Partito Comunista Internazionale

Prometeo (III) 1946/I/3

Le prospettive del dopoguerra in relazione alla Piattaforma del Partito

I gruppi della Sinistra del Partito Comunista d’Italia che oggi costituiscono non una tendenza ma le sole forze, tra quelle che a Livorno nel 1921 formarono il partito, rimaste sul terreno del marxismo rivoluzionario e della Internazionale di Lenin, nell’intento di dare ordine sistematico alle loro direttive politiche, concentrando su di esse l’organizzazione del nuovo partito, hanno, nel succedersi degli eventi, apprestato diversi testi, la cui elaborazione continua, ed è uno dei fini precipui di questa rivista. Una piattaforma fu preparata dai compagni del Sud d’Italia all’inizio del 1945, quando ancora un fronte di guerra li divideva dal Nord, ma ben rispecchiando il lavoro politico e le direttive anche al Nord seguite dal Partito Comunista Internazionalista. Tale Piattaforma contiene il riesame, dopo gli eventi che condussero alla Seconda Guerra Mondiale, di tutte le questioni del marxismo: ciclo storico del mondo capitalistico, e in corrispondenza del movimento operaio, questione russa, questione agraria, questione della tattica, ciclo storico italiano della classe dominante e del movimento proletario.

La Piattaforma si conclude con un programma politico per l’azione del partito in Italia già pubblicato e noto a tutti i compagni mentre sono capitoli di essa quello sulla Russia pubblicato nel n. 1 di Prometeo e quello sulla formazione dello Stato borghese in Italia pubblicato nel n. 2. Successivamente gli eventi storici condussero alla riunione delle due parti dell’Italia e più oltre alla finale sconfitta della Germania e del Giappone. Il testo che qui pubblichiamo, in tutta continuità con la Piattaforma, fu predisposto verso la fine del 1945 dopo che la collaborazione tra tutti i gruppi del Nord e del Sud d’Italia era stata attuata per il semplice fatto dell’avvenuto collegamento. Esso ha lo scopo di dare la valutazione degli ulteriori eventi e di stabilire le linee dell’azione del partito nei vari probabili sviluppi che le situazioni degli anni avvenire potranno presentare. Dopo la piattaforma di guerra, è una direttiva per l’azione nel periodo di “pace” borghese.

Carattere del tutto centrale e distintivo del nostro indirizzo, contrapposto in una lotta di decenni a quelli di tutti gli opportunisti e disertori della lotta di classe, è quello di stabilire in linee chiarissime le direttive di azione del partito dinanzi alle prevedibili svolte più impressionanti della vita storica del mondo capitalistico che noi combattiamo. Deve essere totalmente escluso per il partito, e, se questo è all’altezza del suo compito, anche per la classe che esso impersona, che allo scoppio di eventi anche grandissimi e di cataclismi storici, centri dirigenti e gruppi organizzati abbiano a scoprire che il travolgere degli eventi indichi la scelta di vie e l’accettazione di parole di azione in contrasto con quelle dal movimento saldamente stabilite e seguite. Tale è la condizione perché un movimento rivoluzionario possa non solo risorgere ma evitare di sommergersi nelle crisi come quelle del socialnazionalismo del 1914 e del nazionalcomunismo imposto da Mosca nella fase storica della Seconda Guerra.  

Durante tutto lo svolgimento della Seconda Guerra Mondiale la quasi totalità del movimento proletario – sarebbe inutile tentare di non riconoscerlo – ha subito influenze opportunistiche, ed ha deviato su direttive che costituiscono un palese asservimento agli interessi della conservazione capitalistica. L’aspetto più importante di questo asservimento consiste nella politica svolta dai partiti della ex Internazionale di Mosca, passata in pieno sul terreno della collaborazione di classe, dell’Unione Sacra Nazionale, delle rivendicazioni democratiche, in tutto il periodo in cui lo Stato Russo è stato alleato militare delle grandi potenze capitalistiche d’Inghilterra e d’America.

Poiché durante tutta questa fase storica nessuna voce avente echi mondiali ha potuto ristabilire i valori e le posizioni della critica, della dottrina e dell’azione marxista e rivoluzionaria, il partito considera come fondamentale per la ricostruzione dell’energia di classe in Italia e nel mondo la “piattaforma” critica e politica che caratterizzava la giusta direttiva rivoluzionaria, purtroppo tradita da socialisti e comunisti “ufficiali” durante la guerra che di recente si è chiusa.

Oggi che la vittoria completa sul piano militare del blocco dei “Tre Grandi” ha segnato l’annientamento delle opposte macchine statali tedesca e giapponese, la situazione si apre a nuove prospettive, che, con continuità e coerenza completa a tutte le precedenti valutazioni storiche, vanno analizzate e vagliate per trarne con assoluta chiarezza le direttive di azione futura.

L’essenza del compito pratico del partito e della sua possibilità di influire sui rapporti delle forze agenti e sul succedersi degli eventi sta appunto, non nella improvvisazione ed escogitazione di abili risorse e manovre mano a mano che le nuove situazioni maturano, ma nella stretta continuità fra le sue posizioni critiche e le sue parole di propaganda e di battaglia in tutto il succedersi ed il contrapporsi delle diverse fasi del divenire storico.

Così le conclusioni a cui una critica marxista libera da influenze e degenerazioni opportunistiche poteva giungere fin dai primi albori del conflitto oggi cessato, sulla vacuità e la inconsistenza del materiale di agitazione usato dalle democrazie borghesi e dal falso Stato proletario Russo, e con essi da tutti i movimenti che ne prendevano ispirazione e sostegno, appaiono oggi facili e banali dopo la tremenda delusione subita dalle masse che in larga misura avevano creduto in quelle parole. La tesi che la guerra contro gli Stati fascisti e la vittoria dei loro avversari non avrebbe ricondotto in vita i sorpassati e infecondi idilli del liberalismo e della democrazia borghese, ma avrebbe segnato l’affermarsi mondiale del moderno modo di essere del capitalismo, che è monopolistico, imperialistico, totalitario e dittatoriale, tale tesi è oggi accessibile a chiunque; ma cinque o sei anni addietro avrebbe potuto essere enunciata e difesa solo dai gruppi di avanguardia rivoluzionaria rimasti strettamente fedeli alle linee storiche del metodo di Marx e di Lenin.

La forza del partito politico di classe del proletariato deve sorgere dalla efficacia di queste anticipazioni che sono allo stesso tempo di critica e di combattimento, dalla conferma che esse traggono nello svolgersi dei fatti, e non dal gioco dei compromessi, degli accordi, dei blocchi, e degli sblocchi di cui vive la politica parlamentare e borghese. Il nuovo partito di classe internazionale sorgerà con vera efficienza storica, ed offrirà alle masse proletarie la possibilità di una riscossa, solo se saprà impegnare tutti i suoi atteggiamenti futuri su una ferrea linea di coerenza ai precedenti delle battaglie classiste e rivoluzionarie.

Pur attribuendo quindi la massima importanza alla critica delle falsissime impostazioni che i partiti cosiddetti socialisti e comunisti hanno dato, durante la guerra, alla loro interpretazione degli avvenimenti, alla loro propaganda, ed al loro comportamento tattico, e rivendicando quella che avrebbe dovuto essere la restaurazione di una visione politica classista nel periodo di guerra, il partito deve oggi tracciare anche le linee interpretative e tattiche corrispondenti alla situazione di cosiddetta pace, succeduta alla cessazione delle ostilità.  

Prospettive del terzo ciclo dell’opportunismo collaborazionista

Mentre dopo la Prima Guerra Mondiale per un lungo tempo non sembrò che l’accordo tra i vincitori potesse essere revocato in dubbio, oggi invece, a pochi mesi dalla fine della guerra e della cessazione delle clamorose propagande che presentavano come un blocco granitico quello degli Stati nemici della Germania e del Giappone, già si sente la stessa stampa ufficiale parlare dell’addensarsi di nubi, del presentarsi di gravi contrasti, e perfino della minaccia di non lontani conflitti armati tra gli alleati di ieri.

Ne segue che gruppi e partiti, che fino ad ieri echeggiavano in coro i luoghi comuni della macchinosa campagna antinazista ed antifascista, cominciano ad entrare in crisi, a rivedere le loro posizioni, a preparare piano piano i loro seguaci alla possibilità di mutamenti di rotta e di clamorose svolte politiche. Tali riflessi interessano soprattutto i cosiddetti partiti proletari, socialista e comunista, che per molti anni non hanno più saputo parlare di altri scopi e di altre conquiste che non fossero l’annientamento del pericolo fascista e la instaurazione di una indistinta democrazia comune alle opposte classi sociali, avallando le promesse programmatiche che andavano enunciando i capi degli Stati alleati. Questi partiti non hanno avuto il tempo di assaporare il loro ritorno sulla scena politica ed il banchetto elettorale da celebrare con la parola dell’abbattuto pericolo reazionario, che già si vedono, nella eventualità di una frattura nel fronte dei “Tre Grandi”, obbligati a scegliere tra posizioni clamorosamente contrastanti in teoria ed in pratica.

L’avanguardia rivoluzionaria del proletariato intende chiaramente che alla situazione di guerra è succeduta, per ora, una situazione di dittatura mondiale della classe capitalistica, assicurata da un organismo di collegamento dei grandissimi Stati che hanno ormai privato di ogni autonomia e di ogni sovranità gli Stati minori ed anche molti di quelli che venivano prima annoverati fra le “grandi potenze”. Questa grande forza politica mondiale esprime il tentativo di organizzare su di un piano unitario l’inesorabile dittatura della borghesia, mascherandola sotto la formula di “Consiglio delle Nazioni Unite”, e di “Organizzazione della sicurezza”. Essa equivale, qualora riesca nel suo scopo, al maggiore trionfo delle direttive che andavano sotto il nome di fascismo e che, secondo la dialettica reale della storia, i vinti hanno lasciato in eredità ai vincitori.

La possibilità di questa prospettiva più o meno lunga, di governo internazionale totalitario del capitale, è in relazione alle opportunità economiche che si presentano alle impalcature pressoché intatte dei vincitori – primissima quella americana – di attuare per lunghi anni proficui investimenti della accumulazione capitalistica follemente progressiva nei deserti creati dalla guerra e nei paesi che le distruzioni di essa hanno ripiombato dai più alti gradi dello sviluppo capitalista ad un livello coloniale.

La prospettiva fondamentale dei marxisti rivoluzionari è che questo piano unitario di organizzazione borghese non può riuscire ad avere vita definitiva, perché lo stesso ritmo vertiginoso che esso imprimerà alla amministrazione di tutte le risorse e attività umane, con lo spietato asservimento delle masse produttrici, ricondurrà a nuovi contrasti e a nuove crisi, agli urti fra le opposte classi sociali, e, nel seno della sfera dittatoriale borghese, a nuovi urti imperialistici tra i grandi colossi statali. Non può tuttavia prevedersi che, finita ormai la guerra, tale complesso ciclo possa svolgersi in modo acceleratissimo; e se anche l’attualità politica degli ultimi tempi parla di fallimento dei congressi di pace e di insuperabili contrasti, e fa prevedere che al posto del nuovo organismo mondiale o “super-stato” tendano a risorgere le sfere di influenza o i grandi blocchi di Stati alleati nel loro pericoloso equilibrio, per il momento è da presumere che la stessa vastità delle ferite di guerra da risanare e il vasto campo di lavoro che ciò offre alla tipica organizzazione capitalistica consentiranno il trionfo del compromesso.

Se le grandi reti di propaganda ammaestrata, nella loro sapiente regia, lasciano trapelare l’orribile eventualità che i colossi vincitori si gettino l’uno contro l’altro in un nuovo spaventoso cataclisma mondiale con i nuovi mezzi di offesa aumentati qualitativamente e quantitativamente nel loro potenziale, ciò probabilmente accade per l’esigenza di meglio terrorizzare i vassalli della nuova superdittatura, che saranno condotti a preferire ad una eventualità così tremenda qualunque forma di supino servaggio verso le ferree disposizioni che il supremo sinedrio mondiale vorrà dettare concorde in materia economica, sociale, politica, territoriale, per riordinare il mondo secondo gli interessi supremi del grande capitale.

Tuttavia il contrasto, la frattura, la frizione che si è già delineata, può e deve essere presa dal partito proletario di classe come un’anticipazione di situazioni future, seppure lontane, a cui bisogna prepararsi maturamente fin da ora per evitare la dispersione e lo smarrimento che segue nelle file delle classi proletarie, come cento esempi storici ci avvertono, quando i loro partiti oppongono alle svolte della situazione mondiale incomposte e inattese reazioni dell’ultima ora.

Motivi non lievi di contrasto esistono tra il capitalismo inglese, primo finora sulla scena del mondo, e depositario supremo delle forze della controrivoluzione, ed il capitalismo americano, più giovane storicamente, ma che ne appare il successore di gran lunga più possente. I riflessi di questo contrasto e le prospettive di una lotta tra continenti meritano lo studio e l’esame più attento dell’avanguardia marxista rivoluzionaria e costituiscono un compito del partito che la rappresenta.

Ma le conclusioni più immediate e perspicue per l’orientamento tattico della classe operaia mondiale devono trarsi dall’altra prospettiva, sia pure remota, della frattura del fronte capitalistico mondiale, che ponga il blocco anglo-americano come avversario militare contro la Russia. Le manifestazioni di tale contrasto potranno essere accelerate dal fatto che, essendo la borghesia inglese compressa dall’imporsi della dittatura mondiale americana a retrocedere dalla posizione di potenza oceanica a quella di potenza europea, e tra l’altro mediterranea, essa avrà pressante interesse a conservare ed estendere il controllo di zone, di posizioni e di vie europee contenendolo alla espansione verso Occidente dello Stato Russo, che svolge ormai (in coerenza alla valutazione del suo carattere sociale ampiamente esposta nelle tesi che costituiscono la piattaforma del nostro partito) una politica di espansione imperiale. Analoghi rapporti sorgono nel mondo asiatico.

Ammesso che tale conflitto si svolga gradualmente dal terreno del contrasto diplomatico a quello dell’urto militare, dovrà vedersi parallelamente da una parte e dall’altra, sotto l’influenza delle oligarchie sociali che hanno in pugno i due Stati, ripetersi il tentativo di presentare al mondo e alle masse la causa che risponde al proprio materiale interesse sotto l’aspetto di tesi generali, di ideali sociali, di crociate per il bene dell’umanità.

La possibile terza guerra mondiale, non diversamente dalle altre che si sono già svolte, sarà vantata da una parte e dall’altra del fronte come una campagna per la difesa di valori e per la conquista di posizioni che interessano il bene e l’avvenire di tutte le popolazioni. Per tal modo ancora una volta le minoranze dominanti tenteranno di spostare a proprio favore l’influenza e l’efficienza delle forze sociali e politiche, che sono in campo tanto nel loro territorio che in quello del nemico.  

La possibile guerra futura come falsa crociata anticapitalistica

  La posizione opportunistica dei partiti socialisti e comunisti dei paesi in guerra con la Germania negli ultimi anni del conflitto è stata sostanzialmente identica; identiche sono state le loro parole e la loro politica, tutta basata sull’affasciamento delle forze antifasciste ed antitedesche, tanto che sono giunti perfino sulla soglia della unità organizzativa.Però, in una situazione precedente e non certo remota, le posizioni di tali partiti contrastavano in modo stridente. Prima dello scoppio quasi inatteso dell’ostilità tra Germania e Russia, i Partiti Comunisti in Francia, in Inghilterra, in America, non solo non erano entrati nei blocchi nazionali per la distruzione del nazismo, non solo tennero un atteggiamento di opposizione politica, ma giunsero in alcuni casi fino all’aperto disfattismo e al sabotaggio della guerra, sulla base di una propaganda filotedesca (specialmente in Francia). Il cambiamento della situazione internazionale rovesciò questi partiti di colpo nella politica collaborazionista e nei fronti nazionali. Il loro linguaggio e la loro propaganda, dopo la audacissima svolta tradizionale, presentano come cosa impensabile e rinviata per intere generazioni il passaggio ad una intransigenza politica di classe, all’azione rivoluzionaria, alla guerra civile, la cui possibilità sia prospettata tanto in tempo di pace che in tempo di guerra tra gli Stati.

Ma basterà che lo Stato Russo abbia a trovarsi in guerra con i suoi alleati di oggi perché i partiti comunisti in tutti i paesi nemici della Russia abbiano a denunziare di colpo i fronti nazionali, ad uscire dai governi di coalizione, ad iniziare una politica di opposizione, ad esperire i metodi dell’azione illegale e della insurrezione, ed a propugnare, alle spalle del fronte, la costituzione di formazioni partigiane che lottino a favore della Russia, come la si propugnava prima alle spalle del fronte tedesco.

È anche verosimile che questi partiti presentino e giustifichino questa nuova strategia politica con le parole della lotta di classe, della guerra sociale, della necessità che i proletari improvvisamente spostino l’obiettivo storico del loro sforzo dalla democrazia progressiva alla integrale rivoluzione classista.

Questa agitazione sarà imperniata sulla presentazione del nuovo conflitto non già quale manifestazione della insanabile crisi capitalistica, ma come lotta fra due forme sociali, due mondi, due epoche contrapposte, gli Stati borghesi d’Europa e d’America da un lato, la Russia proletaria comunista dall’altro. È anche possibile che le tesi critiche di Marx e di Lenin contro gli inganni della democrazia borghese, oggi tenute nel dimenticatoio, vengano riesumate e sbandierate a fine di propaganda bellica. Nei paesi però che, per essere sotto l’influenza dello Stato Russo a seguito della vittoria militare, ne saranno gli alleati, si può, con altrettanta probabilità, prevedere che saranno realizzati i Fronti Nazionali, sostenendo che tutte le classi sociali (borghesi, contadini, operai) debbano lottare unite per i fini di indipendenza e di libertà nazionale.

Una tale politica non incontrerà l’avallo, l’approvazione e la solidarietà dei marxisti rivoluzionari di sinistra, poiché falsa ed opportunistica in tutto il suo svolgimento, nella sua valutazione critica, nelle sue parole di propaganda, nei suoi atteggiamenti tattici, e, per conseguenza di tutto ciò, nei suoi effetti sul potenziale rivoluzionario del proletariato mondiale. Lo Stato Russo, per le ragioni ampiamente svolte in altre dichiarazioni del nostro movimento, non è più uno Stato del proletariato. Il potere in esso non è tenuto più dalla classe operaia ma è passato nelle mani di una gerarchia oligarchica, esponente degli interessi della rinascente borghesia interna e del capitalismo internazionale. Soltanto perché non è uno Stato proletario la Russia ha potuto nell’ultima guerra non solo allearsi con le potenze più stabili e salde del capitalismo, salvandole dal disastro col sacrifizio di milioni di proletari russi, ma ha potuto organizzare e propugnare in tutti i paesi la pratica della collaborazione di classe ed il rinnegamento della preparazione proletaria all’abbattimento della borghesia ed alla conquista del potere.

Se quindi questo Stato non proletario farà appello ad un’insurrezione partigiana alle spalle dell’esercito nemico, lo farà non per la mobilitazione del proletariato sul piano di una guerra di classe, ma allo stesso titolo a cui lo hanno fatto Stati borghesi conservatori e contro-rivoluzionari, per ottenere un ausilio militare, pronti però e preparati a ricondurre ovunque dopo la vittoria l’ordine borghese ed il dominio di classe.

La capacità di un movimento politico di inquadramento del proletariato a lottare per le finalità rivoluzionarie si ottiene in conseguenza di un comportamento classista coerente e continuo in tutte le situazioni, e quei partiti che già si sono dimostrati capaci di ordinare il disarmo dell’azione di classe e dell’insurrezione ad una svolta della situazione mondiale, non possono in nessuna successiva fase e attitudine tattica essere accettati come alleati da un movimento rivoluzionario che tende all’abbattimento del potere della borghesia in tutti i paesi.

Anche quindi questa suggestiva propaganda di esaltazione della guerra russa, basata sulla utilizzazione delle tradizioni della Rivoluzione leninista, dovrà essere considerata come una delle tante forme storiche della mobilitazione opportunistica del proletariato, non potendosi valutarla separatamente dalla precedente analoga campagna svolta con gli stessi mezzi per convincere le masse a farsi uccidere per la vittoria del capitalismo americano ed inglese su quello tedesco.

I partiti che hanno chiamato i proletari a combattere a favore degli Stati borghesi inglese e americano non meriteranno alcun ascolto quando li chiameranno a combattere contro di quelli. La corrente marxista rivoluzionaria deve tenerli inchiodati alla loro responsabilità di collaboratori delle forze capitalistiche, di apologisti della democrazia borghese, di servitori ministeriali del vincitore anglo-americano. La caratteristica delle loro gerarchie di essere disfattiste della rivoluzione dovrà considerarsi confermata dalla nuova clamorosa svolta che la loro politica dovrà subire se la nuova situazione di guerra si verrà a determinare.   

La guerra futura come crociata antitotalitaria

 Dall’altro lato del possibile scontro mondiale armato, le oligarchie borghesi di Inghilterra e d’America, a loro volta, non rinunceranno al tentativo di trascinare nel proprio campo le correnti proletarie, non solo nei propri paesi ed in quelli alleati e vassalli, ma altresì nei paesi nemici. Se è prevedibile che la propaganda di guerra, in quanto diretta ai ristretti ceti abbienti, sfrutterà ancora il motivo della minaccia rivoluzionaria e sanguinaria del bolscevismo che invaderebbe il mondo espropriando e massacrando i ricchi sulle orme delle armate russe (motivo che non ha portato nessuna fortuna alle borghesie naziste e fasciste di Germania e d’Italia) è da cercarsi però altrove il fulcro della futura campagna antirussa da parte delle potenti organizzazioni propagandistiche anglo-sassoni, che hanno dimostrato una perfezione tecnica insuperabile.

Sebbene le democrazie occidentali evolvano progressivamente verso le forme totalitarie e fasciste, esse potranno per un complesso di ragioni inerenti alla loro base sociale ed alla loro posizione nel mondo (specialmente per l’America) recitare ancora per lungo tempo la commedia della difesa di tutte le libertà. Come già si delinea negli atteggiamenti e negli indirizzi di varie correnti borghesi, e come affiora nelle prime polemiche tra ex alleati, si comincia dai borghesi d’Occidente ad attaccare il regime russo come dittatoriale totalitario e fascista.

Che in Russia non vi sia nulla di democrazia formale (la sostanziale è ovunque chimera) e di sistema rappresentativo a tipo liberale, è stato sempre risaputo, ma ha fatto comodo per molti anni alla propaganda anti-hitleriana fingere di credere alla democratizzazione del regime russo. Vediamo e vedremo, a grado a grado, trasformare questa tesi in quella opposta, e rinfacciare all’apparato russo di governo il carattere oligarchico ed oppressivo e i metodi prepotenti e crudeli finora rinfacciati alle belve naziste dagli agnelli delle democrazie parlamentari.

Già sarebbe stato accusato il rappresentante sovietico Molotov di atteggiamenti che ricordano quelli di Hitler; i nomi non sono che un indice banale della posizione delle forze storiche; ma in ogni caso lo sbaglio importante di valutazione non è quello di considerare Molotov meno brutale di Hitler, ma quello originato dal farsi gabellare il laburista britannico Bevin come espressione di forze meno brigantesche e brutali di quelle rappresentate dagli altri due. Comunque sarà largamente sfruttato il luogo comune della campagna contro tutte le dittature, avvalorata dalla stupida complicità dei traditori del marxismo, e la stampa borghese di Occidente scoprirà che Stalin è un dittatore ed il regime sovietico altro non è che fascismo, per impiantare su questa asserzione la tesi che la libertà democratica trionferà in un mondo pacificato soltanto dopo che una nuova guerra, vittoriosa come quella che travolse i Mussolini, gli Hitler e gli Hiro-Hito, avrà tolto dal potere Stalin o il suo successore.

Anche qui si vorrà provare ai proletari che il regime della libertà parlamentare è una conquista che li interessa, un patrimonio storico che rischiano di perdere e che è minacciato, come ieri dall’imperialismo teutonico o nipponico, domani da quello moscovita. Dinanzi a questa propaganda ed alla invocazione del fronte unico di guerra in nome della libertà, cui aderiranno, tra mille sfumature piccolo-borghesi, i socialisti del tipo II Internazionale (che sotto la temporanea tregua diverranno antirussi come lo furono per altri motivi ai tempi di Lenin), molti anarcoidi, i vari democratici sociali a fondo bigotto e confessionale che vanno infestando tutti i paesi, il partito proletario di classe risponderà con la più risoluta opposizione alla guerra, con la denunzia dei suoi propagandisti, e, ovunque potrà, con la lotta diretta di classe impostata su quella svolta dall’avanguardia rivoluzionaria in ogni paese.

Ciò in coerenza alla sua specifica valutazione critica dello svolgersi della presente fase storica secondo la quale, mentre il regime russo non è un regime proletario, e lo Stato di Mosca è divenuto uno dei settori dell’imperialismo capitalistico, tuttavia la sua forma centralizzata e totalitaria appare più moderna di quella sorpassata e agonizzante della democrazia parlamentare; e la anacronistica restaurazione della democrazia al posto dei regimi totalitari entro i limiti del divenire capitalistico, non è un postulato che il proletariato debba difendere. Tale postulato d’altronde è contrario al cammino storico generale, e non è realizzato nelle guerre imperialistiche dalla vittoria militare degli Stati che se ne fanno assertori.  

L’opposizione marxista al futuro opportunismo di guerra

L’attitudine preconizzata per il nostro movimento, nella possibile futura terza guerra imperialistica, è quella dunque di rifiutare e respingere, in entrambi i campi della grande lotta, ogni parola avente il carattere di “difesismo” (termine già ben noto ed adoperato da Lenin nella battaglia critica e politica contro l’opportunismo del primo ciclo 1914-18) e contro ogni “intermedismo”, termine col quale vogliamo intendere la pretesa di indicare come obiettivo precipuo e pregiudiziale della forza e degli sforzi del proletariato rivoluzionario non l’abbattimento dei suoi oppressori di classe, ma la realizzazione di certe condizioni nei modi di organizzarsi della presente società, che gli offrirebbero terreno più favorevole a conquiste ulteriori.

L’aspetto “difesista” dell’opportunismo consiste nell’asserire che la classe operaia, nel presente ordinamento sociale, pure essendo quella che le classi superiori dominano e sfruttano, corre in cento guise il pericolo di veder peggiorare in modo generale le sue condizioni se certe caratteristiche del presente ordinamento sociale vengono minacciate.

Così dieci e dieci volte abbiamo visto le gerarchie disfattiste del proletariato chiamarlo ad abbandonare la lotta classista per accorrere, coalizzato con altre forze sociali e politiche nel campo nazionale o in quello mondiale, a difendere i più diversi postulati: la libertà, la democrazia, il sistema rappresentativo, la patria, l’indipendenza nazionale, il pacifismo unitario, ecc., ecc., facendo gettito delle tesi marxiste per cui il proletariato, sola classe rivoluzionaria, considera tutte quelle forme del mondo borghese come le migliori armature di cui a volta a volta si circonda il privilegio capitalista, e sa che, nella lotta rivoluzionaria, nulla ha da perdere oltre le proprie catene. Questo proletariato, trasformato in gestore di patrimoni storici preziosi, in salvatore degli ideali falliti della politica borghese, è quello che l’opportunismo “difesista” ha consegnato più misero e schiavo di prima ai suoi nemici di classe nelle rovinose crisi svoltesi durante la Prima e la Seconda Guerra imperialistica.

Sotto l’aspetto complementare dell’ “intermedismo” la corruzione opportunista si presenta non più soltanto col carattere negativo della tutela di vantaggi di cui la classe operaia godeva e che potrebbe perdere, ma sotto l’aspetto più suggestivo di conquiste preliminari che potrebbe realizzare – s’intende col compiacente e generoso aiuto di una parte più moderna ed evoluta della borghesia e dei suoi partiti – portandosi su posizioni da cui le sarà più facile spiccare un balzo verso le sue massime conquiste. L’ “intermedismo” trionfò in mille forme, sempre sfociando però nel metodo della collaborazione di classe, della guerra rivoluzionaria cui Mussolini chiamava i socialisti italiani nel 1914, alla insurrezione partigiana ed alla democrazia progressiva, che nella recente guerra i transfughi del comunismo della III Internazionale hanno creato come surrogato della lotta rivoluzionaria e della dittatura del proletariato, con l’aggravante di camuffare questo mercimonio di principii come l’applicazione della tattica elastica che attribuiscono a Lenin. Forme non diverse di questo metodo si hanno nelle parole poco comprensibili e destituite di contenuto di “Europa proletaria”, di “Stati Uniti del Mondo” ed altri simili sostituti equivoci del postulato programmatico centrale di Marx e di Lenin per la conquista armata di tutto il potere politico da parte del proletariato.

In conclusione, nella prossima possibile frattura del fronte imperialistico mondiale, il movimento politico rivoluzionario operaio potrà affermarsi, resistere e ripartire per una storica riscossa solo se saprà spezzare le due insidie dell’opportunismo “difesista” secondo cui dovrebbero essere bruciate tutte le munizioni: da un lato del fronte per la salvezza della libertà rappresentativa delle democrazie occidentali, dall’altro per la salvezza del potere proletario e comunista russo. Parimenti sarà condizione per la ripresa classista l’analoga repulsione di ogni “intermedismo” che voglia ingannare le masse additando la via per la loro ulteriore redenzione rivoluzionaria, da una parte del fronte nell’affermarsi del metodo di governo parlamentare contro il totalitarismo moscovita, dall’altra nella estensione del regime pseudo sovietico ai paesi del capitalismo dell’Ovest.

A questa giusta impostazione della politica proletaria (purtroppo rappresentata oggi da gruppi più esigui ed isolati che alla fine della Prima Guerra imperialistica) le possenti organizzazioni propagandistiche che alimentano l’imbottimento opportunista dei crani al servizio dei grandi mostri statali, risponderanno a preferenza con la congiura del silenzio o col moderno monopolio dei mezzi di informazione e di organizzazione, e quando sia necessario con la repressione e col terrore di classe. In quanto però il campo della discussione polemica cosiddetta imparziale (ipotesi inaccettabile per marxisti) possa ancora essere dischiuso, sarà certamente mossa alla impostazione ora delineata (con analogia perfetta a quanto fecero nel primo ciclo opportunista i mussolinisti, nel secondo i demo-comunisti progressivi) l’accusa di dogmatico apriorismo, di cieco indifferentismo alle multiformi possibilità di sviluppo della realtà storica.

Adottate talune formule fisse: “Lotta di classe”, “Intransigenza”, “Neutralità” i comunisti di sinistra, senza prendersi la briga di compiere l’analisi delle situazioni e del tormentoso loro divenire, concluderebbero sempre per una sterile e negativa indifferenza teorica e pratica tra le strapotenti forze in conflitto. È mai possibile a marxisti, ossia a sostenitori dell’analisi scientifica più spregiudicata e libera da dogmi applicata ai fenomeni sociali e storici, asserire che sia proprio indifferente, per tutto lo svolgersi del processo che condurrà dal regime capitalistico a quello socialista, la vittoria o la sconfitta, ieri degli Imperi Centrali, oggi del nazi-fascismo, domani della plutocrazia americana o del totalitarismo pseudo-sovietico? Con questa tesi insinuante l’opportunismo ha sempre iniziate e finora vinte le sue battaglie.

Ora non è affatto vero che caratterizzi i comunisti della Sinistra l’ignoranza voluta di queste alternative ed il rifiuto della più sottile analisi di quelle successive e complicate vicende e rapporti della crisi capitalistica. Esse sono invece un compito incessante del movimento e della sua opera di indagine critica e teorica, e nessuna accettazione di principii immutabili ne pregiudica o limita insuperabilmente le conclusioni. Anzi, è appunto una critica più profonda e più acuta, ma soprattutto più scevra dell’accettazione, esplicita e assai più spesso implicita, di certi preconcetti che traducono gli interessi delle forze a noi nemiche, che conduce il marxismo rivoluzionario a confutare l’opportunismo disfattista sul terreno della polemica; ma assai più importante sarà il confutarlo con le armi della guerra di classe.

Noi affermiamo senz’altro che alle diverse soluzioni non solo delle grandi guerre interessanti tutto il mondo, ma di qualunque guerra, anche più limitata, hanno corrisposto e corrisponderanno diversissimi effetti sui rapporti delle forze sociali in campi limitati e nel mondo intiero, e sulle possibilità di sviluppo della azione di classe. Di ciò hanno mostrato l’applicazione ai più diversi momenti storici Marx, Engels, Lenin, e nella elaborazione della Piattaforma del nostro movimento se ne deve dare continua applicazione e dimostrazione.

In tutto questo svolgimento, la confutazione della tesi di partenza dei socialtraditori è risolta nella critica delle tre arbitrarie posizioni, che nelle sue presentazioni innumeri essa sempre comprende.

1°) Non vi è guerra in cui da ciascuna parte del fronte non sia possibile l’artata presentazione degli obiettivi di una delle parti come il preteso trionfo di valori e ideali universali che corrispondono alle aspirazioni dell’umanità e delle classi sacrificate. Ad esempio, la guerra franco-prussiana del 1870 fu presentata come suscettibile di sviluppi sociali e rivoluzionari tanto come effetto della possibile vittoria della Francia della Rivoluzione sulla Prussia ancora feudale, quanto come ripercussione dell’abbattimento della reazione bonapartista, ed entrambe le prospettive avevano marxisticamente un certo contenuto esatto. Non se ne doveva però concludere che i comunisti internazionali dovessero passare politicamente e militarmente sotto la bandiera dello Hohenzollern o del Bonaparte. Notoria è l’analisi in tutte le situazioni storiche posteriori (v. le tesi di Lenin del 1916).

2°) Una ipotesi arbitraria è che lo spostamento di rapporti prodotto dal prevalere di una delle forze militari sull’altra determini una evoluzione sociale generale nel senso del diffondersi nel mondo del tipo di organizzazione e di regime propri degli Stati vincitori. Non solo le possibilità dei riflessi sono molto più complicate, ma anzi il corso storico nel suo complesso ha piuttosto mostrato un carattere dialetticamente inverso. Le invasioni barbariche spezzarono la difesa militare dell’Impero Romano, ma tutta l’Europa fu condotta a organizzarsi secondo il tipo sociale e le leggi romane. Le coalizioni contro la Francia rivoluzionaria pervennero alla sconfitta di Napoleone e ne distrussero senza appello la forza militare, ma l’Europa intiera andò organizzandosi secondo i principii borghesi e il Codice Napoleonico. Due grandi guerre mondiali hanno assicurato la vittoria a quella parte che sosteneva di rappresentare la democrazia (sebbene la Russia fosse, nella prima guerra, assolutista e, nella seconda, totalitaria, priva in entrambe le fasi di meccanismi parlamentari interni), ma appunto ad un’analisi libera da preconcetti borghesi appare come il mondo moderno si svolga inesorabilmente verso forme sempre più severe di controllo dall’alto, di complessità burocratica, di intervento statale, di impastoiamento e di soffocazione di ogni iniziativa o autonomia periferica da parte di mostruosi centri monopolistici di organizzazione (il che, bene inteso, non va constatato e giudicato dai marxisti sub specie aeternitatis per gridare allo scandalo, ma appunto analizzato come l’evolversi dei modi di essere del mondo capitalistico, e non tanto dei rapporti tra borghesi e proletari, che furono e restano di spietata oppressione, ma tra borghesi e borghesi).

3°) Quando anche le due soluzioni del conflitto siano apportatrici di diverse possibilità, sicuramente prevedibili e calcolabili per il movimento, la stessa utilizzazione di queste possibilità non può venire assicurata che evitando di compromettere nella politica dell’infeudamento opportunista, le energie principali di classe e le possibilità di azione del partito. Il partito di avanguardia marxista, se ha per compito essenziale il decifrare accuratamente lo sviluppo delle condizioni favorevoli all’azione massima di classe, è quello che deve in tutto il corso storico dedicarsi a svolgere e condurre vittoriosamente quell’azione, e non a costruirne le condizioni intermedie. Ciò va inteso nel senso marxistico e dialettico che la condizione centrale perché il socialismo vinca è il capitalismo stesso, mentre il partito rivoluzionario, dal suo primo sorgere, lotta spietatamente contro di lui, e secondo i rapporti delle forze materiali ascende la scala che va dalla critica scientifica all’opposizione di principio, alla polemica politica, alla insurrezione armata; e appunto e soltanto per la continuità di questo atteggiamento la sua funzione è uno degli aspetti del maturarsi di condizioni rivoluzionarie che costituiscono il contenuto della crisi capitalista.

In conclusione, ammesso per un momento che le “Carte”, i parlamenti, le leggi liberali e simili armamentari, che nella fase modernissima della storia appaiono vuote parole ormai non solo all’accorto marxista ma al più ingenuo osservatore, possano per avventura in dati settori di tempo e spazio farci comodo, lasceremo dialetticamente che altre forze ed altri partiti lottino per esse, e ci dedicheremo incessantemente a svergognare e sabotare quelle finalità ed i loro paladini. 

L’Italia e la situazione internazionale

La valutazione del compito del partito nel paese in cui agisce non è punto di partenza, ma punto di arrivo della politica internazionale proletaria. La lotta proletaria è dunque la lotta nazionale nel senso che il proletariato deve anzitutto sbarazzarsi della propria borghesia, dice il Manifesto. Non, dunque, in quanto prima di valutare la strategia degli schieramenti internazionali delle opposte classi il proletariato debba domandarsi se non abbia interessi, postulati, rivendicazioni comuni alla borghesia del suo paese da accampare nel giuoco mondiale.

Queste tesi furono sconvolte dalla marea opportunista della Prima Guerra, ma questa urtò nella tremenda contro-ondata della Rivoluzione leninista. Oggi, invece, alla fine della Seconda Guerra, pare non vi sia capo od esponente proletario che non accetti come indiscusso evangelo l’assoluta necessità di una solidarietà nazionale per difendere, ieri nella guerra, oggi nella pace, gli interessi e la causa della patria, della nazione, dell’Italia, dello Stato Italiano. Tutti questi termini, presupponenti l’obliterazione dei contrasti interni di classe, sono sostenuti da pretesi marxisti che non si avvedono, o vogliono celare, di muoversi direttamente nella scia tracciata dal metodo politico fascista che in essi si perpetua e si perfeziona.

La classe dirigente italiana esperimentò con successo nella Prima Guerra Mondiale l’arte di scegliere il campo del finale vincitore, e ne trasse certi benefizi, notevolmente limitati però dagli sfacciati appetiti dei nuclei più forti del brigantaggio imperialista. Volle naturalmente rifarsene a spese delle masse lavoratrici interne, ma queste, appunto perché avevano durante la guerra evitato di cadere nella completa abdicazione alla lotta di classe, condussero una politica di insolidarietà nazionale, di opposizione aperta e di tentativi di assalto rivoluzionario. La borghesia rispose, in tutti i suoi partiti, abbracciando subito la tesi che il peggiore nemico è quello entro frontiera, vinse nella guerra di classe, tenne stretto nel pugno il potere dello Stato, e navigò fra le tempeste della politica internazionale sperando di riuscire a portarsi nel gruppo più potente e candidato alla vittoria.

All’uscita da questa Seconda Guerra, la situazione è ben diversa. Lo Stato borghese nazionale giace sotto il peso della sconfitta militare e la classe di cui è lo strumento nazionale attende il suo destino dalla sorte che i vincitori le riserveranno. Per realizzare conseguenze meno disastrose, essa tende, nella ben diversa situazione, la stessa politica di allora e di sempre. Nella Piattaforma del nostro partito è bene dimostrata la continuità di questa politica a cavallo delle famose date 28 ottobre 1922, 25 luglio ed 8 settembre 1943. Dopo aver offerto in appalto alla borghesia di Germania gli interessi, le braccia e il sangue delle masse italiane, la classe dominante (pur rivestendosi di nuovi partiti per affermare che quella politica criminale aveva disperso, stremato e stritolato ogni risorsa ed energia del popolo italiano) ha riofferto lo stesso appalto al nemico di ieri, tentando una nuova edizione patriottica e guerraiola, che, in relazione appunto alle precedenti rovine, se non fosse stata una nuova volgare truffa, sarebbe risultata più criminale della prima.

Per ottenere dagli strapotenti Stati vincitori un nuovo mandato di dominio e di sfruttamento parassitario, questa classe borghese identificantesi, come nella tendenza generale del mondo contemporaneo, nello strato oligarchico degli affaristi e dei politicanti, offre nelle trattative internazionali al più vile mercato ancora una volta il lavoro e la vita dei proletari italiani.

Il partito di classe del proletariato non può avere altra politica che di respingere, non solo ogni collaborazione di governo, ma ogni solidarietà con le richieste internazionali di questa borghesia anche quando sono ipocritamente presentate come vantaggi per le classi più misere. Esso deve proclamare che la classe dominante italiana va trattata da vinto, e che ogni diversa situazione non maschererebbe che un compromesso conducente al peggioramento delle condizioni dei lavoratori italiani.

Quali particolari riflessi di questa criminale politica si hanno nella prospettiva di una frattura nel fronte internazionale dei vincitori? Gli elementi direttivi della società e dello Stato italiano sono ora tormentati da un solo problema, che non è quello di assicurare il trattamento migliore alle masse economicamente provate dai disastri di guerra ma è piuttosto quest’altro: la direzione suprema mondiale resterà ad un unico centro di compromesso tra inglesi, russi e americani, o si spezzerà in due blocchi, per ora dissenzienti e non guerreggianti? In tal caso lo Stato di Roma da quale dei due prenderà gli ordini?

Nel primo caso l’attuale compromesso di governo continuerà a vivere in forme più o meno ibride attraverso le vuote vicende della questione costituzionale ed istituzionale. Per il partito rivoluzionario tale questione in linea di fatto e di reale valutazione storica non si riconduce alla utopia di un’autodecisione del popolo italiano. In ogni caso la deciderebbe un giro di schermaglie e di mercati interni nella gerarchia oligarchica dominante, che manipolerebbe facilmente nell’orgia elettorale (anelata esattamente come nell’altro dopo guerra) assemblee, corpi ed istituti. Ma nemmeno questo agirà, perché statuti, inquadrature, elezioni e decisioni le verranno – con ordini tutti fatti e servilmente accolti – dalle gerarchie straniere.

Rompere questo ciclo con azione di massa non è compito nazionale, ma europeo e mondiale, e non si realizzerebbe in campi e con mezzi legalitari. Unica parola, quindi, del nostro partito è, conforme alla recisa diagnosi marxista, lo smascherare come ennesima atroce delusione del proletariato, dopo la vittoria, l’antifascismo, l’armistizio, la fine della guerra in Italia, la pace mondiale, anche la ricetta ciarlatanesca della Costituente e della Repubblica.

Ed in vista dei diversi sviluppi, che l’altra ipotesi della frattura nella suprema gerarchia internazionale proietterebbe sulla situazione di governo in Italia, il partito deve fin da ora battere in breccia la prevedibile sconcia manovra del passaggio di alcuni schieramenti politici dalla più servile collaborazione a possibili atteggiamenti di opposizione.

Taluni gruppi resteranno comunque legati ad uno dei tre colossi stranieri: i comunisti e parte dei socialisti alla Russia; le destre, i liberali, e forse alcune sinistre alle potenze anglo-sassoni. Un centro di partiti e di gruppetti opportunisti (ma non più degli altri) consulterà affannosamente l’oroscopo sull’influenza che dominerà in Italia e forse domani sul vincitore presumibile della terza guerra. Per oggi è compito urgente di chiarificazione rivoluzionaria non già l’inseguire le passate dichiarazioni fasciste degli anti-fascisti, ma ricordare spietatamente a quelli che polemizzano contro la prepotenza americana le loro idiote e servili piaggerie di quel tipo di civiltà e delle direttive di propaganda dei Roosevelt e dei Churchill; ed ai critici della barbarie totalitaria staliniana le loro istrioniche esaltazioni degli immani sacrifici sui campi di guerra di milioni di proletari russi per la causa di cui erano allora fautori. La doppia responsabilità deve condannare gli uni e gli altri e squalificare la loro influenza sul proletariato italiano.

Nel conflitto mondiale di interessi, e soprattutto nel delimitarsi delle sfere europee, le masse lavoratrici debbono riuscire a non commuoversi per tutti gli interessamenti alla “causa italiana”. L’Italia geograficamente e per nostra disgrazia è una posizione chiave. Ogni gruppo ne proclama necessaria la libertà per tenerla lontana dalle grinfie dell’altro, ma considera che la più sicura garanzia, per questo fine, è il conservarne lo stabile controllo. Con questo criterio va considerato il problema dei confini territoriali e va denunziata la falsità di classe degli scontri politici interni sui problemi delle frontiere, delle rivendicazioni irredentistiche. Ogni gruppo della oligarchia politica dominante risolve tale problema secondo gli interessi dei poteri stranieri ai quali è già aggiogato, o secondo le previsioni sul probabile prevalere dell’uno o dell’altro potere straniero che convenga servire.

In una possibile situazione di scontro bellico sul territorio italiano la valutazione critica e la politica del partito dovranno essere quelle che discendono dalle impostazioni di natura internazionale. Esso condannerà apertamente ogni organizzazione nelle retrovie di formazioni armate che dipendano direttamente da poteri stranieri, i quali le alimentino con la loro propaganda, il loro danaro e le loro armi, e perciò stesso siano arbitri di mobilitarle e smobilitarle. La possibilità di agire con inquadramenti combattenti va riservata alla condizione che la loro efficienza ed azione dipendano soltanto da collegamenti internazionali rivoluzionari, non subordinati alla situazione di guerra, di pace, di vittoria e di sconfitta dell’uno o dell’altro gruppo di Stati militari, autonomi dagli Stati Maggiori e dalle polizie di stato di entrambi. Parola di azione semplice e chiara: né un uomo né una cartuccia per nessuno dei due. 

I problemi della moneta

Fu la necessità scientifica che condusse Marx ad iniziare l’esplorazione del sistema borghese di produzione mediante un’analisi approfondita di ciò che ne costituiva la base fondamentale: la forma merce dei prodotti del lavoro umano. Egli sottolineò che: «come noi, quando riflettiamo sulle forme della vita umana e tentiamo di farne l’analisi scientifica, prendiamo in realtà una strada opposta al vero sviluppo di questa vita, partiamo cioè dai risultati raggiunti dal processo di sviluppo; allo stesso modo, le forme che imprimono ai prodotti del lavoro il carattere di merci e sono dunque considerate come esistenti prima di ogni circolazione di merci, hanno già la stabilità di forme naturali della vita sociale, prima che gli uomini cerchino di rendersi conto, non del carattere storico di queste forme, che essi ritengono già immutabili, ma del loro contenuto»1.

Ciò che Copernico realizzò nel campo cosmico rivelando l’esatto significato del movimento apparente degli astri e riducendo con ciò a modeste proporzioni il folle egocentrismo degli uomini, Marx lo realizzò nel campo economico quando scoprì l’essenza profonda delle leggi che reggono l’economia capitalista, dopo averle spogliate del mistero che faceva apparire le istituzioni borghesi come «naturali» ed «eterne» mentre l’Economia classica considerava le forme di produzione preborghesi «press’a poco come i Padri della Chiesa trattavano le religioni che hanno preceduto il cristianesimo», cioè come istituzioni artificiali. Noi sappiamo che non fu affatto così, ma al contrario, le comunità primitive rivelarono incontestabilmente il carattere naturale dei loro rapporti sociali.

Nella società antica e nell’economia feudale, i rapporti sociali degli uomini restarono fondamentalmente rapporti di dipendenza diretta e individuale: i prodotti del lavoro apparivano immediatamente sotto la loro forma materiale di oggetti rispondenti a dei bisogni; non rivestivano la forma merce se non accidentalmente, quando vi era scambio, con altre comunità, di oggetti che eccedevano i bisogni. Così, nella società feudale, i rapporti sociali non furono altro che l’adempimento delle prestazioni imposte dal contratto feudale, non avendo luogo alcuno scambio di prodotti per l’inesistenza di una contropartita economica qualunque, o – se si vuole – non vi fu che scambio di prestazioni in natura contro servizi.

Questi organismi di produzione conservarono così un carattere di semplicità che permetteva di scoprire facilmente le loro forme specifiche di sfruttamento; non esisteva alcuna categoria economica che dissimulasse queste forme o ne alterasse il significato. (La moneta non rappresentava che una parte secondaria, corrispondente all’importanza minima degli scambi).

In seguito i rapporti di produzione ed i contrasti sociali si velarono in misura o sotto l’impulso del progresso tecnico e di una divisione del lavoro più accentuata, le ricchezze si accrebbero nel tempo stesso che si moltiplicava e si concentrava la proprietà privata e che si sviluppava la produzione delle merci. E quando quest’ultima forma di produzione raggiunse il suo completo sviluppo con lo schiudersi del Capitalismo, quando il prodotto del lavoro non apparve che sotto la forma di una merce e questa sotto forma di moneta, allora il carattere dei rapporti sociali ed i rapporti medesimi disparvero nel flusso di una intensa circolazione di merci e si nascosero sotto l’aspetto del Denaro. La circolazione delle ricchezze poté anzi apparire come un meccanismo indipendente dall’attività produttrice, avente le sue proprie leggi, ed è così che le illusioni monetarie coltivate dall’economia politica borghese procedettero dalla concezione che il modo di scambio è indipendente dal modo di produzione.

Si comprende già che il carattere enigmatico della moneta nella quale deve necessariamente cambiarsi la merce non può essere chiarito che tramite una conoscenza della natura – apparentemente misteriosa – della merce stessa.

***

È ben vero che la produzione e lo scambio delle merci sono condizionati dall’esistenza di una divisione sociale del lavoro, ma di contro, il funzionamento di questo non deve necessariamente determinare la formazione dei prodotti-merci.

Marx cita l’esempio delle comunità primitive dove il lavoro era socialmente diviso ma dove i prodotti erano direttamente consumati e non perdevano il loro aspetto immediato di oggetti di utilità. I lavori differenti non esprimevano che funzioni diverse in seno all’organismo sociale e i produttori non erano che gli organi della meccanica sociale posti in una stretta dipendenza reciproca. Allo stesso modo, abbiamo detto, nella società schiavista, poi nella società medioevale, i rapporti di dipendenza personale sussistevano fra padroni e schiavi, fra servi e signori, fra vassalli e sovrani e formavano la base sociale; i prodotti del lavoro non avevano dunque da prendere affatto una forma apparentemente strana che dissimulasse la loro realtà di cose corrispondenti a dei bisogni.

Lo scambio dei prodotti trasformati in merci si sviluppò parallelamente alla decomposizione delle economie naturali. Attraverso un lungo processo storico, i produttori, nello stesso tempo che acquistavano la qualità di possessori privati dei frutti del loro lavoro, si affrancavano dal loro stato di dipendenza sociale. D’altra parte i differenti lavori individuali sempre più venivano eseguiti indipendentemente gli uni dagli altri, e se i produttori rinforzavano così la loro indipendenza economica nella misura in cui si appropriavano del prodotto del loro lavoro, d’altro canto, alla dipendenza sociale primitiva se ne sostituiva un’altra: lo sviluppo della produzione delle ricchezze e del loro scambio trasformava il carattere del prodotto nei confronti del suo produttore e proprietario; per questo fu non più un oggetto rispondente ad un uso proprio, ma destinato ad essere scambiato con un oggetto differente, capace di soddisfare uno dei suoi bisogni. Di modo che, mentre nelle economie naturali era la ripartizione diretta dei prodotti del lavoro eseguito in comune che permetteva di far fronte ai bisogni, al contrario il produttore privato non poteva provvedere ai suoi bisogni personali che in un modo indiretto, subordinandosi al mercato.

Per il suo possessore, il prodotto divenne dunque una merce nella misura in cui rappresentò per lui non più un valore d’uso ma un valore di scambio con cui egli poteva ottenere un altro valore d’uso che avrebbe potuto consumare. Ed è quando la produzione per i bisogni si fu trasformata totalmente in una produzione in vista dello scambio, che un solo rapporto economico si stabilì fra gli uomini, quello di possessori di merci, e che il solo valore di scambio regolò i rapporti fra produttori e mise a confronto i loro molteplici lavori privati. Il valore di scambio acquistò un carattere sociale che gli permise, sovrapponendosi al valore d’uso del prodotto, di dissimulare la natura fisica e l’utilità di quest’ultimo, prendendo egli stesso un’apparenza materiale. In tal modo conferì alla merce, nel circuito degli scambi, un aspetto misterioso, mentre «il rapporto sociale determinato esistente fra gli uomini prese ai loro occhi la forma fantasmagorica di un rapporto fra oggetti e bisognò fare appello alle regioni nebulose del mondo religioso per trovare qualcosa di analogo». È ciò che Marx chiamò «il feticismo che si attacca ai prodotti del lavoro, dacché essi figurano come merci» che si estese per conseguenza alla moneta, che non era se non una forma particolare della merce.

Ma il valore di scambio divenne una realtà sociale soprattutto perché permise di stabilire un rapporto quantitativo di scambio fra valori d’uso differenti, e di fissare la proporzione di scambio di un certo numero di oggetti di una specie con un certo numero di oggetti di un’altra specie.

Sul mercato i prodotti, benché totalmente dissimili fisicamente, poterono scambiarsi come cose equivalenti perché racchiudevano un elemento comune a tutti: il lavoro; non il lavoro particolare individuale, che si concretizzava in un oggetto materiale sotto la forma di valore d’uso, ma il lavoro generale astratto che costituì la sostanza stessa del valore di scambio. E la grandezza del valore di scambio della merce non era che la quantità di lavoro socialmente necessario alla sua produzione.

Nella sua polemica con Bernstein, che aveva affermato che la legge del valore lavoro non era che una semplice astrazione, Rosa Luxemburg replicò che
«l’astrazione di Marx non è un’invenzione, ma una scoperta, che essa non esiste nella testa di Marx, ma nell’economia mercantile; che non ha un’esistenza immaginaria, ma un’esistenza sociale, reale, così reale da poter essere tagliata e battuta, pesata e monetata. Il lavoro astratto, umano, scoperto da Marx, non è sotto la sua forma sviluppata niente altro che il Denaro»2.

Rosa Luxemburg confermò così ciò che Marx aveva già affermato, cioè che la scienza non aveva fatto che scoprire la natura reale del valore, mentre gli uomini, stabilendo nei loro scambi l’uguaglianza di valore dei loro prodotti, avevano già affermato «senza saperlo» che i loro diversi lavori erano uguali gli uni agli altri in quanto lavoro umano. E Marx diceva che «il valore non porta scritto sulla fronte ciò che è. Esso trasforma piuttosto ogni prodotto del lavoro in un geroglifico sociale. Di conseguenza gli uomini tentano di decifrare il senso del simbolo, di penetrare il mistero del loro prodotto sociale; e appunto come il linguaggio, questa determinazione degli oggetti d’uso come valori è un loro prodotto sociale». Egli aggiungeva poi che: «il tempo di lavoro sociale non esiste, per così dire, che allo stato latente nelle merci, e non si manifesta che nel loro processo di scambio»; che non è dunque «un presupposto bell’e fatto, ma un risultato che diviene». Dal fatto che la grandezza del valore di una merce si misurava dalla quantità o dal tempo socialmente necessario alla sua produzione, ne risultava necessariamente che il valore di scambio di un oggetto era variabile; aumentava o diminuiva, secondo che il progresso tecnico (cioè la produttività del lavoro) si abbassava o si elevava: dunque in ragione inversa. Ed un mutamento nella grandezza del valore di una merce doveva necessariamente modificare il suo rapporto di scambio con le altre merci, se il valore di queste restava immutato; nella società capitalista la quantità di lavoro necessario ed il valore degli oggetti furono costantemente revisionati sotto l’azione della concorrenza.

Dalla variabilità dei valori di scambio derivò questa facile constatazione, che se il valore d’uso attuale di un chilogrammo di pane di frumento restava identico al suo valore d’uso di parecchi secoli prima, una tale affermazione non valeva allorché si trattava del valore di scambio.

Fu questo ancora un aspetto di questa dualità interna della merce tra valore d’uso e valore di scambio che, quando si trattò della merce particolare che si chiamava Forza di Lavoro, si sviluppò fino a trasformarsi nella contraddizione fondamentale del Capitalismo.

***

Se il tempo di lavoro era in realtà l’esatta misura dei valori mercantili, non di meno nel processo dello scambio si sentì la necessità di materializzare questo tempo di lavoro in una merce particolare, e questa apparve così come l’equivalente generale, la misura di tutte le altre merci, ed acquistò la forma moneta, la forma Denaro non appena la circolazione delle merci ebbe raggiunto un certo grado di sviluppo.

Dal fatto che una merce rivestisse così una forma specifica non derivò in alcun modo che essa perdesse il suo carattere di merce ed il valore suo proprio. Come non fu lo scambio a regolare la grandezza di valore di una merce ma questa grandezza regolò al contrario i rapporti di scambio, così la moneta non riceve affatto il suo valore dallo scambio, ma è appunto perché, in quanto merce, possedeva di già un valore, che essa poté accettare di divenire moneta. Il danaro non poteva dunque costituire un puro simbolo, avere solamente un valore immaginario o convenzionale, ma il fatto che a un certo stadio della sua evoluzione poté essere rimpiazzato da semplici contrassegni di carta, fece apparire lui stesso come un semplice contrassegno.

È perciò che «tutte le illusioni del sistema monetario derivano dal non vedere che il danaro rappresenta un rapporto di produzione sociale sotto la forma di un oggetto naturale avente proprietà determinate».

In quanto prodotto superiore e complesso dello sviluppo della produzione di merci, la moneta dissimulò ancora di più il rapporto sociale degli uomini, che già lo scambio nasconde sotto la forma di un rapporto sociale di cose ed è così che «l’enigma del denaro feticcio non fu, in ultima analisi, che l’enigma della merce feticcio, e che il ciclo della vita sociale, cioè del processo materiale della produzione, non si spoglierà del suo velo mistico e nebuloso che dal giorno in cui il suo complesso apparirà come il prodotto di uomini liberamente associati ed esercitanti un controllo cosciente e metodico».

L’oro ebbe assegnata la funzione di moneta per il fatto che materializzava del lavoro sociale sotto la forma più concentrata ma nello stesso tempo – e noi dobbiamo insistervi – perché già esisteva in quanto merce prima di acquistare la forma specifica di moneta; divenne moneta pur restando merce, e per conseguenza, pur conservando un valore variabile secondo la quantità di lavoro necessaria alla sua produzione.

È appunto perché l’oro poté divenire la misura dei valori di tutte le altre merci, che una certa quantità di merci esprimenti un certo tempo di lavoro poté materializzare il suo valore in una certa quantità di oro che racchiudeva il medesimo tempo di lavoro.

La variabilità del valore dell’oro non poteva dunque in nulla alterare la sua funzione di misura dei valori, giacché la vera misura restava il tempo di lavoro. Un cambiamento del valore, sia dell’oro, sia delle altre merci, non poteva che modificare i rapporti degli scambi, né più né meno; ma mentre la modificazione di questo rapporto restava limitata quando si trattava della variazione di valore di una o di alcune merci, essa si generalizzava al contrario quando era il valore dell’oro che cambiava. Il che si spiegava col fatto che, essendo l’oro l’equivalente generale, tutte le altre merci vi rispecchiavano il loro valore. Fra parentesi, importava mettere in rilievo che il valore dell’oro si modificava con un ritmo molto più lento di quello impresso alla variazione di valore delle altre merci: in un secolo i costi di produzione dell’oro sono relativamente poco diminuiti, mentre sappiamo che la produttività del lavoro industriale e del lavoro agricolo è considerevolmente aumentata sotto l’impulso dello sviluppo meccanico stimolato dalla concorrenza e dall’accumulazione del Capitale.

La messa in evidenza della nozione di variabilità del valore dell’oro è dunque essenziale e tanto più questa nozione tende ad oscurarsi quanto più si penetra nell’intimità dell’esistenza dell’oro-moneta. Accadde così quando la merce il cui valore di scambio aveva preso la forma di moneta, non apparve più che come un prezzo. Ma che la merce fosse divenuta un prezzo, non significava affatto che essa fosse entrata nella sfera della circolazione. Il prezzo significava soltanto che il prodotto che rappresentava una certa quantità di lavoro speciale era pronto a cambiarsi con un peso di oro che esprimesse la medesima quantità di lavoro: «i prezzi sono un invito che le merci lanciano al danaro». O, se si vuole, il prezzo non era che «l’idealizzazione in oro del valore di scambio di una merce, ed ogni proprietario sapeva che era ben lontano dall’aver convertito le sue merci in oro, quando ne esprimeva il valore sotto forma di prezzo o sotto forma di oro immaginario e che non aveva bisogno nemmeno di un grano d’oro per valutare in oro milioni di valore di merci». Per valutare solamente, giacché in realtà questo proprietario non consentiva a scambiare la sua merce che con danaro sonante e di buon peso – o con ciò che ne faccia le veci – e, per conseguenza, l’equazione con l’oro, che egli aveva stabilita trasformando il valore di scambio del suo prodotto in prezzo, rimaneva da realizzare sul mercato; questa equazione non appariva che come il tentativo iniziale di materializzare il lavoro «astratto» e non poteva essere concretizzata se non quando fossero state superate le contraddizioni contenute nella produzione di merci e – sotto una forma più acuta – nella produzione Capitalista.

Quando ci si riferisce all’oro come misura dei valori, si constata che esso non ha preso ancora l’aspetto materiale e che la moneta non si è ancora trasformata in concrete monete. Essa non può prendere questo aspetto fisico se non quando l’oro ha giustapposto alla sua funzione di misura di valori quella di unità di misura. Se in teoria le merci si paragonano e si commisurano reciprocamente secondo le differenti quantità di oro che rappresentano, praticamente, esse non possono scambiarsi che venendo tutte riferite ad un certo peso di oro, fissato convenzionalmente e che diviene l’unità di misura delle differenti quantità di oro espresse nelle merci: Lira-sterlina, Dollaro, Franco non sono che i nomi dati alle diverse unità di peso adottate come campioni dei prezzi; allo stesso modo le suddivisioni di questi pesi si chiamano: scellino, cent, centesimo.

Se supponiamo che due grammi di oro si chiamino «Dollaro» e che noi rappresentiamo il prezzo di una merce con cento dollari, constatiamo che questo prezzo esprime due cose: da una parte il valore della merce equivalente a 200 grammi di oro che materializzano, ad esempio, 200 ore di lavoro; dall’altra il numero di unità monetarie che questa quantità di oro contiene. Il numero di unità non può dunque influire sul valore delle merci laddove questo valore, al contrario, determina il numero di unità con cui deve scambiarsi, giacché il valore di scambio è trasformato in quantità di oro prima che l’oro divenga un campione dei prezzi. L’oro, in quanto misura di valori e in quanto campione di prezzi, ha una forma determinata del tutto differente e la confusione dell’una con l’altro ha fatto nascere le teorie più stravaganti.

Cambiando di valore, l’oro, come non perde la sua qualità di misura dei valori, secondo quanto abbiamo visto, così non altera per nulla la sua funzione di campione dei prezzi: se supponiamo che il valore dell’oro si abbassi della metà, le quantità di oro esprimenti i valori di scambio di tutte le altre merci saranno raddoppiate, ma il rapporto di valore di queste quantità di oro fra di loro resterà invariabile; tutti i prezzi saranno raddoppiati senza modificare in nulla il loro rapporto. D’altra parte, 1.000 grammi di oro resteranno mille grammi ed avranno sempre dieci volte più valore di cento grammi, come mille dollari avranno potere di acquisto dieci volte superiore a quello di cento dollari.

Dalla confusione fra la stabilità dell’oro in quanto unità di misura e la sua variabilità in quanto valore monetario è nata questa assurda teoria quantitativa che ha tentato di definire le leggi di circolazione della moneta. Storicamente, questa teoria prese consistenza dopo la scoperta di nuove miniere d’oro ed in seguito ad una analisi insufficiente dei fatti che seguirono questa scoperta; si credette che il prezzo delle merci fosse aumentato per la maggiore quantità di oro e di argento funzionanti da mezzi di circolazione.

In sostanza, la teoria quantitativa si enunciò come segue: i prezzi delle merci sono determinati dalla quantità di moneta in circolazione. Montesquieu la difese dicendo che «lo stabilirsi del prezzo delle cose dipende sempre fondamentalmente dal rapporto del totale delle cose al totale dei segni monetari». Essa fu sviluppata da Hume e in seguito da Ricardo. Quest’ultimo, pur avendo definito rettamente la sostanza del valore si contraddisse quando passò all’analisi della moneta: «il valore del denaro è determinato dal tempo di lavoro che vi si trova materializzato ma solamente fino a quando la quantità del denaro è in rapporto esatto con la quantità e il prezzo delle merci da vendere». Noi vediamo così che anche Ricardo accetta implicitamente l’ipotesi che al momento in cui entravano nella sfera degli scambi le merci non avevano prezzi e la moneta non aveva valore. Bisogna non trascurare questa teoria, perché oggi parecchi economisti e «pianificatori» la riprendono per tentare di spiegare la crisi del capitalismo e di apportarvi dei «rimedi». E De Man, in Belgio, vi ricorre quando dichiara che il danaro troppo «raro» rincara in rapporto alle merci e fa cadere i loro «prezzi». E Léon Blum non ha una comprensione più marxista della moneta quando considera che un aumento dello stock mondiale di oro deve tradursi nel rialzo generale di tutti i prezzi, e cita come esempio la ripercussione sui prezzi provocata nel sec. XIX dalla scoperta delle miniere della California e dell’Australia.

La teoria marxista, opponendosi diametralmente alla teoria quantitativa, afferma che il movimento circolatorio della moneta, lungi dal regolare la circolazione delle merci, le é, al contrario, subordinato. Ne risulta che: «la quantità dei mezzi di circolazione è determinata dal prezzo totale delle merci in circolazione e dalla velocità media del corso della moneta». Di più, i prezzi si alzano e si abbassano non perché circoli più o meno oro, ma la quantità di oro in circolazione aumenta o diminuisce perché i prezzi salgono o scendono. Nel caso in cui circoli troppo oro in rapporto ai bisogni della circolazione delle merci, l’eccedente è semplicemente ritirato dal circuito degli scambi e tesaurizzato. Al contrario, se la massa di moneta non basta allo sviluppo degli scambi, l’equilibrio potrà essere ristabilito con la messa in circolazione, se l’oro manca, di contrassegni monetari che non saranno meno rappresentativi della moneta reale se la loro origine ha una causa economica.

Se vogliamo riassumere le cause fondamentali di oscillazione dei prezzi3 diremo: che un rialzo generale dei prezzi si realizza, da un lato attraverso un abbassamento del valore dell’oro, supponendo che il valore delle altri merci resti costante; dall’altro, attraverso un rialzo del valore di tutte le merci e fin tanto che il valore dell’oro sia costante.

Il ragionamento inverso varrà nel caso di una diminuzione generale dei prezzi.

È evidente che questa enunciazione riguarda i prezzi delle merci e non il «prezzo» dell’oro, per la semplice ragione che questo non ha prezzo in quanto moneta; il suo valore non può essere espresso nella sua sostanza, e dire che 1.000 franchi sono il prezzo di 2 grammi di oro non significa nulla.

L’oro potrebbe avere un prezzo solo se potesse esprimersi in una merce specifica esercitante quella funzione di moneta che esercita lui stesso. In realtà l’oro ha tanti «prezzi» per quante sono le specie di merci con le quali si può scambiare.

***

Abbiamo indicato che la merce non rappresentava un valore d’uso per il suo possessore e che, per divenirlo, bisognava che entrasse nella sfera degli scambi e che vi si realizzasse come valore di scambio. Per il proprietario essa non ha dunque valore che nella misura in cui egli può sostituirla con moneta che diverrà per lui l’equivalente generale di una merce qualunque. Come abbiamo detto, egli incomincia col trasferire il valore di scambio del suo prodotto in una quantità di oro immaginaria: gli dà un prezzo. Ma «nell’esistenza del valore di scambio, come prezzo, o dell’oro, come misura di valore, è contenuta la necessità dell’alienazione della merce contro oro contante e la possibilità della sua non alienazione, in breve ogni contraddizione che risulta dal fatto che il prodotto è merce o dal fatto che il lavoro speciale dell’individuo privato deve, per produrre un effetto sociale, manifestarsi nel suo contrario immediato, il lavoro generale astratto».

Un disaccordo poteva dunque sorgere tra la quantità «teorica» di oro di un valore di scambio anticipato nel suo prezzo e la quantità di oro realmente ottenuta dallo scambio o prezzo mercantile. È nel crogiolo del mercato che si poteva controllare se il valore di scambio di una merce o la quantità di lavoro che essa contiene corrispondesse o no alla quantità di lavoro socialmente necessario alla sua produzione. Era il giuoco dell’offerta e della domanda, così come la concorrenza che regolavano la trasformazione del valore in valore mercantile; che riflettevano inoltre contrasti sviluppati in questo dal sistema capitalista di produzione; che affermavano l’esistenza delle differenti classi e strati sociali che si dividevano la rendita totale della Società e la consumavano, determinando con ciò l’estensione della domanda:
«l’antagonismo delle merci e della moneta è la forma astratta e generale di tutti gli antagonismi contenuti nel lavoro borghese».

Nella circolazione semplice delle merci, l’indipendenza delle due azioni – comperare e vendere – la loro non solidarietà, aprivano già possibilità di squilibrio negli scambi e segnavano la netta differenziazione fra questi e lo scambio diretto dei prodotti. Malgrado il moltiplicarsi degli acquisti e delle vendite e le metamorfosi incessanti delle merci, la moneta finiva sempre per restare fra le mani di un terzo perché il venditore di una merce non era necessariamente e nello stesso tempo l’acquirente di un’altra merce. Ma, fondamentalmente, il movente sussisteva: scambio di una merce per acquistare un’altra merce che diventasse un valore d’uso.

Il movimento delle merci se iniziava necessariamente con la vendita di un non-valore d’uso, terminava generalmente con l’acquisto di un valore d’uso che, attraverso il consumo, usciva dalla circolazione. Benché il circuito potesse essere interrotto, benché il rinnovarsi del movimento potesse non effettuarsi immediatamente, la posizione di attesa che prendeva l’oro sotto la sua forma di moneta e l’interruzione della sua funzione di mezzo di circolazione non erano che accidentali. Il conflitto fra il possessore di merci e il possessore di denaro restava dunque contenuto negli stretti limiti che gli impedivano di assumere le forme violente sorgenti nelle crisi economiche che sconquassarono poi la società capitalistica.

Era così perché l’oro, che funzionava già come misura di valore, campione dei prezzi, mezzo di circolazione, non funzionava ancora come Capitale.

***

Il Capitale nacque dal denaro allorché gli scambi ebbero acquistato un grado di sviluppo che creava possibilità di arricchimento sotto forma di accumulazione di denaro.

Si accrebbe sempre più la tentazione di limitarsi ad effettuare la prima operazione della circolazione, la vendita, e di trattenerne il prodotto, il danaro. Con l’estensione degli scambi aumentò dunque anche la potenza della moneta che apparve sempre più come il rappresentante tangibile della ricchezza materiale: «L’istinto della tesaurizzazione é, per sua natura, senza misura. Dal punto di vista della qualità e della forma, la moneta non ha limiti e resta il rappresentante generale della ricchezza materiale, perché può direttamente trasformarsi in qualsiasi merce».

Tuttavia la tesaurizzazione non ricevé un significato concreto se non quando il denaro fu convertito in capitale da un cambiamento di forma della circolazione delle merci.

Il movimento non consisté più nel trasformare merce in denaro, poi il denaro in merci, ma al contrario nel convertire il denaro in merci e queste nuovamente in denaro.

Il ciclo iniziava dunque con l’acquisto per terminare con la vendita. Ed era nel corso stesso di questo ciclo che il denaro diveniva capitale accrescendosi, nel risultato finale, di un’eccedenza, di un plusvalore che tuttavia non poteva provenire dalla circolazione medesima.

Sappiamo che fu necessario che certe condizioni fossero riunite, perché il denaro potesse divenire Capitale; che bisognò che nascesse una merce di natura particolare: la Forza-lavoro il cui uso fu creatore di valore.

Dall’apparire del Capitale, il denaro divenne non solamente un oggetto di arricchimento, ma l’oggetto per eccellenza; l’accrescimento del valore di scambio, il far fruttare il valore divenne uno scopo a sé, mentre il valore d’uso e, con esso, i bisogni persero ogni apparenza di esistenza: «il valore sorge dalla circolazione, vi rientra, vi si mantiene e vi si moltiplica, ne esce aumentato e ricomincia senza sosta il medesimo ciclo «Denaro-Denaro», il denaro che cova il denaro».

Il capitalista non può «creare» valore altro che rimettendo senza sosta il denaro in circolazione, facendolo funzionare come capitale.

Da un confronto fra le due forme di circolazione delle merci, la forma semplice e la forma capitalistica, deriva che nell’ultima il denaro-moneta come mezzo di circolazione si eclissa sempre più davanti al denaro-capitale. In un ciclo della prima forma, il denaro-moneta non faceva che circolare di mano in mano, lasciava definitivamente quella dell’acquirente per entrare in quella del venditore, e così via.

Al contrario, nella circolazione capitalista, il denaro è il punto di partenza del ciclo ed è capitale «in fieri» attraverso l’acquisto delle merci (macchine, materie prime, forza di lavoro) che, trasformate e rivendute, rientrano sotto forma di denaro ed in valore accresciuto rispetto al momento di partenza, nella tasca del capitalista che ne aveva fatto l’anticipazione. Nella forma semplice della circolazione l’acquisto completava la vendita, nella forma capitalista la vendita conclude l’acquisto. Da ciò: «una differenza palpabile e sensibile fra la circolazione del denaro come capitale e la sua circolazione come semplice moneta» che non era che una conseguenza della differenza fra una produzione in cui il produttore vendeva le sue merci per trasformarle in mezzi di sussistenza e la produzione capitalista in cui il consumo spariva dietro l’obbiettivo della produzione di plusvalore. Qui c’è un produttore «unico»: il capitalismo4, ed il rapporto fra produttori individuali attraverso il mercato è sparito ed ha dato luogo ad un rapporto antagonistico fra il proletariato, detentore di una merce di natura particolare: la Forza-lavoro, creatrice di valore, ed il Capitalismo, proprietario della totalità delle altre merci (mezzi di produzione, materie industriali ed alimentari) ivi compreso l’oro, sotto il suo duplice aspetto di merce e di moneta.

E parimenti ne risulta che proprio come in un’economia mercantile precapitalista, la ripartizione del potere di acquisto e della moneta in regime capitalista non è che il riflesso della ripartizione dei prodotti merce, derivando questa dal carattere privato della proprietà.

Una differenza fondamentale tuttavia: il Capitalismo è il solo acquirente della Forza-Lavoro. Il proletariato non potrà dunque possedere moneta che nella misura in cui sarà riuscito a vendere la sua Forza-Lavoro, merce che per lui non rappresenta nessun valore d’uso, giacché egli non possiede i mezzi per metterla in azione. È il capitalismo che, consumando questa forza di lavoro, ne ricava un Valore superiore a quello che esso ha pagato sotto forma di salario e benché questo sia l’equivalente del valore della forza di lavoro. È il capitalismo che detiene la chiave del potere di acquisto dell’operaio; sono la natura e le esigenze della produzione capitalista che determinano la portata di questo potere di acquisto. Quanto al prezzo della Forza-Lavoro, come per qualunque altra merce, esso non è che l’espressione monetaria del suo valore di scambio, cioè del valore dei prodotti necessari alla sua riproduzione. Questo valore resta il cardine attorno al quale si muove il salario sotto la pressione, da una parte, dell’offerta e della domanda sul mercato del lavoro e, dall’altra, del rapporto delle forze fra la Borghesia e il Proletariato.

Va dunque da sé che, fatta astrazione dall’influenza di questi due fattori, «teoricamente» il prezzo della Forza-Lavoro subisce anche le variazioni del valore dell’oro, abbassandosi il salario quando il valore dell’oro sale e, inversamente, rialzandosi con il ribassare di questo valore. Ma la storia del passato ci insegna che una diminuzione del valore della moneta ha sempre incitato la borghesia a tentare di derubare l’operaio, portando il prezzo della sua Forza-Lavoro al disotto del suo valore.

Quando, in periodo di crisi, l’operaio è scacciato dalla sfera produttiva, si trova conseguentemente privato del potere di acquisto corrispondente al suo salario e cade sotto la dipendenza assoluta della Borghesia, che non interverrà nel costo del suo mantenimento (sotto forma di compenso di disoccupazione o di soccorso privato) che nei limiti richiesti dallo stretto minimum fisiologico.

La portata del potere di acquisto della classe operaia resta dunque strettamente condizionata alla necessità di far rendere il Capitale; ogni ampliamento di questo potere di acquisto non potrebbe che tradursi automaticamente, non in un rialzo dei prezzi delle merci (come spesso ci si immagina) ma in una diminuzione del profitto capitalista. Coloro che, in nome del Proletariato, preconizzano oggi mezzi che possano non metter capo a questa conseguenza pur permettendo di aumentare il consumo operaio, si schierano per ignoranza o per interesse a fianco della Borghesia. Come vedremo, le “politiche” monetarie non hanno altro obbiettivo che operare uno spostamento di reddito ad esclusivo profitto della classe dominante e solamente in favore della sua frazione più avanzata: il Capitale Finanziario.

Se è ben vero che la moneta è esistita ed ha rappresentato storicamente una parte più o meno importante prima che esistessero il Capitale, il Lavoro salariato, le Banche, essa però non ha potuto rivestire le forme apparentemente complesse che noi le conosciamo oggi se non sotto l’impulso dello sviluppo, su scala mondiale, della produzione capitalista e della circolazione delle merci; il biglietto di banca, l’effetto commerciale, lo chèque, non sono che strumenti imposti dal meccanismo sempre più complesso dei rapporti sociali sotto la loro forma capitalista.

Ma queste nuove forme monetarie derivarono esse stesse direttamente dal fatto che progressivamente l’oro si fece rimpiazzare, in quanto mezzo di circolazione apparente sotto forma di denaro contante, da monete metalliche con effigi e denominazioni molteplici.

Per ragioni tecniche e anche perché si consumava troppo rapidamente, l’oro si ritirò anzitutto dalle sfere della circolazione dove il corso della moneta era più attivo e più rapido e fu sostituito da monete d’argento e di rame. E il carattere simbolico di queste non apparve immediatamente, perché esse si presentavano ancora sotto un’apparenza di valore, benché non fossero più che dei rappresentanti del valore di scambio invece di essere la materializzazione di questo valore, come l’oro.

Con il biglietto di banca, non poteva esserci dubbio che esso non fosse che un contrassegno monetario rappresentativo di un valore di cui l’oro avrebbe continuato ad essere il sostegno. Ma vi è apparenza che il contrassegno di valore rappresenti immediatamente il valore delle merci perché non si presenta come contrassegno di oro, ma come contrassegno del valore di scambio, che è espresso semplicemente nel prezzo, ma che non esiste che nella merce. Ora, questa apparenza è falsa. Direttamente il segno di valore non è che il segno di prezzo, dunque segno di oro e per un rigiro soltanto, è segno del valore delle merci. L’oro acquista con la ma ombra.

Più le forme monetarie si allontanarono dalla loro base-oro più esse parvero prendere un’esistenza a sé, e più si accrebbero anche le illusioni monetarie, e ciò perché con lo svilupparsi della circolazione dei contrassegni di valori, e la progressiva sparizione dell’oro come mezzo di circolazione, all’interno di ciascuna delle economie nazionali, tutte le leggi che regolavano la circolazione della moneta reale sembrarono essere smentite e completamente sconvolte così che, al contrario dell’oro che circolava come moneta perché aveva un valore proprio, la carta acquistò valore solo perché poté circolare in quanto rappresentante dell’oro, e si arrivò a credere che questa carta aveva un valore per se stessa.

Note:

  1. Tutte le citazioni che seguono senza indicazione di fonte sono di Marx. ↩︎
  2. “Riforma e Rivoluzione”. ↩︎
  3. Si tratta fin qui del prezzo teorico, corrispondente al valore, e non del prezzo mercantile che se ne può differenziare nel modo che vedremo. ↩︎
  4. Noi facciamo evidentemente astrazione dalla massa dei produttori indipendenti (contadini, artigiani) che esistono ancora nella società borghese, ma che sono inevitabilmente e progressivamente assorbiti dall’una o dall’altra classe fondamentale. ↩︎

La tattica del Comintern dal 1926 al 1940 Pt.2

La questione cinese (1926 – 1927)

“Se i sindacati reazionari inglesi sono disposti a formare con i sindacati rivoluzionari del nostro paese (la Russia. n.d.r.) una coalizione contro gli imperialisti contro-rivoluzionari del loro paese, perché non si approverebbe questo blocco?” (Stalin alla seduta comune del C.C. del Partito Russo e della Commissione Centrale di Controllo, Luglio 1926). Giustamente Trotzky replicava: “se i sindacati reazionari fossero capaci di lottare contro i loro imperialisti, essi non sarebbero reazionari”.

Se Chang-Kai-Shek ed il Kuomintang fossero disposti a lottare per la rivoluzione… Ma le cataste degli assassinati che conclusero l’epica lotta dei lavoratori cinesi dovevano lugubremente provare che Chang-Kai-Shek e Kuomintang non potevano essere altra cosa che i boia del proletariato e dei contadini di quel paese.

Nel suo libro “L’Internazionale Comunista dopo Lenin”, Trotzky caratterizza giustamente la situazione generale in Cina nei seguenti termini: “La proprietà fondiaria, grande e media, vi si intreccia nel modo più intimo con il capitalismo delle città, ivi compreso il capitalismo straniero” (pag. 277 dell’edizione francese Rieder), “Uno sviluppo interno estremamente rapido dell’industria basato sul ruolo del capitalismo commerciale e bancario che ha assoggettato il paese, la dipendenza completa dal mercato delle regioni contadine più importanti, il ruolo enorme e il continuo sviluppo del commercio estero, la subordinazione totale delle campagne cinesi alla città; tutto ciò conferma il predominio incondizionato, il dominio diretto dei rapporti capitalisti in Cina” (op. citata pag. 305).

Nello studio che sarà dedicato al trotzkismo, la rivista spiegherà le ragioni che dovevano portare Trotzky, malgrado un’analisi che metteva in luce i rapporti determinanti di tutto l’assetto economico cinese (ivi compresi i rapporti feudali e pre-feudali numericamente molto superiori a quelli capitalistici), a conclusioni tattiche assolutamente insufficienti quali quelle della partecipazione al Kuomintang e della sollevazione di quell’insieme di parole d’ordine democratiche che Trotzky difese contro Stalin dopo la definitiva sconfitta della rivoluzione cinese, dopo cioè il fallimento di quella che il Comintern qualificò: “l’insurrezione di Canton” (Dicembre 1927).

La nostra corrente, per contro, dipartendosi da un’analisi collimante con quella di Trotzky difese la tesi di principio della non adesione al Kuomintang e, mentre combatté la tattica del Comintern dell’“offensiva rivoluzionaria”, mantenne integrali le sue posizioni precedenti contro le “parole d’ordine democratiche”, restando ferma sulla tesi che la sola parola da sollevare nella questione del potere era quella della dittatura proletaria.

Gli avvenimenti dovevano infatti confermare che né una situazione rivoluzionaria si presentava più in Cina dopo il 1927, né un’era democratica di indipendenza borghese ed anti-imperialista della Cina poteva aprirsi dopo e malgrado la sconfitta rivoluzionaria del 1926-27.

È nel 1911 che la dinastia manciuriana abdica in favore della Repubblica. Ed è di quest’epoca la fondazione del “Partito del Popolo”, del Kuomintang. La politica di Sun-Yat-sen, il fondatore del Partito, seppure proclama delle rivendicazioni anti-imperialiste, per “l’indipendenza della Cina”, è costretto tuttavia a doversi limitare ad affermazioni verbali che non inquieteranno affatto gli imperialismi stranieri. La storia condannerà la Cina a non potere assurgere alla funzione di un grande stato nazionale e Sun-Yat-Sen ne è talmente convinto che, dopo che la Cina avrà preso posizione per l’Intesa nel corsa della guerra del 1914-18, nel 1918 si rivolge ai vincitori per essere aiutato nello sviluppo economico della Cina, e cerca di appoggiarsi sull’imperialismo più vicino ed allora meno invadente, il Giappone, per allentare la morsa dell’imperialismo inglese che deteneva le posizioni più importanti.

Nel predominio dei rapporti capitalistici nell’interno del paese e nel quadro storico dell’imperialismo finanziario del capitalismo, che non apre alcuna prospettiva all’elevazione a stati nazionali indipendenti dei paesi coloniali e semi coloniali, gli avvenimenti cinesi iniziano nel 1925, si sviluppano nel 1926, per conchiudersi nel soffocamento violento della cosiddetta “insurrezione di Canton”.

Questi avvenimenti, che prendono soprattutto l’aspetto militare di una marcia che parte dal Sud e va di vittoria in vittoria verso il Nord, fino a conquistare tutto il paese, possono essere caratterizzati come una “guerra democratico-rivoluzionaria, anti-imperialista della borghesia cinese”? Evidentemente, nel corso di questi tumultuosi eventi vi sono stati attacchi contro le concessioni straniere, ma, a parte il fatto che ogni volta questi attacchi non rispondevano mai a decisioni del centro del Kuomintang, ma erano il risultato di iniziative locali le quali d’altronde col decrescere degli avvenimenti venivano persino sconfessate dalla direzione centrale del Kuomintang, il problema è altro e si tratta di caratterizzare l’insieme per quello che esso si è realmente rivelato e non di addizionare gli episodi che non hanno avuto alcuna influenza decisiva sul corso generale degli avvenimenti.

Alla fine del 1927 la vittoria della controrivoluzione è decisiva, e questa vittoria non è disgraziatamente di corta durata poiché venti anni dopo ci troviamo nella stessa situazione e, malgrado la disfatta giapponese, non si assiste affatto ad un’affermazione in stato autonomo della borghesia cinese, la quale, se può disputare con la Francia il rango del IV o del V tra i cinque Grandi, non può però evitare che la Cina, dopo la sconfitta del movimento rivoluzionario del 1926-27 sia ridotta a diventare un immenso territorio dove l’urto si manifesta fra i grandi capitalismi esteri, ma non su un fronte che veda la borghesia cinese ergersi contro l’insieme di questi capitalismi. Contro Stalin ed anche contro Trotzky, la risposta della storia è assolutamente inequivocabile; non si trattò, nel 1926-27 di una guerra rivoluzionaria anti-imperialistica suscettibile di evolvere in un movimento schiettamente proletario e comunista, ma di una gigantesca sollevazione di centinaia di milioni di sfruttati i quali potevano trovare solamente nell’avanguardia proletaria la guida che, instaurando la dittatura proletaria in Cina, si sarebbe intrecciata con lo sviluppo della rivoluzione mondiale.

Il ruolo di Chang-Kai-Shek e del Kuomintang non poteva essere quello che spettò alla borghesia francese del 1793, ma quello stesso che avevano esercitato, nei paesi più avanzati, i Noske e compagnia. Sin dall’inizio essi rappresentarono l’argine di difesa contro la gigantesca rivolta degli sfruttati cinesi ed il Kuomintang fu lo strumento efficace di questa crudele e vittoriosa resistenza della controrivoluzione cinese e mondiale.

Quanto alla borghesia cinese, al pari d’altronde delle borghesie dell’India e degli altri paesi coloniali e semi-coloniali, la sua funzione si è rilevata non quella di tendere ad un’autonomia nazionale, ma di incastrarsi con l’organamento delle dominanti borghesie imperialiste ed estere. Chang-Kai-Shek doveva mostrare una brutalità terribile contro i proletari cinesi non appena le circostanze (la discesa del flusso rivoluzionario) glielo permisero, nello stesso tempo che una capacità di genuflessione angelica nei confronti dei più potenti imperialismi stranieri.

D’altronde, al VII Esecutivo Allargato della fine del 1926, il delegato cinese Tang-Ping-Sian dichiarava nel suo rapporto a proposito di Chang-Kai-Shek: “Egli ha nel campo della politica internazionale, un contegno passivo, nel senso completo della parola. Non è disposto a combattere contro l’imperialismo inglese; quanto agli imperialisti giapponesi, in certe condizioni, è disposto a stabilire un compromesso con essi”.

E Trotzky precisa suggestivamente: “Chang-Kai-Shek fece la guerra ai militaristi cinesi, agenti di uno degli stati imperialisti. Non è affatto la stessa cosa che fare la guerra all’imperialismo” (Trotzky, op. cit., p. 268).

Sul fondo della lotta fra le masse rivoluzionarie e la controrivoluzione, la guerra che si faranno i generali del Sud e del Nord non troverà, fondamentalmente, altra spiegazione che quella di attanagliare il proletariato insorto e in secondo luogo di tendere all’unificazione della Cina dispersa nelle mille provincie sotto un’autorità centrale. Autorità centrale, lo ripetiamo, senza alcuna prospettiva di ergere la Cina all’altezza di un grande stato nazionale ed indipendente.

Gli imperialismi d’altronde non fisseranno le loro preferenze in modo decisivo sull’uno o l’altro generale, ma, coscienti della realtà rivoluzionaria in Cina e del pericolo che essa rappresenta per il loro dominio di classe nel mondo, lasceranno svilupparsi in pieno l’intervento contro-rivoluzionario dell’Internazionale. Dopo l’interruzione causata dagli avvenimenti bellici si ristabilirà quell’intreccio di rapporti capitalistici che parte dalle metropoli, si annette la borghesia cinese e prolunga il sua dominio sull’immensità delle terre cinesi.

***

Dal punto di vista programmatico, l’Internazionale disponeva, quale documento fondamentale, le Tesi del secondo Congresso (settembre 1920). L’ultimo paragrafo della 6° Tesi “supplementare” dice: “Il dominio straniero ostacola il libero sviluppo delle forze economiche. Perciò la sua distruzione è il primo passo della rivoluzione nelle colonie. Ed è per questa che l’aiuto portato alla distruzione del dominio straniero nelle colonie non è, in realtà, un aiuto portato al movimento nazionalista della borghesia indigena, ma l’apertura del cammino per lo stesso proletariato indigeno”.

Lo si vede, la prospettiva che impregna molteplici documenti della fondazione dell’Internazionale, che è contenuta d’altronde nello stesso Manifesto (quando Marx parla della borghesia che apre la sua stessa fossa estendendo il suo dominio a tutti i paesi) questa prospettiva non è stata confermata dagli avvenimenti. In effetti di fronte ad un movimento della portata di quello della Cina del 1926-27, che vedrà delle centinaia di migliaia di operai e contadini armati, ad un movimento che ha i connotati indiscutibili delle indomabili forze storiche, se il presunto obiettivo della liberazione dal dominio straniero fosse stato suscettibile di determinare gli avvenimenti avremmo assistito ad una lotta di queste masse che, sotto la direzione della borghesia indigena, sarebbero giunte ad un urto decisivo contro gli imperialismi esteri, oppure a questo stesso movimento che, scavalcando la primitiva direzione borghese, avrebbe assunto la forza di una rivoluzione proletaria intercalantesi con la rivoluzione mondiale.

Ora non solamente l’urto contro gli imperialismi non si verificò, ma la funzione storica della borghesia cinese si è rivelata esclusivamente quella di un potente bastione contro-rivoluzionario per domare con una terribile violenza le masse insorte, e questa mentre gl’imperialismi stranieri non potevano che rallegrarsi dell’ottimo lavoro fatto dai loro commissionari: il Kuomintang e tutte le sue tendenze, la destra di Chang-Kai-Shek, il centro di Dai-Thi-Tao, come la sinistra sedicente comunista diretta dai delegati dell’Internazionale Comunista in Cina.

Le stesse Tesi non si limitano a formulare una prospettiva, ma, dopo avere formulato il criterio di guida per l’analisi delle situazioni storiche, determinano delle garanzie che, è superfluo sottolinealo, sono state vergognosamente tradite dall’Internazionale.

Quale criterio di guida, nel Punto 2 delle “Tesi” citate si legge: “Il Partito Comunista interprete cosciente del proletariato in lotta contro il giogo della borghesia, deve considerare come chiave di volta della questione nazionale, non dei principi astratti e formali ma: 1° una nozione chiara delle circostanze storiche ed economiche; 2° la dissociazione precisa degli interessi delle classi oppresse, dei lavoratori, degli sfruttati, contro la concezione generale dei sedicenti interessi nazionali, che significano in realtà quelli delle classi dominanti; 3° la distinzione altrettanto netta quanto precisa delle nazioni oppresse, dipendenti, protette, da quelle oppressive e sfruttatrici, godenti di tutti i diritti, contrariamente all’ipocrisia borghese e democratica che dissimula con cura l’asservimento (specifico del capitale finanziario dell’imperialismo), attraverso la potenza finanziaria e colonizzatrice, dell’immensa maggioranza delle popolazioni del globo ad una minoranza di ricchi paesi capitalistici”.

Quanto alle garanzie, la Tesi 5° dirà: “È necessario combattere energicamente i tentativi fatti da certi movimenti di emancipazione, che non sono in realtà né comunisti né rivoluzionari, per inalberare dei colori comunisti: l’Internazionale Comunista non deve sostenere i movimenti rivoluzionari nelle colonie e nei paesi arretrati che alla condizione che gli elementi dei più puri partiti comunisti – e comunisti di fatto – siano raggruppati ed educati per i loro compiti particolari, cioè per la loro missione di combattere il movimento borghese e democratico. L’Internazionale Comunista deve entrare in relazioni temporanee e formare così delle unioni con i movimenti rivoluzionari nelle colonie e nei paesi arretrati, senza tuttavia mai provocare la fusione con essi e conservando sempre il carattere indipendente del movimento proletario anche nella sua forma embrionale”.

L’applicazione di queste direttive fondamentali nel corso degli avvenimenti cinesi avrebbe certamente determinato una progressiva precisazione di alcuni degli elementi ipotetici contenuti nelle Tesi, ciò che era d’altronde nettamente previsto nel prima allinea della 2° Tesi che abbiamo riportato, laddove si parla della necessità di “una nozione chiara delle circostanze storiche ed economiche”. Questa nozione non poteva condurre ad altro che a riconoscere il carattere esclusivamente controrivoluzionario del Kuomintang e l’assenza di ogni possibilità storica di lotta anti-imperialista in funzione della sviluppo di quelle forze economiche (Tesi 6°).

La nostra corrente, in violenta opposizione can la direzione dell’Internazionale e contro lo stesso Trotzky, sostenne la tesi della non adesione al Kuomintang fin dal principio, qualificando questo “Partito del Popolo” per quello che esso era in realtà e per quello che esso doveva poi crudelmente rivelarsi dopo i massacri dei proletari e dei contadini del 1927. Essa si ricollegava così a quanto diceva Lenin, nel 1919, quando scriveva: “La forza del proletariato in qualunque paese capitalista è molto maggiore di quanto comporti la proporzione tra proletariato e popolazione totale. Questo perché il proletariato comanda economicamente il centro e i nervi di tutto il sistema dell’economia del capitalismo ed anche perché nel campo economico e politico il proletariato esprime sotto il dominio capitalista gli interessi reali dell’enorme maggioranza dei lavoratori” (“Opere Complete”, vol. XVI, pagine 458, citata da Trotzky ne “L’Internazionale dopo Lenin”). E quanto alla natura capitalista dei rapporti economici in Cina, si ricordi quanto abbiamo già detto marcando il nostro accordo con l’analisi fatta da Trotzky.

Vediamo ora, succintamente. l’impostazione tattica dell’Internazionale. Essa può essere sintetizzata nella formula del “blocco delle quattro classi” (borghesia, contadini, piccola borghesia urbana, proletariato), formula che fu d’altronde espressamente redatta nelle risoluzioni dell’Internazionale.

La rivista dell’Internazionale Comunista nel suo n. 5 del 10 marzo 1927 (si noti, un mese dopo soltanto Chang-Kai-Shek scatenerà il terrore contro i proletari di Shanghai), contiene un articolo particolarmente suggestivo di Martinov. Dopo avere premesso che “la liberazione nazionale della Cina deve necessariamente, in caso di successo, trasformarsi in rivoluzione socialista, che il movimento liberatore della Cina è anche parte integrante della rivoluzione proletaria mondiale, differendo in ciò dai movimenti liberatori anteriori che erano parte integrante del movimento democratico generale”, dopo avere dunque dato di questo movimento, che è di “liberazione nazionale” solamente nella testa dei dirigenti dell’Internazionale, una caratteristica ben più avanzata di quelli che lo precedettero nella storia della formazione degli stati nazionali borghesi in Europa. Martinov giunge alla confusione che mentre “in Russia, nel 1905, l’iniziativa della direzione emanava dal partito proletario” e “la borghesia liberale russa, durante un certo tempo, si trascinava al suo seguito sforzandosi ad ogni sosta temporanea del movimento di concludere un accordo con l’autocrazia czarista”, in Cina “l’iniziativa emana dalla borghesia industriale e dagli intellettuali borghesi” e dunque “il Partito Comunista cinese deve sforzarsi di non creare ostacoli (sottolineato da noi) all’armata rivoluzionaria contro i grandi signori feudali, contro i militaristi del Nord e contro l’imperialismo”.

Dal canto suo Stalin, in un articolo polemico contro l’opposizione russa (vedi Stato Operaio del maggio 1927) scriverà: “Nel primo periodo della rivoluzione cinese, nei periodo della prima marcia verso il Nord, quando l’esercito nazionale avvicinandosi allo Yang-Tze passava di vittoria in vittoria, non si era ancora sviluppato un potente movimento di operai e di contadini e la borghesia indigena (ad esclusione dei “compradori”) marciava insieme con la rivoluzione. Questa era dunque la rivoluzione di un fronte unico che si estendeva a tutta la nazione (sottolineato da noi). Questo non vuol dire che vi fossero dei contrasti fra la borghesia indigena e la rivoluzione. Questo significa soltanto che la borghesia indigena dando il suo appoggio alla rivoluzione si sforzava di sfruttarla per i suoi scopi dirigendo lo sviluppo di essa essenzialmente sulla linea delle conquiste territoriali e cercava di limitarne gli sviluppi in un’altra direzione”.

Gli avvenimenti dovevano crudelmente provare attraverso lo scatenamento del terrore, a partire dall’Aprile 1927, che la “rivoluzione del fronte unico di tutta la nazione” era in realtà l’incorporazione delle masse insorte che saranno sottoposte alla direzione dei generali, e che infine vi era opposizione netta, stridente, violenta, fra la “marcia militare verso il Nord sotto la direzione del Kuomintang” e le lotte di classe degli operai e dei contadini cinesi. Tutta la lattica del Comintern si riassumerà infine nella direttiva che Martinov aveva precisato: “non creare ostacoli all’armata rivoluzionaria” (vedi citazione più sopra).

Per terminare, quanto all’impostazione tattica dell’Internazionale, ricordiamo la dichiarazione di Tan-Pin-Sian al VII Esecutivo Allargato: “Appena sorse il trotzkismo, il Partito e la Gioventù Comunista cinesi adottarono immediatamente, all’unanimità, una risoluzione contro di esso”. 

È noto che sotto l’etichetta di trotzkismo erano comprese tutte le tendenze che si opponevano alla direzione dell’Internazionale. Se abbiamo riportato questa citazione è per provare che il Partito cinese era stato energicamente “epurato” per potere svolgere, con pieno successo, la sua politica contro-rivoluzionaria.

***

Il secondo semestre del 1926 e il primo trimestre del 1927 conosceranno l’esplosione massima degli avvenimenti cinesi. Durante tutto questo periodo – che è schiettamente rivoluzionario – l’Internazionale si oppone violentemente alle tendenze che si manifestano nel seno dell’avanguardia proletaria verso la costituzione dei Soviet; essa è ferma sulla direttiva del blocco delle quattro classi.

La delegazione russa in Cina, che viveva al contatto diretto con gli avvenimenti, scriverà una lettera diretta al Centro di Mosca, dove si fa la critica della politica del Partito cinese e dalla quale appare con quanta vigilanza controrivoluzionaria siano state eseguite le disposizioni tattiche che dovevano condurre allo sfacelo di questo grandioso movimento. Vi si legge: “Secondo il rapporto del Partito Comunista cinese del 13 dicembre 1926 sulle tendenze pericolose del movimento rivoluzionario, la dichiarazione afferma che ‘il più grande pericolo consiste in questo: che il movimento delle masse progredisca verso la sinistra’” (corsivo dell’autore).

Sulla questione dei rapporti fra Partito e masse, si può dedurre quali essi fossero da questo passaggio:
“I rapporti fra la direzione del Partito, gli operai e i contadini furono formulati nel miglior modo possibile, dal compagno Petrov, membro del C.C., all’occasione dell’esame della questione del reclutamento degli studenti per il corso speciale (università comunista dei lavoratori dell’oriente). Sarebbe stato necessario ottenere la ripartizione seguente: 175 operai e 100 contadini. Il comp.. Petrov ci ha dichiarato che il Comitato Centrale decise di designare solamente degli studenti e degli intellettuali”.

Sulla questione contadina: “Al Plenum di dicembre (1926 n. d. r.) del C.C., con la partecipazione del rappresentante del C.E. dell’I.C., fu adottata una risoluzione relativa alla questione contadina. In questa risoluzione non figura alcuna parola relativa al programma ed alla lotta agraria. La risoluzione risponde solamente ad una delle questioni più irritanti, la questione del potere contadino, ed essa vi risponde negativamente: essa dice che non bisogna lanciare la parola del potere contadino al fine di non spaventare la piccola borghesia. Da questo proviene che gli organi del Partito hanno ignorato il contadiname armato”. (In effetti non lo ignoravano poiché spingevano i contadini armati nelle braccia dei generali del Kuomintang, n. d. r.).

Sulla questione del movimento operaio: “Più di un milione di operai organizzati sono privati di un centro dirigente. I sindacati sono staccati dalle masse e, in gran parte, restano delle organizzazioni di stati maggiori. Il lavoro politico e di organizzazione è rimpiazzato sempre e dovunque dalla costrizione ed il fatto principale è che le tendenze riformiste crescono all’interno come all’esterno del movimento sindacale rivoluzionario. Familiarità cordiale con gl’imprenditori, partecipazione ai benefici, partecipazione all’elevazione della produttività del lavoro, subordinazione dei sindacati agli imprenditori ed ai capi, tali sono i fenomeni abituali”.

D’altra parte, rifiuto di difendere le rivendicazioni economiche dei lavoratori. Avendo paura dello sviluppo elementare del movimento operaio, il Partito ha consentito all’arbitraggio obbligatorio a Canton ed in seguito a Hang-Kéou (l’idea stessa dell’arbitraggio appartiene a Borodine, delegato ufficiale dell’I.C.). Particolarmente grave è la paura dei dirigenti del Partito del movimento degli operai non industriali. D’altronde la maggioranza schiacciante degli operai organizzati in Cina è formata dagli operai non industriali.

Il rapporto del C.C. al Plenum di dicembre 1926 dice: “È estremamente difficile per noi di definire la tattica nei confronti della media e della piccola borghesia, perché gli scioperi degli operai che lavorano presso gli artigiani e gli scioperi degli impiegati non sono che dei conflitti all’interno della stessa classe. E l’una e l’altra delle parti in lotta (cioè gl’imprenditori e gli operai) essendo necessarie per il fronte unico nazionale (il fronte della rivoluzione, come dice Stalin, vedere citazione più sopra n. d. r.), noi non possiamo né sostenere l’uno dei due contendenti, né restare neutri”.

Sull’esercito:
“La caratteristica del contegno del Partito verso l’esercito è stata data dal comp. Tchou-En-Lai nel suo rapporto. Egli dice ai membri del Partito: ‘andate in quest’esercito nazional-rivoluzionario, rinforzatelo, elevate la sua capacità di combattimento, ma non conducetevi nessun lavorò indipendente’. Fino a questi ultimi tempi non vi erano cellule nell’esercito. I nostri compagni consiglieri politici si sono occupati esclusivamente del lavoro politico-militare del Kuomintang”.
E più oltre: “Il Plenum del C.C. di dicembre ha preso la decisione di creare delle cellule nell’esercito, cellule formate solamente di comandanti con l’interdizione di farvi entrare i soldati”.

Il laccio intorno alle masse dei lavoratori cinesi insorti è solido e, disgraziatamente, indistruttibile. L’insieme del movimento è incorporato nel quadro dell’unità di tutti, sfruttati e sfruttatori, per la insussistente guerra di “liberazione”. Nel seno del Partito “epurato” si rigettano i proletari all’ultimo rango, dopo gli intellettuali, nei sindacati si proclama che la lotta fra imprenditori capitalisti e proletari è un conflitto “all’interno della stessa classe”, i contadini armati devono essere disciplinatamente inquadrati nell’esercito “nazionale”, mentre le cellule “comuniste” sono riservate agli ufficiali.

Il nodo scorsoio era pronto. Esso sarà tirato a Shanghai il 12 aprile 1927 quando Chang-Kai-Shek scatenerà il terrore contro le masse.

Prima di passare alla trattazione degli avvenimenti successivi occorre mettere in evidenza l’accoppiamento spontaneo, dovrebbe dirsi (per riprendere la terminologia impiegata da Engels nello studio sulla linea di svolgimento della lotta di classe) naturale tra il movimento delle masse e l’Internazionale Comunista. Questo per rispondere ai molteplici costruttori di rivoluzioni, di partiti e di Internazionali che pullulano un po’ dappertutto negli altri paesi, e che in Italia non arrivano fortunatamente a manifestarsi, i quali vorrebbero dare ad intendere che la Sinistra avrebbe commesso l’errore di non separarsi prima dall’Internazionale e fondare un’altra organizzazione.

Il movimento rivoluzionario cinese fa parte dello stesso complesso storico che aveva avuto la sua origine e nell’Ottobre russo e nell’Internazionale Comunista. I precedenti (la disfatta tedesca del 1923 e gli avvenimenti nel seno del partito russo) spiegano perché questa direzione contro-rivoluzionaria era diventata una necessità storica ineluttabile. E questa stessa direzione contro-rivoluzionaria doveva non evocare direttamente la forza antagonista suscettibile di sobbalzarla, ma solamente determinare le premesse per una ben più lontana ricostruzione dell’organismo internazionale del proletariato, tanto lontana che ancor oggi le possibilità storiche non se ne presentano, né possono essere determinate dai militanti rivoluzionari.

L’azione violenta di Chang-Kai-Shek del 12 aprile 1927 chiude la fase della maggiore intensità rivoluzionaria in Cina. L’ottavo Esecutivo Allargato dell’Internazionale del maggio 1927 ed il Plenum del C.C. del Partito Cinese del 7 Agosto 1927 inaugureranno una svolta nella tattica dell’Internazionale.

Quando la situazione va a sinistra, come fino all’aprile 1927, blocco delle quattro classi, convogliamento del movimento delle masse sotto la disciplina del Kuomintang. La situazione si sposta, essa va a destra, l’Internazionale andrà a sinistra e nelle due riunioni indicate si vedono già i prodromi di quella che fu qualificata l’“insurrezione” di Canton del dicembre 1927.

Il Kuomintang unito sbocca nel terrore anti-operaio dell’aprile 1927. Una scissione si farà nel “Partito del Popolo” ed un Kuomintang di sinistra si forma a Ou-Thang. I comunisti entrano persino nel governo mentre Stalin proclamerà che il “fondo della rivoluzione cinese consiste nello sconvolgimento agrario”. Il C.C. del Partito cinese nella seduta citata dichiara che “si è in presenza di una situazione economica politica e sociale favorevole all’insurrezione e che poiché nelle città non è più possibile (Chang-Kai-Shek, grazie alla tattica del Comintern, si era incaricato di realizzare quest’impossibilità n. d. r.) scatenare delle rivolte, bisogna trasportare la lotta armata nelle campagne. È qui che si trovano i focolai della sollevazione mentre la città deve essere una forza ausiliaria”. Ed il detto C.C. concluderà: “bisogna, dovunque questo è obiettivamente possibile, organizzare immediatamente delle insurrezioni”.

Il risultato di questa svolta caratterizzata da un lato da un’analisi che considera l’esistenza di una situazione rivoluzionaria nello stesso tempo che la nega per quanto riguarda la città, e dall’altro lato dalla partecipazione dei comunisti al governo, non doveva tardare a manifestarsi attraverso il terrore del Kuomintang di sinistra contro i contadini che continuavano la lotta.

***

Ci si incammina così verso “l’insurrezione” di Canton del dicembre 1927. Elementi politici di valutazione, precedenti questa “insurrezione” li troveremo nel Plenum del C.C. del Partito Cinese del novembre 1927, a proposito del quale la risoluzione del Cantone della Provincia di Kiang Sou del Partito Comunista cinese, dei 7 maggio 1929, fornisce delle interessanti indicazioni.

Ricordiamo che il sacrificio delle masse al Kuomintang aveva condotto allo schiacciamento violento del movimento operaio nelle città, che il sacrificio delle masse contadine al Kuomintang di sinistra aveva condotto ad un’analoga violenta repressione dei contadini nell’Hounan. Ed è così che ci si era avviati verso il capitolo conclusivo del Dicembre 1927.

Si trattava realmente di una “insurrezione”? Il IX Esecutivo Allargato dell’Internazionale che si terrà poco dopo, nel febbraio del 1928, renderà “il comp. N. responsabile del fatto che a Canton non vi fu un soviet eletto” (sottolineato nel testo della risoluzione). Nel movimento comunista nessun dubbio poteva esistere sul fatto che i soviet appaiono solamente nel corso di una situazione rivoluzionaria e che quindi o esistono delle condizioni politiche che li determinano, ed allora essi non possono che essere eletti, (a parte la questione formale e banale dell’elezione, quello che interessa è che essi sono il prodotto spontaneo del movimento delle masse insorte), oppure essi non esistono e l’appellativo di Soviet che sarà attribuito a degli organismi artatamente costituiti, non corrisponderà affatto ad una reale possibilità dell’esercizio del potere da parte del proletariato.

Ma, in effetti, non si assisteva che alla maturazione della nuova svolta dell’Internazionale i cui elementi primitivi si trovano nell’VIII Allargato e nella riunione del C. C. del Partito Cinese dell’agosto 1927. L’“insurrezione” sarà decisa dagli organi centrali proprio quando le possibilità per il suo trionfo non esisteranno più. È allora solamente che si parlerà di Soviet, di quella stessa parola che era stata rigorosamente interdetta nel pieno dell’offensiva rivoluzionaria delle masse, nel secondo semestre del 1926 e nel primo trimestre del 1927. I proletari di Canton (si noti che si tratta precisamente della città meno proletaria della Cina) si urteranno contro tutte le tendenze del Kuomintang e l’“insurrezione” limitata ad un solo centro, storicamente isolato (poiché il movimento rivoluzionario era in evidente discesa), non poteva che essere rapidamente liquidata. Frattanto l’Internazionale poteva conseguire una terza decorazione contro-rivoluzionaria (dopo quelle di Chang-Kai-Shek e dell’Hounan) giacché un colpo mortale sarà dato all’aspirazione rivoluzionaria delle masse cinesi le quali dovranno oramai convincersi dell’impossibilità della realizzazione del loro potere soviettista.

Si ha qui, nella tattica seguita a Canton, un’anticipazione della tattica che sarà poi seguita in tutti i paesi, a partire dal 1929 e fino al 1934, di quella tattica dell’“offensiva rivoluzionaria” di cui parleremo nel prossimo capitolo. La nostra corrente non poté in quel momento che limitarsi, da un lato, a mettere in evidenza che il movimento proletario non poteva urtare, anche nella Cina coloniale, che nell’opposizione violenta di tutte le classi possidenti del paese e di tutte le loro formazioni politiche, dall’altro, a sottolineare le ragioni della sconfitta immediata dovuta non al fatto dell’inattuabilità del potere proletario, ma al fatto che queste direttive erano state date non quando le condizioni obiettive per la vittoria rivoluzionaria esistevano ma quando esse erano state sacrificate dalla tattica controrivoluzionaria della disciplina alla borghesia cinese.

A partire dal 1928 la situazione in Cina farà un salto indietro. Lo spezzettamento diverrà ancora più grave di quello che preesisteva al movimento rivoluzionario del 1926-27, i generali costituiranno le loro zone particolari, e sorgerà altresì la “Cina comunista”. Si tratta delle regioni fra le più arretrate della Cina dove sussistono, insieme con le forme rudimentali dell’economia primitiva, le necessità di uno sfruttamento delle masse ancora più intenso di quello in vigore nelle altre zone. Il clan dirigente “comunista” stabilirà insieme con il pagamento in natura dei salari (un mercato vero e proprio non vi esiste ed il sistema corrente è quello del baratto), la coscrizione obbligatoria estesa a tutta la popolazione, poiché l’esercito ha non solo il compito militare di difendere “il paese comunista”, ma anche l’altro economico e sociale della ripartizione dei prodotti. E non può essere attualmente esclusa l’ipotesi di vedere una mobilitazione delle masse in difesa di questi regimi extra-reazionari, se l’evoluzione del mondo capitalista dovesse traversare una fase di conflitto fra di Stati Uniti e la Russia nei territori dell’Asia.

Nella situazione apertasi dopo l’“insurrezione di Canton” una violenta polemica si istituirà fra la nostra frazione e Trotzky. Le rispettive posizioni fondamentali non sono nuove, ma prolungano, nella questione cinese, le divergenze che si determinarono al IV e V Congresso dell’Internazionale. Nelle nuove circostanze che evidentemente non permettevano più di lanciare là parola della dittatura proletaria, Trotzky sosteneva che una parola intermedia dovesse essere sollevata nella questione del potere: quella dell’Assemblea Costituente e di una costituzione democratica in Cina. La nostra corrente, per contro, sosteneva che se la situazione non-rivoluzionaria non consentiva di sollevare la parola fondamentale della dittatura, se dunque, la questione del potere non si poneva più in forma immediata, non per questo si doveva rabberciare il programma del partito che doveva essere invece riaffermato integralmente sul piano teorico e della propaganda, mentre la ritirata non poteva effettuarsi che sulla base delle rivendicazioni immediate delle masse e delle loro organizzazioni di classe corrispondenti.

Nel corso di tutta questa polemica delle voci giunsero alla nostra corrente che una opposizione si era determinata nel seno della stessa organizzazione trotzkista, ma non si ebbe nessuna possibilità di stabilire dei collegamenti con questi militanti; mentre infatti si estendono le possibilità delle comunicazioni, si estendono altresì le forme della solidificazione claustrale delle organizzazioni non e contro-rivoluzionarie e queste formeranno una muraglia contro l’istituzione dei collegamenti fra le forze della rivoluzione.

Abbiamo tenuto a dare – nei limiti ristretti di un articolo – la più documentata relazione su questi formidabili avvenimenti che, svoltisi in un ambiente economico estremamente arretrato, avevano mostrato le possibilità rivoluzionarie della classe proletaria anche nella lontana Cina. Come nella progredita Inghilterra, con il Comitato anglo-russo, così anche in Cina l’Internazionale mostrò di essere lo strumento decisivo della controrivoluzione giacché essa sola si trovava ad avere l’autorità e la possibilità di controbattere un movimento rivoluzionario di incalcolabile portata storica e che doveva concludersi in un disastroso fallimento del movimento comunista.

Appunti per un'analisi del fascismo: dalle origini alla marcia su Roma

Negli articoli critici apparsi nei precedenti numeri di “Prometeo” il problema della natura del fascismo, della sua genesi storica e della sua evoluzione é stato ricompreso e inquadrato nel corso di più vaste trattazioni che, rifacendosi alla impostazione generale della lotta proletaria nei suoi diversi aspetti e momenti o alle caratteristiche e sviluppi della classe dominante in Italia, e pur senza affrontare il tema nei suoi dettagli, ponevano sinteticamente la configurazione critica del fascismo come di un atteggiamento caratteristico del moderno stadio di sviluppo della società borghese costretta, corrispondentemente alla fine di ogni liberismo economico, a forme di totalitarismo politico capaci di fronteggiare con unità e disciplina di classe la pressante necessità storica della spinta rivoluzionaria del proletariato.

Se un ulteriore esame critico potrà essere successivamente svolto in connessione coi problemi della tattica e dell’organizzazione del partito del proletariato, è però ora necessario suffragare la visione generale del fascismo, quale risulta da tutta la nostra impostazione politica, con una breve indicazione dei fatti che hanno segnato la concorrenza dei fondamentali fattori della vittoria fascista.

Potremo così orientarci nell’esame della organizzazione delle forze fasciste, della loro struttura e tattica, della violenza distruttrice che esse mostrarono; vedremo chiaramente risultare il solidale appoggio dato loro da tutto l’apparato statale (e in particolare dalla magistratura, polizia, esercito) e da tutte le istituzioni borghesi; riusciremo a renderci conto di quanta importanza abbia avuto per l’affermazione fascista l’opportunismo della linea politica socialista in realtà tutta orientata nel senso della gradualità riformista e del legalitarismo disfattista.

I fatti devono essere necessariamente esaminati in qualunque valutazione dei moti storici. Ma questo esame deve essere particolarmente effettuato, quasi con pedantesca precedenza su ogni approfondimento critico, nei confronti di un movimento che, come appunto quello fascista, si affermò sotto l’impulso immediato della reazione di classe, formalmente come prodotto spontaneo e diretto dell’odio sprezzante e della volontà di soffocare una volta per tutte i tentativi che il proletariato era andato compiendo per farla vacillare il prepotere che i borghesi non potevano tollerare che fosse, nonché scosso, nemmeno minacciato.

Questo movimento che nella sua sostanza risponde in modo preciso alla funzione, determinata dalla dialettica storica, di necessario successore dei regimi cosiddetti liberali, che trova nell’economia, nella situazione politica e sociale e persino nelle predominanti idee filosofiche dell’epoca il suo terreno di sviluppo, sorge peraltro non con un programma teorico, con un corpo di idee che lo sorreggano, ma esclusivamente per l’istinto difensivo-offensivo di una classe che ha bisogno di trovare nello Stato forte, nello Stato dittatore il dirigente della propria sussultante economia, il domatore energico e senza scrupoli di una massa proletaria cui deve essere tolta ogni possibilità di organizzazione ed educazione politica tendente a sconvolgere la già difficile navigazione della nave borghese.

Questo istinto di conservazione ha invero tutta una sua impalcatura ideologico-tradizionale che abbraccia ogni campo, dalla religione alla filosofia, dal costume al diritto, ma che però, legata allo sviluppo della società che la determina e impregnata com’è necessariamente di spiritualismo e volontarismo, é conseguentemente condannata a forgiare le armi teoriche di conservazione di una situazione quando questa si é già manifestata per forza di eventi e di impulsi istintivi o comunque immediati, mentre é nella costituzionale impossibilità di diagnosticare lo sviluppo futuro degli accadimenti sociali e quindi di precederli con una adatta formazione ideologica. E, del resto, i manipolatori della cultura, gli intellettuali, non avrebbero così robusta corazza da sopportare di vedere coi propri occhi la loro malafede…

Così nel momento della sua crisi, la borghesia sente, intuisce dove deve puntare, e va ad appoggiarsi sul movimento fascista che, senza programmi o meglio con tanti programmi per quante situazioni diverse e sfruttabili si presentano, legato ad uomini dominati da una divorante volontà di ambizione e predominio, poteva essere volto a vantaggio di tutta la classe se essa avesse in esso polarizzato le sue forze e ne avesse guidato il cammino: il fascismo sarebbe stato veramente l’arma vergine e incorrotta da ideologie o preconcetti, l’arma che avrebbe raggiunto, attraverso le uniche vere necessità… programmatiche del momento, quelle della rottura dei crani dei proletari e della distruzione violenta di ogni loro organizzazione, il riassestamento di classe e la tranquilla continuazione della sua necessità di appropriazione del prodotto del lavoro della classe sottomessa.

Pur limitando il nostro sguardo ai fatti più interessanti, é però necessario, per avere una visione organica dello sviluppo del movimento fascista, riandare al periodo immediatamente precedente la guerra 1914-18.

In Italia, quando la guerra apparve inevitabile, si fu pressoché concordi nella decisione di neutralità, se si eccettuano i nazionalisti e Sonnino il quale era d’opinione che il trattato della Triplice dovesse entrare automaticamente in funzione. La diplomazia italiana iniziò comunque subito il suo giuoco per cercare di strappare il maggior vantaggio possibile dagli eventi bellici e, attraverso atteggiamenti vari, scontenta per le magre offerte fattele dal governo austro-ungarico, finì per concludere con l’altra parte (con la quale tuttavia trattative erano in corso fin dall’agosto 1914) firmando il 26 aprile 1915 il patto di Londra che prevedeva l’entrata in guerra dell’Italia a fianco delle potenze occidentali in compenso delle note concessioni territoriali.

Questi eventi furono però preceduti da una grande campagna interventista in cui il ruolo giocato da Mussolini fu di non poca importanza. Mentre il Partito Socialista mantiene lo stesso atteggiamento di opposizione alla guerra che aveva già assunto durante la guerra di Libia, Mussolini, da due anni direttore dell’Avanti!, tenta all’inizio qualche mossa favorevole alla partecipazione contro l’Austria-Ungheria, ma, visto che il partito non si muove dalla sua tesi di neutralità, cambia subito faccia e anzi scatena una violenta battaglia contro quello che egli chiama il delirium tremens nazionalista.

Tuttavia il suo interventismo é denunciato ed allora egli, anziché insistere nella posizione neutralista, passa apertamente all’attacco, fondando il Popolo d’Italia che, col sottotitolo “quotidiano socialista”, esce per la prima volta a Milano il 15 novembre 1914: Mussolini si legava così anche formalmente al movimento interventista che raggruppava nelle sue file uomini e tendenze diverse muoventisi in quella sfera di interessi e necessità che i centri più avanzati e sensibili del capitalismo italiano tentavano di far convergere nella guerra come nella loro naturale soluzione. I capi più rappresentativi ne sono appunto Mussolini e D’Annunzio e a loro sono legati anche quei fasci di azione rivoluzionaria il cui compito essenziale é di condurre la campagna interventista e che contengono quel complesso di demagogia, di nazionalismo, di reazione e di antisocialismo che ritroveremo poi nei fasci del 1919.

A Quarto, col celebre discorso di D’Annunzio in favore della guerra, la classe dominante italiana poneva la prima delle pietre che segneranno le affermazioni dello Stato fascista totalitario.

La demagogia della guerra come rivoluzione é un po’ la parola di tutti i capi responsabili del momento, da Lloyd George a Orlando a Salandra; Mussolini andrà oltre e, ad armistizio concluso, continuando nel giuoco e sfruttando le sofferenze e le illusioni dei combattenti e il disorientamento conseguente a quattro anni di guerra, scriverà:
“La guerra ha portato le masse proletarie in primo piano. Essa ha spezzato le loro catene.
Essa le ha estremamente valorizzate. Una guerra delle masse si conclude con un trionfo delle masse… se la Rivoluzione del 1789, che fu nello stesso tempo rivoluzione e guerra aprì le porte e le vie del mondo alla borghesia che aveva fatto il suo lungo e secolare noviziato, la rivoluzione attuale, che è anche una guerra, dovrà aprire le porte dell’avvenire alle masse che hanno fatto il loro duro noviziato di sangue e di morte nelle trincee… La rivoluzione è continuata sotto il nome di guerra per quaranta mesi. Essa non é finita…
Quanto ai mezzi, noi non abbiamo pregiudizi, accettiamo quelli che saranno necessari: i mezzi legali e quelli cosiddetti illegali”.
La direzione nella quale furono impiegati i “mezzi illegali” dal fascismo chiarì il significato reale di questa parola rivoluzione pronunciata con tanto entusiasmo dal fior fiore della reazione e dimostrò anche che gli interessi immediati della classe avevano suggerito il tipo della difesa che essa doveva adottare.

Ma prima, di arrivare alla soffocazione violenta delle organizzazioni e delle aspirazioni del proletariato, un’altra via si doveva battere, quella che permetteva di annullarne la spinta rivoluzionaria attraverso la volontà ovunque dichiarata e ripetuta da organismi e partiti della borghesia “progressista” di riformare l’ordinamento vigente, di creare la Repubblica, di convocare una Costituente, di abolire il Senato, di garantire la sovranità popolare, di perfezionare le libertà di organizzazione, riunione, sciopero e propaganda, di migliorare i salari, di espropriare le terre mal coltivate; bisognava però, perché il piano potesse avere tutta la sua efficacia, che queste parole fossero portate tra le masse dal loro stesso organismo politico, quello che avrebbe dovuto interpretarne la potenzialità rivoluzionaria e guidarle alla conquista del potere nel momento in cui la struttura difensiva borghese era più debole e non ancora riorganizzata dopo la crisi della guerra; e infatti il Partito Socialista si prestò in pieno a questa funzione, prima facendo suo quel programma di riforme, e poi, verso la fine della guerra, assumendo, in corrispondenza alla pressione delle masse e della situazione, un atteggiamento di sinistra meramente parolaio, tendente a mascherare la sua organica incapacità a mettersi su un piano netto di classe, rompendola con ogni legame e compromesso, per la conquista immediata del potere.

Intanto la crisi economica italiana si aggrava sempre più, il malcontento della popolazione é molto forte e il costo della vita sale vertiginosamente provocando continue richieste di aumento di salari legate, verso la metà del 1919, a una notevole intensificazione degli scioperi. Da giugno in poi il disordine aumenta, spesso la folla esasperata invade i magazzini e il Governo non ha sufficienti forze per impedire questa specie di ribellione generale, mentre il Partito Socialista non ha né la volontà né la capacità di coordinare e dirigere questa formidabile spinta; il 20-21 luglio viene organizzato lo sciopero generale nazionale ed esso si riduce ad una semplice parata senza conseguenze.

La borghesia potrà così cominciare a raccogliere le fila della situazione, a rianimarsi e organizzarsi.

Quale nel frattempo l’azione di Mussolini? Abbiamo detto più sopra che caratteristica del fascismo fu appunto quella di non avere programmi, di non avere impacci alle azioni più incoerenti e slegate ch’esso andava ad intraprendere per perseguire suoi determinati scopi. Mussolini in questo non fu personalmente da meno del suo movimento: le letture, i libri che egli consulta gli forniscono esclusivamente lo spunto per comportarsi in determinate azioni nel modo più profittevole; non approfondisce i principi, la sostanza, le radici di determinate posizioni intellettuali o ideologiche, ma le sfrutta soltanto per quel po’ di vantaggio immediato che possono dargli in questa o quell’occasione. Nietzsche, Stirner, Bergson, Sorel, Einstein, tanto per non citare che alcuni dei suoi autori preferiti, gli forniscono di volta in volta il materiale di cui istintivamente sente di doversi servire per raggiungere il successo.

Attraverso una serie di atteggiamenti diversi egli mira a trovare una solida base da cui lanciarsi verso le più ambiziose conquiste: dal tentato e fallito accordo con la Confederazione del Lavoro all’appoggio dato alle rivendicazioni dei ferrovieri, da quello dato alla prima occupazione delle fabbriche compiuta dai metallurgici di Dalmine alla parola d’ordine “far pagare i ricchi!”, propria di tutti i demagoghi di ogni tempo e fradicia di opportunismo, lanciata durante le sommosse di folla contro l’elevato costo della vita nel giugno-luglio; egli punta sulla solidarietà delle masse operaie e con altrettanta disinvoltura cerca contemporaneamente l’alleanza degli Arditi di cui esalta la gloria e i meriti, degli ex-ufficiali malcontenti, degli studenti e di ogni strato borghese in generale.

Questa fondamentale demagogia mascherante realtà molto concrete, non importa se in fase di maturazione o già evidenti nella mente dei realizzatori, la ritroviamo naturalmente nel programma uscito dalla Conferenza del 23 marzo 1919 tenuta in Piazza San Sepolcro a Milano, in una sala gentilmente concessa dagli Industriali e Commercianti. Vi partecipavano individui di ogni tipo e, tra essi, appartenenti ai Fasci d’azione rivoluzionaria.

Arditi, Interventisti, Anarco-sindacalisti: Nascono qui i Fasci Italiani di combattimento, il cui programma si può sintetizzare in questi punti salienti: suffragio universale; soppressione del senato; costituente; giornata lavorativa di otto ore; partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori alla gestione tecnica dell’azienda; nazionalizzazione delle fabbriche d’armi; politica estera nazionale tendente a valorizzare la Nazione italiana nel mondo; imposta straordinaria forte e progressiva con carattere di vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze.

Non si può evidentemente dire che questo programma contenga una sua linea logica svolgentesi da un punto di partenza a uno di arrivo, ma Mussolini stesso spiegava che i fascisti non hanno etichette né definizioni, non sono né socialisti né antisocialisti perché sono dei “problemisti”, dei realizzatori pratici che a seconda delle necessità decideranno se marciare sul terreno “della collaborazione di classe, della lotta di classe, della espropriazione di classe”; essi, dice sempre il loro duce, per questa assenza di dottrine fisse, formano, appunto il “antipartito” per il quale tutto é nella “azione”.

E i “problemisti”, gli uomini dell’“antipartito”, gli esaltatori dell’“azione”, del “movimento”, dello “stato d’animo” avranno veramente un unico problema, un’unica azione, un unico movimento nella direzione impressa dagli interessi di classe cioè dell’antisocialismo, dell’anticomunismo.

E la linea di sviluppo del tutto lineare di questa “azione” che avrà inizio subito ci é già indicata, pochi giorni dopo la costituzione dei fasci di combattimento, da una riunione plenaria degli industriali che in un ordine del giorno esprimono la loro volontà di “resistere ormai! e, fino a che si é in tempo, di valersi dell’autorità e della forza propria, prima che sia troppo tardi”, e si interdicono ogni azione individuale laddove, nel campo della resistenza alle richieste dei lavoratori come in quello politico, ogni azione dovrà essere coordinata e collettivamente decisa dalla loro organizzazione.

Il 13 e 15 aprile abbiamo a Milano il primo saggio di “azione” borghese-fascista: le forze di polizia fanno fuoco contro la massa operaia intervenuta ad un comizio uccidendo un operaio e ferendone molti altri. Di qui sciopero generale di protesta e adunata delle forze socialiste all’Arena; quando queste si avviano in corteo verso Piazza del Duomo un gruppo di arditi si lancia contro facendo fuoco di pistole e bombe. Non contenti di ciò, dopo essersi uniti ad un gruppo di studenti, vanno alla sede dell’“Avanti!” e la distruggono. Bilancio: 4 morti e 35 feriti; i fascisti arrestati sono subito rimessi in libertà, molti operai condannati “per aver partecipato ai disordini”; tutti i giornali benpensanti, “Corriere della sera” in testa, denunciano l’accaduto come conseguenza della “predicazione della violenza” dei socialisti, così che “se le violenze socialiste devono essere represse, le violenze fasciste devono essere considerate come operazioni di polizia”; le associazioni “patriottiche”, liberali, democratiche, nazionaliste, cattoliche e professionali, tutte solidali col nascente fascismo chiedono che “le continue incessanti provocazioni leniniste” debbano essere colpite da una rigida giustizia.

Questo quadro si ripeterà, col concorso sempre più efficace di tutte le istituzioni borghesi e col perfezionamento dell’offensiva antiproletaria, in cento e cento episodi piccoli e grandi che nelle varie fasi di evoluzione del movimento fascista e nelle sue numerose svolte tattiche rappresentano la continuità di quella violenza organizzata che, comunque impiegata, dava sempre i risultati più lusinghieri.

A grandissimi tratti vediamone la successione nelle tappe più importanti tenendo conto che, secondo il metodo di uno storico del fascismo, lo squadrismo (nome derivato dalle cosiddette squadre d’azione) si svolge in tre tempi fondamentali: 1) lotta di piazza; 2) spedizioni punitive; 3) occupazioni di città.

Nel 1920 registriamo in Italia, come del resto anche nella maggior parte degli altri paesi, il massimo numero di appartenenti alle organizzazioni sindacali (che salgono da 321.000 anteguerra a 2.200.000) e di scioperi e serrate che raggiungono il numero di 2.070 con un totale di oltre 2.300.000 scioperanti. Questi scioperi hanno generalmente carattere economico e non seguono affatto un piano di offensiva organico: la spinta dal basso é fortissima, basta il minimo incidente per provocare la ribellione e la sospensione del lavoro di queste masse proletarie che sentono di potersi imporre ai loro padroni ma che non trovano nel Partito Socialista e ancor meno nella Confederazione del Lavoro gli organi direttivi che sappiano condurre la marcia che essi ogni giorno mostrano di esser pronti a intraprendere.

Così, mentre i dirigenti sindacali e socialisti tentennano ed emettono sentenze e giudizi roboanti ed inconcludenti, la borghesia, incoraggiata, inizia il suo riassestamento: arditi, nazionalisti, ufficiali, studenti aumentano il loro ardire e le loro lotte contro le organizzazioni operaie senza che ne sorga per contraccolpo alcuna seria reazione; essi aggrediscono e feriscono per le vie di Roma alcuni deputati socialisti che avevano abbandonato l’aula della Camera, durante la seduta reale del 1° dicembre, al grido di “viva la repubblica!”, e tutto finisce con uno sciopero generale di protesta. Così ovunque, in un’infinità di vicende che vedono la combattività antioperaia in continuo aumento.

Nel marzo del 1920 gli industriali si organizzano in una Confederazione Generale dell’Industria a base nazionale e fortemente centralizzata; altrettanto fanno nell’agosto gli agrari.

La situazione é veramente critica, Giolitti offre a Turati di entrare nel Governo ma questi non accetta temendo di rimanere isolato dalle masse il cui spirito rivoluzionario naufraga costantemente nel più fallimentare riformismo. Si arriva così, fine agosto 1920, al conflitto fra la F.I.O.M. (l’organizzazione sindacale dei metallurgici) e gli industriali per la revisione dei contratti di lavoro: la F.I.O.M. non vuole provocare lo sciopero perché ormai le masse sono stanche e l’arma spuntata si decide l’occupazione delle fabbriche e il 31 agosto gli operai si impossessano di 280 stabilimenti metallurgici a Milano, mentre nei due giorni successivi il movimento si estende a tutta l’Italia. Gli operai fanno miracoli per continuare la produzione nonostante le difficoltà di ogni genere; gli industriali impressionati cercano ogni via per correre ai ripari, per entrare in accordi; dirigenti di grandi quotidiani e di banche cercano i contatti con i Capi del movimento, Mussolini stesso corre da Buozzi per assicurargli che i fascisti non marceranno contro le fabbriche. Intanto i dirigenti del P.S.I. e della C.G.L, si palleggiano la direzione del movimento non osando ne l’uno né l’altra assumersi l’enorme responsabilità della situazione. Finalmente è deciso che sia la C.G.L. a dirigere. Ma dirigere che cosa, se manca l’organizzazione e la preparazione per la conquista del potere, all’infuori della ritirata da queste posizioni che il proletariato si era conquistato? E infatti tutto si concluderà con la rivendicazione del “controllo operaio sulle imprese” con la prospettiva puramente retorica di arrivare alla gestione collettiva e alla socializzazione.

L’occupazione delle fabbriche segna così l’apice e l’inizio della discesa del movimento operaio. Parallelamente al rinculo della classe operaia che si sente vinta e che perde sempre più lo slancio e la fiducia che l’avevano resa matura per un esperimento rivoluzionario, abbiamo la ripresa della reazione padronale che si sviluppa rapidamente.

Le cose non possono ricominciare come prima: i padroni sentono l’urgenza di ristabilire la loro autorità mortificata e si trovano di fronte un nemico che, demoralizzato da quella sua strana vittoria senza via d’uscita, é però un nemico che é stato vincitore e che ora deve essere schiacciato totalmente se si vuole che veramente le cose possano procedere come interessa alla classe padronale.

Lo stato liberale, lo stato di Giolitti, non soddisfa più, é necessaria un’atmosfera nuova, un rinnovamento radicale: e l’arma è pronta, l’ora del fascismo é giunta. Gli assalti, gli incendi, le distruzioni delle sedi delle organizzazioni operaie appaiono agli industriali come una giusta espiazione “per purificare il tempio violato della proprietà”.

Ma anche gli armeggii della politica devono essere curati e non solo l’azione violenta: alle elezioni amministrative del novembre 1920 quasi tutti i partiti borghesi entrano nelle liste del blocco nazionale, e i fascisti danno tutto il loro appoggio a queste liste.

Intanto lo Stato comincia, verso la fine del 1920, ad organizzare direttamente la reazione servendosi di ogni arma a sua disposizione: mentre per esempio vengono studiati i piani per formare una salda organizzazione militare, specificamente adatta, attraverso spedizioni punitive e altri analoghi sistemi, ad arginare e controbattere ogni tentativo rivoluzionario, il ministro della guerra del governo Giolitti, Ivanoe Bonomi, invia una circolare con cui si dispone che gli ufficiali che devono essere congedati (circa 60.000) vengano inviati, con un compenso pari ai 4/5 dello stipendio fino ad allora percepito, nei centri più importanti dove dovranno iscriversi ai Fasci di combattimento prestando la loro opera per l’inquadramento e la direzione dei medesimi.

Il deflusso rivoluzionario frattanto aumenta e il numero degli scioperi cadrà, nel quarto trimestre del 1921, del 80%.

Le spedizioni punitive cominciano a Bologna coi fatti di Palazzo d’Accursio; i socialisti, vincitori nelle elezioni amministrative, vengono attaccati con le armi dai fascisti e poiché c’è un morto tra i fascisti, oltre nove fra i socialisti, questi vengono attaccati come i provocatori e perseguitati dalle autorità statali che subito fraternizzano con gli attaccanti fascisti.

Anche a Ferrara le spedizioni sono molto violente e mentre 21 comuni su 21 di quella provincia erano socialisti fino al novembre 1920, alla fine di aprile del ’21 solo 4 lo sono ancora.

Ma le spedizioni punitive si ripetono ormai in numero sempre maggiore e con perfezionata organizzazione: gli agrari hanno anch’essi sperimentata l’efficacia di queste repressioni e le ordinazioni che essi si apprestano a passare al fascismo costituiranno un apporto fondamentale per lo sviluppo di questo movimentò, che nella vallata del Po troverà appunto la sua manifestazione più viva. Saranno i fascisti agrari, fiancheggiati da democratici, liberali, pipisti e commercianti, a opporsi col maggiore accanimento al decreto di Giolitti che revoca le licenze di porto d’anni nelle province di Bologna, Modena e Ferrara.

Balbo é arrestato a Ferrara il 26 maggio, ma viene subito dopo rilasciato per una grande manifestazione in suo favore durante la quale le campane avevano suonato a rintocco. La stessa cosa avviene per Arpinati a Bologna nonostante gli assassini di cui é responsabile.

Le cooperative che in Emilia avevano raggiunto un enorme sviluppo vengono devastate o fatte chiudere per l’odio dei commercianti.

Gli agricoltori sono tassati con aliquote proporzionali alla quantità di terreno per mantenere le squadre fasciste…

E le lotte si accendono terribili nelle Venezie e poi in Toscana, nell’Umbria, nelle Puglie: i fascisti sono quasi sempre appoggiati dai carabinieri i quali anzi sono i primi a rifornirli di armi quando quelli ne abbiano bisogno. Arresti e perquisizioni vengono fatti dagli stessi fascisti.

Giolitti non fa nulla di serio per impedire questa carneficina che i fascisti stanno compiendo con l’appoggio delle forze regolari di polizia e con la connivenza di tutti gli organi governativi: il ministro della Giustizia, Fera, invia una circolare alla magistratura perché le pratiche contro i fascisti vengano messe a dormire.

L’entrata dei fascisti nel blocco nazionale per le elezioni del 1921 legalizza definitivamente il loro terrorismo.

Intanto nel gennaio 1921, al congresso di Livorno, il Partito socialista si era scisso dando vita al Partito Comunista, la cui posizione nei confronti del fascismo era caratterizzata da una irriducibile opposizione atta a risolversi esclusivamente sul piano della forza. Il Partito Comunista smascherò come opportunista e disfattista l’atteggiamento dei socialisti che chiedevano l’intervento della ruffianissima maestà della legge e la protezione dello Stato, cioè di tutta un’organizzazione di esclusiva proprietà della classe borghese, per salvare gli operai da quelle tremende bastonature che facevano allargare il cuore di gioia a tutti gli onesti, benpensanti e pasciuti cittadini del regno.

Ci si potrebbe domandare se questa tattica abbia sortito maggiori vantaggi di quella seguita dai socialisti: senza entrare in un argomento che é evidentemente di natura critica, mentre la nostra trattazione deve rimanere in limiti esclusivamente espositivi, diremo che la linea allora seguita dal Partito Comunista é da noi ritenuta perfettamente valida e che se il Partito fosse nato nel 1919, durante l’ascesa rivoluzionaria del proletariato, anziché nel periodo della sua discesa, lo spostamento inevitabile delle masse dal Partito socialista a quello Comunista avrebbe permesso a quest’ultimo di esercitare in pieno e probabilmente con successo la sua funzione rivoluzionaria per la conquista del potere.

Il Partito Socialista non aveva fatto suo il fondamento stesso del pensiero marxista, che cioè, nella dinamica dei rapporti di classe, il compromesso che la classe sfruttata conclude don la classe dominante é sempre necessariamente a totale beneficio di questa ed è di natura tale che l’indebolimento del proletariato é altrettanto necessario. Su questa via il Partito socialista arriva così al patto di tregua (2 agosto ’21) coi fascisti che segna la definitiva sconfitta dei socialisti e un forte indebolimento di tutta la classe operaia. L’indebolimento fu così palese che i fascisti non vollero più saperne della tregua concordata e, sotto la spinta dei reazionari più accaniti, gli agrari, continuarono nella loro tattica di annullamento totale di ogni sopravvivenza di organizzazione proletaria.

Da quest’epoca e fino alla marcia su Roma non troviamo fatti nuovi fondamentali nel percorso seguito dal Fascismo. La sua trasformazione in Partito Nazionale Fascista risponde a necessità di manovra politica e non va collegata a mutamento di funzioni o aspetti della battaglia fino a quel momento condotta.

Il fascismo si forma in un’altalena di equilibrio e squilibrio dovuta alla forza o meno dello Stato; e la borghesia tanto più si appoggia al fascismo quanto minore é la forza dello Stato e viceversa: attraverso questa schematica proposizione possiamo renderci conto delle successive fasi attraversate dal fascismo che al termine della sua marcia diverrà esso stesso Stato, nel compimento logico e conseguente di quella che era la sua stessa ragion d’essere, e nella sintesi terminale delle sue caratteristiche soggettive e delle esigenze obiettive di una determinata fase di sviluppo della società capitalista.

Il fascismo non trascurò neppure la formazione di sindacati autonomi che vennero tutti quanti sorgendo sotto la spinta del terrore. Esso aveva evidentemente bisogno di sostituire qualcosa alle distrutte Camere del Lavoro e questi sindacati fascisti fusi nella “Confederazione Generale dei sindacati nazionali” – fondata a Bologna nel gennaio 1922 – furono opportunamente sfruttati dal fascismo come mezzo di lotta politica per il potere.

Le violenze e i soprusi di ogni genere si accavallano quotidianamente in un ritmo persino monotono: ma lo svolgersi di queste imprese ha una sua linea di sviluppo “territoriale” che porta alla graduale conquista strategica, e attraverso una vera organizzazione militare, delle posizioni dominanti nella politica italiana. Da Bologna esso punta sul triangolo Milano, Torino, Genova; dall’altro lato punta sulla Toscana e l’Italia centrale per arrivare all’accerchiamento della capitale.

Il cammino é talvolta rotto da sussulti più o meno minacciosi: il 31 luglio 1922 l’Alleanza del Lavoro riesce a provocare, in risposta ai terribili attacchi contro le organizzazioni proletarie della Romagna, lo sciopero generale nazionale. Ma i fascisti sentono che lo sciopero non si regge e organizzano una serie di violentissime rappresaglie che si scatenano sul finire dello sciopero durato tre giorni: famose quelle di Genova, Milano e Parma: in quest’ultima città il proletariato, organizzato militarmente, resiste però vittorioso a tutti gli attacchi.

Ma ormai per il fascismo é indispensabile la presa del potere: la distruzione dei sindacati, la assunzione o la conquista di numerosi organismi e istituzioni gli ha fatto ereditare anche problemi e contrasti che non possono essere sanati che diventando esso stesso forza dominante di governo. La borghesia italiana é ormai giustamente convinta che l’unico rimedio alla situazione sia l’andata al governo dei fascisti: tutti, vecchi uomini di stato e partiti politici borghesi sono del resto pronti ad accettarli e d’ora innanzi sarà solo una questione di bottega per la contrattazione a denti stretti del numero dei portafogli.

Il Corriere della Sera il cui direttore, senatore Albertini, ha applaudito l’occupazione di Palazzo Marino da parte dei fascisti, si dichiara “felice che un partito, quale che sia il suo nome, torni alle vecchie tradizioni liberali, abbeverandosi alle sorgenti immacolate della vita di uno Stato moderno… e senza contaminarle con contatti impuri” (non collaborando cioè col partito socialista – N.d.R.).

E a proposito di Corriere della Sera, riportiamo incidentalmente poche parole di un articolo scritto sullo stesso giornale da Luigi Einaudi, l’attuale governatore della Banca d’Italia, nel quale si contrappone la diminuzione della natalità nel proletariato alla fecondità delle “donne borghesi che allevano dei robusti figli capaci di maneggiare con destrezza il bastone” (allude al manganello fascista – n.d.r.).

Così finalmente, dopo aver manovrato in precedenza tutti i santoni e i maneggioni della politica, da Giolitti a Nitti, da Salandra a D’Annunzio, dopo essersi arruffianati i centri di resistenza più sensibili e delicati delle manipolazioni governative, dal Quirinale al Vaticano e alla Massoneria (la quale tra l’altro gli aveva anche versato tre milioni e mezzo di contributi per le sue imprese), Mussolini compie trionfale la sua Marcia su Roma dove, dopo che in ogni luogo le autorità militari e civili hanno ceduto senza la minima resistenza, egli può giungere tranquillamente in vagone letto la sera del 30 ottobre 1922.

Un esperimento di controllo democratico

«Vi condanno alla democrazia» (MacArthur ai giapponesi).

Nel pronunciare queste parole all’atto della presa di possesso dell’amministrazione del Giappone, MacArthur esprimeva qualcosa di molto più serio e storicamente decisivo di quello che poteva apparire dalla pura e semplice formulazione politica del controllo statunitense sul paese vinto. Di là dall’apparente proposito di “educare il Giappone alla democrazia”, le sue parole segnavano il destino di un territorio che, da allora in poi, sarebbe passato sotto la tutela incontrastata degli Stati Uniti. La “vittoria della democrazia” trovava qui la sua espressione più limpida: era il trionfo politico ed economico statunitense su tutto il Pacifico.

In realtà, il Giappone è stato il più fecondo campo d’esperimento della dittatura politica ed economica americana. Lo svolgimento della guerra ha lasciato liberi gli Stati Uniti di colonizzare nel senso più completo e letterale della parola l’Estremo Oriente. Se in Cina (in modo affine, per quanto diverso, dalla Germania) la vittoria degli Alleati si prolunga in un’aspra lotta – di concorrenza fra i due imperialismi più direttamente interessati, quello inglese è ormai fuori combattimento in questa zona, se non come forza di rincalzo dell’imperialismo americano – il Giappone non è ormai più che il territorio di confine di un gigantesco impero che ha i suoi punti di appoggio fondamentali in una repubblica di cartapesta (le Filippine) e in un possedimento la cui fisionomia politica non è definita se non dalla lapidaria frase del comandante in capo delle forze americane. Come tutte le grandi potenze coloniali, gli Stati Uniti non hanno smantellato la struttura politica del Giappone: il Mikado è rimasto al suo posto, il governo ha cambiato faccia ma ha mantenuto la sua sostanza, i partiti politici hanno assunto denominazioni diverse solo per conservare la loro tradizionale ossatura, i grandi trust hanno perduto le penne sovrabbondanti solo per ritrovare una maggiore stabilità nel quadro della nuova economia giapponese.

Ma tutte queste istanze vivono di vita riflessa: il Mikado è MacArthur, il governo è il Supreme Commander for the Allied Powers (SCAP), i partiti sono i partiti che siedono nella Camera dei Rappresentanti di Washington. Il controllo dello SCAP è assoluto e totale; i “consigli” (Directives) che dà al governo nipponico sono una forma benevola di “ukase” e si riferiscono ai dettagli anche minimi dell’amministrazione dello Stato; la fondazione di partiti politici, l’imposizione di una tassa o di una dogana, l’eliminazione di organizzazioni politiche e l’epurazione dell’amministrazione statale, la assegnazione di cariche nell’amministrazione dello Stato, l’amministrazione ordinaria e straordinaria della giustizia, l’istruzione pubblica, il sistema delle assicurazioni sociali, l’organizzazione della polizia, la riforma terriera, la complicata materia dei diritti di pesca, il rimpatrio dei prigionieri, ecc. formano oggetto delle deliberazioni di quest’organo insieme militare e civile in cui si esprime e si sintetizza il dominio politico degli Stati Uniti sul Giappone. Lo SCAP è affiancato da un organo consultivo, l’Allied Council for Japan, costituito in base alle deliberazioni della conferenza di Mosca del 1945, che può discutere tutte le misure prese dall’autorità esecutiva su domanda di quest’ultima o di uno dei suoi membri, mentre è teoricamente sottoposta all’autorità suprema della Far Eastern Commission, le cui deliberazioni hanno valore impegnativo per il ministero degli affari esteri americano e di conseguenza per lo SCAP. Ma nel caso di quest’ultima commissione, è chiaro che si tratta di un organo strettamente affiliato alla politica americana e in cui solo la Russia può rappresentare un fattore di discussione e di critica. Quanto al governo nipponico, esso è sottoposto in tutte le sue ramificazioni provinciali e locali al controllo di ufficiali delle truppe di occupazione, mentre le rappresentanze diplomatiche sono state abolite e le potenze straniere alleate trattano, attraverso rappresentanti accreditati presso il generale MacArthur. Infine, si è previsto un periodo di occupazione di almeno 10 anni. Grazie a questo incontrastato potere di controllo, gli Stati Uniti si sono preoccupati soprattutto di tracciare invalicabili confini all’economia giapponese, di eliminare la concorrenza su tutti i settori del Pacifico e dell’Estremo Oriente in generale. Il criterio adottato è stato quello di ridurre l’attività economica ai limiti richiesti dalle strette necessità di vita della popolazione. Il Giappone può importare, sempre sotto controllo, una certa quantità di materie prime ed altri beni di cui ha bisogno per “scopi di pace”, ed esportare quel tanto che è strettamente necessario per pagare le importazioni. L’importazione è dunque circoscritta alle merci e materie prime richieste per impedire la carestia, le malattie e le epidemie e per la produzione di articoli di consumo richiesti dalle truppe di occupazione: l’esportazione è strettamente regolata sia per quel che riguarda la determinazione dei prezzi, che deve avvenire sulla base dei prezzi del mercato internazionale, sia per quel che riguarda i pagamenti in valuta. Il Giappone si presenta così, sul mercato internazionale, come un’economia chiusa, che acquista appena quel tanto che occorre ai suoi cittadini per vivere e vende appena quel tanto che le occorre per pagare gli acquisti e che le maggiori potenze commerciali le permettono al fine di colmare le proprie deficienze in materie prime.

In questo commercio strettamente limitato, è naturale che gli Stati Uniti abbiano la parte del leone assorbendo l’enorme maggioranza dei prodotti giapponesi e rifornendo il paese occupato delle merci autorizzate dello SCAP. Tutte le transazioni con l’estero si svolgono per il tramite della United States Commercial Company, mentre ai rappresentanti di case commerciali degli stessi paesi alleati è stato proibito di riprendere possesso degli uffici sequestrati all’atto della dichiarazione di guerra e ai rappresentanti di paesi neutrali è stato riservato lo stesso trattamento che ai commercianti indigeni, cosicché la maggior parte di loro ha preferito ritornare in patria valendosi delle facilitazioni offerte dall’autorità occupante.

Le cifre del commercio estero nel periodo sett. 1945 – maggio 1946 dimostrano come gli Stati Uniti si siano assicurati l’effettivo controllo di tutta la vita economica giapponese:

Destinazione (migliaia di $)ImportExport
Impero britannico551.026
Cina1644766
Corea367.802
URSS024
Stati Uniti26.11041.859
In complesso27.84551.477

In altre parole, il Giappone è divenuto il mercato di sbocco quasi esclusivo degli Stati Uniti e un loro importantissimo mercato di acquisto, e, non rappresentando più un concorrente diretto nel commercio di esportazione sui mercati del Pacifico, permette loro di sostituirglisi sia nel possesso delle posizioni precedentemente raggiunte dai nipponici, sia nell’assalto alle posizioni britanniche, australiane, indiane, olandesi. Con un’industria come quella statunitense, che ha raggiunto durante la guerra una così gigantesca capacità produttiva, che cosa non sarà possibile ottenere, anche sul terreno politico, nell’Estremo Oriente?

E quale poderosa arma non rappresenterà questa colonia militare, economica, politica, che è il Giappone, nella sorda lotta che si sta svolgendo fra Stati Uniti e Russia per il predominio in Cina? Il Giappone non può ormai più vivere che come provincia statunitense. È la sua condanna ed è insieme la sua unica possibilità di rinascita: rinascita, s’intende, in vista della guerra. “Lavorate per noi”: in questo senso si deve intendere la frase di MacArthur. La democrazia non è che la traduzione formale e giuridica dell’adeguamento della vita politica ed economica del vinto alle esigenze internazionali del vincitore. E del resto, sul piano dei rapporti e delle competizioni inter-imperialistiche, ha mai voluto dir altro la “concessione della democrazia politica”?1 Il totalitarismo giapponese non esiste più solo perché gli si è sostituito nello stesso Giappone il totalitarismo nord-americano.

Note

  1. A proposito della serietà di certe riforme in senso “democratico”, basti pensare che, come osserva il “New Statesman and Nation” del 6 aprile, l’applicazione delle leggi contro i trust è stata affidata ad un governo i cui principali esponenti sono notoriamente legati alle case commerciali Mitsubishi e Mitsui, che della concessione di crediti ai coltivatori diretti sono state investite le “Associazioni contadine” notoriamente infeudate ai grandi proprietari terrieri, e che questi ultimi hanno tempestivamente provveduto a dividere le loro proprietà in lotti da 12 acri (limite massimo fissato dallo SCAP per la proprietà terriera per affidarne la coltivazione a loro uomini di fiducia). ↩︎

Riferimenti orientativi: Il Partito Comunista d’Italia dal Congresso di Livorno (1921) a quello di Roma (1922)

Questa rubrica ha lo scopo di indicare al lettore dove può documentarsi su testi, pubblicazioni, tesi ecc., in ordine alle varie questioni trattate nella rivista.Il Partito Comunista d’Italia dal congresso di Livorno (1921) a quello di Roma (1922).

L’azione del Partito si svolge su due direttrici principali.  Sul piano della forza il suo compito é quello della difesa del proletariato dagli attacchi che la reazione borghese veniva sferrando nel corso di un’offensiva sempre più dura a causa del defluire dell’ondata rivoluzionaria in campo internazionale. Questa lotta fu condotta nel senso della risposta diretta alle violenze fasciste. Contro la tattica legalitaria e conciliatrice dei socialisti, e dell’alleanza delle forze proletarie sul terreno sindacale (esperimento dell’Alleanza del lavoro, febbraio 1922).

Le varie fasi della lotta sostenuta contro l’assalto della violenza fascista, scatenatasi con l’aperta connivenza dello Stato democratico, e contro l’offensiva padronale in tutti i suoi aspetti, si vedano nei seguenti giornali:  Il Comunista, quotidiano edito in Roma a cura del C. E. del Partito.  Ordine Nuovo, quotidiano edito dalla Federazione Torinese del partito: di questo giornale si vedano in particolare i numeri del: 2 febbraio 1921 (dichiarazione alla camera dei Deputati sulla costante e documentata corresponsabilità di tutte le autorità statali italiane – centrali e periferiche – nelle violenze dei fascisti); 22 marzo (la sede della direzione del Partito perquisita e occupata dagli organi di polizia; 6 aprile (attacco ai 14.000 operai della Fiat e occupazione militare degli stabilimenti); 1° maggio (Il problema é posto in modo ineluttabile: “La battaglia o la morte; la lotta o l’annientamento”); 18 maggio (violenze nelle elezioni); 28 luglio (strage di Roccastrada col perfetto accordo fra fascisti e carabinieri); 2 settembre (manifesto del Partito al proletariato italiano nell’anniversario dell’occupazione delle fabbriche: necessità di assalto frontale al potere; mobilitazione su questo piano delle masse organizzate nei sindacati); 19 ottobre (il Partito Comunista sostiene il “fronte unico” sindacale delle forze proletarie per l’azione contro l’offensiva politica ed economica della classe padronale): 1 novembre (mentre a Milano i comunisti chiedono lo sciopero generale dei metallurgici la FIOM si oppone e risolve la vertenza in via di compromesso con gli industriali); 7 novembre (al convegno confederale di Verona i comunisti chiedono la fusione di tutte le vertenze in un’unica grande azione comune del proletariato, ma i funzionari sindacali respingono la proposta); 21 dicembre (la Camera convalida l’annullamento dell’elezione a deputato del comunista Misiano). Il Lavoratore, quotidiano edito dalla Federazione di Trieste del partito. Si confrontino anche i seguenti periodici provinciali di partito:  Il Soviet di Napoli, L’Eco dei Comunisti di Cremona, Bandiera Rossa di Savona, L’Azione Comunista di Firenze, La lotta di classe di Forlì, L’Adda di Sondrio, La Battaglia Comunista di Carrara, L’Eco dei Soviet di Venezia, Bandiera Rossa di Cremona, Falce e Martello di Torino. Sul piano della formazione ideologica, politica ed organizzativa, il Partito é impegnato in una battaglia di importanza fondamentale per la costruzione dei capisaldi della sua linea politica differenziata in modo netto ed inequivocabile da ogni forma evidente o nascosta di opportunismo.

La sua battaglia contro i socialisti italiani guidati da Serrati e contro tutta la fraseologia rivoluzionaria con cui i massimalisti coprivano il loro fondamentale riformismo é condotta con estrema energia e violenza. Si veda, in particolare, per la formazione ideologico-politica, per l’impostazione teorica dei problemi organizzativi e per l’apporto dei comunisti italiani alle discussioni avvenute in seno alla Internazionale Comunista sui problemi della tattica e dell’organizzazione: in  Rassegna Comunista: “Partito e Classe”, “Mosca e la questione italiana”, “Sulla questione del parlamentarismo”, “Chiudendo la questione italiana”, “Il principio democratico”, il discorso di Bordiga al congresso di Marsiglia del P.C.F., rispettivamente nei fascicoli: A. I n. 2 del 15 aprile 1921, n. 5 del 30 giugno, n. 8 del 15 agosto, n. 13 del 15 novembre, A. II, n. 18 del 28 febbraio 1922, n. 24 del 30 giugno, n. 25 del 15 luglio.  in  Ordine Nuovo: 4 giugno 1921: “Il centrismo nel movimento socialista italiano”, 25 giugno: Dichiarazione del gruppo parlamentare comunista alla camera, contro il parlamento borghese, per la dittatura proletaria, 5 agosto: Il patto di tregua e pacificazione tra fascisti e socialisti, 19 ottobre: Appello del P. C. ai lavoratori socialisti dopo il congresso di Milano. 12, 17, 19, 24, 31 gennaio 1922: “La tattica dell’Internazionale comunista”, di A. Bordiga: é qui riaffermato il concetto che nulla deve minacciare il carattere intangibile di Partito di opposizione rispetto allo Stato e agli altri partiti politici e che il fronte unico significa azione comune di tutte le categorie sindacalmente organizzate e non guazzabuglio di metodi politici diversi.

Attraverso questa duplice lotta si giunge al II Congresso del Partito Comunista d’Italia che si tiene a Roma nell’agosto 1922; il Partito si presenta ancora monolitico e il congresso non esprimerà alcun dissenso, non esistendo condizioni obiettive tali da dar vita alle forze opportunistiche. In preparazione di questo Congresso si veda la stampa comunista del 1922. In particolare: Le tesi presentate e poi approvate al II Congresso, note generalmente come Tesi di Roma: esse sono fondamentali per la interpretazione dei principi generali della lotta di classe e per la determinazione della tattica proletaria, perché, come quelle che si affermarono dopo che i primi germi di deviazione si erano manifestati, con l’introduzione della tattica del fronte unico, nel III Congresso dell’Internazionale, indicano già la strada che sarà in seguito costantemente battuta dalla Sinistra italiana anche quando il Partito scivolerà gradatamente sulle posizioni opportunistiche già affermatesi nella 3° I. C.

La parte fondamentale di queste tesi – tesi politiche sulla tattica: relatori Bordiga e Terracini – sono state recentemente ripubblicate a cura del Partito Comunista Internazionalista (Le tesi di Roma, Ed. del P. C. Int. 1945, Lt. 26) ed in Come si costituì il Partito Comunista d’Italia, ed, Centro di doc. soc. 1945, Lt, 25. Queste e le altre tesi – agraria: relatori Sanna e Graziadei; sindacale: relatori Gramsci e Tasca – le ritroviamo anche in Ordine Nuovo a partire dal numero del 5 gennaio 1922.