Partito Comunista Internazionale

Prometeo (III) 1946/I/2

Della pace

Le invocazioni alla «pace giusta» e parallelamente gli isterici gridi di sdegno per l’«ingiustizia» del trattamento riservato all’Italia dalle decisioni dei quattro ministri degli esteri, che naturalmente verranno ratificate dalla attuale Conferenza di Parigi, raggiungono in questi giorni i toni più intensi.

Tutti affasciati in un sacro fuoco di ardore patrio i nostri partiti, borghesi e «proletari», minacciano la severità del giudizio della Storia o di Dio a chi non terrà conto dei sacrifici compiuti dall’Italia nella guerra a fianco degli Alleati e dei meriti antifascisti della classe politica che ora dirige il nostro paese.

Non non vogliamo qui dimostrare che le condizioni di pace sono esclusivamente espressione di determinati rapporti di forza nel giuoco delle rivalità tra le varie potenze: questo è ormai chiaro a tutti, anche se a tutti non è affatto chiaro che a questi rapporti la necessarietà storica non consente di sfuggire e che il comportamento dei dirigenti politici delle nazioni vincitrici è imposto nella forma in cui si rivela dal fatto stesso che essi sono i «dirigenti» e che in tanto si può dirigere una nazione in quanto se ne sappiano e possano rappresentare gli interessi predominanti.

Pensare che essi si potrebbero comportare diversamente è un’astrazione, a meno di non pensare che, se le condizioni di cui essi sono l’espressione fossero diverse, anch’essi agirebbero diversamente: il che evidentemente è piuttosto ozioso…

Ciò che a noi preme di mettere in evidenza è che il gran clamore che la nostra classe politica dirigente, in coro con tutta la borghesia italiana, solleva oggi contro l’«ingiustizia» dei vincitori, fa parte del sistema di cui essa costantemente ha fatto uso nella sua necessità di predominare sulla classe avversa avvalendosi del suo stesso appoggio.

Per mantenere questo predominio essa si orienta su due direttrici: quella di fare, l’impossibile per ottenere dai vincitori qualche piccola briciola che le permetta di vivere ancora sullo sfruttamento del proletariato e non divenire essa stessa proletariato sfruttato da una borghesia vincitrice, e quella di porre davanti ai proletari italiani la conquista di queste briciole come una meta comune di fronte alla quale il dovere della unione sacra più che mai si impone. Attraverso questa seconda azione, che è l’unica impor- tante la prima avendo effetti solo nei confronti della seconda, dal momento che i vincitori non si «persuaderanno» mai a concedere più di quanto sia stabilito nei loro piani, i quali d’altronde già prevedono la concessione delle briciole proprio perché si ritiene indispensabile di avere ovunque una borghesia avida e aguzzina, – la classe borghese dirigente riesce a deviare il proletariato dalle sue mete e ad aggiogarlo al suo carro propinandogli tutto l’armamentario di «patria», «giustizia», «democrazia», «pace», «lavoro per tutti», «solidarietà nazionale» ecc. ecc., che già servi a farlo combattere in guerra e ora deve servire per fargli sopportare lo sfruttamento di questa spodestata e inviperita borghesia nostrana.

I partiti «proletari» di oggi, questo fetido prodotto della penetrazione opportunistica borghese nelle file del proletariato, sono lo strumento più efficace e più ripugnante di questa azione.

Ogni tappa della riaffermazione borghese è da loro stessi presentata al proletariato come una luminosa meta da raggiungere nella via del socialismo: e le «tappe» devono susseguirsi continuamente se si vuole che la delusione che consegue al raggiungimento di ognuna di esse non abbia a «degenerare» pericolosamente. Dopo la lotta antifascista, dopo quella per la democrazia, per la costituente, per la repubblica oggi abbiamo quella per la pace.

E il proletariato, che ha pagato finora col suo sangue e con la sua miseria sempre crescente, pagherà anche questa volta; pagherà in qualunque caso: pagherà le riparazioni ai vincitori, farà fruttare le briciole concesse da questi ai suoi sfruttatori. Noi diciamo ai proletari: siate contro la conferenza della pace, siate contro coloro che gridano perché essa è «ingiusta».

L’ingiustizia è in tutto il sistema, è identica nello sfruttamento delle borghesie sconfitte come in quello delle vincitrici: la differenza è solo nella misura delle loro ricchezze che comunque derivano dal lavoro e dalla fame dei proletari: soltanto questo per noi ha un significato; soltanto per il rovesciamento di questo sistema noi dobbiamo lottare.

La classe dominante italiana ed il suo Stato nazionale

Formazione dell’unità italiana

Le parole d’ordine politiche affacciate da tutti i partiti nella fase attuale, non diversamente da quelle del precedente regime, presentano come un patrimonio comune a tutte le classi del popolo italiano la ricostituzione della unità nazionale realizzatasi attraverso il Risorgimento e le guerre dell’indipendenza.

I partiti che pretendono richiamarsi al proletariato accettano in pieno la impostazione politica secondo la quale il fascismo avrebbe assunto la portata di una demolizione delle conquiste del Risorgimento ed il compito storico di oggi sarebbe quello di rifare e ripercorrere la via del risorgimento nazionale. Per conseguenza, ogni contrasto economico di interessi e conflitto politico di classi dovrebbe tacere dinanzi alle esigenze della vita della nazione e della sacra unione di tutti gli italiani.

È bene ripercorrere a larghissimi tratti la storia della formazione dello Stato borghese italiano, per concludere che, mentre è assurda la tesi che tutto questo ciclo debba essere o possa essere ripercorso e rivissuto nelle diversissime condizioni odierne, d’altra parte il preteso patrimonio e le vantate conquiste consistono in ori falsi e merci avariate.

La formazione in Italia di uno Stato unitario e la costituzione del potere della borghesia, pur inquadrandosi nella concezione generale di tali processi stabilita dal marxismo, presentano aspetti particolari e speciali, che soprattutto ne hanno ritardato il processo rispetto a quello presentato dalle grandi nazioni europee, dissimulando in parte la schietta manifestazione delle forze classiste.

Le cause sono ben note, ed anzitutto geografiche oltre che etniche e religiose. L’Italia, tanto continentale che peninsulare, ha costituito per molti secoli, dopo che la diffusione della civiltà oltre i limiti del mondo romano le aveva tolto la posizione centrale rispetto ai territori mediterranei, una via di passaggio delle forze militari dei grandi agglomerati formatisi attorno ad essa, ed un facile ponte per le invasioni e le stesse migrazioni di popoli da tutti i lati. Le varie zone del territorio furono a molte riprese occupate, organizzate e dominate da stirpi conquistatrici venute dall’Est e dall’Ovest, dal Sud e dal Nord. E nessuna di queste poté talmente rompere l’equilibrio a suo favore da costituire uno stabile regime con egemonia su tutta l’estensione del territorio. Quindi, nel periodo medievale feudale, non si gettò la base di uno Stato dinastico, aristocratico, teocratico, unitario, come avvenne negli altri grandi paesi i cui confini geografici e la cui posizione rispetto al giuoco delle forze europee meglio si prestavano a tale stabilizzazione. Influì su questo la presenza del centro della Chiesa con le sue lotte contro il prevalere eccessivo delle caste feudali e delle signorie dinastiche, e quindi si determinò la situazione correntemente definita come dipendenza dallo straniero e suddivisione in molteplici staterelli semi-autonomi.

Alla vigilia del prevalere del capitalismo nell’economia europea, per quanto questo avesse in Italia salde radici e secolari inizi, non era affatto compiuta l’evoluzione statale che poteva permettere alla borghesia italiana di trovare un centro statale solido di cui impadronirsi per accelerare al massimo il ritmo della trasformazione sociale.

Tuttavia l’Italia, per il fatto stesso che nelle pianure del Nord si combattevano e talvolta decidevano le grandi guerre europee e per l’accessibilità dal mare delle sue parti periferiche, subì con stretto legame le influenze della più classica tra le rivoluzioni capitalistiche, quella francese, e vi fu, se non proprio una repubblica borghese italiana unitaria, un’Italia Napoleonica. La borghesia ricevette l’idea dell’unità nazionale dall’esterno, la elaborò ideologicamente e socialmente, la diffuse tra le classi medie, e non meno di altrove si servì delle classi lavoratrici come strumento per realizzarla. Ma tale realizzazione fu più che in ogni altro paese infelice e contorta, e la sua fama riposa sull’immenso uso di falsa retorica, di cui fu infarcito tutto il cammino obliquo e opportunista del sorgere dello Stato borghese italiano.

Dopo aver lungamente esitato fra tutte le forme politiche, dalla teocrazia nazionale alla repubblica federale, alla repubblica unitaria, alla monarchia cosiddetta costituzionale, la soluzione che la storia trovò al giuoco delle forze aveva inizialmente un basso potenziale e una portata disgraziata.

Lo staterello piemontese, gonfiatosi a nazione italiana, non era che un servo sciocco dei grandi poteri europei e la sua monarchia dalle pretese glorie militari una ditta per affittare capitani di ventura e noleggiare, a vicenda, carne da cannone a francesi, spagnoli, austriaci; in ogni caso, al militarismo più prepotente o al miglior pagatore. Solo a questi patti un paese posto in così critica posizione poteva esibire per molti secoli una apparente continuità politica.

Tuttavia il processo, che condusse la dinastia e la burocrazia statale piemontesi a conquistare tutta l’Italia, sfruttò le forze positive della classe borghese, che, attraverso le molto fortunate e per nulla gloriose guerre di indipendenza, riuscì ad attuare la sua rivoluzione sociale, spezzò i predomini feudali e clericali, e, secondo la classica funzione della borghesia mondiale, seppe farsi del proletariato il più efficace alleato, e costruirgli nel nuovo regime lo sfruttamento più esoso. L’operaio italiano fu tradizionalmente il più ricco di libertà retoriche e il più straccione del mondo.

Attraverso questo processo convenzionalmente definito come la conquista dell’indipendenza, dell’unità e dell’uguaglianza politica per tutti gli italiani, i gruppi più progrediti della classe capitalistica industriale del Nord assoggettarono a sé l’economia della penisola, conquistandosi utili sbocchi e mercati e venendo in molte zone a paralizzare lo sviluppo economico-industriale locale, che, sebbene ritardato, si sarebbe esplicato efficacemente sotto un diverso rapporto di forze politiche.

D’altra parte, non solo la classe dei proprietari terrieri del centro e del Sud non esitò affatto a porsi sotto l’egida del nuovo Stato – sempre a conferma della nessuna sopravvivenza di orientamenti feudalistici fra questi strati – ma anche la cosiddetta e famigerata classe dirigente del Mezzogiorno, composta di intellettuali, professionisti ed affaristi, si unì al potere dello Stato italiano in una perfetta simbiosi basata sul concorde sfruttamento dei lavoratori e dei contadini, i quali, mentre dovettero sostenere pesi fiscali sconosciuti ai vecchi regimi per rinsanguare i bilanci del nuovo Stato, furono la materia prima per le manovre dell’elettoralismo, prestandosi a fornire ai ministeri le fedelissime maggioranze ottenute attraverso il mercato tra piccoli signorotti e gerarchi locali, irreggimentatori di voti, e i favori dei poteri centrali.

Questo sistema di scambi di servizi, a cui non fu mai estraneo fin dai tempi del giolittismo l’impiego della reazione di polizia ed anche di mazzieri irregolari, mascherò in realtà una dittatura che anticipava di decenni quella di Mussolini, e si prestò magnificamente all’insediamento del fascismo, realizzato senza colpo ferire dopo il debellamento dei centri proletari e rurali del Nord e delle poche cittadelle rosse del resto dell’Italia.

La via politico-militare del Risorgimento, se può rappresentare un ottimo esempio di abilità politica, percorre tappe segnate sistematicamente dalla sconfitta militare e dal tradimento politico.

La classe dominante italiana, riuscita nel saper intuire a tempo da che parte era il più forte cambiando audacemente di posto nei conflitti tra gli Stati esteri, coerentemente seguì questo sistema nel periodo fascista, ma, quando il sistema venne per la prima volta meno, determinando la catastrofe, non seppe trovare altra via di uscita che un ennesimo tentativo di aggiogarsi al carro del vincitore.

Teoria delle gloriose disfatte

Il Piemonte, schiacciato dall’Austria nel ’48, nel ’59 riesce (sotto la guida del vero capostipite dell’italico ruffianesimo, Camillo Cavour) ad approfittare della vittoria della Francia e guadagnare la Lombardia, volgendosi quindi verso il Sud. Gli è facile liquidare gli staterelli vassalli dell’Austria, ma deve sostare dinanzi agli Stati del Papa per ordine del Padrone Francese. Tuttavia ha l’abilità di impadronirsi senza colpo ferire di tutto il Sud d’Italia occupato da Garibaldi, sotto pretesto di avergli mercanteggiato l’appoggio inglese ed offrendogli la solita cortese alternativa tra la figura di eroe nazionale e la nuova galera monarchica.

Per avere il Veneto occorre, dopo Magenta e Solferino vinte dai francesi, attendere Sadowa vinta dai Prussiani, malgrado le dure batoste di Custoza e di Lissa. Infine, il retorico e pomposo coronamento dell’unità con Roma capitale è realizzato, ancora una volta, non certo attraverso la buffonesca breccia di Porta Pia, ma grazie alle armi prussiane di Sedan.

Il nuovo Stato fece anche i suoi esperimenti sulla via del colonialismo, pur essendo in questo campo l’ultimo venuto e non potendo pretendere di riattaccare i suoi timidi tentativi, tra gli stentati permessi delle Cancellerie di Europa, alle tradizioni delle Repubbliche marinare italiane. Tanto per non fare eccezione al solito metodo, la conquista della colonia del mar Rosso è segnata dalla tremenda sconfitta militare di Adua. La successiva conquista della Libia viene fatta, anche tra gravi errori ed insuccessi militari, a spese della Turchia, colta in una fase di crisi dall’incalzare delle guerre balcaniche.

Già da questa fase di imperialismo a scartamento ridotto sono evidenti nell’economia e nella politica capitalistica italiana i sintomi del nuovo indirizzo sociale che precorrono l’evoluzione fascista del capitalismo. Sorgono gruppi nazionalistici, che vengono a costituire la destra borghese in sostituzione del tradizionale aggruppamento “clericale-moderato” e, prendendo uno spiccato carattere anti-proletario, enunciano le parole d’ordine che saranno poi del fascismo, mentre la loro stampa è direttamente alimentata dall’industria pesante interessata a speculare sulla guerra e sulle imprese d’oltremare. Già l’economia italiana conteneva germi non trascurabili di monopolismo e di protezionismo e lo Stato alimentava con la legislazione fiscale o doganale industrie parassitarie, come ad esempio quella degli zuccheri e degli alcool. In economia, dunque, come in politica, la borghesia italiana, povera rispetto alle altre in senso quantitativo, vari decenni prima di Mussolini evolveva verso la sua fase fascista. L’espressione politica caratteristica di questo metodo borghese fu il Giornale d’Italia, coi Bevione, Federzoni, Bergamini, a cavallo tra il liberalismo e il nazionalismo (il che non toglie che taluno di essi sia oggi considerato un esponente antifascista). Era una corrente più sfrontatamente e modernamente audace di quella del liberalismo economico e politico classico del Corriere della Sera.

Il giuoco politico della classe dominante italiana continua nella Triplice Alleanza con “l’odiato tedesco” dei libri di scuola.

Nel 1914, i vari consulenti della politica dinastica esitarono a pesare il pro e il contro circa l’orientamento in cui andava indirizzato il classico calcio dell’asino. È notevole rilevare che i gruppi nazionalistici dipendenti dall’industria pesante passarono audacemente dal sostenere l’intervento triplicista alla più accesa campagna per l’intervento contro l’Austria, il che dimostra che, per la moderna borghesia industriale, i fini della guerra sono materiali e non ideologici. La clamorosa conversione non impedì agli interventisti della sinistra democratica, socialistoidi o repubblicani, di accogliere a braccia aperte questi alleati nella campagna guerrafondaia del 1915, comprovando così che la genesi del fascismo ebbe la sua incubazione nella storia politica della classe dominante in Italia, fin dalla costituzione nazionale.

Nella guerra europea, con un primo tradimento il Re Italiano resta neutrale, con un secondo interviene contro i suoi alleati, che a Caporetto gli danno la meritata lezione. Ma invano, poiché, grazie al famoso stellone, l’Italia dei Savoia esce dalla guerra ancora ingrandita delle province adriatiche e trentine. Tanto per chiudere il ciclo della cosiddetta politica estera, dopo il magro trattamento fatto più che logicamente alla classe dominante italiana dalle potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale, la borghesia sabauda ha realizzato ancora una volta il tradimento a danno dei suoi alleati e dei riscattatori delle sue sconfitte sui campi di battaglia, calcolando che nella guerra successiva la bilancia avrebbe traboccato a favore della rinascente potenza del militarismo tedesco. Sorse così l’Asse, che era tanto poco necessariamente condizionato dalla fase fascista, quanto era una ripetizione della politica del ’66 e di quella triplicista. Attraverso la calcolata vittoria della forza germanica, l’Italia del Risorgimento e dei Savoia, dopo avere strappato in anticipo, con una condotta come sempre non priva di audacia nel senso del rischio nel giuoco sulla forza altrui, il simulacro di Impero africano, presumeva, seguitando a cantare il falso ritornello dell’irredentismo, di arrotondarsi ancora. Tunisi, Corsica, anche Nizza e Savoia abilmente vendute nel 1859 dal vecchio Papà imbroglione e maestro del giuoco, dovevano impinguare ancora il grande Stato Italiano.

Ma la continuità indiscutibile di questo giuoco è stata spezzata brutalmente dal corso degli eventi. La vittoria, questa volta, si è messa dalla parte opposta a quella in cui la scaltrita borghesia italiana si era schierata, è sopravvenuta la strepitosa disfatta e l’invasione, anzi la doppia invasione. Questa volta, da una parte e dall’altra, le due coalizioni in conflitto si son dimostrate decise a strappare tutte le residue penne al gonfio pavone dell’Italia Sabauda, di cui egualmente disprezzavano l’impotenza militare.

Eppure, ancora una volta questa borghesia calpestata e travolta dalla storia ha riproposto il suo gioco, e invece di contare le ammaccature e mettere in sesto le ossa, ha avuto l’impudenza di offrirsi per combattere, di parlare ancora di combinazioni da pari a pari, di alleanze, di sforzi bellici, e di ripetere il suo stupido grido di “Vinceremo”, invece di confessare finalmente di avere per sempre perduto.

I rapporti delle forze sociali e politiche

Quali sono i riflessi di queste vicende storiche, per quanto riguarda, nell’ambito dell’Italia, il giuoco delle forze sociali e la lotta dei partiti?

Il proletariato all’inizio non poteva non rispondere all’appello di alleanza che, più che la sotterranea borghesia, gli lanciavano le classi intellettuali, perché sentiva di dover collaborare alla distruzione delle impalcature feudali e delle influenze chiesastiche per poter assurgere ad un suo compito ulteriore.

Quindi, forse più che altrove, per molti decenni gli operai e i contadini italiani camminano sotto le bandiere delle ideologie borghesi giacobine, danno la mano alla scapigliata sinistra borghese, si imbevono delle parole e delle posizioni mentali della democrazia avanzata. Fino al 1900, gli importantissimi movimenti di lavoratori urbani e rurali, nel Sud e nel Nord, pur configurandosi sempre più in una fisionomia classista, appaiono come il settore avanzato del blocco dei cosiddetti partiti popolari. Il Partito Socialista si sviluppa, ma è soprattutto la forza animatrice della classica estrema sinistra parlamentare, che lotta nella piazza come un blocco solo nell’urto avvenuto nel 1898 tra le forze di destra e di sinistra della borghesia, o meglio nel primo esempio storico di un tentativo della borghesia liberale di rivedere i suoi metodi e schierarsi dinanzi al prorompere del movimento sociale sotto l’aspetto della forza armata dello Stato.

Gli stessi quadri del movimento socialista e proletario sono educati alla scuola magniloquente quanto vaniloquente della democrazia carducciana in letteratura, boviana-cavallottiana in politica, torneo di onesti Don Chisciotte in ritardo tuonanti in nome della Libertà, dell’Onesta, della Umanità e di simili gloriose ombre.

Molto più seriamente, nel sottosuolo della vita politica, la borghesia lavora all’imprigionamento ideologico e materiale delle gerarchie proletarie con la sua organizzazione più reazionaria e più adatta a fronteggiare lo spettro della lotta di classe, la Massoneria. Questo organismo ha in quell’epoca un’influenza dominante, e talvolta decisiva, nell’aggiogare al carro dell’opportunismo i primi tentativi di azione autonoma della classe operaia.

La stessa origine spuria della borghesia in Italia spiega il ritardo con cui la teoria rivoluzionaria marxista si diffonde fra le masse e il largo prevalere delle tendenze anarchiche, che non costituiscono che l’esasperazione, per nove decimi letteraria, del liberalismo borghese e dell’individualismo illuminista. Ciò spiega anche come, prima di una solida tendenza marxista, si delineino nel proletariato correnti da un lato riformiste e collaborazioniste, dall’altro di indirizzo sindacalista sul tipo francese soreliano.

Su tutto sovrasta ancora il mito dell’anticlericalismo

La guerra a base di artiglierie retoriche e convenzionali contro la sottana nera del prete è presentata in quest’epoca come il fatto centrale della storia e il suo successo è un postulato dinanzi al quale deve cedere ogni altro; il padrone borghese più esoso può divenire un fratello del lavoratore sfruttato se si degna di lanciare qualche ingiuria al buon Dio ed al suo vicario in terra. La lotta per uscire dalla rete vischiosa di questo inganno anticlassista fu lunga e difficile e prese aspetti che oggi possono apparire secondari: intransigenza alle elezioni politiche di primo e secondo grado, rottura dei blocchi anticlericali amministrativi, incompatibilità tra PS e Massoneria. Contemporaneamente, il partito, lottando contro i due revisionismi riformista e sindacalista, si orientava sulla base marxista, e la sua direzione, al momento dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, era nelle mani della frazione intransigente rivoluzionaria. Capo di questa frazione, dopo la espulsione degli opportunisti di destra, Bonomi e Cabrini (fautori della collaborazione con la monarchia, che si era volta con entusiasmo alla politica massonizzante di sinistra) e Podrecca (apologista della guerra di conquista imperialista in Libia), fu Benito Mussolini, direttore dell’ Avanti!. Egli, non senza qualche sospetta esagerazione in senso volontaristico e blanquistico, aveva diffuso parole di sfida rivoluzionaria alla borghesia dominante, che associava tradizionalmente alle orge letterarie di liberalismo avanzato la repressione senza riguardi, poliziesca e armata, delle rivolte degli affamati e che, tradizionalmente, e prima che fosse celebre il nome di manganello, tutelava con squadre di mazzieri le ladrerie amministrative e la frode nelle cagnare elettorali.

I socialisti e la guerra. Le lotte del dopoguerra

La preparazione classista degli ultimi anni consentì al proletariato d’Italia di reagire meglio che in altri paesi all’opportunismo di guerra.

La coscienza politica della classe lavoratrice permise di resistere al dilagare delle tre menzogne fondamentali della propaganda interventista destinata a far tacere ogni palpito di azione e di lotta di classe: la difesa della Democrazia contro l’imperialismo teutonico, il trionfo del principio di nazionalità con la liberazione dei fratelli irredenti, la difesa del sacro suolo della patria contro l’invasione straniera. Ma, se non capitolarono il proletariato ed il suo partito, capitolò da solo proprio il “capo degli intransigenti”, a dimostrazione di quanto valgano i “capi” nel gioco delle forze sociali. Il tradimento di Benito Mussolini verso il proletariato e la rivoluzione porta la data del 18 ottobre 1914; il 23 marzo 1919 e il 28 ottobre 1922 egli non commise un’aggravante di reato, ma seguì il logico impulso delle leggi storiche e politiche in conseguenza alla premessa di allora.

Passato il ciclone della guerra, il proletariato socialista, che aveva dovuto subirla, ebbe un potente ritorno di combattività classista e tentò di porsi il problema di scaraventare giù dal potere, malgrado la sua vittoria di guerra, la classe che la opprimeva.

Ma le armi materiali e politiche per questo compito non erano appieno forgiate e la intransigenza anticollaborazionista, come la opposizione alla guerra che la centrale del P. S. aveva contenuto nella sterile formula “né aderire né sabotare”, erano piattaforma insufficiente ad intendere e realizzare il postulato storico della conquista insurrezionale del potere e della instaurazione della dittatura proletaria. Non tutto il partito seppe quindi raccogliere l’impulso storico formidabile che veniva dalla Rivoluzione di Russia e che fondeva per la prima volta la teoria politica e l’azione di combattimento rivoluzionario del proletariato mondiale.

Pur nel loro magnifico rifiorimento, le battaglie isolate (date con scioperi vittoriosi sul terreno sindacale, con i grandi scioperi politici delle principali città seguiti dall’occupazione delle fabbriche e di altri centri della vita sociale) non si fusero utilmente in un unico assalto al potere centrale della borghesia.

Questa, a vero dire, comprese la tempesta e seppe affrontarla con sufficiente coscienza del momento storico e realismo di vedute. Nella prima fase del dopoguerra (1919), la politica della classe dominante fu quella tradizionale di diluire lo slancio classista nella parziale soddisfazione delle richieste economiche ed in un’orgia comiziaiola e cartacea di parlamentarismo. Nitti, uno degli abilissimi della casta politica italiana, fece senza esitazione rovesciare nel Parlamento 150 deputati socialisti, mentre il furbo reuccio sculettava di simpatia per la loro ala destra, nella speranza di attrarla in una combinazione di gabinetto.

Successivamente, il vecchio e più consumato Giolitti, senza certo ammainare il bandierone della democrazia, cominciò a preparare le trincee della resistenza armata. Senza nessun timore, l’oculato e furfante maestro della politica italiana lasciò entrare gli operai nelle fabbriche tenendo bene in pugno le questure. La sua formula era stata sempre che l’Italia si governava dal Ministero dell’Interno; il potere del liberalismo italiano è stato sempre affare di polizia.

Il fascismo. I fattori della sua vittoria

Frattanto, il complice di avanguardia della classe dominante italiana, Benito Mussolini, provvedeva a impersonare la riscossa delle forze conservatrici e fondava il movimento fascista. La politica fascista, caratteristica del moderno stadio borghese, faceva in Italia il primo classico esperimento. Col fascismo la borghesia, pur sapendo che lo Stato ufficiale con tutte le sue impalcature è il suo comitato di difesa, cerca di adattare il classico suo individualismo a una coscienza e a un’inquadratura di classe.

Essa ruba così al proletariato il suo segreto storico, e in tale bisogna i suoi migliori pretoriani sono i transfughi dalle file rivoluzionarie. Nella inquadratura fascista, la borghesia italiana seppe in effetti impegnare sé stessa e i suoi giovani personalmente nella lotta, lotta per la vita e per la salvezza dei suoi privilegi di sfruttamento. Ma, naturalmente, il fascismo consisté anche nell’inquadrare nelle file di un partito e di una guardia di combattimento civile gli strati di altre classi tormentate dalla situazione, non esclusi alcuni elementi proletari delusi dalla falsa apparenza dei partiti che da anni parlavano di rivoluzione, ma rivelavano la loro palese impotenza.

Il compito immediato del fascismo è la controffensiva all’azione di classe proletaria, avente scopo non puramente difensivo, secondo il compito tradizionale della politica di stato, ma distruttivo di tutte le forme autonome di organizzazione del proletariato. Quando la situazione sociale è matura nel senso rivoluzionario, sia pure con un processo difficile e pieno di scontri, ogni organo delle classi sfruttate che lo Stato non riesca ad assorbire per irretirlo nella sua pletorica impalcatura, e che seguiti a vivere su una piattaforma autonoma, diventa una posizione di assalto rivoluzionario. La borghesia nella fase fascista comprende che tali organismi, sebbene tollerati dal diritto ufficiale, devono essere soppressi, e, non essendo conveniente inviare a farlo i reparti armati statali, crea la guardia armata irregolare delle squadre d’azione e delle camicie nere.

La lotta si ingaggiò tra i gruppi di avanguardia del proletariato e le nuove formazioni del fascismo e, come è ben noto, fu perduta dai primi. Ma questa sconfitta e la vittoria fascista furono possibili per l’azione di tre concomitanti fattori.

Il primo fattore, il più evidente, il più impressionante nelle manifestazioni esteriori, nelle cronache e nei commenti politici, nelle valutazioni in base ai criteri convenzionali e tradizionali, fu appunto la organizzazione fascista mussoliniana, con le sue squadre, i gagliardetti neri, i teschi, i pugnali, i manganelli, i bidoni di benzina, l’olio di ricino e tutto questo truce armamentario.

Il secondo fattore, quello veramente decisivo, fu l’intiera forza organizzata dell’impalcatura statale borghese, costituita dai suoi organismi. La polizia, quando la vigorosa reazione proletaria (così come da principio avveniva molto spesso) respingeva e pestava i neri, ovunque interveniva attaccando e annientando i rossi vincitori, mentre assisteva indifferente e soddisfatta alle gesta fasciste quando erano coronate da successo. La magistratura, che nei casi di delitti sovversivi e “agguati comunisti” distribuiva trentine di anni di galera ed ergastolo in pieno regime liberale, assolveva quei bravi ragazzi degli squadristi di Mussolini, pescati in pieno esercizio di rivoluzione e di assassinio. L’esercito, in base ad una famosa circolare agli ufficiali del ministro della guerra Bonomi, era impegnato ad appoggiare le azioni di combattimento fascista; e da tutte le altre istituzioni e caste (dinastia, Chiesa, nobiltà, alta burocrazia, parlamento) l’avvento dell’unica forza venuta ad arginare l’incombente pericolo bolscevico era accolta con plauso e con gioia.

Il terzo fattore fu il gioco politico infame e disfattista dell’opportunismo social-democratico e legalitario. Quando si doveva dare la parola d’ordine che all’illegalismo borghese dovesse rispondere (non avendo potuto o saputo precederlo e stroncarlo sotto le sporche vesti democratiche) l’illegalismo proletario, alla violenza fascista la violenza rivoluzionaria, al terrore contro i lavoratori il terrore contro i borghesi e i profittatori di guerra fin nelle loro case e nei luoghi di godimento, al tentativo di affermare la dittatura capitalista quello di uccidere la libertà legale borghese sotto i colpi di classe della dittatura proletaria, si inscenò invece la imbelle campagna del vittimismo pecorile, si dette la parola della legalità contro la violenza, del disarmo contro il terrore, si diffuse in tutti i modi tra le masse la propaganda insensata che non si dovesse correre alle armi, ma si dovesse attendere l’immancabile intervento dell’Autorità costituita dallo Stato, la quale avrebbe ad un certo momento, con le forze della legge e in ossequio alle varie sue carte, garanzie e statuti, provveduto a strappare i denti e le unghie all’illegale movimento fascista.

Come dimostrò l’eroica resistenza proletaria, come attestano le porte delle Camere del Lavoro sfondate dai colpi d’artiglieria attraverso le piazze su cui giacevano i cadaveri degli squadristi, come provarono i rioni operai delle città espugnati, come a Parma dall’esercito, come in Ancona dai carabinieri, come a Bari dai tiri della flotta da guerra, come dimostrò il sabotaggio riformista e confederale di tutti i grandi scioperi locali e nazionali fino a quello dell’agosto 1922 (che, a detta dello stesso Mussolini, segna la decisiva affermazione del fascismo, giacché la pagliaccesca marcia su Roma in vagone letto del 28 ottobre fu fatta solo per i gonzi), senza il gioco concomitante di questi tre fattori il fascismo non avrebbe vinto. E se nella storia ha un senso parlare di fatti non realizzati, la mancata vittoria del fascismo avrebbe significato non la salvezza della democrazia, ma il proseguire della marcia rivoluzionaria rossa e la fine del regime della classe dominante italiana. Questa, ben comprendendolo, in tutti i suoi esponenti, conservatori e social-riformisti, preti e massoni, plaudì freneticamente al suo salvatore.

Se questo giustamente rappresentò il primo dei tre fattori della vittoria, al secondo, la forza dello Stato, vanno dati i nomi dei partiti e degli uomini che governarono l’Italia dal 1910 al 1922, i liberali come Nitti e Giolitti, i social-riformisti come Bonomi e Labriola, i clericali in via di democratizzazione come Meda e Rodinò, i radicali come Gasparotto e così via. Al terzo fattore, costituito dalla politica disfattista dei capi proletari, vanno dati i nomi dei D’Aragona e Baldesi, Turati e Treves, Nenni e compagni, che giunsero, a nome dei loro partiti e dei loro sindacati, a firmare il patto di pacificazione col fascismo, patto che comportava il disarmo di ambo le parti, ma naturalmente valse soltanto a disarmare il proletariato.

La liquidazione dei complici del fascismo

Assunto al potere, il nuovo movimento politico della classe dominante italiana trovò la migliore intesa col Re democratico massone e socialisteggiante e non trovò difficoltà a scegliersi servitori tra i parlamentari giolittiani, liberali, radicali e cattolico-popolari. L’estirpazione di ogni residuo movimento autonomo operaio continuò in forme che potevano ormai rivestire di aspetti ufficiali l’illegalismo.

Ben presto il nuovo sistema, di cui la chiave evidente era la sostituzione del partito unitario borghese al complesso ciarlatanesco dei partiti borghesi tradizionali (prima realizzazione della tendenza del mondo moderno, per cui in tutti i grandi Stati del capitalismo in fase imperiale amministrerà il potere un’unica organizzazione politica) passò alla liquidazione del personale delle vecchie gerarchie politiche, e questi complici del primo periodo furono liquidati ed espulsi a pedate dalla scena politica. L’episodio centrale della resistenza di questo strato che troppo tardi si accorgeva dello sviluppo degli eventi, ma che storicamente mai avrebbe cambiato strada (perché cambiarla a tempo avrebbe significato rinunziare al sabotaggio della rivoluzione) fu costituito dalla lotta sorta dopo l’uccisione di Matteotti.

Questo gruppo ignobile di traditori invocò e pretese l’appoggio e l’alleanza del proletariato per rovesciare il fascismo, ma nello stesso tempo non cessò dal piatire il legale intervento della dinastia, dal fare l’apologia della legge, del diritto e della morale, tutte armi che non scalfivano per niente la grandeggiante inquadratura fascista, e dal deprecare ogni violenza di masse.

L’avanguardia cosciente del proletariato in tale momento non doveva avere lacrime per la violata libertà di questi sporchi servi del fascismo, ma, dopo avere virilmente sostenuta la bufera della controrivoluzione, ben poteva compiacersi della sorte di questi miserandi relitti delle cricche parlamentari. Da allora, invece, comincia a sorgere il prodotto più nauseante del fascismo, l’antifascismo bolso, incosciente, privo di connotati, incapace di classificare storicamente il suo avversario, incapace di capire che, se questo ha potuto vincere, è perché le vecchie risorse della politica borghese erano fruste e fradicie, incapace di intendere che solo la rivoluzione può superare la fase fascista, e che contrapporvi il nostalgico desiderio del ritorno alle istituzioni e alle forme statali del periodo che la precedette è veramente la più reazionaria delle posizioni.

Durante il suo primo periodo, il fascismo sedò le resistenze, liquidò i residui delle vecchie organizzazioni politiche, impostò la sua non originale e non risolutiva soluzione delle questioni sociali prendendo a prestito dai programmi del socialismo riformista la inserzione nello Stato degli organismi sindacali e la creazione di un meccanismo arbitrale centrale, che, al fine supremo della conservazione dello sfruttamento padronale, compensava i guadagni e le rimunerazioni dei lavoratori contenendo a grandi sforzi in un piano economico generale la speculazione capitalistica.

Ma questo primo esperimento di amministrazione politica totalitaria della vita sociale, nell’ambiente economico italiano di scarso potenziale intrinseco, dette risultati assai meschini, e l’apparente solidità del regime si mantenne solo con l’abuso smodato di una retorica parolaia, che fu la continuazione fedele della vuotaggine del tradizionale parlamentarismo italiano.

Dal punto di vista convenzionale e borghese, il fascismo segnò una nuova era rispetto al ciclo precedente della classe dominante italiana, nelle sue vicende di politica interna ed estera. Contro la concorde, benché opposta affermazione di questa antitesi da parte dei dottrinari da operetta del fascismo e dell’antifascismo, una valutazione marxista riconosce la logica e coerente continuità e responsabilità storica nell’opera e nella funzione della classe dominante italiana prima e dopo il 28 ottobre 1922. Tutto ciò che è stato perpetrato e consumato dopo trova le sue premesse necessarie in quanto si svolse nei precedenti decenni.

Lo stesso movimento fascista, con la pseudo-teoria che mai seppe prendere corpo, nasce con continuità di atteggiamenti, di consegne, di organizzazioni e di capi, dal movimento dei fasci interventisti dal 1914, a cui si richiamano quasi tutti i movimenti che si vantano antifascisti.

La diretta continuità di movimenti tra il periodo parlamentare, quello fascista e quello post-fascista odierno, può leggersi nel processo di liquidazione della tradizione antivaticana. Quando la sinistra proletaria ripudiava l’anticlericalismo di maniera, le veniva rimproverato di favorire il pericolo clericale. Ma in realtà, non solo la politica indipendente proletaria si giustificava con la valutazione che tale pericolo non era più grave di quello di snaturare nella collaborazione massonica la fisionomia classista del partito proletario, ma con la certezza che quel pericolo era uno spettro fittizio, e che, in un avvenire non lontano, per quanto allora presentato come ingombrante paurosamente tutto l’orizzonte storico-politico, sarebbe stato disinvoltamente e sfrontatamente dimenticato.

Parallelamente all’intelligente politica del Pontificato verso i nuovi rapporti sociali di classe del mondo borghese, l’intransigente partito clericale si mutava all’indomani della guerra nel “Partito Popolare Italiano”, oggi “Democrazia Cristiana”, operante nell’ambito della costituzione parlamentare italiana.

Il movimento cattolico era stato, come quello socialista, contro la guerra, il Papa Benedetto XV aveva trovata la potente invettiva dell’inutile strage, e dicono fosse morto anzitempo nello spettacolo dei cristiani massacrantisi in nome di Dio. Seguì alla guerra una politica di realismo opportunista. Come tutte le forze borghesi, i cattolici videro con gioia l’azione fascista sventare il pericolo rosso ed al fascismo offrirono nei primi ministeri diretta collaborazione. Liquidati, insieme agli altri servi sciocchi, nella crisi 1924-25, i popolari cattolici operarono la lenta conversione che li presenta oggi come uno dei pilastri d’angolo dell’antifascismo.

Frattanto il Vaticano proseguiva senza interruzione la sua politica di liquidazione delle intransigenze anti-italiane, e, malgrado la polemica teorica contro la pseudo ideologia fascista deificante i concetti di Patria, di Stato, di Razza che esso non poteva tollerare, perveniva alla completa conciliazione, vecchio sogno di tutti i conservatori italiani, attuando all’apogeo del ciclo fascista il Concordato del 1929 e chiudendo la fase storica di conflitto aperta nel 1870.

La dinastia sabauda, al tempo stesso bigotta ed atea, pietista e massonica, credeva di consolidare ulteriormente, con questa conquista, la sua base politica. La rinascente pretesa democrazia di oggi, intenta stupidamente a disfare pietruzza per pietruzza l’edificio fascista, non ha trovato una frase né una parola contro il concordato di Ratti e Mussolini, o per far rivivere, sia pure a scopo commemorativo, la gloria della sua passata retorica anti-vaticana. Quando il dominatore che Re e Papi temettero ed elevarono a loro pari con Collari e Croci, fu travolto da altre forze, la gerarchia del Quirinale e quella del Vaticano furono concordi nella politica di presentarsi come nemiche e demolitrici del potere di Mussolini. Se nel guazzabuglio politico dei partiti dell’antifascismo, qualche timida obiezione sorge alla pretesa di verginità antifascista dei Savoia, o almeno di Vittorio Emanuele III, è quasi completo il silenzio nei confronti dell’analoga manovra politica compiuta dal pontificato attuale. Sta a spiegare, questa differenza di comportamento, insieme alla congenita vigliaccheria dei politicanti italiani, il fatto che, mentre le azioni del re sabaudo sono poi precipitosamente cadute, la curia vaticana è tuttavia una forza storica di assoluta efficienza, non scossa, e forse anzi rinvigorita, dalle vicende della guerra.

E la posizione di questa forza nei rapporti del conflitto tra le classi sociali dimostra ancora una volta la continuità e la rispondenza tra le posizioni borghesi fasciste e quelle antifasciste, che, malgrado la diversità delle presentazioni retoriche, fanno fulcro sui concetti di collaborazione delle classi e sulla propaganda di economie pseudo collettive, che salvano il principio dello sfruttamento borghese tentando di evitare l’opposta pressione dell’organizzazione proletaria.

Il pontificato oggi, nelle comunicazioni fatte nel corso della guerra, se talvolta, quando l’esito di questa era indeciso, è giunto ad enunciare una critica delle sue cause che ne riporta l’origine ad epoca assai più remota del sorgere dei regimi di Mussolini e di Hitler, denunziando le tremende sperequazioni tra le fortune plutocratiche e la miseria operaia caratteristiche della moderna società, nel suo programma positivo, economico e politico, riecheggia i motivi reazionari del corporativismo fascista e della democrazia progressiva, oggi in voga. Fondare in politica la democrazia su qualità morali dei governanti e dello strato professionale governativo, è parola storica tanto retriva quanto l’invocazione di una economia di frammentazione della ricchezza, di polverizzazione della proprietà, che vuol dare agli oppressi economicamente l’illusione che il capitalismo, anziché spingersi sempre più follemente verso i vortici delle disparità economiche, si possa volgere ad un regime dove tutti al tempo stesso saranno lavoratori e proprietari.

Non diversamente parlò alle masse sfruttate il fascismo, e non è meraviglia che gli economisti delle democrazie politiche e sindacali accettino le parole economiche vaticane, convergendo nel piano della socializzazione dei latifondi e dei monopoli,  che non maschera altro che il divenire monopolistico e fascistico del capitalismo statale.

Clericali ed anticlericali ieri, fascisti ed antifascisti oggi, i borghesi, nel mondo come in Italia, sono veduti dal metodo storico proletario percorrere un unico ciclo ed una crisi parallela.

Il ridicolo “bis” del Risorgimento

È per tutto questo che l’odierna parola della ripetizione e della restaurazione delle conquiste del Risorgimento nazionale italiano risulta molto più reazionaria delle stesse parole d’ordine del fascismo. Non solo un “bis” di questo genere è storicamente un non-senso, ma la via del Risorgimento non è altro che la via che ha condotto al regime fascista come al suo sbocco storico.

L’idea che il fascismo vada considerato diversamente da tutti gli altri processi sociali e storici, come una malattia, o se si vuole, come una distrazione della storia, come una parentesi bruscamente aperta e bruscamente chiusa, come un’alzata e calata di sipario su uno spettacolo ributtante, equivale a ritenere che tale fase storica non abbia le sue radici in tutti gli eventi che la precedettero e che gli eventi ad essa successivi possano non essere influenzati da essa. Tale idea è l’opposto della concezione scientifica e marxista della storia, e va da questa spietatamente respinta. Tale idea, infine, equivale a ristabilire ed esaltare, sotto pretesto di radicalismo antifascista, le cause stesse della generazione del fascismo, ed è la più forcaiola delle idee che la politica di questi tempi abbia potuto mettere in circolazione. La coscienza politica del proletariato respinge dunque l’invito a dare alla classe dei suoi sfruttatori nuovo appoggio e nuova alleanza per ripercorrere insieme la strada che ha condotto alla presente situazione, e rifiuta di prendere anche per un momento sul serio la presentazione della borghesia italiana sotto la luce romantica che pretendeva irradiarla nelle prime sue manifestazioni cospirative ed insurrezionali di un secolo addietro. Accreditare la classe dominante italiana con questo colossale trucco storico e politico è meno facile che presentare come candida verginella la più esperta e matura professionista del meretricio.

Comunque, la situazione succeduta al fascismo è di tale miseria politica, che non contiene nemmeno gli elementi retorici che rispondono a queste banali riesumazioni, alla nuova rivoluzione liberale ed al Risorgimento seconda edizione.

Come si può dire che il più disgraziato e pernicioso prodotto del fascismo è l’antifascismo quale oggi lo vediamo, così può dirsi che la stessa caduta del fascismo, il 25 luglio ’43, coprì nel medesimo tempo di vergogna il fascismo stesso, che non trovò nei suoi milioni di moschetti un proiettile pronto ad essere sparato per la difesa del Duce, ed il movimento antifascista nelle sue varie sfumature, che nulla aveva osato dieci minuti prima del crollo, nemmeno quel poco che bastasse per poter tentare la falsificazione storica di averne il merito.

Vi furono negli anni del fascismo ed in quelli di guerra opposizioni, resistenze e rivolte, come vi sono state nelle zone tenute dai fascisti e dai tedeschi lotte condotte da partigiani armati. Ma mentre il politicantismo borghese è riuscito a dare a questi movimenti le sue false etichette liberali e patriottarde, nella realtà sociale tutti quei conati generosi vanno attribuiti a gruppi proletari, che, se nella coscienza politica non si sono saputi svincolare dalle mille menzogne dell’antifascismo ufficiale, nella loro battaglia esprimono il tentativo di una rivincita di classe, di una manifestazione autonoma di forze rivoluzionarie tendenti a schiacciare tutte le forze nemiche degli strati sociali dominanti e sfruttatori.

Il tracollo decisivo del regime fascista è derivato dalla sconfitta militare, dalla logica politica di guerra degli alleati, che, conoscendo la fragilità dell’impalcatura statale militare italiana, hanno localizzato presso di noi i primi formidabili colpi d’ariete della loro riscossa contro i successi tedeschi. Quando il territorio italiano era largamente invaso, il fascismo perse la partita non per il gioco dei suoi rapporti di forza coi partiti italiani antifascisti, ma per il gioco di rapporti di forza tra l’organismo statale militare italiano e quelli nemici.

La crisi della sconfitta e la parodia antifascista

Poiché la crisi culminante dello Stato borghese italiano (e non del solo fascismo che non era che la sua ultima incarnazione) non coincideva affatto nel tempo con la crisi dell’organismo militare tedesco, si determinò la situazione di liquidazione catastrofica di tutta la forza storica della classe dominante italiana. Questa, nel suo tentativo di gettare a mare l’alleato facendosene un merito agli occhi del vincitore, percorse una via rovinosa, perché in realtà non aveva più forza per costituire una seria pedina nel gioco dell’uno o dell’altro dei contendenti. Cercò di non confessarlo, e tutti gli attuali partiti dell’antifascismo furono complici nella responsabilità di questa vergognosa per quanto vana truffa politica.

Monarchia, Stato Maggiore, burocrazia, dapprima gettano a mare Mussolini, ma, non avendo nulla preparato di positivo per affrontare non tanto il fascismo, quanto il suo alleato tedesco, sono costretti a vivere l’ignobile farsa dei 45 giorni, in cui dicono corna di Mussolini ma proclamano che il popolo italiano deve seguitare a combattere la guerra tedesca. Preparano, poi, non il cambiamento di fronte, impossibile ad un popolo e ad un esercito ormai incapaci di combattere e stanchi di sacrificarsi dopo tutte le vicende passate, ma esclusivamente il loro salvataggio di classe, di casta e di gerarchie, poco curandosi che tale salvataggio di responsabili e complici inveterati della politica fascista duplicasse l’amarezza del calvario del popolo lavoratore italiano.

In questo quadro di clamoroso fallimento corrono a rioccupare i loro posti i partiti della pretesa sinistra antifascista, e quelli che sfruttano i vecchi nomi dei partiti della classe proletaria italiana. Ma nessuno di essi rifiuta la corresponsabilità di questa colossale manovra di inganni e di menzogna.

L’Italia che aveva vissuto per 22 anni di bugie politiche convenzionali, rimane nella stessa atmosfera, aggravata dal disastro economico e sociale. Nessuno dei partiti antifascisti trova la forza di contrapporre alla retorica della immancabile vittoria della banda mussoliniana, l’accettazione coraggiosa della realtà della sconfitta. Essi si pongono sul terreno banale della parola antitedesca cercando invano di presentare ai vincitori una Italia che, facendo per quattro anni la guerra contro di essi, fosse in realtà una loro alleata, e promettendo ciò che nessun partito italiano poteva mantenere, cioè un apporto positivo alla guerra contro la Germania, ed in realtà anche dal punto di vista nazionale non riescono ad un salvataggio parziale ma cadono in un peggiore disfattismo.

Le parole dei giornali dei partiti che si dicono rivoluzionari, echeggianti completamente quelle fasciste – unità nazionale, tregua di classe, esercito, guerra, vittoria – parole altrettanto false quanto allora, mascherano soltanto la libidine di dominio delle classi privilegiate, pronte ancora una volta ad un mercato fatto sulla carne e sul sangue dei lavoratori, e rispondono al tentativo di salvare alla borghesia italiana una posizione di classe economica dominatrice, sia pure vassalla di aggruppamenti statali infinitamente più forti, mediante l’offerta della vita, degli sforzi, del lavoro della classe operaia, a vantaggio prima della guerra, poi del peso titanico della ricostruzione. La borghesia italiana, la stessa che si servì di Mussolini, che plaudì a lui, che lo seguì nella guerra finché fu fortunata, firma coi suoi nemici un armistizio che non può pubblicare, perché con esso ha tentato di risalire dal vortice che la inghiotte a tutte spese di quelle classi che da decenni ha ignobilmente sfruttate e che spera di poter seguitare ad opprimere, se non come padrona assoluta, come aguzzina di nuovi padroni. Di questo segreto contratto e del suo spietato carattere di classe sono volontariamente corresponsabili tutti i partiti che agiscono oggi nel campo politico italiano, che accettarono di coprire la manovra con l’adozione delle false parole dell’alleanza, dell’armamento, della guerra, e che non osano, pur abbeverandosi ad un’orgia di liberalismo, avanzare nessuna timida eccezione critica alla dittatura di queste colossali menzogne.

Ritornando alla tesi-base dell’antifascismo di tutte le sfumature, secondo cui il fascismo fu ritorno reazionario di regimi pre-borghesi e feudali, e dopo la sua caduta si pone il postulato di ricominciare la rivoluzione ed il Risorgimento borghese con la solidarietà di tutte le classi, dalla borghesia al proletariato, e dopo di aver dimostrato l’enorme falsità storica e politica di questa posizione, deve concludersi che, se per un momento la tesi fosse vera, la rinascente borghesia avrebbe dovuto ricominciare il suo ciclo nelle forme iniziali che gli furono proprie, forme di dittatura di classe, di direzione totalitaria del potere, e non di tolleranza liberale.

Lo stesso fatto che le gerarchie politiche oggi prevalenti sono state incapaci a scorgere la necessità, per estirpare il fascismo, di una fase di dittatura e di terrore politico, dimostra che tra il fascismo ed esse – come insegna la valutazione fatta secondo le direttive marxiste – non vi è antitesi storica e politica, che il fascismo nei suoi risultati non è storicamente sopprimibile da parte di correnti politiche borghesi o collaboranti, che gli antifascisti di oggi, sotto la maschera della sterile ed impotente negazione, sono del fascismo i continuatori e gli eredi, e prendono atto passivamente di quanto il periodo fascista ha determinato e mutato nell’ambiente sociale italiano.

E a conclusione di quelli che sono gli aspetti internazionali della commedia e della tragica farsa che va dal 25 luglio all’8 settembre, va ribadito che l’armistizio italiano non fu vero armistizio.

È mancato quel mercato militare che è la base del fatto giuridico di armistizio. Era inutile stipularlo, e bastava proclamare ovunque la consegna dei frammenti di territorio italiano alla forza del primo occupante straniero. Il mercato è stato politico e di classe; quei gruppi, espressione della classe dominante, hanno tentato di barattare il privilegio di governare e sfruttare l’Italia, ossia la classe lavoratrice di questo paese, contro la firma di una serie di condizioni di servitù politica ed economica, che la forza del vincitore era ben libera di realizzare col suo diritto storico, ma che tuttavia la sua propaganda può oggi presentare come giuridicamente garantite.

Con l’armistizio, la casta militare italiana, nella immensa maggioranza, non invertì le direttrici del tiro, ma si preoccupò solo di rubare e vendere il contenuto dei depositi, dopo aver buttato via armi e divise. I fascisti, evidentemente, lo facevano per sabotare l’alleato, gli antifascisti per sabotare i tedeschi. Soltanto a tale risultato poteva condurre il capolavoro della tremenda opposizione antifascista italiana che, con la doppia manovra 25 luglio-8 settembre, coronò degnamente il corso della classe dominante italiana in un secolo di storia.  Da allora questo metodo geniale ha preso il nome di “doppio gioco” con la caratteristica della sua miserabilità, e con quella che esso non è servito nemmeno ad ingannare il padrone, da nessuno dei due fronti.

Il collasso delle classi dirigenti in Italia e il proletariato

Se nell’andare alla rovina la classe dominante  in Italia avesse lasciato superstite qualche suo gruppo dotato di forza sociale e politica autonoma, o almeno di una residua coscienza culturale ed intellettuale, lo si sarebbe sentito da ambe le parti del fronte lanciare la parola, sia pure utopistica, della liberazione del territorio da qualunque straniero, e accusare di tradimento della patria tutti i partiti e gli uomini del 25 luglio, dell’8 settembre e del mostruoso blocco antifascista avallatore dell’armistizio, come i fascisti che nel Nord si sono asserviti all’altro campo dell’imperialismo straniero.

Lasciando al loro disastro tutti i relitti borghesi, sia quelli che sono sopravvissuti nel professato vassallaggio ai due grandi contendenti della guerra, sia eventualmente gli ultimi mistici non venduti di una indipendenza e di una patria italiana, il partito nuovo della classe operaia italiana, impostando le sue soluzioni sulle forze internazionali di classe, dovrà in ogni caso sconfessare i due armistizi consumati nel disastro della guerra italiana e condurre la sua lotta politica contro tutti i gruppi che si sono schierati nei due governi della penisola e che hanno parlato di una collaborazione alle forze di guerra da entrambe le parti.

Soprattutto, vinta la guerra da parte degli Alleati, il proletariato italiano non ha alcun interesse a sostenere le rivendicazioni che i gruppi del governo di Roma avanzano per le loro “benemerenze”, in quanto ogni concessione a questi da parte del vincitore sarà pagata dallo sfruttamento dei lavoratori d’Italia, e si porrà contro il loro cammino verso l’emancipazione.

La parola contraria, che vuole invece poggiare tali rivendicazioni sull’unità solidale delle classi e dei partiti d’Italia, deve essere dal proletariato respinta come disfattista e controrivoluzionaria.

Battute di attesa nell'evoluzione internazionale del capitalismo

La situazione internazionale è entrata in una fase di attesa, in cui, dietro il velo superficiale di un lento assestamento dell’economia e dei rapporti politici, si verifica in realtà il processo di maturazione della più grande crisi economica e politica che il capitalismo abbia mai attraversato.

L’aspetto esteriore di questa crisi è dato dall’ormai cronica incapacità dei convegni diplomatici delle massime potenze vincitrici a risolvere i problemi della pace. Più che per trovare un terreno comune d’intesa, sembra che i delegati dei «Tre Grandi» non s’incontrino ormai che per saggiare le loro forze rispettive, spiare i loro disegni e individuare il punto di minor resistenza sul quale l’uno o l’altro farà leva per aprirsi una breccia nel mondo. E non è un caso che le trattative internazionali rivelino ogni giorno più l’esistenza di un contrasto anglo-russo, e vedano invece gli Stati Uniti in un’apparente posizione di arbitrale superiorità sui contendenti, giacché il problema di uscir dalle strettoie dei rapporti economici internazionali è in primo luogo problema russo ed inglese, ed è fra queste due economie a raggio mondiale che più diretta e continua appare la frizione.

Ma il contrasto è, nello stesso tempo, russo-americano ed anglo-americano. C’è conflitto politico e persino militare tra Russia e Stati Uniti in Manciuria, in Cina, in Giappone; c’è conflitto di interessi economici fra queste stesse potenze nell’America latina, con affannosa corsa all’arrembaggio della navicella di Peron1, mentre un più sottile urto d’interessi economici, dai confini incerti e mutevoli ma non per ciò meno reali, si delinea fra Washington e Londra. E tale è l’imponenza delle forze in gioco, che l’ombra di questo nodo di contrasti si proietta giorno per giorno sulla vita politica di ogni Paese, per cui se agli occhi dei proletari italiani può apparire come il più immediato preludio al terzo conflitto mondiale, il più impressionante segno dei tempi la situazione di Trieste, dove operai «slavofili» e «italofili» si combattono nelle strade e nei cantieri e lo schieramento degli imperialismi penetra fin nel cuore del proletariato suscitando artificiali divisioni e falsando il contenuto di classe di ogni lotta operaia, lo stesso contrasto si riproduce in ogni settore nazionale; e in Germania si esprime nei due tronconi antitetici del movimento operaio nelle zone di occupazione occidentale e orientale; e in Francia, Inghilterra, America, Italia, si traduce nelle professioni di relativa «autonomia politica» di partiti – il socialista e il comunista – che nessuna diversità pro- grammatica ormai differenzia ma che gravitano verso opposti blocchi imperialistici; e in Grecia, nei Balcani, in Egitto, oppone in una lotta a parvenze ideologiche le pedine dei «Tre Grandi».

Ma che cosa c’è, nelle cose, dietro questo muoversi inquieto di ombre sul telone grigio del secondo dopoguerra mondiale? Che cosa matura dietro queste manifestazioni esteriori di una realtà più profonda?

Il capitalismo ha oggi di fronte a sé, in tutti i Paesi, problemi non di potenza ma di sopravvivenza. Il capitalismo soffoca.

Fra le altre conseguenze economiche, la guerra ha avuto quella di capovolgere i termini dell’equilibrio commerciale britannico. Nazione importatrice, la Gran Bretagna copriva fino al 1939 il cronico disavanzo della sua bilancia commerciale col reddito degli investimenti all’estero e dei noli e coi proventi della sua attività di centro finanziario internazionale. Il conflitto ha compromesso le basi di quest’attività, mentre ha inaridito le due prime fonti della bilancia invisibile dei pagamenti. Non è tanto il suo costo, quanto la sua composizione, che ha sconvolto la posizione finanziaria britannica. Sui 7 miliardi e mezzo che, secondo calcoli prudenziali, è costata la guerra al popolo inglese (un quarto circa della ricchezza nazionale), ben 4,2 si riferiscono a disinvestimenti all’estero effettuati per pagare merci o servizi e saldare debiti, e poco meno di 1 a perdite di naviglio: mentre i debiti contratti all’estero sommano (secondo un calcolo della Newsweek) a 14 miliardi di sterline, e l’Inghilterra, se per metà potrà farvi fronte procedendo ad altri disinvestimenti all’estero od ottenendo di annullarli, dovrà per il resto assicurarsi altri crediti aggravando così la propria situazione finanziaria.

Di qui il problema centrale dell’Inghilterra d’oggi: aumentare di almeno il 70% le esportazioni, sia invadendo i mercati che le distruzioni belliche hanno aperto in Europa, sia soppiantando antichi concorrenti come il Giappone nel rifornimento di alcuni paesi, sia mantenendo in pugno le tradizionali vie di commercio con le colonie e i dominions. Come riuscirvi? Comprimendo i consumi all’interno, affrettando la conversione delle industrie di guerra in industrie di pace, e razionalizzando le industrie-chiave (i piani di «nazionalizzazione» delle arretratissime industrie carbonifera e siderurgica sono in primo luogo piani di razionalizzazione). E’ quello che si sta facendo, col risultato: 1) che mentre l’occupazione operaia complessiva è a tutt’oggi inferiore al livello dell’anteguerra, nell’industria di esportazione lo supera del 23%; 2) che mentre ancora nel 1. trimestre 1945 il numero indice delle importazioni (base 1938=100) era 124 e quello delle esportazioni 62, nel primo trimestre 1946 i due indici erano rispettivamente 121 e 157; 3) che il razionamento, lungi dall’allentarsi, si è fatto più rigoroso; 4) che la percentuale di reddito nazionale consumato tende a contrarsi rispetto alla percentuale assorbita dallo stato sotto forma di tasse ed imposte, o risparmiata per essere reimmessa nel ciclo produttivo2.

In altre parole, è in atto una tensione di tutto l’apparato produttivo sia dal punto di vista del capitale che dal punto di vista del lavoro: tutta l’economia si orienta, sotto l’egida dello Stato (addio antitotalitarismo), verso l’esportazione. Ma quest’espansione commerciale può avverarsi in condizioni di normalità? La guerra, distruggendo o paralizzando il potenziale produttivo di alcune grandi potenze, ha bensì aperto nuove possibilità di espansione all’industria inglese, ma ha concentrato sugli stessi campi di azione gli sforzi di altre potenze frustate da analoghe necessità di vita; ha allentato le fittissime maglie dei rapporti commerciali interimperiali riducendo le possibilità di esportazione entro il raggio della Commonwealth britannica; ha accentuato il processo d’industrializzazione dei paesi coloniali e semicoloniali, molti dei quali, d’altra parte, sono stati spinti a gravitare economicamente verso gli Stati Uniti; infine, facendo sempre più della Gran Bretagna la debitrice degli Stati Uniti, l’ha costretta a subirne le esigenze di politica economica, per cui il recente e vistosissimo prestito accordato da Wall Street è servito egregiamente da ricatto per ottenere l’impegno inglese alla rinuncia al sistema del commercio preferenziale all’interno dell’area della sterlina e garantire ai membri di quest’ultima la libertà di spendere dove meglio credano i dollari e le sterline finora bloccati presso Londra. Tutto ciò lascia disarmata di fronte al mondo un’industria non attrezzata per l’esportazione e che pur deve esportare, in concorrenza con economie tecnicamente più efficienti, sotto pena di assistere al crollo di tutto l’edificio economico nazionale e di non poter sopportare più a lungo il peso del controllo militare di parte dell’Europa e del mondo.

In questa situazione, due cose sono certe. Da una parte, l’industria inglese sarà spinta ad un ritmo rapidissimo di razionalizzazione. di accentramento, di sviluppo della produttività del lavoro, per rispondere alla primordiale esigenza dell’esportazione: questo processo si rifletterà in un disagio sempre più acuto del proletariato e in un progressivo smantellamento della sopravvissuta democrazia britannica. Dall’altra, la tendenza verso l’esportazione, stimolata da questa stessa trasformazione dell’apparato economico, urterà contro barriere sempre più difficili da superare, rappresentate non soltanto dalla parallela espansione commerciale di altre economie in seguito al conflitto, ma dalle contro-reazioni provocate dallo stesso ritmo espansionistico britannico e dalle sue esigenze di difesa.

D’altra natura sono in parte le forze che spingono sulla via dell’espansione la Russia sovietica. La guerra ha provocato qui, da un lato, una sensibile riduzione della capacità produttiva di alcuni settori, soprattutto di quello agricolo, e, dall’altro, un notevole indebitamento verso la massima potenza finanziaria mondiale, gli Stati Uniti. Il conflitto ha non soltanto colpito duramente il cuore della produzione agraria dell’U.R.S.S. (l’Ucraina), rovinando i seminati, impoverendo le terre e distruggendo le scorte vive e morte, ma reso estremamente difficile il salvataggio di impianti e macchinari (parzialmente riuscito invece nel settore industriale), e provocato nei contadini una diffusa tendenza a spezzare i quadri dell’economia collettiva, alterando l’equilibrio faticosamente raggiunto negli anni dell’industrializzazione accelerata dell’agricoltura. Tutto questo ha accresciuto il disagio del consumatore e reso ancor più grave il peso dei sacrifici sostenuti dalle masse nel corso del conflitto, il quale ha avuto anche l’effetto di accentuare il già esistente squilibrio fra industria pesante e leggera, fra produzione di beni capitali e di beni di consumo (il nuovo piano quinquennale prevede appunto un’estensione di quest’ultima): problema tanto più acuto, in quanto l’iniziata smobilitazione di un gigantesco esercito imponeva il riassorbimento di una larga massa di mano d’opera nelle industrie e nell’agricoltura, e che ha perciò dominato le linee generali della più recente politica di espansione della Russia.

Questa ha dunque come suo primo stimolo la necessità di colmare le lacune e gli squilibri dell’economia nazionale ricostituendo l’attrezzatura industriale e agricola con una spregiudicata politica di smantellamento economico dei Paesi occupati (il caso della Germania orientale, dell’Austria e della Manciuria), rimediando alle deficienze alimentari e in genere di beni di consumo con una parallela politica di requisizione (il caso della Rumenia, dell’Ungheria, della Prussia occupata, dove si è avuta per conseguenza una sensibile rarefazione di prodotti agricoli per la popolazione locale), e provvedendo fin da ora ad assicurarsi vantaggi futuri con una conseguente politica di infeudamento dei Paesi limitrofi ad economia complementare.

Ma ci sono altre forze che agiscono da motivo propulsore dell’espansione sovietica. Anche la Russia è oggi gravata di debiti verso l’estero; anch’essa deve ricostruire, come l’Inghilterra e la Francia, importando beni di produzione e capitali; anch’essa deve «far pagare a qualcuno» quello che è costretta a pagare ad altri. Lo fa assoggettando alla propria l’economia di altri paesi, imponendo ripa- razioni ai vinti senza l’ipocrisia di certe formule anglosassoni che dicono in modo diverso la stessa cosa, e preparandosi una strada all’espansione commerciale. La Russia si avvia a diventare esportatrice di prodotti non soltanto agricoli, ma industriali, e la sua diplomazia non esita ad agire conseguentemente a questa prospettiva non arretrando né di fronte alla rivendicazione di mandati di amministrazione coloniale in questo o quel territorio africano, né di fronte ad una politica di esportazione di capitali attraverso la partecipazione finanziaria ad imprese miste nei paesi più direttamente suscettibili di controllo dell’Oriente vicino, medio e lontano (col risultato di mettere a contribuzione il lavoro dei proletari di zone semicoloniali per pagare gli interessi al capitale nord-americano o britannico), e aprendo gradatamente la via verso il mercato mondiale e i mari liberi, con la pressione diplomatica e se occorre militare, a un’industria che, grazie anche al trapianto di macchinario modernissimo, si va mettendo in grado di affrontare e di battere, come sul mercato balcanico, la concorrenza americana e britannica.

E tuttavia, più nascosta, meno suscettibile di manifestazioni clamorose sul piano dei contrasti politici e militari, è la crisi maturante in seno all’economia degli Stati Uniti che giganteggia nel mondo; e la sua importanza è tanto più decisiva agli effetti dell’evoluzione delle lotte di classe, in quanto a quell’economia è per mille fili legata l’economia di tutti i paesi.

È una grande nazione creditrice interessata a promuovere lo sviluppo economico dei creditori; è la grande fornitrice di merci, di capitali e di servizi ai paesi in ricostruzione (e si sa che, per vendere a credito a qualcuno, bisogna impegnarsi a comprare o a far comprare qualcosa da lui); è la più colossale potenza produttiva del mondo, condannata perciò ad un’espansione insofferente di limiti; è infine una nazione che non vuol ricadere nel baratro della grande crisi e per- segue il sogno del «full employment» (pieno impiego dei fattori produttivi) e perciò del dominio incontrastato del mondo.

La situazione economica degli Stati Uniti è dominata da un complesso di fattori che si possono schematizzare così: 1) gigantesco aumento della produzione (il cui valore passa dagli 88 miliardi del 1938 ai quasi 200 del 1945); 2) aumento vertiginoso della produttività del lavoro (si parla del 180%), dimostrato dal fatto che il raddoppiamento della produzione si è ottenuto ad onta dell’assorbimento nell’esercito di circa 12 milioni di unità produttive e della loro parziale sostituzione con mano d’opera femminile e non qualificata; 3) dilatazione della capacità produttiva assoluta in seguito ai forti investimenti di capitale nell’industria a fin di guerra (il valore complessivo del capitale già immobilizzato prima del conflitto è di appena un quinto superiore a quello dei nuovi investimenti effettuati nel corso di esso); 4) necessità di aumentare di almeno tre volte l’esportazione (si calcola che questa debba raggiungere un valore di almeno 10 miliardi) per mantenere la produzione al livello della sua capacità, e perciò realizzare l’auspicata politica del «pieno impiego»; 5) necessità correlativa di ritornare ad un sistema di liberi scambi internazionali che escluda il commercio preferenziale e bilaterale – politica che gli S.U. hanno messo a base dei recenti accordi finanziari con Inghilterra e Francia e alla quale condizionano e sempre più condizioneranno la concessione di prestiti. O esportare di più, o affrontare il pericolo di una vastissima disoccupazione determinata ad un tempo dall’aumento della produttività del lavoro (per produrre la stessa quantità di merci occorrono oggi assai meno braccia di prima) e dall’aumento dell’offerta di mano d’opera (graduale smobilitazione dell’esercito, aumento naturale della popolazione): questo il più assillante problema per l’America.

Non è perciò strano che, fra il ’45 e il ’46, si sia venuta accentuando l’eccedenza delle esportazioni sulle importazioni, e che la politica americana si orienti sempre più verso l’accaparramento di punti d’appoggio in tutto il mondo, Potrà mantenersi e moltiplicarsi, questo ritmo di espansione, senza turbare le correnti commerciali già in atto e mettere in forse la ripresa economica di quegli stessi paesi che l’America ha interesse di far vivere perché sono suoi debitori, e verso quali è generosa di aiuti appunto perché comprino da lei e, ristabilendo il proprio equilibrio economico, facciano onore ai propri impegni, e come debitori e come compratori? E, rendendo difficile questo processo di riassestamento, gli S. U. non aggraveranno le proprie condizioni di vita, posto che non si può vendere senza, in un modo o nell’altro, comprare?

È sotto questa luce che va visto l’altro problema scaturito in America alla fine delle ostilità: il problema dei prezzi. Gli Stati Uniti hanno potuto sopportare le loro gigantesche spese di guerra senza diminuire il tenor di vita della popolazione: sono essi l’unico Paese belligerante in cui non solo si sia avuto un aumento reale del reddito nazionale nel corso del conflitto, ma in cui il consumo civile, lungi dal contrarsi, sia notevolmente aumentato. C’è abbondanza di danaro, in America, e una spinta corrispondente agli acquisti, un afflusso rapido e incontrollato di questo danaro sul mercato, significano inflazione. La battaglia svoltasi al Senato intorno al mantenimento del controllo dei prezzi è stata il segno caratteristico di questo processo: abbandonare il controllo dei prezzi significava rimettere in moto il meccanismo delle rivendicazioni salariali appena placate dopo i giganteschi scioperi di primavera, alterare l’esistente equilibrio monetario, limitare le possibilità di esportazione. Perciò il Presidente ha esercitato il suo diritto di veto; il che non ha impedito che, nel frattempo, il prezzo dei generi di più largo consumo aumentasse del 22-25% nel giro di poche settimane, e che il nuovo controllo nascesse su basi e con criteri molto più elastici.

Ora è chiaro che un aumento dei prezzi americani significa automaticamente una riduzione della capacità di acquisto dei dollari prestati un po’ a tutti, una minor capacità di concorrenza dell’economia statunitense sul mercato internazionale e, per converso, una maggior capacità di concorrenza di altre economie su quel mercato; tutto il mercato internazionale delle merci è destinato ad alterarsi perché sono gli Stati Uniti a dominarlo, è con esso subisce nuovi e pericolosi squilibri il già inquieto mercato del lavoro. E poiché, in un modo o nell’altro, e in una misura più o meno grande, i prezzi aumenteranno, e in rapporto ad essi bisognerà aumentare i salari, sarà in atto una nuova spinta alla razionalizzazione, allo sfruttamento del lavoro, alla pianificazione industriale, e saranno questi altrettanti fattori di crisi, ed altrettanti stimoli a superarla mediante una nuova e più forte espansione commerciale. Tante e così aggrovigliate sono le azioni e reazioni dell’economia capitalistica.

Le conclusioni si impongono da sé. Tutte le grandi potenze mondiali sono dominate dal problema di realizzare il «pieno impiego» dei fattori produttivi. Inghilterra e Russia lavorano a pieno ritmo pompando crediti all’America e riparazioni in merci e servizi ai paesi occupati: gli Stati Uniti, mantenendo in moto e potenziando la loro intatta e gigantesca macchina industriale. E’ il processo dell’accumulazione capitalistica che riprende dopo anni di distruzione, e che non vuol conoscere limiti.

Ma i limiti sono posti dalle condizioni in cui deve svolgersi e moltiplicarsi il commercio estero di queste stesse grandi nazioni vincitrici e dominatrici del mondo. Per le due prime, questi limiti sono posti dalla parallela necessità di espansione di ciascuna di esse, del «terzo grande» (gli Stati Uniti) da cui in un modo o nell’altro la loro ricostruzione economica dipende, e di tutte le nazioni alle quali la guerra e il dopoguerra hanno conferito un peso economico nuovo nel giuoco della concorrenza internazionale. Per la terza, sono posti dalla espansione delle altre due (ch’essa è purtuttavia costretta a favorire) e dall’intersecarsi delle linee di sviluppo di tutti gli aggregati politici mondiali.

Questa situazione ha i suoi inevitabili riflessi nei rapporti fra le classi. La ricostruzione, che è il problema dominante della Russia; e la «riconversione», che è il problema dominante dell’Inghilterra e dell’America, poggiano su basi così fragili che non si può prospettarle senza prospettare l’ineluttabilità della crisi. Esse implicano un accelerato ritmo di sfruttamento del lavoro, una prolungata restrizione dei consumi, una spinta ad allargare lo smercio dei prodotti per evitare il grande scoglio della disoccupazione interna, anche a costo di provocarla o aumentarla negli altri paesi.

In questa situazione, per un fatale riprodursi di condizioni storiche obiettive, il problema tedesco è destinato a ritornare al centro della crisi internazionale del capitalismo. E’ nella logica del capitalismo che le tre potenze, dopo aver sostenuto un programma di sbriciolamento dell’economia tedesca, da essi realizzato senza scrupoli e senza rimpianti in quanto si trattava di «decongestionare» il mercato internazionale, aprire nuovi sbocchi alle proprie industrie e riattrezzarsi alla concorrenza nel più breve lasso di tempo possibile, siano ora portate a prospettarne non solo la graduale rinascita, ma la riunificazione. Lo debbono perché ciascuna di esse tende a fare di tutta la Germania una pedina propria, un proprio trampolino di lancio per il futuro così come un serbatoio economico per il presente (e la Russia non esita a pestare i piedi all’ultranazionalismo dei comunisti francesi propugnando un governo centralizzato del Reich); lo debbono perché anche la merci in un deserto; lo debbono infine perché nessuna delle zone sottoposte alla rapina ha le sue leggi economiche, e non si può aprire un mercato alle proprie occupazione militare alleata può vivere da sé; e l’Inghilterra non può pensar di perdere a cuor leggero i 100 milioni di sterline anticipati per finanziare le importazioni nella zona britannica se la zona agricola orientale non li paga esportando in conto pagamento debiti verso l’estero, e se la produttività del lavoro nella Renania e nella Ruhr rimane, proprio per la penuria di generi alimentari, così bassa; mentre la Russia non può contare su uno sfruttamento continuato delle possibilità agricole dell’Est se le barriere doganali che separano zona e zona continuano ad inceppare dall’ovest l’afflusso di prodotti chimici e meccanici ch’essa non è in grado di fornire. La Ruhr e la Renania non esportano a sufficienza carbone, perché ne producono poco (e lo stesso dicasi dell’acciaio, la cui produzione si è ridotta al 10% dell’anteguerra); le regioni orientali non esportano prodotti agricoli se non nell’URSS: è una politica di esaurimento che nuoce alle stesse potenze occupanti. E, se è naturale che la Russia propenda per un’unificazione anche politica della Germania, perché pensa di agevolmente controllarla, mobilitando, se occorre, i partiti di massa che servono al suo gioco, è altrettanto naturale che la Gran Bretagna e l’America propendano per la sua unificazione economica ma per il suo decentramento politico. E poiché come ha dimostrato in una serie di documentatissimi articoli sulla Germania l’Economist gli alleati si stanno accorgendo dell’inattuabilità di un piano che riporterebbe il vinto a un livello economico inferiore a quello del suo più duro anno di vita (il 1932) e lo condannerebbe a rappresentare per gli occupanti un insopportabile peso invece di un possibile mercato di sbocco, si va facendo strada dovunque l’idea che bisogni rianimare l’economia germanica rimettendone in vita le industrie e ridando ossigeno alla sua agricoltura, il che non è possibile senza reintrodurre nel mercato mondiale un nuovo fattore di concorrenza, di squilibrio, di contrasto.

In questo letto di Procuste si agita senza trovar pace il mondo capitalistico, e poiché sarebbe assurdo credere che ad una soluzione pacificamente concordata del problema tedesco si giunga, tanto forte e pressante è in quel settore il giuoco delle competizioni, la Germania potrà essere di nuovo al centro della crisi mondiale non per effetto del famoso «imperialismo teutonico», ma per l’imperialismo di tutti. A dimostrazione, se pur ve n’era bisogno, che la guerra imperialista non comporta responsabilità unilaterali, e non esiste, né obiettivamente né soggettiva- mente, aggressore e aggredito.

Ma le condizioni della crisi capitalistica (e di quella sua estrema manifestazione che è la guerra) sono le stesse della ripresa delle lotte di classe del proletariato. Ed è dai dati della prima che la critica marxista deve partire, senza lasciarsi sviare né dalle suggestioni del momento né dall’artificio di raffronti superficiali tra situazioni storiche radicalmente diverse, se il proletariato dovrà, nel corso della crisi di cui alcuni fatti da noi rilevati rappresentano appunto le «battute di attesa» opporre al capitalismo imperialistico quella che Marx chiamo la critica delle armi.

La qual cosa è, per ora, soltanto nei voti.

NOTE:

  1. Come è noto, il presidente argentino ha cessato di essere fascista da quando gli Stati Uniti prima e la Russia poi hanno creduto necessario accaparrarsene l’amicizia commerciale riconoscendone ufficialmente il regime. ↩︎
  2. Il reddito privato inglese è rimasto durante la guerra pressoché invariato (tenuto conto delle modificazioni monetarie): la percentuale di reddito consumato, che era nel 1938 dell’83%, è scesa nel 1945 al 61, mentre la percentuale trasferita allo stato per tasse ed imposte saliva dall’11 al 23%, la percentuale risparmiata dal 6 al 16, e la percentuale delle imposte dirette dall’11,8 al 25,32%. A quest’ultimo proposito, è da notare che l’aumento più forte si è avuto nell’incidenza delle imposte dirette sui redditi di lavoro (dal 3,01 al 10,7% per i salari, dal 5 al 21,04% per gli stipendi) mentre per i redditi di capitale interessi e profitti, rendita fondiaria e edilizia si è avuto un aumento percentuale non di tre O quattro, ma di due volte. ↩︎

Forza violenza e dittatura nella lotta di classe Pt.1

I – Violenza effettuale e virtuale

Nella storia degli aggregati sociali si riconosce l’impiego in forma manifesta della forza materiale e della violenza quando tra individui e individui, tra gruppi e gruppi si constatano urti e scontri che in mille forme si risolvono con la materiale lesione e distruzione degli individui fisici.

Quando tale aspetto degli sviluppi sociali viene in superficie, esso dà luogo alle più varie manifestazioni di esecrazione o di esaltazione che offrono la più banale sostanza alle successive multiformi mistiche che riempiono ed ingombrano il pensiero delle collettività.

È pacifico, tra le più opposte valutazioni, che la violenza tra uomo e uomo sia non solo un dato importantissimo dell’energetica sociale, ma un fattore integrante, se non sempre decisivo, di tutte le mutazioni delle forme storiche.

Per non cadere nella retorica e nella metafisica, aggirandosi tra le tante confessioni e filosofie che oscillano fra gli apriorismi del culto della forza, del superuomo, del superpopolo, e quelli della rassegnazione, della non-resistenza e del pacifismo, occorre risalire alle basi di quel rapporto materiale che costituisce la violenza fisica, e riconoscerne il gioco fondamentale, in tutte le forme di organizzazione sociale, anche quando essa agisce allo stato latente, di pressione, di minaccia, di preparazione armata, determinando amplissimi effetti storici anche prima, anche al di là, anche sine effusione sanguinis.

***

L’aprirsi dell’epoca moderna, che socialmente è caratterizzata dal gigantesco sviluppo della tecnica produttiva e dell’economia capitalistica, si accompagnò ad una fondamentale conquista della conoscenza scientifica del mondo fisico che risale ai nomi di Galileo e di Newton.

Fu chiaro che due campi di fenomeni, assolutamente separati ed anzi meta-fisicamente opposti nella fisica aristotelica e scolastica, in realtà si identificavano ed andavano indagati e rappresentati con lo stesso schema teoretico: il campo della meccanica terrestre e quello della meccanica celeste.

Si comprese cioè, per la prima volta, che la forza per la quale un corpo poggiato al suolo preme su di esso, o sulla nostra mano che lo sorregge, non solo è la medesima che provoca il moto del corpo quando è lasciato libero di cadere, ma è anche la medesima che lega tra loro i movimenti degli astri nello spazio, il loro aggirarsi su orbite apparentemente immutabili ed il loro possibile precipitare gli uni contro gli altri.

Si trattava non di una identità puramente qualitativa e filosofica, ma di una identità scientifica e pratica, poiché misurazioni della stessa natura possono condurre a dimensionare il volano di una macchina e a determinare, ad esempio, il peso e la velocità della luna.

Le grandi conquiste della conoscenza – come potrà dimostrare uno studio sulla gnoseologia condotto col metodo marxistico – non consistono nel fissare con scoperte rivelatrici nuovi veri eterni ed irrevocabili, in quanto resta sempre la via aperta a più ampi sviluppi e a più ricche rappresentazioni scientifiche e matematiche dei fenomeni di un dato campo, ma consistono essenzialmente nell’avere spezzato senza rimedio i termini di antichi errori tra cui la forza oscurante della tradizione che impediva alla nostra conoscenza di rappresentarsi i rapporti reali delle cose.

Ed infatti anche in questo solo campo della meccanica la scienza ha fatto e farà scoperte che trascendono i limiti delle enunciazioni e delle formule di Galileo e di Newton, ma resta il fatto storico della demolizione dell’ostacolo costituito dalla tesi aristotelica secondo cui una sfera ideale concentrica alla terra separava due mondi incompatibili tra loro: il nostro, terreno, della corruzione e della grama vita mortale, l’altro celeste, della incorruttibilità e della immutabilità gelida e splendente, concezione bene utilizzata nelle costruzioni etiche e mistiche del cristianesimo e bene adatta a riflettersi socialmente nei rapporti di un mondo umano fondato sui privilegi delle aristocrazie.

L’identificazione del quadro dei fatti meccanici della nostra sfera di esperienza immediata con quello dei fatti cosmici permise di pari passo di stabilire l’identità sostanziale dell’energia posseduta da un corpo, tanto allorché il movimento di esso rispetto a noi e all’immediato ambiente ne fa una empirica evidenza, come quando il corpo stesso apparentemente trovasi in riposo.

I due concetti di energia potenziale o di posizione e di energia cinetica o di movimento, riferiti ai corpi materiali, subiranno e subiscono interpretazioni sempre più complesse fino a rendere a loro volta trasmutabili, per scambi incessanti il cui raggio di azione si estende all’intero cosmo, le quantità di materia e di energia che apparivano invariabili nelle formule dei testi di fisica classica, le quali sono tuttora sufficienti a calcolare e attuare strutture e macchine a scala umana e con gioco di forme di energia non intra-atomica.

Ma resta un passo storicamente decisivo nella formazione della conoscenza scientifica l’aver assimilato, nella loro azione, le riserve potenziali e le manifestazioni cinetiche di energia.

Il concetto scientifico è divenuto ormai familiare ad ogni uomo che viva nel moderno ambiente. L’acqua contenuta in un serbatoio posto in alto sta ferma ed appare priva di moto e di vita. Apriamo le comunicazioni dei condotti con una turbina posta a valle e questa si pone in moto e ci somministra forza motrice. Conoscevamo l’entità di questa forza anche prima di aprire le saracinesche, in quanto essa dipende dalla massa dell’acqua e dalla sua altezza: energia quindi di posizione.

Quando l’acqua fluisce e si muove, l’energia medesima si manifesta come energia di movimento: cinetica.

Così pure anche un bambino sa oggi che fra i due fili del circuito elettrico, fermi e freddi, non avviene alcuno scambio finché non li tocchiamo; avvicinando un conduttore abbiamo lo sprigionamento di scintille, calore, luce, violenti effetti sui muscoli e i nervi se il conduttore è il nostro corpo.

I due fili inoffensivi erano ad un certo potenziale; guai a far diventare cinetica quell’energia. Oggi tutto questo lo sa anche l’analfabeta, ma la faccenda avrebbe enormemente confuso i sette savi della Grecia e i dottori della chiesa.

***

Passando dal campo dei fenomeni meccanici a quello della vita degli organismi, troviamo, tra le molto più ricche manifestazioni e trasformazioni della biofisica e del biochimismo, per cui l’animale nasce, si alimenta, cresce, si muove, si riproduce, anche l’impiego della forza muscolare nella lotta sia contro l’ambiente fisico che contro altri esseri animati della stessa specie e di specie diverse.

In questi contatti materiali e in questi urti brutali le parti e i tessuti dell’animale si ledono, si lacerano, e nei casi di più grave ingiuria l’animale muore.

Si considera comunemente che il fattore della violenza faccia la sua apparizione allorché la lesione organica sorge dall’impiego della forza muscolare di un animale sull’altro. Non vediamo violenza, nel comune linguaggio, quando la frana o l’uragano uccidono gli animali, ma solo quando il classico lupo divora l’agnello o si azzuffa con l’altro lupo che ne brama una parte.

Piano piano l’accezione comune di questi fatti così generali scivola negli inganni delle etiche e delle mistiche. Si odia il lupo, si piange sull’agnellino. Più oltre si giungerà a legittimare pacificamente che si ammazzi e si prepari lo stesso agnello come pasto degli uomini, ma si griderà con orrore contro i cannibali; si condannerà l’assassino, mentre si esalterà il combattente; tutti casi – sia pure in una gamma infinita di toni fecondissima per letterarie variazioni – di tagli e strappi nella carne vivente, tra i quali potremmo inscrivere, per consultare i nostri giudici di azioni armati delle varie etiche, l’intervento del bisturi chirurgico sul bubbone cancrenoso.

L’inadeguatezza delle prime rappresentazioni umane aveva processato gli stessi fenomeni della natura meccanica ed aveva applicato ad essi, per infantile antropomorfismo, i criteri morali.

La terra andava in giù e l’acqua al mare, l’aria e il fuoco in su, perché ogni elemento cerca il proprio simile e la propria sede e sfugge il proprio contrario, essendo amore ed odio i motori primi delle cose.

Se l’acqua o il mercurio non discendevano dal tubo capovolto era perché la natura aveva orrore del vuoto. Quando Torricelli realizzò il vuoto barometrico si poté determinare il peso dell’aria, che è anch’essa un grave, e tende in giù con tale violenza che, se non ne fossimo tutti circondati e penetrati, ci stritolerebbe al suolo. Ama quindi evidentemente il suo contrario ed andrebbe condannata per infrazione adultera ai suoi doveri.

Più o meno, in tutti i campi, volontarismo ed eticismo conducono l’uomo a credere nelle stesse corbellerie.

Tornando all’animale in lotta violenta con le avversità o per la soddisfazione dei suoi bisogni a mezzo della forza dei suoi muscoli, senza far suonare il disco borghese darwinistico della lotta per la vita, selezione naturale ed altri abituali ritornelli, vogliamo porre in rilievo che anche qui lo stesso movente ed effetto dell’impiego della forza può presentarsi come potenziale o virtuale da un lato, come cinetico ed attuale dall’altro.

Non solo l’animale che ha provato i pericoli del fuoco, del gelo, dell’inondazione apprenderà a fuggire prima di affrontarne il cimento quando avvertirà segni premonitori, ma la stessa violenza tra due esseri animati potrà molte volte avere effetto senza essere fisicamente consumata.

Il cane selvatico non contenderà al leone il capriolo ucciso, ben sapendo che seguirebbe la sorte della vittima. Molte volte la preda soccombe per il terrore prima del morso del carnivoro, talvolta basta lo sguardo di quello a immobilizzarla e toglierle la possibilità non della lotta ma della stessa fuga.

In tutti questi casi il prevalere della forza ha effetto potenziale senza bisogno di esplicarsi materialmente.

Se il nostro indagatore etico dovesse sentenziare non crediamo che assolverebbe il carnivoro per il solo fatto di una libera elezione della sua preda ad essere divorata.

***

Nelle aggregazioni primitive degli uomini si arricchisce progressivamente l’intreccio dei rapporti tra individuo e individuo. La più grande varietà dei bisogni e dei mezzi per soddisfarli, la possibilità di comunicazioni tra un essere e l’altro per il differenziarsi del linguaggio danno luogo a una sfera di relazioni e di influenze che erano nel mondo animale appena in abbozzo.

Anche prima che si possa parlare di una vera produzione di oggetti di uso suscettibili di essere adoperati per placare le necessità e i bisogni della vita, si determina una divisione di funzioni e di attitudini a compierle tra i componenti dei primi gruppi, che si adibiscono alla raccolta dei vegetali spontanei, alla pesca, alla caccia, alle prime rudimentali attività nel preparare e conservare i ricoveri ed allestire i cibi.

Comincia ad apparire la società organizzata e sorge il principio di ordine e di autorità.

Non è più soltanto con la forza muscolare che gli individui più attrezzati fisicamente ed anche per energia nervosa piegano gli altri a dati limiti nel fare impiego del loro tempo e della loro fatica e nel fruire dei beni utili acquisiti. Cominciano ad essere dettate regole cui la comunità si adatta, che vengono fatte rispettare senza bisogno di impiegare ogni volta una coazione fisica, ma con la sola minaccia che il trasgressore verrebbe fieramente punito e, nei casi estremi, soppresso.

L’individuo che, sospinto dalla primigenia animalità, volesse sottrarsi a tali imposizioni deve o ingaggiare la lotta corpo a corpo col capo e probabilmente con gli altri sudditi cui questi comanderebbe di sostenerlo nella sanzione, o fuggire dalla

collettività, ma in tal caso si troverebbe costretto a soddisfare le sue esigenze materiali meno copiosamente, e attraverso rischi assai maggiori, di quanto può fare per i vantaggi che offre l’attività collettiva organizzata sia pure in modo primordiale.

L’animale uomo comincia a descrivere il suo ciclo non certo uniforme e continuo né privo di crisi e di ritorni, ma nel senso generale inarrestabile, dal primo stato di libertà individuale illimitata, di autonomia totale del singolo, alla soggezione sempre più estesa ad una rete sempre più fitta di vincoli che prendono il carattere e il nome di ordine, di autorità, di diritto.

Il senso generale dell’evoluzione è quello di rendere statisticamente meno frequenti i casi in cui la violenza tra uomo e uomo viene consumata nella forma cinetica, con la lotta, la sanzione corporale, l’esecuzione capitale, ma nello stesso tempo di rendere più frequenti in raddoppiata ragione i casi in cui la disposizione autoritaria viene eseguita senza resistenza poiché l’oggetto di essa sa, per esperienza, che non gli conviene sottrarvisi.

La facile schematizzazione ed idealizzazione di questo processo conduce ad una astratta elaborazione col giuoco di queste due sole entità: il singolo e l’associazione, ipotizzando arbitrariamente che tutti i rapporti di ciascun singolo all’organizzazione si equivalgono, prospettiva illusoria del «contratto sociale». Si teorizza cioè un cammino delle collettività umane, guidato da un compiacente iddio regista del dramma a lieto fine, oppure da un meno comprensibile affiato redentore collocato chi sa come nella testa di ciascun uomo ed immanente al suo modo di ideare, di sentire e di comportarsi, che sfocia in un arcadico equilibrio per cui un ordine egualitario permette a tutti di godere i ricchi benefizi dell’alto rendimento dell’opera associata, mentre le decisioni di ciascun singolo sono libere e liberamente volute.

L’importanza invece del fattore della forza e il peso del suo gioco sia in quanto si manifesti palese nelle guerre dei popoli e delle classi, sia in quanto resti applicato allo stato potenziale per il funzionamento dell’ingranaggio dell’autorità, del diritto, dell’ordine costituito, del potere armato, viene messa scientificamente in rilievo dal materialismo dialettico col farne risalire le causali e l’estensione di impiego ai rapporti in cui sono messi i singoli dalla tendenza e possibilità di soddisfare i loro bisogni.

Un’analisi delle disposizioni anche preistoriche con le quali i gruppi associati si procurano i mezzi di vita, e delle prime rudimentali risorse, armi, strumenti di cui si arricchisce l’arto dell’animale uomo per agire sui corpi esterni, conduce a definire svariatissime relazioni e posizioni intermedie tra il singolo e la totalità aggregata, che frazionano questa in gruppi diversi per attribuzioni, funzioni e soddisfazioni; e questa indagine fornisce la chiave del problema della forza.

L’elemento essenziale di quella che si è soliti chiamare civiltà è questo: l’individuo più forte consuma più di quello debole; e fin qui si resta nel campo dei rapporti della vita animale e, se vogliamo, la cosiddetta natura, pensata dalle teorie borghesi come una bravissima regista, ha ben provveduto perché più muscoli comportano più stomaco e più cibi; ma inoltre il più forte dispone le cose in modo che gli sforzi lavorativi siano forniti in maggiore misura dal più debole e in misura minore da lui. Se il più debole si rifiuta tanto a vedere mangiare il pasto più lauto che a veder compiere l’opera più lieve, e magari nessuna opera, la superiorità muscolare lo piega e lo costringe alla terza menomazione di venire percosso.

L’elemento discriminante della civiltà sociale, dicevamo, è dunque quello che tale semplice rapporto si attua infinite volte in tutti gli atti della vita in comune senza bisogno che la forza costrittiva venga impiegata in modo attuale e cinetico.

Alla base dello schieramento degli uomini nei gruppi posti in così dissimile situazione di vita materiale sta inizialmente una ripartizione di compiti che, nella grandissima complessità delle manifestazioni, assicura al soggetto, alla famiglia, al gruppo, alla classe privilegiata, un riconoscimento che, dalla constatazione reale della iniziale utilità, conduce al formarsi di una attitudine di soggezione degli elementi e gruppi sacrificati. Questa attitudine si tramanda nel tempo e si inserisce nella tradizione in quanto le forme sociali hanno una loro inerzia analoga a quella del mondo fisico per cui, fino a superiori cause perturbatrici, tendono a descrivere le stesse orbite, a perpetuare le medesime relazioni.

Quando – per continuare in quella che ogni lettore anche non adusato alla indagine marxista comprende essere una esposizione a rilievi schematici per fine di brevità – per la prima volta il minus habens non solo non ha costretto il suo sfruttatore ad impiegare la forza per eseguire gli ordini, ma ha imparato a ripetere che ribellarsi sarebbe stato una grande infamia perché avrebbe compromesso le regole e gli ordini da cui dipendeva la salvezza di tutti, allora – giù il cappello! – è nato il Diritto.

Se il primo re è stato un bravo cacciatore, un gran guerriero, che aveva più volte esposta la vita e versato il sangue in difesa della tribù, se il primo stregone sacerdote è stato un intelligente indagatore di segreti della natura utili alla cura delle malattie ed al benessere, se il primo padrone di schiavi o di salariati è stato un capace organizzatore di sforzi produttivi in modo che si traesse maggior rendimento dalla coltivazione della terra o dalle prime tecnologie, l’iniziale constatazione di questo compito utile ha permesso di costruire le impalcature dell’autorità e del potere, permettendo a quelli che stavano al vertice di quelle nuove e più redditizie forme di vita associata, di prelevare – per proprio comodo – una larga parte dell’incremento di prodotto realizzato.

L’uomo ha assoggettato a un tale rapporto in primo luogo l’animale di altra specie. Il bue selvatico solo con dure lotte e con sacrificio dei più audaci domatori fu sottoposto le prime volte al giogo. In seguito non occorre più violenza in atto perché la bestia pieghi la sua cervice. Il suo poderoso sforzo decuplica la quantità di cereale a disposizione del padrone, ed il bue per nutrirsi e conservare la sua efficienza muscolare riceve una frazione della biada.

L’evoluto homo sapiens non tarda ad applicare questo rapporto al proprio simile col sorgere della schiavitù. L’avversario in una contesa personale o collettiva, il prigioniero di guerra pesto e ferito viene ridotto con ulteriori violenze a lavorare con gli stessi patti sindacali del bue; egli all’inizio si rivolta, raramente può sopraffare l’oppressore e sfuggirgli; a lungo andare il fatto normale è che lo schiavo, anche sopravanzando di muscoli il padrone quanto il bue, subisce la sua soggezione e funziona come la bestia, offrendo soltanto una gamma molto più ricca di servigi.

Passano i secoli e questo sistema costruisce la propria ideologia, viene teorizzato, il sacerdote lo giustifica in nome degli dei, il giudice vieta con le sue sanzioni che possa essere violato. Vi è una differenza e una superiorità dell’uomo della classe oppressa sul bue: è quella che non si potrà mai insegnare al bue a recitare, del tutto spontaneamente, una dottrinetta secondo la quale la trazione dell’aratro è per lui un vantaggio grandissimo, una sana e civile gioia, un adempimento della volontà di Dio e della santità delle leggi, né mai avverrà che il bue ne dia atto nel deporre una scheda.

Tutto il nostro discorso su questa elementare materia vuole condurre a questo risultato: mettere sul conto del fondamentale fattore della forza tutta la somma degli effetti che da esso derivano, non solo quando la forza è impiegata allo stato attuale, con violenza sulle persone fisiche, ma anche e soprattutto quando esso fattore forza agisce allo stato potenziale e virtuale senza i rumori della lotta e lo spargimento del sangue.

Travalicando i millenni ed evitando di ripetere l’esame delle successive forme storiche di rapporti produttivi, di privilegi di classe, di potere politico, si deve giungere ad applicare tale risultato e criterio alla presente società capitalistica.

È così possibile battere la tremenda contemporanea mobilitazione dell’inganno, l’universale regia che costruisce la soggezione ideologica delle masse ai sinistri dettami delle minoranze predominanti, il cui trucco fondamentale è quello dell’atrocismo, ossia, della messa in evidenza (corroborata inoltre da potenti falsificazioni di fatto) di tutti gli episodi di sopraffazione materiale in cui, per effetto dei rapporti di forza, la violenza sociale si è resa palese e si è consumata colpendo, sparando, uccidendo e – cosa che dovrebbe apparire la più infame, se la regia non avesse avuto tremendi successi nell’incretinimento del mondo – atomizzando. Sarà così possibile riportare al loro giusto, preponderante valore qualitativo e quantitativo, i casi innumerevoli in cui la sopraffazione, sempre risolvendosi in miseria, sofferenza, distruzione a volumi imponenti di vite umane, si consuma senza resistenza, senza urti, e – come dicevamo all’inizio – sine effusione sanguinis. anche nei luoghi e nei tempi in cui sembra dominare la pace sociale e la tranquillità, vantata dai ruffiani professionali della propaganda scritta e parlata come l’attuazione piena della civiltà, dell’ordine, della libertà.

Il confronto tra il peso dei due fattori – violenza in atto e violenza in potenza – mostrerà che, malgrado tutte le ipocrisie e gli scandalismi, il secondo è quello predominante, e solamente su di una tale base si può costruire una dottrina e una lotta capaci di spezzare i limiti dell’attuale mondo di sfruttamento e di oppressione.

La tattica del Comintern dal 1926 al 1940 Pt.1

Nel marzo 1926 ha luogo a Mosca la Sessione del VI Esecutivo Allargato, e Bordiga conclude il suo intervento affermando che è giunta l’ora per gli altri partiti dell’Internazionale di rendere al Partito Russo quanto questo ha loro dato nel campo ideologico e politico, e chiedendo espressamente che la questione russa sia posta all’ordine del giorno dei successivi dibattiti dell’Internazionale.

Se, dal punto di vista formale, tale proposta ebbe esito favorevole, in quanto alla VII Esecutivo Allargato come pure alla successiva sessione plenaria dell’Esecutivo dell’Internazionale, la questione russa fu ampiamente dibattuta, dal punto di vista sostanziale le cose andavano invece ben diversamente, e tutti i partiti dell’Internazionale bloccarono con le soluzioni teoriche, politiche e disciplinari precedentemente date dal Partito Russo. Queste soluzioni colpivano in pieno i principi fondamentali su cui era stata costruita l’Internazionale Comunista e portavano alle basi stesse della rivoluzione russa quelle sostanziali trasformazioni, che dovevano condurre alla spietata repressione contro gli artefici della rivoluzione e al parallelo capovolgimento della Russia dei Soviet, destinata infine a diventare uno degli strumenti essenziali della controrivoluzione e della preparazione del secondo conflitto imperialista.

La verità è che, già nel 1926, e grazie al successo di quella “bolscevizzazione” che Zinoviev aveva fatto trionfare al V Congresso Mondiale del 1924, i quadri dirigenti di tutti i partiti erano stati radicalmente modificati. Alle correnti che nel 1920, al sorgere dell’Internazionale, avevano organicamente confluito verso lo stesso sbocco rivoluzionario affermatosi in modo decisivo nel trionfo dell’Ottobre russo, altre tendenze erano state sostituite; e queste tendenze, vere e proprie mosche cocchiere che avevano seguito il carro vittorioso della rivoluzione russa senza portare alcun contributo alla formazione dei partiti comunisti, e che sonnecchiavano in essi in attesa della loro ora non potevano che rispondere presente all’appello rivolto dalla controrivoluzione nascente in Russia e darle man forte nell’opera allora appena abbozzata di frantumamento dei quadri dell’Internazionale.

Se abbiamo ricordato le proposte fatte dalla sinistra italiana per bocca di Bordiga al VI Esecutivo Allargato dell’Internazionale, lo abbiamo fatto per sottolineare che questa corrente aveva già presenti tutti i grandi avvenimenti in maturazione ed il punto centrale di essi: lo spostamento radicale che si preparava nella politica della Russia Sovietica.

Era l’ultima volta che la sinistra italiana poteva farsi sentire nel seno dell’Internazionale e del Partito: un anno dopo, non solo essa, ma ogni altra corrente d’opposizione era definitivamente espulsa dall’Internazionale e condizione per l’appartenenza a questa diventava il riconoscimento di quella teoria del “socialismo in un solo paese” che rappresentava una palese rottura di principio sui programmi su cui la stessa Internazionale si era costituita.

L’asservimento del Comintern agli interessi dello Stato Russo si era ormai verificato e i partiti comunisti delle varie nazioni, anziché muoversi verso l’unico reale obiettivo della lotta rivoluzionaria contro il loro capitalismo, venivano manovrati come pedine del gioco diplomatico impegnato dalla Russia con le altre potenze e portati, quando queste esigenze lo richiedessero, ai più fallimentari compromessi con le forze dell’opportunismo centrista e della borghesia.

Questo studio, che ha solo un carattere di informazione sulla tattica del Comintern dal 1926 al 1940, e che non può nemmeno esaurire un così ampio problema, deve ridursi a offrire gli elementi essenziali di questa tattica nelle sue tappe fondamentali, che qui elenchiamo: 

  • 1° Comitato anglo-russo (1926);
  • 2° Questione russa (1927);
  • 3° Questione cinese (1927);
  • 4° Tattica dell’offensiva e del social-fascismo (1929-1933);
  • 5° Tattica dell’antifascismo e del Fronte Popolare (1934-1938);
  • 6° Tattica dei partiti comunisti nel corso del secondo conflitto imperialista mondiale.

Il Comitato anglo-russo

Nel 1926, un avvenimento di grande importanza sconvolgerà sia l’analisi della situazione, data dal V Congresso dell’Internazionale (1924), sia la politica che ne era conseguita in Russia e negli altri paesi. La situazione mondiale era stata caratterizzata dalla formula della “stabilizzazione”, la quale evidentemente non escludeva la possibilità di una ripresa dell’ondata rivoluzionaria, mar – per il riflesso tattico che comportava – lungi dal facilitare l’orientamento dell’Internazionale verso una ripresa della lotta proletaria, doveva renderla prigioniera di formulazioni tattiche e di organismi, che non si modificano o rompono dall’oggi al domani.

In effetti, il processo politico non è un conglomeramento difforme di espedienti tattici, a tal segno che il partito possa applicare ad ogni situazione quello che vi corrisponde come farebbe un medico dopo aver diagnosticato la malattia. Il partito, che è un fattore dirigente dell’evoluzione storica, non può che plasmarsi in funzione della tattica e della politica che applica, e sarà abilitato ad intervenire in una situazione rivoluzionaria nella sola misura in cui avrà saputo prepararvisi nelle fasi che l’hanno preceduto. In mancanza di questa preparazione, è evidente che il partito, incastratosi in un opposto processo politico, non potrà non restarvi incuneato, interdicendosi così ogni possibilità di dirigere la lotta proletaria.

Ora, quando nel 1924 si era parlato di “stabilizzazione”, non ci si era evidentemente limitati ad un puro esame statistico e tecnico dell’evoluzione economica, ma, dall’indiscutibile constatazione della discesa dell’ondata rivoluzionaria in seguito alla disfatta della evoluzione tedesca del 1923, si era fatta discendere una discussione politica che era d’altronde in perfetta armonia con le decisioni tattiche dell’Internazionale.

Queste decisioni erano imperniate sull’obiettivo fondamentale del mantenimento dell’influenza comunista sulle grandi masse. E poiché, nella detta situazione sfavorevole, il contatto con le grandi masse non era possibile che attraverso lo sviluppo di rapporti politici con le organizzazioni socialdemocratiche che del riflusso rivoluzionario profittavano, la formula della “stabilizzazione” comportava la tattica del “noyautage” delle direzioni dei partiti e dei sindacati socialdemocratici.

Quando, nel 1926, scoppio il gigantesco sciopero dei minatori inglesi, l’Internazionale non poteva dunque che trarre le conseguenze dalle permesse tattiche già stabilite. I capi trade-unionistici si affrettarono a stabilire accordi permanenti con i capi dei sindacati sovietici, e il Comitato anglo-russo fu costretto a esercitare la funzione che gli avvenimenti gli imponevano.

Lo sciopero divenne generale e, se tutta l’analisi economica fatta dal V Congresso andò in frantumi, non così avvenne della tattica che ne era risultata. L’Internazionale non solo si trovo nell’impossibilità di svelare alle masse il ruolo contro-rivoluzionario dei dirigenti tradunionistici, ma dovette andare fino in fondo e mantenere la sua solidarietà con loro nel corso di tutta questa importante agitazione proletaria in uno dei settori fondamentali del capitalismo mondiale.

Onde meglio afferrare la tattica dell’Internazionale in questa questione, occorrerà ricordare che, contemporaneamente, trionfava in Russia la tendenza di destra di Bukharin-Rikov. Questa tendenza si era sviluppata nel quadro generale di una tattica che, dopo aver assimilato la sorte dello Stato Russo alla sorte del proletariato mondiale, era passata in un secondo stadio a far dipendere la politica dei partiti comunisti dalle necessità di quello stato. E Bukharin potrà giustificare la tattica seguita nel Comitato anglo-russo con gli “interessi diplomatici dell’U.R.S.S.” (esecutivo dell’Internazionale del maggio 1927).

Quanto a questa tattica, basti ricordare che, dopo le Conferenze anglo-francese di Parigi del luglio 1926 e di Berlino dell’agosto 1926, alla Conferenza di Berlino dell’aprile 1927 i delegati russi, i quali avevano riconosciuto nel Consiglio generale “l’unico rappresentante e portavoce del movimento sindacale d’Inghilterra”, si impegnarono a “non diminuire l’autorità” dei capi tradunionisti e a “non occuparsi degli affari interni dei sindacati inglesi”. Dopo il tradimento aperto dello sciopero generale da parte della direzione socialdemocratica. E non è inutile ricordare che il capitalismo inglese, non appena potrà liquidare lo sciopero generale, ripagherà con la consueta gratitudine i dirigenti russi che gli erano stati così prodighi di servizi e che, direttamente a Londra, indirettamente a Pechino, il governo di Baldwin passerà all’offensiva contro le rappresentanze diplomatiche sovietiche.

La rivista “Lo Stato Operaio”, edita dal Partito Comunista Italiano a Parigi, nel numero 5 del luglio 1927, in un articolo su “l’Esecutivo e la lotta contro la guerra” (si tratta dell’Esecutivo dell’Internazionale), polemizzando contro l’opposizione russa, scrive a proposito del Comitato anglo-russo:
“Questa tendenza (dell’opposizione – n. d. r.) viene alla luce ancor meglio nelle critiche alla riunione del Comitato anglo-russo. La riunione di Berlino del Comitato anglo-russo deve essere considerata e giudicata con attenzione senza precipitazione e senza partito preso. Il momento in cui il C. A. R. si riunisce a Berlino era internazionalmente assai grave. Il governo conservatore inglese preparava la rottura con la Russia. La campagna per l’isolamento della Russia da tutto il mondo civile si svolgeva in pieno. La delegazione dei Sindacati Russi fu bene o mal sconsigliata nel fare alcune concessioni allo scopo di non venire, in quel momento, a una rottura con la delegazione dei Sindacati Inglesi?”. Questo documento pone in forma interrogativa la questione sulla bontà della tattica seguita dalla delegazione dei sindacati russi alla riunione di Berlino ma, come abbiamo visto, Bukharin fu ben più esplicito nell’affermare che nell’interesse diplomatico dello stato russo era necessario non rompere il Comitato anglo-russo, Comitato che pur aveva servito da paravento ai capi tradunionistici per sabotare lo sciopero generale, mentre ufficialmente si riconosceva in esso gli “unici rappresentanti del movimento sindacale inglese”.

Gli stessi documenti ufficiali pongono in modo inequivocabile il problema: un possente moto proletario sarà sacrificato perché così vogliono le esigenze di difesa dello stato russo.

Ecco d’altronde una nuova conferma del ruolo giocato dal C. A. R. in seno al movimento inglese. La rivista “L’Internazionale Communiste” (numero 17 del 15-8-28) reca in un articolo di R. Palme Dutt sull’assemblea plenaria del Partito Comunista Cinese del Febbraio 1928 le seguenti affermazioni: “Ecco una svolta decisiva nell’atteggiamento del Partito Comunista verso le masse. Fino ad ora il Partito aveva giocato il ruolo di critico e di agitatore indipendente (e perciò di capo ideologico) nel movimento diretto dai riformisti. D’ora in poi il compito del partito comunista è di combattere i capi riformisti per mettersi esso stesso alla testa delle masse”.

Ed in una nota dell’autore aggiunge: “Si dice talvolta che noi siamo passati dalla parola d’ordine “lottare per la direzione” a quello di “cambiamento di direzione”. Non è esatto. Di fatto la parola d’ordine “cambiamento di direzione” era stata già attuata prima della tattica nuova, anche quando si combatteva questa tattica nuova, e non significa che una cosa: bisogna rimpiazzare alla testa del movimento la “destra” del partito laburista con la “sinistra” dello stesso partito. Attualmente il partito combatte per i suoi propri interessi, e non per correggere gli errori del partito laburista. Bisogna lottare per raggruppare le masse dietro il Partito Comunista e gli elementi che gli si sono associati (minoranza ecc.). É in questo senso che la parola d’ordine “cambiamento di direzione” è valida per il periodo attuale”.

Il ruolo del Partito era stato dunque nel 1926 di agire in qualità di “capo ideologico” del movimento diretto dai riformisti e di “correggere gli errori del partito laburista”. Quanto alla “nuova tattica”, che sarà altrettanto deleteria per il movimento proletario quanto quella opposta del Comitato anglo-russo, ne riparleremo nel capitolo destinato all’“offensiva” ed al “socialismo”.

La questione russa

Nel 1926-27 la Russia attraversa una grave crisi economica. Fin dal 1923-24, due opposte posizioni erano state difese nel seno del Partito Russo: quella della destra Bukharin-Rikov che, rompendo con le condizioni pregiudiziali poste da Lenin nella Nep (vedere “L’imposta in natura”), preconizzava l’appoggio all’espansione degli strati capitalisti soprattutto nelle campagne; l’altra della sinistra trotzkysta che, sulla base delle formulazioni di Lenin, tendeva alla istituzione di un piano economico centrato sul rafforzamento del settore statale e socialista a detrimento del settore privato e capitalista.

Il partito russo passa alla lotta contro Trotzky; ma il blocco dirigente che va da Bukharin-Rikov a Stalin-Zinoviev-Kamenev se procedeva unito nella lotta contro il preteso “trotzkysmo”, non raggiunge tuttavia un’unità di vedute sul piano positivo delle soluzioni da adottare nei confronti dei gravi problemi economici cui aveva dato luogo l’instaurazione della Nep. La destra lancia la parola “contadini arricchitevi” e minaccia apertamente il monopolio del commercio estero, ma né giunge ad impostare un piano economico e politico chiaramente orientato verso l’annientamento delle condizioni pregiudiziali poste da Lenin nella Nep, né si differenzia nettamente dal centro allora impersonato da Stalin-Zinoviev-Kamenev (per limitarsi ai più importanti capi russi). Come sempre, la destra non ha alcun bisogno di precisarsi in posizioni chiare e si affida soprattutto all’impulso diretto degli avvenimenti, i quali, in circostanze sfavorevoli al movimento rivoluzionario, non possono d’altronde che esserle propizi. L’essenziale è per essa la lotta contro la tendenza proletaria, e a questo scopo si serve del centro, che meglio di lei potrà svolgere questo compito contro-rivoluzionario.

Gli anni 1926 e 1927 che vedono una situazione in cui le diverse correnti in seno al Partito Russo non ci affrontano in vista di soluzioni particolari da adottare di fronte ai gravi problemi economici in cui si dibatte la Russia, ma i dibattiti vertono soprattutto sulle questioni generali e teoriche. Le soluzioni pratiche interverranno dopo, alla XVI Conferenza del Partito Russo (1929) in cui sarà deciso il primo piano quinquennale. Nel 1926-27 la lotta è circoscritta al compito essenziale dell’ora: disperdere ogni reazione proletaria nel seno del Partito Russo. Secondo la relazione della riunione plenaria del Comitato Centrale e della Commissione Centrale di Controllo del Partito Russo (vedi Stato Operaio del Settembre 1927) “l’opposizione si divide in tre gruppi:

1° un gruppo di estrema sinistra che fa capo ai compagni Sapronov e Smirnov;

2° il gruppo che accetta l’egemonia di Trotzky e di cui fanno parte, fra i più noti, Zinoviev, Kamenev, ecc.

3° un gruppo che si sforza di prendere una posizione intermedia tra le correnti di opposizione e il Comitato Centrale (Kasparova, Bielincaia, Ovssiannicov, ecc.)”.

Quanto al primo gruppo il documento ufficiale caratterizza nei seguenti punti la sua analisi della situazione:

a) la lotta nell’interno del partito ha un carattere di lotta di classe, tra la parte operaia del partito e l’esercito dei funzionari; b) questa lotta non può limitarsi all’interno del partito, ma deve interessare le grandi masse senza partito di cui l’opposizione deve conquistare l’appoggio; c) è possibile che l’opposizione sia sconfitta; essa deve perciò costituire un quadro attivo, che difenda anche nell’avvenire la causa della rivoluzione proletaria; d) il blocco Trotzky-Zinoviev non comprende questa necessità, tende al compromesso col gruppo Stalin, non ha una chiara linea tattica; avendo errato nel firmare la dichiarazione del 16 ottobre 1926 di ubbidienza al Partito deve calpestarne gl’impegni; le esitazioni di Trotzky e Zinoviev devono essere denunziate e smascherate come quelle del gruppo Stalin; e) negli ultimi anni gli elementi capitalisti della produzione si sono sviluppati più rapidamente degli elementi socialisti; data l’arretratezza tecnica del paese e il basso livello della produttività del lavoro non è possibile passare ad una vera organizzazione socialista della produzione senza l’aiuto dei paesi tecnicamente progrediti o senza l’intervento della rivoluzione mondiale; f) l’errore principale della politica economica del partito consiste nella riduzione dei prezzi, che va a vantaggio non della classe operaia, ma di tutti i consumatori, e quindi anche della borghesia e della piccola borghesia;
g) la liquidazione della democrazia di partito e della democrazia operaia, nel 1923, è il preludio dell’instaurazione di una democrazia di contadini ricchi; h) per modificare questo stato di cose, bisogna passare all’organizzazione di grandi aziende di stato con una perfetta tecnica di produzione per la trasformazione dei prodotti dell’agricoltura; i) la Ghepeu, invece di lottare contro la contro-rivoluzione, lotta contro il giustificato malcontento degli operai; l’esercito rosso minaccia di trasformarsi in uno strumento di avventure bonapartiste; il C. C. è una frazione “stalinista” che, iniziando la liquidazione del partito porterà alla fine della dittatura del proletariato; bisogna “restaurare” il sistema dei Soviet.

Questa corrente è considerata dal C. C. “un gruppo di nemici del partito e della rivoluzione proletaria”. Lo stesso C. C. afferma che esso “è costituito solidamente in frazione illegale non solo nel senso del Partito, ma nel seno stesso della frazione Trotzky-Zinoviev. Risulta che uno dei gruppi di questa frazione, il gruppo di Omsk, si era posto come programma la preparazione di uno sciopero generale in tutta la Siberia e l’arresto dell’attività delle grandi aziende elettriche della regione”.

Quanto al gruppo Trotzky-Zinoviev, lo stesso documento del C. C. del Partito russo scrive:

“Il gruppo Trotzky-Zinoviev è responsabile dei più violenti attacchi contro il C. C. e contro la sua linea politica, e della più sfacciata attività di frazione sviluppata nel corso del 1927, infrangendo apertamente i solenni impegni presi con la dichiarazione del 16 ottobre 1926.

Negli ultimi tempi questo gruppo ha concentrato i suoi attacchi contro la linea del partito nella politica internazionale (Cina, Inghilterra) speculando sulle difficoltà sorte in questo campo. Esso ha risposto alla preparazione della guerra contro l’U.R.S.S. con dichiarazioni le quali rappresentano un sabotaggio dell’azione che il Partito svolge per la mobilitazione delle masse contro la guerra e per la resistenza. Di questo genere è l’affermazione che il C.C. del Partito è su un piano di degenerazione termidoriana, che il corso della politica del partito è “nazional-conservatore”, che la linea del partito è una linea da “contadini vecchi”, che il più grande pericolo che minaccia la Russia non è la guerra, ma il regime interno del partito ecc. Queste affermazioni furono accompagnate da atti di violazione della disciplina e di aperto frazionismo: – edizione di documenti di frazione, organizzazione di frazione, di circoli, di conferenze ecc., discorso di Zinoviev contro il C.C. in un’assemblea di senza partito, atteggiamento di Trotzky alla riunione dell’Esecutivo, accusa di “termidorismo” portata da Trotzky contro il Partito in una riunione della C.C. di controllo, dimostrazione pubblica contro il Partito alla partenza di Smilga da una stazione di Mosca. Da ultimo venne organizzata una campagna di petizioni contro il C.C. facendo circolare un documento firmato dagli 83 principali esponenti dell’opposizione. Inoltre il gruppo Trotzky-Zinoviev si e mantenuto in rapporto col gruppo di estrema sinistra escluso dal Partito tedesco (Maslov-Fischer).

Tutto ciò mostra che il gruppo Trotzky-Zinoviev non solo ha violato tutti gl’impegni assunti con la dichiarazione del 16 ottobre 1926 ma: 1) si è posto su una via che porta ad essere contro la difesa incondizionata dell’U.R.S.S. nella lotta contro l’imperialismo; le accuse di termidorismo lanciate contro il C.C. hanno come conseguenza logica di proclamare la necessità della difesa dell’U.R.S.S. solo dopo che questo C.C. sia stato rovesciato; 2) si è posto sulla via che porta alla scissione del Comintern; 3) si è posto sulla via che porta alla scissione del Partito russo ed alla organizzazione in Russia di un nuovo partito”.

Quanto al gruppo intermedio, il C.C. del Partito russo lo considera “un gruppo di larvata opposizione, indice probabilmente di un certo smarrimento sorto in alcuni elementi meno sicuri di sé di fronte alle gravi difficoltà del momento”.

Tutta questa citazione permette di rendersi conto della gravità della situazione esistente in Russia, in questo periodo. Benché vi siano evidenti esagerazioni nel modo di presentare i punti di vista della frazione di estrema sinistra e della frazione Trotzky-Zinoviev, è chiaro che neppure quanto scrive il C.C. accusatore autorizza la conclusione che i due gruppi oppositori potessero essere assimilati ai menscevichi e ai controrivoluzionari.

Quanto alle posizioni difese dalla destra, esse rappresentavano indubbiamente il veicolo per una restaurazione della classe borghese in Russia secondo il tipo classico della ricostituzione di un’economia basata sull’iniziativa e sulla proprietà privata. Ma la storia doveva escludere quest’eventualità. Nella fase dell’imperialismo monopolista e del totalitarismo statale, il capovolgimento della politica russa si svolgerà lungo l’altra via dei piani quinquennali, di cui parleremo in seguito, e del capitalismo di stato.

Ma, come dicevamo, prima di giungere a questo passo decisivo occorreva vincere definitivamente la battaglia contro i diversi gruppi di opposizione, battaglia che era in realtà diretta contro il Partito stesso e contro l’Internazionale, giacché verteva sul punto fondamentale della dottrina marxista: sulla nozione internazionale ed internazionalista del comunismo.

La citata risoluzione del C.C. rappresentava una “mezza misura” poiché le questioni non erano definitivamente risolte. È nel dicembre 1927, al XV Congresso del Partito russo, dopo l’insuccesso della prova di forza tentata dall’opposizione con la manifestazione di Leningrado, che i problemi saranno affrontati in pieno.

La grande battaglia del XV Congresso si svolse intorno alla nuova teoria del “socialismo in un solo paese” e all’incompatibilità fra l’appartenenza al Partito e all’Internazionale e la mancata accettazione di questa tesi.

Su questo punto fondamentale il VII Esecutivo Allargato (novembre-dicembre 1926) si era espresso in questi termini: “Il Partito parte dal punto di vista che la nostra rivoluzione è una rivoluzione socialista, che la rivoluzione d’ottobre non rappresenta solo il segnale, il primo balzo in avanti e il punto di partenza della rivoluzione socialista in Occidente, ma: 1) rappresenta una base per lo sviluppo futuro della rivoluzione mondiale; 2) apre il periodo di transizione dal capitalismo al socialismo nell’Unione dei Soviet (la dittatura del proletariato), nel quale il proletariato ha la possibilità di edificare con successo, mediante una giusta politica verso la classe dei contadini, la società socialista completa. Questa edificazione verrà ad ogni modo realizzata solo se la forza del movimento operaio internazionale da una parte, e la forza del proletariato dell’Unione Sovietica dall’altra, saranno così grandi da proteggere lo Stato dei Soviet da un intervento militare”.

Si osservi come la realizzazione della “società socialista completa” non dipenda più, come ai tempi di Lenin, dal trionfo della rivoluzione negli altri paesi, ma dalla capacità del movimento operaio internazionale di “proteggere lo Stato dei Soviet da un intervento militare”. Gli avvenimenti hanno provato che a “proteggere” la Russia dei Soviet saranno invece i due più potenti stati imperialisti: la Gran Bretagna e gli Stati Uniti.

Sia al VII Esecutivo Allargato, che alle altre numerose riunioni del Partito Russo e dell’Esecutivo dell’Internazionale, il proletariato russo e internazionale perdette la sua battaglia. La consacrazione di questa disfatta si ebbe al XV Congresso del Partito Russo (dicembre 1927) quando fu proclamata l’incompatibilità fra l’appartenenza al Partito e la negazione della “possibilità della costruzione del socialismo in un solo paese”.

Ma tale disfatta doveva avere conseguenze decisive sia nel seno della Russia, sia nel movimento comunista mondiale. La battaglia delle classi non ammette vie intermedie, soprattutto nei momenti culminanti, come quelli della nostra epoca. La proclamazione della teoria del socialismo in un solo paese, poiché praticamente non poteva risolversi nell’estrazione della Russia da un mondo in cui – dopo la sconfitta della rivoluzione cinese – il capitalismo passava ovunque al contrattacco e, per il fatto stesso di spezzare il legame necessario fra la lotta della classe lavoratrice di ogni paese contro il rispettivo capitalismo e la lotta per il socialismo nel seno della Russia, negava il fattore di classe proletario, doveva inevitabilmente ammetterne un altro, su cui la Russia sempre più andava basandosi: il capitalismo mondiale. Evidentemente, questo trapasso dello stato russo non era possibile che a due condizioni:

1) che i partiti comunisti cessassero di rappresentare una minaccia per il capitalismo;

2) che nell’interno della Russia il principio della economia capitalistica – lo sfruttamento dei lavoratori – fosse reistituito.

In questo capitolo tratteremo del secondo punto; nei capitoli successivi del primo.

Sulla base di una logica che vorremmo chiamare “cronologica”, si è formata l’opinione che la linea della degenerazione dello stato russo parta dall’adozione della Nep nel marzo 1921 e giunga inevitabilmente al nuovo corso introdotto dopo il 1927.

Questa opinione è superficiale e non corrisponde ad un’analisi degli avvenimenti condotta secondo i principi marxisti.

Occorre mettere in chiaro che la manovra economica era necessariamente richiesta dagli avvenimenti, dalle difficoltà insormontabili in cui la dittatura proletaria si trovava, ed era possibile proprio perché si attuava in regime di dittatura proletaria. Questo evidentemente non vuol dire che le forze economiche borghesi non si accrescessero e che il rapporto di forze politico non tendesse a mutare: tuttavia questo mutare di rapporti a vantaggio delle forze borghesi, portato dalla Nep, poteva divenire pericoloso e letale per la dittatura proletaria in Russia solo ove il rapporto di forza internazionale si fosse spostato, come avvenne, verso il prevalere della reazione borghese e il deflusso dell’ondata rivoluzionaria. In caso contrario la momentanea ripresa delle forze borghesi sarebbe stata travolta dalla dittatura proletaria che aveva mantenute le sue posizioni politiche.

La posizione di Lenin, sin dal 1917, è basata su queste considerazioni principali:

1) una intransigenza politica assoluta che porterà il Partito Bolscevico a prendere le posizioni della lotta più aperta contro tutte le formazioni politiche borghesi, compresevi quelle della estrema sinistra socialdemocratica. È noto che, nel gennaio 1918, Lenin, dopo avere analizzato i risultati delle elezioni per la Costituente non secondo i criteri banali della democrazia parlamentare, ma secondo gli opposti criteri classisti, e dopo di avere constatato che i bolscevichi erano minoranza dal punto di vista aritmetico e globale nel paese, erano però maggioranza nei centri industriali, passò alla dispersione violenta di questa Assemblea eletta sulla base dei principi democratici.

2) un’avveduta politica economica che delimitava le possibilità del proletariato – e per conseguenza del Partito di classe – in connessione con le possibilità concrete offerte dal modesto grado di sviluppo delle forze e della tecnica di produzione. Il programma di Lenin comportava il semplice “controllo della produzione”, ciò che significava la permanenza dei capitalisti alla testa delle industrie.

Questa apparente contraddizione fra una politica economica di concessioni ed una politica generale estremamente intransigente è inspiegabile se non ci si pone – come costantemente fece Lenin – sul piano internazionale e non si considera quindi la rivoluzione russa in connessione con lo sviluppo della rivoluzione mondiale. Se, dal punto di vista nazionale russo, le concessioni nel campo economico sono inevitabili a causa dell’arretratezza dello sviluppo industriale del paese, dal punto di vista politico invece – poiché l’esperimento della dittatura proletaria è funzione degli avvenimenti internazionali – la politica più intransigente diventa non solamente possibile ma necessaria, giacché si tratta in definitiva di un episodio della lotta mondiale del proletariato.

Lenin agiva in funzione di principi marxisti sia nel 1917 quando si limitava al “controllo delle industrie”, sia durante il comunismo di guerra fra il 1918 ed il 1920, sia quando preconizzò nel marzo 1921 la politica della Nep. Tutta la sua politica discende da un’impostazione internazionale del problema russo e la stessa Nep sarà considerata inevitabile a causa del ritardo della ascesa rivoluzionaria del proletariato mondiale, mentre d’altra parte si preciseranno le condizioni fondamentali nel quadro delle quali dovranno strettamente mantenersi le concessioni contenute nella politica della Nep.

È noto che Lenin, sostituendo l’imposta in natura (il contadino diventava libero di disporre del prodotto rimanente dopo la cessione della quota devoluta allo stato) al sistema delle requisizioni (che toglieva al contadino ogni possibilità di disporre del suo prodotto) ed autorizzando il ristabilimento del mercato e della piccola industria, suddivideva l’economia russa nei due settori socialista e privato. Il primo settore – quello statale – doveva ingaggiare una corsa di velocità nei confronti del secondo al fine di sconfiggerlo nel campo economico grazie alla superiorità del rendimento del lavoro e dell’aumento di produzione.

Tuttavia la qualifica di socialista data al settore statale non significava affatto che la forma statale fosse sufficiente a determinare la natura socialista di questo settore. A mille riprese Lenin insistette sul fatto che le possibilità di successo del settore statale non risultavano in alcun modo dal fatto che, invece del privato, fosse lo stato a gestire l’industria, ma dal fatto che questo era uno stato proletario strettamente collegato al corso della rivoluzione mondiale.

Lenin instaura la Nep nel marzo 1921. È nel 1923-24 che i primi risultati della Nep si manifestano e contemporaneamente la lotta nel seno del Partito Russo dimostra che le previsioni poggianti su uno sviluppo del settore socialista a detrimento di quello privato non erano confermate dagli avvenimenti. Mentre Trotzky preconizzerà provvidenze destinate allo sviluppo del settore socialista ed alla lotta contro la borghesia rinascente soprattutto nelle campagne, la destra di Bukharin non vedrà altra soluzione ai problemi economici che una più grande libertà in favore degli elementi capitalistici dell’economia sovietica.

Nel 1926-27 la battaglia prende, nel seno del Partito e dell’Internazionale, le proporzioni che abbiamo ricordate e la sconfitta sarà totale per gli elementi di sinistra che non potranno restare nel partito che alla condizione di abiurare il principio internazionale ed internazionalista della lotta per il socialismo.

L’evoluzione storica non obbedisce a criteri formalistici a tale punto che una restaurazione dei principi economici del capitalismo non potesse essere considerata possibile in Russia che attraverso il ristabilimento della forma classica della proprietà individuale. La Russia si troverà nel 1927 e successivamente sempre più in una situazione mondiale caratterizzata, come nel secolo scorso, non dal riflesso dei principi economici liberisti nella appropriazione privata dei mezzi di produzione e del plusvalore, ma in un’altra situazione che conosce il totalitarismo statale e la soggiogazione a questo di tutte le forme dell’iniziativa privata.

Dopo la sconfitta della sinistra nel seno del Partito russo, non assistiamo – a causa delle indicate caratteristiche dell’evoluzione storica generale – ad un trionfo della destra, ma al fatto che la soluzione dei problemi economici non potrà essere ottenuta che attraverso una lotta contro le stratificazioni capitalistiche sorte durante la Nep.

Ma fra la politica della Nep e quella che doveva poi trionfare, dei Piani quinquennali, esiste o no una soluzione di continuità? Per rispondere a questa questione vi è dapprima da considerare che, come dimostra Ch. Bettelheim nel suo libro “La Pianificazione sovietista”, la Nep non aveva raggiunto i suoi obiettivi né nel campo politico giacché essa aveva portato ad un’ipertrofia della burocrazia, né nel campo economico giacché invece di avere assicurato la vittoria del settore socialista, aveva condotto ad un rafforzarsi del settore privato, né infine nel campo più generale economico poiché il 1926-27 aveva conosciuto una grave crisi economica in Russia.

In presenza di quello che Bettelheim qualificherà “il fallimento della Nep” si pone la questione se il 1927 doveva ineluttabilmente segnare l’ora della resa dei conti e se, a causa delle sfavorevolissime circostanze internazionali, nessuna ulteriore possibilità esisteva di mantenere al proletariato lo stato russo. Ma non di questo problema dobbiamo occuparci, il nostro compito essendo prevalentemente informativo sul corso degli avvenimenti.

Il fatto indiscutibile è che la reistituzione del principio economico dello sfruttamento capitalista viene consacrata dai Piani Quinquennali, il primo dei quali sarà deciso alla XVI Conferenza del Partito Russo dell’Aprile 1929 ed approvato dal V Congresso dei Soviet del Maggio 1929; il punto fondamentale di questi Piani è quello del raggiungimento prima e del continuo superamento poi degli indici di produzione prendendo come punti di riferimento sia il periodo precedente al 1914, sia i risultati ottenuti negli altri paesi. In una parola, quale sarà la sostanza della nuova ricostruzione sovietica? I documenti ufficiali non ne fanno mistero: si tratta di ricostruire un’economia dello stesso tipo di quella capitalista ed essa sarà qualificata tanto più come “socialista” quanto più alti saranno i vertici raggiunti dalla produzione.

Il piano economico concepito da Lenin e approvato al IX Congresso del Partito Comunista Russo nell’aprile 1920 impostava tutto il problema sull’aumento dell’industria di consumo: ciò voleva dire che scopo essenziale dell’economia sovietica era il miglioramento delle condizioni di vita delle masse lavoratrici. Per contro, la teoria dei Piani quinquennali mira al più alto sviluppo dell’industria pesante a scapito di quella di consumo. Lo sbocco dei Piani quinquennali nell’economia di guerra e nella guerra era perciò altrettanto inevitabile quanto l’assetto corrispondente dell’economia nel resto del mondo capitalista.

Corrispondentemente alla modificazione sostanziale che si verificherà negli scopi della produzione, che saranno unicamente quelli di una costante accumulazione di capitali nell’industria pesante, un’altra modificazione si farà nella concezione dell’“industria socialista” il cui criterio distintivo sarà stabilito nella forma non privata e statale: lo Stato padrone diventerà il dio al quale saranno immolati non solamente i sacrifici dei milioni di lavoratori russi che dovranno rivalizzare di zelo nella quantità e nella qualità della produzione per non incorrere nell’accusa e condanna di Trotzkisti, ma anche i cadaveri degli artefici della rivoluzione russa.

Il principio economico del crescente sfruttamento dei lavoratori proprio del capitalismo, sarà reistituito in Russia parallelamente alle leggi generali dell’evoluzione storica che portano ad un intervento crescente e totalitario dello stato. Anche il destro Bukharin ed il suo compagno Rykov saranno giustiziati. Chi trionfa in Russia è chi dovrà poi trionfare in tutti i paesi: il totalitarismo statale; e la conseguenza non potrà essere che la stessa anche in Russia: la preparazione e la gigantesca partecipazione al secondo conflitto mondiale.

La sinistra italiana, scorgendo fin dall’inizio la sostanza dell’evoluzione politica in Russia, non si lasciò – come Trotzky – accalappiare dalla forma statale della proprietà in Russia e fin dal 1933 sollevò la necessità di assimilare la Russia Sovietica al mondo capitalista preconizzando la stessa tattica nel corso del conflitto imperialista, dove ineluttabilmente essa sarebbe stata condotta dalla teoria del “socialismo in un solo paese” e dalla teoria dei Piani quinquennali.

Evoluzione dei sindacati e politica salariale nell'URSS

La politica del socialismo in un solo Paese e la conseguente evoluzione della macchina statale sovietica nel senso di un sempre più pesante e oppressivo apparecchio di sfruttamento del lavoro hanno avuto per effetto di alterare profondamente il significato e la funzione degli organismi sindacali nell’URSS1.

Questa funzione era stata definita con grande chiarezza da Lenin nel 1922 in un corpo di tesi che l’XI Congresso del Partito doveva integralmente approvare: «L’adozione di una contabilità commerciale da parte delle aziende di stato – vi si leggeva – l’urgente necessità. di aumentare la produttività del lavoro e di garantire la stabilità economica di ogni azienda di stato, l’inevitabile zelo burocratico delle autorità industriali non possono non provocare nelle imprese conflitti di interesse in materia di lavoro fra la maestranza e i direttori, i tecnici e i comitati preposti alle imprese medesime. E’ perciò dovere assoluto dei sindacati difendere gli interessi degli operai nelle aziende socialiste e di migliorarne in tutti i modi le condizioni materiali correggendo sistematicamente gli errori e le esagerazioni degli uffici economici, in quanto prodotti di una degenerazione burocratica della macchina statale» (Pravda, 17 genn. 1922).

Con questa formulazione, Lenin riconosceva che, nel regime economico misto caratterizzato dalla coesistenza di elementi socialisti e non-socialisti, il processo della lotta di classe continuava e in esso trovava la sua giustificazione la permanenza di organismi di difesa degli interessi operai.

Né il quadro poteva essere alterato dalla successiva politica di industrializzazione dell’URSS e dall’introduzione dei piani quinquennali, che, mentre non abolivano il sistema della contabilità commerciale delle aziende e ponevano anzi a queste ultime in forma categorica il problema dell’equilibrio dei bilanci tipico di tutte le aziende in regime mercantile, esasperavano il ritmo di accrescimento della produttività del lavoro e il pericolo degli «eccessi di zelo» della burocrazia. Ma il dado era tratto, e l’evoluzione politica portava necessariamente a ingranare i sindacati nel gigantesco meccanismo dello Stato-padrone e a toglier loro ogni funzione che non fosse quella di promuovere l’incremento della produzione industriale attraverso l’aumento della produttività del lavoro e il potenziamento della sua disciplina finalità abilmente mascherata dietro lo slogan della «sempre più consapevole e diretta partecipazione delle masse operaie alla costruzione del sociali- smo».

Si iniziava così un processo di svuotamento del sindacato che, nel corso del I piano quinquennale, quando il tasso reale dei salari diminuiva, portava gli organi sindacali a combattere per la «disciplina finanziaria» nelle questioni salariali e per il rigido mantenimento del «fondo salario» e delle quote di produzione fissate dall’amministrazione delle aziende di Stato; ad abbandonare dopo il 1934 la definizione dei contratti collettivi agli organi amministrativi dell’azienda e dello stato e infine, nel gennaio 1933, a perdere ogni influenza sulla determinazione delle quote di produzione nell’ambito di ogni singola attività produttiva.

Nell’estate dello stesso anno, il segretario del Comitato Centrale dei Sindacati per le questioni salariali, Veinberg, dichiarava:

«La corretta impostazione del sistema dei salari e di un sistema di quote di produzione in armonia con le peculiarità di ogni singola branca industriale e in rapporto alle sue particolari condizioni esige che la responsabilità di questo compito sia assegnata direttamente alla direzione tecnica ed economica. Ciò è richiesto anche dalla necessità di introdurre la direzione unica e la contabilità commerciale nell’azienda… Solo funzionari economici possono essere responsabili delle quote tecniche, del livello dei salari, della fissazione di quote di produzione, dei cottimi ecc. In alcuni compagni di fabbrica è radicata oggi la convinzione che il sindacato debba avere voce in capitolo nel fissare i salari a parità con la direzione economica. È questa una deviazione «di sinistra» ed opportunista, un tentativo di metter fine alla direzione unica e di interferire con l’amministrazione. Ciò deve finire» (Trud, 8 luglio 1933).

Parallelamente, a partire dallo stesso anno, erano soppressi gli uffici di collocamento e l’assunzione della mano d’opera diventava compito esclusivo della direzione aziendale, senza alcun controllo da parte dei sindacati. I quali, nel frattempo, erano presi nel girone dello stakhanovismo e dell’«emulazione socialista», e diventavano l’anima della campagna per l’aumento della produttività del lavoro e quindi del suo intensificato sfruttamento. E poiché nella catena della produzione non v’è anello che non ne presupponga un altro, era inevitabile che l’aumento della produttività fosse visto come problema, non sotto l’angolo visuale di un miglioramento delle condizioni generali di lavoro e di vita dell’operaio; ma – in armonia con le esigenze contabili dell’impresa – sotto quello di un irrigidimento della disciplina del lavoro. Punto culmine di questo capovolgimento della politica sindacale dello «stato operaio» è il decreto 26 giugno 1940, che vincola l’operaio al posto di lavoro comminando pene severissime per i casi di violazione, e condizionando alla rigida osservanza di questa disciplina il meccanismo della stessa assistenza sociale (il decreto del 28 dic. 1938 stabiliva già che «gli operai licenziati per infrazioni della disciplina del lavoro o per delitto, e quelli che hanno abbandonato il lavoro di loro spontanea volontà potranno chiedere l’assistenza per malattia solo dopo di aver lavorato non meno di sei mesi al loro nuovo posto»; lo stesso decreto, d’altra parte, riconosceva l’antico criterio dell’assistenza malattia pari al salario solo agli operai che lavoravano da almeno 6 anni nella stessa azienda, mentre la riduceva al 50% per quelli che potevano vantare una permanenza di meno di un biennio). «Il compito dell’assicurazione sociale – scrivevano i Voprosy Truda dell’aprile-maggio 1932 – consiste in una vasta, incessante, quotidiana battaglia per l’aumento della produttività del lavoro… È questo il punto d’onore di tutti i funzionari e di tutti gli organi dell’assicurazione sociale».

Ridotte al minimo anche le funzioni di controllo sul lavoro, i sindacati hanno finito per confinare la loro attività in difesa degli interessi operai ad un settore che potremmo chiamare dopolavoristico, cosicché appare giusta la conclusione a cui è giunto S. Schwarz in uno studio sui sindacati nella vita industriale russa (The Trade Unions in Russian industrial life, in International Postwar Problems V. II, numero 3, lu- glio 1945): «[I Sindacati] hanno finito per occuparsi soprattutto di rafforzare la disciplina del lavoro, di aumentarne la produttività e di curare gli interessi dell’operaio non come prestatore d’opera.. ma come consumatore, attività esercitata largamente in questo Paese da organizzazioni assistenziali di tipo paternalistico».

Ma è chiaro altresì che il fenomeno è di portata troppo vasta e complessa per poterlo chiudere nei confini cari allo Sehwarz di un’antitesi democrazia-antidemocrazia. Per noi, il problema rientra nel quadro generale della lotta di classe e dei rapporti di forza che fra le classi si son venuti a stabilire nell’URSS. Lo svuotamento della vita sindacale non è il punto di approdo di una lotta tra forme politiche o strutture giuridiche diverse (come, sviluppando in certo modo il pensiero dello Schwarz e tracciando una storia ideale della conversione del leninismo in stalinismo, ce lo presenta il Pagliari in un suo recente articolo su I Sindacati operai in Russia in Critica Sociale, a. XVIII, 4-10, 16 maggio 1946), ma è la conclusione di un processo di lotte di classe che va visto sul più vasto orizzonte della situazione internazionale del proletariato. Chi ha trionfato, in questo processo, non è la «dittatura» sulla «democrazia», ma la conservazione capitalistica sulla rivoluzione proletaria.

Il grave non è, in altre parole, che la funzione di difesa di classe del sindacato sia venuta decadendo (come è ovvio che decada nell’ipotesi di una definitiva affermazione delle forme socialistiche sulle forme mercantili della produzione), ma che sia venuta decadendo man mano che si affermavano gli aspetti degenerativi dell’economia e della politica russa, per spegnersi, del tutto quando la macchina statale ed economica si presentava ormai come la concretizzazione mostruosa di capovolti rapporti di forza tra le classi.

Ed è perfettamente ridicolo che i teorici della democrazia o socialdemocrazia occidentale piangano sul tramonto della funzione autonoma del Sindacato in Russia, o sulla sua degradazione ad organismo assistenziale-dopolavoristico, quando in tutti i paesi, cominciando dalla libera America di Truman per finire con le democrazie progressive di cui ci ha fatto dono il dopoguerra in Europa, la stessa tendenza va chiaramente delineandosi nel nome della ricostruzione e della solidarietà nazionale, e come se il sindacato non si ponesse dovunque (perché glielo fan porre i partiti del compromesso) il problema di applicare degli impacchi freddi sulla fronte dell’operaio per fargli sopportare il peso asfissiante della tanto auspicata (vedi le quindicinali omelie di «Critica Sociale» o di «Rinascita») intensificazione della sua capacità produttiva.

Lo stato-padrone è il fenomeno tipico della società borghese nella sua parabola discendente, il punto in cui tendono ad incrociarsi la linea di sviluppo del capitalismo e la linea d’involuzione dello Stato che già fu detto operaio e la sua funzione è dovunque quella di garantire il profitto contro le perturbazioni di un apparato economico in sfacelo. E’ su questo piano che va visto storicamente il fenomeno della «morte del sindacato» nella Russia e nel mondo: e sarebbe davvero il caso di dire che.. chi è senza peccato lanci la prima pietra.

Il criterio della produttività domina il mondo sociale sovietico come tutto il mondo sociale capitalistico.

Evidentemente, il sintomo preoccupante dell’evoluzione politica e sociale russa non è il fatto bruto delle constatate differenze salariali fra categoria e categoria, ma il fatto che queste differenze si fondino sugli stessi criteri mercantili di contabilità aziendale che sono tipici del sistema di produzione capitalistico. Mantenuto per gli operai non qualificati il sistema del salario orario, la base della politica salariale è ormai costituita per le altre categorie produttive dalla quota di produzione, o meglio ancora dal costo, che l’azienda stabilisce preventivamente in vista di un bilancio il più possibile attivo fra entrate ed uscite. La retribuzione aumenta proporzionalmente ai pezzi prodotti in più della quota media fissata, così come un sistema progressivo di multe colpisce il mancato raggiungimento della quota e un sistema di premi compensa il miglioramento realizzato nei metodi di lavoro (si noti che il sistema di corrispondere buoni-acquisto supplementari in rapporto all’aumento della produttività del lavoro riguarda non soltanto l’operaio singolo, ma il caporeparto, il guardaciurma della grande azienda moderna). Il personale tecnico e dirigente non gode soltanto di uno stipendio di gran lunga superiore al salario dell’operaio non- qualificato e qualificato2, ma partecipa agli utili dell’azienda in rapporto percentuale all’aumento della produzione o, che è in definitiva lo stesso, alla riduzione dei costi; riceve dall’azienda merci e servizi gratuiti o semigratuiti; può rifornirsi in spacci aziendali a prezzi bloccati; gode determinati privilegi in fatto di educazione, mentre la tassa sul reddito lo colpisce in misura assai meno forte che nei paesi occidentali. È chiaro che, essendo i prezzi fissati dal governo, il fondo-salari supplementare si costituisce sulla base della differenza fra prezzi e costi di produzione, e l’azienda viene a costituire un’unità chiusa in cui il plusvalore è distribuito secondo criteri contabili schiettamente mercantili sulla doppia base dello sfruttamento del lavoratore non-qualificato il cui salario è ridotto al minimo necessario per vivere, dello stakhanovista sottoposto al massacrante logorio fisico della «emulazione», del consumatore che paga i prodotti ad un prezzo di gran lunga superiore al costo di produzione, o, guardando il problema da un altro punto di vista, su basi di concorrenza tra aziende nella produzione e di monopolio statale nella vendita.

E poiché in una struttura economica di questo genere il criterio discriminante del «lavoro» è di natura essenzialmente sociale, è ovvio ch’esso tenda, da una parte a tener compresso il salario orario dell’operaio non qualificato e, dall’altra, ad aumentare gradatamente ma costantemente il reddito globale del lavoratore qualificato, dello stakhanovista e del dirigente3. Andate, con questo, a parlare di una progressiva scomparsa delle classi o di un avvicinamento alla formula comunista: «a ciascuno secondo il suo bisogno»!

Dobbiamo meravigliarci, dopo tutto questo, della constatazione del Drucker che «il. risultato del contatto col sistema industriale russo è stato sorprendente: alcuni dei più conservatori industriali americani, per i quali tutto ciò che è russo era anatema, esaltano oggi le virtù del sistema russo dei salari a premio»? E che. d’altra parte, l’introduzione di questo sistema e dello stakhanovismo abbia urtato nel 1934-36 contro l’opposizione degli organi sindacali provocando per contraccolpo il loro esautoramento? Il trionfo della nuova politica salariale e la «morte del sindacato» sono due aspetti della stessa evoluzione storica, cioè dell’inversione dei rapporti di forza fra le classi nella fase discendente della rivoluzione russa.

E non c’è che da prenderne atto.

Note:

  1. Per un inquadramento generale della questione russa, cfr. La Russia sovietica dalla rivoluzione ad oggi in Prometeo, n. 1. luglio 1946. ↩︎
  2. Nel 1938, il personale dirigente del- l’industria riceveva da 15 a 25 volte e in qualche raro caso 30 volte più dell’operaio non qualificato: il rapporto era in America di 1 a 8/12 e in qualche caso di 1 a 20 (P. Drucker, Wages and incomes in Soviet industry, in World Review, nov. 1945). D’altro canto, il salario medio del mano- vale risulta dalle stesse statistiche degli apologisti del sistema russo (si veda il recentissimo rapporto di G. Borghesi, Un mese nella Russia sovietica , in Cultura sovietica, ott.-dic. 1945) ridotto al livello minimo della sussitenza e poco più che sufficiente a coprire il consumo di due pasti nelle mense aziendali, pur tenuto conto delle facilitazioni di tipo assistenziale accordate al lavoratore. ↩︎
  3. Secondo il Drucker il salario dell’operaio non qualificato è aumentato durante la guerra di 4 volte, quello del dirigente di 8, e può impiegare il suo reddito nell’acquisto di merci a prezzo anteguerra. La recente riduzione del 50% sui prezzi di alcuni generi di consumo annunciata con tanto rilievo da alcuni giornali nostri riguarda d’altronde soltanto alcune merci non tesserate che per il loro prezzo rappresentano agli effetti del reddito medio dell’operaio, articoli di lusso (Neue Zürcher Zeitung, 4-7-46). ↩︎

La terza via del revisionismo

 Il tentativo di dare veste umanistica al marxismo é almeno altrettanto vecchio quanto il movimento operaio, anche se periodicamente c’è chi pretende farne la scoperta. Quando Bernstein lanciava la sua formula: “il fine é nulla, il movimento è tutto”, non faceva che sintetizzare lo sforzo comune ai revisionisti di tutti i tempi, e di tutti i paesi, di svuotare il marxismo delle sue ragioni storiche e del suo contenuto di classe per farne uno dei tanti essenziali contributi alla soluzione dei problemi sociali che travagliano il mondo moderno: un contributo accanto ad altri, buono per quel tanto che può dare alla cosiddetta “storia dello spirito umano”. In sostanza, il revisionismo, quando non é stato una critica economica, si é sempre risolto nel tentativo di dare al movimento proletario una giustificazione non storica, ma morale, e di trasformare il partito di classe in un’agenzia di propaganda redentrice in nome dell’idealismo o addirittura della religione. E aveva, per ironia della storia, una sua ragione di classe, l’insofferenza degli “intellettuali comunisti” per la liquidazione della retorica della “personalità”, dell’“individuo”, e del “cittadino”, essendo l’espressione della resistenza disperata di quei ceti che, nella società capitalistica, sono storicamente votati a rappresentare un ruolo riflesso entro il quadro generale della lotta fra il capitale e lavoro.

Salvare la persona, i cosiddetti valori morali e spirituali, il “caro io”, ha sempre voluto dire ottenere un qualunque posto al sole ai ceti medi e, soprattutto, al ceto molto genericamente chiamato degli “intellettuali”, e presentare la lotta proletaria per il potere politico come un innocuo e beneducato sviluppo (questione di gradi) della democrazia.

E’ pertanto naturale che l’ambiente sociale americano, tanto variegato e composito, in cui la classe operaia é scissa in mille compartimenti stagni che vanno da una potente aristocrazia operaia ad una gigantesca massa grigia fluttuante e continuamente rinnovata, e in cui d’altra parte l’enorme sviluppo della concentrazione capitalistica crea e distrugge di continuo zone neutre di tecnici, impiegati, “managers”, ecc., abbia dato vita alternativamente a correnti rivoluzionarie e a correnti revisioniste, quest’ultime derivate da quelle in fasi storiche di declino della lotta di classe e di relativa stabilità ed equilibrio delle classi. Se il 1935-40 é stato il periodo d’oro (nelle illusioni di quelli che corrono dietro alle promesse) del trotzkismo, il 1940-46 é stato il periodo d’oro del suo frazionamento, da una parte, in aggregati politici minori in aspra lotta gli uni con gli altri e in inquieta ricerca di un “ubi consistam”, e, dall’altra, in correnti ideologiche a tipo revisionista, di quelle che scambiano per “crisi del marxismo” la crisi dei partiti pseudo marxisti e cercanti una soluzione a questa crisi non in una liquidazione delle superfetazioni idealistiche e democratiche generatesi sul tronco del vecchio movimento operaio, ma nell’opposta liquidazione dei valori classisti, rivoluzionari, anti-idealistici del marxismo.

Una di queste correnti ha fatto centro intorno alla rivista Politics1, sulla quale ex-marxisti, ex-trotzkisti, filomarxisti, anti-marxisti, paramarxisti, idealisti, anarchici e isolati torneano in dotte giostre ideologiche cercando una “nuova via”, che è poi, tutto sommato, la vecchia via del revisionismo. Vi si trova perciò, accanto a qualche articolo di vecchi militanti rivoluzionari, rimasti tuttavia isolati dal processo internazionale e nazionale delle lotte di classe (Korsch, Ruth Fisher), il tentativo di distruggere le basi scientifiche del marxismo (Helene Constas spezza una lancia a favore di un marxismo iperstorico, buono per oggi come per i tempi di… Carlomagno, in quanto esigenza morale), quello di creare una filosofia personalistica del socialismo, quello di scindere il concetto di rivoluzione da quello di violenza (Don Calhoun), quello di reintrodurre nella ideologia rivoluzionaria, come surrogato alle troppo taglienti armi del materialismo storico, il proudhoniano concetto di “Giustizia”, e infine, negli scrittori che sentono i problemi più strettamente politici, la ricerca di una scappatoia alla morsa di ferro del Partito di classe (nel senso leninista della parola) e di formule giuridiche per conciliare dittatura proletaria e tradizione democratica (decentramento delle unità produttive, federalismo, democrazia diretta, diritto di frazione, e altri specifici per chi voglia sfuggire almeno in spirito alle realtà della storia).

Ma il gruppo di Politics ci interessa, ai fini dell’analisi storica, per un particolare aspetto che in esso si riflette della crisi della società capitalistica e della sua evoluzione verso forme sempre più rigide di controllo totalitario di tutta la vita sociale, economica e politica.  Il nucleo dirigente di Politics, il quale proviene dal trotzkismo, ha scoperto che la dialettica della storia non genera necessariamente dai fianchi della società borghese il socialismo2, ma che esiste una “terza via” la quale non é né capitalismo né socialismo, e rappresenta una nuova e decisiva variante nel quadro tradizionale della concezione marxista della storia. Questa terza via sarebbe quella che Dwight MacDonald chiama il “collettivismo burocratico”, termine con cui s’intende alludere all’accentramento della produzione in senso monopolistico e statalista e alla formazione di un’economia controllata sul tipo tedesco (nazista) e russo (staliniano), verso la quale tutto il mondo borghese si orienta, e che è caratterizzata dall’assurgere dello Stato a capitalista unico, e dal costituirsi di una classe o ceto di funzionari-esecutori come la nuova forza di guida della storia. Assunte le leve di comando dell’economia, lo Stato capitalista é oggi davvero il Leviatano: esso ha soppresso il capitalista singolo e la proprietà privata (o, dove non l’ha ancora fatto, tende necessariamente a farlo) sostituendo al primo un esercito di “managers” e di burocrati, e alla seconda la proprietà statale.

E poiché il proletariato si é lasciato prendere nell’ingranaggio di questa spaventosa macchina e non rappresenta più una forza di attrito in seno alla società collettivistico-burocratica, quest’ultima non é più una società di classi e la rivolta all’oppressione ed allo sfruttamento non può venire se non dalla reazione individuale di tutte quelle monadi umane che solo la comune soggezione al Moloch tiene unite in un unico interesse di vita. Per usare le parole di D. MacDonald: “Bisogna ridurre l’azione politica ad un livello umile, senza pretese, personale – un livello reale nel senso che soddisfi, qui ed ora, le esigenze psicologiche e i valori etici delle persone singole che vi prendono parte. Dobbiamo cominciare dalla base, da piccoli gruppi di individui in diversi paesi, raccolti intorno a certi principi e sentimenti ad essi comuni… Lo scopo di questi gruppi dovrebbe essere duplice: all’interno, il gruppo esisterebbe in modo tale che i suoi membri riescano a conoscersi nel modo più pieno come esseri umani. . . scambino idee e discutano il più possibile su ciò che è nella loro mente… e, in genere, imparino l’arte difficile di vivere; verso l’esterno, dovrebbero compiere in comune alcune azioni in appoggio a individui, facenti o meno parte del gruppo, che lottino per gli stessi ideali, e predicare questi ideali, a voce o con l’azione, nei diversi contatti quotidiani coi loro compagni”. Come per il Capitalismo c’è dunque anche una terza via per le classi oppresse: contro l’oppressiva bardatura dello Stato burocratico-collettivista non vale né la tattica delle riforme né la strategia della rivoluzione: non c’è che un’azione da quacqueri o il bel gesto romantico ed eroico dei dinamitardi.

Come si vede, il revisionismo tende a giustificarsi con la “novità” di una situazione che il marxismo ha previsto e analizzato da tempo. Monopolismo, statalismo, accentramento dell’economia e dell’attività politica, totalitarismo, sono tutti fenomeni che rientrano nello sviluppo della società borghese così come i marxisti l’hanno teorizzato. E il grande bluff del Burnham e di Dwight MacDonald consiste nel presentare il fenomeno dello Stato-padrone, con relativo codazzo di “managers”, come qualcosa di staccato dalla storia che vada al di là del capitalismo e rappresenti perciò una “terza via” alla dialettica delle classi. Ma il rapporto fra le classi non solo rimane (e non lo si cambia appiccicando al capitalismo monopolistico ed accentratore il termine di “collettivismo”!), ma si fa più duro, e dà un carattere di ancor più palpitante attualità all’azione di massa e al compatto intervento del suo strumento-guida, il Partito. In tutte le grandi crisi sociali che imponevano il riconoscimento freddo e non velato da passione della realtà di fatto, ed una risposta che le equivalesse in potenza, c’è sempre stato chi ha preferito rifugiarsi in un mitico mondo fuori della storia, in una manifestazione di protesta non rivolta all’avvenire, ma ad un passato impossibile a risuscitare. E’ quello che gli americani chiamano “escapisme”, il rifiuto a guardare la realtà faccia a faccia e ad agire in essa, contro di essa, coi mezzi che la realtà storica medesima offre. Inutile cercare di girare indietro la ruota degli avvenimenti. Il capitalismo é oggi quel mostro, e nessuno potrà dire che al suo timone non ci sia, non continui ad esserci, la stessa classe del primo capitalismo. Krupp ha bisogno di Goering, se non altro per farsene schermo: ma la realtà della società borghese é, anche in regime di… “collettivismo burocratico”, la potenza occulta o palese del grande capitale finanziario.

Dalla soffocante pressione esercitata dal Moloch del capitalismo di stato, solo la forza organizzata della classe opposta può aprire una via di uscita, e questa forza organizzata presuppone l’accentramento di tutte le energie rivoluzionarie nel Partito e, in seno a questo, la stessa inflessibile intransigenza che la disperata volontà di resistere del nemico ha avuto nello spezzare le reni al proletariato rivoluzionario: presuppone insomma esattamente l’inverso di quello che gli ideologi di “Politics” vanno fantasticando, di tutto il ciarpame democratico, federalistico, idealistico, che ingombra la mente e l’azione dei sognatori dell’età dell’oro.

Giacché il capitalismo accentratore può allegramente sorridere delle conventicole degli “obiettori di coscienza”, così come delle complesse elucubrazioni sul modo di conciliare accentramento e decentramento, totalitarismo e democrazia, il lavoro associato con la dissociazione degli individui.

La “terza via” é un fenomeno psicologico che serve ottimamente a lasciare in piedi lo status quo. Il capitalismo monopolistico non ne sorride soltanto: se ne rallegra. E’ uno dei suoi puntelli. 

Note:

  1. Diretta da Dwight MacDonald, Politics Publishing Co.. 45 Astor Place, New York 3. ↩︎
  2. Per il neo-revisionismo, la generazione del socialismo “dai fianchi della società borghese” avrebbe dovuto avvenire, sembra, senza intervento chirurgico del proletariato! Revolutionary Workers League e Workers League for a revolutionary Party  ↩︎

 

Forze d'avanguardia nel proletariato americano

In un ambiente sociale, economico, politico quale quello degli Stati Uniti, in cui giganteschi moti di classe, come quelli recenti dei minatori e dei ferrovieri, si accompagnano tuttavia a un lentissimo processo di formazione del partito di classe, e gli organi sindacali sono tradizionalmente organi di conciliazione, quando non addirittura di sabotaggio della lotta, è inevitabile che la tradizione rivoluzionaria marxista si concentri in piccoli gruppi di avanguardia in aspro urto con le fondamentali inquadrature politiche del Paese. In realtà, grandi partiti operai sono cresciuti in America, ancora più che in Inghilterra fuori dell’alveo del marxismo, su un terreno essenzialmente sindacale o addirittura corporativo, lo stesso terreno, d’altra parte, sul quale doveva germogliare, alla fine dell’altra guerra, il movimento a tipo sindacalista-rivoluzionario degli Industrial Workers of the World (IWW) e su cui ha finito per muoversi, nella sua stentatissima vita, il Partito Comunista Unificato di America. Ma più che altrove, il primo compito dei nuclei di avanguardia rivoluzionaria appare perciò, secondo un’efficace formula di Lenin, quello «d’importare il socialismo nel proletariato».

La dinamica delle lotte di classe scaturienti dalla rapidissima evoluzione del capitalismo americano e dai profondi squilibri che, nell’economia statunitense questo dopoguerra ha già cominciato a rivelare, aprirà prospettive di sviluppo alle ancor modeste correnti politiche che si sforzano di riprendere, in un ambiente storico così complesso, la tradizione rivoluzionaria dell’ottobre russo e dell’Internazionale leninista? Non parliamo delle multiformi organizzazioni trotzkiste che ripetono in America il processo d’involuzione e i paurosi sbandamenti ideologici e tattici delle consorelle europee, ma dei più modesti raggruppamenti politici che si sono prefissi come compito immediato il ristabilimento sul piano programmatico dei valori rivoluzionari del marxismo, e di cui offre un esempio particolarmente interessante la Revolutionary Workers League con la sua rivista International News e l’organo di battaglia mensile Fighting Worker, entrambi editi a Chicago (Demos Press).

Questo raggruppamento si distingue per la posizione d’intransigenza assunta nei confronti tanto del riformismo della II e della III Internazionale stalinizzata, quanto del centrismo trotzkista, e sulla base di questa posizione polemica si è fatto promotore già prima della seconda guerra mondiale della costituzione di una «Provisional Contact Commission for the New Communist (4th) International», cui aderiscono oggi, oltre la stessa R.W.L. of U.S.A., la consorella Revolutionary Workers League of Great Britain (già Leninist League of G. B.) e il Central Committee of the Red Front of Greater Germany.

La risposta al quesito che ci siamo posti più sopra non può essere data che da un’analisi delle posizioni politiche che la R. W. L. difende.

Dal punto di vista ideologico l’unico che per ora interessi. trattandosi di raggruppamenti a base organizzativa limitatissima la R. W. L. si presenta come la rivendicatrice delle basi tattiche fondamentali del comunismo nella formulazione ad esse date dai primi Congressi dell’Internazionale. Di contro alla tradizione sindacalista e corporativa del movimento operaio americano (tradizione che, come si ricorderà: rese estremamente difficile nel 1920-21 il processo di avvicinamento delle correnti rivoluzionarie statunitensi alla III Internazionale), essa riafferma il ruolo preminente e decisivo del Partito di classe; di contro all’evoluzione in senso laburista democratico-legalitario del Partito Comunista ufficiale, la concezione rivoluzionaria della lotta violenta per la conquista del potere; di contro alla politica dei blocchi cara al trotzkismo, il principio basilare dell’autonomia del Partito della rivoluzione; di contro alla teoria del governo operaio-contadino la teoria della dittatura del proletariato; di contro all’interpretazione della guerra come crociata ideologica, l’interpretazione classica dell’imperialismo; di contro all’atteggiamento genericamente antifascista dei partiti operai in ambiente anglosassone, l’interpretazione del fascismo come tipica esperienza del capitalismo imperialistico e monopolistico; di contro alla prassi schiettamente patriottarda e bellicista dei due partiti tradizionali, la prassi leninista del disfattismo rivoluzionario; considera definitivamente liquidata l’illusione di un possibile raddrizzamento delle organizzazioni centriste e riformiste e, giudicando avventuriero ed antimarxista il processo di costituzione della IV Internazionale di Trotzky, propugna la formazione di una nuova Internazionale su basi programmatiche omogenee anzichè su accordi esteriori fra partiti; condanna infine senza appello le tattiche cosidette transitorie di unità indiscriminata e di appoggio ai «governi di sinistra» che sono fra i tabu classici del trotzkismo internazionale1.

Nel dare atto di queste posizioni, che, ponendo l’accento fondamentale sulla ‘autonomia programmatica e tattica del Partito di classe, in un certo senso convergono con le posizioni tradizionali della Sinistra italiana, dobbiamo tuttavia avvertire che la R. W. L. è ancora lontana dall’aver svolto fino alla sue estreme implicazioni questa posizione di partenza, e che perciò è essa stessa condannata a ricadere prima o poi nelle posizioni che pur combatte dell’intermedismo. Le pietre d’inciampo sono le medesime sulle quali ha finito per ruzzolare il trotzkismo e, se la R. W. L. non ha ancora fatto il capitombolo, è solo in virtù di un onesto, ma politicamente e ideologicamente inconsistente sforzo di equilibrio. Teoria dell’azione parallela (per quanto indipendente) del proletariato e di frazioni della borghesia nella lotta contro ritorni reazionari; tattica dell’appoggio ai movimenti coloniali e nazionali nella lotta contro l’imperialismo; fronte unico; valutazione dell’URSS come stato proletario degenerato sono altrettante tappe di questo fatale oscillare della R. W. L. intorno alle posizioni di sviluppo di un nuovo opportunismo.

La R. W. L. riconosce bensì che non esiste antitesi fra democrazia e fascismo, che la borghesia si vale ora dell’uno ora dell’altro metodo a seconda dell’evolversi dei rapporti di forza fra le classi, che la democrazia odierna, nata dal secondo conflitto mondiale, ha assorbito in sé l’esperienza totalitaria: tuttavia riprende il vecchio slogan della tattica preconizzata da Lenin ai tempi della lotta contro Kornilov, trasporta cioè una tattica usata dal Partito di classe nel momento cruciale del trapasso da un regime feudale a un regime borghese agli episodi di riassestamento interno che periodicamente si verificano in seno alla società capitalistica e, pur insistendo sulla necessità di mantenere anche in quel caso il principio dell’azione indipendente di classe, auspica l’intervento del proletariato nella contesa fra democrazia e fascismo, tra repubblica e monarchia, tra questa o quella frazione borghese, non già come forza politica capace di porre il problema di classe contro entrambe le formazioni avversarie, ma come forza politica di rincalzo, sia pure transitorio, ad una transitoria soluzione capitalistica. È la tattica del «marciare separati e battere uniti», tattica che, spostando continuamente i termini del problema proletario, porta le forze operaie a muoversi sul terreno obiettivo del nemico, e lo illude che un’autonomia organizzativa riesca a garantire l’indipendenza politica del Partito e perciò della classe (anche ammesso che un’autonomia organizzativa sia possibile nel momento stesso in cui si rinuncia all’autonomia programmatica).

L’ombra di questa falsa impostazione tattica si proietta necessariamente sugli altri aspetti del problema rivoluzionario. La R.W.L. nega, per esempio, che nella fase attuale del regime capitalistico, le borghesie coloniali possano giuocare un ruolo indipendente progressivo, e che la liberazione dei popoli coloniali possa avvenire senza l’assalto rivoluzionario del proletariato mondiale e indigeno al potere politico: riconosce anche che il problema dell’indipendenza nazionale per le minoranze oppresse ha cessato di porsi da quando l’evoluzione internazionale del capitalismo ha portato alla dittatura militare, politica, finanziaria delle grandi potenze imperialistiche; ma ciò non le impedisce di ritener valida la tattica dell’«autodecisione dei popoli» sia pure come parola d’ordine ausiliaria, e di preconizzare una tattica di appoggio (indipendente, s’intende!) alle lotte coloniali contro la ferrea catena dell’imperialismo. Applicata praticamente nel caso della Cina e delle lotte fra Ciang-Khai-Scek e la cosidetta «Cina Rossa» (di cui la R.W.L., nega d’altronde il carattere socialista), questa tattica porta all’assurdo che le cosidette milizie operaie e contadine autonome usino nei confronti delle due parti considerate tuttavia entrambe come avverse una doppia tattica di fiancheggiamento verso l’una e di attacco frontale verso l’altra: «ciò non significa sostenere la Cina Rossa o il suo strato dirigente, ma usare armi diverse contro le due parti della Cina, rinviare la lotta militare contro la Cina staliniana fino a che il nemico militare più diretto non sia battuto»2, cioè, praticamente, rinunciare al disfattismo rivoluzionario nei confronti del proprio governo e limitarne l’applicazione al governo e all’esercito altrui o, in altre parole, servire di strumento diretto o indiretto ad un imperialismo, per far la forca all’altro. La fine naturale di queste «doppie tattiche» è sempre una e, dopo di essersi arrampicati sugli specchi per salvare due inconciliabili posizioni di principio, si finisce inevitabilmente per cadere nel pasticcio trotzkista dell’appoggio alle borghesie coloniali contro l’«invasore imperialista».

Per le medesime ragioni, la R. W. L. è per l’appoggio alle lotte rivendicative delle minoranze oppresse, alle lotte d’«indipendenza nazionale», alle rivendicazioni democratiche come parole d’ordine transitorie e, mentre insiste sul principio dell’«azione indipendente di classe», non si accorge che quest’indipendenza non è né può essere un fatto organizzativo esteriore, ma è prima di tutto autonomia di programma e di tattica. La verità è che, come quasi tutti i raggruppamenti politici usciti dal filone dell’opposizione trotzkista. la R. W. L. rimane impigliata in quel falsissimo canone d’interpretazione politica che consiste nel condizionare la tattica del Partito rivoluzionario ai cosidetti caratteri progressivi di una determinata forma borghese in contrasto con la forma ad essa apparentemente antitetica. E’ anche per questo che la R. W. L., ritenendo che la Russia continui ad essere uno stato operaio per quanto degenerato, e che, come tale, abbia tuttora una base economica socialista pur sotto il dominio di uno strato dirigente burocratizzato fondamentalmente borghese, è spinta dalla logica della sua impostazione tattica a porre il problema del disfattismo rivoluzionario in termini condizionali: il disfattismo è valido come tattica negli stati capitalistici dell’Occidente, e non può in essi subire limitazioni, mentre non è più valido nei confronti dell’U.R.S.S.; e poiché, essendo l’U.R.S.S. tuttora compresa nell’orbita della rivoluzione mondiale di cui resta una parte, è prevedibile un prossimo conflitto ideologico fra il mondo capitalista da un lato e l’U.R.S.S. con in più il proletariato mondiale, dall’altro, ne segue che nei primi «noi siamo, durante la guerra, per la disfatta dello Stato, del nostro imperialismo, anche se dovesse significare la vittoria temporanea della potenza nemica; nell’Unione Sovietica, invece, siamo per la vittoria dello Stato contro le potenze imperialistiche»3. E, per giustificare questo rovesciamento di posizioni, si aggiunge: «la politica di difesa dell’U.R.S.S. non significa appoggio allo stalinismo, significa che fra lo stato operaio degenerato e gli stati capitalisti noi prendiamo posizione, ma senza dire agli operai di morire per il piccolo padre Stalin, o di continuare ad essere dei buoni soldati dell’Armata Rossa pur lasciando in pace i loro ufficiali. Noi siamo favorevoli all’arresto degli ufficiali staliniani dell’Armata Rossa come di quelli degli eserciti borghesi, con la sola differenza che qui noi siamo per la liquidazione del fronte, mentre là siamo per la continuazione del fronte al fine di dare un colpo decisivo al capitalismo mondiale». Ma, poichè le questioni inevitabilmente si legano, questa dialettica funambolesca si ripercuote anche sull’atteggiamento della classe operaia nei paesi alleati con l’U.R.S.S., dove il disfattismo, dovrebbe essere, per dichiarazione esplicita della R. W. L.. applicato senza riserva fino al sabotaggio della produzione bellica e alla continuazione della lotta di classe, ma, viceversa, «i rivoluzionari non devono opporsi all’invio [e perciò, pensiamo, neppure alla produzione] di materiale bellico, ecc. all’U.R.S.S.» e, lungi dal sabotare la produzione, «chiederanno il controllo operaio sulle spedizioni e sulla produzione in generale» posizione che finisce per collimare con le più riformistiche postulazioni dell’opportunismo sciovinista4, e poco importa che, accortisi dell’enormità di questo slittamento, i compagni della R. W. L. si sforzino di conciliare il diavolo e l’acqua santa dichiarandosi disposti a fare in modo che il materiale bellico destinato all’U.R.S.S. vada in mano non dello stalinismo, ma di forze di classe e, come tali antistaliniane, dove non si capisce veramente più se parlino sul serio o si divertano a giocare con l’intelligenza del lettore.

Ma su questo punto il problema è, per la R.W.L., complicato dalla particolare concezione che i compagni americani si son fatti dell’U.R.S.S. Violentemente antistaliniani, essi ritengono tuttavia che il regime attuale non sia in Russia qualcosa di stabile o di ben definito, ma rappresenti un ponte di passaggio verso una restaurazione capitalistica con la quale non concide ancora; che insomma, la Russia sia tuttora strutturalmente socialista ma, nell’ambiente politico staliniano, stiano sviluppandosi come in una serra calda i germi di una nuova borghesia che potrà affermarsi come classe solo sbarazzandosi violentemente, attraverso una rivoluzione, della burocrazia medesima. Si sono chiesti, i compagni americani, che pur giustamente negano la possibilità di un regime intermedio fra dittatura borghese e dittatura proletaria, come sia storicamente possibile un regime intermedio fra dittatura proletaria e dittatura borghese? Si sono chiesti come, da un punto di vista marxista, sia concepibile una soprastruttura politica erigentesi su una base economico-sociale da essa divergente?

Evidentemente, non basta l’assenza della proprietà privata personale dei mezzi di produzione a definire socialista o anche solo «operaio» lo Stato russo. La concentrazione della proprietà dei mezzi di produzione è il limite al quale la stessa società borghese tende, e il proletario russo che cede allo Stato il plus-valore, lo cede sia ad una classe sfruttatrice nazionale, sia al capitalismo internazionale (attraverso il regime delle concessioni, dei prestiti, del commercio internazionale) esattamente come avviene per il proletario francese, italiano, tedesco, inglese nei confronti della borghesia del loro e di altri paesi. Ed è proprio questa sua maschera «proletaria» che dà al «capitalismo di Stato» un carattere di sfruttamento ancor più ripugnante; è la concentrazione massima, la pianificazione dell’economia russa che ne fa un poderoso strumento di appropriazione del plusvalore ed un’efficientissima macchina di guerra; è per questo, infine, che la Russia staliniana dev’essere vista nel quadro della conservazione internazionale borghese come uno dei suoi fondamentali strumenti, e non è concepibile ripresa proletaria e marxista se non si supera il punto morto della «questione russa».

La R.W.L. è l’unica forza politica operante nel campo proletario americano che si sia posto il compito di ristabilire le basi programmatiche del Partito della rivoluzione. Ma e- qui rispondiamo al quesito che ci siamo posti all’inizio di questa nota – questo compito potrà essere realizzato, e all’avanguardia rivoluzionaria e classista potranno aprirsi prospettive di sviluppo nel quadro della grande crisi economica e sociale che travaglia gli Stati Uniti, alla sola condizione che siano superate tutte le posizioni intermedie che ancora tengono vincolato questo raggruppamento proletario al processo di degenerazione dell’Internazionale Comunista e che, analizzate alla luce degli avvenimenti del ’23-46. risultano in aperto contrasto con le stesse formulazioni classiche del leninismo.

Se questa revisione non avvenisse, la R.W.L. subirebbe lo stesso destino del trotzkismo, cosa che noi non auguriamo né ad essa né al proletariato degli Stati Uniti in generale.

Note:

  1. Per uno studio generale sulle posizioni politiche della R. W. L. si vedano, oltre la raccolta delle International News gli opuscoli The program of the R. W. L. of. U.S.A. (genn. 1939) e 14 Points of the I.C.C.. ↩︎
  2. International News, luglio 1945 ↩︎
  3. International News, ag. 1945, p. 10. ↩︎
  4. Program etc., p. 43. ↩︎