascismo. Ma le Tesi di Roma sono il documento più solido che sia stato finora scritto per la lotta contro il fascismo, perché esse hanno stabilito — nei termini politici inequivocabili che noi conosciamo — la prospettiva sulla base della quale le lotte parziali del proletariato, che sono altrettanti momenti dell’attacco proletario alla macchina statale nemica, possono esprimersi nella resistenza e nella controffensiva armata delle masse contro le bande bianche del fascismo.
E veniamo ad un ultimo argomento. Che cosa è dunque il Fronte Popolare, oltre che uno strumento nelle mani del capitalismo se non la forma dell’imbroglio per meglio aggirare le masse? Ora, questo strumento sarà impiegato nella misura in cui il proletariato aumenta le sue forze e minaccia lo sfruttamento nemico. Per la realizzazione dell’ipotesi della disfatta di Franco, occorre dunque fin d’ora incamminarsi verso la presa, il rafforzamento e lo sviluppo delle posizioni di classe delle masse, quello che potrebbe condurre il capitalismo a cercare di stornare il proletariato verso l’inganno della sinistra. O che non è avvenuto esattamente questo durante lo sciopero generale del luglio, quando il compromesso di Azana e Franco è saltato in aria perché il proletariato aveva scatenato il suo attacco di classe?
In conclusione dunque, l’ipotesi della disfatta di Franco può realizzarsi in una reale prospettiva politica alla sola condizione di prendere sin d’ora una posizione di classe e su questo terreno si trova malauguratamente la sola frazione nostra contro un blocco solidissimo che si oppone agli interessi delle masse. Per contro, tutti i generali ed i professori di marxismo che profittano dell’entusiasmo delle masse disposte a cadere piuttosto di vedere Franco vittorioso, e le inchiodano fin da oggi al carro nemico, non fanno che ripetere la teoria del meno peggio che, in Ispana come era prima avvenuto in Italia ed in Germania, si risolve nella peggiore soluzione per le masse; quello che era d’altronde di già avvenuto in Ispana, dove il personale governativo di sinistra ha potuto accumulare un numero infinitamente superiore di vittime proletarie; ha potuto riempire le prigioni di militanti operai; ha potuto far impallidire le gesta stesse di De Rivera. Questo nell’ipotesi del fronte popolare, giacché nell’altra ipotesi i cadaveri dei proletari italiani e tedeschi parlano un linguaggio tragicamente ammonitore.
Gli avvenimenti spagnoli nel cammino della rivoluzione proletaria in Italia
Di già all’epoca degli avvenimenti del 1931, avevano messo in evidenza la impossibilità di dedurre, dal corso delle situazioni spagnole, una analogia quanto allo sviluppo della lotta del proletariato italiano. Marcavamo sovratutto che la conversione pacifica del capitalismo, dalla destra reazionaria di De Rivera alla repubblica di Azana-Caballero, non avrebbe potuto verificarsi in Italia, attraverso la liquidazione del fascismo, e questo perché le condizioni non ne esistevano.
Si è molte volte abusato della parola fascismo, alla quale sono stati assimilati i movimenti di destra di tutti gli altri paesi. Se si trattasse di una semplice confusione di formule, non vi sarebbe nessuna ragione di inquietarsene, ma le ripercussioni che ne derivano per le sorti della classe operaia sono di grande importanza ed occorre precisare per bene situare la ripercussione degli attuali avvenimenti in Ispagna sul corso della situazione italiana.
Trotsky, a chi arriva spesso di lanciare delle formule sintetiche suggestive e precise, ma a chi malauguratamente non arriva mai di impiegarle ai fini di una coerente azione politica in difesa della classe proletaria, aveva detto una volta che il fascismo risulta dall’aborto della rivoluzione comunista. Da questo si deduce non solamente l’ipotesi che solo nei paesi che sono stati il teatro di battaglie rivoluzionarie, si può parlare di movimento fascista, ma altresì che le uniche forze capaci di scalzare il fascismo sono quelle che lottano per la rivoluzione e che nessuna possibilità si presenta di collegarsi con l’antifascismo, il quale si riallaccia direttamente con la manovra capitalista che ha permesso l’aborto della rivoluzione.
Il carattere essenziale che distingue la destra reazionaria dal fascismo risiede nella modificazione essenziale sopravvenuta nella situazione in cui si svolge il duello fra il capitalismo ed il proletariato attorno al problema fondamentale del potere. La destra può ancora servirsi della macchina statale per scaraventarla contro la classe operaia e fare ricorso al sistema delle “leggi scellerate” per reprimere, con la violenza, le pattuglie dell’avanguardia comunista, mentre possono ancora sussistere i partiti e le organizzazioni della sinistra borghese le quali conservano una funzione nettamente controrivoluzionaria e la espletano nella direzione della immobilizzazione delle masse lavoratrici. Per contro il fascismo arriva quando la vecchia macchina statale non è più sufficiente far faccia alla situazione, e questo si spiega facilmente quando si considera che l’attacco rivoluzionario del proletariato non è la semplice conclusione ultima delle lotte parziali, ma rivela la maturazione di una situazione estrema nella quale il regime borghese si trova non solamente alle prese con gli operai insorti, ma altresì di fronte a difficoltà estreme per mantenersi alla testa di un’organizzazione economica e politica della società minacciata direttamente e violentemente nelle sue stesse basi.
La commozione, lo scombussolamento sociale che accompagnano e si esprimono attraverso lo scoppio di una situazione rivoluzionaria, impongono al capitalismo di operare un forsennato concentramento economico e politico intorno allo Stato, di spezzare con la violenza ogni organizzazione proletaria, di incatenare le masse ad un piano la cui vita ed il cui sviluppo si dirigono verso lo sbocco estremo della guerra. Il fascismo non cancella menomamente i caratteri violenti della tensione sociale; esso dà solamente la forma estrema comandata dalla situazione che, dopo l’aborto della rivoluzione resta ancora imperniata all’ultimo gancio dell’evoluzione storica. Il trionfo del fascismo in Italia ed in Germania determina dapprima una modificazione delle basi economiche verso l’autarchia e la loro adattazione all’industria di guerra che acquista il peso di direzione di tutta la produzione, in un secondo tempo di guerra diretta, come è stato il caso in Etiopia ed attualmente in Ispana.
L’importanza della differenza fra la destra reazionaria ed il fascismo consiste nel fatto che, mentre nella lotta del proletariato contro un capitalismo che può ancora limitarsi all’impiego di un governo di destra, il fronte di classe delle masse può costruirsi intorno alle rivendicazioni parziali senza che il problema del potere si ponga nella lotta contro il capitalismo che è stato costretto di fare ricorso al metodo estremo del fascismo, queste rivendicazioni parziali si situano sul piano diretto della lotta per il potere, quello che significa altresì che su questo stesso fronte limitato si verifica di già l’inevitabilità per le masse di espellere dal loro seno tutte le forze politiche della sinistra borghese.
Nel 1931, in Ispagna, è sulla via del compromesso pacifico che si realizza la conversione dalla destra monarchica alla sinistra repubblicana. Nel 1936 è attraverso la violenza che si svolgono gli avvenimenti che sembrano dirigersi verso una conversione opposta: dal governo del Fronte Popolare a quello di Franco. È inutile ripetersi: il carattere violento di questa conversione non era stato nemmeno previsto dal capitalismo spagnolo il quale si era orientato verso l’opposta via del compromesso immediatamente dopo il 19 Luglio. Questo carattere di violenza è stato imposto solamente dallo scoppio dello sciopero generale, dall’intervento cioè di un fattore che la borghesia spagnola ed internazionale sperava di già completamente incapace di realizzare questo combattimento, contando, per questo, sull’azione repressiva sviluppata precedentemente dai primi governi repubblicani di sinistra e dai successivi di destra, e per finire da quello del Fronte Popolare costituito dopo il Febbraio 1936. Ci sembra assolutamente insufficiente di spiegare lo sciopero spagnolo del Luglio in considerazione del fatto che Franco, a differenza di Mussolini e di Hitler, invece di scaglionare il suo attacco su un periodo di tempo assai lungo, ha invece attaccato d’un colpo ed in tutto il paese. Riteniamo invece che questo sciopero sia da spiegarsi come una manifestazione del grado più avanzato della tensione delle classi: da una parte il capitalismo che non ha più davanti a sé dei mesi per sviluppare e concludere la sua offensiva contro le masse lavoratrici, dall’altra parte il proletariato che, in uno slancio spontaneo si getta in una lotta accanita la cui posta tragica è quella della vittoria rivoluzionaria o dello scatenamento della guerra.
La mancanza di una lotta precedente del proletariato spagnolo per la conquista del potere, l’inesistenza cioè di un aborto rivoluzionario delle situazioni del luglio e del loro rapido evolvere verso i poli opposti: dapprima l’attacco della destra in risposta allo sciopero generale che prende nelle città industriali, l’aspetto insurrezionale, infine — una settimana dopo — lo spiazzamento delle masse dalle loro posizioni di classe per essere gettate nell’opposto fronte di classe del capitalismo e della guerra imperialista.
Si noti che l’attacco di Franco del Luglio non riveste affatto i caratteri specifici dell’offensiva violenta della destra reazionaria: dietro l’esercito si dissimulano tutti i personaggi della destra classica, mentre le falangi fasciste non hanno una funzione egemonica, ma semplicemente quella di un apporto il quale non è nemmeno decisivo nel corso delle operazioni.
È molto probabile che i recenti avvenimenti spagnoli rappresentino l’equivalente di quelli del 1920 in Italia , del 1923 in Germania, e che essi rappresentino il prologo di una serie di situazioni da cui si snoderà un effettivo movimento fascista che non avrà più l’aspetto della semplice dittatura reazionaria di De Rivera, ma acquisterà le forme specifiche del regime fascista di Italia e di Germania. A parte queste congetture sull’avvenire, ci pare certo che le condizioni sono infine realizzate per la costruzione di un solido partito comunista che sorgerà sullo smascheramento del Fronte Popolare e dei suoi annessi: il POUM e gli anarchici.
Per rapporto alla situazione italiana ed alla sua evoluzione, gli avvenimenti spagnoli ci sembrano innanzitutto indicare che la conversione pacifica del 1931, come la caduta rapida nel fronte imperialista dello sciopero generale del Luglio, siano da escludere. E questo perché, a causa del precedente aborto della rivoluzione, l’evoluzione politica non trova più la possibilità di esprimersi in soluzioni intermedie: d’altra parte il proletariato ha acquistato una coscienza molto più elevata, a causa della colossale esperienza vissuta, e — quando le situazioni apriranno delle possibilità di lotta rivoluzionaria — il proletariato vi interverrà con il peso egemonico che i precedenti avvenimenti gli hanno permesso di conquistare.
Questo non significa affatto che noi assisteremo fatalmente ad una successione meccanica dell’insurrezione proletaria contro il fascismo e del trionfo della rivoluzione comunista. Le forze della controrivoluzione democratica saranno nuovamente chiamate dal capitalismo per operare un diversivo e strappare le masse dalla loro via rivoluzionaria. È impossibile vedere fin da ora le forme che prenderà questo diversivo, ma è certo che la sua base consisterà — come in Ispagna — in una serie di ampie manovre per impedire che le masse passino alla distruzione violenta dello Stato. Quest’ultimo si dissimulerà sotto l’aspetto delle “socializzazioni” mentre il pericolo di un attacco fascista, dall’interno o dall’esterno, o combinato dall’interno e dall’esterno, sarà sollevato come un motivo di urgenza assoluta di fronte al quale le masse avrebbero tutto l’interesse di abbandonare le loro trincee di classe.
Le differenze fondamentali che esistono fra la situazione spagnola e quella italiana ci permettono dunque di intravedere che il peso del proletariato italiano sarà enormemente superiore, nel corso degli avvenimenti che accompagneranno la lotta rivoluzionaria, e che le masse intraprenderanno direttamente il cammino della battaglia del potere. Ma, alla più alta tensione delle situazioni, al più grande pericolo rivoluzionario, corrisponderà certamente un diversivo di molto maggiore potenzialità ed è in definitiva nella misura in cui la nostra frazione giungerà ad intervenire in quanto partito dirigente degli avvenimenti che la soluzione comunista potrà diventare una realtà, lo sbocco degli avvenimenti che si apriranno con la lotta del proletariato per lo scalzamento del fascismo.
Le ripercussioni internazionali degli avvenimenti di un paese, nel caso particolare, i riflessi degli avvenimenti spagnoli sulle situazioni italiane e la loro evoluzione, è in definitiva la congiunzione della tendenza storica e di classe, nello spazio in cui si situano e si muovono le classi antagoniste del regime capitalista. Tutte le forze che hanno agito, in Ispana, per inchiodare le masse allo Stato capitalista, per trattenerle nell’inganno della lotta contro il fascismo quando restavano imprigionate alla catena della macchina statale capitalista, tutte queste forze hanno agito non solamente nella direzione del consolidamento del fascismo in Italia, ma hanno altresì posto la loro candidatura per gettarsi nella tempesta rivoluzionaria e svolgervi una funzione controrivoluzionaria del tipo di quella sviluppata in Ispagna, sebbene — lo ripetiamo — sotto forme ed inganni mille volte più pericolosi.
La nostra frazione che è l’unica formazione politica la quale ha costantemente difeso le posizioni di classe in Ispagna, ha — con ciò stesso — costruito una maglia importante per spianare la via della rivoluzione comunista in Italia. Quando si considera che il carattere violento degli avvenimenti spagnoli, per rapporto ed in opposizione all’evolvere pacifico delle corrispondenti situazioni precedenti negli altri paesi, è la manifestazione sicura dell’accendersi di una situazione estrema dal punto di vista internazionale, e quindi anche in Italia, si vede profilarsi davanti a noi l’immensità delle responsabilità che pesano sulla nostra organizzazione. Sia in Italia che nell’emigrazione e sul fronte internazionale della costruzione dell’Internazionale della rivoluzione, la nostra frazione — nei limiti consentiti dal carattere estremamente reazionario della prima fase della guerra imperialista — ha di fronte a sé il dovere di seguire le orme dei bolscevichi tenendo fermamente in considerazione che alla tappa dell’isolamento e della selezione delle idee e delle energie, succederà con la rapidità violenta comandata dalla tensione eccezionale delle tensioni definitive, l’altra tappa in cui le masse si getteranno nella lotta per la rivoluzione ed affideranno al partito di classe il compito di dirigerle alla vittoria.
Le origini della ex-minoranza
La crisi sopravvenuta con la situazione in Spagna nella nostra frazione ha un carattere tale che la ricerca delle origini non è molto facile. Difatti, una serie di elementi si trovano oggi sulla barricata nemica mentre le basi stesse del nostro organismo si fondarono su dei criteri di opposizione estrema a quelli che dovevano inevitabilmente condurre la classe operaia a delle situazioni analoghe a quella che si è prodotta oggi in Spagna.
Eppure questo riflesso della manovra nemica nel seno del nostro organismo non può essere individuato che attraverso la ricerca delle posizioni politiche che nel momento della loro prima confusa apparizione, non potevano essere ricollegate ad una tendenza che solo la brutalità degli avvenimenti ha permesso di definire.
Dal groviglio delle contraddizioni che caratterizza la posizione di questi ex compagni verso la Spagna, si potrebbero trovare le origini del massimalismo confusionista, e nell’ultima infornata verso il comunismo fatta nel 24 con l’unità proletaria sul terreno elettorale. Ma, per quanto ci concerne, questa unica origine non esiste per ricongiungervi la formazione opportunista rigettata definitivamente in questi giorni dal nostro organismo.
Difatti, nelle file della frazione, una serie di compagni trovano normale di affermare la loro posizione verso lo Stato russo, proclamandolo Stato capitalista. Esiste un filo di congiunzione fra questa posizione avanzata con l’attuale verso la situazione spagnola? Si è detto che la rottura avvenuta nel 27 su questo dissenso non si verificava su una questione fondamentale; e difatti, qualche anno dopo, questa valutazione sullo Stato russo penetrava in seno alla frazione e si esprimeva attraverso una serie di compagni che non esitavano a difenderla senza tuttavia portare degli elementi materialmente evidenti.
Diveniva chiaro che questa posizione non esprimeva una opposizione stridente con l’altra valutazione che vedeva nello Stato russo uno Stato proletario, ma corrispondeva invece ad una tendenza che spingeva questi compagni a divorare le tappe verso il traguardo che certamente dovrà concludersi; quello dello Stato russo in direzione della rinascita della nuova classe privilegiata.
Era evidente di pensare che questa serie di compagni, trovandosi con la loro posizione verso la degenerazione dello Stato russo, che catalogavano di capitalista malgrado l’esistenza di un’economia a basi ancora proletarie, si sarebbero trovati, nelle situazioni successive, in posizione di avanguardia nel senso della lotta da condurre contro tutti i controrivoluzionari. Per di più i loro criteri di giudicare le più o meno socializzanti esperienze economiche negli altri paesi dovevano essere dei più taglienti a condurli almeno allo stesso scetticismo con cui essi vedevano la situazione in Russia.
Il presentarsi della situazione spagnola ha strappato i veli a questo pseudo-sinistrismo parolaio ed inconsistente. Inconsistente perché ci si è scialacquata la bocca per degli anni, su una posizione che non veniva mai concretizzata con dei dati precisi, e questo grazie ad una lingua bene appesa che lasciava sì vedere il disaccordo, ma non lo sfigurava attraverso un fiume di parole ed un rifiuto continuo alla responsabilità di redazione.
Si sono strappati i veli e l’analfabetismo politico si è finalmente messo in luce con l’accettazione di una posizione ridicolmente opposta, con la difesa dello Stato catalano ove sembra si socializzi a misura che l’esercito avanza.
Ed allora dove si va, carissimi ex compagni? Se si difende il socialismo di Catalogna, perché non difendere l’altro molto più serio specialmente per coloro che danno molta importanza ai dettagli di valutazione apparente?
Era ben certo che non si trattava di una posizione che superava il concetto della dittatura proletaria, e si trattava invece (e questo era il criterio di quei compagni) di fare questo ragionamento: giacché la politica dello Stato russo è controrivoluzionaria e dall’altra parte non si realizza il “socialismo”, lo Stato è capitalista.
Con l’aprirsi della situazione spagnola attraverso il movimento spontaneo del 19 Luglio e lo sciopero generale proclamato da parte dei sindacati, questo movimento prendeva una direzione tale da fare prevedere un repulisti completo di ciò che si chiama Stato capitalista. Il rifiuto di aderire a questo primitivo movimento, con la scusa dell’impossibilità di poterlo dirigere, avrebbe certamente portato la frazione all’autocastramento ed in realtà, al di fuori di qualche posizione individuale, la frazione nel suo insieme prende posizione nel senso dell’intervento. Che il nostro intervento politico avvenga nel periodo ove la manovra di deviazione del movimento dalle basi di classe era di già realizzata, la ragione ne va ricercata nel fatto della simultaneità della manovra nemica nel deviare il movimento, mettendo una serie di compagni in condizioni nebulose.
La particolarità della situazione spagnola che metteva in prima linea il sindacalismo anarchico, alla testa delle organizzazioni proletarie, faceva pensare a diversi compagni (io compreso) che il sindacalismo, per il fatto che esso è per la distruzione violenta dello Stato, avrebbe realizzato questo passo fondamentale, malgrado l’impossibilità in un secondo tempo di riuscire a realizzare le condizioni per incanalare questa azione radicale verso la nuova società. Non si trattava di domandare ai sindacalisti anarchici di divenire dei comunisti, ma semplicemente di rimanere loro stessi, cioè quello che sempre avevano proclamato. I fatti hanno dimostrato che questo ragionamento era falso. I distruttori di catene di ogni oppressione, di ogni sfruttamento, si sono trasformati nei reazionari della più bell’acqua e mai, nella storia, una trasformazione così radicale da parte di una ideologia (i centristi hanno messo anni per concludere la loro trasformazione) che si proclamava avversa ad ogni compromesso.
Se gli elementi della ex minoranza fossero partiti dalla posizione di una falsa valutazione, cioè di una sopravalutazione delle capacità rivoluzionarie dell’anarco-sindacalismo, grazie all’esperienza susseguita si sarebbe dovuta verificare una conversione da parte loro verso le posizioni della frazione. Niente di tutto questo, l’appetito viene mangiando e, mentre nel primitivo movimento verso lo sciopero generale guidato dagli anarchici si poteva trovare la base di classe, nella valorizzazione avvenuta poi del massimalista POUM, i nostri ex compagni hanno dato la dimostrazione della loro esatta fisionomia caratteristica comunissima a tutti coloro che si fanno dirigere non da un insieme di principi, frutto di esperienza, ma da nozioni costruite in aria sulla base di false analogie.
Si possono tirare queste conclusioni che gli elementi che si trovavano nella nostra frazione e proclamavano la natura capitalista dello Stato russo, non esprimevano con questo una tendenza avanzata in lotta contro il centrismo e dall’altra parte questa posizione non si dirigeva verso il superamento del concetto fondamentale della dittatura proletaria con la negazione dello Stato.
L’incontro avvenuto con il confusionismo massimalista dimostra che non si trattava di una dimostrazione acuta contro lo Stato sovietico complice del capitalismo internazionale, ma al contrario, questa valutazione sostenuta dall’ex minoranza rimane nell’orbita di tutti quegli organismi sorti sul cammino della degenerazione centrista. Non come un opposto fondamentale ma bensì quale manifestazione di opposizione superficiale, la di cui origine va in gran parte ricercata nella mancata digestione di una serie di principi che rappresentano le basi dei futuri partiti comunisti.
È siccome per questi elementi si tratta di indirizzare i proletari a difendere lo Stato catalano che si troverebbe sul terreno dell’evoluzione verso il socialismo, un consiglio molto più realista si può dare loro. Nel prossimo massacro non è escluso che lo Stato russo si trovi alle prese con qualche esercito fascista.
In seno a questo stato russo i mezzi di produzione sono collettivizzati, si tratterà allora di essere coerenti fino in ultimo e sostenere la difesa delle istituzioni proletarie in orrore all’idea che dei fascisti possano prendere il posto degli attuali centristi che, dopo tutto, sono un po’ meno cattivi ed almeno hanno scritto sulla Costituzione dell’11 giugno ’36, all’articolo 6, quanto segue: “La terra, il sottosuolo, le acque, le foreste, le officine, le fabbriche, le mine di carbone e di minerale, le ferrovie, i trasporti per acqua ed aria, i mezzi di comunicazione postali ed elettrici, le grandi imprese agricole organizzate dallo Stato (sovkoz, stazioni di macchine e trattori), così pure le masse fondamentali di abitazioni nelle città e le agglomerazioni industriali, sono la proprietà dello Stato, vale a dire il bene del popolo tutto intero”.
GIGI
Aeroplani e cannoni per la Spagna
Era questo il grido, la parola d’ordine che le masse proletarie in Francia ed altrove ripetevano a squarciagola, sotto l’impulso dei socialisti di tutte le tinte, degli anarchici di tutte le scuole, dei centristi di ogni gradazione. Noi dicevamo, no, questa parola d’ordine è di contenuto controrivoluzionario poiché, se ogni borghesia mandasse le armi “agli operai spagnoli”, queste servirebbero alla borghesia iberica che era ed è restata ben lungi dall’essere un paravento od un cadavere nella situazione, e questo s’intende per annichilire ogni velleità di classe degli operai e per mantenere il proprio dominio di oppressione.
Ma l’ubriacatura antifascista era talmente forte che gli operai erano portati a credere che il Fronte Popolare potesse rappresentare una tappa verso la rivoluzione operaia e quindi, al posto di apportare un aiuto proletario su basi rivoluzionarie ai compagni spagnoli, ci si limitava ad urlare “aeroplani per la Spagna”, mentre i capi della controrivoluzione, da Blum a Stalin, sapevano benissimo cosa significava questa mistificazione antifascista. Il 19 luglio la situazione spagnola poneva alle masse operaie il seguente dilemma: borghesia o proletariato, guerra o rivoluzione. Tutte le altre soluzioni, come “pace o guerra”, che è sinonimo di fascismo ed antifascismo, non potevano che condurre le masse alla sconfitta ed alla perpetuazione del dominio capitalista senza aggettivi.
In Ispagna la volontà dei partiti del Fronte Popolare fu netta fin dai primi giorni: spingere gli operai sui fronti militari, per distoglierli dal problema capitale del rovesciamento del sistema capitalistico. Gli anarchici si trovarono, come in Catalonia per esempio, alle porte del potere, ma non seppero, per ragioni che esamineremo prossimamente, pestare il terreno, rimanendo a cavallo della barricata di classe, per finire poi nella collaborazione governativa.
Anche per essi il solo problema da risolvere rimaneva quello delle armi, e queste doveva fornirle la borghesia democratica, che avrebbero dovuto servire poi a fare la rivoluzione. Quanta candidezza ed ingenuità in una tragica e simile situazione. Bisognava affrontare la situazione subito e risolverla prima di mandare gli operai al fronte, ed allora le masse non avrebbero difeso le casseforti democratiche, ma la propria rivoluzione. Le armi si dovevano chiedere agli operai che, in lotta contro la rispettiva borghesia sulla base di movimenti di classe, avrebbero impedito a tutte le borghesie coalizzate l’intervento armato contro la rivoluzione spagnola, da non confondere con la Spagna antifascista.
La voce di un ingenuo antifascista ci dice già: ecco, ecco, voi facendo così vi sareste attirate tutte le borghesie contro ed allora …
Allora, affermiamo noi, che fin dai primi giorni le borghesie tutte, fasciste e democratiche, furono unite contro gli operai spagnoli, se pur nettamente divise sul dominio del bacino mediterraneo e sulla sovranità dello stretto di Gibilterra.
Oggi che l’urlio è finito, si può vedere più freddamente tutta la “bontà” dell’intervento della Russia, della Francia e dell’Inghilterra. Già prima che le sorti della guerra, che non ha nulla di civile, siano decise in favore dell’uno o dell’altro gruppo di briganti imperialisti, la repressione contro i sovvertitori dell’ordine capitalista è iniziata. Le prime avvisaglie sono dirette contro la C.N.T.. A questo ha fatto inizio la campagna di tutti i partiti che lottano per le “libertà democratiche” e per la “Repubblica”.
Le dichiarazioni del direttore della Banca di Spagna, le affermazioni del governo di Valenza che dopo la vergognosa fuga madrilena rugge oggi come un leone, il suono delle campane è uniforme ed i termini, ordine, disciplina, legge, rispetto della proprietà, calma, ne rappresentano la conferma.
Sono delle vecchie conoscenze per il proletariato queste famigerate formule le quali per averne subito il peso ne conoscete tutta la portata ed il suo significato di classe.
Certo che le rivendicazioni da strappare agli operai spagnoli sono minime ma le garanzie sono le garanzie e il capitalismo antifascista rappresentato dalla Russia che fu sovietica le esige in pieno, all’ombra di quei cannoni e di quegli aeroplani che dovevano servire alla riscossa e alla vittoria degli oppressi iberici.
“Solidaridad Obrera” del 27.12.36 scrive: “a Barcellona si prende pretesto della penuria del pane per presentarci come i responsabili di tale situazione, a Madrid uno spiacevole incidente serve a scatenare contro di noi una violenta campagna che ha culminato nel sequestro di un numero del nostro giornale. Madrid e Barcellona si uniscono contro di noi…”. Certo che questi mattacchioni di anarco-sindacalisti spagnoli devono non essere ancora rinvenuti dalla sorpresa nel vedere che la Generalidad ed il governo di Valenzia sono vivi e forti contro gli operai quanto non lo furono mai contro i loro confratelli di Burgos e di Siviglia. Conseguenze terribili di una incomprensione della situazione il cui risultato farà sentire tutto il suo peso sulle spalle degli operai della C.N.T. e di tutte le organizzazioni affini, dimostrando così ancora una volta che tanto con la borghesia che con la rivoluzione proletaria non si scherza. Cannoni ed aeroplani, eccoli sono arrivati, ma nessuno valuta quanto costa questa generosa… elargizione capitalistica. Gli operai spagnoli riusciranno a rigettare anche il fascismo, ma al prezzo di dover abbandonare ogni velleità rivoluzionaria pena un secondo salasso (democratico questo) coi cannoni della Russia e della democrazia.
Avremo voluto vedere i capi della F.A.I. e della C.N.T. riprendersi, raccogliersi su se stessi, strappare i veli dell’inganno antifascista della ben tremenda situazione spagnola ma nulla di tutto questo. Essi non comprendono che al posto di prendersela coi marxisti (!) il problema resta quello di scardinare il fronte unico dell’antifascismo per fondare il fronte di classe del proletariato per abbattere la borghesia.
Ma gli anarco-sindacalisti non vogliono questa rottura e continueranno a prestar fede agli impegni presi. Al più si parlerà di “manovre”, di cattiva o buona fede, o di lealtà, ma si continmuerà ad ingannare gli operai con la lotta antifascista, sulla “rivoluzione che è in marcia”, e continuando a chiedere alle borghesie democratiche aeroplani e cannoni per la Spagna.