La "conquista della Rivoluzione"
Gli avvenimenti spagnoli immediatamente posteriori al 19 luglio 1936, sconvolsero i cervelli di larghe masse di operai e — quello che fu molto più grave — di numerosi proletari di avanguardia. Questi ultimi avrebbero dovuto resistere alla tempesta delle situazioni grazie al lavoro politico sviluppato nel seno di organismi i quali devono la loro ragione di essere giustamente al fatto che è ad essi che le masse si rivolgono per avere delle direttive nei momenti in cui le situazioni precipitano. Le molteplici e sanguinose esperienze precedenti avrebbero dovuto risparmiare al proletariato spagnolo ed internazionale la catastrofe che dura da dieci mesi e che si è complicata con lo sterminio dei proletari di Barcellona. Eppurtanto la confusione fu generata ed anche la nostra organizzazione traversò una grave crisi che si concluse, nel mese di novembre, con la espulsione della ex minoranza perché essa si rifiutò persino [di] confrontare le sue posizioni con i documenti fondamentali dell’organizzazione, e questo nella sede opportuna, in occasione del Congresso della frazione.
Di che cosa si trattava immediatamente dopo il 19 luglio? Di questo: le masse avevano imposto un vigoroso ALT all’attacco capitalistico di Franco e nel corso della lotta avevano generato una serie di organismi di classe, nel campo economico, attraverso la violenta espulsione dei capitalisti, nel campo militare con la costruzione dei primi organismi di difesa e di attacco: le milizie proletarie. È vero che il 19 luglio, di già il governo repubblicano vacillante, insinuò fra gli operai insorti degli elementi appartenenti alle vecchie forze repressive, ma a parte il fatto che sarebbe estremamente difficile stabilire se questa infiltrazione rispondeva ad una manovra diretta del governo, resta il fatto che si assisteva allora ad uno spostamento di individualità da una base di classe capitalista verso l’opposta base rappresentata dagli organismi di classe degli operai. Il pericolo esisteva, ma la condizione era realizzata per spezzare questa manovra ed essa consisteva nel fatto che l’organizzazione raggruppante gli operai restava sulle sue basi di classe e non si ricollegava affatto con la macchina statale del capitalismo.
Qualche giorno dopo le cose dovevano cambiare radicalmente di natura e d’aspetto. Le situazioni arrivano al bivio. Gli organismi sorti spontaneamente il 19 luglio possono durare per alcuni giorni nel corso dei quali tutte le situazioni si concentrano intorno alla rivolta delle masse. In seguito, la fase ulteriore si apre inesorabilmente ed i proletari debbono dirigere il loro attacco non più contro un aspetto della vita e del governo del capitalismo (il fascismo o la democrazia), ma contro la macchina statale del capitalismo. Per realizzare questo obbiettivo il proletariato ha bisogno di uno strumento specifico che non può essere creato immediatamente perché, per risolvere il complicatissimo problema che sorge, è necessaria una lunga preparazione teorica e politica: questo strumento è il partito di classe. In effetti che cosa manca agli operai è quale è il fattore che può snodare le situazioni per determinare una situazione rivoluzionaria? Non degli elementi che danno il loro semplice contributo personale armato; non degli agitatori che proclamano la sola necessità della lotta giacché le masse armate sono nelle strade. Non di militanti che prendono unicamente posto di prima fila fra i combattenti operai. Non, d’altra parte di proletari d’avanguardia, che scuotono le masse per far loro comprendere la necessità della lotta armata giacché questa è di già nei fatti, ma dei comunisti i quali abbiano la capacità di comprendere la realtà degli avvenimenti e di improntare decisamente il cammino che può condurre alla vittoria. Dopo il 19 luglio il problema si pone del COME si dovrà agire per salvare le conquiste proletarie ed evitare che il nemico penetri nel campo proletario, preparando così le batterie che scoppieranno il 4 maggio 1937.
Ancora una volta il capitalismo riesce nel suo gioco e nel suo mercato. Un comitato operaio di direzione dell’industria, una milizia proletaria, sono ben poca cosa per infrangere l’attacco del capitalismo spagnolo, il quale può appoggiarsi sulla solidarietà della borghesia di tutti i paesi. Per vincere questa battaglia occorre di più, occorre togliere al capitalismo una parte almeno degli appoggi di cui essa può approfittare, occorre mettere dalla parte proletaria tutte le pedine possibili: Companys può essere utilizzato, Caballero altresì la sinistra repubblicana, il tutto sta a controllare questi amici infidi, mantenere la direzione degli organismi sorti nel corso della battaglia e domani si potrà passare oltre nella lotta per la rivoluzione. Il Comitato di gestione dell’industria, la milizia proletaria, acquistano una forza ben più grande, e si prendono una figura costituzionale e possono così avvantaggiare la lotta delle masse perché non appariranno come degli organismo rivoluzionari.
In qualche parola, il problema si pone così: gettare negli operai la convinzione che se restano soli nella lotta, essi saranno certamente sconfitti, dire loro che l’organismo che essi hanno creato è smisuratamente inferiore per rapporto ai compiti del loro combattimento ed introdurre nei loro cervelli la persuasione che essi potranno, di un colpo, costruire degli organi che potranno fare due cose insieme: la rivoluzione e, nello stesso tempo, coprire questa lotta sotto l’insegna costituzionale e governativa in modo che anche sul terreno diplomatico le migliori condizioni saranno realizzate per spezzare la manovra del fascismo che vuole montare l’”opinione pubblica” contro i rivoluzionari.
Qualche giorno dopo il 19 luglio Companys si presenta agli operai e, prendendo la figura del servitore (non vi sarebbe stata altra possibilità per farsi accogliere dalle masse), dice agli operai che è disposto a mettere tutta la sua influenza e quella dello Stato alla disposizione della lotta contro Franco. L’indomani tutto è cambiato: gli organi sorti il 19 luglio sono enormemente cresciuti in importanza, essi sono diventati degli organismi statali aventi forza legale e capaci di intervenire altresì nello scacchiere diplomatico internazionale. Ma la natura di questi organi è stata irrimediabilmente compromessa e, da istituzioni proletarie, esse sono diventate delle istituzioni capitaliste. Quella che era una conquista della rivoluzione è diventata una conquista del capitalismo.
Non si tratta tanto del problema di guadagnare o di perdere la battaglia immediata. A questo proposito, anche nel campo della lotta del momento, il 19 luglio aveva provato che il proletariato può ottenere dei risultati immediati alla sola condizione di restare sul suo terreno di classe. Ma il problema è ben più grave e si tratta di vedere come si può non compromettere tutto l’avvenire della classe proletaria. Anche nell’ipotesi dell’impossibilità di ottenere direttamente la vittoria si tratta di adottare una politica che possa preservare il proletariato dal disastro di domani.
Dopo il 19 luglio l’alternativa si presenta così: o lottare per il proletariato attraverso degli organismi ricollegati allo Stato capitalistico; o lottare per disincagliare IMMEDIATAMENTE questi organi dall’apparato nemico. Qui risiedeva il fondo dell’opposizione fra la nostra organizzazione e tutte le altre che cadendo nel tranello capitalista hanno preso una responsabilità enorme che la strage del 4 maggio ha messo in evidenza. Il contrasto non è fra chi vuole lottare e chi preferisce restare alla finestra, ma fra due forme, due direttive di lotta: la prima che doveva condurre inesorabilmente al 4 maggio, l’altra che, ricollegatesi a tutte le esperienze precedenti in tutti i paesi, rappresentava la condizione essenziale per la salvezza del proletariato.
E se la situazione faceva apparire che i proletari comunisti i quali volevano combattere sulla base di classe, si esponevano per questo, ad essere immediatamente strangolati dal nemico, senza alcun’eco fra le masse guadagnate dalla manovra del nemico, se dunque la lotta per la rivoluzione esponeva questi proletari ad una avventura senza che un risultato politico si produca, allora è la situazione che determina una impossibilità reale di lotta per la rivoluzione, ed i comunisti hanno il dovere di occupare quelle posizioni che permetteranno ai proletari di riconoscere, il 4 maggio, l’errore che essi commisero il 19 luglio.
L’attacco poliziesco alla Centrale Telefonica del 3 maggio, potrebbe far pensare che il combattimento si è svolto su questi termini: da un lato la borghesia, che vuole smantellare le “conquiste della rivoluzione”, dall’altro i proletari che difendono queste conquiste. Ma anche se si esamina l’incidente che ha determinato il primo attacco poliziesco, se ci si limita all’occasione che ha dato pretesto all’offensiva capitalista, occorre domandarsi come è stato possibile che una polizia controllata da forze ricollegatesi alle organizzazioni che si reclamano del proletariato, possa gettarsi contro una istituzione che era gestita da queste stesse organizzazioni. La spiegazione è semplice: se questo ha potuto avvenire, se il proletariato di Barcellona è stato sconfitto, malgrado avesse sotto il suo controllo le forze che si sono scatenate contro di esso, questo è stato possibile unicamente perché la natura di classe di questi organismi, di TUTTI questi organismi, era non proletaria, ma capitalista. [Ci sono quindi alcune righe incomprensibili, che non ricopiamo].
La prova è crudelmente fatta che le “conquiste della rivoluzione” furono in definitiva delle conquiste del nemico. Questi cedette tutto per restare in piedi il 19 luglio, e, com’era avvenuto in tutti gli altri paesi, per poter in seguito passare alla riorganizzazione del suo apparato di dominio. Il 4 maggio la borghesia ha sentito che poteva passare a questa riorganizzazione ed essa vi è riuscita con il concorso di tutte quelle stesse forze che l’avevano salvata il 19 luglio. Questa terribile esperienza che si aggiunge a tutte le altre vissute dal proletariato, impone ai proletari di riflettere alle responsabilità che presero nel luglio scorso quando condannarono all’isolamento la nostra organizzazione, la quale lottò su questa divisa: per battere il fascismo, occorre combattere contro il capitalismo, mascherare come una “conquista della rivoluzione” un successo capitalista, significa preparare le basi per lo sterminio di domani del proletariato.
Antonio Gramsci - Camillo Berneri
Li hanno assassinati a poche settimane di distanza.
L’uno si è spento in una casa di salute dove il regime fascista l’aveva ricoverato quando la sua debole salute era stata senza rimedio compromessa dai lunghi anni di segregazione cellulare e dalle torture fisiche e morali. L’altro a Barcellona con un crimine di pretto stile squadrista: farlo rilevare a casa, assicurare i suoi che verrà rilasciato mentre il corpo straziato giace alla Morgue.
Il capitalismo li ha ambedue ferocemente soppressi sebbene nel primo pesasse la lorda responsabilità del centrismo italiano e l’altro esprimesse quella ideologia anarchica che, al fuoco degli avvenimenti di Spagna, si è confermata forza negativa e ai fatti controrivoluzionaria.
Perchè li hanno dunque assassinati?
Gli è perchè potevano rappresentare una minaccia pel domani, un polo di confluenza per le masse nell’immancabile giorno della riscossa, essi che per il loro passato, potevano servir di simbolo, essi che colla onestà e saldezza delle loro convinzioni sferzavano tanti ignavi, tanti profittatori, tanti avventurieri, essi che, a quanto si può dedurre da certi loro atteggiamenti evolvevano verso una revisione degli errori del passato.
Il regime fascista ha commesso il crimine lentamente nelle galere dove aveva gettato il suo prigioniero di classe e il Fronte popolare ha adoperato i sicari centristi malgrado che i sedicenti correlegionari di Berneri partecipavano e partecipano tutt’ora al governo di unione sacra e sovratutto per colpa loro i proletari spagnoli stanno dissanguandosi in questo primo atto di guerra imperialista caduti nel tranello della manovra «antifascista».
La borghesia mostri essa la faccia «fascista» o «democratica» non perdona ai suoi nemici di classe e lo ha provato a pochi giorni di distanza in modo così lampante che dovrebbe illuminare anche i cervelli più ottusi e refrattari tra i proletari. Ma purtroppo il proletariato è oggi talmente dislocato, talmente disorientato che neppure ammaestramenti così palmari, così inequivocabili non bastano a fargli ritrovare il cammino di classe.
Il centrismo che aveva lasciato, ancora in vita, cadere ultimamente il «capo», certo perchè la galera fascista lo aveva salvato dall’ignominia finale, lo rivendica morto e si getta sul suo cadavere, come lo sciacallo, per speculare ai fini innominabili della sua immonda politica di tradimento.
Gli anarchici da parte loro rivendicano Berneri mentre colla loro politica accumulano i fattori che hanno condotto al 4 Maggio.
No, né Gramsci né Berneri, dopo il loro olocausto, non appartengono né al centrismo né all’anarco-sindacalismo.
Essi appartengono ormai unicamente al proletariato che nel loro sacrificio saprà ritemprarsi e trovare le energie necessarie per continuare la lotta fino alla vittoria finale.
Solo l’Ottobre mondiale potrà degnamente commemorare queste nuove vittime della guerra di classe che allungano la ormai sterminata teoria di coloro che li hanno preceduti nell’olocausto della vita per la causa del proletariato.
In altra parte del giornale trattiamo diffusamente dell’uno e dell’altro.
Il martirilogio proletario
Antonio Gramsci
Morto, assassinato dal fascismo, a Gramsci tocca, come è stato il caso per tanti altri, di esser una seconda volta, ammazzato coi commenti dei suoi apologisti. La stampa centrista e di Fronte Popolare – dal «Grido del Popolo» al «Nuovo Avanti», e «Giustizia e libertà» – si è gettata sul cadavere del Gramsci speculando, snaturando, svisando, ai fini della loro funzione controrivoluzionaria, il suo pensiero e la sua opera.
Abbiamo già espresso il nostro giudizio su Gramsci, anni or sono, quando il centrismo inscenò una campagna per la liberazione del «capo» del proletariato italiano, campagna che doveva languire in seguito quando fu palese che Gramsci era stato salvato dalla galera, dalla ignominia finale in cui era degenerata quella corrente di cui era stato l’ispiratore massimo fino a quando, caduto prigioniero del nemico di classe, doveva lentamente, dopo undici anni di torture fisiche e morali inaudite, spegnersi in una clinica dove era stato trasportato quando i suoi giorni erano ormai contati. Non abbiamo nulla da modificare. Sostenemmo allora, e lo sosteniamo oggi, che l’unica forma proletaria di commemorar gli scomparsi, gli è di denunciare anche gli errori e le colpe, la parte negativa e caduca della loro opera, acciocché questa non debba offuscar la parte vivida e duratura della loro azione, che diviene parte integrante del patrimonio del proletariato per le sue lotte emancipatrici del domani. E a Gramsci colpe, incomprensioni, debolezze non sono mancate. E per la sua stessa origine sociale e per l’epoca in cui si è inscritto nel movimento operaio italiano.
Intellettuale – aveva studiato filosofia a Torino – subì l’influenza culturale di quella filosofia idealistica che doveva portare Gobetti, suo fratello spirituale e altra vittima del fascismo, verso l’utopia di un liberalismo rinnovato e «rivoluzionario».
Politicamente fu influenzato ai primordi, come tanti altri, dal revisionismo di Salvemini che vedeva il superamento della crisi socialista nella soluzione del «problema meridionale». E Gramsci, sardo di nascita, fu fautore di un federalismo che propugnò anche nelle file del partito.
Appartenente a quella generazione che venne al movimento traverso la guerra – Gramsci fu in un primo tempo interventista come lo riesuma Tasca lanciando la freccia del Parto – ma poi scosso dalla rivoluzione di Ottobre – di cui del resto all’inizio neppur lui comprese il significato – cercò legarsi più intimamente alla classe lavoratrice, ciò che gli fu facile in quella Torino che era la vera «capitale proletaria» d’Italia.
Ma «capo» del proletariato italiano non lo fu mai, né lo sarebbe potuto diventare. Anche per le sue condizioni fisiche che non mancavano di ripercuotersi sulla volontà e la decisione, doti indispensabili per un capo. E vediamo infatti subire dal 1921 al 1923 la influenza della «personalità» di Bordiga, dal 1923 al 1926 l’influenza dei dirigenti della I.C. «dopo Lenin».
«Capo» per noi è chi esprime in una data fase storica, le aspirazioni e gli interessi della classe operaia. Bordiga fu il «capo» del proletariato italiano del dopo guerra unicamente perchè seppe, per primo, affermar la necessità del partito di classe per condurre il proletariato alla vittoria.
«Capo» per i comunisti significa una funzione in una data tappa della lotta emancipatrice del proletariato, non un grado acquisito a vita. E il «capo» della rivoluzione italiana potrà anche non essere Bordiga. ma questi lo fu nel 1919-1923 e non Gramsci, che anche più tardi, nel 1924, doveva al momento della crisi Matteotti, prender di nuovo una posizione non corrispondente all’imperativo dell’ora col suo «Antiparlamento».
Così Torino, centro obiettivamente il più favorevole, – e dove la maggioranza della sezione era con noi, cogli «astensionisti» – non facilitò a Gramsci la concezione della necessità del partito di classe, cui non doveva pervenire che alla metà del 1920, mentre Bordiga a Napoli, centro obiettivamente il più sfavorevole, vi era arrivato dai primordi del 1919. Ritardo che fu fatale per la rivoluzione in Italia.
Una volta fondato nel 1921 il P.C., Gramsci, come abbiamo detto, fu con Bordiga, né si associò all’opposizione, del resto larvata , dei Bombacci o dei Tasca.
Fu solo più tardi, alla fine del 1923 e primi 1924, che a Mosca, Gramsci fu l’artefice magno del centrismo italiano che facendo blocco colla destra, pure partorita a Mosca, del Tasca doveva dare al partito italiano, mentre i suoi fondatori erano in galera, quella orientazione che doveva farne una delle pedine della controrivoluzione in atto.
E Togliatti «che non si decide come è un po’ sempre nella sua abitudine» come Gramsci stesso lo ha caratterizzato, si decideva questa volta a diventar il «capo» dei nuovi traditori dopo che i Gramsci, i Terracini, gli Scoccimarro erano caduti nelle grinfie del fascismo.
E ciò ce lo spieghiamo. Non per nulla Grieco, «vice capo», ha scritto nello «Stato Operaio» a proposito di Togliatti «che l’avversione a Bordiga ed al bordighismo è stata sempre profonda, direi quasi fisica». L’avversione al «bordighismo», cioè alla lotta classista del proletariato.
E non esitiamo affermare che Gramsci avrebbe forse saputo, con un riconoscimento in pieno degli errori del passato, unica forma di riabilitazione proletaria, colla quale per es. Serrati seppe riscattarsi dalle colpe del 1920, ricongiungersi al proletariato rivoluzionario. La lettera del gennaio 1924, che cita Tasca, non contiene la confessione dell’errore che fece nel 1919-20 il gruppo dell’ «Ordine Nuovo» di non propugnare quella creazione immediata del partito di classe, che noi, gli «astensionisti» prospettavamo dal 1919, quegli « astensionisti» di cui si dimentica troppo spesso questa posizione fondamentale, sottolineando invece la tattica contingente dell’astensionismo elettorale?
E nell’altra lettera che nell’ottobre 1926 Gramsci indirizzava alla I.C. non si contengono critiche alla politica del centrismo che stava iniziando la «campagna» antitrozkista? Critiche, le uniche, che furono a farle i centristi italiani della prima ora – i Gramsci, i Terracini, gli Scoccimarro, mentre toccava solo agli epigoni, i Togliatti, i Grieco, i Di Vittorio di prostituirsi davanti al «pilota» del tradimento.
Nell’ottobre Gramsci veniva arrestato e l’anno dopo condannato a 20 anni. Il calvario si iniziava…
Per concludere, per quanto gravi siano stati gli errori del passato, Gramsci li ha riscattati, e a josa, col suo lento martirio di undici anni. E Tasca, che nelle colonne di «Giustizia e Libertà»e del «Nuovo Avanti!» ha cercato, anche lui, speculare sul morto per difendere il suo opportunismo inveterato, potrebbe dato che ne possiede la copia pubblicare la lettera con cui, Gramsci, all’indomani di Livorno, respingeva la proposta di Mosca di tentare una subdola campagna per eliminare Bordiga dalla direzione di quel partito che esso aveva fondato, protestando che giammai si sarebbe prestato a simili manovre.
Sarebbe una degna commemorazione del grande Estinto.
L’ordire regna a Barcellona
Barcellona proletaria ha rivissuto le tragiche giornate di luglio 1936. Ma non sono i mercenari di Franco che sferrano questa volta l’attacco, ma bensì i suoi degni compari, quelli del governo “antifascista”. Il personale repressivo cambia, ma il fine resta identico: salvaguardare con tutti i mezzi gli interessi del capitalismo spagnolo. I proletari che seguono la scia del Fronte Popolare si rendono difficilmente conto degli ultimi avvenimenti e della loro importanza e significazione di classe; noi, che abbiamo energicamente smascherato il tranello dell’antifascismo e la sua natura controrivoluzionaria, la falsa demagogia della rivoluzione libertaria stamburata ai quattro venti dagli anarco-sindacalisti, i tragici avvenimenti non sono che il risultato conseguente della situazione che si era voluto creare, dopo le giornate di luglio, stornando gli operai dalla loro lotta, quella di classe, per gettarli sui fronti della guerra capitalista. E questa situazione non poteva avere altro sbocco che nel massacro degli operai rivoluzionari.
La provocazione del governo catalano è una farsa indiscutibile. Bisognava finirla con i mezzi termini e con il collaborazionismo ufficiale dei dirigenti della C.N.T. e della F.A.I.. O con la borghesia o col proletariato. Non si può restare a cavallo su una barricata di classe. I vari Garcia Olivier che dai seggi ministeriali pretendevano aver fatta la rivoluzione proletaria, i burocrati della C.N.T. che tanta carta hanno sciupato per mettere in marcia la … nuova società, si sono dimostrati quelli che sostanzialmente erano dei ministri e dei servi della borghesia.
Certamente la grande massa, in buona parte, credeva alle formole della guerra prima, la rivoluzione dopo; alla unità “antifascista” ed alla conquista delle rivendicazioni “graduali”, col benestare placido della generosa democrazia. Il laboratorio “teorico” dell’anarco-sindacalismo aveva scoperto queste ibridi formule e le metteva quotidianamente nei cervelli dei proletari. Ma le leggi naturali che determinano il processo della spietata lotta fra sfruttati e sfruttatori, hanno dimostrato che con il potere capitalista e la rivoluzione proletaria non si scherza. Ed il colpo di mano è stato rude. Il governo di Valenza ha diretto l’attacco, quello di Barcellona lo ha sferrato. Ancora una volta gli operai hanno energicamente reagito, dando prova di un profondo istinto di classe. Dopo aver riafferrato la loro potente arma, lo sciopero generale, hanno rovesciato le fallaci illusioni della collaborazione e della unità antifascista, e con le armi alla mano si sono scagliati contro le forze repressive dello Stato capitalista.
Ma come nel luglio, il tradimento di tutte le organizzazioni li colpiva alle spalle, mentre i mercenari dell’antifascismo, militi del P.S.U.C. e guardie repubblicane, passavano alla repressione ed al massacro feroce. Come Franco, il governo dell’antifascismo deve soffocare nel sangue ogni velleità di classe delle masse sfruttate, per impedire a queste di comprendere il tragico inganno in cui caddero vittime il 18 e 19 luglio. Ed il mercenario, il sicario della democrazia, il centrista in testa, sorpassa quello fascista per “far regnare l’ordine”, l’ordine capitalista. Ed è questo ordine che oggi regna a Barcellona.
I fatti. 3 maggio. — In base ad un decreto precedentemente votato dal governo catalano concernente il controllo degli uffici pubblici, le forze di polizia attaccano la centrale telefonica di Barcellona ancora occupata dai militi della F.A.I.. Risposta da parte degli assaliti, battaglia accanita.
4 maggio. — L’effervescenza delle masse operaie è enorme. Per radio viene lanciato l’ordine dello sciopero generale malgrado le importanti forze di polizia, rinforzate dai mercenari del P.S.U.C. e della sinistra catalana, gli operai dominano la situazione in città e nei più importanti centri della Catalogna. Il POUM prende parte attiva alla rivolta proletaria.
5 maggio. — I dirigenti della F.A.I. e della C.N.T. si affannano per disarmare gli operai in lotta. Le due organizzazioni, malgrado l’opposizione interna, e contro la volontà della classe proletaria, ordinano la ripresa del lavoro. Alla radio si determina il fronte unico della disfatta, gli appelli sono identici: capitolare di fronte alle forze repressive dello Stato capitalista. Garcia Olivier, ministro giunto da Valenza, si prodiga nella sua parte di pompiere. Nel pomeriggio i dirigenti sottoscrivono la resa degli operai, ma la lotta continua.
6 maggio. — Di fronte all’abbandono dei capi, gli operai sfiduciati si ritirano dalla lotta, restano nuclei isolati di combattenti. La situazione si capovolge, le forze reazionarie iniziano la loro infame bisogna.
Il generale Pozas, inviato dal governo di Valenza, dirige l’opera di “pacificazione”. I militanti della F.A.I. Ascaso e Berneri sono fra gli assassinati.
Il 7 maggio l’ordine capitalista regna in Catalonia. Il colonnello Menedez viene nominato alla pubblica sicurezza. Entrano in Barcellona 80 camion con cinquemila guardie d’assalto di rinforzo. Perquisizioni, arresti, assassinii. Il consiglio generale della U.G.T. decreta l’espulsione dai suoi ranghi dei dirigenti del POUM per aver partecipato alla insurrezione contro i poteri della repubblica.
Lo stesso consiglio definisce la difesa proletaria un movimento “fascista”.
8-9-10 maggio. — La Generalità emette un decreto per l’applicazione della censura sulla stampa. Continuano ad arrivare numerosi rinforzi da Valenza per mantenere l’ordine. Continuano le perquisizioni, gli arresti, gli assassinii.
11-12 maggio. — La C.N.T. in un equivoco manifesto parla di provocatori e di elementi incontrollati. Il governo di Valenza pubblica un decreto sul disarmo e sulla detenzione di armi ed esplosivi. I detentori saranno ritenuti come dei sedizioni e condannati in base agli articoli del codice militare.
13-14 maggio. — “Solidaridad Obrera” lancia un appello di unità alla U.G.T. “sorella”, mentre continuano gli arresti e la soppressione fisica dei militanti della F.A.I. e del POUM. Il decreto sul disarmo è pubblicato dallo stesso giornale senza un rigo di commento. Un altro appello per la guerra e per tutti gli sforzi diretti al fronte sono lanciati dalla C.N.T.
L’”Avanguardia”, organo della Generalità, comunica che le armi raccolte in seguito al famigerato decreto nella Catalonia, sono di 1590 fucili, 14 mitragliatrici, ecc.. Il delegato all’ordine pubblico, il señor José Echevarria Novar, comunica a mezzanotte del 14 che l’ordine e la tranquillità regnano in tutta la Catalonia.
Ancora una volta, adunque, il proletariato catalano è stato inchiodato al ceppo della disfatta senza condizioni. Malgrado il piano meticolosamente preparato dagli Azana, Caballero e Companys, il cerchio non aveva potuto chiudersi al collo degli operai, se non fosse venuta in aiuto la trinità composta dai Garcia Olivier o da Federica Monseny. Nemmeno il pudore delle apparenze hanno potuto determinare questi “terribili” rivoluzionari in livrea di ministri, a dimissionare dai posti che li avevano resi complici dell’assassinio premeditato dei migliori dei loro militanti colpevoli di credere sul serio alla rivoluzione, e di avere pagato di persona l’errore precedentemente commesso. La guerra “contro il fascismo”, si continua a gridare, nemmeno la sanguinosa esperienza ha messo questi eunuchi della politica in condizioni di intravedere la via della rivoluzione: Companys, il 4 maggio, vistosi in pericolo, chiama rinforzi al fronte, magnifico esempio di solidarietà capitalista. Purché gli operai non vincano, venga Franco, noi sguarniremo il fronte: ma gli operai che si difenderanno dal massacro dei “fratelli antifascisti” saranno tacciati da “vili”, da elementi torbidi, da irresponsabili, da elementi della 5a colonna, ed i dirigenti prenderanno parte a questa ignobile messa in scena. Si dirà che oggi è la Russia, la Francia, l’Inghilterra, che dietro il paravento del governo di Valenza hanno domandato la repressione delle forze operaie quale garanzia per l’apporto alla guerra. È vero, ma questo lo era anche ieri, lo è stato fin dall’inizio, nel momento in cui le masse operaie vennero incuneate nel fronte del capitalismo sotto il manto dell’antifascismo.
Per la seconda volta avete avuto tutto il proletariato con voi, forza terribile ed irresistibile, per la seconda volta avete avuto il proletariato catalano che vi ha indicato la via da percorrere fino in fondo e lo avete tradito ricacciandolo sui fronti del capitalismo, cimiteri della classe proletaria.
Ora basta, l’ora del crollo dell’anarco-sindacalismo è sonata, come quella della burocrazia sindacale, il posto di tutti questi transfuga è nel seno della borghesia e non fra il proletariato. Le masse sapranno fecondare nel loro sangue ed al prezzo dei più grandi sacrifici l’arma per dirigere le loro lotte future: il partito di classe.
Il mostro capitalista fino ad ieri poteva disporre di tre tentacoli: il fascista, il democratico, il sovietico. Oggi può disporre di un quarto, dell’anarco-sindacalista. Salutando invece i caduti sul fronte della lotta di classe a qualunque scuola essi appartengano, essi non appartengono a nessuno degli organismi che tradiscono, essi rappresentano la garanzia che la classe proletaria sa e vuole battersi per la sua liberazione sociale, per la rivoluzione comunista.
Mentre i sicari del Fronte Popolare scannano i proletari per le vie di Barcellona
Togliamo dal “Boletin de Informacion” di Barcellona (n° 255 dell’11 maggio), il seguente Manifesto che è stato lanciato, all’indomani delle stragi che il 4 maggio sono state perpetuate a Barcellona, dalla Confederazione Nazionale del Lavoro, dalla Federazione Anarchica Iberica e dalla Gioventù Libertaria (ad epurazione avvenuta).
Il 4 maggio il governo di Fronte Popolare di Valenza ha, in combutta con Companys, effettuato il primo salasso preannunziato con l’invio del nuovo capo della polizia e con l’impegno da esso assunto di “garantire l’ordine”. Un vero pogrom di cui sono stati vittime gli “estremisti”, cioè gli anarchici degli “Amici di Durruti”, la Gioventù Libertaria, i proletari che hanno cercato ritrovar la via di classe. Berneri è stato assassinato in stile fascista: lo hanno preso a domicilio ed è stato ritrovato, crivellato di colpi, alla Morgue. Per le strade di Barcellona i tesserati della Gioventù Libertaria sono stati abbattuti come cani idrofobi.
E la C.N.T., la F.A.I., all’indomani di questi mostruosi eccidi, s’affrettano a scindere ogni responsabilità coi massacrati dalla iena borghese. Si affrettano a spergiurare che non vogliono romperla con Valenza, che non vogliono romperla con Barcellona, che continueranno a mantener fede al “fronte antifascista”, cioè all’unione sacra colla borghesia. Si glorificano di aver fatto i pompieri: hanno impedito alle forze armate da esse controllate di intervenire nel conflitto, hanno sabotato lo sciopero generale, hanno facilitato l’arrivo delle forze armate inviate da Valenza per “ristabilir l’ordine”. L’”ordine di Varsavia”.
Lo stroncamento del tentativo di reazione proletaria contro il tradimento in atto delle forze coniugate dei vecchi e dei nuovi traditori. Hanno autorizzato unicamente la difensiva; il diritto cioè ai loro aderenti di difendere la vita contro l’aggressione armata. Ma niente di più.
Per gli anarchici della F.A.I., della C.N.T., l’”unico nemico” resta il “fascismo”. Anche oggi che la “democrazia”, che si esprime nel “Fronte Popolare”, ha provocato questo bagno di sangue. Ed ecco il Manifesto, che riproduciamo integralmente, limitandoci a sottolineare alcuni passi che ci sembrano i più salienti e che meritano d’essere ritenuti.
Agli operai, alla opinione pubblica di tutto il mondo
Mentre durarono i tragici avvenimenti di Barcellona, provocati da qualche insensato intrufolatosi nelle file antifasciste, la opinione pubblica è stata informata molto parzialmente su quanto è accaduto in Ispagna. Gli stessi elementi vili che avevano l’intenzione di provocar la strage a Barcellona, colla stessa malafede diffondevano notizie false all’estero, travisando quanto succedeva.
Si diceva all’estero che la C.N.T. e la F.A.I. sono state le fomentatrici di tutti i torbidi; si diceva che gli anarchici fossero i responsabili di questa lotta fratricida che ha insanguinato le strade di Barcellona; si diceva pure che gli anarchici avessero attaccata la forza pubblica, il Governo della Generalità e le altre istituzioni statali e municipali.
Nulla di più menzognero e falso che tutte queste informazioni; e chi le propaga intenzionalmente non può essere che un fascista camuffato.
Ora che la normalità è stata ristabilita e che sono stati eliminati dalla vita pubblica tutti i responsabili della sommossa, ora che tutti i lavoratori sono tornati al lavoro e Barcellona ha ripreso l’aspetto normale, la C.N.T. e la F.A.I. intendono dare una esplicita spiegazione di quanto è successo.
Siamo autorizzati ad affermare che né la C.N.T., né la F.A.I., né altro organismo responsabile che dipenda da queste due organizzazioni, hanno rotto né hanno avuto la menoma intenzione di rompere il fronte antifascista. Esse continuano a collaborare, con piena lealtà, come lo hanno fatto fino ad oggi, con tutti i settori politici e sindacali che costituiscono il fronte antifascista.
Ciò è comprovato dal fatto che la C.N.T. continua a collaborare col Governo della Repubblica, col Governo della Generalità e collabora anche in tutte le municipalità.
Quando fu provocato il conflitto in Barcellona, tanto la Confederazione Regionale che la Nazionale fornirono ogni sorta di facilitazione al Governo per poterlo risolvere nel più breve tempo possibile. Nel secondo giorno arrivò a Barcellona il Segretario del Comitato Nazionale della C.N.T., e il ministro della Giustizia, esso pure membro eminente della C.N.T., ed ambedue hanno fatto quanto era umanamente possibile per fare cessare la lotta fratricida. Oltre i passi fatti verso gli elementi responsabili degli altri settori politici, essi hanno rivolto discorsi alla popolazione di Barcellona che tutti hanno potuto ascoltare e che non erano altro che inviti alla serenità, alla concordia, all’unità della nazione contro il nemico comune che è il fascismo.
Il segretario del C.N. Mariano Vasquez, nel suo discorso pronunciato il 4 maggio davanti al microfono della Generalità, ha detto fra l’altro: «Si deve al più presto por fine a quanto succede. Dobbiamo terminarlo perché immediatamente i nostri compagni che stanno al fronte sappiano che abbiamo la visione realistica del momento che traversiamo e possano guardar con sicurezza verso il nemico invece di dover guardare indietro acciocché ci si intenda. Tenete presente la situazione che traversiamo; che non può prolungarsi di un istante questa sensazione di instabilità alla retroguardia; che il fascismo non deve nutrire questa sicurezza. Cessate il fuoco, compagni!
«Ma che nessuno, assolutamente nessuno, intenda avvantaggiarsene. Siamo riuniti, dobbiamo arrivar a una soluzione; dobbiamo arrivar a un accordo e tutti insieme, perché è necessario, perché ciò lo richiede anche l’istinto di conservazione, di trovare questo punto di coincidenza fra tutte le forze antifasciste che formano il Governo della Generalità di Catalogna. Noi qui riuniti, particolarmente la Commissione Esecutiva della U.G.T. e il Comitato Nazionale della C.N.T. siamo accorsi per fronteggiare la grave situazione che Barcellona sta traversando e veniamo disposti a facilitare la ricerca del punto di coincidenza che permetta di por fine a una situazione della quale l’esclusivo beneficiante è il nemico comune: il fascismo».
Non solo il Comitato Nazionale, ma anche il Comitato Regionale hanno fatto tutto il possibile per facilitare la risoluzione di questo conflitto.
La stampa confederale di Catalogna lanciò più manifesti alla serenità e invitanti la popolazione a tornare al lavoro. Le note che dirigeva per radio ai sindacati, ai comitati di Difesa, ai comitati responsabili non rappresentavano altro che un invito alla serenità ed alla pacificazione degli animi.
Una prova di più che la C.N.T. non cercava rompere né ha rotto con il fronte antifascista è che quando si formò il nuovo governo di Catalogna, il 5 maggio, i rappresentanti della C.N.T. di Catalogna gli fornirono tutte le facilitazioni ed il Segretario di essa entrò a far parte del Governo.
Siamo pure autorizzati ad affermare che né la C.N.T. né la F.A.I. hanno attaccato in alcun caso la forza pubblica, né le istituzioni dello Stato, né della Generalità. Da nessun punto dove aveva responsabilità un membro della C.N.T. né da alcun punto da essa controllato è partito il primo colpo.
I membri responsabili della C.N.T. che erano alla testa del Consiglio di Difesa diedero ordine a tutte le forze che da esso dipendevano perché non intervenissero nel conflitto. E tutti vegliarono perché questi ordini fossero rispettati.
I compagni responsabili del Comitato di Difesa Confederale ordinarono a tutti i settori periferici di Barcellona che non si muovessero e non rispondessero alla provocazione, ordini che furono obbediti perché dalle barriere nessuno si portò al centro per reagire alla provocazione.
Il Comitato Regionale della C.N.T. e della F.A.I. dettero ordini categorici che in tutta la Catalogna nessuno si muovesse e non venisse in alcun modo turbato l’ordine.
Quando si trattò di trovare le soluzioni per ristabilire la normalità a Barcellona la C.N.T. e la F.A.I. furono le prime a offrire la loro collaborazione, furono le prime a lanciare la consegna di cessar il fuoco e patrocinarono la pacificazione. Quando il governo centrale decise di assumere la responsabilità dell’ordine pubblico, la C.N.T. fu una delle prime che pose a disposizione del delegato dell’Ordine Pubblico tutte le forze da essa controllate.
Quando il Governo Centrale stabilì di inviare la forza armata a Barcellona, per controllare le forze pubbliche che non potevano essere controllate, fu la C.N.T. a ordinare a tutte le sezioni di distretto di facilitar il passaggio di queste forze perché arrivassero a Barcellona e ristabilissero l’ordine.
Da tutto questo, può alcun affermare che è stata la C.N.T. a provocar questi disordini? Si può incolparla di essere stata essa ad insanguinar le strade di Barcellona?
La C.N.T. e la F.A.I. non hanno fatto altro che restare nell’aspettativa e in posizione di difesa. Quando il provocatore Rodriguez Salsa [Sala?] inviò due compagnie di assalto ad occupar la Telefonica, i compagni della C.N.T. che si trovavano in quell’edificio si difesero per quattro giorni in quelle posizioni. Quando gruppi della forza pubblica, a causa dell’opera di provocazione di Aalgudi [Aiguadé?] e dei suoi complici, attaccavano i sindacati e altre istituzioni operaie in cui si trovavano membri della C.N.T., questi si difesero. Quando gli stessi provocatori mossero all’attacco del Comitato Regionale i militanti si limitarono a respinger l’assalto, difendendosi.
La organizzazione confederale e la F.A.I., non solamente si mantennero nella posizione di difensiva, ma fecero tutto per ristabilir l’ordine pubblico e smascherar i provocatori. Molti sono stati i lacci che quest’ultimi ci hanno teso, però la C.N.T. si è mantenuta ferma nelle sue posizioni e non si è lasciata provocare. Non è caduta nel tranello che aveva ramificazioni su scala regionale, nazionale ed internazionale, e, mantenendo le sue posizioni, ha fatto tutto il necessario affinché i provocatori Rodriguez Salas e Aiguade fossero allontanati dai posti di responsabilità. Una volta ciò ottenuto tutto si normalizzò ed oggi la C.N.T. e la U.G.T., unite alle altre forze nettamente antifasciste, hanno costituito una commissione che sta appurando i fatti successi e sta ristabilendo la normalità.
Una volta chiarite le cause degli avvenimenti e identificati i responsabili di essi, il popolo di Barcellona è tornato al lavoro. Tutti, con più grande tensione ed energia, dedicano ora i loro sforzi a combattere il fascismo, perché esso è l’unico nemico dei lavoratori di Catalogna.
Tutti i lavoratori di Catalogna sono tornati al lavoro con questa parole d’ordine:
Non più provocatori nella retroguardia!
Unità tra la C.N.T. e la U.G.T.!
Morte al fascismo!
Barcellona, 8 maggio 1937.
Piombo, Mitraglia, Galera: così risponde il Fronte Popolare agli operai di Barcellona che osan resistere all’attacco capitalista
PROLETARI!
Il 19 luglio 1936 i proletari di Barcellona SPROVVISTI DI ARMI domarono l’attacco dei reggimenti di Franco ARMATI FINO AI DENTI.
Il 4 maggio 1937, questi stessi proletari MUNITI D’ARMI hanno lasciato sul selciato un numero molto più elevato di vittime di quante ne perdettero per conquistare la vittoria contro Franco, ed è il governo antifascista comprendente fino agli anarchici e ricollegantesi al P.O.U.M., attraverso numerose ruote del suo apparato, è questo governo che ha scatenato la marmaglia delle forze repressive contro gli operai.
Il 19 luglio i proletari di Barcellona erano una forza invincibile. La loro lotta di classe indipendente dallo Stato borghese si ripercosse nel seno dei reggimenti di Franco dove essa determinò una indipendenza analoga e di classe dei soldati contro i loro generali: lo sciopero inchiodò una molla di sicurezza nei fucili e nei cannoni di Franco che fu così sconfitto.
La storia non conosce che degli intervalli fuggevoli nel corso dei quali gli organismi del proletariato possono limitarsi a tenere una posizione di semplice autonomia verso lo Stato capitalista; alcuni giorni dopo il 19 luglio, gli avvenimenti arrivarono al bivio. Ebbene il proletariato passava alla fase superiore della sua lotta per la distruzione dello Stato borghese, oppure questo Stato ricostituiva di nuovo le maglie della sua oppressione sanguinosa sul proletariato. In questa fase della lotta nella quale l’istinto non basta più e la coscienza diviene l’elemento determinante, gli operai non possono salvarsi e vincere che alla condizione di sviluppare in tutta la sua ampiezza, il lavoro penoso maturato nel corso di numerosi anni, il lavoro che essi avevano fatto attraverso le frazioni al fine di costruire il partito di classe. L’angosciosa tragedia del proletariato di Spagna è la taglia che esso deve pagare a causa della sua immaturità a creare il partito di classe, il cervello che, SOLO, può dare forza di vita a tutti i membri del suo corpo sociale.
Nei corso dei primi giorni della lotta, degli organismi autonomi degli operai erano cresciuti dal terreno di classe dove il proletariato si trovava e combatteva. Nella seconda fase della lotta, il dilemma si pose in tutta la sua terribile significazione: o completare, attraverso la lotta politica contro lo Stato capitalista, i successi ottenuti nell’ordine economico e militare, oppure vedere questi successi liquefarsi negli organi dello Stato capitalista.
Le classi lottano con i mezzi di lotta che sono loro imposti dalle situazioni ed il grado della loro tensione. In faccia ad un incendio di classe, il capitalismo non poteva nemmeno pensare a fare ricorso ai metodi classici della legalità. Quello che lo minacciava era l’indipendenza della lotta operaia, la sua lotta autonoma potente raggiungere l’altra tappa della lotta per la rivoluzione. Quello che gli era necessario era di ricucire le fila del suo controllo sugli sfruttati. Queste fila che furono una volta della magistratura, della polizia, delle prigioni, divennero, nella situazione estrema di Barcellona, i Comitati di Milizia, le industrie socializzate, i sindacati gerenti dei più importanti dipartimenti dell’economia, le pattuglie di vigilanza.
Gli avvenimenti riposero di nuovo il dilemma che aveva condotto al disastro il proletariato d’Italia e di Germania. Gli operai conservano alla loro classe l’organismo che conquistano nella lotta contro il nemico alla condizione di dirigerlo contro lo Stato, la macchina dell’oppressione della borghesia. Gli operai fecondano il loro boia di domani, se essi non hanno la forza di vincere il nemico che vuole attirarli nell’apparato della sua dominazione. La milizia proletaria del 19 luglio è un organismo proletario, la milizia “proletaria” della settimana seguente è un organo capitalista appropriato alla situazione del momento. Per riuscire nel suo piano cinico e sanguinoso, la borghesia potette fare ricorso ai centristi, ai socialisti, alla C.N.T., alla F.A.I., al P.O.U.M. che fecero credere agli operai che LO STATO CAMBIAVA DI NATURA PERCHÉ IL PERSONALE CHE LO GESTIVA AVEVA CAMBIATO DI COLORE. Il capitalismo, dissimulantesi sotto la bandiera rossa, si apprestava di nuovo a sortire la spada della sua repressione ed il 4 maggio è stato preparato da tutte le forze che, il 19 luglio, spezzarono la schiena di classe al proletariato spagnolo. Il figlio di Noske e della Costituente di Weimar è Hitler, il figlio di Giolitti e del controllo sulla produzione è Mussolini, il figlio degli anarchici, socialisti, centristi, P.O.U.M. spagnuoli, della socializzazione, delle milizie “proletarie”, è la carneficina del 4 maggio di Barcellona.
Solo il proletariato russo rispose alla caduta dello czarismo con l’Ottobre 1917, perché lui solo pervenne a costruire il partito di classe maturato dal precedente lavoro di frazione.
PROLETARI!
È sotto la direzione di un governo sostenuto del Fronte Popolare che Franco aveva minuziosamente preparato il suo attacco. È nella via di una conciliazione che Barrios cerca, il 19 luglio, di formare un ministero unico per dirigere gli affari del dominio del capitalismo, ministero unico sotto la direzione di Franco e sotto la direzione mista del suo personale di destra e di sinistra, fraternamente uniti. È la rivolta operaia di Barcellona, di Madrid, delle Asturie, che obbliga il capitalismo a sdoppiare il ministero e ad incaricare quello repubblicano e l’altro militare di due funzioni intimamente legate da una complicità indissolubile.
Dovunque Franco non era arrivato ad ottenere la sua vittoria immediata il capitalismo vi chiamò a seguirlo per combattere il fascismo. Crudele tranello che voi avete pagato con delle migliaia di vostre vittime. Voi avete creduto ai pifferi del Fronte Popolare e dei suoi annessi che, senza lottare contro il governo repubblicano e capitalista, sotto la sua direzione, controllandolo, voi potevate schiacciare il figlio legittimo del capitalismo: il fascismo.
E voi siete partiti per i colli dell’Aragona, le montagne di Guadarrama, delle Asturie per la vittoria della guerra antifascista. Ancora una volta, come nel 1914, è sui vostri corpi, sulle vostre vite, che la storia ha scavato la terribile, fatale e sanguinosa opposizione di classe. I Fronti Militari, una necessità imposta agli operai dalle situazioni? No, una necessità per il capitalismo per accerchiarvi e schiacciarvi: il 4 maggio 1937 ha luminosamente provato che la necessità per il proletariato era di combattere contro il suo nemico repubblicano allo stesso titolo che contro Franco. I Fronti Militari erano i vostri cimiteri perché erano i fronti del capitalismo contro il proletariato. A questa guerra non potevate opporre che la divisa del proletariato russo consistente ad agire per la disfatta militare dei due governi: quello di Franco, l’altro repubblicano per trasformare la guerra del capitalismo contro il proletariato in guerra civile della classe operaia lottante per la distruzione dei due tronchi dello Stato borghese.
La Frazione italiana sola, in un isolamento crudele che doveva temperare l’unica solidarietà della corrente della Lega dei Comunisti Internazionalisti di Belgio, che fondò in seguito la “frazione belga della sinistra comunista internazionale”, queste due correnti sole gettarono l’allarme mentre dappertutto si gridava alla necessità di salvaguardare le “conquiste della rivoluzione”, di battere Franco per meglio combattere Caballero in seguito, di coprirsi dei galloni della rivoluzione partendo per i Fronti Militari. Gli avvenimenti di Barcellona hanno dato una lugubre conferma alle nostre primitive posizioni ed è con una crudeltà eguale a quella di Franco che il Fronte Popolare, integrantesi agli anarchici e al P.O.U.M., si è gettato sugli operai insorti del 4 maggio 1937!
Le vicissitudini delle battaglie militari sono state altrettante occasioni per il governo repubblicano di rinforzare il suo controllo sugli sfruttati. In mancanza di una politica cosciente e di classe per la disfatta militare, i successi, come gli scacchi militari dell’armata repubblicana, sono stati impiegati dal nemico all’unico scopo della strage dei operai. A Badajoz, Irun, Toledo, St. Sebastiano, la disfatta repubblicana rappresentava la cessione da parte del Fronte Popolare dei corpi dei proletari disarmati a Franco che poteva così sterminarli, mentre, per riflesso, il governo repubblicano profittava della sconfitta per saldare i legami dell’Unione Sacra sotto il pretesto che una armata centralizzata e disciplinata era necessaria per vincere la guerra antifascista. D’altra parte, la vittoriosa resistenza di Madrid contro Franco, fornisce l’occasione a Caballero e Companys per un primo attacco del Fronte Popolare che potette sbarazzarsi del suo servitore di ieri, il P.O.U.M., e preparare l’attacco del 4 maggio 1937. La caduta di Malaga saldò nuovamente le file sanguinose dell’Unione Sacra ed è la vittoria militare di Guadalajara che apre il periodo che doveva concludersi con la carneficina di Barcellona. Dappertutto si gridava al Piano della Vittoria ed è in un’atmosfera di ubbriacatura di guerra antifascista che si preparò l’attacco del 4 maggio.
Frattanto in tutti i paesi, la guerra del capitalismo contro il proletariato in Ispagna alimentava la repressione crudele contro gli operai. I morti fascisti ed antifascisti di Spagna portavano nella loro tomba gli assassinati di Mosca, i mitragliati di Clichy, mentre evocando l’ecatombe dei proletari antifascisti i traditori hanno spinto gli operai di Bruxelles a bloccare con il loro capitalismo nelle elezioni dell’11 aprile 1937.
“Le armi per la Spagna”, tale è stata la parola d’ordine centrale che gli operai di tutti i paesi hanno inteso dai loro traditori. E queste armi hanno tirato sugli operai di Barcellona! La Russia che aveva inviato le armi per i successi della guerra antifascista ha rappresentato l’ossatura capitalista per il recente massacro. Agli ordini di Staline, che sbavò la sua rabbia antisocialista il 5 marzo, il P.S.U.C. di Catalogna prese l’iniziativa della strage. Ancora una volta, come nel 1914, le armi dovevano servire al capitalismo perché gli operai uccidano i loro fratelli di classe invece di servire alla distruzione del regime dell’oppressione capitalista.
PROLETARI!
Gli operai di Barcellona hanno ripreso, il 4 maggio 1937, il cammino che avevano improntato il 19 luglio e donde il capitalismo li aveva potuto sloggiare appoggiandosi sul Fronte Popolare e su tutti i suoi annessi. Essi hanno fatto sciopero dappertutto, anche in quelle che furono loro presentate dai traditori come “conquiste della rivoluzione”. Essi hanno lottato contro il governo repubblicano allo stesso titolo che avrebbero lottato contro il governo di Franco. Ed il governo repubblicano ha risposto con altrettanta selvaggeria come ha fatto Franco a Badajoz, Irun, mentre il governo di Salamanca non ha affatto approfittato dell’indebolimento del fronte di Aragona per scatenare un attacco militare perché ha sentito che il suo complice di sinistra faceva ammirevolmente bene il servizio di boia del proletariato.
Sfinito da dieci mesi di guerra, di collaborazione di classe, i cui artefici erano stati la C.N.T., la F.A.I., il P.O.U.M., il proletariato di Barcellona ha subito una disfatta terribile. Ma questa disfatta è altresì una tappa della vittoria del proletariato, un momento della sua emancipazione perché essa marca la fine di tutte le ideologie che avevano permesso al capitalismo di salvare il suo regime scosso dal gigantesco soprassalto proletario del 19 luglio.
I proletari caduti il 4 maggio non possono essere rivendicati da alcuna delle organizzazioni che, il 19 luglio, permettendo l’estirpazione del proletariato dal suo terreno di classe, e gettandolo nel terreno opposto del capitalismo e dell’antifascismo, preparò così il 4 maggio 1937.
I proletari caduti appartengono al proletariato ed unicamente ad esso. Questi proletari rappresentano le membrane del cervello della classe operaia mondiale, del partito di classe della rivoluzione comunista.
Gli operai del mondo intero si inclinano su tutti i morti e ne sollevano i cadaveri contro tutti i traditori: quelli di ieri, come quelli di oggi. Il proletariato mondiale saluta, in Berneri, uno dei suoi, e la sua immolazione sull’ideale anarchico, il suo cadavere è una protesta contro una scuola politica che è crollata nel corso degli avvenimenti di Spagna: è sotto un governo a partecipazione anarchica che la polizia ha ripetuto, sul corpo di Berneri, le gesta di Mussolini sul corpo di Matteotti.
PROLETARI!
Il massacro di Barcellona è il battistrada di repressioni ancora più violente sugli operai di Spagna e di tutto il mondo, ma esso è altresì il segno annunciante le tempeste sociali in altri paesi. Il capitalismo ha dovuto consumare, in dieci mesi solamente, il capitale che teneva in riserva per impiegarlo al fine di demolire il proletariato e di sconvolgere il lavoro che esso compie per fondare, attraverso il suo partito di classe, l’arma della sua emancipazione, della costruzione della società comunista. Centrismo ed anarchismo hanno raggiunto la socialdemocrazia: essi sono, in Ispagna, arrivati al termine della loro evoluzione, come la Seconda Internazionale, che fu ridotta allo stato di cadavere dalla guerra del 1914.
Una battaglia internazionale e sul fronte capitalista, si è svolta in Ispagna: quella del fascismo e dell’antifascismo, una battaglia che, perché si è sviluppata attraverso la forma estrema delle armi, rivela altresì una tensione estrema dei rapporti di classe su scala internazionale.
I morti di Barcellona sgomberano il terreno per la costruzione del partito di domani della classe operaia. Tutte le forze politiche che hanno chiamato gli operai a lottare per estrarre la lotta per la rivoluzione da una guerra del capitalismo contro il proletariato si trovano ormai TUTTE dall’altro lato della barricata e, davanti agli operai di tutto il mondo si apre, luminoso, l’orizzonte nel quale i morti di Barcellona hanno scritto, con il loro sangue, una nuova pagina che si aggiunge a quelle che scrissero i morti del 1914-18: la lotta degli operai è proletaria alla sola condizione di dirigersi contro il capitalismo ed il suo Stato, essa serve gl’interessi del nemico se non si dirige contro di esso, in tutti gli istanti, in tutti i campi, in tutti gli organismi che le situazioni fanno sorgere e che diventano degli strumenti del nemico se essi non restano in opposizione costante contro di esso.
Il proletariato mondiale lotterà contro il capitalismo anche quando questo passerà alla repressione contro i suoi servitori di ieri. È la classe operaia e giammai il suo nemico che è incaricata di liquidare il conto di quelli che hanno espresso una fase della sua evoluzione, un momento della lotta per l’emancipazione dalla schiavitù del capitalismo.
La battaglia internazionale del capitalismo contro il proletariato che si svolge in Ispagna apre un nuovo capitolo internazionale della vita delle frazioni in tutti i paesi. Il proletariato mondiale che continua a combattere contro i costruttori d’Internazionali, sa che può fondare questi organismi unicamente quando le situazioni determinano uno sconvolgimento dei rapporti di classe aprendo così la via alla rivoluzione comunista. Ma, sul fronte di una battaglia internazionale che annuncia lo scoppio di tormente rivoluzionarie in altri paesi, il proletariato mondiale sente che il momento è venuto di procedere alla costruzione del primo legame internazionale delle frazioni della sinistra comunista.
PROLETARI DI TUTTI I PAESI!
La vostra classe è invincibile, essa rappresenta il motore dell’evoluzione storica; gli avvenimenti di Spagna lo provano giacché è la vostra classe unicamente che ha formato la posta di avvenimenti che hanno sconvolto il mondo intero.
Non è la disfatta che può scoraggiarvi: da questa disfatta ritirerete l’insegnamento per la vittoria di domani.
Sulle vostre basi di classe ricostituirete la vostra unità al di là delle frontiere e contro tutte le mistificazioni del nemico capitalista!
Ai tentativi di compromissione per concludere la guerra nella “pace sociale” dello sfruttamento capitalista, rispondete con la fraternizzazione degli sfruttati dei due eserciti, per la lotta simultanea contro il capitalismo!
In piedi per la lotta rivoluzionaria in tutti i paesi!
Viva i proletari di Barcellona che hanno voltato, con il loro sangue, una nuova pagina del libro della Rivoluzione comunista!
Avanti per la costituzione del Bureau Internazionale delle frazioni di sinistra in tutti i paesi!
Solleviamo lo stendardo della rivoluzione comunista, che i boia fascisti ed antifascisti sono incapaci di distruggere. I proletari cadono in tutti i paesi per trasmetterlo ai loro fratelli che continuano la lotta. Il capitalismo ha trinciato delle centinaia di mani che lo tenevano a Barcellona!
Siamo degni dei nostri fratelli caduti!
Viva la rivoluzione comunista nel mondo!
LE FRAZIONI BELGA E ITALIANA DELLA SINISTRA COMUNISTA INTERNAZIONALE.