Tracciato di impostazione
Il marxismo non è una scelta tra opinioni
Questo scritto per evidenti motivi non contiene la dimostrazione di quanto afferma. Ha il compito di stabilire con la maggior chiarezza l’indirizzo della pubblicazione. Enuncia soltanto, in modo da fissare i cardini principali, e col fine di evitare confusione ed equivoci, involontari o organizzati.
Prima di convincere l’ascoltatore si tratta di fargli bene intendere la posizione di chi espone. La persuasione la propaganda il proselitismo vengono dopo.
Secondo il metodo qui seguito le opinioni non si stabiliscono per l’opera di profeti di apostoli di pensatori nelle cui teste nascano le nuove verità per guadagnare moltitudini di seguaci.
Il procedimento è tutto diverso. è il lavoro impersonale di una avanguardia dei gruppi sociali che enuclea e rende evidenti le posizioni teoriche verso cui i singoli sono portati, assai prima di averne la coscienza, dalle reali comuni condizioni in cui vivono.
Il metodo dunque è antiscolastico, anticulturale, antilluministico.
Nella presente fase di smarrimento teorico, riflesso del disorganamento pratico, se la rimessa a punto della impostazione produce come primo risultato l’allontanamento e non l’avvicinamento di aderenti, non vi è da stupire o da rammaricare.
In che senso i marxisti si collegano ad una tradizione storica
Ogni movimento politico nel presentare le sue tesi si richiama a precedenti storici ed in certo senso a tradizioni recenti o remote, nazionali o internazionali.
Anche il movimento di cui questa rivista è l’organo teorico si richiama a ben determinate origini. Ma a differenza di altri non parte da un verbo rivelato che si attribuisca a fonti sopraumane, non riconosce l’autorità di testi scritti immutabili, e nemmeno ammette canoni giuridici filosofici o morali a cui risalire nello studio di ogni questione, che si pretendano comunque insiti o immanenti nel modo di pensare e sentire di tutti gli uomini.
Sono accettabili per denominare questo orientamento i termini di marxismo, socialismo, comunismo, movimento politico della classe proletaria. Il male è che di tutti i termini si è fatto ripetutamente impiego abusivo. Lenin considerò nel 1917 richiesta fondamentale il mutamento del nome del partito, ritornando a quello comunista del Manifesto del ’48. Oggi l’immenso abuso fatto del nome di comunisti da partiti che sono fuori di ogni linea rivoluzionaria e classista crea ancor maggiore confusione; movimenti squisitamente conservatori degli istituti borghesi osano dirsi partiti del proletariato; il termine di marxisti è impiegato a definire i più assurdi agglomerati di partiti quali quelli dell’antifranchismo spagnolo.
La linea storica a cui si fa qui richiamo è la seguente: il Manifesto dei Comunisti del 1848 (intitolato anche esattamente Manifesto del partito comunista, senza aggiunta di nome di nazione); i testi fondamentali di Marx ed Engels; la classica restaurazione del marxismo rivoluzionario contro tutti i revisionismi opportunisti, che accompagnò la vittoria rivoluzionaria in Russia, e i testi fondamentali leninisti; le dichiarazioni costitutive della Internazionale di Mosca nel I e II congresso; le posizioni sostenute dalla sinistra nei congressi successivi dal 1922 in poi.
Limitatamente all’Italia, la linea storica si ricollega alla corrente di sinistra del Partito Socialista durante la guerra 1914-18, alla costituzione del Partito Comunista d’Italia a Livorno nel gennaio 1921, al suo congresso di Roma 1922, alle manifestazioni della sua corrente di sinistra prevalente fino al congresso di Lione nel 1926, e successivamente fuori del partito e del Comintern ed all’estero.
Questa linea non coincide con quella del movimento trotskista della IV Internazionale. Tardivamente Trotski e più tardivamente Zinovief, Kamenef, Bucarin e gli altri gruppi russi della tradizione bolscevica reagirono alla tattica errata che fino al 1924 avevano sostenuta e riconobbero che la deviazione si aggravava fino a travolgere i princìpii politici fondamentali del movimento. I trotskisti di oggi si richiamano alla restaurazione di quei principii, ma non hanno chiaramente rigettati gli elementi dissolventi della tattica «manovristica» falsamente definita come bolscevica e leninista.
Incardinamento del metodo dialettico marxista
Base di ogni ricerca deve essere la considerazione di tutto il processo storico che fin qui si è svolto e l’esame obiettivo dei fenomeni sociali presenti.
Il metodo è stato più volte enunciato, ma molto spesso si travia nel corso della sua applicazione. Il fondamento dell’indagine viene portato sull’esame dei mezzi materiali con cui gli aggregati umani provvedono alla soddisfazione dei loro bisogni, la tecnica produttiva, quindi, e con lo sviluppo di essa i rapporti di natura economica.
Questi fattori determinano nelle varie epoche la sovrastruttura degli istituti giuridici politici militari e i caratteri delle ideologie dominanti.
Questo metodo è ben definito dalle espressioni di Materialismo storico, Materialismo dialettico, Determinismo economico, Socialismo scientifico, Comunismo critico.
L’importante è di impiegare sempre risultanze positive di fatto e di non postulare l’intervento, per rappresentare e spiegare i fatti umani, né di miti o divinità, né di principii di «diritto» e «etica» naturale, come possono essere la Giustizia, l’Eguaglianza, la Libertà, la Fratellanza e simili vuote astrazioni. Più importante ancora è di non postulare questi e altri simili illusori preconcetti senza accorgersene o senza confessarlo, e per effetto delle irresistibili influenze della ideologia dominante, e di non lasciarli riaffiorare proprio quando si tratta dei momenti più scottanti e delle conclusioni decisive.
Il metodo dialettico è il solo che supera la corrente contraddizione tra la rigorosa continuità e coerenza teorica, e la capacità di riaffrontare criticamente qualunque vecchia conclusione stabilizzata in termini e canoni formali.
La sua accettazione non ha il carattere di una fede né di una posizione passionale di scuola o di parte.
Il contrasto tra le forze produttive e le forme sociali
Le forze produttive, che consistono principalmente negli uomini adibiti a produrre e nei loro aggruppamenti, e inoltre negli utensili e mezzi meccanici di cui sono in grado di avvalersi, agiscono nel quadro delle forme della produzione.
Per tali forme si intendono gli ordinamenti, i rapporti di dipendenza nei quali si svolge l’attività produttiva e sociale. In tali forme si comprendono tutti i sistemi costituiti di gerarchie (familiari, militari, teocratiche, politiche), lo Stato e tutti i suoi organismi, il diritto e i tribunali che lo applicano, le regole e gli ordinamenti tutti, di natura economica e giuridica, che oppongono resistenza ad essere trasgrediti.
Un tipo di società vive fin quando le forze produttive restano costrette nei quadri delle forme della produzione. In dati momenti della storia questo equilibrio tende a rompersi. Svariate cause, tra cui i progressi della tecnica, il crescere delle popolazioni, l’estendersi delle comunicazioni, incrementano le forze produttive. Queste vengono in contrasto con le forme tradizionali, tendono a spezzare il cerchio, e quando vi riescono si ha una rivoluzione: la comunità si ordina in nuovi rapporti economici, sociali e giuridici, forme nuove prendono il posto delle antiche.
Il metodo dialettico marxista trova, applica e convalida le sue soluzioni alla scala dei grandi fenomeni collettivi con metodo scientifico e sperimentale (quello stesso metodo che i pensatori dell’epoca borghese applicarono al mondo naturale con una lotta che era il riflesso della lotta sociale rivoluzionaria contro i regimi teocratici e assolutisti, ma che non potevano osare di spingere alle applicazioni sociali). Esso deduce dai risultati acquisiti in tale campo le soluzioni del problema del comportarsi dell’individuo singolo, mentre invece tutte le scuole avversarie, religiose, giuridiche, filosofiche, economiche, procedono in senso inverso. Costruiscono cioè le norme del comportamento collettivo sulla base inconsistente di questo mito dell’Individuo, sia esso presentato come anima personale immortale, sia affermato come soggetto di diritto e Cittadino, sia studiato come Monade immutabile della prassi economica, e via via (oggi che la scienza fisica ha proseguito oltre la sua fecondissima ipotesi degli individui materiali, indivisibili, gli atomi, li ha definiti come ricchi complessi, e ridotti non tanto ad ulteriori monadi-tipo incorruttibili, quanto a punti di incontro di tutta la dinamica radiante dei campi energetici esteriori, sicché schematicamente si può dire che non è il cosmo funzione degli uni, ma qualunque uno è funzione di tutto il cosmo).
Chiunque crede nell’individuo e parla di personalità, di dignità, di libertà, di responsabilità dell’uomo o del cittadino, non deve aver nulla a che fare col pensiero marxista. Gli uomini non sono messi in movimento da opinioni o confessioni o comunque da fenomeni del cosidetto pensiero, da cui siano ispirate la loro volontà e la loro azione. Sono indotti a muoversi dai loro bisogni, che prendono il carattere di interessi quando la stessa esigenza materiale sollecita parallelamente interi gruppi. Si urtano contro le limitazioni che l’ambiente e la struttura sociale pongono alla soddisfazione di tali esigenze. E reagiscono singolarmente e collettivamente, in un senso che nella grande media è necessariamente determinato, prima che il gioco degli stimoli e delle reazioni abbia fatto nascere nella loro testa i riflessi che si chiamano sentimenti, pensieri, giudizi.
Il fenomeno è ovviamente di estrema complessità e può nel caso singolo andare in controsenso alla legge generale che è pur giustificato stabilire.
Comunque non ha diritto di dirsi marxista chi fa intervenire come causa motrice nel gioco dei fatti sociali e storici la coscienza individuale, i princìpi morali, l’opinione e la decisione del singolo o del cittadino.
Classe, lotta di classe, partito
Il contrasto tra le forze produttive e le forme sociali si manifesta come lotta tra le classi aventi opposti interessi economici; questa lotta nelle fasi culminanti diviene contesa armata per la conquista del potere politico.
Classe nel senso marxista non è fredda constatazione statistica, ma forza organica operante, ed appare quando la semplice concomitanza di condizioni economiche e di interessi sfocia in una azione e in una lotta comune.
In queste situazioni, il movimento è condotto da aggruppamenti e organismi di avanguardia, di cui la forma sviluppata e moderna è il partito politico di classe. La collettività la cui azione culmina in quella di un partito si muove nella storia con una efficienza ed una dinamica reale irraggiungibili nel cerchio ristretto dell’azione individuale. è il partito che perviene ad avere una coscienza teoretica dello sviluppo degli eventi ed una conseguente influenza sul divenire di essi nel senso disposto dalla determinante delle forze produttive e dei rapporti tra esse.
Conformismo, riformismo, antiformismo
Al fine di una presentazione di princìpi e direttive, la quale, malgrado la tremenda difficoltà e complessità delle questioni, non può farsi senza ricorrere a schemi semplificativi, si ravvisano tre tipi storici di movimenti politici nei quali possiamo classificarli tutti.
Conformisti sono quei movimenti che combattono per conservare integre le forme e gli istituti vigenti, vietandone ogni trasformazione, e richiamandosi ad immutabili princìpi, siano essi presentati in veste religiosa, filosofica o giuridica.
Riformisti sono i movimenti che, pur non chiedendo di sconvolgere bruscamente e violentemente gli istituti tradizionali, avvertono che le forze produttive premono troppo fortemente, e propugnano graduali e parziali modificazioni nell’ordine vigente.
Rivoluzionari (e adotteremo il termine provvisorio di Antiformisti) sono i movimenti che proclamano ed attuano l’assalto alle vecchie forme, ed anche prima di saper teorizzare i caratteri del nuovo ordine, tendono a spezzare l’antico, provocando il nascere irresistibile di forme nuove.
Conformismo -Riformismo -Antiformismo.
Ogni schematizzazione presenta pericoli di errore. Si può domandare se la dialettica marxista non conduca a sua volta a costruire un artificioso modello generale delle vicende storiche, riducendo tutto lo sviluppo ad una successione nel dominio di classi che nascono rivoluzionarie, vivono riformiste e finiscono conservatrici. Il termine suggestivo posto a tale vicenda dall’avvento, con la classe proletaria e la sua vittoria rivoluzionaria, della società senza classi (la nota uscita dalla preistoria umana di Marx) può apparire un costrutto finalistico e quindi metafisico come quelli delle fallaci ideologie del passato. Hegel, come appunto Marx denunziò, ridusse il suo sistema dialettico ad una costruzione assoluta, ricadendo inconsciamente in quella metafisica che nella parte demolitrice della sua critica (riflesso filosofico della lotta rivoluzionaria borghese) aveva superata. Con ciò Hegel, a coronamento della filosofia classica dell’idealismo tedesco, e del pensiero borghese, collocava la tesi assurda che la storia dell’azione e del pensiero doveva fermarsi cristallizzata nel suo perfetto sistema, nella conquista dell’Assoluto. Un simile punto statico di arrivo è dalla dialettica marxista eliminato.
Tuttavia, Engels nella sua classica presentazione del socialismo scientifico (come contrapposto all’Utopismo, che affidava il rinnovamento sociale alla propaganda per l’adozione di un progetto di società migliore proposto da un autore o da una setta) sembrerebbe ammettere una regola e legge generale del movimento storico quando usa espressioni come quelle: vi ha movimento in avanti; il mondo cammina. Tali vigorose formole di propaganda non devono far credere che si sia trovata una ricetta in cui si possano chiudere tutti gli infiniti sviluppi del divenire della società umana, ricetta che prenda il posto dei soliti astrattismi borghesi di evoluzione civiltà progresso e simili.
Il meraviglioso benefizio dell’arma dialettica di ricerca è anch’esso essenzialmente rivoluzionario; si estrinseca nella implacabile distruzione degli innumerevoli sistemi teorici che a volta a volta rivestono le impalcature di dominio delle classi privilegiate. A questo cimitero di idoli infranti dobbiamo sostituire non un nuovo mito, un nuovo verbo, un nuovo credo, ma solo le espressioni realistiche di una serie di rapporti tra le condizioni di fatto e i loro meglio calcolabili sviluppi.
Per dare di ciò un esempio: la corretta formulazione marxista non è: un giorno il proletariato prenderà il potere politico, distruggerà il sistema sociale capitalistico, e costruirà l’economia comunistica; ma è invece: soltanto mediante la sua organizzazione in classe, ossia in partito politico, e l’instaurazione armata della sua dittatura il proletariato potrà distruggere il potere e l’economia capitalistici e rendere possibile una economia non capitalistica e non mercantile. Scientificamente non possiamo escludere una diversa fine della società capitalistica, come potrebbe essere il ritorno nella barbarie, una catastrofe mondiale dovuta a mezzi bellici avente ad esempio il carattere di una degenerazione patologica della razza (i ciechi e i condannati alla dissoluzione radioattiva dei tessuti di Hiroshima e Nagasaki ammoniscono) o altra non desumibile dai dati di fatto di oggi.
Interpretazione dei caratteri della fase storica contemporanea; criterio dialettico di valutazione di istituti e di soluzioni sociali passati e presenti
Il movimento rivoluzionario comunista di quest’epoca convulsa dev’essere caratterizzato non solo dalla demolizione teorica di ogni conformismo e di ogni riformismo del mondo contemporaneo: ma anche dalla posizione pratica e come suol dirsi tattica che non vi è più strada da fare insieme con qualunque movimento, conformista o riformista, nemmeno in settori e tempi limitati. Soprattutto esso si deve fondare sulla acquisizione storica irrevocabile che il capitalismo borghese ha ormai esaurito ogni slancio antiformista, ossia non ha più alcun compito storico generale di demolizione di forme precapitalistiche e di resistenza a loro minacciati ritorni.
Con ciò non si nega che, fino a quando le possenti forze del divenire capitalistico, che hanno accelerato a ritmo inaudito la trasformazione del mondo, agivano in tali rapporti, il movimento della classe proletaria potesse e dovesse, dialetticamente, condannarle in dottrina ed appoggiarle nell’azione.
Una differenza essenziale tra il metodo metafisico e quello dialettico nella storia sta in questo.
Ogni tipo di istituzione e di ordinamento sociale e politico non è di per sé stesso buono o cattivo, da accettare o da respingere, secondo l’esame delle sue caratteristiche in base a canoni e princìpi generali.
Secondo l’interpretazione dialettica della storia, ciascun istituto ha avuto nelle successive situazioni compiti ed effetti rivoluzionari, progressivi, conservatori.
Si tratta, per ciascuna posizione del problema, di porre al loro posto le forze produttive ed i fattori sociali deducendone il senso del conflitto politico che ne è l’espressione.
è metafisica dichiararsi per principio autoritari o libertari, monarchici o repubblicani, aristocratici o democratici, e risalire nella polemica a canoni posti fuori dalle congiunture storiche. Già il vecchio Platone nel primo tentativo sistematico di scienza politica supera l’assolutismo mistico dei princìpi, e lo segue Aristotele distinguendo fra i tre tipi – potere di uno, di pochi, di molti – le forme buone e quelle cattive: monarchia e tirannide – aristocrazia ed oligarchia – democrazia e demagogia.
La moderna analisi, soprattutto dopo Marx, va molto più a fondo.
Nella attuale fase storica, la quasi totalità delle enunciazioni e delle propagande politiche utilizza i peggiori motivi tradizionali di tutte le superstizioni religiose giuridiche e filosofiche.
Va contrapposto a tutto questo caos di idee, proiezione nella testa degli uomini contemporanei del caos dei rapporti di interessi in una società che si decompone, l’analisi dialettica dei rapporti delle reali forze oggi in gioco.
Per introdurre questa va richiamata una analoga valutazione riferita a ben noti rapporti propri di epoche storiche precedenti.
La valutazione dialettica delle forme storiche – Esempio economico: mercantilismo
Incominciando dalle forme economiche, non ha alcun senso il parteggiare in modo generale per una economia comune o privata, liberistica o monopolistica, individuale o collettiva, e vantare i pregi di ciascun sistema ai fini del benessere generale: così facendo si cadrebbe nell’utopia, che è l’esatto rovescio della dialettica marxista.
È noto in Engels il classico esempio del comunismo come «negazione della negazione». Le prime forme di produzione umana furono comunistiche, indi sorse la proprietà privata, che rappresentò un sistema molto più complesso ed efficiente. Da questa la società umana ritorna al comunismo. Questo comunismo moderno sarebbe irrealizzabile se il comunismo iniziale non fosse stato superato, sconfitto e distrutto dal sistema della proprietà privata. Il marxista considera un vantaggio e non un danno questo trapasso iniziale. Ciò che si dice del comunismo si può dire di tutte le altre forme economiche come lo schiavismo, la servitù della gleba, il capitalismo manufatturiero, industriale, monopolistico, e così via.
L’economia mercantile, per cui gli oggetti suscettibili di soddisfare i bisogni umani cessarono, all’uscita dalla barbarie, di essere direttamente acquisiti e consumati dall’occupante o dal primitivo produttore e divennero suscettibili di essere scambiati dapprima tra loro, nella forma del baratto, e in seguito con un equivalente comune monetario, costituì al suo apparire storico una grandiosa rivoluzione sociale.
Si rese così possibile l’adibire i diversi uomini a diversi lavori produttivi, ampliando e differenziando enormemente i caratteri della vita sociale. Si può al tempo stesso riconoscere questo trapasso ed affermare che, dopo una serie di tipi di organizzazione economica, tutti basati sul comune principio mercantile (schiavismo, feudalesimo, capitalismo ecc.), si tende oggi ad una economia non mercantile, e che la tesi secondo la quale la produzione sarebbe impossibile al di fuori del meccanismo dello scambio monetario delle merci, è oggi una tesi conformista e reazionaria.
L’abolizione del mercantilismo si può sostenere oggi ed oggi soltanto in quanto lo sviluppo del lavoro associato e la concentrazione delle forze produttive, che il capitalismo, ultima delle economie mercantili, ha procurato, rende possibile di spezzare i limiti per cui tutti i beni di uso circolano come merci e lo stesso lavoro umano è trattato come una merce.
Un secolo prima di questo stadio, sarebbe stata pura follia una critica del sistema mercantilistico basata su ragionamenti generali a sfondo filosofico, giuridico, morale.
Esempio sociale: la famiglia
I vari tipi di aggregati sociali successivamente apparsi, attraverso i quali la vita collettiva si è differenziata dal primitivo individualismo animale, percorrendo un immenso ciclo che ha sempre più complicato i rapporti nei quali vive e si muove il singolo, non possono, singolarmente presi, venir giudicati favorevolmente o sfavorevolmente, ma debbono essere considerati in rapporto alla successione e allo svolgimento storico che ha dato ad essi un compito mutevole nelle successive trasformazioni e rivoluzioni.
Ciascuno di tali istituti sorge come una conquista rivoluzionaria, si svolge e si riforma in lunghi cicli storici, diviene infine un ostacolo reazionario e conformista.
L’istituto della famiglia appare come prima forma sociale quando, nella specie umana, il legame tra i genitori e la prole si sposta molto più oltre dell’epoca in cui esiste per necessità fisiologica. Nasce la prima forma di autorità, che la madre e poi il padre esercitano sui discendenti, anche quando questi sono fisicamente individui completi e forti. Siamo anche qui in presenza di una rivoluzione, poiché appare la prima possibilità di un’organizzazione di vita collettiva e si stabilisce la base degli ulteriori sviluppi che condurranno alle prime forme di società organizzata e di Stato.
Divenuta nelle lunghe successive fasi sempre più complessa la vita sociale, l’interessamento e l’autorità di un uomo sull’altro si estende ben oltre i limiti della parentela e del sangue. Il nuovo più vasto aggregato contiene e disciplina l’istituto della famiglia, come avviene nelle prime città, negli Stati, nei regimi aristocratici, poi in quello borghese, fondati tutti sull’istituto-feticcio dell’eredità.
Quando si pone l’esigenza di una economia che superi il gioco degli interessi individuali, l’istituto della famiglia, con i suoi limiti troppo angusti, diventa un ostacolo ed un elemento reazionario nella società.
Senza quindi averne negata la funzione, i comunisti moderni, dopo aver notato che già il sistema capitalistico ha deformato e sconnesso la decantata «santità» di questo istituto, lo combattono apertamente e si propongono di sopprimerlo.
Esempio politico: monarchia e repubblica
Le varie forme di Stati, come monarchia e repubblica, si avvicendano nella storia in modo complicato e possono entrambe aver rappresentato energie rivoluzionarie, progressive e conservatrici nelle varie situazioni storiche. Pur potendosi ammettere in modo generale che probabilmente il regime capitalistico prima della sua caduta perverrà a liquidare i regimi dinastici oggi superstiti, anche in questa questione non si giudica per assoluti che stanno fuori dello spazio e del tempo.
Le prime monarchie sorsero come espressione politica di una divisione di compiti materiali: taluni elementi dell’aggregato di famiglie o tribù primitive si assunsero – mentre gli altri attendevano alla caccia, alla pesca, all’agricoltura, al primo artigianato – la difesa con le armi contro altri gruppi o altri popoli, o anche la preda armata dei beni di questi ultimi, e i primi guerrieri e re fondarono su maggiori rischi il privilegio del potere. Si tratta anche qui dell’avvento di forme più sviluppate e complesse, che altrimenti erano impossibili, e quindi di una delle vie che condussero ad una rivoluzione nei rapporti sociali.
In fasi successive l’istituto monarchico rese possibile la costituzione e lo sviluppo delle vaste organizzazioni statali nazionali contro il federalismo di satrapi e signorotti, ed ebbe funzione innovatrice e riformatrice. Dante è il grande riformista monarchico allo schiudersi del tempo moderno.
Più recentemente la monarchia si è prestata in molti paesi – ma non meno vi si è prestata la repubblica – a rivestire le forme più strette del potere di classe della borghesia.
Possono esservi stati movimenti e partiti repubblicani con carattere rivoluzionario, altri con carattere riformista, altri con carattere nettamente conservatore.
Per restare ad esempi accessibili e semplificabili, fu rivoluzionario Bruto «che cacciò Tarquinio», furono riformisti i Gracchi, che cercarono di dare alla repubblica aristocratica un contenuto conforme agli interessi della plebe, furono conformisti e reazionari i repubblicani tradizionali come Catone e Cicerone, che contrastarono il grandioso sviluppo storico costituito dall’espansione dell’Impero romano e delle sue forme giuridiche e sociali nel mondo. La questione è completamente falsata quando si ricorre ai luoghi comuni sul cesarismo, la tirannide o, all’opposto, sui sacri princìpi delle libertà repubblicane e simili motivi retorico-letterari.
Tra gli esempi moderni basta considerare come tipi antiformista, riformista e conformista le tre repubbliche francesi del 93, del 48 e del 71.
Esempio ideologico: la religione cristiana
I riflessi delle crisi delle forme economiche si hanno non solo negli istituti sociali e politici, ma anche nelle credenze religiose e nelle opinioni filosofiche.
Ogni posizione giuridica, confessionale o filosofica, va considerata in relazione alle situazioni storiche ed alle crisi sociali, ed è stata volta a volta bandiera rivoluzionaria, progressiva o conformista.
Antiformista e rivoluzionario per eccellenza fu il movimento che porta il nome di Cristo.
L’affermazione che in tutti gli uomini è un’anima di origine divina e destinata all’immortalità, qualunque ne sia la posizione sociale o di casta, era l’equivalente dell’insorgere rivoluzionario contro le forme oppressive e schiavistiche dell’antico Oriente. Fin quando la legge ammette che la persona umana possa essere considerata come una merce, oggetto di compravendita al pari di un animale, e quindi tutte le prerogative giuridiche di uomini liberi e cittadini sono monopolio di una sola classe, l’affermazione dell’uguaglianza dei credenti era una parola di battaglia che urtava implacabilmente contro la resistenza degli ordinamenti teocratici dei giudei, aristocratici e militari di altri Stati dell’antichità.
Dopo lunghe fasi storiche e dopo l’abolizione dello schiavismo, il cristianesimo diviene religione ufficiale e cardine dello Stato.
Esso vive il suo ciclo riformista nella Europa dei tempi moderni come espressione di una lotta contro l’eccessivo aderire della chiesa ai ceti sociali più privilegiati ed oppressivi.
Oggi non vi può essere ideologia più conformista di quella cristiana, che già nell’epoca della rivoluzione borghese fu la più potente arma organizzativa e dottrinale per la resistenza dei vecchi regimi.
Oggi il potente reticolato chiesastico e la suggestione religiosa, riconciliati e concordati ufficialmente ovunque col sistema capitalistico, sono impegnati come difesa fondamentale contro la minaccia della rivoluzione proletaria.
Nei rapporti sociali di oggi, essendo ormai una vecchia conquista quella che fa di ogni singolo individuo una ditta economica con la possibilità teorica di avere un attivo e un passivo, la superstizione che traccia attorno ad ogni singolo il cerchio chiuso del bilancio morale di tutte le sue azioni e lo proietta nell’illusione di una vita d’oltretomba, non è che la proiezione nel cervello degli uomini dello stesso carattere borghese della presente società, fondata sulla economia del privato.
Non è possibile condurre la lotta per spezzare i limiti di una economia a ditte private e a bilanci individuali, senza prendere in maniera aperta una posizione antireligiosa e anticristiana.
Il ciclo capitalistico Fase rivoluzionaria
La borghesia capitalistica moderna ha già presentato nei principali paesi tre fasi storiche caratteristiche.
La borghesia appare come classe apertamente rivoluzionaria e conduce una lotta armata per rompere le forme dell’assolutismo feudale e clericale, vincoli che legano le forze lavoratrici dei contadini alla terra e quelle degli artigiani al corporativismo medioevale.
L’esigenza della liberazione da questi vincoli coincide con quella dello sviluppo delle forze produttive che, con le risorse della tecnica moderna, tendono a concentrare i lavoratori in grandi masse.
Per dare un libero sviluppo a queste nuove forme economiche, occorre abbattere con la forza i regimi tradizionali. La classe borghese non solo conduce la lotta insurrezionale, ma attua dopo la prima vittoria una ferrea dittatura per impedire la riscossa di monarchici, feudatari e gerarchie ecclesiastiche.
La classe capitalistica appare nella storia come una forza antiformista e le sue energie imponenti la conducono ad infrangere tutti gli ostacoli, materiali e ideali; i suoi pensatori rovesciano gli antichi canoni e le antiche credenze nella maniera più radicale.
Alle teorie dell’autorità per diritto divino si sostituiscono quelle dell’eguaglianza e libertà politica, della sovranità popolare, e si proclama l’esigenza di istituti rappresentativi, pretendendo che, grazie a questi, il potere sia espresso dalla volontà collettiva liberamente manifestata.
Il principio liberale e democratico in questa fase appare nettamente rivoluzionario ed antiformista, tanto più che esso non è realizzato per vie pacifiche e legalitarie, ma trionfa attraverso la violenza e il terrore rivoluzionario, e viene difeso da ritorni restauratori con la dittatura della classe vincitrice.
Fase evoluzionista e democratica
Nella seconda fase, stabilizzatosi ormai il sistema capitalistico, la borghesia si proclama esponente del migliore sviluppo e del benessere di tutta la collettività sociale e percorre una fase relativamente tranquilla di svolgimento delle forze produttive, di conquista al proprio metodo di tutto il mondo abitato, di intensificazione di tutto il ritmo economico. Questa è la fase progressiva e riformista del ciclo capitalistico.
Il meccanismo democratico parlamentare in questa seconda fase borghese vive parallelamente all’indirizzo riformista, interessando alla classe dominante di far risultare il proprio ordinamento come suscettibile di esplicare e manifestare gli interessi e le rivendicazioni delle classi lavoratrici. I suoi governanti sostengono di poterli soddisfare con provvidenze economiche e legislative che tuttavia lascino sussistere i cardini giuridici del sistema borghese. Parlamentarismo e democrazia non hanno più il carattere di parole d’ordine rivoluzionarie, ma assumono un contenuto riformista che assicura lo sviluppo del sistema capitalistico, scongiurando urti violenti ed esplosioni della lotta di classe.
Fase imperialistica e fascista
La terza fase è quella del moderno imperialismo, caratterizzato dalla concentrazione monopolistica dell’economia, dal sorgere dei sindacati e trusts capitalistici, dalle grandi pianificazioni dirette dai centri statali. L’economia borghese si trasforma e perde i caratteri del classico liberismo, per cui ciascun padrone d’azienda era autonomo nelle sue scelte economiche e nei suoi rapporti di scambi. Interviene una disciplina sempre più stretta della produzione e della distribuzione; gli indici economici non risultano più dal libero gioco della concorrenza, ma dall’influenza di associazioni fra capitalisti prima, di organi di concentrazione bancaria e finanziaria poi, infine direttamente dello Stato. Lo Stato politico, che nell’accezione marxista era il comitato di interessi della classe borghese e li tutelava come organo di governo e di polizia, diviene sempre più un organo di controllo e addirittura di gestione dell’economia.
Questa concentrazione di attribuzioni economiche nelle mani dello Stato può essere scambiata per un avviamento dall’economia privata a quella collettiva solo se si ignori volutamente che lo Stato contemporaneo esprime unicamente gli interessi di una minoranza e che ogni statizzazione svolta nei limiti delle forme mercantili conduce ad una concentrazione capitalistica che rafforza e non indebolisce il carattere capitalistico dell’economia. Lo svolgimento politico dei partiti della classe borghese in questa fase contemporanea, come fu chiaramente stabilito da Lenin nella critica dell’imperialismo moderno, conduce a forme di più stretta oppressione, e le sue manifestazioni si sono avute nell’avvento dei regimi che sono definiti totalitari e fascisti. Questi regimi costituiscono il tipo politico più moderno della società borghese e vanno diffondendosi attraverso un processo che diverrà sempre più chiaro in tutto il mondo. Un aspetto concomitante di questa concentrazione politica consiste nell’assoluto predominio di pochi grandissimi Stati a danno dell’autonomia degli Stati medi e minori.
L’avvento di questa terza fase capitalistica non può essere confuso con un ritorno di istituti e forme precapitalistici, poiché si accompagna ad un incremento addirittura vertiginoso della dinamica industriale e finanziaria, ignoto qualitativamente e quantitativamente al mondo preborghese.
Il capitalismo ripudia di fatto l’impalcatura democratica e rappresentativa e costituisce centri di governo assolutamente dispotici.
In alcuni paesi, esso ha già teorizzata e proclamata la costituzione del partito unico totalitario e la centralizzazione gerarchica; in altri continua ad adoperare le parole d’ordine democratiche ormai vuote di contenuto, ma procede inesorabilmente nello stesso senso.
La posizione essenziale di una esatta valutazione del processo storico contemporaneo è questa: l’epoca del liberalismo e della democrazia è chiusa e le rivendicazioni democratiche, che ebbero già carattere rivoluzionario, indi progressivo e riformista, sono oggi anacronistiche e prettamente conformistiche.
La strategia proletaria nella fase della rivoluzione borghese
Corrispondentemente al ciclo del mondo capitalistico ne abbiamo uno del movimento proletario.
Fin dall’inizio del formarsi di un grande proletariato industriale si comincia a costruire una critica delle enunciazioni economiche, giuridiche e politiche borghesi e si teorizza la scoperta che la classe borghese non libera ed emancipa l’umanità, ma sostituisce il proprio dominio di classe ed il proprio sfruttamento a quello di altre classi che la precedettero.
Tuttavia i lavoratori in tutti i paesi non possono non combattere a fianco della borghesia per il rovesciamento degli istituti feudali e non cadono nelle suggestioni di un socialismo reazionario che, con lo spettro del nuovo spietato padrone capitalistico, chiama gli operai ad una alleanza con le classi dirigenti monarchiche e terriere.
Anche nelle lotte che i giovani regimi capitalistici svolgono per rintuzzare i ritorni reazionari, il proletariato non può rifiutare il proprio appoggio alla borghesia.
Una prima impostazione della strategia di classe del nascente proletariato è la prospettiva di realizzare moti anti-borghesi sullo slancio della stessa lotta insurrezionale condotta al fianco della borghesia, raggiungendo in modo immediato la liberazione dall’oppressione feudale e dallo sfruttamento capitalistico.
Una manifestazione embrionale si ha fin dalla grande rivoluzione francese con la Lega degli Eguali di Babeuf. Teoricamente il movimento è del tutto immaturo, ma resta significativa la lezione storica dell’implacabile repressione che la borghesia giacobina vittoriosa esercita contro gli operai che avevano combattuto con essa e per i suoi interessi.
Alla vigilia dell’ondata rivoluzionaria borghese e nazionale del 1848 la teoria della lotta di classe è già maturamente elaborata, essendo ormai chiari su scala europea e mondiale i rapporti tra borghesi e proletari.
Marx, nel Manifesto, progetta al tempo stesso l’alleanza con la borghesia contro i partiti della restaurazione monarchica in Francia e del conservatorismo prussiano, e un immediato sviluppo verso una rivoluzione che miri alla conquista del potere da parte della classe operaia. Anche in questa fase storica lo sforzo di rivolta dei lavoratori è spietatamente represso, ma va affermato che la dottrina e la strategia di classe corrispondenti a questa fase sono sul chiaro cammino storico del metodo marxista.
Le stesse situazioni e le stesse valutazioni si accompagnano al grandioso tentativo della Comune di Parigi, con il quale il proletariato francese, dopo aver rovesciato il Bonaparte e assicurato la vittoria alla repubblica borghese, tenta ancora una volta la conquista del potere e offre, sia pure per pochi mesi, il primo esempio storico del governo di classe.
Il significato più suggestivo di questo sviluppo sta nella incondizionata alleanza antiproletaria dei democratici borghesi con i conservatori e con lo stesso esercito prussiano vincitore per uccidere il primo tentativo di dittatura del proletariato.
Tendenze del movimento socialista nella fase democratico-pacifista
Nella seconda fase, in cui il riformismo nei quadri dell’economia borghese si accompagna al più largo impiego dei sistemi rappresentativi e parlamentari, si pone per il proletariato un’alternativa di portata storica.
Sotto l’aspetto teorico sorge il quesito interpretativo della dottrina rivoluzionaria costruitasi come una critica degli istituti borghesi e di tutta la loro difesa ideologica: la caduta del dominio di classe capitalistico e la sostituzione ad esso di un nuovo ordine economico avverrà con un urto violento, ovvero può raggiungersi con graduali trasformazioni e con l’utilizzazione del meccanismo legalitario parlamentare?
Sotto l’aspetto pratico sorge il quesito se il partito della classe proletaria debba o meno associarsi non più alla borghesia contro le forze dei regimi precapitalistici, ormai scomparse, ma ad una parte avanzata e progressiva della borghesia stessa, meglio disposta a riformarne gli ordinamenti.
Nell’intermezzo idilliaco del mondo capitalistico (1871-1914) si sviluppano le correnti revisionistiche del marxismo, di cui si falsificano gli indirizzi e i testi fondamentali, e si costruisce una strategia nuova, secondo la quale vaste organizzazioni economiche e politiche della classe operaia permeano e conquistano le istituzioni con mezzi legali, preparando una graduale trasformazione di tutto l’ingranaggio economico.
Le polemiche che accompagnano questa fase dividono il movimento operaio in opposte tendenze; benché non si ponga in generale il programma dell’assalto insurrezionale per infrangere il potere borghese, i marxisti di sinistra resistono vigorosamente agli eccessi della tattica collaborazionistica sul piano sindacale e parlamentare, al proposito di sostenere governi borghesi e di far partecipare i partiti socialisti a coalizioni ministeriali.
è a questo punto che si apre la gravissima crisi del movimento socialista mondiale, determinata dallo scoppio della guerra del 1914 e dal passaggio di gran parte dei capi sindacali e parlamentari alla politica di collaborazione nazionale e di adesione alla guerra.
Tattica proletaria nella fase del capitalismo imperialistico e del fascismo
Nella terza fase il capitalismo – per la necessità di continuare a sviluppare la massa delle forze produttive e nello stesso tempo di evitare che esse rompano l’equilibrio dei suoi ordinamenti – è costretto a rinunziare ai metodi liberali e democratici, conducendo di pari passo la concentrazione in potentissimi agglomerati statali tanto del dominio politico quanto di uno stretto controllo della vita economica. Anche in questa fase si pongono al movimento operaio due alternative.
Nel campo teorico bisogna affermare che queste forme più strette del dominio di classe del capitalismo costituiscono la necessaria fase più evoluta e moderna che esso percorrerà per arrivare alla fine del suo ciclo ed esaurire le sue possibilità storiche. Esse non sono un transitorio inasprimento di metodi politici e di polizia, dopo il quale si possa e debba ritornare alle forme di pretesa tolleranza liberale.
Nel campo tattico, il quesito se il proletariato debba iniziare una lotta per ricondurre il capitalismo alle sue concessioni liberali e democratiche è falso e illusorio, non essendo più necessario il clima della democrazia politica all’ulteriore incremento delle energie produttive capitalistiche, indispensabile premessa alla economia socialista.
Tale quesito nella prima fase rivoluzionaria borghese non solo era posto dalla storia, ma anche si risolveva in una concomitanza nella lotta delle forze del terzo e quarto stato, e l’alleanza tra le due classi era una indispensabile tappa del cammino verso il socialismo.
Nella seconda fase il quesito di una concomitante azione tra democrazia riformista e partiti operai socialisti andava legittimamente posto, e se la storia ha dato ragione alla soluzione negativa sostenuta dalla sinistra marxista rivoluzionaria contro quella della destra revisionista e riformista, questa, prima delle fatali degenerazioni del 1914-18, non poteva essere definita un movimento conformista. Essa credeva infatti plausibile un giro lento della ruota della storia, non tentava ancora di girarla a rovescio. Sia questo riconosciuto ai Bebel, ai Jaurès, ai Turati.
Nella fase odierna del più avido imperialismo e delle feroci guerre mondiali il quesito di una azione parallela tra la classe proletaria socialista e la democrazia borghese non si pone più storicamente; il sostenerne una risposta affermativa non rappresenta più un’alternativa, una versione, una tendenza del movimento operaio, ma copre il passaggio totale al conformismo conservatore.
La sola alternativa da porre e risolvere è divenuta un’altra. Dato che lo sviluppo e lo svolgimento del mondo e del regime capitalista si attuano nel senso centralistico, totalitario e «fascista», deve il movimento proletario alleare le sue forze con questo movimento, divenuto il solo aspetto riformista dell’ordine e del dominio borghese? Può sperare di inserire il sorgere del socialismo in questo inesorabile avanzare dello statalismo capitalistico, aiutandolo a disperdere le ultime resistenze passatistiche di liberisti e liberali, borghesi conformisti della prima maniera?
Ovvero il movimento proletario, duramente colpito e disperso per non aver potuto, nella fase delle due guerre mondiali, realizzare la sua autonomia dalla pratica della collaborazione di classe, deve ricostituirsi fuori da questo metodo, fuori dalla illusione del ripresentarsi di pacifici ordinamenti borghesi penetrabili con mezzi legali, o più vulnerabili dall’assalto delle masse (due forme, queste, egualmente pericolose del disfattismo di ogni movimento rivoluzionario)?
Il metodo dialettico marxista conduce alla conclusione negativa del quesito dell’alleanza con le nuove moderne forme borghesi accentratrici, per le ragioni che storicamente si svolgono da quelle stesse che conducevano ieri a combattere l’alleanza con il riformismo della fase democratica e pacifista.
Il capitalismo, premessa dialettica del socialismo, non ha più bisogno di essere aiutato a nascere (affermando la sua dittatura rivoluzionaria) né a crescere (nella sua sistemazione liberale e democratica).
Esso inevitabilmente concentra nella fase moderna il suo patrimonio economico e la sua forza politica in unità mostruose.
Il suo trasformismo e il suo riformismo assicurano il suo sviluppo e difendono la sua conservazione al tempo stesso.
Il movimento della classe operaia non soggiacerà al suo dominio solo se si porrà fuori dal terreno dell’aiuto alle pur necessarie evoluzioni del divenire capitalistico, riorganizzando le sue forze fuori da queste prospettive superate, scrollandosi di dosso il peso delle tradizioni del vecchio metodo, denunziando – già con un’intera fase storica di ritardo – il suo concordato tattico con ogni forma di riformismo.
La rivoluzione russa, errori e deviazioni della Terza Internazionale, involuzione del regime proletario russo
All’uscita dalla Prima Guerra Mondiale, il più scottante problema della storia contemporanea passa nella fase attuale: la crisi del regime zarista russo, superstite struttura statale feudale in pieno sviluppo capitalistico.
La posizione della sinistra marxista (Lenin, bolscevichi) era già da molti decenni stabilita nella prospettiva strategica di condurre il combattimento per la dittatura proletaria contemporaneamente a quello di tutte le forze antiassolutistiche per il rovesciamento dell’impero feudale.
La guerra permise di realizzare questo piano grandioso e di concentrare nell’acceleratissimo ciclo di nove mesi il passaggio dal potere della dinastia, dell’aristocrazia e del clero, traverso una parentesi di governi di partiti borghesi democratici, alla dittatura del proletariato.
Le questioni e gli schieramenti mondiali relativi alla lotta di classe, alla guerra per il potere e alla strategia della rivoluzione operaia ricevettero un impulso potentissimo dal grandioso evento.
Nel breve ciclo la strategia e la tattica del partito proletario vissero tutte le fasi: lotta a fianco della borghesia contro il vecchio regime; lotta contro di questa non appena, crollato lo Stato feudale, cercò di costruire il proprio; rottura e lotta contro tutti i partiti riformisti e gradualisti dello stesso movimento operaio, pervenendo al monopolio esclusivo del potere da parte della classe lavoratrice e del partito comunista.
I riflessi storici sul movimento operaio ebbero il carattere di una sconfitta clamorosa per le tendenze revisioniste e collaborazioniste, e in tutti i paesi i partiti proletari furono spinti a portarsi sul terreno della lotta armata per il potere.
Ma false interpretazioni ed applicazioni si ebbero nel trasportare la strategia e la tattica russa negli altri paesi, ove si volle attendere un regime kerenskiano raggiunto con una politica di coalizione per vibrargli con audace conversione il colpo mortale.
Si dimenticò così che quella successione di movimenti era in relazione strettissima con la ritardata nascita dello Stato politico proprio del capitalismo, quale invece esisteva con stabilità di decenni o di qualche secolo negli altri paesi europei, tanto più forte quanto più evidente era la sua struttura giuridica democratico-parlamentare.
Non si vide che le alleanze nelle battaglie insurrezionali tra bolscevichi e non bolscevichi ed anche quelle volte a scongiurare alcuni tentati ritorni della restaurazione feudale erano l’ultimo possibile esempio su scala storica di simili rapporti di forze politiche; che la rivoluzione proletaria, ad esempio, di Germania avrebbe avuto l’andamento tattico di quella russa se fosse uscita, come Marx attendeva, dalla crisi del 1848, mentre nel 1918 poteva riuscire solo se il partito rivoluzionario comunista avesse avuto forze bastevoli a sopraffare il blocco dei Kaiseristi, dei borghesi e dei socialdemocratici al potere nella repubblica di Weimar.
Quando il primo esempio del tipo di governo totalitario borghese si ebbe in Italia col fascismo, la fondamentale falsa impostazione strategica di dare al proletariato la consegna della lotta per la libertà e le garanzie costituzionali nel seno di una coalizione antifascista manifestò il fuorviarsi totale del movimento comunista internazionale dalla giusta strategia rivoluzionaria.
Il confondere Mussolini ed Hitler, riformatori del regime capitalistico nel senso più moderno, con Kornilov o con le forze della restaurazione e della Santa Alleanza del 1815, fu il più grande e rovinoso errore di valutazione e segnò l’abbandono totale del metodo rivoluzionario.
La fase imperialistica, matura economicamente in tutti i paesi moderni, nella sua forma politica fascista apparve ed apparirà con una successione determinata dai contingenti rapporti di forza fra Stato e Stato e tra classe e classe nei vari paesi del mondo.
Tale passaggio poteva essere accolto ancora una volta come un’occasione per assalti rivoluzionari del proletariato; non però nel senso di schierare e dilapidare le forze della sua avanguardia comunista nell’obbiettivo illusorio di arrestare la borghesia nel suo movimento di uscita dalle forme legali con l’assurda rivendicazione del ripristino delle garanzie costituzionali e del sistema parlamentare, ma all’opposto accettando la fine storica di questo strumento dell’oppressione borghese e l’invito alla lotta fuori della legalità per tentare di infrangere tutte le altre impalcature, poliziesche, militari, burocratiche, giuridiche del potere capitalista e dello Stato.
Impostazione attuale del problema della strategia proletaria. Denunzia storica definitiva di ogni fiancheggiamento alle rivendicazioni liberali-democratiche. Soluzione negativa alla tesi del fiancheggiamento delle forze che conducono il capitalismo a svolgere la sua modernissima fase monopolistica in economia, totalitaria e fascista in politica
Il passaggio dei partiti comunisti alla strategia del grande blocco antifascista, esasperato con le parole della collaborazione nazionale nella guerra antitedesca del 1939, dei movimenti partigiani, dei comitati di liberazione nazionale, fino alla vergogna della collaborazione ministeriale, ha segnato la seconda disastrosa disfatta del movimento rivoluzionario mondiale.
Questo non può essere ricostituito, nella teoria nell’organizzazione e nell’azione, senza portarlo fuori e contro quella politica che oggi accomuna i partiti socialisti e quelli comunisti ispirati a Mosca. Il nuovo movimento deve incardinarsi su direttive che siano l’antitesi precisa delle parole diffuse da quei movimenti opportunisti, le cui posizioni – come riesce chiaro alla luce di una critica dialettica – nello stesso tempo sono il segnacolo – a parole – del movimento mondiale che si richiama all’antifascismo, e si inseriscono invece pienamente – di fatto – nel divenire in senso fascista della organizzazione sociale.
Il nuovo movimento rivoluzionario del proletariato, caratteristico della epoca imperialista e fascista, si incardina sulle seguenti direttive:
1) Negazione della prospettiva che, dopo la sconfitta dell’Italia, della Germania e del Giappone, si sia aperta una fase di ritorno generale alla democrazia; affermazione all’opposto che alla fine della guerra si accompagna una trasformazione nel senso e col metodo fascista del governo borghese negli Stati vincitori, anche e soprattutto se vi partecipano partiti riformisti e laburisti. Rifiuto di presentare come rivendicazione interessante la classe proletaria quel ritorno – illusorio – alle forme liberali.
2) Dichiarazione che il regime attuale russo ha perduto i caratteri proletari, parallelamente all’abbandono della politica rivoluzionaria da parte della III Internazionale. Una progressiva involuzione ha condotto le forme economiche, sociali e politiche in Russia a riprendere strutture e caratteri borghesi. Questo processo non viene giudicato come un ritorno a forme pretoriane di tirannide autocratica o preborghese, ma come il raggiungimento, per una diversa via storica, dello stesso tipo di organizzazione sociale progredita presentato dal capitalismo di Stato nei paesi a regime totalitario, e in cui le grandi pianificazioni offrono la via di imponenti sviluppi e danno un potenziale imperialistico elevato. Dinanzi a tale situazione non va presentata quindi la rivendicazione del ritorno della Russia alle forme di democrazia parlamentare interna, in dissoluzione in tutti i paesi moderni, ma quella del risorgere anche in Russia del partito rivoluzionario comunista totalitario.
3) Rifiuto di ogni invito alla solidarietà nazionale delle classi e dei partiti, chiesta ieri per rovesciare i cosidetti regimi totalitari e per combattere gli stati dell’Asse, oggi per la ricostruzione con pratica legalitaria del mondo capitalista rovinato dalla guerra.
4) Rifiuto della manovra e della tattica del fronte unico, ossia dell’invito ai partiti sedicenti socialisti e comunisti, i quali non hanno ormai nulla di proletario, ad uscire dalla coalizione governativa per creare la cosidetta unità proletaria.
5) Lotta a fondo contro ogni crociata ideologica che tenda a mobilitare in fronti patriottici le classi operaie dei diversi paesi nella nuova possibile guerra imperialistica, e chieda loro sia di battersi per una Russia rossa contro il capitalismo anglosassone, sia di appoggiare la democrazia di occidente contro il totalitarismo stalinista, in una guerra presentata come antifascista.
Panorama d'oggi
Gli echi della guerra risuonano ormai sempre più deboli, mentre indirizzi politici e slogan propagandistici assumono forme nuove in ordine alla necessità di sfruttare nel miglior modo un successo, il cui consolidamento è direttamente collegato ai rapporti che si vanno a stabilire fra la classe che ovunque detiene il potere e quella che, sempre più numerosa, fornisce alla prima la materia da cui spremere le stesse possibilità di predominio.
E possiamo aggiungere, ma si badi bene che si tratta soltanto di aspetto diverso di un identico problema, che quel consolidamento è collegato anche al grado di stabilità che si determina nei rapporti tra le grandi potenze per le quali appunto l’avvicendarsi di equilibri e squilibri è la proiezione esterna di un contrasto che preme uniformemente all’interno di ciascuna di esse.
Un contrasto, la cui fondamentale caratteristica è l’insanabilità: oggi la volontà degli Stati può ben volgersi unanime e concorde alla compressione della spinta proletaria; ma questa insanabilità, che gira a velocità sempre maggiore sullo stesso asse del sistema di produzione, trova costantemente una espressione dinamica, quella appunto che ci permette di considerare il suo sbocco fatale. Così, nonostante quella unitaria compressione, che avrebbe dovuto dare ai grandi Stati capitalistici la possibilità di godere un po’ tranquillamente la loro vittoria, essi si ritrovano loro malgrado in una fase di contrasto che nessuna combinazione diplomatica potrà stabilmente risolvere, proprio perché la causa del male è fuori della volontà politica delle gerarchie statali.
Se poi riguardiamo un terzo aspetto, meno importante, del problema — quello del diverso o contrastante atteggiarsi delle correnti politiche all’interno di ciascun paese — dobbiamo tener conto che questo risulta nella sua concretezza dal riflettersi dei due precedenti aspetti; e che esso pure ha, oggettivamente, magari anche al di là della stessa cosciente volontà degli uomini che appaiono i promotori e dirigenti di quei movimenti politici, una sola meta, che è quella di togliere al proletariato la possibilità di esprimersi come classe attraverso il suo partito politico. Non è qui il luogo di indagare compiutamente come ciò avvenga, ma è indispensabile dire almeno che questo processo si svolge indipendentemente dal costante e attuale impedimento poliziesco — proprio degli Stati fascisti — il cui intervento invece può essere maggiore o minore, minacciato da lontano o realizzato da vicino, a seconda dell’equilibrio in cui si trovano i rapporti tra le forze.
Il processo di avviamento delle menti, delle coscienze su un piano rispondente alla conservazione della società costrutta sulle basi del privilegio e del predominio della sempre più esigua, ma maggiormente robusta, classe borghese sul proletariato è oggi in pieno sviluppo proprio attraverso una serie di sconvolgimenti e cambiamenti continui alla superficie del mondo politico che potrebbero far pensare ad un enorme disorientamento e oscillazione degli spiriti tra concezioni e volizioni diverse, in un mondo che manca di guida politica, di guida educativa e nel quale i grandi contrasti di interessi «materiali» avrebbero fatto dimenticare ai dirigenti responsabili l’indirizzo delle masse su basi di solido ordine morale e materiale e di raddrizzamento da un preteso sbandamento politico.
Invece questo disordine, nel senso del disorientamento politico e delle deviazioni delle masse dagli obiettivi voluti dalla borghesia, è puramente apparente e fa parte in realtà di un piano che tende alla conservazione dell’ordine esistente.
E’ perciò normale che il reale sbandamento dell’umanità odierna — che potrebbe trovare la via della sana ripresa nel disordine politico tendente alla costruzione di una società nella quale sparissero i contrasti e perciò anche i riflessi squilibri spirituali — trovi modo di manifestarsi proprio nel dilagare del disordine « umano » e « morale ».
E che il disordine morale esista, è appunto una prova dell’enorme contrasto di classe cui si è giunti, della fondamentale contraddizione verificatasi tra le forze produttive della società, ad un determinato punto del loro sviluppo, e i rapporti di produzione esistenti, nei quali le moderne forme di proprietà, mentre devono necessariamente tendere al continuo aumento della produzione, devono altrettanto necessariamente premere sulla progressiva riduzione delle capacità di consumo delle forze produttrici, provocando così uno sfasamento ed uno squilibrio continuo che si riflettono in tutti gli atteggiamenti umani, ivi compresi quelli che comunemente si dicono spirituali e morali.
Ed è questa in un certo modo anche la riprova dell’ordine che esiste dal punto di vista politico.
«Ordine», evidentemente, nel senso di avviamento della coscienza e della volontà politica delle masse di tutto il mondo su un binario uniforme diretto a volgere in senso controrivoluzionario ogni possibile spinta rivoluzionaria e incardinato su di una piattaforma mondiale i cui fondamentali pilastri sono la formidabile potenza della struttura statale borghese e l’opportunismo dei partiti politici che raccolgono dietro di sé le masse lavoratrici.
Posti in questa luce, i fatti di oggi riescono a prendere le loro giuste dimensioni, a uscire dai significati artefatti e ad apparirci nei loro valori concreti.L’organizzazione della produzione si svolge ormai in forme eminentemente monopolistiche, dove i trusts operano non solo su scala nazionale, ma mondiale, nell’accaparramento di mercati sfruttabili non tanto per il consumo delle merci prodotte — cosa che diviene ogni giorno più difficile a causa della sempre più vasta proletarizzazione e della continua diminuzione di capacita di acquisto da parte di questi strati proletari — quanto piuttosto per l’acquisto di forza-lavoro a basso costo. In conseguenza di ciò non e più soltanto il proprio proletariato nazionale da tenere a bada ma, da parte di quella borghesia che per la sua più potente struttura economica dispone conseguentemente di un più potente strumento statale, anche quello degli altri paesi, siano essi coloniali oppure no.
E’ in tal modo evidente che il passaggio da quella forma statale, che in corrispondenza alla fase liberista dell’economia era portata a concedere una effettiva libertà allo sviluppo di tutta la società e quindi anche alla formazione del partito di classe, all’altra che invece, sia in forma fascista che «democratica», ha la necessità e la capacità — corrispondentemente alla struttura monopolistica dell’economia — di annientare la spinta di classe del proletariato, non importa se con la repressione poliziesca o con l’opportunismo dei partiti « proletari », troverà una sua pratica applicazione anche e soprattutto su scala internazionale.
E gli Stati vincitori non si sono accontentati di mantenere, a questo scopo, in efficienza le loro organizzazioni interne politiche e militari, ma hanno creato un nuovo strumento che potesse essere presentato, con tutti i crismi della legalità e del riconoscimento giuridico universale, come il supremo regolatore della Giustizia in tutto il mondo. L’Organizzazione delle Nazioni Unite è stata così partorita in una serafica atmosfera di libertà, di pace, di bontà, di giustizia concesse a tutti gli uomini di buona volontà e per essi salvaguardate dal Consiglio di Sicurezza e dall’armata internazionale dell’O.N.U.
Disse Roosevelt buonanima che questa armata sarebbe stata impiegata per la repressione di eventuali tentativi bellici di una qualunque nazione, nonché di movimenti tendenti a sovvertire l’ordine economico: più chiaro non poteva evidentemente parlare.
Ora, nello sviluppo della tecnica di repressione del proletariato, questa forma di superstato che è l’O.N.U. è da un lato il riflesso di una situazione economica nella quale i capitali, spostandosi necessariamente da un paese all’altro in cerca di maggior profitto, abbisognano evidentemente di una tutela e di una garanzia che il proprio stato nazionale non può più assicurare loro, e dall’altro l’espressione di un totalitarismo politico che è pronto ad entrare in azione anche nella forma estrema dell’intervento armato là dove le capacità di assoluto predominio della classe borghese dovessero in qualche punto della terra essere minacciate.
Quanto poi alla pretesa funzione anti-guerra dell’ONU, se dopo gli ultimi avvenimenti è probabile che essa appaia ridicola a chiunque non sia interessato ad ingannare altri, secondo una interpretazione marxista non è possibile pensare alla eliminazione di guerre, quando è proprio soltanto attraverso la guerra che ormai il sistema capitalistico può vivere. Ma se l’ONU non deve, e del resto non lo potrebbe, evitare la guerra, essa ha invece un compito molto più importante: quello della regìa della guerra; e là se ne determineranno l’« inquadratura », le condizioni di avviamento e le linee direttive.
I supremi reggitori di questa nuova impalcatura sono poi i soliti Tre Grandi (gli altri due, per il ruolo assolutamente secondario che esercitano in campo economico e politico, converrà considerarli tutt’al più « grandicelli ») che hanno diritto di veto su ogni decisione e il cui giudizio è definitivo e inappellabile: e come, del resto, la giustizia e la libertà universali potrebbero non essere rappresentate dai capi delle tre nazioni economicamente e militarmente più potenti?
La storia non ci ha ancora mostrato un organismo altrettanto autoritario e sopraffattore: esso è veramente la forma più avanzata ed efficace della difesa di classe sul terreno internazionale.
E se particolarmente spassosa, nella sua acuta arguzia, era la voce secondo la quale il cadavere di Mussolini sarebbe stato portato, quale nume tutelare, alla direzione dell’ONU, è invece seriamente constatabile che le forme fasciste hanno trovato in questa Organizzazione la loro migliore e perfezionata espressione.Nel campo delle cosiddette relazioni internazionali occupano molto posto, nella grancassa della propaganda, anche le varie conferenze tra i ministri degli esteri delle grandi potenze, di cui l’ultima si sta svolgendo a Parigi mentre scriviamo: attraverso queste i vice-grandi, sempre in omaggio ai principi di libertà, di autodeterminazione dei popoli ecc. ecc, tentano, senza per ora riuscirci, di dividersi il mondo ripartendolo in altrettante zone su cui si attui più o meno direttamente il loro dominio.
Questa specie di assoluta mancanza di pudore, per cui, a poco tempo di distanza dalla Carta Atlantica che nel bel mezzo della guerra prometteva all’umanità la libertà dal bisogno, dalla paura, nonché quella di religione e di pensiero, e ad ancora minore distanza da altri convegni e appelli pieni tutti di Libertà, Giustizia, Felicità per gli uomini e per i popoli, si marcia oggi verso la distruzione di tutti gli Stati inferiori, amici e nemici, e verso lo sfruttamento più radicale del proletariato, è un’altra prova delle improrogabili necessità economico-politiche che sospingono gli Stati vincitori verso nuovi sbocchi, verso sempre maggiori profitti. E’ prova altresì che essi possono, attraverso sistemi che vanno dalla propaganda alla polizia, all’opportunismo dei partiti pseudo-proletari, rimbecillire a tal punto i loro popoli da costringerli a seguire tranquillamente, magari plaudendo, le più audaci e contrastanti svolte degli atteggiamenti politico-diplomatici.
Il fatto che queste conferenze generalmente falliscano e che i rapporti tra gli Stati vincitori siano spesso notevolmente tesi dimostra quanto grande importanza abbia ormai, nella preparazione di un ulteriore formidabile scacco matto, lo spostamento di alcune pedine a vantaggio dell’uno o dell’altro contendente: una nuova guerra può non essere nelle intenzioni di questo o quell’uomo di governo; essa è però l’unica concreta realtà che oggettivamente determini lo svolgersi di queste conferenze o « relazioni » tra le gerarchie di questi colossali Stati.Ciò che avviene all’interno dei singoli paesi è in funzione delle stesse necessità che abbiamo ora indicato nella loro proiezione internazionale.
Il contrasto tra classe dominante e proletariato è più direttamente evidente; esso si conforma diversamente a seconda dei rapporti di forza esistenti, avuto riguardo sia ai motivi interni che a quelli collegati all’influenza esterna; ma i termini del problema sono gli stessi.
Dal paese economicamente più saldo e indipendente a quelli la cui economia è stata distrutta dalla guerra e dalle conseguenze della sconfitta militare e che si trovano in uno stato di totale soggezione — economica e politica — ai paesi vincitori, ovunque il tratto fondamentale è la necessità, in cui gli organismi statali si trovano, di impedire la costituzione in classe del proletariato; in altre parole, poiché l’esistenza della classe presuppone l’esistenza del partito, di impedire appunto la formazione concreta di un partito che abbia la possibilità di mobilitare su basi di intransigenza rivoluzionaria — le uniche di cui la borghesia possa temere seriamente la minaccia — le masse proletarie.
A impedire ciò, varie sono le armi di cui tutta la struttura statale si serve: essa deve impedirlo e quale che sia il suo atteggiamento formale — di natura fascista o « democratica », tanto per non indicare che i tipi generali e più facilmente riconoscibili, — esso dovrà attuarsi essenzialmente in funzione di questa repressione, di questa negazione di libertà.
Il Presidente del paese ovunque ritenuto il più « democratico » ha proposto circa un mese addietro una legge contro gli scioperi, chiedendo di mobilitare come appartenenti alle forze armate — e per tanto soggetti esclusivamente al codice ed ai regolamenti militari — tutti quegli operai che si fossero astenuti dal lavoro ed ha minacciato l’incarcerazione dei capi delle organizzazioni sindacali promotrici di scioperi.
A questo non si arriva per capriccio, ma soltanto in virtù di un piano politico ed economico che non permette alla nazione — mentre il disagio aumenta e le capacità di consumo dei lavoratori diminuiscono — di incrinare il suo ritmo produttivo, pena la instabilità della sua stessa struttura sociale.
Se il Senato ha respinto la parte della proposta di legge Truman relativa alla militarizzazione, pur lasciandone inalterate tutte le misure restrittive sulla libertà di sciopero, è soltanto perché un equilibrato e approfondito esame di tutta la situazione ha dimostrato che in realtà non esistevano seri pericoli di minaccia e che la repressione « democratica » conservava ancora tutta la sua efficacia come lo prova la natura esclusivamente sindacale, senza ombra di impostazione della lotta sul piano politico, — e pertanto necessariamente fallimentare — dello sciopero dei minatori e dei ferrovieri. La proposta Truman rimaneva più efficace nella sua minaccia che non nell’attuazione.La politica di conservazione è l’attività essenziale dello stato borghese, e evidentemente la sua stessa ragione di vita: perché essa possa essere efficacemente svolta, tutte le possibilità e tutte le risorse vengono costantemente sfruttate.
La caratteristica più importante di questa politica è oggi la penetrazione opportunistica — ideologica e tattica — all’interno dei partiti che raccolgono le masse operaie e il cui programma solo teoricamente è improntato alle massime rivendicazioni di classe.
Quando questa penetrazione — realizzata attraverso l’adozione da parte di quei partiti dell’ideologia democratica e di una tattica tendente alla spartizione coi partiti apertamente borghesi dei posti di governo e di amministrazione — ha dato la reale garanzia che i partiti sedicenti proletari avrebbero ormai necessariamente seguito le esigenze della conservazione, la loro collaborazione è stata non solo accettata, ma ricercata per il ruolo di prim’ordine che essi venivano ad esercitare nel portare al macello il proletariato legato mani e piedi.
E’ la stessa politica che ebbe pieno successo coi partiti della II Internazionale e che oggi ne ha uno altrettanto notevole con quelli aderenti alla ex III: il peso maggiore della responsabilità di questo ritorno delle masse operaie ai programmi ed ai metodi della II Internazionale grava proprio su quella Russia che, agitando demagogicamente la bandiera della rivoluzione del 1917, ha legato ai suoi interessi ormai imperialistici i partiti comunisti di ogni nazione.
Peggio ancora: mentre nella guerra 1914-18 non tutti i partiti socialisti spinsero apertamente il proletariato alla guerra, gli attuali, insieme con quelli comunisti, non hanno esitato un istante a portarlo al recente massacro, aiutando la borghesia a mascherare questa immane lotta di mercati con demagogiche parole di « libertà », « democrazia » ecc.
Oggi ecco comunisti e socialisti francesi collaborare coi partiti borghesi, rafforzare le loro energie indebolite e finalmente, grande parto delle loro sante fatiche, presentare una nuova costituzione che, ahimè troppo « sinistra » per aver continuato una finta ormai non più necessaria lasciando un poco nel vago le affermazioni sul diritto di proprietà e successione, e per aver progettato il sistema unicamerale, viene regolarmente bocciata.
Léon Blum al recente Congresso laburista definiva il Socialismo « lo strumento dell’intelligenza collettiva e della mutua fiducia » per cui, secondo quanto egli dice altrove, « il figlio del fabbro un giorno dovrà poter divenire grande dirigente di industria laddove il figlio del grande industriale dovrà divenire fabbro se non sarà capace che a questo »; e mentre egli mescolava questi onanistici pruriti sentimentali, che altri chiama pensieri elevati, alle sue ricette sui governi tripartiti di coalizione che in Francia proprio nei giorni scorsi hanno dimostrato la loro esplicita funzione, dal canto loro i laburisti, per bocca del ministro Morrison, si affannavano in tono patetico a dimostrare che per il popolo essi avrebbero puntato verso la pianificazione dell’economia e in modo opportuno anche verso la nazionalizzazione di alcune branche dell’economia.
Così, attraverso i piani combinati di questi strateghi del socialismo « umanistico », pianificazione e mutua fiducia diventano luminose conquiste del proletariato.
Nel succedere ai conservatori nella direzione del paese, i laburisti inglesi ne continuano con rinnovato vigore la politica imperialista: Bevin non cessa la politica di Eden nell’accaparramento di nuovi sbocchi, come il salario di un operaio indigeno di un dominio britannico non cessa di essere 1/20 di quello che è pagato nello stesso luogo ad un operaio inglese.In Italia, come in Francia, i cattolici, che alla difesa del privilegio borghese portano il contributo della loro tradizione e della granitica stabilità di quella roccaforte della conservazione che è il binomio Chiesa-Vaticano, hanno raggiunto il primato nella grande gara elezionistica il cui svolgimento e relativi risultati sono oggi, tanto per tenere un linguaggio uniforme e moderno, perfettamente pianificati.
Nell’Italia dell’immediato dopoguerra, piena di miseria e di distruzioni, uscita da una pressione fascista che aveva ingenerato nelle masse operaie uno slancio, sia pure inorganico, verso realizzazioni di natura comunista, si doveva neutralizzare il proletariato con parole d’ordine particolarmente adatte, si doveva far leva prima sull’odio maturato in esso attraverso il flagello della guerra, poi sulle sue speranze di veder sorgere un domani più favorevole.
I partiti comunista e socialista, che godevano la fiducia di queste masse, dovevano finalmente esercitare il loro ruolo principale, quello nel quale non avrebbero potuto essere sostituiti da altri; e il loro lavoro non ha deluso le speranze dei registi di questa grande tragedia, le cui vittime non avrebbero già dovuto ritenersi tali ma, a maggior lustro e vantaggio dei loro strangolatori, credere nella guerra e nell’« antifascismo » come fonti della loro liberazione.
La lotta partigiana — questa lotta che portava i proletari a combattere a vantaggio di un imperialismo contro un altro —, la lotta per la Costituente e quella per la Repubblica, furono i cardini su cui si impostò la neutralizzazione della possibile spinta classista del proletariato.
Ai partiti socialista e comunista il piano di difesa di classe borghese aveva assegnata la parte di primi attori in questa fase che va dalla guerra alle elezioni: ora essi, pur rimanendo sentinelle avanzate per parare eventuali attacchi, passano la consegna a chi in questa fase successiva mostra di avere più solida attrezzatura e più robusto ingranamento internazionale.
Se il « suffragio universale » è una farsa in cui, per il giuoco delle influenze, i voti non possono andare che là dove devono andare e nella quale gli eletti sono precedentemente selezionati in una casta di professionisti della politica, d’altro lato il problema istituzionale — monarchia o repubblica — non contiene altra concreta verità che quella del famoso specchietto per le allodole: « repubblica » è un nome di un certo effetto coreografico per chi non vi è abituato e su cui si poteva ben riuscire a polarizzare la tensione politica, sviandola da più concrete mete. Ed evidentemente il giuoco è riuscito; è riuscito su uno scenario di farsa grottesca, di bisticci in famiglia, di sommi giuristi che non sanno fare una legge, di giudizi alla Pilato della Suprema Corte di Giustizia che, non sapendo come cavarsela, pronunciava i risultati del referendum e scioglieva il grande e trepidante consesso di uomini di stato senza proclamare né repubblica né monarchia. La nascita della repubblica — meta suprema dei nostri partiti « di sinistra » — non poteva mancare della sanzione della magistratura: il supremo appello a quest’organo di somma giustizia, in ogni caso e ovunque valevole e superiore alle miserie dell’uman genere, è sempre stato la sbruffonata più mendace e furfantesca della storia, e il ruolo preciso della magistratura quello della controrivoluzione, che essa esercita con estrema efficacia proprio perché agisce in nome di una Giustizia, che tale in realtà non può essere se non per la classe dominante.
Abbiamo comunque la repubblica e l’abbiamo precisamente perché essa aveva da esercitare un ruolo difensivo di classe che la monarchia non avrebbe potuto rappresentare.
Abbiamo la costituente, dove la grande maggioranza democristiana dimostra ormai l’avvenuto consolidamento formale, pazientemente preparato da comunisti e socialisti, della struttura statale borghese.
Che tutta questa enorme macchina oppressiva e poliziesca, i cui ingranaggi partono dai Tre Grandi e arrivano ai più modesti consigli di gestione aziendali, continui a girare: essa gira verso la sua distruzione.
E se oggi c’è solo un’avanguardia esigua e disprezzata che è capace di gettare in faccia queste verità al gigantesco apparato di menzogna, domani ci sarà un mondo di proletari che riuscirà a schiantare la cappa di piombo sotto cui da secoli, avvilito, vive e muore.
La Russia Sovietica dalla rivoluzione ad oggi
Nella Prima Guerra imperialistica la sfrenata propaganda che voleva condurre alla tregua ed al disarmo degli antagonismi di classe in nome della sacra unità nazionale faceva leva soprattutto sulle caratteristiche di taluni paesi in conflitto, convenzionalmente considerati come avanguardia politica del mondo, e cittadella delle libertà rivoluzionarie.
Il Mussolini, classico esponente di questa tendenza in Italia, si lasciò scuotere nella campagna anti-guerresca dai guaiti social-patrioti: «Lascerete sgozzare la Francia?». E quando annunciò la decisa virata di bordo inneggiò al tradizionale liberalismo inglese, alla Francia delle dieci rivoluzioni e al libero democratico Belgio. Invano si rispose a costoro che, nell’aggruppamento che la propaganda interventista idealizzava, figurava nientemeno che la Russia degli Zar, e che le imprese coloniali delle borghesie inglesi e francesi non erano seconde a quelle tedesche, mentre il piccolo Belgio era il paese dei più spietati negrieri d’Africa.
Nella analoga presentazione della Seconda Guerra imperialistica si è elevato dinanzi alla salda critica di classe di non pochi coscienti gruppi proletari un argomento in apparenza assai più notevole: la presenza, nella alleanza degli imperialisti anglo-sassoni, della Russia sovietica, la Russia di Lenin e della Rivoluzione d’Ottobre, la Russia primo esempio di dittatura rivoluzionaria del proletariato. Non sarebbe questa nuova situazione, definita dalla presenza in uno dei due schieramenti borghesi di uno Stato nel quale il proletariato detiene il potere politico, motivo sufficiente a giustificare la tattica politica di soprassedere alla opposizione ed alla lotta classista, al fine di impedire la vittoria di quel gruppo militare che, sopraffacendo i suoi nemici, avrebbe anche soppresso il potere rivoluzionario nel primo Stato del proletariato?
E questa sostanziale differenza storica non sarebbe così importante da escludere, anche in un’analisi rigorosamente marxistica, il parallelismo fra l’opportunismo social-patriottico e traditore della guerra 1914-1918 ed il recente atteggiamento dei partiti comunisti che, nei paesi alleati, hanno sostenuto con ogni loro forza la guerra antitedesca?
Ad un’obiezione di tal natura non è sufficiente rispondere con una invocazione formale e letterale delle formule storiche dell’internazionalismo classista, della solidarietà dei partiti proletari contro tutte le borghesie in pace e in guerra.
Va ammesso senz’altro, come d’altronde già faceva Lenin nelle tesi del 1916 contro il social-patriottismo, che i marxisti non intendono dire che le guerre siano tutte normalmente uguali, e che i loro esiti, nel senso della prevalenza dell’uno o dell’altro aggruppamento in conflitto, siano indifferenti agli effetti del divenire sociale e del cammino rivoluzionario del proletariato.
La questione è evidentemente più complessa, e va risolta con la capacità critica della coscienza proletaria di scorgere in ciascuna situazione storica concreta, e nella marea delle interpretazioni propagandistiche delle guerre, le linee direttive della interpretazione classista del processo storico.
Occorre quindi un’analisi esauriente del processo svoltosi in Russia per poter eliminare ogni dubbio sulla condanna dell’opportunismo di questi ultimi anni, come non solo simile, ma ancora più grave e deleterio di quello che imperversò nella Prima Guerra imperialistica.
Anzitutto va rilevato che l’argomento di schierare tutta la forza politica internazionale comunista in quel campo nel quale agisce la Russia dei Soviet ha condotto ad attitudini contraddittorie, in quanto nel primo periodo della guerra, dal settembre 1939 al giugno del 1941, la Russia ha svolto una politica di intesa con la Germania hitleriana, e ha realizzato d’accordo con questa la spartizione della Polonia, la cui invasione da parte dei tedeschi era stata proprio il fatto determinante dell’intervento in guerra degli inglesi e dei loro alleati.
L’enorme gravità di questa duplice politica è risultata nel fatto dalla crisi a cui ha condotto il movimento comunista in Francia ed in molti altri paesi, quando i partiti comunisti lavoravano apertamente al disfattismo della guerra antitedesca, provocando le repressioni delle borghesie democratiche per l’accusa di filo-fascismo, e non pochi dei loro capi giunsero a cercare solidale rifugio presso i nazisti.
Con la nuova svolta della guerra, dopo lo scoppio delle ostilità fra Germania e Russia, i partiti comunisti furono costretti a invertire nel modo più brusco la loro politica, passando dal sabotaggio militare alla più smaccata propaganda patriottarda con la parola della guerra al nazismo, pericolo mondiale.
Rovinose furono le conseguenze sull’organizzazione e l’orientamento del proletariato. E tale fase importantissima sarebbe più che sufficiente a revocare in dubbio la posizione politica che invoca l’unione nazionale con gli alleati borghesi dello Stato proletario, e giustificherebbe la corretta impostazione di alcuni gruppi internazionalisti di sinistra, secondo i quali la Russia è tuttora uno Stato prettamente proletario, ma la sua difesa internazionale contro l’imperialismo aggressore è possibile soltanto mediante la lotta di classe rivoluzionaria del proletariato di tutti i paesi contro il loro capitalismo. Ma la stessa tesi che la Russia sia tuttora un regime proletario va esaminata e discussa in una analisi che si rifaccia all’origine del difficile processo percorso dal regime sovietico dalla rivoluzione ad oggi.
I compiti economici della rivoluzione comunista russa. La NEP
Nelle enunciazioni fondamentali della III Internazionale e del bolscevismo leninista non fu mai dissimulato, ma fu ad ogni momento posto in evidenza, che la Russia era uno dei paesi economicamente meno maturi per la rivoluzione socialista, e che la vittoria rivoluzionaria dell’Ottobre 1917, proprio in questo paese arretrato, aveva tanto maggiore importanza in quanto, nello svolgersi internazionale della guerra di classe, doveva aprire la via alla vittoria proletaria dei paesi più progrediti. Solo dopo la vittoria in questi paesi la trasformazione della società russa in senso socialistico avrebbe potuto prendere un ritmo decisivo: Lenin disse anzi che i rivoluzionari russi, dopo aver condotta e vinta la prima grande battaglia della rivoluzione mondiale, sarebbero, in tali ipotesi, passati al secondo posto rispetto al proletariato comunista in Germania, in Inghilterra e in Francia. Gli svolgimenti dell’urto delle forze storiche furono diversi, e se fu ributtato l’assalto controrivoluzionario dato al regime russo dalle guardie bianche, organizzate con ammirevole concordia sia dal militarismo tedesco che dalle democrazie anglo-francesi, risultò d’altra parte impossibile alle forze rivoluzionarie europee conquistare negli anni ardenti dal 1918 al 1920 altre posizioni stabilmente vittoriose.
Nel 1921 Lenin, nell’annunciare quella che fu detta la nuova politica economica (NEP) dei bolscevichi russi, chiarì che molte misure economiche attuate rapidamente dal potere proletario subito dopo la sua costituzione ed il suo consolidamento, non potevano avere che un carattere di «comunismo di guerra», reso possibile e necessario dalla situazione che da un lato era di aperto combattimento contro gli assalti degli eserciti controrivoluzionari, dall’altro era di attentissima attesa degli sviluppi della lotta rivoluzionaria europea.
Chiuso questo primo periodo, il compito costruttivo economico della dittatura politica comunista non si poneva, come si era sperato, dinanzi al quadro del complesso economico europeo con le immense sue risorse capitalistiche-industriali, ma era invece costretto a coordinare i suoi programmi al campo della sola economia russa.
Lenin chiarì che in questa convivevano elementi di tutte le fasi storiche dell’economia, dal primitivo comunismo del mir all’economia patriarcale asiatica, all’economia feudale della servitù della gleba, al più progredito capitalismo dei centri in cui era addensata la grande industria, alle prime forme socialistiche che il potere dei Soviet aveva realizzato.
Poiché si poneva il problema di attendere ulteriormente il divenire rivoluzionario mondiale, occorreva, nel gioco di queste forze complesse, condurre una politica che garantisse la continuazione del potere politico proletario senza rinunzie o abdicazioni, ma che al tempo stesso consentisse la vita materiale della popolazione russa, neutralizzasse le forze avverse nascenti dagli ambienti economici retrogradi, e permettesse di avviare l’industrializzazione dell’economia in misura almeno non inferiore a quel minimo che si sarebbe realizzato anche se la rivoluzione anti-zarista si fosse arrestata alle forme borghesi del potere.
Data l’enorme portata sociale dei piccoli e medi contadini, la NEP dovette determinare un quadro di rapporti, in cui il gran numero delle piccole aziende agricole potesse assicurare una produzione di generi alimentari tale da sopperire ai bisogni del proletariato delle fabbriche e dell’esercito rivoluzionario.
Nel primo periodo di comunismo di guerra si era cercata questa soluzione di compenso al di fuori del sistema mercantile, e si era assicurato l’approvvigionamento delle città con una distribuzione di Stato, come si erano resi non mercantili e gratuiti una serie di servizi amministrati dal potere centrale, dalla casa ai trasporti.
La rivoluzione dové riconoscere che queste conquiste non potevano essere mantenute e fu necessario tollerare, dopo il prelievo di una parte del prodotto rurale (che costituì l’imposta in natura), la libertà di commercio dei residui prodotti e la possibilità per i contadini di trovare sul mercato contro moneta i prodotti manifatturati dell’industria o del superstite artigianato, di cui abbisognavano.
Questo processo, per cui contro alcuni caratteri socialisti della nuova economia (statizzazione delle banche, monopolio del commercio estero, statizzazione delle grandi industrie da parte del proletariato giunto al potere) si lasciava sussistere un largo campo di distribuzione a tipo mercantile, fu definito suggestivamente da Trotzky come l’impiego di un sistema di contabilità capitalistica per registrare i rapporti dell’economia socialista.
Da allora, infatti, anche le aziende industriali, e le poche agrarie dipendenti dall’amministrazione centrale, registrarono le loro entrate e le loro uscite con equivalenti monetari, e furono, prese singolarmente, costrette a organizzarsi in modo da rendere attiva la differenza tra la cifra monetaria dell’entrata e quella dell’uscita, così come fanno le aziende dell’economia privata capitalistica.
Tuttavia, non era possibile a queste aziende accumulare la differenza attiva a formazione di un capitale privato, in quanto tale differenza veniva assorbita dalle casse generali dello Stato.
Non così avveniva, però, per le minute aziende periferiche, non solo rurali, ma anche commerciali, artigiane e di piccola industria. A tali aziende, sia pure sotto lo stretto controllo del potere centrale, che ne conteneva l’espansione entro i limiti fissati da un piano generale, era in realtà consentita l’accumulazione dei loro margini attivi, che conduceva alla formazione di un nuovo capitale, e non era escluso dalla legge sovietica che, sia pure in limiti ridotti, tali aziende potessero avere prestatori d’opera remunerati con salario.
In tale piano, benché non assumessero grande importanza quantitativa, si compresero le cosiddette «concessioni» a capitalisti stranieri cui si consentì all’inizio ed anche in qualche caso notevole nel periodo più recente, sotto precise limitazioni, di aprire in Russia aziende produttive di cui abbisognava l’economia del paese, con la facoltà di esportarne il profitto.
Lenin, Trotzky, ed il partito bolscevico non dissimularono, ma anzi dichiararono sempre apertamente che questo quadro economico anfibio tra elementi capitalistici e socialistici della produzione e della distribuzione consentiva, economicamente, l’accumulazione capitalistica e, socialmente, il formarsi di nuovi ceti con interessi antiproletari, ma si prefiggevano di fronteggiare l’influenza politica di questi col saldo potere del partito e dello Stato operaio, ed allo scopo di guadagnare, evitando la caduta del popolo russo nella carestia economica che avrebbe significato la vittoria della controrivoluzione esterna, gli anni necessari ad attendere la vittoria mondiale del proletariato, per passare alla estirpazione radicale di ogni base sociale capitalistica.
Caratteri capitalistici e socialistici della distribuzione
In realtà, la distribuzione mercantile non può coesistere stabilmente con l’economia socialistica, e la costruzione di questa, pur essendo un lungo processo successivo alla vittoria politica rivoluzionaria, non è possibile se non strappando, quasi giorno per giorno, nuovi campi di attività alla distribuzione anarchica mercantile per sostituirla con la distribuzione organizzata sociale.
Se il capitalismo non è il solo tipo delle economie mercantili, perché aggiunge al semplice mercantilismo i caratteri specifici della concentrazione dei mezzi produttivi e del lavoro associato, non è però possibile sradicare il capitalismo senza sradicare il mercantilismo della distribuzione.
Un banale luogo comune sul marxismo è che questo abbia esaurito tutta la critica della produzione capitalistica delibando appena quella della distribuzione. All’opposto tutta la dottrina del plusvalore e della accumulazione capitalistica riposa sull’analisi e la critica della distribuzione mercantile, e tutta la costruzione del Capitale parte dal fatto monetario e mercantile. Dice Marx: «Nella società capitalistica il danaro diviene capitale, il capitale produce il plusvalore, ed il plusvalore va ad aumentare il capitale». E aggiunge: «Il rapporto ufficiale tra il capitalista e il salariato ha un carattere strettamente mercantile».
Tutta la spiegazione del fenomeno capitalistico prende le mosse dal quesito storico che indaga come mai una quantità di moneta si cambi in un equivalente di merce, tale merce si cambi di nuovo in un equivalente di moneta, e la moneta si trovi aumentata.
Si legge in altro passo del Capitale: «A misura che la produzione mercantile si trasforma in produzione capitalistica, le sue leggi di proprietà si cambiano necessariamente in leggi della appropriazione capitalistica. Grande illusione è perciò quella di Proudhon, che si immagina di poter infrangere il regime del capitale, applicando ad esso le eterne leggi della produzione mercantile».
Finché il prodotto sarà una merce, il produttore sarà uno sfruttato. La formula corrente di socializzazione, ossia di soppressione della proprietà privata dei mezzi di produzione, va innanzi tutto inseparabilmente estesa ai mezzi di scambio, e per questi non si debbono solo intendere i mezzi di materiale trasporto della merce dalle fabbriche ai luoghi di consumo, ma tutta la specifica organizzazione del commercio borghese all’ingrosso e al minuto. In secondo luogo, non si deve confondere socializzazione con statizzazione, in quanto la statizzazione è attuabile perfettamente in regime capitalistico. Lo Stato borghese non espropria ma acquista, contro indennità, grandi aziende private (ferrovie, miniere ed altro) e le gestisce con la stessa tecnica delle aziende capitalistiche private anche se per avventura in qualche caso ne colmi il passivo per motivi politici con altre risorse del suo bilancio. I lavoratori di tali aziende non cessano di essere salariati e sfruttati. La generalizzazione di questo sistema, che, in certo senso, va attuandosi con l’evolversi dell’imperialismo monopolistico, conduce non a una prima forma di socialismo, ma al capitalismo di stato.
Il criterio discriminante per parlare di socialismo parrebbe ridursi a questo: che il potere statizzatore sia non quello della borghesia capitalistica ma quello del proletariato vittorioso. Tuttavia, la vera distinzione è più profonda. Le tesi marxiste secondo cui l’economia determina la politica e il potere politico proletario è la condizione per costruire l’economia socialista, non sono contraddittorie, purché siano esattamente intese nel senso dialettico.
Il criterio discriminante fondamentale è tecnico-economico, benché la discriminazione sulla classe che possiede il potere ne sia una condizione necessaria e pregiudiziale. Le aziende amministrate con criterio capitalistico (anche se di proprietà dello Stato) calcolano la loro entrata e la loro uscita in moneta e regolano tutta la loro dinamica in modo da rendere massima la differenza fra la prima e la seconda, ossia il profitto. Invece le aziende del sistema di economia collettiva non calcolano il loro movimento in moneta, né nel fatto, né ai fini computistici, ma la loro dinamica è regolata dinamicamente insieme a quella di tutte le altre aziende, in modo che diventi massimo non il profitto locale ma il prodotto generale.
Tale calcolo è possibile solo riunendo in un ufficio direttivo generale centrale tutti i dati e gli elementi sulle risorse produttive periferiche, e risolvendo il problema di dedurne la distribuzione delle materie prime, dei macchinari, delle forze lavorative, ecc. tra i vari settori e le varie aziende. Esisterebbe nell’economia di un paese, ad esempio della Russia, una zona di produzione proletaria e socialistica, se questo meccanismo fosse attuato almeno per un gruppo di aziende, ad esempio per l’industria meccanica, od almeno se i lavoratori di queste aziende non ricevessero più salario in moneta, ma l’assegnazione possibilmente non contingentata di tutti i beni di consumo di cui abbisognano.
Questo concetto dell’economia avvenire non solo non può apparire poco concreto, ma sta in totale coerenza col contenuto della critica demolitrice che il marxismo ha applicato all’economia presente. Il regime economico borghese, infatti, viene accusato e condannato non pel fatto bruto del consumo di tutto il profitto delle aziende da parte della minoranza padronale, che in sostanza costituirebbe una lieve sperequazione distributiva sociale, ma invece per lo sperpero cento volte maggiore di forze produttive, che deriva appunto dal tendere tutta la presente impalcatura economica e sociale ad assicurare e garantire il profitto privato e non il prodotto sociale. Vi è di più: nella critica economica di Marx è mostrato che se il capitalista consumasse tutto il prodotto e non soltanto una parte, si avrebbe una accumulazione costante e non progressiva di capitale, ed una meno rapida esasperazione dello sfruttamento di classe. «Astenendosi» dal consumare tutto, il capitalista diventa ancor più sfruttatore. Se anche non consumasse nulla, sopravviverebbero lo stesso il carattere di classe dell’economia borghese e l’oppressione dei lavoratori. Sono anche classici gli esempi estremi di distruzione di prodotto ai soli fini di provocare rincaro di prezzi e aumento di margine di profitto. La produzione di guerra nell’epoca attuale dell’imperialismo costituisce un vero saturnale nel metodo capitalistico, per cui il fine non è il consumo umano, ma la produzione speculativa, e l’economia ideale è quella che distrugge freneticamente masse favolose di prodotti, nel quadro della generale indigenza della maggioranza dei consumatori.
Non è soluzione socialista, totale o parziale, la confisca del profitto e la sua distribuzione più o meno ugualitaria ai lavoratori della singola azienda (cooperazione, associazionismo, azionariato sociale) come non è socialismo la distribuzione di esso a tutti i cittadini, ammesso pure che lo Stato, anziché essere nelle mani di classi minoritarie, sia passato nelle mani del proletariato: questo è pur sempre capitalismo di stato. Carattere discriminante delle realizzazioni socialiste nell’economia (le quali sono possibili soltanto in regime di dittatura del proletariato e necessariamente invadono soltanto l’uno dopo l’altro e in un processo prolungato i vari settori economici) è lo svincolamento di una massa di forze produttive dal meccanismo monetario mercantile e la loro organizzazione in funzione del più alto rendimento del prodotto reso sociale. Una tale economia socialista è di necessità pianificata, ma la sua pianificazione si impone per evidenza tecnica e scientifica, che si potrebbe dire matematica, in una fase storica più matura ed ulteriore rispetto a quella, preliminarmente indispensabile, degli interventi dispotici della politica rivoluzionaria nel corpo malato della vecchia economia dello sfruttamento.
Statizzazione e socialismo
All’opposto, non ogni economia pianificata è economia socialistica, giustificata o meno che sia dalle esigenze militari o da quelle della ricostituzione di risorse distrutte. Un capitalismo privato ed un capitalismo di stato son ben suscettibili di esperimenti di economia pianificata; ed è anzi questo il senso economico dei regimi fascisti.
Tra statizzazione delle aziende e socializzazione dell’economia vi è quindi una differenza talmente sostanziale, che non solo in tempo di potere borghese esse sono in aperta antitesi, ma anche dopo il passaggio del potere al proletariato rivoluzionario non coincidono automaticamente, bensì soltanto nella misura in cui la soppressione della proprietà privata delle aziende si accompagna a quella del meccanismo privato e mercantile di organizzazione dell’azienda e di distribuzione.
Lo Stato è indispensabile alla rivoluzione proletaria come arma politica, ma non come base della futura economia. La dittatura è per il proletariato lo strumento della rivoluzione proprio in quanto la classe vincitrice, trovandosi dinanzi ai tentativi di rivincita degli sconfitti elementi delle vecchie classi dominanti, ed alle stesse influenze che il caduto regime si era assicurato sulle classi oppresse coi mille suoi istituti (dalla scuola alla stampa, alla propaganda della radio e degli spettacoli, agli inquadramenti molteplici della gioventù – forze tutte non di emancipazione ma di conservazione), si trova nella necessità di avere una guardia armata, una polizia di classe, degli istituti di repressione, delle carceri per debellare e colpire i conati controrivoluzionari. Tale apparato attua quegli interventi nell’economia che Marx non esitò a definire dispotici, e che valgono a fare a pezzi i vincoli con cui il vinto ordinamento borghese comprimeva e tiranneggiava, ai fini del suo sfruttamento, le prorompenti forze economiche.
Visto il compito economico della rivoluzione non nel suo lato negativo, di rottura di vecchi involucri e di tradizionali catene, ma nel suo compito costruttivo, già la funzione dello Stato, che è altrettanto inevitabile e indispensabile quanto passeggera e transitoria nell’ambito del divenire storico, comincia a perdere il suo contenuto, come dovrà perderlo del tutto, o almeno tendere al limite dello svuotamento totale, a mano a mano che scompariranno le resistenze dei vecchi regimi e le sopravvivenze dell’antica economia.
Il sistema economico che in un lungo e difficile processo sarà sostituito a quello capitalistico non deve intendersi come il maneggio arbitrario da parte di un centro di autorità statale di qualunque ramificazione periferica dell’attività economica. Esso avrà il carattere del lavoro sociale e non soltanto associato, di un sistema di coordinamento tecnico ed amministrativo della produzione e della distribuzione su basi strettamente razionali e scientifiche, pianificato su direttive unitarie e centralizzato nel senso che un sicuro collegamento ad organi di compenso segua tutti gli atti dell’economia.
Apparato statale e regime proletario. La burocrazia sovietica
Nel campo dei riflessi sociali, in una realizzazione a definito carattere proletario non dovrà determinarsi la contrapposizione fra un organismo di stato, che impieghi un grande numero di agenti formanti una gerarchia burocratica con trattamento privilegiato, e tutto l’organismo esteriore delle aziende economiche, in cui prestano la loro opera i lavoratori di tutte le branche, con soggezione del secondo al primo.
Già la Comune di Parigi, come Lenin rilevò, mise in luce tale esigenza quando proclamò la revocabilità in ogni momento dei pubblici funzionari e ne adeguò il trattamento a quello dell’operaio: ciò che del resto era stato realizzato nella prima costituzione sovietica.
Introdottasi per necessità storica nel divenire della trasformazione economica una fase di attesa e contr’ondata, era inevitabile che lo stato proletario minacciasse di trasformarsi da elastico organismo di combattimento rivoluzionario in pesante apparato di burocrazia privilegiata.
Ed infatti, mentre la registrazione a tipo capitalistico obbliga le aziende periferiche a contenere i salari corrisposti ai dipendenti, non vi è uguale freno nella retribuzione della burocrazia statale.
Questo pericolo, già intravisto sin dall’inizio, andava combattuto nel campo politico e in quello sociale.
Nel campo politico dovevano servire le potenti tradizioni del partito bolscevico e il suo rigoroso apparato di stato. Ma il rapporto di influenza andò invertendosi, e gli allarmi che gruppi del partito dettero nei congressi nazionali e internazionali vennero messi a tacere e repressi in nome della disciplina e dell’unità, in realtà con mezzi che rivelavano il prevalere della nuova impalcatura burocratica su quella vitale di partito. Tali mezzi furono esattamente caratterizzati dall’opposizione dei trotzkisti, allorché essi denunziarono i procedimenti per cui misure statali colpivano i compagni che, nel seno del partito, esprimevano critiche all’indirizzo della politica generale.
Tale inversione di influenza, per cui il partito cessava di essere l’organo della dittatura di classe, fu più manifesta quando, ridotte al silenzio le opposizioni, la dirigenza del partito, dopo il decisivo dissidio tra Stalin e Trotzky, abbandonò apertamente la piattaforma leninista, dichiarando che la politica economica interna non si basava sulla necessità di attendere la rivoluzione internazionale, ma sarebbe consistita nel costruire il socialismo nella sola Russia indipendentemente dalla rivoluzione mondiale.
Sempre sotto l’aspetto politico, il fenomeno si aggravò con l’aperta persecuzione ai più provati vecchi bolscevichi, schieratisi contro la politica dominante, che vennero – capi e gregari – perseguitati, processati, giustiziati, diffamati come agenti controrivoluzionari, spingendo l’audacissima falsificazione sino a sostenere che essi avevano agito in tale qualità già negli anni in cui in piena collaborazione con Lenin avevano diretto la rivoluzione nelle fasi decisive, con l’adesione e il consenso di tutti i comunisti, compresi Stalin e gli stalinisti di oggi.
L’illusione della costruzione del socialismo in un solo paese
Nel campo sociale è palese che, abbandonata la prospettiva di segnare il passo per attendere la rivoluzione all’estero e di destinare le massime energie del partito e dell’Internazionale a tale scopo, la pretesa progressiva costruzione del socialismo in un solo paese costituiva in realtà, e per tappe successive, una involuzione nella quale le forme private dell’economia risorgevano l’una dopo l’altra e rioccupavano campi già conquistati all’economia proletaria.
Consentita sin dal 1921 l’autonomia delle piccole aziende agrarie e la possibilità di accumulazione di moneta, di risparmi privati, di depositi in banca, non si poté più lottare efficacemente contro l’arricchimento di taluni ceti contadini, pure ostentando politicamente di combatterne l’influenza.
Si svolsero imponenti piani di industrializzazione, raggiungendo e poi superando il livello produttivo della Russia di anteguerra; ma non è questa una caratteristica socialista, poiché, abbattuto con lo zarismo il predominio dell’aristocrazia terriera, anche un regime borghese e kerenskiano avrebbe dato adito, forse anche maggiore, alla industrializzazione dell’economia russa a cui offrivano ottime condizioni la ricchezza del paese in materie prime e mano d’opera.
Nel campo dell’agricoltura, le aziende agrarie collettive (che ebbero larga diffusione assorbendo molti piccoli contadini, tra cui evidentemente quelli rovinati dall’accumulazione a favore dei più ricchi) non solo non costituiscono una forma di economia collettivizzata, ma nemmeno di economia statale, essendo in fondo semplici cooperative di coltivazione della terra, analoghe a quelle che possono esistere e che esistono in regime borghese, e la cui generalizzazione non costituisce una direttiva economica comunista, ma si riduce al programma delle democrazie borghesi, mazziniane o cattoliche che siano, programma realizzato praticamente in regime capitalistico, come per esempio nelle fattorie collettive di Palestina. Il programma comunista non consiste nell’identificare i prestatori di lavoro coi padroni dell’azienda, ma consiste nel sopprimere il padronato, il trattamento della forza lavoro come una merce, e l’estorsione del plusvalore, che si verifica sempre quando l’azienda vede le sue attività amministrate col sistema monetario mercantile, sia che il suo titolare giuridico sia un privato, una società di privati, lo Stato, o anche l’associazione di tutti i dipendenti dell’azienda.
La stessa legislazione sociale e politica ha subito una serie di trasformazioni che hanno seguito l’involuzione dell’economia. Il diritto ereditario è stato ristabilito, in quanto ciascuno può trasmettere le sue proprietà (mobili, opere d’arte, case di villeggiatura, contanti, depositi in banca, titoli governativi) a chi meglio crede; mentre in origine tutto veniva avocato allo Stato. Le scuole non sono più tutte gratuite, ma quelle superiori sono a pagamento ed alla portata delle famiglie privilegiate, salvo poche borse di studio concesse a concorso, come nei paesi borghesi.
Radicalmente mutati sono, a parte i problemi internazionali e le alleanze di guerra coi paesi capitalistici, a volta fascisti a volta antifascisti o sedicenti tali, i rapporti con la chiesa, e la stessa costituzione elettorale, che ormai, senza porre certamente in pericolo il dominio della burocrazia centrale, ammette alla parità giuridica ed al suffragio universale segreto i cittadini di ogni classe, sicché anche teoricamente non deve più parlarsi di dittatura del proletariato.
Nella pratica realtà si è distrutto un altro dei criteri distintivi attribuiti da Lenin all’apparato dello Stato operaio, ossia la indissolubilità della funzione esecutiva e di quella legislativa in tutti gli strati delle rappresentanze sovietiche, dalle piccole unità periferiche al centro supremo. Tale carattere differenzia sostanzialmente il sistema di governo della classe operaia da quello della democrazia borghese, nella quale la delega elettorale, gabellata giuridicamente come cardine della sovranità di ogni cittadino, per cui lo Stato sarebbe il servo del popolo, costituisce tanto nella sostanza che nella forma una totale spoliazione di potere, poiché l’elettore, deposta la scheda, diventa passivo essendo tutto il potere passato nelle mani dello Stato poliziotto ed avendo solo questo possibilità esecutive.
Né può dirsi che la dittatura del proletariato sia venuta a rendersi inutile per la inesistenza di una classe borghese e privilegiata, in quanto la classe sfruttatrice del proletariato russo, che forse in un non lontano domani potrà comparire alla luce del sole nell’interno dello stesso paese, oggi è costituita da due forze storicamente evidenti, il capitalismo internazionale e la stessa oligarchia burocratica interna dominante, sulla quale appoggiano contadini, mercanti, speculatori arricchiti, ed intellettuali pronti a propiziarsi il più potente.
Il rapporto economico col capitalismo estero ha questi caratteri: lo Stato proletario aveva proclamato dal primo momento e mantenuto il monopolio del commercio estero; il che vuol dire che non è possibile in Russia che un privato accumuli capitali collocando sul mercato internazionale merce russa e viceversa. A questi scambi presiede lo Stato, esso solo ne tratta e accetta le condizioni, e ne riceve il beneficio o la perdita. Se lo Stato proletario è politicamente forte, se nei paesi borghesi è forte la minaccia degli strati sociali politicamente solidali con esso, e se l’economia interna non è in grave crisi, le condizioni di scambio internazionali potranno essere favorevoli, nel caso opposto saranno sfavorevoli. Dovendosi valutare in danaro le merci entrate ed uscite, e avendo dovuto lo Stato operaio con la transitoria misura della statizzazione delle banche darsi una moneta commerciabile sui mercati internazionali, ogni volta che esso avrà bisogno inderogabile di prodotti esteri per integrare la sua economia, dovrà accettare una perdita nel rapporto monetario delle merci cedute e delle merci ricevute. Tale differenza vale una differenza delle forze lavorative, il cui prodotto viene passato a beneficio del capitale estero industriale e commerciale, sicché l’operaio che lavora in Russia apparentemente senza padroni cede un plusvalore allo sfruttamento estero, e non si è liberato del dominio borghese.
Quanto al rapporto fra burocrazia di stato ed economia interna, quando il sistema mercantile sopravvive e si dilata ogni giorno (come vantano le stesse statistiche ufficiali russe del risparmio e del volume degli affari), è inevitabile che la burocrazia si muova in una sfera di privilegio economico, e prenda a mano a mano le caratteristiche di un ceto padronale.
Nei paesi borghesi, i fenomeni dell’imperialismo (parassitismo capitalistico, monopolismo, concentrazione finanziaria, controllo centrale degli indici economici) conducono ogni giorno, come a quella che è una delle caratteristiche del fascismo, ad una osmosi tra burocrazia di stato e classe del padronato.
La speculazione periferica e di iniziativa privata vive benissimo tra gli schemi e i limiti del controllo statale, purché faccia larga parte del suo profitto agli agenti della burocrazia di stato, che amministrano concessioni, permessi e deroghe. Questo è un fatto economico-sociale generale, per quanto la banalità delle democrazie antifasciste, non meno aperte nelle loro gerarchie alla corruzione, lo definisca con enfasi filistea come un fatto di ordine morale e criminale.
Per via storica diametralmente opposta, un rapporto analogo si è inevitabilmente stabilito in Russia, in quanto il capitalismo monetario privato, appunto perché impedito in ogni senso dall’investirsi palesemente in diretta gestione di mezzi di produzione, trova vantaggio ad aprirsi campi di speculazione retribuendo in forme più o meno illecite o illegali gli enti onnipotenti della burocrazia di stato, che vigilano i vari settori dell’economia.
Questo rapporto, per cui la massa delle classi non abbienti lavoratrici ha purtroppo trovato nuovi padroni sfruttatori, è stato aggravato dalla guerra, non solo in quanto le enormi spese di questa hanno inghiottito una parte enorme della produzione, ma in quanto le esigenze di rifornimento bellico hanno enormemente indebitato lo Stato russo verso i suoi alleati capitalistici. Gli interessi e l’ammortamento di questo debito saranno pagati dal lavoro proletario, in quanto la Russia di oggi non potrà sconfessare il debito da affitto e prestito verso gli alleati, come sconfessò nel 1917 quello verso gli Stati borghesi, allora tutti suoi nemici. E non lo potrà perché necessariamente avrà bisogno di altri affitti e prestiti dal capitale estero, per l’opera enorme della ricostruzione dei suoi territori devastati e di quelli stessi che la borghesia estera è larga a concederle per soddisfare il nuovo spirito nazionalistico e imperiale, e che non sono territori sfruttabili, ma zone devastate dal flagello della guerra, che il dominante capitalismo d’America ha veduto imperversare su possessi non suoi.
La involuzione dei caratteri proletari del regime russo
Quali caratteri dunque della sua economia autorizzano oggi a considerare la Russia un regime proletario?
Le ragioni politiche ed internazionali possono certo far considerare come regime politico proletario quello che sia anche soltanto sulla via che conduce dall’economia privata a quella socialistica, e che della seconda abbia realizzato anche soltanto parte dei capisaldi. Ma quando in qualunque settore dell’economia, anche il più progredito, come la grande industria, mancano caratteristiche sociali proletarie, il quesito si risolve in senso negativo.
Per non parlare del piccolo contadino, del piccolo artigiano, del piccolo commerciante e, peggio, dei dipendenti di costoro, in quali rapporti di economia non capitalistica si trova l’operaio della fabbrica russa? Egli, come l’operaio dei paesi borghesi, non dispone dei prodotti del suo lavoro (rapporto sociale proprio della produzione capitalistica, in quanto superò quella artigiana, e che persiste nel regime socialista) e non cessa dall’essere retribuito con moneta, mediante la quale deve acquistare i prodotti necessari al suo consumo. Il suo tenore di vita è limitato ed egli non vede i suoi prodotti divenuti prodotto sociale anziché merce capitalistica; resta un venditore di forza-lavoro, ed una parte di questa gli viene sottratta a beneficio del capitalismo di tutti i paesi.
La situazione, divenuta permanente, dell’isolamento economico della Russia per la pretesa costruzione del socialismo, ha avuto per conseguenza il dilagare del fenomeno militarista, che, insieme a forme esteriori di pieno stile borghese patriottico e nazionalista, rappresenta un colossale inevitabile peso economico sullo sforzo delle classi produttrici. I piani per industrializzare la Russia, indirizzando i quattro quinti di questa industrializzazione al potenziamento delle armate per vere e proprie conquiste imperialistiche, ha sottoposto il lavoratore delle fabbriche ad uno sforzo spasmodico. Il cosiddetto «stakhanovismo» con le sue gare di rendimento ed i suoi premi agli operai che accumulano maggior prodotto, è l’equivalente dei sistemi «scientifici» borghesi di organizzazione del lavoro, tendenti ad estorcere all’operaio fin le ultime briciole della sua forza lavorativa; e si svolge nel senso opposto a quello del collettivismo economico che deve eliminare la tensione dello sforzo lavorativo, riducendo progressivamente tempi di lavoro ed intensità di impegno fisico e nervoso dell’operaio, in modo che il lavoro cessi di essere una condanna e diventi una contribuzione sociale tanto necessaria alla collettività, quanto utile a ciascun individuo. Attraverso le sferzate sia pure propagandistiche, tendenti a raggiungere i massimi di rendimento lavorativo, la grande massa ricade in una più severa erogazione di sopra-lavoro, ed i pochi prescelti o premiati acquistano la psicologia conservatrice di una aristocrazia operaia.
Il carattere di salariato del lavoratore russo viene implicitamente riconosciuto in quanto è ammessa l’organizzazione sindacale degli operai che dipendono dalle fabbriche statizzate, il che non avrebbe nessun senso in un settore di economia socialista, in cui non ci sono interessi economici antipadronali da sostenere, e nemmeno differenza di interessi da categoria a categoria. Viceversa, questi sindacati non hanno neanche la possibilità di rivendicare miglioramenti di salario ed altri benefici, in quanto sono assorbiti ed inquadrati nell’impalcatura burocratica statale, che detta loro gerarchicamente le condizioni di trattamento degli operai, secondo lo stesso indirizzo che prevale nei paesi capitalistici.
Lo stakhanovismo con l’intensificato sfruttamento delle forze di lavoro, in una situazione in cui sono impossibili le conquiste sindacali, ha determinato perfino violente reazioni dei lavoratori, che, come dimostrano i numerosi processi dell’epoca 1933-’36, hanno fatto ricorso al primordiale metodo di sabotare le macchine.
La definizione dell’economia russa attuale, in conclusione, non è quella di socialismo, ma di un vasto e potente capitalismo di stato, con distribuzione di tipo privato e mercantile, limitata da controlli in tutti i campi dell’apparato burocratico centrale, e da contingentamento di guerra, ed ha dunque caratteri convergenti, malgrado che molta distanza resti da colmare da ambo le parti, con quelli della moderna economia mondiale di interventismo statale dei grandi paesi borghesi. Il modello più razionale del punto di convergenza di queste economie è quello realizzato in Germania dal nazional-socialismo, che, in pace e in guerra, ha fornito un altissimo rendimento nella utilizzazione di tutte le energie.
Il processo degenerativo ed involutivo di trasformazione della Russia sovietica dal regime proletario dei primi anni al capitalismo di stato attuale, pone e risolve un originale e importante problema storico, nuovo per le applicazioni della teoria marxista.
La dottrina marxista stabilì le caratteristiche del modo univoco con cui la rivoluzione proletaria può vincere: e la storia le ha confermate. Il proletariato può giungere alla sua emancipazione soltanto con la rottura violenta di tutti i rapporti dell’ordine capitalistico, e la attua prima conquistando il potere politico e poi impiegandolo a spezzare le multiformi resistenze che il vecchio ordine opponeva al sorgere della società socialista. Per quali vie può invece svolgersi il processo opposto, quello che mena alla sconfitta della rivoluzione proletaria?
Prima del 1920 non mancavano gli esempi di caduta delle rivoluzioni operaie, dalla Comune di Parigi all’Ungheria, alla Baviera ecc., ma sempre col prevalere di un’azione armata delle forze controrivoluzionarie borghesi, che abbattevano il nascente Stato proletario, ne massacravano i difensori e restauravano le vecchie istituzioni. Anche le rivoluzioni della borghesia presentarono esempi di ritorni e restaurazioni reazionarie, il più delle volte con aperte azioni armate, o attraverso la sconfitta nelle guerre.
Il divenire internazionale del capitalismo, e la potenza delle sue forme di sviluppo hanno fatto sì che non abbiamo esempi di restaurazione definitiva del regime politico pre-borghese e feudalistico, in quanto nuove rivoluzioni successero alle restaurazioni legittimistiche, e gli stessi paesi feudali vincitori nelle guerre furono successivamente teatro di rivoluzioni in senso capitalistico.
Per quanto invece riguarda il regime proletario russo, si deve concludere che esso, salvatosi gloriosamente dai tremendi assalti delle forze controrivoluzionarie del capitalismo, ha soggiaciuto ad un’altra forma storica di sconfitta, non rapida e violenta, non col carattere brusco della controrivoluzione armata ed accompagnata da repentino mutamento della gerarchia statale, ma attraverso un lungo periodo di involuzione, che ha progressivamente distrutto le caratteristiche e le conquiste rivoluzionarie.
Questo secondo tipo di sconfitta rivoluzionaria del proletariato dopo l’arrivo al potere è stata possibile per la concomitanza di vari fattori: 1°) l’efficienza di classe della borghesia capitalistica e dei suoi Stati che, sebbene scossi da crisi tremende, hanno, nello scontro delle forze internazionali, impedito alla classe operaia di occupare il potere nei paesi industrialmente più avanzati. 2°) La collaborazione controrivoluzionaria con la borghesia da parte degli opportunisti social-democratici che, dopo la più feroce campagna contro il sovietismo russo, giustamente nell’attuale sua forma involutiva lo accolgono come alleato. 3°) La dispersione del movimento politico proletario dell’Internazionale comunista, in relazione alla controffensiva della reazione capitalistica e alla immaturità dimostrata nel non saper svolgere in risposta ad essa una politica di potente e parallelo attacco contro le forze borghesi cosiddette di destra e di sinistra.
Il neo-opportunismo di guerra
Uno degli aspetti più disastrosi della via seguita nel suo disfacimento dalla rivoluzione proletaria russa sta nella possibilità per il neo-opportunismo di seguitare a sfruttare i simboli e le tradizioni esteriori della vittoriosa rivoluzione che, dopo il 1917, sollevò l’ondata travolgente di entusiasmo del proletariato più avanzato di tutti i paesi, presentandogli nella potente realtà della storia la visione del suo processo di emancipazione, che fino ad allora era stato soltanto aspirazione teorica e critica.
I dirigenti dell’impalcatura statale russa parlano ancora, malgrado l’enorme mutamento da essa subito, nel nome della Rivoluzione d’Ottobre, del bolscevismo, del leninismo, adoperano gli emblemi, i simboli e le bandiere che tanto parlarono negli anni dell’avanzata agli animi generosi dei proletari. Una delle più efficaci chiavi manovrate dal neo-opportunismo è stata la suggestione delle vittorie dell’esercito russo, lo stesso di Lenin e di Trotzky, quello che sconfisse Wrangel, Kolciak, Denikin, Judenic, i campioni della reazione capitalistica tedesca e anglo-francese, zarista, militarista, democratica, e social-democratica. Anche giungendo a condannare talune direttive politiche ed economiche dei capi della Russia di oggi, i gruppi proletari hanno sperato che, nella scia delle avanzate delle truppe sovietiche, passasse, ritornando sui campi di Europa, la rivoluzione socialista.
Più che l’analisi critica, i fatti demoliranno e già demoliscono tale illusione. La solidarietà degli organi statali russi con quelli degli altri Stati vincitori in merito all’organizzazione politica e sociale del dopoguerra appare completa ed incondizionata, come lo è la fiducia dei borghesi anglo-americani nell’innocuità rivoluzionaria del regime di Stalin. Le difficoltà e i contrasti che insorgono fra i due gruppi sono evidentemente dovuti a rivalità nella spartizione imperialistica del bottino della vittoria.
Lo Stato rivoluzionario può avere un esercito di classe o di partito, che combatta per coscienza politica, a differenza degli eserciti borghesi, in cui un meccanismo onnipossente toglie all’azione del singolo combattente qualunque contributo di adesione volontaria o spirituale per ridurlo ad un pezzo passivo di una mostruosa macchina di distruzione, ma può averlo solo a condizione che la impostazione di classe e rivoluzionaria della coscienza dei lavoratori combattenti sia alimentata dal pienissimo svolgimento della politica classista e internazionalista del partito che ha condotto la rivoluzione e tiene sulla linea integrale delle sue tradizioni lo Stato e l’esercito.
Queste armate di combattenti non si dovranno gettare su di un popolo nemico, né tanto meno prestarsi ad inquadrare e controllare popoli che si dicono liberati, ma dovranno suscitare ad ogni passo della loro avanzata la guerra di classe degli sfruttati contro gli oppressori. Questo non è più possibile oggi che le tradizioni di dottrina e di azione del partito bolscevico sono state spezzate, oggi che l’Internazionale rivoluzionaria progressivamente snaturata è stata ingloriosamente liquidata, e i suoi relitti posti a servizio della politica borghese.
Il proletariato rivoluzionario, pur con uno sforzo doloroso, deve dichiarare che le vittorie militari degli eserciti russi non hanno il significato e l’effetto di vittorie della rivoluzione.
L’apparato militare, diretta emanazione dell’apparato di stato, di cui esegue le disposizioni nel modo più squisitamente e immediatamente meccanico, è una forza storica agente nello stesso senso di quella impersonata dallo Stato politico. Non avendo più lo Stato russo il carattere di regime politico del proletariato, l’immensa forza espressa dalle armate della Russia odierna non è storicamente applicata nella direzione della rivoluzione proletaria, ma collabora senza contrasto di natura classista con le forze militari dei più grandi Stati del capitalismo, in un piano mondiale di finalità conservatrici.
Le cause reali e non formali della degenerazione del regime russo
Questo bilancio economico, politico e militare dell’azione della Russia nel decisivo momento storico ora esaminato è certamente l’opposto di quanto ha per lunghi anni atteso la classe lavoratrice mondiale. Mentre i rivoluzionari non devono assolutamente tacere la gravità di una simile situazione, la critica di essa non deve però essere volta nel senso di una condanna a gruppi ed a uomini la cui deprecata azione avrebbe condotto a questi dolorosi risultati. Le cause di essi sono così profonde e vaste, che non si possono ridurre ad errori di applicazione delle giuste direttive negli organismi statali e di polizia della Russia dei Soviet, né si possono liquidare con la condanna morale di Stalin e della sua cricca.
Se la rivoluzione mondiale avesse marciato innanzi, nello Stato e nel partito russo avrebbero prevalso le direttive ed i gruppi comunisti; la situazione contraria ha fatto prevalere i gruppi opportunisti.
Nessuna ricetta organizzativa poteva evitarlo, e tanto meno quella, da molte parti invocata, di una «vera» democrazia negli organi sovietici e nei ranghi del partito comunista. Il sistema elettorale maggioritario, che non ha alcun serio valore nella società borghese, non ne ha neppure nel seno degli organi proletari. Vi sono situazioni – e la più classica fu quella del 1917 – in cui la minoranza del partito contro la maggioranza impone la giusta politica, come sostenne nel Comitato Centrale il solo Lenin contro tutti, Stalin compreso.
La soluzione della democrazia interna conduce alle frasi banali che il socialismo è democrazia, e porta a ricadere nella condanna del concetto basilare della dittatura rivoluzionaria, per cui nei momenti decisivi della storia gli eventi più fecondi divengono contro il parere e la resistenza dei più, oltreché contro l’interesse oppressivo dei pochissimi.
Il potere socialista del proletariato, una volta costituito, dovrà la sua stabilità non ad una profilassi di difesa a tipo morale o giuridico, contro gli egoisti, gli ambiziosi, i prepotenti che, per libidine di privilegio e di dominio, riescono a ricostituire nuovi rapporti di sfruttamento. Mentre la dittatura politica proletaria servirà a spezzare il ritorno dei vecchi ceti privilegiati, il sorgere di nuovi sfruttatori sarà impedito dal divenire dell’economia socialista, in quanto questa progressivamente esclude anche in gruppi ristretti il bisogno e l’interesse di realizzare nuovi rapporti di dipendenza economica.
Così lo schiavismo non scomparì per il fatto che nella coscienza morale generale la fede cristiana avesse condannato l’abbassamento della persona umana al grado di una merce, ma perché quel rapporto di sfruttamento per il suo superato rendimento sociale non conveniva più a nessuno. Tanto ciò è vero che esso ricomparve dopo secoli in America ad opera dei coloni cristiani per il rinnovarsi di speciali condizioni economiche caratterizzate dalla limitata popolazione con enormi estensioni di terra disponibili; e solo ulteriormente, per la saturazione di quella società con elementi economici capitalistici, fu di nuovo condannato ed abolito.
Il primo capitalismo che non conosceva le indennità per infortuni, confrontando l’uomo e il mulo nei trasporti rischiosi preferiva l’uomo, poiché il mulo morto per accidente è una perdita di capitale, e l’uomo no.
Come il salariato ha sostituito lo schiavismo, e nessuno ha interesse a ristabilire questo, così le nuove forme di produzione socialista resisteranno alle degenerazioni contro-rivoluzionarie quando la loro espansione ed il loro altissimo rendimento escluderanno che qualunque strato sociale abbia interesse a ristabilire gli antichi rapporti.
L’economia russa non ha potuto raggiungere tale grado, e per tale motivo è ricaduta nei sistemi dello sfruttamento contro cui aveva combattuto la rivoluzione, ma tale processo, realisticamente inteso, se segna una disfatta della causa proletaria, non contraddice le basi fondamentali ed il trionfo futuro del comunismo.
La «mancata rivoluzione borghese» in Italia alla luce dei rapporti tra industria e agricoltura
Alla fine della Prima Guerra Mondiale, Piero Gobetti, tentando il disegno ambizioso di una “storia ideale” del Risorgimento, lanciava la teoria di una mancata rivoluzione liberale in Italia e assegnava al proletariato e al suo partito il compito storico di realizzarla. Era, su un piano profondamente diverso e ricco di suggestive trasposizioni, la stessa teoria che, nella Russia zarista, aveva predicato l’avvento di una rivoluzione borghese ad opera non della borghesia, ma della classe operaia: trasportata sul terreno economico per un gioco tutto esteriore di avvicinamenti, essa pareva giustificare l’altra teoria, che cioè l’economia italiana avesse ancora da fare la sua rivoluzione capitalistica e che, essendo i monopoli e il capitalismo di Stato non già un prodotto dell’evoluzione storica del capitalismo ma una superfetazione di origine “feudale”, la lotta contro queste superfetazioni offrisse a borghesia e proletariato un terreno comune e obiettivi convergenti. Non per nulla accade perciò oggi di sentir giustificare la tattica opportunistica della democrazia progressiva, della solidarietà nazionale, della partecipazione al governo, con la teoria del mancato sviluppo capitalistico dell’economia italiana, e della necessità di percorrere, prima di giungere alle soglie della rivoluzione proletaria, le tappe storicamente battute da tutti gli Stati borghesi dal principio dell’Ottocento; non per nulla una teoria analoga – per quanto, ripetiamo, costruita su basi teoriche diverse – servì nel 1917 russo di alibi provvidenziale alla tattica del menscevismo e di certi strati dello stesso partito bolscevico.
Dal punto di vista teorico (prescindiamo qui dalle evidenti truccature a scopo polemico e propagandistico), questa teoria si fondava su un doppio errore: il primo, di isolare gli aspetti contraddittori di ogni sistema economico (sopravvivenze feudali in pieno fiorire dell’economia capitalistica, da una parte; estrema esasperazione delle forme monopolistiche in un’economia borghese relativamente “giovane”, dall’altra) e ritenere che l’esistenza di questi squilibri interni infirmasse il carattere fondamentale e generale di quella certa economia: il secondo, di isolare il processo di sviluppo dell’economia di un determinato paese (nella fattispecie l’Italia) dal proceso di sviluppo dell’economia internazionale capitalistica.
In realtà, il marxismo non sarebbe un metodo di interpretazione dialettica della storia, se non solo non ammettesse e giustificasse il permanere di forme economiche superate nell’ambito dell’economia storicamente più evoluta, ma non riconoscesse in queste “isole precapitalistiche” un elemento necessario del ritmo ascendente di sviluppo del capitalismo, allo stesso modo che, nel perpetuo rifiorire dei ceti medi entro il loro generale processo di proletarizzazione, non individuasse un fattore non già di freno, ma di impulso all’ampliamento delle basi storiche dell’economia capitalistica. E non sarebbe d’altra parte un metodo di interpretazione dialettica della storia, se guardasse i fenomeni economici, sociali e politici dal punto di vista di un’economia nazionale chiusa, anziché da un punto di vista internazionale, cioè nelle loro necessarie connessioni col complesso mondiale del mercato capitalistico.
Ora, è ben vero che l’economia e perciò la società borghese italiana offrono più di altre economie e società borghesi un quadro estremamente variopinto di squilibri, in cui isole economiche ad esteriore apparenza feudale, e forme di artigianato, di piccole industrie disperse e di piccola proprietà contadina polverizzata si accompagnano alle forme più esasperate del grande capitalismo industriale terriero; è verissimo che l’Italia si è presentata tardi sulla scena dello sviluppo internazionale capitalistico e perciò in condizioni di partenza più difficili (ritardata accumulazione primitiva, assenza di un grande mercato nazionale); ma, per quel che concerne il primo punto, il problema non è già di conciliare gli aspetti più evidenti di un ritardato processo economico con la realtà di un avanzatissimo processo di concentrazione sulla base delle più moderne esperienze capitalistiche (conciliazione che può rappresentare un problema soltanto per i cronisti dell’economia borghese), ma di chiedersi se l’economia italiana prenda il suo particolare accento da quei relitti o da questa realtà, e se le cosiddette “tare originarie” del capitalismo italiano non siano state, al contrario, le premesse del suo rapidissimo sviluppo, la ragione per cui esso ha potuto “bruciare le tappe” e, nel giro di poche generazioni, esprimere le forme più tipiche del capitalismo monopolistico, accentratore, statalista – in altre parole, le forme più tipiche dell’imperialismo.
La realtà è appunto questa: che il capitalismo italiano, strutturalmente debole ai suoi inizi, ma apparso sulla scena storica nella fase aurea di ascesa del capitalismo internazionale, non solo ha potuto svilupparsi rapidamente per la pressione esterna dell’evoluzione internazionale capitalistica e per l’intervento di larghissimi apporti finanziari esteri (parallelo del resto all’intervento diplomatico, politico, militare nel processo di formazione dello Stato nazionale e delle cosiddette guerre di “indipendenza”), ma ha sfruttato magnificamente le “debolezze organiche” della struttura economica nazionale per impiantare su un terreno relativamente vergine (dal punto di vista delle esperienze storiche) il più raffinato regime di sfruttamento capitalistico. Il capitalismo italiano ha beneficiato di un’evoluzione internazionale dell’economia borghese che presentava già i caratteri, definiti più tardi dai teorici marxisti dell’imperialismo, della fase di ascesa del capitale finanziario, con relativa tendenza all’esportazione dei capitali ed al loro impiego nei paesi ad economia precapitalistica; ha beneficiato della penuria non già di capitali in senso generico, ma di capitali in senso specifico – cioè della ritrosia dei detentori di beni mobili al loro investimento nell’industria – per pompare capitali allo Stato e all’alta banca, divenuti da allora, per un gioco complesso che non val qui la pena di esaminare nel dettaglio, i tramiti necessari fra risparmiatori e industriali; ha giocato sull’interesse dei grandi proprietari terrieri del Sud – i famosi feudatari che, nel pensiero di qualcuno, dovrebbero aver rappresentato una remora allo sviluppo dell’economia italiana in senso capitalistico – per imporre un sistema di protezionismi doganali parimenti nocivo agli interessi della piccola industria e a quelli della piccola proprietà contadina; si è avvantaggiato di un’enorme riserva di manodopera agricola a buon mercato per realizzare profitti supplementari con l’erogazione di mercedi estremamente basse, e dell’esistenza di un mercato semicoloniale nel Sud per distruggervi le sopravviventi industrie artigiane e assoggettarle in regime di monopolio al Nord; infine, non essendo costretto a spezzare le resistenze tradizionali di interessi precostituiti nell’ambito stesso dell’economia capitalistica, ha raggiunto quasi di colpo le forme estreme del capitalismo finanziario, con la stretta connessione fra industria, banche e Stato, con l’impianto di giganteschi complessi industriali, di cartelli, di monopoli e di trust, con l’assoggettamento di tutta la politica finanziaria e doganale agli interessi della grande industria e, da ultimo, con l’esperimento fascista della totale dipendenza dello Stato dal grande capitale (protezionismo, corporativismo, autarchia, economia di guerra).
Quando perciò si parla di “capitalismo parassitario” e di “tare” dell’economia e della società borghese italiana, si esprime una critica morale, non una critica marxista; quando si contrappone il capitalismo monopolistico ad un supposto Stato borghese non monopolistico (o, sul piano politico, fascismo e democrazia) si fa non del marxismo ma dell’idealismo; quando si parla della sopravvivenza di un’economia feudale in contrapposto all’economia capitalistica, si dimentica che interessi agrari ed interessi industriali hanno vissuto in Italia una perfetta simbiosi, a danno, ben s’intende, del proletariato e dei ceti minori tradizionalmente e cronicamente sfruttati dallo Stato industriale-agrario, come produttori, come consumatori e come contribuenti; quando si prospetta la possibilità di una “rivoluzione dei ceti medi” come premessa all’avviamento di un ciclo capitalistico che ripercorra le tappe, putacaso, del capitalismo inglese o francese, si dimenticano due cose fondamentali: che il capitalismo italiano domina nel modo più spietato, attraverso una rete complessa e aggrovigliata di rapporti, tutti i settori dell’economia nazionale, e, soprattutto, che è assurdo pensare alla possibilità di una riproduzione del ciclo storico tradizionale del capitalismo in un ambiente internazionale irrevocabilmente improntato ai caratteri strutturali e storici dell’accentramento monopolistico in regime di capitale finanziario.
Se il fascismo ha fatto la sua prima apparizione in Italia non è a caso. Allo stesso modo che la catena internazionale del capitalismo tende a spezzarsi nel suo anello più debole (e l’Italia, dopo la Russia, è stata nell’altro dopoguerra ai limiti di questa rottura), è su questo anello che l’aborto della rivoluzione proletaria evoca necessariamente l’esperimento fascista. Il quale, dal punto di vista della struttura economica come da quello della struttura politica, non solo non rappresenta in Italia una frattura di tradizioni, ma è la manifestazione ultima di un processo storico di cui è facile ritrovare le origini nel ritmo di formazione dello Stato nazionale. In definitiva, il capitalismo che vive succhiando alle mammelle dello Stato e che lo domina è lo stesso capitalismo di Crispi, di Magliani, di Giolitti e di Mussolini: il capitalismo delle forniture navali alla siderurgia nascente, del salvataggio statale delle banche nell’ultimo decennio del secolo scorso, nel primo dopoguerra, nella grande crisi del ’31; il capitalismo dell’inestricabile connubio tra grande industria e alta finanza, e del tradizionale matrimonio fra interessi grandi-industriali del Nord e interessi grandi-terrieri del Sud, prima, durante e dopo il fascismo; il capitalismo, infine, dei bassi salari e dei profitti di monopolio del regime democratico pre-fascista come del regime fascista post-democratico. Ed è, d’altra parte, il capitalismo che l’evoluzione storica postula sul terreno internazionale e che, non pago di aver servito di esempio ad esperimenti perfettamente identici in campo politico come in campo economico, sopravvive ora nella prassi dei grandi Stati vincitori del… fascismo.
Il curioso è che queste stesse considerazioni si possono trarre dalla lettura di alcuni recenti libri sullo sviluppo dell’economia borghese in Italia, il cui intento politico è, per contro, di giustificare storicamente la politica opportunista degli attuali “partiti di massa” e di offrire una base insieme documentaria e teorica alla cosiddetta “lotta contro i monopoli”. Pietro Grifone può ben premettere alla sua storia del capitale finanziario in Italia – libro che non dice in realtà nulla di nuovo, ma che offre una documentazione aggiornata dello sviluppo economico italiano – una prefazione intesa a lanciare uno schiacciante “atto di accusa contro quei gruppi monopolistici e finanziari che hanno contribuito in maniera decisiva al sorgere del fascismo e che sono rimasti fino all’ultimo legati alle sue sorti“, ma il succo della sua argomentazione è che il fascismo – come regime di massimo potenziamento del capitalismo accentratore, monopolistico, “parassitario” – rappresenta il punto naturale di approdo di tutta la storia della società borghese in Italia. C’è una continuità ferrea, palmare, indistruttibile, nella storia di questo sviluppo, non ci sono anelli spezzati, ma un riprodursi via via accentuato degli stessi fenomeni e, al termine, uno stato di fatto che vede il capitale finanziario intrecciato a tutti i gangli e tessuti dell’economia italiana, non come una superfetazione, ma come l’ossatura stessa di questa economia (e perciò come la spina dorsale dello Stato) e, nello stesso tempo, indissolubilmente connesso alla rete internazionale del capitalismo. Andate, in queste condizioni, a parlare di “rivoluzione borghese non avvenuta”, di “rivoluzione dei ceti medi”, di “residui feudali da distruggere”, di “monopoli senza la cui eliminazione non ci sarà mai democrazia vera”; o provate a porre, di fronte al mostro del capitalismo monopolistico e dello Stato accentratore, un problema che non sia di rivoluzione comunista!
In realtà, la democrazia d’oggi è condannata ad usare le stesse parole d’effetto che il radicalismo italiano di cent’anni fa lanciava all’alba della costituzione dello Stato nazionale. Si parla d’indipendenza nazionale, in regime di accentramento economico e politico e di sudditanza all’economia ed alla politica mondiali, allo stesso modo in cui si parlava allora di lotta per l’indipendenza in regime di intervento diretto, militare e diplomatico delle Potenze maggiori, e di subordinazione della vita economica e politica italiana alle esigenze internazionali del capitalismo.
La teoria che auspica un'”alleanza democratica” tra il blocco del proletariato industriale e agricolo e quello dei piccoli e medi ceti borghesi contro il “nemico comune” il fascismo, e in vista di una “rivoluzione borghese”, trova almeno una sua giustificazione nella struttura dell’economia agricola italiana, autorizzante a porre il problema in termini non di rivoluzione proletaria, ma di democrazia progressiva?
È caratteristico che questa teoria, sostenuta da un altro studioso e membro influente del P.C.I., Emilio Sereni, sia seppellita non solo dai dati reali del problema, ma dalle stesse argomentazioni scientifiche dell’autore. Contro la tesi, ripetuta fino alla nausea, del carattere prevalentemente agricolo dell’economia italiana, esse dimostrano che la prevalenza dell’industria come forza egemonica sull’agricoltura, discutibile ancora (ma solo discutibile) prima della guerra ’14-’18, è oggi una realtà inconfutabile, talché si può dire che da paese agricolo-industriale l’Italia sia divenuta paese industriale-agricolo. Contro l’interpretazione dell’economia agricola italiana come un’oasi a sé nel quadro di un’economia capitalistica spinta alle sue espressioni estreme, esse dimostrano che l’agricoltura è entrata definitivamente nel giro del grande capitalismo: il settore “feudale” dell’economia contadina va rapidamente restringendosi di fronte al processo di celere capitalizzazione della proprietà terriera (si calcola che la proprietà capitalistica assorba ora non meno del 75% della rendita terriera complessiva); il rifornimento del mercato interno in prodotti agricoli è per la quasi totalità assicurato da aziende a tipo capitalistico, mentre le altre forme di conduzione non alimentano per lo più che il consumo individuale e familiare del contadino; l’economia rurale nel suo complesso subisce direttamente o indirettamente lo sfruttamento dell’economia industriale sia attraverso i prezzi di monopolio dei manufatti, sia attraverso la cessione all’industria di materie prime che questa rivende, dopo averle sottoposte ad un processo di trasformazione meccanica, a prezzi sproporzionalmente elevati, ed in gran parte alle stesse categorie sociali: al capitale finanziario l’agricoltura è legata, infine, attraverso l’organizzazione del credito e la rete del commercio. Contro la tesi di un'”economia feudale” contrapposta all’economia capitalistica, l’esame dei dati reali dimostra che il dominio esercitato sull’agricoltura italiana dal capitale finanziario – che significa nello stesso tempo dominio dell’Alta Italia sul Mezzogiorno – non postula una frattura di interessi tra grande industria e grande proprietà terriera non-capitalistica, ché anzi il predominio industriale finanziario del Nord si realizza attraverso l’aperta collaborazione dei grandi proprietari latifondisti del Meridione contro garanzie di tutela doganale daziaria dei loro prodotti; per un gioco complesso di interrelazioni, la stessa grande proprietà nobiliare ha finito per compenetrarsi sempre più col capitale finanziario, accendendo debiti ipotecari e investendo i capitali così ottenuti nell’industria, a sua volta interessata per gli stessi motivi alla conservazione degli attuali rapporti di proprietà e delle famose sopravvivenze feudali; grande capitale industriale, grande capitale agricolo, proprietà latifondista hanno inoltre beneficiato allo stesso grado della politica economica del fascismo e della spoliazione dei ceti agricoli minori, ottenendo dalla prima il controllo o l’eliminazione degli organismi sindacali autonomi, la “disciplina” dei prezzi dei prodotti agricoli ad esclusivo vantaggio dei grandi proprietari, la battaglia del grano, la protezione doganale, l’autarchia, i sovrapprofitti di guerra, e raggiungendo la seconda attraverso la rivalutazione della lira, la distruzione degli istituti di credito e delle cooperative di risparmio di piccola e media entità, il regime di monopolio della produzione industriale, ecc.
E allora? Evidentemente, il processo che ha condotto alla spoliazione e proletarizzazione dei ceti medi e piccolo e medio-contadini, che ha favorito il diretto controllo del grande capitale sulla campagna, non solo senza intaccare le basi storiche della grande proprietà non-capitalistica, ma dandole una stabilità che non avrebbe altrimenti conosciuto, e che ha d’altro canto promosso il celere e sempre più largo sviluppo della grande produzione a tipo capitalistico là dove condizioni tecniche ne creavano le premesse o esigenze politiche lo richiedevano, è l’altra faccia di quel processo di sviluppo dell’economia borghese italiana, perfettamente inquadrato nel processo di sviluppo del capitalismo su scala internazionale, che ha trovato la sua espressione politica nel fascismo e la trova oggi nella veste di una democrazia legataria del fascismo. In queste condizioni, pretendere di isolare un settore dell’economia italiana dall’altro, e predicare la lotta congiunta del proletariato e dei ceti agricoli non proletari, non già per l’assalto allo Stato capitalista e la distruzione degli attuali rapporti di proprietà, ma per il ritorno a “forme borghesi” di produzione antistoricamente contrapposte alle forme monopolistiche, è mettersi fuori della realtà da un punto di vista borghese ed agire contro gli interessi della rivoluzione dal punto di vista proletario. Quando ci si parla di mancato sviluppo capitalistico dell’economia italiana, noi siamo scientificamente e politicamente autorizzati a rispondere che l’Italia borghese è qui sotto i nostri occhi, ed è qui con il suo tipico intreccio di nuovo e di vecchio, di esasperatamente moderno e di esasperantemente tradizionalista, e non può essere, sul piano di una economia internazionale capitalistica, nulla di diverso da quello che è.
Il connubio schiettamente borghese delle forme più moderne ed accese di grande capitalismo industriale ed agricolo e delle forme più arretrate della proprietà terriera e del costume sociale (poiché anche di questo si parla nelle omelie dei ricostruttori nazionali), questo mostruoso connubio può essere spezzato soltanto dalla rivoluzione proletaria, giacché il capitalismo è un blocco solo, non divisibile in parti, e chi tenta di dividerlo per metterne una parte contro l’altra ritarda o addirittura impedisce quella reale polarizzazione dei ceti piccolo-borghesi intorno al proletariato che è, nella crisi dell’apparato economico e politico borghese, la premessa della rivoluzione.
B. Maffi
Alle radici della guerra
Indubbiamente la guerra porta con sé quel fascino sottile e macabro che in ogni suo rinnovarsi accende la fantasia e sommuove gli istinti primitivi delle grandi masse. La sua stessa «terribilità» si manifesta non tanto nella somma paurosa delle sue vittime innumeri e delle sue distruzioni senza fine, quanto nell’evidenza tragica della sua inutilità ed incapacità a risolvere i problemi per i quali era apparsa ai più, fin dal suo esplodere, come la sola atta, la sola risolutiva. Oggi è possibile affermare che il vero volto della guerra si precisa con evidenza o crudezza nello spirito delle masse solo a conflitto compiuto, quando il profondo squilibrio della società, le privazioni, la disoccupazione e la fame ridanno un po’ a tutti il senso vivo delle proporzioni, del limite e della realtà concreta.
Per questo una visione prospettica delta guerra ci appare oggi non solo possibile, ma necessaria al fine di un esame critico, al lume del marxismo, delle ideologie che nella guerra hanno trovato l’ambiente adatto al loro sorgere ed affermarsi.
I motivi, che hanno sospinto l’economia capitalistica verso la fase del monopolio hanno i caratteri della inevitabilità e inesorabilità storica. Vero è che nell’imperialismo la struttura capitalistica si completa e si svolge fino all’inverosimile, ma è altrettanto vero che in questo suo completarsi e svolgersi si approfondiscono e si palesano le ragioni della decadenza.
Questa contraddizione, già presente all’apparire del capitalismo, lo accompagna nel suo sviluppo, e giganteggia nella fase culmine di questa sua ascesa prodigiosa, nel mondo dell’economia.
Il suo profilo è del resto facilmente individuabile; esso si precisa nella costante preoccupazione del capitalista di ridurre il prezzo della forza-lavoro al livello del suo costo di mantenimento, per assicurarsi una sempre più larga riproduzione del plus-valore!
Si ha così un duplice aspetto del processo economico, un decrescere costante della capacità d’acquisto in rapporto alla crescente capacità generale di produzione, da cui discende un corrispondente decrescere del consumo dei beni prodotti.
Il capitalismo cerca di sottrarsi a questa stridente contraddizione che l’attanaglia allargando la produzione su scala sempre più vasta, ciò che l’accumulazione agevolmente gli consente, e dando all’aumentata produzione mercati capaci di assorbirla. Tutte queste attività economiche seno azionate e pungolate dalla concorrenza, motore primo e costante ad ogni fase del capitalismo. E’ la concorrenza che affina, pone in urto e seleziona i produttori individuali nella fase di crescenza del capitalismo; è la concorrenza che sotto lo stimolo delle fondamentali esigenze dell’accumulazione supera il conflitto tra i singoli produttori per dar posto agli enti collettivi di produzione, alle società anonime, ai cartelli, ai trusts, in una parola alle odierne imprese monopolistiche che, insofferenti del troppo angusto ambito nazionale, si allacciano in imprese colossali abbraccianti interi continenti.
Dominato dalla stessa legge dell’accumulazione, il capitalismo deve nel contempo risolvere il problema d’allargare senza limite le zone di sbocco nei paesi ad economia arretrata; problema, questo, rimasto sul tappeto senza pratica possibilità di soluzione. Mentre il processo tecnico produttivo procede senza soste e limitazioni nel proprio sviluppo, il mondo del consumo ha raggiunto il limite di saturazione. Ad una sovrapproduzione crescente fa riscontro una crescente rarefazione di sbocchi. E’ la tragedia germogliata nel seno dell’economia che imporrà al capitalismo le soluzioni estreme sul piano della forza: guerre e rivoluzioni sono la materializzazione politica di questo profondo e insanabile conflitto d’interessi che mette di fronte le due forze essenziali della storia che viviamo: il capitalismo e il proletariato.
Da questa complessità di squilibri, di urti e di crisi è nato l’imperialismo; si potrebbe anzi affermare che l’imperialismo è l’espressione unitaria di questi squilibri, di questi urti e di queste crisi. Esso non è la proiezione sul piano storico di questo particolare momento economico espresso dal regime dei monopoli, ma attraverso questo si riallaccia al complesso dell’economia capitalista, al suo grado di evoluzione, o meglio al suo nucleo vitale, l’accumulazione. Se fosse vero il contrario l’umanità potrebbe lottare con efficacia contro l’imperialismo indirizzando la sua azione demolitrice contro il regno dei monopoli per spezzarlo e spazzarlo via, risanando così il capitalismo da questa specie di escrescenza maligna che minaccia di perderlo. Ma non c’è terapia, non c’è l’intervento chirurgico che valgano. L’imperialismo è il capitalismo di questa nostra epoca, il capitalismo della fase monopolistica; e la lotta per l’estirpazione del monopolio o non ha storicamente senso o lo ha soltanto in quanto significa lotta per l’abbattimento di tutto il capitalismo. Questo problema è ormai acquisito alla coscienza del marxismo rivoluzionario, tanto che sembra lontano e scialbo il dissenso che su quest’argomento ha messo di fronte, più che Lenin e Rosa Luxembourg, i loro epigoni. Questi tardi e maldestri epigoni, legati al capitalismo imperialista, vanno giustificando oggi la loro politica di compromesso con la denuncia scandalistica delle cento o duecento famiglie che detengono di fatto il potere dei complessi monopolistici e finanziari, come se questo stato maggiore dell’imperialismo fosse qualcosa di diverso da quel capitalismo con cui essi hanno solidarizzato nella guerra e con cui solidarizzano ora che c’è tutta l’economia borghese da ricostruire.
E’ merito della scuola marxista, rimasta fedele al metodo dialettico, quello di aver individuato nell’attuale fase di sviluppo del complesso produttivo capitalistico i motivi essenziali, la tragica inevitabilità della guerra.
Le guerre nazionali chiudevano praticamente il periodo dell’economia individualistica che nel suo esaurirsi aveva posto e sviluppato i motivi dell’incipiente accumulazione capitalistica.
Lo guerre coloniali chiuderanno più tardi il periodo classico della corsa alla conquista dei mercati di sbocco necessari allo smaltimento della incessante sovraproduzione dei paesi capitalisti.
La prima guerra mondiale apre per certo la fase delle guerre imperialistiche a ripetizione. In sede economica ciò che ieri era solo tendenza, è divenuto ora realtà vivente; il processo di accentramento ha condotto all’organizzazione monopolistica dell’economia, e alle sue leve di comando manovra incontrastata l’alta finanza. E non a caso; il capitale finanziario anonimo e senza scrupoli ha soppiantato dalla direzione il tradizionale tecnicismo capitalista o lo ha asservito, ché la partita tra i colossali complessi monopolistici internazionali richiede saldo potere politico nelle mani di chi dirige, capacità d’iniziativa e di manovra nel mare magno e tormentato della politica economica mondiale, prontezza e decisione per parare colpi avversi, o per gettare in questa o in quell’avventura capace di assicurare comunque un alto tasso di profitto. E il profitto lo si difendo conquistando e assicurando posizioni ben solide contro le forze della concorrenza economica su scala nazionale e internazionale, ma sopratutto aumentando e accentrando quel potere politico poliziesco e militare che solo può assicurare al capitale i mezzi materiali atti a fronteggiare il pericolo d’una diminuzione del profitto, incidendo sul salario dei lavoratori.
In questa fase il gioco tra le forze politiche è reso alla sua massima semplicità. I partiti, qualunque ne sia l’origine, il programma e gli obbiettivi immediati e finalistici, o servono la causa dell’imperialismo e si piegano a qualunque bisogna, o sono ributtati inesorabilmente ai margini della vita nazionale e spazzati via anche fisicamente se osano formulare una composizione attiva e mettere in atto una qualsiasi azione di attrito.
I sindacati, infeudati direttamente o indirettamente allo Stato, cessano di essere gli organi di combattimento o di difesa di classe per trasformarsi in effettivi organi di collaborazione tra le classi.
La stampa diviene quella perfettissima organizzazione a catena a cui un ufficio di ministero fa da centro irradiatore ed a cui si affida il compito grave e delicato di indirizzare l’opinione pubblica e di montarla preparandola spiritualmente alla necessità di maggiori sacrifici di danaro, di libertà e di sangue.
Nelle scuole, nei centri di cultura, nelle assisi tradizionali della democrazia, i parlamenti, ovunque possa esservi libera circolazione di idee, li è l’intervento dello Stato che impone dall’alto una disciplina unitaria, il peso di una gerarchia, il marchio d’una idea fondamentale, ossessiva, quella che tutto subordina alla conservazione del privilegio capitalista.
In questa fase l’oppressiva macchina dello Stato moderno imperialista è davvero l’impressionante protezione politica del complesso monopolistico dell’economia, è la paurosa arma di guerra che pone come pregiudiziale la rottura delle reni delle forze motrici della rivoluzione per dar quindi l’avvio alla guerra. E tanto più tale rottura di reni sarà radicale, quante più agevole sarà per questo e dell’imperialismo una condotta della guerra capace d’assicurare una maggiore somma di benefici.
E’ l’epoca, in una parola, della furia cieca del capitalismo decadente preso dalla disperazione di sentire in sé ingrandire senza rimedio i motivi della propria fine storica come classe dirigente.
La seconda guerra mondiale non differisce sostanzialmente dalla prima se non nell’intensità maggiore dei motivi economici sociali e politici che l’hanno determinata e nella giustificazione ideale che le si è voluto attribuire, allo scopo di renderla accettabile anche a quegli strati operai che per interessi, ideologie e indirizzo politico erano più portati ad avversarla anche sul piano della forza.
La ingigantita sovrapproduzione, contemporanea ad una sempre minore disponibilità di colonie e di zone extracapitalistiche da sfruttare come mercati di consumo, è caratteristica tanto della prima che della seconda guerra imperialista.
Dominava allora, come domina tuttora il teatro del mondo, l’asfissiante problema di chi controllerà le grandi strade commerciali; sono le forze anglo-sassoni che continuano a sbarrare a chiunque il passo e relegano anche gli Stati a grande sviluppo industriale o demografico, ad aspro mordente razziale o ideologico, nel chiuso dei loro mari interni o di salde barriere continentali; contro questa secolare egemonia si urterà a turno il restante mondo non anglo-sassone.
E’ storia recente, è storia di oggi e sarà purtroppo storia di domani,
In mancanza di colonie e di vaste regioni extra-capitalistiche da sfruttare, il conflitto si accenderà tra potenze capitalistiche, meglio tra blocchi di queste potenze. Quale la posta? Sconfiggere militarmente l’avversario, scardinarne l’apparato produttivo, fare della sua economia, del suo lavoro e dei suoi domini coloniali una economia sussidiaria, e della sua popolazione una sicura massa di consumo.
E’ da rilevare tuttavia che il capitalismo del paese sconfitto si riprenderà in funzione del capitalismo del paese vincitore; ma non così per gli operai che nel consolidamento temporaneo del capitalismo dell’uno o dell’altro paese imperialista vedranno pregiudicata la loro condizione economica e politica e allontanati gli scopi finali della loro azione di classe.
In realtà la guerra tra gli imperialismi ha come principale obiettivo il superamento temporaneo della crisi a spese all’avversario imperialista, ciò che assicura al vincitore la conquista di posizioni più vantaggiose per meglio condurre la difesa di classe contro l’assalto più pericoloso del proletariato rivoluzionario.
Definiti così i limiti di classe entro cui va considerato il problema della guerra, non assume significato particolare per noi chiederci se la guerra sia una funzione progressiva o no. Per l’analisi marxista ciò non ha davvero importanza perché la guerra, in quanto caratteristico fenomeno costituzionale del capitalismo, ne è sempre sulla linea di sviluppo, quindi progressiva se osservata con parzialità di classe, ossia dall’angolo visuale delle esigenze e degli interessi del capitalismo, mentre cessa di essere obiettivamente tale, cioè progressiva, se osservata dal punto di vista opposto, quello della classe antagonista.
Nell’ambito della stessa esperienza capitalista, dato l’evidente sviluppo ineguale della sua economia a cui si riallaccia la diversa stratificazione delle sue forze sociali e politiche, sono pur sempre le contraddizioni, anche se non di importanza fondamentale, a spingere avanti quelle esperienze per cui i suoi moti e le sue stesse guerre fanno di volta in volta balzare sulla scena della storia e al timone dello Stato quelle nuove energie che meglio interpretano le esigenze di quel dato momento del capitalismo ed hanno da dire proprio a questo mondo una parola nuova. Se così non fosse, il capitalismo, come sistema di reggimento economico e politico, e come particolare visione del mondo, chissà da quanto tempo sarebbe stato sommerso dalle sue stesse crisi.
In questo senso le guerre possono avere un reale contenuto progressivo.
Così le guerre nazionali che dovevano porre e risolvere il problema dell’affermazione unitaria del moderno capitalismo e gettare concretamente la base al suo sviluppo.
Cosi le guerre coloniali che all’irrobustito capitalismo nazionale dovevano assicurare fonti di materie prime o adeguati sbocchi.
Se si vuole, le stesse guerre imperialiste di oggi che danno al capitalismo decadente la possibilità di allineare, compiuta l’esperienza fascista, su scala mondiale le forze tradizionali della democrazia per l’esercizio d’una rinnovata dittatura di classe (fascismo a volto democratico) indispensabile per portare a compimento il nuovo ciclo dell’accumulazione, preludio alla terza guerra mondiale.
Le forze del capitalismo, entrate nel girone infernale della guerra per risolvere i problemi posti da questo o quell’imperialismo, non sono in nessun caso per dei marxisti, suscettibili di essere suddivise in forze contrapposte in quanto progressive le une e reazionarie le altre. E come nessuna formulazione di simpatia e di auspicio si ebbe ieri da parte nostra per la vittoria delle forza dell’asse sol perché esse, più di quelle anglosassoni, erano considerate dalla nostra analisi critica più rispondenti nel piano della organizzazione economica e politica al corso attuale del capitalismo, così nessuna formulazione di simpatia e di auspicio si avrà domani per la vittoria, ad esempio, delle forzo sovietiche in lotta contro quelle anglosassoni solo perché il regime sovietico, il regime cioè del più avanzato e caratterizzato capitalismo di stato, rappresenta storicamente una fase più progressiva di questa economia evolvente verso le forme più vaste e radicali della produzione collettiva, più vicine perciò e più pregne di socialismo. L’evoluzione capitalistica procede per virtù delle proprie interne contraddizioni e non per le simpatie e i voti che gli possono venire dagli avversari di classe.
Quando la guerra imperialista scuote nel profondo il sistema di produzione capitalistico e le stesse leggi che lo regolano, compito essenziale e immediato del partito rivoluzionario è quello di operare conseguentemente all’analisi marxista della natura di tutte le guerre dell’imperialismo, che trovano la loro necessaria giustificazione storica da un dato punto dello sviluppo economico del capitalismo e degli antagonismi di classe e non in questo o quel motivo esteriore a cui suol legarsi la fortuna degli opportunisti. Tenendo presente che il proletariato, benché appaia temporaneamente sotto il peso di peggiorati rapporti di forza, è pur sempre artefice non secondario della storia, sta al partito «illuminarlo», trarlo progressivamente dall’influenza pestifera delle ideologie della guerra, rianimarlo, ricondurlo sul piano della comprensione e della lotta di classe e convogliarne quanto e più possibile le forze per trar profitto da una eventuale situazione favorevole che gli consenta di porre concretamente il problema della trasformazione della guerra imperialista in guerra sociale.
Questo e non altro è l’insegnamento di Lenin.
Se dunque le odierne guerre imperialiste si devono situare, e per noi non ci sono eccezioni, in questa fase storica del capitalismo monopolistico e nei limiti delle esperienze teoriche e politiche che esprimono sulla sovrastruttura, che è quanto dire in ogni momento della nostra vita sociale politica e intellettuale, le esigenze fondamentali e unitarie di classe, pur nel variare di certi aspetti del tutto esteriori, non c’è dubbio nella ideazione e determinazione della linea di condotta d’un partito proletario che voglia pensare e operare in concreto, in coerenza storica con gli interessi della classe da cui si esprime.
Se la guerra è, come realmente è, la continuazione, su di un piano diverso e con mezzi diversi, della stessa politica borghese capitalista, non è pensabile una politica del partito proletario che indirizzi le proprie forze a fianco di quelle che dirigono in solidale responsabilità la condotta della guerra. E quando questo si verifica è la guerra, quell’inesorabile piano inclinato che fa scivolare le stesse avanguardie proletarie verso la contro-rivoluzione.
Se la guerra è, come realmente è, il mezzo, l’unico mezzo rimasto alla classe dirigente per uscire ancora una volta dalla crisi e per creare sulle rovine dal blocco imperialista sconfitto le condizioni materiali per una nuova accumulazione, ciò significa che l’apparente e temporaneo sacrificio di certe egemonie economiche nazionali è necessaria per impedire al proletariato di sfruttare ai propri fini rivoluzionari questa permanente e insanabile crisi di tutto il sistema. Sì tratta in rèaltà di un momento del serrato duello tra i due protagonisti della nostra storia, nel quale, se la guerra può rappresentare la sconfitta temporanea di uno dei due contendenti, il proletariato, la rivoluzione può d’altro canto segnare con certezza il superamento radicale e definitivo del capitalismo.
Ecco perché, a guerra iniziata e col proletariato praticamente sconfitto, il partito della rivoluzione nella sua avversione alla guerra e ai suoi sostenitori rappresenta la classe ed è premessa ideale alla ripresa anche organizzativa del moto proletario su scala nazionale e internazionale.
Eppure qualcosa di nuovo quest’ultima guerra portava con sé, una esperienza particolare e significativa da cui sono scaturiti e scaturiranno ancora insegnamenti di portata grandissima.
I termini dell’antitesi di classe già così aspramente e profondamente operanti, in quanto insanabile contrasto di interessi, nel cuore stesso della esperienza monopolistica del capitalismo, sembrava che si fossero tradotti in termini di antitesi storica sul piatto ideologico politico e strategico tra le maggiori potenze imperialistiche del mondo. Si è visto che ciò era solo in apparenza. Il fatto nuovo di questa seconda guerra era tuttavia rappresentato dall’inserimento nel conflitto per l’egemonia imperialista sul mondo, proprio della Russia Sovietica che osava ancora definirsi primo stato proletario e socialista.
Se per i marxisti questo avvenimento era in sede politica aperta conferma di quanto era stato denunciato in sede di rapporti economici e sociali per cui sull’esperienza rivoluzionaria di ottobre si era ricostruito il sistema del privilegio e dello sfruttamento economico, caratteristici del modo di produzione capitalista, per gli opportunisti al servizio dell’imperialismo esso significava che era riuscito il tentativo di asservire il proletariato alla guerra più antiproletaria, e di farlo marciare verso il macello dietro le bandiere della riscossa proletaria.
Per il capitalismo si trattava di assicurare nella seconda guerra imperialista la propria esistenza di classe con le armi stesse dell’avversario di classe, e la Russia di Stalin, che non era più la Russia di Lenin, offriva al capitalismo a questo scopo l’enorme riserva delle sue forze armate, delle sue «influenze» sui partiti dell’Internazionale, ma quel che più conta, l’impareggiabile suggestione ideologica d’una rivoluzione che era stata praticamente e definitivamente strangolata.
Proprio da questa complessa matassa di esperienze, di motivi e di ispirazioni sono andati dipanandosi i fili di una ripresa ideologica e organizzativa del partito del proletariato nel cuore stesso della guerra.
Le origini del Partito Comunista d’Italia
L’esigenza della costituzione di un partito fu enunciata apertamente in Italia soltanto negli anni successivi alla rivoluzione bolscevica dell’ottobre 1917 ed alla fine della prima guerra mondiale. Riferendoci però alle origini storiche di quelle forze sociali e politiche che si inquadrarono nella formazione del Partito, occorre riportarsi alquanto più indietro, e rifarsi alle tendenze e correnti di sinistra del Partito Socialista Italiano. Come è noto, questo si costituì a Genova nel 1892 raggruppando le tendenze marxiste del movimento proletario che si separarono dai gruppi anarchici di tendenza bakuniniana avversi alla lotta per la conquista del potere politico.
Il Partito Socialista Italiano, seguendo le grandi vicende del movimento socialista mondiale e della Seconda Internazionale, si poneva sul terreno di una politica di classe e di opposizione al regime capitalista, ma non mancava di risentire dell’indirizzo di destra prevalente nei grandi Partiti Socialdemocratici in quel periodo di relativa tranquillità sociale, e non fu mai chiara l’impostazione del suo programma di Genova circa « la conquista dei pubblici poteri », suscettibile di doppia interpretazione: legalitaria da un lato, rivoluzionaria dall’altro.
L’urto fra le tendenze che rispecchiavano le due politiche andò successivamente accentuandosi, ma fino agli anni 1907-1908 il contrapposto alla corrente riformista dei Turati e Treves fu costituito soprattutto dall’indirizzo sindacalista e rivoluzionario importato in Italia con le dottrine dei soreliani francesi, indirizzo che, pur combattendo gli eccessi del legalitarismo elettorale e del relativismo sindacale, e propugnando l’azione diretta e l’impiego della violenza nella lotta di classe, errava nella impostazione delle questioni dei rapporti tra economia e politica, sindacato e partito, e nella concezione della via con cui il proletariato può pervenire ad abbattere il potere e il dominio borghese, costituendo così un’altra deviazione revisionista del marxismo con influenze individualiste e volontariste, e rapporti con gli errori dell’anarchismo.
Quando il Partito nel 1908 al Congresso dì Firenze allontanò la tendenza sindacalista, che d’altra parte ripudiava teoricamente l’organizzazione in partito politico, ciò non mancò di apparire come una vittoria di destra, un’affermarsi del metodo pacifista ed evoluzionista propugnato dai capi riformisti del gruppo parlamentare e della Confederazione Generale del Lavoro, dalla quale parimenti si scisse il movimento dell’Unione Sindacale Italiana. Esisteva però nel Partito anche una corrente marxista ortodossa e radicale, che non partecipava né alle deviazioni riformiste né a quelle sindacalistiche.
Tale corrente riuscì dopo alcuni anni ad avere la maggioranza nella organizzazione del Partito e si affermoò fin dal Congresso di Modena del 1911. La frazione che si denomino « rivoluzionaria e intransigente » aveva una precisa politica contraria alla collaborazione di classe ed ai blocchi elettorali, era avversa fieramente ad ogni partecipazione del Partito al Governo e ad ogni appoggio parlamentare a questo, si richiamava ai cardini della dottrina marxista nel senso del manifesto dei Comunisti; ma per ragioni di natura storica non possedeva un aperta elaborazione della teoria della conquista del potere.
Nel 1912, al Congresso di Reggio Emilia, la sinistra con una prima vittoriosa battaglia liquidò il gruppo di estrema destra; Bissolati, Cabrini e Bonomi per avere sostenuto la partecipazione ai governi del Re. Podrecca per aver aderito alla guerra imperialistica di Tripoli. Nel 1914 il Partito, che aveva a capo ufficiale della tendenza rivoluzionaria Benito Mussolini, direttore dell’« Avanti! », nel Congresso di Ancona ribadì alcune posizioni di sinistra ripudiando i compromessi elettorali anche nei ballottaggi e nelle elezioni amministrative, e stabilendo l’incompatibilità con la massoneria e le sue ideologie di anticlericalismo borghese e confusionistico. Tutto ciò preparò solo in parte il Partito alla tremenda crisi prodotta dallo scoppio della guerra mondiale; sicché la grande maggioranza, senza lasciarsi travolgere come i grandi partiti di Francia, di Germania e di altri paesi nella capitolarda politica della collaborazione nazionale, si schierò contro ogni guerra ed avverso tanto l’intervento a fianco degli imperi centrali quanto quello contro di essi propugnato fino al maggio 1915 dalla sinistra democratica borghese e da tutti i rinnegati del movimento proletario cui, nell’ottobre 1914, si univa lo stesso Mussolini, immediatamente scacciato, senza seguito alcuno, dalle file del Partito.
Dal 1915 al 1918 il Partito Socialista Italiano mantenne la sua linea di opposizione alla guerra, e, malgrado i vacillamenti della minoranza riformista, evitò, anche dopo il rovescio di Caporetto, di cadere nell’inganno della concordia e della difesa nazionale Tuttavia, tale storico merito del Partito Socialista Italiano non solo non tolse che gli elementi di destra, sopratutto i deputati e capi sindacali, facessero notevoli sforzi contro le direttive della maggioranza e della direzione, ma neppure comportò una solidale e coerente politica rivoluzionaria da parte della maggioranza stessa.
In vari convegni legali od illegali tenuti durante la guerra — Bologna (1915), Firenze (1917), Roma (1918) — si delineò una forte corrente di sinistra la quale insoddisfatta della formula di Costantino Lazzari « ne aderire alla guerra, ne sabotarla », pose molto più energicamente la rivendicazione di sfruttare la crisi militare e bellica al fine di rovesciare lo stato borghese.
Questa tendenza lottò nel seno del Partito con la propaganda e la elaborazione teorica controbilanciando le ribellioni in senso patriottardo della destra, e stimolando la direzione del partito ad un azione più decisa, ma seppe precisare politicamente e tatticamente il suo indirizzo sopratutto quando sul problema tremendo del passaggio dal potere capitalistico a quello rivoluzionario operaio alle lezioni e alle esperienze tratte dal Manifesto del 1848 e dalla gloriosa caduta della Comune di Parigi, la storia aggiunse quelle luminose e decisive dell’ottobre russo dando contenuto esplicito e possente alla fondamentale tesi marxista della lotta per la dittatura rivoluzionaria.
Da quell’epoca si polarizzò in seno al Partito, conseguendo direttamente alle posizioni d’intransigenza già affermate nei confronti della guerra, la corrente decisamente comunista che non più appagandosi della sola impostazione classista della azione economica e politica proletaria, e della sua autonomia da ogni corruzione collaborazionista, formulo le rivendicazioni decisive dell’assalto armato al potere della borghesia guidato dal Partito di classe del frantumamento dell’apparato statale borghese e della instaurazione della dittatura del proletariato fondata su un organamento della classe proletaria in rappresentanze che, come i Soviet in Russia, restassero chiuse agli elementi sociali delle classi non lavoratrici.
Nell’anno 1919 il Partito Socialista accetto nel congresso tenutosi a Bologna il programma comunista e aderì alla Terza Internazionale costituitasi a Mosca; ma sostanzialmente rimase quello che era prima della guerra, conservando i caratteri tradizionali dell’opera sua, e seguitò a muoversi nel campo economico sul terreno dalle piccole conquiste graduali e corporative, nel campo politico su quello di un’azione ispirata da pure finalità elettorali. E’ opportuno ricordare in proposito che nello stesso congresso la corrente comunista, ufficialmente costituitasi in Frazione Comunista Astensionista a sottolineare la sua netta opposizione al parlamentarismo dominante nel Partito, raccolse un piccolo numero di voti.
In conclusione, il P.S. non divenne un partito capace di svolgere un’opera rivoluzionaria secondo le direttive dell’Internazionale Comunista e di intendere ed applicare gli insegnamenti della rivoluzione russa verso i quali si protendeva ansioso il nostro proletariato. L’azione politica ed economica continuò ad essere affidata alla destra riformista, che non voleva ne poteva intendere la nuova tattica rivoluzionaria, con conseguente delusione di tutti i lavoratori che venivano in tal modo sviati dalla preparazione ideale e materiale alla lotta rivoluzionaria per la conquista del potere, unica finalità del partito comunista.
La funzione di tradimento esercitata dai riformisti del Partito si palesò apertamente quando la profonda crisi economica e finanziaria abbattutasi sull’Italia spinse il proletariato italiano alla lotta rivoluzionaria, che raggiunse il suo punto culminante nell’occupazione delle fabbriche e dei latifondi da parte dei lavoratori.
In questo momento di lotte rivoluzionarie il partito proletario aveva il dovere di indicare lo scopo generale di tali lotte, di collegarle e indirizzarle alla conquista del potere politico, ma nel Consiglio Nazionale composto di rappresentanti del Partito e dei Sindacati, convocato nel vivo della lotta, i riformisti riuscirono a far prevalere il concetto che la lotta stessa aveva semplice scopo economico e non carattere politico, e che perciò ne spettava la direzione ai Sindacati anziché al Partito.
Il Governo non osò servirsi delle forze armate per stroncare il moto operaio, ma i riformisti gli vennero in aiuto con l’impostare trattative sulla base di pure rivendicazioni economiche, e, postisi su questo piano, non potevano che addivenire alla riconsegna delle fabbriche e alla liquidazione del movimento. Perché la lotta di classe potesse raggiungere i suoi obiettivi occorreva pertanto eliminare dal Partito i riformisti, e fu in questo senso che si mosse la Frazione Comunista. Tale presa di posizione fu avvalorata dal giudizio del II Congresso di Mosca (1920), nel quale l’eliminazione dei riformisti dal Partito fu posta come condizione prima dell’adesione alla III Internazionale.
Intanto tutti i comunisti italiani che, accettando la disciplina internazionale alle deliberazioni di Mosca, si erano riuniti attorno al nucleo della Frazione Astensionista, decidevano, nel convegno di Imola (novembre 1920), di proporre al prossimo Congresso del P.S. (Livorno gennaio 1921), una mozione che comprendeva l’applicazione di tutte le decisioni del II Congresso dell’Internazionale e l’adozione del nome di Partito Comunista d’Italia.
Precedentemente, i riformisti si erano organizzati in frazione « di concentrazione socialista » nel loro Convegno di Reggio Emilia (ottobre 1920), mentre fra coloro che si erano proclamati nelle file del Partito « Massimalisti » si organizzò la corrente unitaria che veniva a costituire una frazione di centro contraria alla divisione fra comunisti e riformisti. Al Congresso di Livorno si presentarono così tre gruppi, ciascuno con la propria mozione già precedentemente deliberata.
La mozione dei riformisti affermava che in Italia mancavano le condizioni necessarie per la rivoluzione proletaria, che il capitalismo aveva ancora davanti a sé un lungo periodo di pacifico sviluppo, e che il Partito Socialista non doveva rifiutare di collaborare con la borghesia, se ciò era necessario per le finalità della classe lavoratrice; ma nello stesso tempo dichiarava di aderire all’Internazionale Comunista. La mozione dei centristi accettava le tesi dell’Internazionale Comunista, ivi comprese le 21 condizioni poste dal II Congresso, ma aggiungeva che l’applicazione di queste ultime doveva lasciarsi al Partito Socialista Italiano. La mozione del Gruppo Comunista esigeva non solo l’immediata accettazione, ma anche l’immediata applicazione delle 21 condizioni mediante l’espulsione dei riformisti dal Partito.
Tanto i riformisti, quanto i centristi, pur dichiarandosi nelle loro mozioni ligi all’Internazionale, in realtà erano apertamente contro di essa e cercavano di nascondere questa loro fondamentale avversione per timore di perdere la fiducia e l’appoggio delle masse operaie. Il Gruppo Comunista smascherò la vera natura del riformismo e del centrismo e nella sua mozione dichiarò apertamente: « Chi è per l’Internazionale Comunista, deve immediatamente separarsi dai riformisti ».
I centristi, sebbene facessero sforzi disperati per passare come leali seguaci dell’Internazionale, non vollero staccarsi dai riformisti non accettando la loro espulsione immediata dal Partito, e ciò perché si erano posti sullo stesso terreno teorico e tattico. Dinnanzi a tale situazione, la Frazione Comunista abbandonò senz’altro il Congresso e decise di costituirsi in Partito Comunista d’Italia, Sez. dell’Internazionale Comunista.
Pochi giorni dopo il Congresso di Livorno, si teneva a Firenze l’adunata di quel movimento giovanile che da anni era affiancato alla sinistra del Partito, e una maggioranza schiacciante deliberava tra il più vivo entusiasmo l’adesione al Partito Comunista. Nelle file del Partito nato a Livorno sulle basi politiche e tattiche che avevano presieduto alla rivoluzione di ottobre, erano giovani e vecchi militanti dell’antico Partito; esso continuava storicamente la sinistra del Partito Socialista, quella parte cioè di questo Partito che aveva lottato in prima linea contro il riformismo, contro la guerra, e contro la politica del compromesso.
Riferimenti orientativi: nascita del Partito Comunista d'Italia
a) Atteggiamento anti-guerra
Una prima e organica visione del problema della guerra, nel senso che la partecipazione ad essa, comunque e ovunque si verifichi, è sempre in funzione della difesa della classe borghese, si ha nei seguenti articoli di Amadeo Bordiga pubblicati sull’« Avanti! »: Socialismo e «difesa nazionale », 21 dicembre 1914; Socialismo Patria e guerre di difesa, 6 gennaio 1915; La borghesia e il principio di nazionalità, 24 gennaio 1915.
Attraverso essi balza già evidente la netta differenziazione tra la struttura ideologica del Partito Socialista di allora — in cui tutto il processo revisionistico del marxismo aveva una manifestazione parallela in una concezione generale della vita e del mondo derivata da atteggiamenti volontaristici e « moralistici » — e l’abito rigorosamente marxista, nel senso della totale adesione alle formulazioni del materialismo storico, che starà alla base del futuro partito comunista. Per la posizione nei confronti della guerra si veda anche il giornale «Avanguardia», organo della Federazione Giovanile Socialista.
b) Atteggiamento astensionista.
E’ la presa di posizione energica da parte della frazione comunista contro l’elezionismo dominante nel partito socialista come tentativo di deviare il proletariato dai suoi obiettivi rivoluzionari. Si confronti: l’« Avanti! » del 6 ottobre 1919 (per quanto concerne tale atteggiamento al Congresso socialista di Bologna); l’annata 1920 del giornale « Il Soviet », organo della Frazione Comunista Astensionista del Partito Socialista Italiano (per tutta la posizione politica e per i vari atti della Frazione); il n. 8 della «Rassegna Comunista», 15 agosto 1921; ed il n. 15 anno II, di «Battaglia Comunista », 4 maggio 1946 (per il discorso pronunciato da Amadeo Bordiga nel 1920 al II Congresso dell’Internazionale Comunista sulla questione del parlamentarismo). I discorsi e il dibattito al II Congresso si leggono nel Compte-rendu sténographique du II.me Congrès de l’Internationale Communiste (Paris, 1920); il discorso di Lenin sul Parlamentarismo a pag. 445-49 del vol. XXV dei Sämtliche Werke, Verlag für Literatur u. Politik, Wien-Berlin, 1930 (ed. autor. del Lenin Institut di Mosca); le Tesi e gli Statuti dell’Internazionale Comunista approvati al Congresso nel volumetto omonimo edito dalla Casa Editrice « Avanti! » nel 1920
c) Dalla Frazione al Partito
Tesi della Frazione Comunista Astensionista del P.S.I. si possono trovare su «Il Soviet» del 6 giugno 1920 e segg. Sono contemporanee alla Conferenza Nazionale della Frazione tenuta a Firenze nei giorni 8-9 maggio 1920, dove fu anche impostato tutto il lavoro di preparazione tendente alla costituzione del Partito Comunista. (si veda « Il Soviet » del 2 maggio 1920 e segg.). Le tesi, mentre ribadiscono le ragioni dell’astensionismo, che verrà abbandonato dopo le deliberazioni del II Congresso dell’I.C. contengono già i punti fondamentali del programma tattico del P. C. d’I. Mozione della Frazione Comunista sull’indirizzo del Partito Socialista Italiano. Redatta al Convegno di Imola — 28 novembre 1920 – per essere presentata al prossimo congresso di Livorno dalla Frazione Comunista che nell’ottobre del 1920 si era organizzativamente consolidata sulla base d’una intesa fra i gruppi di sinistra del P.S.I. che si ponevano sul terreno delle decisioni del II Congresso mondiale dell’Internazionale Comunista.Si veda « Il Soviet » del 9 dicembre 1920; e « Come si costituì il Partito Comunista d’Italia » ed. Centro di Documentazione Sociale, Roma. 1945.
XVII Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano – Livorno 15-21 gennaio 1921.
La Frazione Comunista si stacca dal P. S. e fonda il Partito Comunista d’Italia; si vedano, per gli immediati precedenti, il Programma del Partito e la Relazione della Frazione sul supplemento al n. 10 del giornale « Il Comunista », il Programma e il Manifesto lanciato al proletariato italiano, in « Come si costituì ecc. » cit.
Il Programma del Partito afferma, tra l’altro, che la difesa della classe capitalistica è esercitata dal potere dello Stato, fondato sul sistema rappresentativo della democrazia; che è necessario l’abbattimento violento del potere borghese e che l’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito politico di classe; che, dopo l’abbattimento del potere borghese, il proletariato può organizzarsi in classe dominante solo con la distruzione dell’apparato statale borghese e con la instaurazione della propria dittatura; che la forma di rappresentanza politica nello Stato proletario è il sistema dei consigli dei lavoratori.
La Relazione della Frazione Comunista sull’indirizzo politico del Partito espone gli elementi di giudizio che conducono alle conclusioni sostenute dalla Frazione; ristabilisce i concetti fondamentali sul carattere e il compito del partito politico proletario; richiama le esperienze storiche internazionali e nazionali della lotta proletaria che conducono alla ricostituzione del movimento rivoluzionario della III Internazionale, per giungere alla esposizione e alla difesa delle proposte della Frazione per il rinnovamento radicale della struttura e della funzione del partito socialista italiano.