Al susseguirsi rapido e contraddittorio delle vicende politiche non risponde alcun tentativo di spiegazione reale di queste, ché anzi la stampa di ogni colore si affanna a mettere in luce fatti e fatterelli, più o meno marcatamente a seconda degli interessi particolari, ma sostanzialmente coll’intento di polarizzare gli ormai disattenti sguardi sullo svolgimento apparente delle vicende medesime.
Ciò appare a noi del tutto logico, tanto per le “destre” quanto per le “sinistre” dello schieramento borghese, sia che si tenga conto della loro cosciente volontà di “distrarre” l’avversario sia che si consideri invece la loro istintiva, e necessariamente siffatta, concezione generale dei fatti e degli “atti” umani, politici, economici ecc.
E non si può d’altra parte negare che questa continua presentazione di attriti tra Stati, di giuochi diplomatici, di lotte asperrime tra partiti, di scaramucce parlamentari abbia sortito il suo effetto sostenendo validamente l’azione più concreta, derivante dagli effettivi rapporti di forza, della eliminazione del proletariato dalla scena politica attuale.
Ma a noi spetta evidentemente di fare il punto sulle situazioni politiche e non soltanto con la chiarificazione delle grandi linee su cui si svolgono i processi sociali, ma anche con l’indagine degli avvenimenti, dei quali, attraverso la rigida applicazione del metodo marxista, é necessario rintracciare la reale funzione, onde armare la nostra esperienza ideologica e politica della chiara visione del divenire storico in ogni suo aspetto.
Abbiamo ora accennato alla eliminazione del proletariato dalla scena politica come al punto focale intorno al quale si delineano i diversi aspetti delle lotte politiche. In realtà questo é il fatto nuovo, fondamentale e caratteristico del moderno stadio di sviluppo della società, la quale, se ha visto marciare insieme borghesia e proletariato nel periodo della rivoluzionaria affermazione sulla precedente struttura feudale, se ha visto, nel periodo d’oro dello sviluppo dell’economia capitalistica, il graduale affermarsi della organizzazione del proletariato, ha infine visto uno sviluppo delle condizioni economiche, sociali e politiche che ha condotto o alla rivoluzione comunista e quindi alla dittatura del proletariato o alla violenta reazione e alla dittatura borghese-fascista.
In altri articoli di Prometeo si è chiarita la necessità storica di queste diverse fasi di sviluppo della società borghese nonché la natura del fascismo e della sua funzione di superamento della struttura cosiddetta democratica. Qui interessa soltanto vedere la peculiarità di determinati aspetti organizzativi della società odierna, parallelamente ai quali il proletariato è stato messo da parte, gli è stata tolta la forza attiva, ad esso non rimanendo ormai che la forza della sua energia potenziale cioè quella della minaccia rappresentata dal suo eventuale ricostituirsi in classe e perciò stesso in partito di classe. Insomma, nel periodo immediatamente seguente alla prima guerra mondiale il processo di accrescimento delle forze proletarie, prima contenuto e immaturo ideologicamente e organizzativamente, avvia concretamente, attraverso la costituzione e l’azione della Internazionale e dei partiti comunisti, la soluzione rivoluzionaria dei contrasti sviluppatisi nel sistema di produzione capitalistico. Il partito del proletariato, in coerenza alla sua concezione della lotta di classe, alla sua intransigenza rivoluzionaria e alla esatta impostazione dei rapporti tra situazioni oggettive e interventi soggettivi, adotta per primo una struttura organizzativa militare nella lotta politica.
La borghesia intuisce che in questo senso deve svilupparsi anche la sua azione ritorce contro il proletariato, moltiplicandola in mezzi e in capacità, l’arma che questi aveva applicato allo sviluppo storico. L’affermazione degli stati fascisti segna esplicitamente questa fase e non ha importanza alcuna il fatto che le borghesie più forti abbiano evitato il ricorso a questi estremi di difesa limitando la loro reazione in rapporto alle ridotte possibilità rivoluzionarie presentate dalla situazione. Il principio organizzativo passava automaticamente nelle mani della classe dirigente d’ogni paese e premeva sul proletariato con altrettanta efficacia di quella dei paesi fascisti.
Si addiviene così ad una situazione nella quale i contrasti insiti al sistema di produzione capitalistico sono generalmente giunti ad un punto critico, e tuttavia ciò non produce la parallela crisi politica rivoluzionaria perché proprio attraversò l’adeguazione costantemente aggiornata dei suoi sistemi organizzativi la borghesia é finora perfettamente riuscita ad evitarla.
La nota esasperazione dei contrasti sociali non consente più in alcun paese la espressione delle forze di classe del proletariato, espressione che, per evidenti necessità obiettive, non lascerebbe alcun adito a soluzioni riformiste e non potrebbe essere ormai altro che rivoluzionaria e diretta alla conquista violenta del potere. Perciò il proletariato doveva essere eliminato come classe e a questo si è giunti altrettanto bene negli stati fascisti che in quelli democratici.
La eliminazione è naturalmente avvenuta con l’inserimento delle masse proletarie nel processo della classe avversa. Gli stati fascisti sono andati verso il popolo con gli ordinamenti corporativi; quelli democratici con i partiti comunisti e socialisti. Questo inserimento è stato facilitato dalla presenza e dall’opera dello “stato proletario” russo, ma, ove avesse un interesse ragionare coi se, non é affatto detto che le cose avrebbero seguito un esito sostanziale diverso se lo “stato proletario” non avesse agito da controproducente nel processo di accrescimento delle forze proletarie. Si può tuttavia avanzare l’ipotesi che i partiti comunisti rimasti su basi rivoluzionarie, in caso di sconfitta, o sarebbero stati posti violentemente nella illegalità, come appunto si verificò coll’avvento dello stato fascista, o gli sarebbero state tolte le possibilità determinanti nell’ingranaggio politico attuale (contrapposto a potenziale), come si è generalmente verificato e come ora si verifica nei paesi democratici nei confronti dei comunisti internazionalisti, affidando ai soli socialisti il compito di convogliare le masse proletarie sul terreno della classe borghese.
L’esame dei fatti e delle vicende politiche salienti della moderna evoluzione sociale ci consente di ravvisare la mancanza di qualunque autonomia del proletariato nei confronti di una borghesia che è organizzativamente saldissima e che manovra a suo piacere provocando volutamente la sensazione, del tutto illusoria, che le forze proletarie intervengano nella determinazione dello svolgersi delle situazioni politiche.
C’è tutto un giuoco complesso che la borghesia ha creato, tutto un irretimento abilissimo, quanto istintivo perché derivante dalla dialettica dei rapporti di forza tra le classi, che va smontato e smascherato: non, evidentemente, per il puro gusto della verità, ma perché in questo giuoco è attanagliato con la complicità dei “suoi” partiti il proletariato, ed esso deve esserne liberato se si vuole che sia posto in grado di fronteggiare le armi che la borghesia appresterà per sopravvivere alla nuova crisi da cui, forse non a lunghissima scadenza, sarà sconvolta.
Si pensi alla facilità con cui il capitalismo ha liquidato il fascismo: solo con una enorme potenza ed una struttura organizzativa imponente ci si potevano permettere questi cambiamenti di scena con tanta freschezza, se si considera che i regimi abbattuti sorsero proprio come estremo rimedio a crisi sociali che i singoli capitalismi nazionali non erano in grado di fronteggiare diversamente. E il proletariato è stato fatto partecipare soddisfatto alla trasformazione, perfettamente allineato nella credenza di perseguire i propri finì.
In questo incontrastato prepotere del capitalismo vanno fatte rientrare le mille vicende della politica attuale. E’ questa l’epoca delle elezioni: la Francia, in poco più di un anno, ha chiamato i suoi cittadini alle urne otto volte! E il fenomeno specifico delle elezioni é questo: che abbiamo spesso dei parlamenti in prevalenza di “sinistra” i quali danno regolarmente vita a governi di “destra”.
Il meccanismo parlamentare subisce coi regimi fascisti delle trasformazioni, soprattutto formali, e il suo funzionamento é palesemente diretto dagli organi governativi, mentre nei paesi democratici il suo totale controllo da parte della classe dirigente avviene attraverso le capillari, saldissime possibilità assicurate a questa classe da una robusta struttura organizzativa e da una lunga tradizione di potere.
La borghesia può tranquillamente permettersi di avere un parlamento “dì sinistra”, pur conservando tutto l’apparato dirigente e governativo di destra: la turlupinatura avveniva in Italia nel 1922, quando Mussolini andava al governo avendo in parlamento 81 fascisti e la maggioranza socialista, come in Francia nel 1924 quando Herriot era tranquillamente sbalzato da Poincaré, come nel Belgio nel 1925 quando Vanderwelde e Poullet erano soppiantati dalla destra.
E non ci si ferma qui, perché la borghesia ha superato anche questo stadio ed è arrivata a permettersi il lusso d’avere governi “di sinistra”, ai quali naturalmente fa applicare i programmi “di destra”. Li abbiamo in Inghilterra coi Laburisti, si era delineata in questi giorni la possibilità di averli in Francia coi comunisti, li abbiamo in forma “mista” in Italia e ormai quasi in ogni paese d’Europa.
Ciò avviene anche grazie alla trasformazione dei partiti del proletariato totalmente asserviti alla classe borghese attraverso la penetrazione opportunistica che questa vi ha operato, ma ciò che soprattutto importa é che ciò avviene fondamentalmente per la forza politica e organizzativa, nazionale e internazionale, di quella classe.
I proletari non sono, come si suol dire, ingannati; essi non eleggono i loro rappresentanti in parlamento pensando che si vadano a comportare diversamente da come in realtà faranno; essi sanno benissimo che quel comportamento é necessario in questo momento come domani continueranno tranquillamente a ritenere che un nuovo comportamento, in realtà egualmente fallimentare, sarà necessario in quel momento. C’è in sostanza una deviazione fondamentale impressa dalla borghesia al proletariato e che nei suoi aspetti più recenti segue una linea di progressiva affermazione dal dopoguerra 1918 ad oggi. I veri rappresentanti degli interessi borghesi al parlamento, e quando é necessario anche al governo, sono proprio i “rappresentanti” di quel proletariato che rivendica a sé gli organi di dominio su se stesso.
Ricalcare sulla situazione di oggi lo schema di un passato ormai lontano é falso, giacché qui non si tratta più di una marcia di avvicinamento, sia pure controllata dalla borghesia attraverso il sistema della gradualità riformista, tendente alla conquista di determinati trampolini di lancio per il momento della crisi del sistema capitalistico, e quindi parallela ad uno sviluppo economico della situazione non ancora atta a esprimere obiettivamente forze rivoluzionarie; qui si tratta invece di un processo che ha, si, le sue basi economiche, ma le ha in quanto le necessità di superare la crisi (in realtà, di prolungarla finché si può) hanno condotto il regime capitalista sul piede dell’economia di guerra, cioè di un’economia che producendo per la guerra riesce a evitare il collasso di una sovrapproduzione che la guerra – e solo la guerra – può assorbire: a questa economia, se si può dire, innaturale, prodotto artificioso e disperato della volontà di sopravvivere di un sistema, fa riscontro il perfezionamento organizzativo di cui abbiamo parlato e grazie al quale si ha una inversione del naturale processo, consistente nell’assorbimento anche organizzativo delle masse nel seno della borghesia.
Le masse proletarie, prese in questo ingranaggio grottesco nel quale, in loro nome, si applicano contro di esse tutti i provvedimenti e le tutele atti a garantire nel miglior modo il prevalere della classe avversa, non possono che sostenere i “loro” governi “di sinistra” esprimendo la subita deviazione in una affermazione che é il portato di tutto l’evolversi dei rapporti politici sotto la guida rigidissima della borghesia, che cioè “i destri farebbero peggio”.
Non si tratta più, come si é detto, di un semplice inganno, perché tutte le posizioni sono rovesciate e il vigore con cui il rovesciamento é stato imposto é il prodotto diretto delle inderogabili necessità di conservazione del capitalismo; se non si capisce questa totale metamorfosi organizzativa, è impossibile porre in giusta luce tutto ciò che passa oggi sotto i nostri occhi.
Tra gli spettacoli più recenti abbiamo avuto quello di Trieste; che Trieste sia contesa tra potenze orientali e occidentali per ragioni esclusivamente imperialistiche, questo nessuno lo mette in dubbio; si potrebbe pensare che la borghesia dovesse fare chi sa quali miracolosi sforzi per persuadere “i popoli” che invece, no, si tratta di questioni soprattutto spirituali, etniche, morali ecc., onde portare il peso della pubblica opinione sulla bilancia internazionale. Invece niente; la borghesia non si scomoda oltre il solito nell’impiego di quella terminologia; un semplice ordine agli strumenti organizzativi interessati alla faccenda, e Trieste é immediatamente posta all’attenzione delle masse, in un senso o nell’altro, come un problema perfettamente aderente ai loro interessi, alle loro aspirazioni. La rivendicazione che fino a un determinato momento era propria delle “sfere reazionarie e conservatrici” diviene di colpo, senza alcun preambolo, l’oggetto della volontà e dell’azione “nazionale” del proletariato. Tranquillamente, senza dover più temere alcuna reazione, Togliatti può affermare, in un discorso ai quadri del suo partito, di aver più volte consigliato De Gasperi, a proposito di Trieste, a non rivolgersi a Occidente, dove avrebbe trovato solo delle buone parole, ma all’URSS e alla Jugoslavia che avrebbero compreso i motivi nazionali dell’Italia.
Non solo non si nasconde, ma addirittura si sprona apertamente il pieno giuoco delle affermazioni nazionalistiche. Parallelamente, queste avvengono sotto la direzione onnipotente dei grandi stati imperialistici nelle cui mani sta in definitiva la forza suprema, ordinatrice e reggitrice di tutta la impostazione organizzativa che abbiamo delineato.
I furiosi nazionalismi, serbo, croato e sloveno, sono assorbiti dal nazionalismo jugoslavo il quale cova prima nel seno dell’imperialismo inglese e poi, con l’accordo di questo, passa nella sfera russa. Le affermazioni nazionalistiche jugoslave nella competizione per Trieste raggiungono una tensione estrema e poi, di punto in bianco, gli interessi del nazionalismo “superiore”, impongono all’inferiore, con una facilità pari a quella raggiunta nello imporre qualunque direzione al proletariato, il mutamento di rotta. Alla Russia serve per suoi determinati fini imperialistici che il nazionalismo jugoslavo rinunci a Trieste; e tutto, senza scosse, deve ubbidire a chi ha in mano questa formidabile forza, divisa ormai tra pochissimi strapotenti Stati padroni del mondo.
L’America, che ha invaso con le sue truppe e col suo imperio diretto o indiretto mezzo mondo, si dichiara non favorevole al governo di Franco in Spagna, ma afferma che il problema é di esclusiva pertinenza del popolo spagnolo: così si otterrà il duplice risultato di lasciare Franco al suo posto e di dare al popolo spagnolo, quando questo si sarà fatto scannare senza risparmi, e se sarà giovevole, il governo democratico che esso stesso reclamerà per farsi nuovamente e più saldamente opprimere.
In Italia, mentre Nitti va sapientemente illustrando le tre fasi di rinascita della borghesia italiana, per cui ad una fase critica di 3-4 mesi necessaria a dare allo Stato i mezzi sufficienti per le spese indispensabili, seguirà una fase di 8 anni per la rinascita su precise basi economiche e finanziarie e poi una terza in cui, aperti i traffici e gli scambi internazionali, dovremo anche pagare le riparazioni, la Conf. Gen. del Lavoro assicura il governo sul contributo dei lavoratori al successo del prestito; i lavoratori non si accontentano più di dirigere lo strumento della loro oppressione, di alimentarlo come sostanzialmente fanno, essi ed essi solo, ma vogliono anche direttamente appoggiarlo perché la borghesia a volte é… stupida e lesina allo Stato gli strumenti che servono esclusivamente a difenderlo dai proletari; e ciò non vogliono i proletari, che sopperiranno anche a questi inconvenienti… con la loro furbizia.
Tutto ciò si innesta sulla nuova funzione dello Stato che, di fronte allo sviluppo dell’economia e dei connessi rapporti sociali, presenta esigenze diverse da quelle di ieri. Se le inevitabili contraddizioni del sistema produttivo e capitalistico hanno raggiunto un tal punto di maturazione che é impossibile per lo Stato permettere la vita del partito di classe del proletariato, é peraltro naturale, in considerazione di tutto ciò che abbiamo detto sulla “conquista”, da parte delle masse, degli organi di dominio su se stesse, che il capitalismo abbia tutto l’interesse di togliere allo Stato la parvenza di suo mandatario; la responsabilità dello Stato si sdoppia consentendogli di evitare il polarizzarsi della funzione rivoluzionaria del proletariato, e questo ruolo di sdoppiamento é appunto esercitato dai partiti di massa.
Alla vita statale proprio le masse sono chiamate a partecipare e il continuo giuoco di rimbalzo tra i partiti politici é l’alimento quotidiano che, sapientemente somministrato, dà vita a questa mostruosa inversione. Nella nuova struttura organizzativa tutte le forze del capitalismo sono realmente impegnate; e gli interessi imperialistici che determinano i movimenti sullo scacchiere politico hanno una dinamica perfettamente armonizzata con la necessità di legare le masse alla funzionalità stessa dello Stato.
In questo senso la nuova democrazia perfeziona il precedente sistema che era solo amministrativo. In corrispondenza a questa direzione si determina il compito del partito di classe del proletariato che non può correggere o sfruttare ordinamenti esistenti, sindacali o politici, ormai organicamente ingranati nella vita dello Stato, ma soltanto violentemente distruggerli.
Poiché sarebbe troppo lungo applicare a tutti i tipi sociali che hanno preceduto la rivoluzione borghese la ricerca che ci siamo proposta circa il dosaggio della violenza tra uomini, applicata allo stato attuale, con percossa e lesione fisica, e la violenza che rimane invece allo stato potenziale piegando i dominati al volere dei dominatori col gioco complesso di tutte le sanzioni comminate ma non consumate, prenderemo in esame la cosa partendo dal confronto tra il mondo sociale dell’« ancien regime » che precedette la grande rivoluzione e quello capitalistico in cui abbiamo la particolare soddisfazione di vivere.
Secondo un primo e ben noto schema, la rivoluzione che attuò i principi della libertà, uguaglianza e fraternità, espressi soprattutto negli istituti elettivi, fu una conquista tanto universale quanto definitiva, ovvero in primo luogo migliorò radicalmente le condizioni di tutti i membri della società liberandoli dalle antiche oppressioni e schiudendo loro le gioie di un mondo nuovo; ed in secondo luogo eliminò la eventualità storica di ogni ulteriore grande conflitto sociale avente un carattere di infrangimento violento delle istituzioni e dei rapporti sociali.
Un secondo schema meno ingenuo e meno sfacciatamente apologetico delle delizie del sistema borghese ammette che in questo sussistano forti disparità di condizione sociale e un grave sfruttamento economico ai danni delle classi lavoratrici, e che ulteriori trasformazioni della società dovranno determinarsi per vie più o meno brusche o più o meno graduali, ma afferma con ostinata assolutezza che le conquiste della rivoluzione che condusse al potere la classe capitalistica costituirono tuttavia un sostanziale vantaggio anche per tutte le altre classi le quali conseguirono grazie ad essa l’inestimabile bene delle libertà legali e civili. Non si tratterebbe dunque che di continuare una via già aperta, di eliminare, dopo talune forme più severe e atroci di dispotismo e di sfruttamento, altre forme superstiti, tenendo però ben salde quelle prime fondamentali conquiste. Questo schema abusato viene servito in tutte le fogge o dai vertici della piramide del potere, quando qualche Roosevelt si degna di elencare dopo le ben note libertà della vecchia letteratura le nuove libertà dal bisogno e dalla paura (nell’atto stesso in cui un cataclisma bellico di centuplicata violenza aumenta a dismisura il numero di creature umane sterminate e affamate) o dalla base, quando qualche ingenuo esponente del basso politicantismo popolare formula in nuove parole l’antico intruglio di democrazia e socialismo cianciando delle libertà sociali che dovremmo aggiungere a quelle civili già assicurate.
Non dovrebbe essere neppur necessario rammentare che la decifrazione data dal marxismo del processo storico dell’avvento capitalistico non ha nulla a che vedere né col primo né col secondo degli schemi ora ricordati.
Marx non solo non ha mai detto che nella società capitalistica il grado di sfruttamento, di oppressione e di sopraffazione, fosse minore che in quella feudale o terriera-artigiana, ma ha esplicitamente dimostrato il contrario.
Diciamo subito, ad evitare gravi equivoci, che, se Marx proclamò storicamente la necessità che il Quarto Stato combattesse a fianco della borghesia rivoluzionaria contro la monarchia, l’aristocrazia e il clero, se condannò i sistemi di socialismo « reazionario » secondo i quali gli operai tempestivamente avvertiti del selvaggio sfruttamento che si sarebbe sfrenato nelle manifatture e nelle industrie dei capitalisti avrebbero dovuto far blocco contro costoro coi ceti dominanti feudali, e se storicamente il marxismo più ortodosso e di sinistra riconosce che nella prima fase storica borghese post-rivoluzionaria la strategia del proletariato non poteva essere diversa da quella di una risoluta alleanza con la giovane borghesia giacobina, queste chiare e classiche posizioni, non derivano affatto dal presupposto che il nuovo sistema economico fosse meno esoso ed oppressivo del precedente.
Esse derivano invece da tutta la concezione dialettica della storia che spiega la successione degli eventi con le determinazioni delle forze produttive che dilatandosi e utilizzando sempre nuove risorse, premono contro le forme istituzionali e i sistemi di potere e ne causano le crisi e le catastrofi.
Se quindi i socialisti rivoluzionari seguono da oltre un secolo le vittorie del moderno capitalismo e la sua impressionante espansione nel mondo guardando ad esse come ad utili condizioni del divenire sociale, ciò avviene perché le caratteristiche essenziali del capitalismo — come la concentrazione delle forze produttive, macchine ed uomini, in potenti unità, la trasformazione di tutti i beni d’uso in beni di scambio, il concatenamento di tutte le economie che hanno vita sul pianeta — costituiscono l’unica strada per attuare, dopo altri imponenti conflitti civili, la nuova società comunista. Il che resta vero e necessario pur sapendosi perfettamente che la società industriale e capitalistica moderna è peggiore e più feroce di quelle che l’hanno preceduta.
Naturalmente, questa conclusione è indigesta per mentalità plasmate secondo l’ideologia borghese e alle quali sono congeniti gli ideologismi pullulati nel periodo romantico delle rivoluzioni democratico-liberali. Posta quella tesi al vaglio di criteri sentimentali, letterari e retorici, essa non potrebbe provocare che la banale indignazione dei benpensanti, i quali non mancherebbero di rovesciarci sulla testa tutta la loro farraginosa erudizione sulle nequizie degli antichi dispotismi, gli auto da fé, la Santa Inquisizione, le corvées dei servi della gleba, il diritto di vita e di morte spettante al monarca come all’ultimo signorotto feudale, lo jus primae noctis e così via, per dimostrarci che le società pre-borghesi erano teatro di quotidiane e incessanti violenze e le loro istituzioni grondavano tutte di sangue.
Ma se la ricerca viene impostata scientificamente e statisticamente, e ci si chiede quanto lavoro umano venga estorto senza compenso per consentire un godimento privilegiato delle ricchezze e dei redditi, quanta miseria si determina nel bassofondo sociale, quante vite vengono sacrificate o stroncate per effetto del disagio economico e, via via, delle crisi e di scontri aventi carattere di contese private, di guerre civili o di conflitti militari fra gli Stati, l’indice più pesante dovrà essere calcolato e segnato in conto proprio a questa civile democratica e parlamentare società borghese.
E’ fondamentale in Marx, di fronte alla scandalizzata accusa rivolta ai comunisti di mirare a distruggere la proprietà, l’affermazione che uno degli aspetti essenziali del rivolgimento sociale attuato dal capitalismo è la violenta, disumana espropriazione del lavoratore artigiano.
Prima del sorgere delle grandi manifatture e delle fabbriche meccaniche, un legame di fatto, tecnico ed economico, univa l’artefice isolato (o associato a pochi familiari e discepoli ) tanto agli arnesi quanto ai prodotti dell’opera sua. Nel rapporto giuridico gli era riconosciuto illimitato il diritto di proprietà sui pochi utensili e sul limitato volume di merci allestite nella sua bottega. L’avvento del capitalismo infrange questo sistema patriarcale e quasi idilliaco, defrauda l’intelligente e operoso artigiano del suo modesto possesso e lo trascina nullatenente e affamato nella galera della moderna azienda borghese. Mentre questo rivolgimento si compie, spesso con aperta violenza e sempre sotto la pressione di inesorabili forze economiche, il suo aspetto giuridico viene definito dagli ideologi borghesi una conquista della libertà, che svincola il cittadino lavoratore dalle pastoie delle gilde medioevali e dei regolamenti di mestiere, facendone un libero uomo in libero stato.
Se questo processo concerne la sfera di produzione dei manufatti nel suo complesso, non diversa è la presentazione in termini di marxismo degli sviluppi della produzione agraria. Il regime di servitù feudale obbligava bensì il lavoratore della terra a privarsi di larghe quote dei suoi prodotti devolvendole ai ceti dominanti religiosi e nobiliari. Ma il servo legato alla gleba conservava un legame tecnico-produttivo colla terra stessa e con una parte dei prodotti, legame che indirettamente gli offriva una garanzia di vita comoda e tranquilla, dato anche lo scarso addensamento della popolazione e i limitati scambi di derrate con grandi agglomerati urbani.
La rivoluzione capitalistica spezza questi rapporti e afferma di aver liberato il contadino servo di tutta una serie di sopraffazioni, ma o il lavoratore della terra, ridotto a puro proletario, segue il destino dell’armata negriera dei lavoratori industriali, o, trasformato in gestore oproprietario giuridicamente perfetto di piccoli lotti, viene taglieggiato dallo strozzino capitalista, dall’agente del fisco o dalla volatilizzazione della moneta.
Non è compito di questo scritto entrare nel dettaglio di tali analisi, ma le elementari considerazioni ora svolte basteranno a chi finga di sentire per la prima volta che per Marx la nuova società borghese era più infame della feudale.
Il punto essenziale da stabilire è questo: il criterio discriminante per appoggiare o combattere unosvolgimento storico non è quello, inconsistente e vanamente letterario, di ricercare se si è attuata e conseguita più eguaglianza, più giustizia, più libertà, ma l’altro, totalmente diverso, e molte volte opposto, di chiedersi se la nuova situazione ha favorevolmente avviato e promosso lo sviluppo di più potenti e complesse forze produttive a disposizione della società, forze che sono la premessa indispensabile della futura organizzazione della società medesima, nel senso del maggior rendimento del lavoro, per una più larga disponibilità di beni di consumo a vantaggio di tutti.
Era indispensabile, oltre che utile, che la borghesia con la guerra civile abbattesse gli ostacoli istituzionali che ritardavano il sorgere delle grandi fabbriche e un più moderno sfruttamento della terra; e di fronte a questo poco importa che la prima e immediata conseguenza, transitoria in un più vasto senso storico, sia stata di rendere più pesanti e odiose le catene della disparità sociale e dello sfruttamento della forza di lavoro.
***
La critica del socialismo scientifico ha messo chiaramente in evidenza che la grande trasformazione sociale attuata dal capitalismo (trasformazione storicamente matura e feconda a sua volta di sviluppi grandiosi) non va affatto definita né come una radicale liberazione interessante le grandi masse, né come un sensibile balzo innanzi nel loro tenore economico di vita. La trasformazione degli istituti riguarda unicamente il modo di schieramento e di organamento della piccola minoranza privilegiata e dominante.
I componenti delle classi privilegiate preborghesi erano intrecciati in un sistema basato su fitte gerarchie. I grandi prelati appartenevano all’ordinata e inquadratissima rete della chiesa, i nobili, che erano anche i più alti funzionari civili e militari, erano gerarchicamente disposti nel sistema feudale che aveva al suo vertice il monarca.
Nel nuovo tipo di società, per contro — e qui si intenda che, trascurando tutte le importantissime differenze di periodi e di nazioni, parliamo della prima e classica società economica borghese basata sulla illimitata libertà di produzione e di scambio — i componenti dello strato supremo e privilegiato sono pressoché totalmente sciolti da legami di interdipendenza, in quanto ogni padrone di azienda è libero da qualsiasi obbligo verso i suoi colleghi e concorrenti nel dirigere le proprie operazioni e iniziative. Questo trapasso tecnico e sociale prende, nel succedersi delle ideologie, l’aspetto di una svolta storica dal mondo dell’autorità a quello della libertà.
Ma è chiaro che questa conquista, questo sensazionale cambiamento di scena ha per teatro non l’insieme dell’agglomerato sociale ma la ristretta pedana sulla quale si muovono i fortunati, i componenti lo strato dei ventri pieni e dorati, integrato dalla ristretta cerchia dei loro diretti agenti e manutengoli: politicanti, pubblicisti, sacerdoti, maestri, alti funzionari e simili.
La gran massa dei ventri semivuoti rimane assente non certo da questa immane tragedia, cui anzi partecipa lottando con sacrificio di vite e di sangue, ma dalla partecipazione ai benefici del mutamento.
La conquista giuridica della libertà, proclamata in tutte le carte e costituzioni retaggio di tutti i cittadini, non riguarda dunque la maggioranza, sfruttata e affamata ancor più di prima, ma è faccenda interna di una minoranza. Ed è alla luce di questo criterio che vanno risolti tutti i quesiti storici e attuali in cui si ripropone il postulato stucchevole della libertà e della democrazia.
Ridotta a scala individuale, la tesi materialista afferma che, poiché il cervello funziona quando lo stomaco può nutrirsi, il diritto teorico a liberamente pensare ed esprimere il proprio pensiero interessa di fatto solo chi ha la possibilità di tale attività superiore, possibilità perfettamente contestabile a molti che ne menano vanto di continuo, ma comunque sicuramente preclusa alla schiera dei ventri insufficientemente riempiti.
Alla crudezza di questa tesi segue abitualmente lo scatenarsi delle rampogne contro il piatto e osceno materialismo che, conoscendo il solo fattore economico ed alimentare, ignora tutta la radiosa sfera della vita dello spirito e disconosce le soddisfazioni non riducibili a sensazioni fisiche, che l’uomo dovrebbe trarre dall’uso della ragione, dal riconoscimento delle civili libertà, dal godimento dei diritti di cittadino elettore che sceglie i suoi rappresentanti e i capi dello stato.
Ma a tal proposito conviene ancora una volta — poiché non si espongono qui davvero cose nuove, ma tutt’al più si verificano con fatti recenti teorie ben note — rettificare la portata del determinismo economico professato dai marxisti contro una corrente deformazione, più ostinata a non guarire della rogna e di simili malattie attaccaticce, che riduce il problema alla meschina scala individuale, e pretende che ogni individuo tenda ad adottare in politica, in filosofia, in religione, opinioni derivate dal rapporto economico in cui vive, e meccanicamente svolgentisi dalla molla dei suoi appetiti e dei suoi interessi. Il gran proprietario terriero sarà bacchettone forcaiolo e destro, l’affarista borghese conservatore in economia ma talvolta, almeno fino a ieri, sinistreggiante in filosofia ed in politica, l’uomo dei ceti medi più o meno democratico, il lavoratore infine materialista, socialista, rivoluzionario.
Un simile marxismo ad uso del delfino demo-borghese fa molto comodo per stabilire ottimisticamente che costituendo i lavoratori, economicamente oppressi, la gran maggioranza dei popoli, essi non tarderanno ad avere nelle mani gli organismi rappresentativi ed esecutivi e, via via proseguendo, la ricchezza e il capitale. Naturalmente, sarà gran vantaggio per il rapido moto di questa giostra da fiera far pencolare a sinistra opinioni, credenze e schieramenti politici, combinando blocchi e pasticci con tutta la melma dei ceti intermedi, che andrebbero progressivamente evolvendosi, e pronunziandosi contro la politica e il privilegio delle alte classi.
Al posto di questa sciocca caricatura, il marxismo traccia linee totalmente diverse, e stabilisce invece, quando parla di sovrastrutture ideologiche, politiche, mistiche che trovano la loro spiegazione nelle sottostanti condizioni e rapporti economici, una legge ed un metodo di portata generale e sociale. Per spiegare il significato delle ideologie prevalenti in una data epoca storica presso un popolo governato con un dato regime, noi dobbiamo fondare l’analisi sui dati della tecnica produttiva e dei rapporti di ripartizione dei beni e dei prodotti, sui rapporti di classe tra gruppi privilegiati e collettività produttrici.
In breve, ed in parole povere, la legge del determinismo economico dice che in ciascuna epoca l’opinione generalmente prevalente, il pensiero politico filosofico e religioso più accreditato e seguito è quello che corrisponde agli interessi della minoranza dominante che detiene nelle sue mani il privilegio e il potere. Così, i sacerdoti e dottori degli antichi popoli orientali giustificheranno il dispotismo e l’immolazione di vite umane, quelli pagani dimostreranno benefica e giusta la schiavitù, quelli cristiani la proprietà e la monarchia, quelli dell’epoca democratica ed illuministica gli schemi economici e giuridici che convengono al capitalismo.
Allorché un tipo di società e di produzione entra in crisi, e nel campo della tecnica e della produzione si destano forze che tendono ad infrangerne i limiti, i conflitti di classe scoppiano più acuti ed hanno il loro riflesso anche nel sorgere di nuove dottrine di opposizione e sovversione, che vengono condannate e combattute dalle istituzioni dominanti. Quando una società è in crisi, una delle caratteristiche della fase che allora si apre è il numero relativamente sempre più ristretto di persone che beneficiano del regime in vigore; tuttavia, l’ideologia rivoluzionaria non prevale nella massa ma in una sua minoranza di avanguardia in cui confluiscono persino elementi della classe dirigente. Per inerzia, e per effetto dei formidabili mezzi di fabbricazione delle opinioni di cui dispone ogni classe dominante, la massa muterà ideologie, filosofie e religioni solo in un lungo periodo successivo al crollo delle antiche impalcature di dominio. Si deve anzi affermare che una rivoluzione è veramente matura quando, benché le opinioni dominanti con la loro spaventosa inerzia reazionaria continuino a rimasticare i vecchi dettami tradizionali, tanto nel seno della massa che ne è vittima, quanto fra i ceti superiori depositari del regime, il fatto reale e fisico dell’inadeguatezza dei sistemi di produzione li pone contro gli stessi interessi materiali della classe privilegiata in larghi suoi strati.
Così, lo schiavismo cadde definitivamente malgrado le ostinate resistenze sul piano delle idee e su quello delle forze, quando si rivelò un sistema poco redditizio di sfruttamento del lavoro e poco vantaggioso per i padroni.
La liberazione di una classe oppressa non procede quindi, per dirla in modo spiccio, prima negli spiriti e poi nei corpi, ma deve redimere il ventre molto prima del cervello.
Ora, le forze di ingannatrice mobilitazione delle opinioni della massa nel senso che interessa il ceto privilegiato sono, nella società capitalistica, molto più potenti che in quelle pre-borghesi. Scuola, stampa, oratoria pubblica, radio, cinema, associazioni di ogni specie, rappresentano mezzi di un potenziale centinaia di volte più forte di quelli a disposizione delle società dei secoli passati. In regime capitalistico il pensiero è una merce, e lo si produce su misura impiegando sufficienti impianti e mezzi economici alla sua fabbricazione in serie. Se Germania ed Italia ebbero i Ministeri della Propaganda e della Cultura Popolare, la Gran Bretagna istituì all’inizio della guerra il Ministero delle Informazioni per monopolizzare ed inquadrare tutta la circolazione delle notizie. Questa era già nell’inter-guerra monopolio della potente rete delle agenzie giornalistiche inglesi: oggi, ovviamente, tale monopolio ha varcato l’Atlantico. Finché gli eventi militari furono favorevoli ai Tedeschi, la produzione giornaliera di frottole e di menzogne dell’officina inglese raggiunse volumi che le organizzazioni fasciste hanno potuto soltanto invidiare. Per dirne una, al tempo delle incredibili operazioni militari tedesche per la conquista della Norvegia in 48 ore, le radio britanniche propinarono i particolari di una disastrosa sconfitta riportata dalla flotta germanica nello Skager-rak!
Questo fattore sociale della manipolazione dall’alto delle idee, che va dalla falsa notizia (nell’attuale organizzazione giornalistica le versioni di un fatto sono già tutte compilate prima che il fatto accada e, quando sembra che uno degli informatori abbia ragione, sitratta pur sempre di un bugiardo; era il povero fatto che doveva accadere secondo uno degli schemi comodi a questo o a quello stato, a questo o a quel partito) fino alla critica e all’opinione bell’e fatta, non deve sembrare di poco peso. Esso siinquadra nella massa delle violenze virtuali, che cioè non prendono l’aspetto di una imposizione brutale con mezzi coercitivi, ma sono tuttavia risultato ed esplicazione di forze reali, che deformano e spostano situazioni effettive.
Il moderno tipo di società borghese democratica, pur non scherzando nella consumazione di effettive violenze « cinetiche » di polizia e di guerra, e battendo anche per questo coefficiente i diffamati vecchi regimi, porta a massimi sconosciuti (e comparabili ai suoi massimi di produzione e di concentrazione della ricchezza) anche il volume di questa applicazione di violenze virtuali, per cui gruppi di massa si presentano, per apparente libera scelta di confessioni, di opinioni e di credenze, come agenti contro i propri interessi obiettivi, e accettano le giustificazioni teoriche di legami ed atti sociali che in realtà li affamano o li distruggono addirittura.
Il trapasso dalle forme pre-borghesi alla società attuale ha dunque aumentato e non diminuito l’intensità e la frequenza del fattore della sopraffazione e dell’imposizione.
E quando, dal punto di vista marxista, si esige per le dette ragioni che quel fondamentale trapasso storico sia pieno e compiuto, non si vuole certo dimenticare o contraddire questa posizione fondamentale.
Solo con criteri coerenti a quelli qui stabiliti deve giudicarsi e decifrarsi il problema oggi attuale e scottante di una trasformazione nei modi di amministrare e governare della borghesia, che corrisponde al sorgere dei regimi totalitari dittatoriali e fascisti.
Tale trapasso non costituisce un mutamento di classe dominante, e tanto meno una rottura rivoluzionaria dei modi di produzione. Nel farne la critica, bisogna però evitare i banali errori che, in conformità alle notissime deviazioni dal marxismo qui confutate, condurrebbero ad accreditare alla forma e alla fase democratico-parlamentare una minore intensità e densità della violenza di classe.
Questo criterio, anche se rispondesse ai fatti, non sarebbe comunque sufficiente a farci propugnare e difendere tale fase, per le ragioni dialettiche applicate alla valutazione dei trapassi precedenti. Ma l’analisi di questo punto potrà anche dimostrare che chi sfugge alla suggestione di considerare la sola violenza in atto e misura invece tutto il volume di quella potenziale insita nella vita e nella dinamica della società, eviterà di cadere nell’inganno di preferire, sia pure in via subordinata e relativa, il metodo ipocrita ed il mefitico ambiente della democrazia liberale.
Un punto fermo dell’analisi marxista della società e del sistema di produzione borghese deve ormai essere considerato il fatto che l’intervento e il controllo dello Stato nell’economia non solo non rappresenta una frattura nelle leggi fondamentali dell’economia capitalistica, ma è il portato naturale ed inevitabile di tutto il suo sviluppo storico, e che quest’intervento può spingersi fino all’eliminazione della forma giuridica della proprietà privata individuale dei mezzi di produzione non solo senza eliminare, ma al contrario potenziando, quello che é il dato fondamentale del sistema di produzione capitalistico: lo sfruttamento del lavoro umano attraverso l’appropriazione del plusvalore. Tutta l’economia capitalistica nel periodo successivo alla prima guerra mondiale si é orientata verso forme generalizzate di intervento e di controllo statale, e l’esperimento totalitario nazifascista ha, allo stesso modo dell’esperimento americano del New Deal, assolto la funzione di permettere e favorire l’accumulazione capitalistica e di controbilanciare le forze determinanti della caduta tendenziale del saggio del profitto in una fase caratterizzata dal succedersi di violente crisi economiche e perciò dalla ricorrente minaccia di altrettanto violente crisi sociali.
Di fronte alla campagna pubblicitaria che i partiti della “ricostruzione nazionale” svolgono in tutti i paesi per gabellare la politica delle nazionalizzazioni come un “passo avanti verso il socialismo”, l’avanguardia rivoluzionaria deve avere il coraggio di affermare che, al contrario, quella politica rappresenta il più raffinato metodo di sfruttamento intensivo del lavoro e di conservazione totalitaria del profitto, e che avvia al socialismo al modo che avvia ad esso tutta l’evoluzione dell’economia capitalistica, portando cioè alla più drammatica esasperazione il contrasto tra il carattere sociale della produzione e il carattere privato dell’appropriazione dei prodotti del lavoro, e l’antitesi tra capitale costante e capitale variabile. Nella fase monopolistica, accentratrice, totalitaria del capitalismo la politica delle nazionalizzazioni e della economia controllata dallo Stato é l’estrema arma di difesa del profitto e il più spietato strumento di sfruttamento del lavoratore.
Alla fine del secondo conflitto imperialistico, la politica delle nazionalizzazioni ci appare come l’incrocio di esigenze insieme politiche ed economiche della società capitalistica. Le prime si ricollegano a quello che é il dato fondamentale della situazione aperta dalla guerra: il fatto cioè che questa é stata combattuta dalla parte vincente con la partecipazione diretta dei partiti tradizionali della classe operaia assurti a forze agenti e dominanti dello spaventoso massacro. Bisognava dare al conflitto l’apparenza di un “contenuto sociale”, e non é certo a caso che gli stessi slogan fossero lanciati, con tanto maggior zelo e calore quanto più la guerra volgeva alla fine, da una parte e dall’altra della barricata, e la repubblichetta di Salò gettasse sul mercato il suo piano di “socializzazione” dell’economia italiana proprio mentre il Consiglio nazionale francese della Resistenza portava a termine il suo. La pace, portando quasi dovunque al potere i partiti cui era spettato durante la guerra l’onore di convogliare in essa il proletariato non come massa passiva e recalcitrante ma come forza attiva, affidava loro il compito di sostanziare, dello stesso “contenuto sociale”, la ricostruzione postbellica, la riattivazione del meccanismo logoro dell’economia borghese. L’ideologia della “nazione” e del “popolo” doveva realizzare nella pace gli stessi benefici effetti che aveva realizzato in guerra con un insieme di parole d’ordine immediatamente suggestive per la classe operaia. La via era stata indicata e tracciata dagli stessi più tipici rappresentanti della conservazione capitalistica, e se in Inghilterra la politica laburista delle nazionalizzazioni trovava un terreno già preparato dalla politica economica del gabinetto Churchill, in Francia, dove il carattere propagandistico e pubblicitario della campagna delle nazionalizzazioni è stato particolarmente trasparente, i propagandisti di sinistra potevano ereditare gli slogan gaullisti della lotta contro i monopoli e per “l’assunzione da parte della nazione dei fondamentali mezzi di scambio e produzione e la partecipazione della classe operaia alla direzione della economia nazionale” (Programma del Consiglio nazionale della Resistenza, inverno 1944).
Il frastuono scatenato dalla sapiente regia dei partiti di massa passava la spugna sulla memoria degli operai, ai quali pur non sarebbe dovuto sfuggire che le stesse parole d’ordine e le stesse realizzazioni avevano fatto la fortuna della Carta fascista del Lavoro e la miseria del proletariato italiano, tedesco o giapponese.
Più complesse erano le esigenze economiche. La ricostruzione dell’economia capitalistica esigeva, soprattutto in Europa dove il dissesto era stato più pauroso, la concentrazione massima dei mezzi e delle possibilità di produzione, la mobilitazione di tutte le energie e di tutti i capitali: l’intervento diretto dello Stato nella direzione dell’economia era imposto da ragioni di classe, le stesse che avevano determinato durante la guerra la disciplina ferrea della produzione e, come stupefacente contropartita, avevano motivato in America la garanzia statale dei profitti. Industrie spaventosamente deficitarie da risanare, capitali inattivi da mobilitare, situazione generale d’incertezza, negativa dal punto di vista della iniziativa e dell’investimento capitalistico privato, così come da quello delle possibilità obiettive di realizzazione del profitto, necessità di aumentare la produzione e di tendere al massimo l’arco della produttività operaia, disordine e irrequietezza nel mercato del lavoro (commentando i piani di nazionalizzazione nel periodo della resistenza, De Gaulle ne sintetizzava gli obiettivi nell’attribuzione allo Stato di un ruolo di organizzazione economica “al fine di aumentare la produzione e conciliare gli antagonismi sociali”)1: erano questi i problemi che si affacciavano con terribile urgenza al capitalismo e che solo “forze di sinistra” potevano compiutamente risolvere proprio per lo spietato carattere di classe che rivestivano, proprio per l’intensificato sfruttamento del lavoro che imponevano.
Oggi, a distanza di poco più di un anno dalla fine del conflitto, un’analisi critica di quanto é stato fatto nei principali settori economici europei permette di concludere con estrema nettezza che gli obiettivi di classe della nazionalizzazione sono stati raggiunti, quasi sempre, senza neppure salvare la faccia2.
Ciò é particolarmente vero in Inghilterra, dove il governo laburista si é assunto il compito di portare a termine quell’opera di potenziamento dell’economia nazionale, di riorganizzazione e razionalizzazione dell’industria e di controllo e mobilitazione del credito che non era riuscito al governo conservatore e che era imposto come imperiosa esigenza dalla necessità di riguadagnare il terreno perduto sul terreno delle competizioni commerciali e nella stessa compattezza politica dell’impero. Il controllo e l’intervento statali nell’economia, mentre da una parte hanno qui portato alla statizzazione di alcuni servizi pubblici la cui gestione privata rappresentava ormai un anacronismo rispetto alle necessità funzionali dell’Impero3, hanno trovato la loro più classica espressione nella nazionalizzazione dell’industria carbonifera e in quella della Banca d’Inghilterra, provvedimenti chiaramente intesi a concentrare la struttura economica nazionale, a potenziarne l’efficienza, a colmarne il deficit e, nello stesso tempo, a garantire i redditi di capitale in un periodo di difficilissima congiuntura economica.
E’ intatti caratteristico che la nazionalizzazione abbia avuto inizio proprio in quel settore industriale di cui più si lamentava da oltre un venticinquennio l’arretratezza tecnica, la ridotta capacità produttiva, l’incapacità di concorrere sul mercato mondiale con l’industria americana ed europea, e l’altissimo grado di dispersione in un’infinità di unità produttive scarsamente efficienti o addirittura passive: l’industria carbonifera. La via era già stata tracciata dal Coal Act del 1938, che disponeva il riscatto delle “royalties”, cioè dei diritti dei proprietari terrieri ad un premio sul carbone estratto nelle miniere sottostanti al suolo di loro proprietà, accollando all’erario – e quindi al contribuente – una spesa di 64,5 milioni di sterline, e dai provvedimenti presi dal gabinetto conservatore durante la guerra ai fini della disciplina della produzione e del consumo dei combustibili.
Il Coal Industry Nationalization Bill ha portato a termine questo processo senza che sostanziali divergenze siano affiorate tra i partiti. La legge, che si propone esplicitamente l’obiettivo di razionalizzare e riorganizzare in senso unitario la produzione e la lavorazione del carbone, dispone il passaggio in proprietà allo Stato di tutte le industrie relative all’estrazione, lavorazione e distribuzione del minerale e di alcune branche industriali ad esse collegate: l’acquisto delle attrezzature industriali avviene per il tramite del National Coal Board, il quale dirigerà l’intero complesso economico in vista, da una parte, “di promuovere la sicurezza del lavoro e la salute e il benessere dei lavoratori”, e dall’altra di gestire le imprese in modo che le entrate coprano le spese, secondo cioè il normale criterio amministrativo di qualunque impresa privata. Il National Coal Board é costituito da un presidente e da otto membri nominati dal Ministero per i combustibili e l’energia e scelti fra una rosa di esperti dell’amministrazione industriale e commerciale dell’organizzazione del lavoro, ai quali, regolandosi sulle entrate normali dei dirigenti dell’economia privata, é stato assegnato lo stipendio annuo di 17.500 lire sterline4: di fronte ad esso il Ministro ha poteri di carattere indicativo generale, ma non esecutivi, mentre funzioni puramente consultive hanno i consigli dei consumatori del carbone per uso industriale e domestico. Il riscatto avviene mediante concessione agli azionisti di titoli del debito pubblico soggetti a determinate restrizioni nella loro disponibilità, e, quanto al suo ammontare, esso è stabilito da una speciale commissione arbitrale composta di alti magistrati sulla base del prezzo di mercato libero delle aziende.
Ne consegue: 1) la direzione dell’industria carbonifera é affidata, sotto il controllo generale dello Stato, ad “esperti” industriali e commerciali che sono praticamente le stesse persone fisiche dei più noti rappresentanti dell’alto capitalismo, mentre é esclusa la famosa rappresentanza diretta degli operai; 2) gli ex-azionisti ricevono obbligazioni a reddito fisso garantite dallo stato e indipendenti nel loro frutto dall’avvenire e dalle mutevoli vicende dell’industria carbonifera, mentre una ristretta cerchia dei medesimi (quegli stessi che già imperavano come magnati del carbone prima della nazionalizzazione) ricevono per altra via, la via del lautissimo stipendio di funzionari del National Coal Board, un profitto capitalistico sotto garanzia statale; 3) l’erario, cioè ancora il contribuente, si accolla il riscatto di un’industria deficitaria: i debiti contratti precedentemente da questa potranno essere rimborsati con largo respiro; disposizioni estremamente longanimi sono state emanate allo scopo “di proteggere quelle persone che hanno pagato alti premi per le azioni preferenziali ad alto frutto”, (Times del 21-12-45); 4) la non commerciabilità almeno iniziale dei nuovi titoli, che aveva suscitato alcune reazioni negli ambienti finanziari, serve in realtà ad impedire che una precipitosa e compatta offerta sul mercato ne riduca il valore, mentre il Tesoro ha promesso “non ufficialmente” di adottare “un atteggiamento ragionevole ogni qual volta un ex-proprietario abbia bisogno di fondi per reinvestimenti produttivi (Reuter, comunicato del 21-12-45), talché la reazione in borsa é stata complessivamente favorevole; 5) le industrie nazionalizzate funzionano secondo i criteri della normale contabilità commerciale; 6) l’Ufficio Nazionale del Carbone ha per suo compito precipuo quello di favorire e portare a termine una riorganizzazione e un ammodernamento dell’industria estrattiva e di trasformazione suscettibili di aumentare la produttività del lavoro e di comprimere i costi.
Un comunicato Reuter del 22-12-45 precisava: “La miglior cosa nella legge é che l’Ufficio Nazionale sarà in grado di spendere 150 milioni di sterline in nuova moneta fornita dal governo, oltre alla facoltà di prendere in prestito 10 milioni per le riattrezzature di capitali nei primi cinque anni: il più forte argomento in favore della nazionalizzazione é che questo capitale “fresco” non avrebbe potuto in nessun altro modo essere ottenuto”. In altre parole, solo la nazionalizzazione permetterà la mobilitazione di capitali inattivi e, attraverso questa mobilitazione, una riorganizzazione su vasta scala della produzione. Quanto agli ex-azionisti, essi possono dormire sonni tranquilli sul cuscino dei titoli di stato e sui redditi che per altra via otterranno.
Quanto alla nazionalizzazione della Banca d’Inghilterra, é da notare che essa ha lasciata intatta, se non formalmente, sostanzialmente la precedente attrezzatura dell’istituto; il governatore, il suo aggiunto e i 16 membri del consiglio di amministrazione sono nominati dalla Corona tra i soliti esperti finanziari: il Tesoro può dare direttive alla banca ma non può prendere provvedimenti a carattere esecutivo senza consultarla, mentre l’Istituto di emissione può “chiedere tutte le informazioni e dare tutti i consigli a banchieri” (Economist, 18-10-45) intervenendo così a sostegno delle contrattazioni private e indirizzando il capitale verso gli investimenti più produttivi: infine, gli azionisti ricevono quattro obbligazioni al 3 % per ogni azione, in modo da aver garantito per un ventennio lo stesso interesse del 12% annuo che negli ultimi 22 anni le azioni davano loro in media. E’ altresì significativo che, contemporaneamente alla politica delle nazionalizzazioni, una legge sugli investimenti sia venuta incontro all’industria privata accordando prestiti allo stesso tasso d’interesse, normalmente basso, che lo Stato paga per il debito pubblico, e che la nazionalizzazione di altri settori industriali, come la siderurgia, contempli l’istituzione di due settori paralleli, uno nazionalizzato, l’altro libero, permettendo così una doppia mobilitazione del capitale sotto l’egida sovrana dello Stato.
Se i laburisti hanno dunque tutto il diritto di vantarsi, come hanno fatto anche di recente, di aver garantito alla Gran Bretagna un periodo di pace sociale e sventato la minaccia degli scioperi, altrettanto diritto dobbiamo riconoscere loro di aver tutelato senza fronzoli retorici gli interessi fondamentali dei capitalisti.
Le stesse finalità produttivistiche ritroviamo in Francia alla base della politica delle nazionalizzazioni, insieme con una forte accentuazione dei motivi politici e propagandistici. E’ l’ideologia della “nazione”, delle nazionalsocialiste “Reichsvereinigungen”, della “comunità popolare”, che ha qui presieduto alle nazionalizzazioni, ed è in nome della cosiddetta lotta contro i monopoli che lo Stato si é assunto la direzione e le passività di industrie notoriamente deficitarie5 sottraendole ai capitalisti privati, mentre gli uomini politici di sinistra, di destra e di centro, e con essi la Confédération Générale du Travail, organizzavano il “battage” pubblicitario per l’aumento della produttività e per una politica di sacrifici “comuni” di tutta la nazione6.
Abbiamo già osservato che il programma della nazionalizzazione rimonta al periodo della resistenza e le sue prime realizzazioni al governo De Gaulle. Da allora, il programma si é svolto secondo una logica linea di sviluppo con differenze soltanto formali introdotte dal governo Gouin allo scopo di rinverdire il mito del controllo popolare sulla gestione delle grandi aziende. In realtà, la nazionalizzazione ha colpito (se questo può essere il termine), o settori industriali cronicamente in crisi, o aziende d’“interesse nazionale” o – cosa solo apparentemente in contrasto con le precedenti ragioni e giustificata dall’interesse generale di classe di rafforzare il bilancio dello stato – complessi produttivi che facevano gola allo Stato perché produttivi di altissimi profitti, e la cui espropriazione poteva essere giustificata col facile pretesto della lotta contro i collaborazionisti o con altre considerazioni patriottiche (il caso delle officine Renault, divenute Régie Nationale des Usines Renault)7. I decreti del dicembre ’44 e dell’ottobre ’45 investivano le Houillères Nationales du Nord et du pas de Calais della direzione dell’intero sfruttamento minerario dei due dipartimenti nell’“esclusivo interesse della nazione”, e lo potevano tanto più facilmente in quanto il grado di concentrazione delle aziende era in quel settore già elevatissimo mentre era relativamente basso il saggio dei dividendi. Nel programma De Gaulle lo Stato esercitava il controllo, ma non aveva la proprietà del nuovo complesso, ch’era amministrato in forma tripartita da un consiglio di rappresentanti dello stato, degli operai e dei consumatori con potere consultivo e da un presidente eletto per decreto ministeriale e investito di responsabilità personale. Era una concezione autoritaria del controllo pubblico, che il governo socialista Gouin doveva abbandonare in nome di un’amministrazione tripartita controllata dallo Stato e con responsabilità collettiva: la proprietà delle miniere passava, nell’aprile 1946, allo Stato dietro indennizzo con titoli al 3%, e a capo del gigantesco monopolio era istituito un ente nazionale, i “Charbonnages de France”, con funzioni di coordinamento e controllo su scala nazionale ed articolati in “Houilléres de Bassin” investite non soltanto del compito della produzione, gestione e vendita ma della missione di “assicurare l’equilibrio finanziario delle loro imprese tenuto conto degli obblighi relativi ad essi e particolarmente dei carichi di capitale e d’investimento” (legge 26-4-46, art. 2), e dotate di completa autonomia finanziaria.
Criteri analoghi sono stati seguiti nella nazionalizzazione dell’industria del gas e dell’elettricità: in entrambi i casi “non si ha un servizio pubblico, ma le imprese nazionalizzate vivranno e agiranno come tutte le altre imprese private” (Previd. Soc., gennaio-marzo 1945, p. 26), cioè proponendosi come obiettivo il pareggio del bilancio e la realizzazione di un utile ed esercitando un potere di monopolio nella determinazione dei prezzi.
E’ chiaro che, ad uno sforzo massimo di coordinamento e di concentrazione industriale e finanziaria, si collega qui uno sforzo convergente dello Stato per dare ad imprese normalmente deficitarie o travagliate da gravi difficoltà la possibilità di riassestarsi e di vivere con l’aiuto, l’appoggio finanziario, la direzione tecnica, il controllo politico-economico e il provvidenziale intervento risanatore, dello Stato. Sono aziende che vivono sulla base della contabilità aziendale capitalistica con in più l’enorme vantaggio di poter drenare sussidi e sovvenzioni dello Stato come istituti di interesse e di utilità pubblica e che fondano la loro politica dei prezzi non già sui decantati principi dell’interesse pubblico ma su quello della realizzazione di un utile di bilancio. E poiché si tratta in generale di aziende logore, non é davvero da stupirsi che, nel corso dei recenti aumenti di prezzo, il proletario e il consumatore francese, non parliamo del contribuente, abbiano avuto il piacere di constatare che gli aumenti più forti si verificavano proprio nelle merci e nei servizi delle imprese divenute “nazionali”. La legge del bilancio capitalistico é una legge di ferro. Ciò non impedisce ai nostri bravi teorici del “socialismo democratico”, per i quali una politica di classe é, da parte proletaria, “gretta ed egoistica”, di proclamare, a proposito appunto della nazionalizzazione francese: “Nel chiedere un’economia pianificata e diretta dal controllo dello Stato, il socialismo europeo non persegue perciò puramente interessi egoistici di classe, ma riflette gli interessi delle nazioni”8 e di parlare di democrazia industriale solo perché gli operai, praticamente militarizzati e funzionarizzati nelle nuove gigantesche aziende nazionali, avranno un loro rappresentante in seno al consiglio tripartito di amministrazione della propria prigione.
Il “cambiamento di rotta” da De Gaulle a Gouin si é pertanto limitato a sostituire, anche in altre aziende delle quali non ci occuperemo, il sistema della direzione tripartita a quello della direzione fondamentalmente autoritaria delle imprese nazionalizzate, lasciando però intatti gli altri e ben più decisivi caratteri. Ed é anche da notare che la nazionalizzazione si é circoscritta ad alcuni settori economici lasciando “liberi” altri settori non meno palesemente monopolistici, mantenendo il mercato e le sue leggi e riassorbendo nel nuovo apparato direttivo lo stesso personale delle vecchie imprese a gestione privata.
Né il quadro cambia se ci riferiamo alla nazionalizzazione attuata nel settore bancario. E’ stata qui preminente l’esigenza di un contingentamento e di una disciplina del credito ai fini della ricostruzione: è stata nazionalizzata la Banca di Francia dietro trasferimento delle azioni allo Stato contro obbligazioni nominative negoziabili fruttanti il 2%: sono state pure nazionalizzate le quattro grandi banche di deposito contro cessione agli azionisti di carature che danno diritto ad un dividendo annuo da stabilirsi dai consigli di amministrazione e comunque non interiore a quello del 1944 (e il Lavergne commentava che lo Stato “espropriando quelle quattro banche, ha assunto imprese il cui profitto non ha cessato per vari anni di essere estremamente basso” e se ne é accollati tutti gli oneri, Revue Economique et Sociale, febbr. 1946): nei consigli di amministrazione di questi istituti prevalgono in modo nettissimo i rappresentanti dell’amministrazione finanziaria dello Stato affiancati dai soliti competenti in materia economica, industriale e commerciale, e da altrettanti portavoce delle organizzazioni sindacali “più rappresentative” agenti nei limiti stabiliti da decreti governativi9; infine, fatto estremamente caratteristico, non sono nazionalizzate proprio quelle grandi “banche d’affari” che tradizionalmente esercitano una potestà monopolistica sulla vita economica francese e non solo controllano il finanziamento industriale, ma hanno potenti vincoli con l’estero (e un nostro buon socialista se ne stupisce! v. Giuseppe Colombini, La Riforma bancaria in Francia, Critica Sociale, 1-16 gennaio 1946), mentre tutta la struttura bancaria é stata sottoposta al controllo, questo sì (ed é ben naturale), dello Stato per il tramite di organismi governativi come il Conseil National du Crédit e la Commission de Contrôle des Banques.
Per concludere con questa sommaria rassegna, abbiamo in Francia un esteso controllo del credito in vista del suo accentramento e della sua mobilitazione ai fini della ricostruzione dell’apparato produttivo capitalistico in una misura che all’iniziativa privata non sarebbe stata consentita; un intervento disciplinatore dello Stato nella produzione per ridare ossigeno alle industrie boccheggianti e favorire una ripresa della potenza espansiva dell’imperialismo francese; la creazione di un insieme di imprese statali dotate di piena autonomia finanziaria e dirette secondo le regole in uso nelle società industriali e commerciali, e quindi con gli stessi criteri di sfruttamento, in vista del pareggio delle entrate e delle uscite, e della realizzazione del più alto utile possibile, secondo le leggi della concorrenza e del mercato, sia esso nazionale od internazionale; la costituzione, infine, di un’enorme bardatura statale e di un gigantesco apparato funzionaristico nel quale, e attorno al quale, si muovono gli stessi uomini del vecchio capitalismo francese, tradizionalmente attrezzato a vivere in perfetta simbiosi con lo Stato. La “Patrie” si é messa una corazza di funzionari (il solo Ministero degli Interni ha portato il suo organico da 14.160 a 96.000 funzionari dal 1938 ad oggi) e contro ad essa continua disperatamente a cozzare la classe operaia.
Il fenomeno é forse meno trasparente dal lato giuridico, ma ancor più suggestivo nella sostanza, nell’esperimento cecoslovacco e polacco. Si é giunti qui, dove lo sforzo ricostruttivo imponeva decisioni vitali e ben più energiche, ad un intervento molto più generalizzato del potere statale nell’economia. Mentre larghi settori venivano lasciati al libero sfruttamento del capitale privato, debitamente incoraggiato e promosso dagli stessi poteri pubblici, soprattutto nei settori interessanti il commercio e la distribuzione, l’intera grande industria è stata nazionalizzata tanto più facilmente e senza contrasti, in quanto in molti casi si trattava di espropriare senza indennità proprietà di cittadini ex-nemici o di collaborazionisti.
Per il resto, in entrambi i paesi, l’espropriazione avveniva dietro adeguato indennizzo agli ex-proprietari od azionisti, e tutta l’economia nazionale veniva sottoposta ad un regime di controllo simile a quello che tutta l’Europa centrale aveva già sperimentato sotto il nazismo.
Che questi provvedimenti mirassero soprattutto a rendere possibile e rapida la ricostruzione con mezzi che la sola iniziativa privata non avrebbe consentito, è dimostrato dal contemporaneo sforzo di pianificazione, che nei due paesi si compie sotto direzione “di sinistra”; che l’intervento dello Stato abbia avuto generalmente scopi di salvataggio risulta dalle stesse dichiarazioni del ministro cecoslovacco dell’Industria, secondo il quale il primo anno di nazionalizzazione si chiude con un deficit di 1 miliardo di corone nelle miniere di carbone, con un deficit di 896 milioni di corone nelle acciaierie, con un passivo di 400 milioni nell’industria chimica (dati delle Basler Nachrichten 10-10); il carattere capitalistico delle imprese socializzate é dimostrato dal fatto che conservano una piena autonomia finanziaria e lavorano in vista della produzione di profitti (Revue Internationale, 1946, n. 5); la finalità di classe della legge è sottolineata dal par. 2 del decreto 24-10-1945, che crea in Cecoslovacchia i comitati d’impresa, con lo scopo di garantire “il funzionamento normale e senza scosse dell’azienda”; inoltre, in Polonia le imprese nuove non sono colpite dalla nazionalizzazione e restano proprietà privata intangibile, mentre speciali garanzie sono istituite a tutela degli interessi del capitale straniero investito nelle industrie soggette a nazionalizzazione.
La verità é che in questi paesi l’estrema penuria di beni capitali, la deficienza di personale tecnico e di mano d’opera specializzata (specie dopo l’espulsione delle minoranze tedesche) e la violenta crisi da cui la loro struttura economica era stata colpita con la fine della guerra, esigevano una disciplina unitaria della produzione ed un rapido aumento della produttività del lavoro. Ed é su quest’ultimo terreno che appare più chiaro il carattere di spietato sfruttamento dell’economia “controllata”. Bisognava creare un “entusiasmo costruttivo” nelle masse lavoratrici: e si é giunti alla mobilitazione delle masse cecoslovacche per l’offerta di giornate supplementari di lavoro non pagato (si veda in Drapeau Rouge dell’8 aprile 1946 l’intervista del presidente del P. C. belga Lahaut), all’organizzazione di “brigate del lavoro” per le miniere e all’introduzione del lavoro obbligatorio degli studenti, alla campagna per la mobilitazione industriale e alla minaccia di sanzioni contro gli “attentati alla morale lavoratrice”, che significa, in termini di classe, la minaccia di intervenire violentemente contro ogni reazione proletaria alle ferree leggi dello sfruttamento (per una documentazione degli slogan propagandistici ( v. Economist, 19 ott. 1946). Solo in virtù di una simile mobilitazione si potranno infatti raggiungere a tempo di record gli altissimi indici di produzione stabiliti dai “piani”.
Così la nazionalizzazione s’inquadra in un processo di esasperazione ed accelerazione del ritmo di accumulazione capitalistica, e perciò dello sfruttamento del lavoro umano. E poiché esso si realizza in paesi a forte mordente nazionalistico, diventa l’arma prediletta della preparazione a nuovi e ancor più terribili urti imperialistici. In economie di questo tipo (e tutte le economie sono fondamentalmente simili, nella fase imperialistica del capitalismo), la spietata lotta di concorrenza non é annullata sul terreno nazionale, ed è acuita ed esacerbata sul terreno internazionale.
Più volte é stato chiarito dal nostro movimento che l’attuale fase della dominazione capitalistica é, nel fondo, fascista, in quanto tende a realizzare pur con altri mezzi lo stesso inquadramento ferreo delle masse lavoratrici nello Stato, lo stesso svuotamento del carattere classista degli organismi sindacali, lo stesso controllo dell’opinione pubblica, che gli Stati totalitari erano riusciti precedentemente ad imporre. Questo inquadramento avviene non solo attraverso il rafforzamento rapido e efficacissimo degli organi tradizionali dello Stato capitalistico, ma anche (e con non minore efficacia) attraverso la rete a maglie fitte dei grandi partiti, il cui alternarsi alla direzione della “cosa pubblica” serve solo a far apparire meno rigido e soffocante il metodo totalitario di governo.
Orbene, le nazionalizzazioni hanno servito ottimamente a questo scopo, mettendo a disposizione dei “partiti della ricostruzione” un ulteriore e potentissimo strumento di manovra e di controllo, vuoi ai fini delle continue lotte di concorrenza fra di loro, vuoi ai fini di una prolungata e martellante pressione economica e politica sul proletariato. La storia delle nazionalizzazioni in Francia ha dimostrato come i diversi partiti succedutisi al governo modellassero, a loro immagine e somiglianza, le industrie nazionalizzate, e si creassero nel loro seno una vastissima clientela, costituita sia dallo stuolo di medio e piccoli borghesi entrati a far parte della nuova gigantesca burocrazia di Stato, sia dai funzionari sindacali che le nazionalizzazioni hanno perfettamente inquadrato nel meccanismo statale10. In tal modo le nazionalizzazioni s’inseriscono come particolare momento in quel processo di rinnovamento della società capitalistica che, da una parte, tende a legare a doppio filo allo Stato le organizzazioni sindacali operaie e, dall’altra, mira a riassorbire nell’apparato produttivo e amministrativo borghese gli strati socialmente e politicamente infidi e fluttuanti dei ceti medi e, se occorre, gli stessi capitalisti individuali che lo sviluppo del sistema capitalistico ha privato della proprietà privata o del controllo diretto dei mezzi di produzione.
E poiché in tutti i Paesi i “grandi” partiti politici vivono non per virtù propria, ma in quanto agenti di pubblicità e di commercio delle grandi ditte internazionali capitalistiche che, nell’attuale schieramento postbellico, si chiamano Inghilterra, Russia e Stati Uniti, la politica delle nazionalizzazioni rientra nel quadro generale della lotta svolta da questi colossi per accaparrarsi, tramite i partiti da essi dipendenti, i posti di controllo o addirittura di comando delle singole economie “nazionali” (e che meglio si direbbero coloniali), cioè, in definitiva, nel quadro generale della strategia su cui va intessendosi la trama della futura terza guerra imperialistica.
Possiamo dunque concludere sintetizzando: La nazionalizzazione non sopprime né il mercato, dalle cui leggi continua ad essere dominata l’economia, anche se all’interno delle frontiere nazionali é garantito all’industria nazionalizzata un apprensivo regime di monopolio, né lo sfruttamento del lavoro, attraverso la realizzazione ed appropriazione del plusvalore: in una gran parte dei casi, tende al salvataggio di unità economiche deficitarie, in tutti garantisce per vie più o meno palesi il profitto capitalistico. Sul piano dei rapporti inter-imperialistici, essa costituisce l’espressione più evidente e scoperta della tensione di tutte le forze economiche nazionali, in vista di un urto sul terreno della forza che essa contribuisce d’altronde a preparare. Infine, nel gioco delle lotte di classe, le nazionalizzazioni rappresentano il più raffinato metodo per immobilizzare le energie attive del proletariato ed irreggimentare i suoi eventuali compagni di strada. Ciò non impedisce ai nostri bravi affossatori del marxismo di ricantare, su tutti i giornali e su tutte le riviste, le delizie dell’Europa che marcia verso il socialismo.
Note:
Per la storia delle nazionalizzazioni in Francia. si veda fra l’altro. Nationalization in France. in The World Today, agosto 1946. ↩︎
Non l’hanno neppure salvata i nostri nazionalcomunisti i quali, per bocca del min. Scoccimarro, hanno dichiarato di intendere per nazionalizzazione non la deprivatizzazione dei grandi complessi industriali, ma soltanto il controllo dello Stato sull’iniziativa privata negli interessi generali del Paese, formula, questa, tipicamente corporativa, la cui applicazione si sta compiendo in Ungheria. In questo paese, infatti, le più recenti misure di “nazionalizzazione”, che toccano aziende costituenti più della metà dell’industria ungherese, non hanno recato pregiudizio alcuno al diritto di proprietà degli azionisti, limitandosi ad avocare allo Stato la direzione e il controllo della produzione e (disposizione significativa) l’assunzione delle perdite, mentre il limite massimo dei dividendi da distribuire agli azionisti é limitato, con un procedimento di cui l’“economia corporativa” ci aveva dato già numerosi esempi, al 3%. E’ anche da notare che la “nazionalizzazione” ungherese, ridotta nei termini di un puro e semplice controllo statale sulla produzione, é prevista per un periodo di otto anni, pari a quello in cui dovranno essere pagate le riparazioni di guerra (Basler Nachrichten, 30/11). ↩︎
Della nazionalizzazione della Cable and Wireless il cancelliere dello Scacchiere Dalton ha dichiarato che essa “non soltanto costituisce un progresso nel campo sociale, ma é di utilità pratica per la politica imperiale” (Boll. Ec. Ansa, 14/5), mentre il Monde avvertiva che la C. a. W. aveva già provveduto a trasferire una parte del suo attivo ad una società del settore non nazionalizzato (28-29/4)! ↩︎
La Neue Züricher Zeitung del 2/11/46 stima a 800 milioni il deficit della sola industria carbonifera. ↩︎
Per chi ami una documentazione: il 21 luglio 1945 Thorez dichiara a Waziers, di fronte ai minatori: “Produrre é oggi là forma più elevata del dovere di classe… Affermo che in questo periodo é impossibile approvare uno sciopero di minatori”; il 2 settembre, alla festa dell’Humanité, grida: “Uno sforzo immenso dei lavoratori é indispensabile per… assicurare le basi materiali della grandezza e dell’indipendenza della Francia”; a Lione, nell’autunno, il segretario generale della C. G. T. dichiara che, poiché non si lavora più per dei trust ma per la “nazione”, dovere ed interesse degli operai é di “non sollevare scioperi e accrescere la produzione al massimo”. E si potrebbe continuare all’infinito con discorsi altrettanto patriottici di Cachin, Duclos, Philip, e con le requisitorie dei capi sindacali contro gli operai che non mettono abbastanza ardore e spirito di sacrificio nella “battaglia per la produzione”. ↩︎
A detta del The World Today dell’apr. 1946, art. cit.. “il cartello fu nazionalizzato per far fronte a determinate esigenze del mercato, oltre che allo scopo di sopprimere, o quanto meno di influire in senso moderatore su uno dei principali centri di agitazione operaia”.↩︎
F. Pagliari, La democrazia industriale in Francia, Critica Sociale, 1-16 genn. 1946. ↩︎
Sottolineiamo questo fatto non perché crediamo che la situazione cambierebbe se il “controllo operaio” fosse effettivo, ma solo a conferma del carattere demagogico delle parole d’ordine altrui. ↩︎
Quest’aspetto é particolarmente sottolineato da Gélo et Andréa in un articolo su “La Révolution anticapitaliste en France et les nationalisations” pubblicato in International correspondence, vol I, n. 2, luglio 1946. ↩︎
La tattica dell’offensiva e del social-fascismo (1929-1934)
Nel seno dei partiti socialisti della Seconda Internazionale, sia prima del 1914, sia quando, nell’immediato dopoguerra, fra il 1919 ed il 1921, si fondavano i partiti comunisti in tutti i paesi, il riflesso nel campo organizzativo, delle posizioni politiche della destra riformista e della sinistra rivoluzionaria, era opposto e consisteva in un atteggiamento unitario della prima, scissionista della seconda. In Italia fu la frazione astensionista che – in stretta concordanza con le decisioni del 2° Congresso dell’Internazionale Comunista del Settembre 1920 – prese l’iniziativa della scissione del “vecchio e glorioso Partito Socialista”.
Mentre tutte le correnti di questo partito, destra riformista e sinistra massimalista, compreso Gramsci e l’Ordine Nuovo, erano per l’unità “da Turati a Bordiga”.L’Internazionale Comunista – sotto la guida di Lenin – seguiva correttamente il metodo di Marx nella costruzione dell’organo fondamentale della classe proletaria: il partito di classe. Questo non può sorgere che sulla base della rigorosa definizione di un programma teorico e di una corrispondente azione politica la quale trovi nell’organizzazione del Partito, esclusivamente limitata a coloro che a questo programma ed a quest’azione aderiscono, lo strumento atto a determinare quello spostamento delle situazioni che è consentito dal grado della loro maturazione rivoluzionaria.
Che tanto la destra quanto tutte le altre correnti politiche intermedie siano per l’unità, questo non deve stupire giacché in definitiva esse agiscono sulla linea della conservazione del mondo borghese. Al contrario la sinistra marxista non può tendere allo sconvolgimento di questo mondo borghese che alla condizione di realizzarne la premessa nel campo ideologico, teorico ed organizzativo attraverso quella decisiva scissione che determina l’autonomia storica della classe proletaria.Nel seno della Terza Internazionale il processo si manifesta in modo differente. L’influenzamento dapprima, l’accaparramento in seguito di quest’organizzazione da parte del capitalismo si compie attraverso l’espulsione dal suo seno di ogni corrente che non si pieghi alle decisioni controrivoluzionarie del centro dirigente. Il fatto che determina questa modificazione è la presenza dello stato proletario il quale – nell’attuale fase storica di totalitarismo statale – non può tollerare alcun inciampo, ostacolo od opposizione.
Se è vero che lo stato borghese-democratico può ancora tollerare quelle discussioni od opposizioni le quali, poiché si svolgono alla periferia della sua attività, non potranno mai turbarne l’evoluzione determinata dal fulcro trovantesi nel processo di sviluppo de monopolismo finanziario, per quanto concerne invece sia lo stato proletario in via di degenerazione, sia lo stato borghese a tipo fascista (risultante dalla fase più avanzata rispetto a quella democratica della lotta fra le classi), la dittatura del centro dirigente si completa con l’esclusione di ogni possibilità di opposizione di tendenze agenti anche nel campo periferico.É noto che, al tempo di Lenin, il Partito russo conobbe un’intensa attività di discussioni nel suo seno e che, fino al 1920, poterono esistere nel suo seno persino delle frazioni organizzate. Ma si trattava allora del periodo in cui era affannosamente ricercato l’adeguamento della politica dello stato proletario alle necessità della rivoluzione mondiale. Poi il problema fu capovolto e si trattava di adeguare la politica del Partito a quella dello stato il quale obbediva sempre più alle necessità contingenti mutevoli e contraddittorie del suo allinearsi col ciclo generale dell’evoluzione storica del regime capitalista internazionale, nel quale esso si avviava ad essere incorporato.Il centro dirigente deve disporre in modo assoluto e monopolistico di tutti gli organi dello stato; comincia con le espulsioni dal partito, e finirà con l’esecuzione sommaria non solo di coloro che si oppongono irremovibilmente all’instaurato corso della controrivoluzione ma persino di coloro che tentano di salvare la vita con l’abiura della loro precedente opposizione.
Malgrado le capitolazioni, le differenti opposizioni nel seno del Partito russo, sono annientate con la violenza e col terrore. Trotzky, dal canto suo, resta fermo nella sua intransigente opposizione a Stalin; ma, poiché ricalca sul corso della rivoluzione russa lo schema della rivoluzione francese, considera che il capovolgimento della funzione dello stato russo da rivoluzionaria in controrivoluzionaria non può realizzarsi che con l’apparizione del Bonaparte russo. Fino a questa apparizione, poiché esiste un’impossibilità di intensa industrializzazione della Russia e si presenta l’ineluttabilità dell’attacco militare del resto del mondo capitalista contro la Russia, esistono anche le condizioni per “raddrizzare” l’Internazionale sia dall’interno sia, quando questo si rivelerà impossibile a causa del regime di epurazione vigente nell’Internazionale, anche attraverso le sinistre socialiste.La sinistra italiana, invece, in stretta connessione con le stesse posizioni di Marx, Lenin e con l’indicato procedimento seguito per la fondazione del Partito a Livorno, non entrò mai sia nella via delle capitolazioni di Zinoviev sia nella via del raddrizzamento di Trotzky, ma dalla opposizione programmatica nel campo politico fece discendere il conseguente procedimento frazionista sollevando costantemente il problema della sostituzione del corpo politico controrivoluzionario con quello opposto che restava nell’orientamento della rivoluzione mondiale.
In una parola, nei partiti socialisti della Seconda Internazionale la corruzione progressiva si affermava sotto la suggestione della forza d’inerzia delle forze storiche della conservazione borghese le quali cercavano di attirare nel loro girone anche la tendenza marxista e proletaria trattenendola nel seno del “Partito unito”. Invece nei partiti comunisti, a causa dell’esistenza dello stato “proletario”, l’inquinamento borghese non poteva realizzarsi che grazie all’eliminazione disciplinare prima, violenta poi di ogni tendenza che non si adeguasse alle necessità mutevoli dell’evoluzione controrivoluzionaria di questo stato: di quelle orientate verso la sinistra come anche delle altre di destra; dopo il processo di Zinoviev si avrà anche quello dei destri Rikov e Bukharin.Sul piano politico poi, mentre il processo di sviluppo della destra riformista segue una concatenazione logica che ci permette di ritrovare, nell’assalto teorico di Bernstein e del revisionismo della fine del secolo scorso, le premesse del tradimento del 1914 e dei Noske nel 1919, per quanto concerne invece il corso degenerativo dell’Internazionale Comunista vedremo un succedersi di posizioni politiche in violento contrasto l’una con l’altra. Trotzky vede, all’alba del “terzo periodo” di cui ci occupiamo particolarmente in questo capitolo, (all’epoca del Sesto Congresso nel 1928), un orientamento di sinistra suscettibile di evolvere verso un “raddrizzamento” dell’Internazionale; la nostra corrente invece vi vede un momento di quel processo di sviluppo che doveva condurre i partiti comunisti a diventare uno degli strumenti essenziali del capitalismo mondiale, processo che era destinato a giungere al suo compimento a meno di non spezzarsi grazie alla vittoria delle frazioni della sinistra marxista nel seno dei partiti comunisti.Inoltre la nostra corrente non faceva discendere dall’accrescersi della distanza fra la politica degenerante dell’Internazionale ed i programmi e gli interessi della classe proletaria la conclusione della necessità della costruzione dei nuovi partiti.
Il fatto che questa distanza si aggravava mentre il processo storico non determinava l’opposta riaffermazione della classe proletaria, ci spingeva a non commettere avventure del tipo di quella preconizzata da Trotzky che giunse fino a sostenere, dopo la presa del potere da parte di Hitler nel gennaio 1933, l’entrata dell’opposizione nei partiti socialisti. La nostra frazione continuava a preparare le condizioni della ripresa proletaria, attraverso la reale comprensione dell’evoluzione del mondo capitalista, nella cui orbita era entrata anche la Russia Sovietica.Abbiamo già visto nel capitolo destinato agli avvenimenti cinesi del 1926-27 che la caratteristica della tattica dell’Internazionale è data non da posizioni soltanto opportuniste, ma da posizioni che si oppongono in modo violento agli interessi immediati e finalistici del proletariato. L’Internazionale non può restare a mezza strada, essa deve andare fino in fondo: questo è richiesto dalle necessità dell’evoluzione controrivoluzionaria dello stato che è nel suo seno e che, dopo il trionfo della teoria del “socialismo in un solo paese”, dopo avere rotto con gli interessi del proletariato mondiale non può restare sospeso in aria, e deve volgersi direttamente e violentemente verso gli opposti interessi della conservazione del mondo capitalista.Quando le possibilità rivoluzionarie esistevano in Cina, fino al marzo 1927, si preconizza la politica e la tattica della disciplina del proletariato alla borghesia; quando queste possibilità non esistono più ci si orienta verso l’insurrezione di Canton del dicembre 1927; portando così a compimento quel corso politico che doveva condurre allo schiantamento del proletariato cinese.
Nel 1928 matura la formidabile crisi economica che scoppierà l’anno seguente in America e si estenderà successivamente a tutti i paesi. La tattica dell’Internazionale resta; nel 1928, ancora impregnata dei criteri seguiti in Inghilterra con il Comitato Anglo-russo ed in Cina col blocco delle quattro classi.L’“insurrezione” di Canton non è ancora che un episodio, che come abbiamo visto nel capitolo precedente, viene persino criticato – sebbene in sordina – all’Esecutivo Allargato del febbraio 1928. Gli avvenimenti dovevano però mostrare che non si trattava affatto di un episodio incidentale ma di un prodromo che caratterizza bene la tattica del “terzo periodo” che si instaura solo nell’anno successivo. Frattanto si applica in Francia la tattica della “disciplina repubblicana” (che va sotto il nome di “tattica di Clichy”) e che porta i comunisti ad assicurare l’elezione dei senatori socialisti e radical-socialisti contro la destra di Poincaré e Tardieu; in Germania la politica del referendum “popolare” contro le indennità ai principi; mentre il Partito italiano – in correlazione con la politica seguita nel primo periodo dell’Aventino nel giugno-novembre 1924 – lancia la direttiva dei “Comitati Antifascisti” (blocco che postula l’adesione di socialisti, riformisti e di tutti gli oppositori del fascismo).
Il C. C. del Partito scrive d’altra parte in una lettera diretta alla nostra corrente e pubblicata nel n. 4 del 1° agosto 1928 di Prometeo (edizione estera): “Noi dobbiamo anche metterci alla testa (sottolineato nell’originale) della lotta per la repubblica, ma dare a questa lotta, subito, un contenuto di classe. Si, dobbiamo dire, anche noi siamo per la repubblica garantita da una assemblea di operai e contadini”. La repubblica italiana è venuta ed essa – come tutti sappiamo – è “garantita” dall’assemblea di operai e contadini, i quali nel baraccone di Montecitorio vegliano affannosamente al successo della ricostruzione della società capitalista dopo gli sconvolgimenti occasionati dalla guerra e dalla disfatta militare.Nel 1928 l’Internazionale resta dunque nel quadro della tattica del 1926 e 1927 ed agisce in quanto ala sinistra delle formazioni politiche della democrazia borghese.Poi si passa ad una radicale modificazione.Cominciamo con l’esaminare l’aspetto teorico della nuova tattica che in una scala progressiva sarà decisa dal IX Esecutivo Allargato (marzo 1928), dal VI Congresso Mondiale dell’Internazionale e dal contemporaneo IV Congresso dell’Internazionale Sindacale Rossa dell’estate 1928, dal X Esecutivo Allargato del Luglio 1929 ed infine dall’XI Esecutivo Allargato del 1931.Nella “Risoluzione sul ruolo del Partito Comunista nella Rivoluzione proletaria” il 2° Congresso dell’Internazionale aveva ammonito: “Le nozioni di Partito e classe devono essere distinte con la più grande cura”.
La “tattica del terzo periodo”, dopo avere completamente falsato i criteri di delimitazione della classe, giunge fino alla demagogica identificazione della classe nel Partito.Nel campo economico e sociale il Marxismo delimita la classe in funzione delle basi del regime capitalista del salariato e considera che ne fanno parte quelli appunto che vivono del loro salario.La trasformazione è ora radicale: chi compone la classe in modo prevalente è la parte dei lavoratori colpita dalla violenta crisi economica, cioè i disoccupati ai qual si rivolge anche la demagogia nazista. Il Partito, in conseguenza, non stabilisce un piano di mobilitazione totale del proletariato, ma limita la sua azione alla mobilitazione dei disoccupati. Corrispondentemente i disorganizzati vengono considerati più coscienti dei lavoratori inquadrati nei sindacati e si fonda l’“Opposizione Sindacale Rivoluzionaria” mentre si trascura ogni lavoro nel seno dei sindacati diretti dai “social-fascisti”. Il proletariato si trova così spezzato in due: la parte controllata dal Partito, che comprende poi l’avanguardia, è scissa dal resto della classe lavoratrice e lanciata in azioni offensive, che dovevano offrire le migliori condizioni al successo della repressione capitalista.Nel campo più schiettamente politico la nuova tattica non mira a colpire la classe capitalista nel suo complesso, ma ne isola una delle forze, quella socialdemocratica che sarà qualificata “social-fascista”.
In Germania, dove allora è il perno dell’evoluzione del capitalismo mondiale e dove si prepara la liquidazione del personale democratico per sostituirvi quello nazista mentre è in corso la modificazione corrispondente della struttura dello stato capitalista, il Comintern invece di impostare l’azione di classe del proletariato contro il capitalismo, chiama le masse a combattere isolatamente il “social-fascismo” come nemico numero uno, il che doveva fare del Partito Comunista un fiancheggiatore dell’attacco di Hitler. E quando questi prende l’iniziativa di un referendum “popolare” per rovesciare il governo socialdemocratico di Prussia, il Partito tende di fatto alla stessa meta poiché non fa del suo intervento al referendum un momento dell’azione generale contro la classe capitalista, ma resta nel quadro d’ella lotta contro il “social-fascismo”.Sul piano politico più generale la politica del Partito è sintetizzata nella formula di “classe contro classe”. La classe proletaria è oramai costituita dal Partito da cui promanano tutte le formazioni annesse (opposizione sindacale rivoluzionaria, Lega anti-imperialista, Amici dell’U. R. S. S. ed i molteplici altri organismi collaterali): tutto quanto è al di fuori del Partito e dei suoi annessi (e non si dimentichi che dal Comintern erano state espulse tutte le correnti marxiste) è la classe borghese o più esattamente il “social-fascismo”. Gli organismi di massa non derivano più dalle basi dell’economia capitalista ma risultano dall’iniziativa del Partito, mentre le frazioni sindacali sono praticamente eliminate e mancano della loro ragione di essere, dato che i sindacati – agendo fuori dell’orbita del Partito, – sono degli organismi “social-fascisti”.È in questo periodo che sorge la grande divinità della “linea politica del Partito”.
Come si era lontani dal tempo di Lenin quando le posizioni tattiche del Partito erano sottoposte alla verifica degli avvenimenti e si cercava affannosamente di determinarne la validità! Ormai la “linea politica” era consacrata un’istituzione divina e diventava un delitto non solamente contestarne l’infallibilità, ma anche non comprenderne il nascosto significato. Cosa, questa, assolutamente impossibile giacché la “linea politica del Partito” obbediva unicamente alle indicate necessità dell’adeguazione dello stato russo al suo nuovo ruolo di strumento della contro-rivoluzione mondiale e chi poteva rifletterne le vicissitudini era unicamente il centro direttivo che si trovava alla testa di questo stato. Ne conseguivano le svolte brusche e ripetute che lasciavano regolarmente cadere nell’inferno dei colpevoli quei dirigenti del Partito che, per il fatto di non avere completamente abbandonata la facoltà di ragionare e di riflettere, dimostravano di non essere dei “veri” bolscevichi poiché non giungevano a difendere oggi con eguale calore l’opposto di quanto dicevano ieri.
Si potrebbe, in forza di un’analisi superficiale, considerare che i successi realizzati nel campo dell’industrializzazione in Russia, il rafforzamento economico e quindi militare dello stato russo ed il contemporaneo scatenamento dell’offensiva “rivoluzionaria” negli altri paesi avrebbero dovuto determinare una replica violenta da parte del capitalismo contro lo stato russo. Non solamente questo non avvenne, ma poco dopo la vittoria di Hitler in Germania gli stati Uniti riconoscevano ufficialmente la Russia che – secondo le affermazioni stesse dei dirigenti del Comintern – conseguiva così una importantissima vittoria diplomatica, mentre le porte della Società delle Nazioni – quella che Lenin qualificò con esattezza “la società dei briganti” – si aprivano all’ingresso della Russia dei Soviet. Era questo il logico epilogo del corso seguito dalla politica del Comintern.
In effetti esisteva una concomitanza strettissima tra i successi dei piani quinquennali (resi possibili anche grazie al concorso del capitalismo il quale importava in Russia materie prime contro esportazione di grano, mentre le razioni di pane erano assolutamente insufficienti) e la politica dell’offensiva “rivoluzionaria”. In Russia le “colossali vittorie del socialismo” erano in realtà il risultato dell’intensificato sfruttamento dei proletari, e negli altri paesi la classe proletaria era messa – grazie alla tattica del “terzo periodo” – nell’impossibilità di reagire all’offensiva capitalista. E la vittoria della Russia nel campo dell’industrializzazione ed in quello diplomatico. come la conquista del potere da parte di Hitler in Germania, sono due aspetti di uno stesso corso: del corso vittorioso della controrivoluzione del capitalismo mondiale, sia in Russia che negli altri paesi.
* * *
Passiamo ora ad una succinta analisi dei documenti ufficiali del Comintern e degli avvenimenti che caratterizzano la tattica del “terzo periodo”. Perché “terzo”? Il VI Congresso mondiale precisa così:
1° periodo (1917-23), compreso tra la vittoria rivoluzionaria in Russia e la disfatta rivoluzionaria in Germania. Quello della “crisi acuta” del capitalismo e delle battaglie rivoluzionarie;
2° periodo (1923-28). Quello della “stabilizzazione capitalista”;
3° periodo (iniziatosi nel 1928 e che doveva terminale nel 1935, quando si fece il capitombolo dal “social-fascismo” al Fronte Popolare). Quello della “radicalizzazione” delle masse.
Cominciamo col rimarcare che questa schematizzazione delle situazioni non ha nulla a vedere con il marxismo che non distingue “compartimenti” ma si rappresenta il processo di sviluppo che collega strettamente le situazioni e nel quale i criteri marxisti della lotta delle classi permettono di scorgere le fluttuazioni favorevoli e sfavorevoli. Queste si muovono, nel periodo che va dal 1917 al 1927, dalla vittoria rivoluzionaria in Russia, ed al suo riflesso nella fondazione dell’Internazionale Comunista, – vittoria del principio internazionale ed internazionalista – alla negazione di questo principio, quando, sulle orme della sconfitta della rivoluzione in Cina, trionferà la teoria nazionale e nazionalista del “socialismo in un solo paese”.
La classificazione del VI Congresso lascia per esempio nel primo periodo dell’avanzata rivoluzionaria il novembre 1922 in Italia, avvenimento che ebbe un’importanza eccezionale non solo per il settore italiano ma per tutta l’evoluzione politica del mondo capitalista.
Quanto alla caratterizzazione del “terzo periodo”, il VI Congresso dettaglierà così la sua analisi:
1) La guerra è imminente. Chi si azzarda a negare quest’imminenza non è un “bolscevico”. Guerra non solo fra gli imperialismi (a quest’epoca la costellazione fondamentale è presentata nel quadro dell’opposizione violenta dell’Inghilterra e degli Stati Uniti). Guerra altresì di tutti gl’imperialismi contro la Russia: vi sarebbero “ineluttabilmente” portati sia l’Inghilterra che vi vedrà la “condizione pregiudiziale per la sua ulteriore lotta contro il gigante americano”, sia gli Stati Uniti i quali, se non hanno un interesse così urgente ad abbattere il “socialismo in Russia”, non possono che mirare ad estendere il loro dominio anche in questo paese.
2)L’aggravamento della lotta di classe.“Il proletariato non resta sulla difensiva, ma passa all’attacco”. Le masse sono tanto più “radicalizzate” quanto più sono disorganizzate.
3) Il nuovo ruolo della socialdemocrazia divenuta “social-fascista”. Nel 1926-27 la socialdemocrazia è un’alleata alla quale (vedi Comitato anglo-russo) il Comintern abbandona la direzione dei movimenti proletari. Oggi è il nemico numero uno. I nazisti scatenano l’offensiva in Germania: il Partito non imposterà un piano di lotta contro il capitalismo e sulla base della lotta di classe, ma esclusivamente contro il “social-fascismo”. Nello stesso tempo, poiché le organizzazioni sindacali di massa sono inquadrate da un apparato organizzativo “social-fascista”, ne consegue la necessità di abbandonare le masse che vi si trovano e di passare alla costruzione di un’altra organizzazione: l’“Opposizione sindacale rivoluzionaria”, che difende “la linea politica del Partito”.
Si noti la contraddizione flagrante esistente fra le due imminenze: quella dalla rivoluzione e quella della guerra. È eretico chi ne ammette una sola. È eretico quindi il marxista il quale, in forza dell’interpretazione materialista della storia, se constata una imminenza, non può che escludere l’imminenza opposta e si fonda quindi sul capovolgimento delle situazioni nel corso del processo storico che conduce la guerra al suo opposto: alla rivoluzione.
Gli avvenimenti provavano che, punto per punto, i capisaldi della nuova tattica dovevano essere completamente smentiti. In effetti:
La guerra non era affatto imminente nel 1919 e, quando essa scoppiò nel 1939. le costellazioni furono completamente diverse, l’Inghilterra diventando l’alleata degli Stati Uniti e questi due imperialismi – i più ricchi – diventando a loro volta alleati del “Paese del Socialismo”.
Non la classe operaia ma il capitalismo passa all’offensiva che ottiene i suoi successi nella vittoria di Hitler nel gennaio 1933 ed infine nello scatenamento della seconda guerra imperialista mondiale.
Non si entra in un’epoca “social-fascista”, ma in Germania sarà il fascismo che trionfa. Il capitalismo liquida temporaneamente la socialdemocrazia, salvo a richiamarla nel corso della guerra, quando, in combutta con democratici e nazional-comunisti da una parte, fascisti e nazionalsocialisti dall’altra, il mondo capitalista precipiterà nella guerra del 1939-45.
Passiamo ora ad una rapida rassegna dei fatti più importanti, che contraddistinsero la “tattica del terzo periodo”.
Abbiamo già indicato che il fatto politico predominante fu l’avvento al potere di Hitler nel gennaio 1933. Numerose altre furono le manifestazioni politiche in occasione delle quali la detta tattica ebbe occasione di mostrare le sue “virtù”, ma, nel quadro ristretto di quest’articolo, non possiamo che limitarci all’essenziale e cioè agli avvenimenti in Germania. É nel settembre 1930, solamente cinque mesi dopo che il capitalismo tedesco ha licenziato il governo di coalizione presieduto dal socialdemocratico Mueller, che comincia l’avanzata fascista. Contrariamente a quanto si verificò in Italia nel 1921-22, il nazismo tedesco segue una tattica prevalentemente legalitaria. Il meccanismo democratico si dimostra perfettamente idoneo a realizzare la conversione dello stato capitalista da democratico in fascista, cosa che non stupisce affatto un marxista e che sanno anche gli attuali imbroglioni nazional-comunisti e socialisti che sono al governo in Italia e altrove. Invece di attaccare, come fecero i fascisti in Italia, con la violenza e sotto la protezione della polizia democratica i fortilizi di classe del proletariato, i nazisti tedeschi impiegano il metodo del progressivo smantellamento legalitario dell’apparato dello stato delle posizioni direttive detenute dai loro complici: i partiti della democrazia e della Socialdemocrazia tedesca. Questo solo fatto, della possibilità che si offre al capitalismo di non fare ricorso esclusivo all’azione extralegale delle squadre fasciste, prova la profonda modificazione effettuatasi nella situazione, nella quale non agisce più la minaccia del partito di classe del proletariato.
Questa realtà sarà naturalmente capovolta dal Comintern. In un articolo di Ercoli (Stato operaio del settembre 1932) si legge fra l’altro: “la prima differenza (fra l’assalto nazista in Germania e quello fascista in Italia – N. d. R.), la più importante, quella che salta agli occhi immediatamente, è quella che passa fra il periodo in cui si è compiuta la marcia su Roma ed il periodo attuale. Allora eravamo alla fine del primo periodo del dopoguerra ed alla vigilia del periodo di stabilizzazione del capitalismo. Oggi siamo nel cuore del terzo periodo, nel cuore di una crisi economica di ampiezza e di profondità non mai vedute, di una crisi che ha avuto e ha le sue manifestazioni più gravi precisamente nella Germania… In secondo luogo è necessario fermare l’attenzione sulla linea di sviluppo del movimento delle masse” (…) “Linea discendente” (in Italia), mentre in Germania “i combattimenti decisivi stanno ancora davanti a noi e il movimento delle masse si sta sviluppando sopra una linea ascendente, nella direzione di questi combattimenti decisivi”. In realtà i combattimenti decisivi delle masse non stavano né avanti né indietro e appena un anno dopo Hitler si vedeva consegnare il governo da Hindemburg. Il Partito, che qualche giorno prima aveva organizzato una “colossale” manifestazione allo Sportpalast di Berlino, si sfalderà completamente lo stesso giorno della salita al potere di Hitler.
I momenti essenziali dell’avanzata nazista sono:
Il 9 agosto 1931, il plebiscito contro il governo social-democratico di Prussia, plebiscito richiesto da Hitler.
Le elezioni per la presidenza del Reich del 13 marzo 1932. Sul piano della tattica elettorale la questione dell’intervento del partito sia al plebiscito organizzato dai fascisti, sia alle elezioni con un candidato proprio, contro Hindemburg e Hitler, non può offrire alcun dubbio. I Comunisti non potevano prestarsi alla manovra socialdemocratica e dovevano intervenirvi; ma vi erano due modi di intervenire. Quello marxista di fare di queste due manifestazioni elettorali due occasioni di propaganda miranti a mobilitare il proletariato su basi di classe e contro il regime capitalista, il che portava come conseguenza la lotta contro l’evoluzione che era in corso nello stato capitalista da democratico in fascista, evoluzione che non poteva essere combattuta se non dal proletariato e dal suo partito contro tutte le forze capitaliste (democratiche e fasciste) solidamente unite per il trionfo del nazismo; e quello discendente dalla “tattica del terzo periodo”, consistente nello staccare queste due manifestazioni elettorali dal processo reale nel quale esse erano incastrate facendone due episodi di convalida della “linea politica del partito” che combatte non più la classe borghese ma una sola delle sue forze: il “social-fascismo”. Il plebiscito che i fascisti organizzano per sbalzare il governo socialdemocratico prussiano di Braun Severing diventa il “plebiscito rosso” da volgere a convalida della “politica del partito”. Nelle elezioni presidenziali si chiamano le masse a votare contro Hitler e Hindenburg e per il capo del partito Thälman, ma non per la dittatura proletaria. Bensì per la realizzazione del “programma di emancipazione nazionale”. Ora, poiché le dette elezioni erano altrettanti momenti della trasformazione dello stato borghese da democratico in fascista, la partecipazione del Partito non in funzione della lotta contro il capitalismo, ma della lotta contro il “social-fascismo”, non poteva che condurre a facilitare la detta trasformazione dello stato. Si trattava cioè nel primo caso di realizzare la cacciata dei socialisti dal governo prussiano, nel secondo caso di affidare al partito l’obbiettivo della “emancipazione nazionale”. Appare chiaro quindi che il Partito prendeva una posizione concorrente a quella nazista e, se gli avvenimenti dell’epoca portarono alla vittoria del nazismo, nulla esclude che nella situazione attuale lo stesso programma sarà inalberato dal “partito socialista unificato” di Germania il quale, sotto l’egemonia dell’imperialismo russo, parla di “emancipazione nazionale” contro la stessa “emancipazione nazionale” che l’imperialismo anglosassone vuole realizzare a suo profitto.
Quanto alla politica del partito nel campo sociale, essa discendeva dai surricordati criteri della lotta contro il “social-fascismo”, della moltiplicazione delle scaramucce, della “politicizzazione degli scioperi”.
Ovunque la violenta crisi economica determini un movimento di resistenza dei lavoratori e particolarmente dei disoccupati, il partito interviene immediatamente per farne un episodio di realizzazione “rivoluzionaria” con la conseguenza che, mentre la minoranza viene mitragliata, il resto della massa assiste scoraggiata all’incedere vittorioso dell’offensiva capitalista. L’episodio più caratteristico di questa tattica si ha nella manifestazione del primo maggio 1929 a Berlino quando Zörgiebel – il questore socialista degno successore di Noske – può stendere al suolo ventinove proletari senza che si determini un movimento delle masse, che peraltro non parteciperanno affatto alla manifestazione contro il “social-fascismo”.
Mentre il movimento nazista progredisce a passi giganteschi, “L’Internationale Communiste” nel suo numero del primo maggio 1932, dopo le elezioni presidenziali, constata “il rinculo particolare del partito nelle regioni industriali, rinculo che si manifesta proprio in quelle regioni dove i nazionalsocialisti conseguono una serie di grandi vittorie”.
Ma non per questo la grancassa della demagogia tacerà.
Thälman dichiara: “noi semineremo la disgregazione nel campo della borghesia. Noi allargheremo la breccia nelle file della socialdemocrazia e accresceremo il processo di effervescenza nel seno di questo partito. Noi formeremo delle brecce ancora più profonde nel campo hitleriano”.
Questa tattica che, come abbiamo visto è in definitiva di affiancamento della politica nazista, non riceve altra giustificazione da parte dell’Internazionale al di fuori della rievocazione del ruolo giocato precedentemente dai socialdemocratici. “Stato operaio” del luglio-agosto 1931, in un articolo destinato a giustificare la politica del partito tedesco, scrive: “chi accusa i comunisti di essere gli alleati del fascismo?… Sono i ministri di polizia di Prussia, fucilatori di operai, e il signor Pietro Nenni, fascista della prima ora. Basterebbero queste considerazioni per giudicare la causa” 1.
Quando Hindenburg, il 30 gennaio 1933, consegna il potere ad Hitler, si assiste in sostanza alla replica in Germania di quella vittoria del capitalismo internazionale che era stata consacrata in Russia nel dicembre 1927, quando trionfò la “teoria del Socialismo in un solo paese”. Una semplice inversione di termini in una stessa formula. In Russia socialismo nazionale, in Germania nazional-socialismo. Sono così stabilite le premesse per avviare il mondo verso la seconda guerra imperialista mondiale, dopo le tappe intermedie di Abissinia e di Spagna.
La sconfitta inferta al proletariato internazionale in Germania non determina nessuna reazione nel seno dell’Internazionale contro la tattica seguita dal Comintern. Manuilski se ne rallegra e dichiara alla riunione plenaria dell’Esecutivo dell’Internazionale (vedi Stato Operaio del febbraio 1934): “L’atteggiamento sulla questione tedesca è stato una pietra di paragone del grado di bolscevizzazione delle sezioni dell’Internazionale Comunista, della loro tempra bolscevica, della loro capacità di affrontare a testa alta le brusche svolte della situazione. Si deve riconoscere con soddisfazione a questo Plenum che le Sezioni del Comintern hanno superato con onore questa prova. Riflettete a quello che sarebbe avvenuto se questi avvenimenti si fossero prodotti alcuni anni or sono quando la bolscevizzazione dei Partiti dell’Internazionale si compieva attraverso crisi continue. Essi avrebbero provocato senza dubbio una profonda crisi del Comintern”. Non si poteva essere più cinici e nel contempo più espliciti sul significato della “bolscevizzazione”. Manuilski ce lo dice in modo inequivocabile: è il pieno successo della bolscevizzazione che immunizza l’Internazionale da qualsiasi reazione contro il successo della tattica di affiancamento all’attacco di Hitler in Germania. Dopo questa prova decisiva, il Comintern non può che rivelarsi perfettamente idoneo per la successiva fase della politica guerrafondaia in Spagna, in attesa di diventare il complice delle forze democratiche e fasciste nel corso della seconda guerra imperialista mondiale.
Gli avvenimenti tedeschi dovevano accentuare il divario fra le posizioni politiche di Trotzky e quelle della nostra corrente, divario che si era già manifestato non solo sulle questioni internazionali nella critica che fece Trotzky della politica del Comintern durante gli avvenimenti tedeschi del 1923, critica che Bordiga giudicò insufficiente (vedi “La questione Trotzky” di A. Bordiga), ma anche – come abbiamo visto nei capitoli precedenti – sulla questione russa e su quella cinese.
Trotzky, ricalcando sulla situazione tedesca la tattica seguita dal Partito Bolscevico tra il 1905 ed il 1917 e particolarmente quella applicata nel settembre 1917 all’epoca della minaccia di Kornilov contro il Governo di Kerensky, partiva dalla premessa che la socialdemocrazia era storicamente una forza di opposizione all’attacco fascista, e concludeva che si dovesse preconizzare il fronte unico per opporsi all’attacco nazista. E la nostra corrente fu accusata da Trotzky di “stalinismo” perché essa ripeté, nei confronti della situazione tedesca del 1930-33, la politica seguita dal Partito d’Italia nel 1921-22, che consisteva nel fronte unico sindacale per le rivendicazioni parziali sfociante in una mobilitazione della classe lavoratrice, nel suo insieme, contro la classe capitalista. D’altra parte sulla questione del potere, per noi la posizione centrale della Dittatura proletaria doveva restare immutata e non poteva conoscere alcun surrogato. Trotzky non solamente non accettò la polemica con la nostra corrente, ma insofferente delle critiche che questa muoveva all’opposizione Internazionale, non poté trovare altra soluzione che quella amministrativa della nostra espulsione dalla detta Opposizione internazionale, sanzionata nel 1932. Trotzky non comprese che non era possibile giudicare l’evoluzione dello stato capitalista del 1930-33 in funzione dell’evoluzione che si era determinata nel periodo precedente alla prima guerra imperialista mondiale. Se prima lo stato capitalista evolveva secondo il procedimento democratico, questo dipendeva dalle particolarità storiche dell’epoca. Nel periodo dell’imperialismo finanziario, e dove la lotta fra le classi aveva raggiunto il punto culminante, lo stato era portato – dalle nuove circostanze storiche – ad evolvere nel senso totalitario e fascista, e tutte le forze politiche del capitalismo non potevano che favorire e solidalmente concorrere a questo sbocco. Ne risultava quindi che la socialdemocrazia, benché destinata ad essere una delle vittime di questo processo, non poteva essere che un fattore del suo sviluppo mentre solo la classe proletaria ed il suo Partito di classe potevano determinare la rottura di questo corso dello stato capitalista. Corso spiegabile non in funzione dei precedenti storici ma della dialettica della lotta fra le classi nella sua fase più avanzata.
L’Internazionale, fondata per il trionfo della rivoluzione mondiale, stabilisce dunque la “tattica del terzo periodo”, che facilita ed affianca il trionfo del nazismo in Germania. Il cammino che aveva avuto inizio nel 1927 prosegue tragicamente e sole restano sulla breccia, a difendere le posizioni marxiste, le sparute pattuglie della sinistra italiana.
Nenni, il “fascista della prima ora” è restato coerente al suo programma del 1919. Egli fu guerrafondaio nel 1914-18, lo resterà nel corso della guerra di Spagna ed in quella mondiale del 1939-45. Togliatti ed i suoi congeneri hanno raggiunto Nenni diventando, se possibile, più guerrafondai di lui per il successo della guerra imperialista in Spagna prima, e nel mondo intero in seguito. ↩︎
Abbiamo visto che opponendosi chiaramente alla teoria quantitativa, la legge marxista della circolazione monetaria enunciava che la quantità di oro circolante dipendeva dal valore delle merci. Invece, il valore dei biglietti non poteva dipendere che dalla loro stessa quantità in circolazione. Finché questa quantità corrispondeva alla quantità di oro che avrebbe normalmente circolato il biglietto conservava il valore che gli era assegnato dalla sua funzione; ma se questa legge di proporzione era violata, di conseguenza se la quantità di biglietti superava i bisogni della circolazione delle merci, e vi era “creazione” di moneta, risultante da una causa che non fosse economica, questa massa eccessiva di biglietti continuava a non rappresentare che la quantità di oro economicamente indispensabile. Cioè se la quantità di biglietti raddoppiava, ogni unità monetaria carta non rappresentava che una quantità di oro eguale alla metà della quantità primitiva. Con una circolazione di oro, l’oro in soprappiù era semplicemente tolto dalla circolazione; invece i biglietti in soprappiù, se non potevano essere convertiti in oro erano convertiti in merci; la richiesta di queste raddoppiava artificialmente e di conseguenza anche i prezzi raddoppiavano. C’era inflazione di biglietti perché la loro emissione oltrepassava le necessità economiche e si effettuava nel vuoto esattamente come nel caso di emissione di un assegno su un conto bancario in cui non esistesse un centesimo; con questa differenza, tuttavia, che il pagamento dell’assegno bancario sarebbe rifiutato mentre la carta monetata aveva un corso forzoso. Una circolazione “sana” di biglietti non poteva dunque muoversi che in limiti strettamente determinati e questa stessa condizioni costrinse a dar loro una consacrazione legale che non poteva essere imposta che all’interno dei confini nazionali.
L’oro, come mezzo di circolazione, prese così due forme monetarie che si opposero sempre più con l’evoluzione stessa del Capitalismo: una, la sua forma pura, materiale che continuava ad essere il solo aspetto sotto il quale esso appariva come strumento internazionale degli scambi e dei pagamenti (indipendentemente da mezzi più estesi come la lettera di cambio); l’altra, la sua forma carta che circolò nell’interno di ogni nazione capitalistica dove poté identificarsi con l’oro nei limiti di una normale emissione, mentre il suo valore internazionale si regolò col corso del cambio.
Da trent’anni, si assiste a questo fenomeno in apparenza paradossale che l’oro è praticamente scomparso dalle sfere di circolazione interna mentre la quantità di oro continua a crescere notevolmente. Dal 1901 al 1929 la produzione di oro raggiunse più della metà dello stock mondiale esistente alla fine di questo periodo; si estrasse dunque in meno di 30 anni press’a poco tanto oro quanto nel corso di tutti i secoli precedenti. Durante la crisi mondiale l’aumento della produzione superò ancora il ritmo del periodo di espansione precedente. E tuttavia l’oro è scomparso agli occhi della maggior parte degli uomini. Per non considerare che la Francia, piegata sotto il peso della sua quantità di oro pari a circa 100 miliardi di franchi, nel 1934, i pagamenti della Banca di Francia si effettuavano come segue: 0,2 p.c. in oro, 7,8 p.c. in biglietti, 92 p.c. in assegni circolari.
La differenziazione che si produsse in seno alla circolazione monetaria mondiale fra sfera di circolazione nazionale e sfera di circolazione internazionale, creò tra i prezzi interni ed i prezzi mondiali delle merci una opposizione che non poté che accentuarsi con lo sviluppo del sistema del credito e della moneta come mezzo di pagamento, il meccanismo monetario degli scambi si scisse definitivamente in due parti quando scoppiò la prima guerra imperialistica.
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Accanto al sistema di emissione di biglietti di banca, prima forma della moneta di credito e chiamata per questa ragione moneta fiduciaria, si formò un meccanismo molto complesso e delicato che trasse origine dall’importanza crescente che acquistò la funzione della moneta come mezzo di pagamento. Il sistema del credilo fu lo strumento rispondente ai bisogni di una circolazione delle merci in cui lo scambio a regolamento ritardato divenne la forma dominante degli scambi; la merce diventò così un valore d’uso prima di trasformarsi in vera moneta, e scomparve dalla circolazione prima ancora di essere pagata.
Solo alla scadenza fissata la moneta appariva, non più come mezzo di circolazione, ma conte mezzo di pagamento e per di più questo non si presentava, la maggior parte delle volte, che come capitale di prestito. Ciò spiega perché nel corso del loro sviluppo il sistema del credito ed il sistema bancario ebbero reciproca influenza l’uno sull’altro. Il Credito divenne un potente fattore di accelerazione della trasformazione del danaro in capitale, mentre la tesaurizzazione, invece di rimanere un assurdo e sterile ammasso di danaro, divenne una feconda accumulazione di capitale. Il Capitalismo attinse abbondantemente nelle “calze di lana” e nei tesori privati; il risparmio fu prelevato ed i piccoli risparmiatori poterono consolarsene pensando che diventavano dei “creditori” mentre i Capitalisti erano i loro “debitori”.
Il Credito fu il motore infernale del prodigioso sviluppo del sistema di produzione borghese sotto tutte le sue forme complesse “La funzione specifica del credito consiste, in senso generale, nell’eliminare ciò che rimane della fissità di tutti i rapporti capitalistici, nell’introdurre dappertutto la più grande elasticità e nel rendere sempre le forze capitalistiche massimamente estensibili e sensibili. Aumenta la capacità di estensione della produzione e facilita lo scambio. Oltrepassa i limiti della proprietà privata unendo in un solo capitale un gran numero di capitali privati. Accelera lo scambio delle merci, il riflusso del capitale nella produzione, il ciclo del processo della produzione. Aumenta in un modo incommensurabile la capacità di estensione della produzione e costituisce la forza motrice interna che la spinge costantemente a oltrepassare i limiti del mercato”1.
E non fu una semplice coincidenza storica il parallelismo intimo che si stabilì nell’ultimo quarto del XIX secolo tra l’estensione del sistema di credito e l’espansione imperialistica del capitalismo che, esaurendone gli ultimi sbocchi extra-capitalistici, portò il mercato mondiale ai suoi estremi limiti. Il Credito, per la complessità stessa delle sue febbrili e multiple attività, doveva necessariamente sviluppare i contrasti del capitalismo approfondendo l’antagonismo tra il modo di produzione ed il modo di scambio con l’ipertensione dell’apparato produttivo da un lato e l’estrema sensibilizzazione del meccanismo degli scambi dall’altro; tra il modo di produzione ed il modo di appropriazione “socializzando” il capitale che si opponeva sempre più, per il suo stesso carattere, al modo di appropriazione individuale che continuava a sussistere in forma di semplice titolo di proprietà, di una azione od obbligazione non procurante che una frazione del profitto. Il Credito accelerò infine il ritmo di concentrazione e di accentramento dei capitali e delle forze produttive in poche mani, con l’espropriazione progressiva dei piccoli capitalisti.
Il meccanismo del credito, sparpagliato in una moltitudine di ramificazioni ipersensibili doveva pure attivare prodigiosamente il “ritorno di fiamma” causato dallo scoppio di una crisi economica. Appena si presentava il crollo dei prezzi, il credito si scioglieva come neve al sole, sfuggiva chi lo chiamava, compariva là dove era senza impiego, gettava il panico, affrettava la decomposizione generale, accelerava la crisi monetaria che si sovrapponeva alla crisi generale e precipitava ancora di più l’abbassamento dei prezzi: “la merce non ha più valori d’uso, il valore sparisce dinanzi a ciò che ne è la forma. Un minuto fa il borghese, pieno di vanità e fiero della prosperità, dichiarava che la moneta non è che una vana illusione. La merce sola, proclamava, è moneta! Ora, solo la moneta è merce! Tale è il grido che domina il mercato. Come il cervo assetato desidera ardentemente la sorgente d’acqua fresca, l’anima del nostro borghese chiama disperatamente la moneta come l’unica ricchezza.”
Il sistema monetario riprendeva la preponderanza sul sistema di credito e l’oro di nuovo padrone appariva come l’unica forma naturale concretizzando la ricchezza astratta. E dal fatto che l’oro rimaneva tuttavia invisibile, inaccessibile, se ne concludeva che vi era penuria di moneta. La crisi monetaria non era più il corollario della crisi economica, ma questa diventava una conseguenza della crisi monetaria. Ai disordini monetari si opponevano rimedi monetari.
Siccome il rallentamento notevole della rapidità della circolazione della moneta dovuto alla compressione del volume degli scambi aveva per conseguenza di ricacciare dalla circolazione una notevole quantità di moneta, si spiegava questo fenomeno come una insufficienza dei mezzi di circolazione. Ora, nella crisi, la quantità dei mezzi di scambio poteva benissimo rimanere costante od anche aumentare se la rapidità del corso della moneta diminuiva nella stessa proporzione o più rapidamente del prezzo, oppure se la quantità delle merci aumentava nella stessa proporzione o più rapidamente del ribasso dei prezzi (con l’accumulazione degli stock, per esempio).
D’altra parte, si tentava di spiegare il ribasso generale dei prezzi con la “valorizzazione” dell’oro, l’aumento “eccessivo” del suo potere d’acquisto, a causa che si generalizzò durante la crisi mondiale. Quanto al presentare il ribasso catastrofico dei prezzi come nient’altro che l’espressione di una contraddizione fondamentale della produzione capitalista, come la prova sperimentale che erano state prodotte “troppe” merci in proporzione ad una base troppo limitata di distribuzione, la Borghesia ed i suoi servi social-democratici preferivano non pensarci.
Pretendendo che il ribasso generale dei prezzi provenisse dal rialzo nel relativo valore dell’oro, si poteva altrettanto bene dire, come lo sottolineava Engels con ironia, “che il rialzo ed il ribasso periodico dei prezzi provengono dal loro rialzo e dal loro ribasso periodico”!!! Ma ciò a cui mirava essenzialmente l’accusa fatta all’oro, era il vantaggio concesso dal ribasso prolungato e non interrotto dei prezzi, ai “creditori” di cui sopra, cioè tanto all’insieme dei risparmiatori quanto ai detentori di biglietti.
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La prima guerra imperialistica del 1914-1918 operò un “risanamento” gigantesco dell’economia capitalista, ingorgata da enormi eccedenze di capitali accumulati durante la sua espansione imperialistica e coloniale. Al mercato mondiale saturo di merci si sostituì il mercato insaziabile della guerra nel quale furono adoperati in massa mezzi di produzione e forze di lavoro, del lavoro morto e del lavoro vivo. Ad una riproduzione progressiva, estesa, ad un consumo produttivo, successero una produzione regressiva e ristretta ed un consumo distruttivo. Il capitalismo divorò la sua propria sostanza. Non solo le distruzioni e le spese della guerra dissiparono la metà delle ricchezze totali possedute nel 1914 dagli stati partecipanti, ma la tensione dell’apparato economico relativamente alla produzione di guerra ridusse anche i redditi nazionali di circa il 40 per cento; ma per di più il 50 p. c. di questi redditi ridotti fu dedicato, sotto forma di imposte, al finanziamento di circa il terzo delle spese totali, riducendo così il livello di vita delle masse non combattenti allo stretto minimo fisiologico. I rimanenti due terzi delle spese furono prelevati sul capitale sociale esistente; le ricchezze, così totalmente, furono sostituite da un capitale fittizio che prese due forme essenziali: la carta moneta e il titolo di prestito.
Benché si fosse distrutta la metà del capitale sociale, si dovette ancora impegnare il capitale per produrre il lavoro futuro. È così che nel 1920 i due terzi delle ricchezze sopravvissute alla burrasca venivano ipotecate dai debiti dello Stato. Rispetto al 1914, i biglietti in circolazione e i titoli di prestito erano decuplicati. La capacità di acquisto del mercato della guerra fu dunque “creata” dallo Stato borghese prosciugando sistematicamente il risparmio e riducendo i fondi di consumo per mezzo delle imposte. Se le forme di questa vasta concentrazione delle ricchezze in vista della loro distruzione, furono diverse secondo le nazioni, in ultima analisi, lo stato totalitario, simbolizzando ciascuno degli imperialismi, non fece che sottrarre alla circolazione le merci indispensabili a la realizzazione dei suoi scopi particolari e sostituendo loro promesse scritte di restituzione che salvaguardavano nominalmente il principio della proprietà privata, pur dissimulando la definitiva espropriazione realizzata a svantaggio dei creditori di Stato e dei detentori di biglietti, per il profitto esclusivo del capitale imperialista. Tranne che negli Stati Uniti, l’oro scomparve praticamente dalla circolazione sin dal principio della guerra, nello stesso tempo in cui fu sospesa la convertibilità in oro dei segni monetari.
Il capitalismo, limitando le sue emissioni di biglietti, poté tuttavia allontanare ogni inflazione che avrebbe fiaccato le sue forze creando il disordine economico. Preferì ricorrere all’inflazione di credito, i cui effetti sulla vita economica presentavano pericoli minori. In generale il processo di finanziamento si svolse in questo modo: lo Stato, per procurarsi il danaro necessario, faceva dei prelevamenti successivi sull’economia, per mezzo di emissioni di prestiti a breve scadenza che, in seguito, venivano cambiati, “consolidati” in prestiti a lunga scadenza.
L’Inghilterra e la Francia ebbero ancora la possibilità di ricorrere ai crediti che non mancarono di offrire loro gli stati Uniti. Il governo inglese poté collocare i suoi Buoni del Tesoro con il concorso delle Banche aprendo ai privati dei crediti destinati alla sottoscrizione. Il governo francese copri i suoi bisogni, da una parte, per mezzo di anticipazioni fatte dalla Banca di Francia; in realtà la Banca non anticipava nulla, ma creava della moneta per conto dello Stato; la Banca, portando al suo attivo il suo credito sullo Stato, gli faceva sostenere la parte di copertura dei biglietti emessi in luogo e al posto dell’oro e dei valori oro che avrebbe posseduto se queste emissioni fossero state la contropartita di una transazione economica. D’altra parte lo Stato procedette a grandiose emissioni di Buoni detti “della Difesa Nazionale” rimborsabili a breve scadenza e la cui circolazione assunse un carattere monetario.
Negli stati Uniti, che non entrarono in guerra se non dopo averne assorbito i profitti, l’oro continuò a circolare e le emissioni monetarie nuove, necessarie per l’intervento militare, rimasero fortemente ancorate all’oro, le cui riserve quadruplicarono dal 1913 al 1918. Come in Inghilterra, i prestiti furono sottoscritti per mezzo di anticipazioni bancarie fatte alla popolazione.
In Germania non fu possibile nessun ricorso ai crediti esterni e il fondo nazionale dovette provvedere integralmente ai bisogni finanziari. Nel 1918 la circolazione della moneta, tre volte maggiore di quella del 1914, era assicurata essenzialmente dai fondi di stato, e le spese di guerra, regolate esclusivamente da prestiti interni, raggiungevano, a quella data, i due terzi del capitale totale esistente nel 1914.
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I problemi monetari che il capitalismo regressivo dovette risolvere dopo la guerra devono essere esaminati riferendoli alle fasi della sua evoluzione economica e politica. L’inflazione accompagnò le agitazioni rivoluzionarie sorte dalla strage della guerra; il risanamento monetario si sovrappose all’equilibrio relativo che il sistema capitalista ricuperò quando l’onda proletaria rifluì; infine, la politica interventista nel campo monetario corrispose alla necessità per il capitalismo di sopravvivere storicamente. Dall’inizio del 1919 s’aprì una breve fase di espansione fittizia il cui carattere speculativo si rivelò dal fatto che il rialzo rapido dei prezzi non portò affatto un accrescimento corrispondente della produzione. Essa poté prolungare la “prosperità” di guerra per la esistente necessità di sostituire una produzione di “pace” alla produzione di guerra al fine di assicurare le prime necessità urgenti di merci di consumo. Politicamente, questa ripresa economica, reintegrando nella sfera produttiva il flusso degli smobilitati, contribuì alle sconfitte operaie. Essa fu accelerata ancora sotto l’impulso di un accrescimento continuo di carta moneta e di capitali fittizi che rispondevano ai bisogni urgenti sorti dalla fine della guerra.
Pur sostenendo la borghesia internazionale, essa non di meno facilitava la distruzione del capitale europeo mentre accentuava la decomposizione dei fittizi meccanismi monetari costruiti nel seno delle economie di guerra. Il potenziale d’inflazione accumulato e raffrenato dall’“apparato statale” durante la guerra, si trasformò in una forza distruttiva che minacciava tutta l’economia capitalistica. Come nel passato l’inflazione avvenne contemporaneamente a grandi sconvolgimenti sociali, così il disordine inflazionista che si sviluppò dopo la prima guerra mondiale rivelò la temperatura elevata del clima sociale di questa epoca. Ma se, per stabilire un parallelo, ci si ricordava della grande esperienza inflazionista fatta dalla Rivoluzione francese, importava tuttavia non dimenticare che la carta moneta, nelle mani della borghesia, come classe rivoluzionaria, fu piuttosto un arma politica diretta contro una classe ritardataria che uno strumento finanziario; la creazione della carta moneta affrettò la vendita dei beni del clero e la rese irrevocabile, poiché, come confessò uno dei protagonisti dell’epoca “si trattava di togliere ogni speranza ai nemici della Rivoluzione e di incatenarli al nuovo ordine tramite il loro stesso interesse.”
Così, in una certa misura, l’inflazione ebbe una parte progressiva e rivoluzionaria. Il contrario si verificò nel 1918, quando questa stessa borghesia, da classe rivoluzionaria, divenne una classe retrograda che aveva terminato il suo compito storico; essa ricuperò un certo equilibrio politico ed economico che contribuì alla conservazione del suo potere soltanto perché, questa volta, l’inflazione fu l’arma di cui si poté servire contro l’unica classe rivoluzionaria chiamata a succederle, e che essa indebolì e scoraggiò, il proletariato.
Una osservazione fondamentale si impone ancora per ciò che riguarda lo svolgimento stesso di questa inflazione. Gli imperialismi vincitori, approfittatori del trattato di Versailles, ebbero la possibilità di ostacolare l’onda inflazionista, di evitare la distruzione del loro sistema monetario che poté essere sistemato e risanato, sia per mezzo di una deflazione della circolazione fiduciaria come negli S.U. e in Inghilterra, sia per mezzo di una consacrazione legale del deprezzamento monetario, come in Francia, nel Belgio e in Italia. In compenso, i paesi vinti dell’Europa Centrale non poterono dominare le forze disgregatrici che la stampa di biglietti aveva messe in azione e impedirono la rovina della loro economia soltanto per mezzo di una bancarotta monetaria e la creazione di una nuova moneta.
In mezzo al disordine monetario, il dollaro apparve come il solo valore stabile, simbolo potente del prestigio del capitalismo americano come creditore mondiale; il suo valore intrinseco, basato sull’oro, si contrappose agli effetti dell’inflazione di credito che risultò dall’espansione economica di guerra. In quanto all’imperialismo inglese, esso dovette lottare contro il deprezzamento della Lira-sterlina, impedendo il libero gioco del meccanismo che gli assicurava il controllo degli scambi mondiali; inoltre, la sua posizione di debitore degli Stati Uniti non fece che aumentare le difficoltà della sua lotta. È così che, sin dalla fine della guerra, New York tagliò ogni credito, costringendo l’Inghilterra a saldare, da allora, in contanti i suoi acquisti, cosa che non fece che accentuare il ribasso della Lira-sterlina. Si trattava tuttavia di ristabilire al più presto il credito ed il prestigio della piazza di Londra, ed il capitale bancario si orientò, senza ritardo, verso una politica di deflazione monetaria e di ribasso dei prezzi facilitata dalla crisi economica del 1921. Ma una Lira-sterlina “rivalutata”, se ristabiliva i profitti bancari, minava le capacità di lotta del capitale industriale e questo dovette decidersi a ridurre i suoi prezzi di costo. Il proletariato perdette gli aumenti di salari ottenuti nel 1919, il suo livello di vita si trovò rapidamente ricondotto a quello del 1913, e di più si lasciò imporre un regime di razionalizzazione del lavoro.
D’altra parte il capitale bancario, per vincere la concorrenza crescente del capitale americano nel mercato finanziario, decise di stabilizzare la Lira-sterlina, mentre determinò di consolidare il suo debito americano. E così, al principio del 1925, Londra aveva riconquistato il suo piedistallo dorato con l’appoggio dei capi delle Trade-Unions che, col tradimento dello sciopero generale e con la sconfitta dei minatori, facevano le spese del ristabilimento del prestigio finanziario dell’imperialismo inglese.
In Francia, sino alla fine del 1918, il cambio del franco francese era stato sostenuto grazie ai crediti inglesi e americani. Però i deficit si accumulavano, al suono del ritornello ottimista: “Il Tedesco pagherà”. Nel 1920, le spese militari e gli interessi di prestiti equivalevano al 115% delle entrate totali del bilancio. Le emissioni a breve scadenza si susseguivano: i Buoni della Difesa Nazionale, estremamente variabili e facilmente rimborsabili, rappresentavano una minaccia continua di inflazione. La crisi economica spinse lo stato a preparare una deflazione dei suoi debiti che rimase confinata al campo ristretto dei piccoli artifici contabili: una consolidazione di Buoni della Difesa in prestiti a lunga scadenza darà per esempio corso a nuove emissioni di Buoni che assorbono i capitali resi liberi dalla crisi e servono a rimborsare le anticipazioni della Banca di Francia.
Così avvenne sino alla ripresa economica che provocò il rimborso dei Buoni e riaprì la via alle anticipazioni bancarie pur accelerando la stampa dei biglietti, sinché, nel 1925, il debito totale dello stato raggiunse circa 300 miliardi di franchi e la circolazione dei biglietti fu pari a otto volte quella del 1914. L’indice dei prezzi era salito a 646 e all’esterno il deprezzamento del franco precipitava. Il 1926 fu l’anno cruciale: abisso del bilancio, scomparsa dei capitali, deficit crescente della bilancia dei conti, successione di otto ministri alla direzione delle Finanze. Il “salvatore” Poincaré tentò di rivalutare il franco, ma si urtò nel problema dei prezzi la cui caduta minava l’economia. Dovette ridursi a stabilizzare di fatto “il franco a quattro soldi”, ciò che favori un afflusso di oro e di divise straniere e permise, nel 1928, di procedere alla stabilizzazione legale fissando il deprezzamento del franco il cui contenuto oro era portato a un quinto di quello del 1914.
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Fu in Germania che l’inflazione si sviluppò sino a scuotere le fondamenta dell’edificio economico. Nel periodo di fine guerra, la borghesia tedesca, anziché poter seguire una via che l’avrebbe condotta verso un risanamento progressivo della sua economia, dovette continuare a ricorrere agli espedienti di guerra ma sotto una forma estesa e non controllata. Invece di poter ricavare profitto, in vista di una sistemazione finanziaria, dall’appoggio del capitale straniero, essa si vide imporre da questo il giogo del vincitore. I tributi del Trattato di Versailles prelevarono dall’economia tedesca la sostanza che puntellò gli edifici vacillanti dei paesi vincitori. Questa perdita di ricchezze materiali non poteva essere colmata, oltre le stesse distrazioni di guerra, che per mezzo della carta rappresentante esclusivamente il suo “proprio” valore.
Con continui prelevamenti operati sul risparmio, il debito detto “pubblico” ipotecò fino a quattro volte il capitale totale della nazione. Alla ricerca di un equilibrio del bilancio che sfuggiva di continuo, lo Stato accelerò la stampa dei biglietti. I suoi bisogni finanziari aumentarono nella misura in cui gli incassi si deprezzavano sotto l’azione specifica dei fenomeni inflazionistici.
Alla metà del 1923, la proporzione delle entrate del bilancio rispetto alle uscite era caduta a meno del 2%. L’aumento astronomico dei marchi-carta e la rapidità vertiginosa della loro circolazione erano sorpassati di continuo dal ritmo ancora più vertiginoso del rialzo dei prezzi. Il mercato anticipava in modo talmente prodigioso il deprezzamento monetario, che la massa dei segni monetari rimaneva costantemente al di qua dei bisogni insaziabili della circolazione.
La sarabanda fantasmagorica dei prezzi trascinò infine nel suo turbine la nozione stessa di valore. Nell’ultima fase di questo periodo di disgregazione economica si vide l’indice dei prezzi-carta salire da 2.054 nel gennaio del 1923 a 3 milioni nell’ottobre, mentre in quattro mesi l’indice dei prezzi-oro raddoppiava.
Era evidentissimo, invece, che per il capitalismo la nozione di valore non si era affatto offuscata. La borghesia industriale, detentrice di merci, lungi dall’aver perduto la minima parte delle sue ricchezze, aveva invece potuto aumentarle. Certo, facendo cadere sul proletariato e la piccola borghesia il carico delle spese della guerra e del dopoguerra, aveva notevolmente limitato la possibilità d’acquisto del mercato interno, che l’inflazione limitava maggiormente. Ma la caduta della produzione, che ne era risultata, si era pure verificata, con minore acutezza, nelle economie dei paesi vincitori. Al contrario, la spinta inflazionista offriva all’industria tedesca possibilità compensatrici sul mercato esterno.
Il “premio” di scambio che risultava dal deprezzamento del marco le permetteva di esportare a prezzi che, espressi in oro, raggiungevano appena il costo mondiale di produzione, il che significava che una parte del capitale nazionale era venduto a profitto del capitale straniero, ma non affatto a svantaggio del capitale della borghesia tedesca; l’inflazione le assicurò, invece, la capacità di rendita dei suoi capitali, poiché alcuna crisi economica non avrebbe potuto operare nella sfera produttiva un “risanamento” simile a quello che il processo inflazionista vi portò. Come espropriatrice brutale di tutti i detentori di crediti fissati in marchi, l’inflazione affrettò la valorizzazione del capitale; lo alleggerì dei suoi pesi fissi con una estinzione progressiva dei debiti obbligazionari (nell’ultimo periodo questi debiti si ammortizzavano in ragione del 50% al mese); ridusse là parte del capitale destinato all’acquisto della forza di lavoro il cui “prezzo” si allontanò sempre più dal suo valore, cioè dal prezzo dei prodotti necessari alla sua riproduzione. È così che il potere d’acquisto dei metallurgici (categoria ben pagata) rappresentava, nel maggio del 1923, il 15% di quello d’anteguerra. Un pane, che il 3 nov. 1923 costava 25 miliardi di marchi, valeva, 2 giorni dopo, 140 miliardi di marchi.
La Germania esportava la sua sostanza, si diceva. Sì, ma questa sostanza era fatta del sangue del proletariato e della piccola borghesia. Era il lavoro vivo e il lavoro “risparmiato” che si vendevano a poco prezzo, con le esportazioni e le prestazioni in natura. In compenso la borghesia sfuggiva ad ogni deprezzamento delle sue ricchezze, sia accumulando divise straniere o esportando i suoi capitali, sia riacquistando a basso prezzo il patrimonio nazionale. L’inflazione condusse a termine lo sviluppo dei Cartelli e affrettò il processo di concentrazione economica attorno al capitale finanziario.
La disgregazione del meccanismo della circolazione poteva tuttavia, in fin dei conti, portare la decomposizione della sfera produttiva stessa e la borghesia poteva essere sorpassata, come l’astuto apprendista, dalle forze che essa aveva se non scatenate, almeno lasciato espandersi in un senso favorevole alla consolidazione della sua potenza.
L’occupazione della Ruhr, nel gennaio 1923, non aveva fatto altro che scuotere maggiormente l’economia tedesca staccandola dalle sue basi vitali. Lo sviluppo dello sciopero e l’aumento delle spese di bilancio, aggravando il disordine economico e la virulenza dell’inflazione, innalzavano pericolosamente la temperatura sociale. Certo, con l’organizzazione della resistenza “passiva” la borghesia aveva trovato nella Ruhr il diversivo che le permetteva di incanalare le lotte operaie, e, come notò Painlevé, “di saldare insieme, dall’altra parte del Reno, la popolazione operaia e i grandi feudatari dell’industria suoi oppressori”. Ma nel paese non occupato certi sintomi – come lo sciopero generale dell’agosto del 1923, che causò la caduta del gabinetto Cuno – significavano chiaramente che la classe operaia la quale, nella bufera inflazionista, aveva perduto “le sue riforme”, vi aveva pure lasciato le sue illusioni ed era decisa a lottare apertamente contro il potere. La dichiarazione di Stresemann, successore di Cuno: “che egli dirigeva l’ultimo governo borghese” (cui partecipavano dei socialisti), lasciava chiaramente capire la preoccupazione della borghesia. Per questa, una svolta nella sua politica economica era necessaria. La sconfitta proletaria d’ottobre, ad Amburgo, che fu il prodotto dell’opportunismo già minante l’apparato dirigente del P. C. tedesco, permise a questa svolta capitalista di effettuarsi nelle migliori condizioni. Mettendo fine alla resistenza passiva nella Ruhr, il governo, con pieni poteri, poté iniziare un primo tentativo di stabilizzazione monetaria, con la creazione del Rentenmark-oro, emesso dalla Reichsbank e che fu assicurato sull’insieme delle proprietà agricole e industriali. Ma la coesistenza di questa nuova moneta-oro con la immensa quantità dei marchi-carta, che continuavano a circolare, non poteva risolvere il problema, benché lo Stato avesse cessato le sue emissioni e una grandissima “deflazione” del bilancio avesse provocato il licenziamento di un terzo dei funzionari. E, fatto paradossale, la enorme quantità dei segni monetari in circolazione diventò insufficiente rispetto al livello che i prezzi avevano raggiunto, e i pochi mezzi di cui disponevano la Reichsbank e la Rentenbank non poterono supplirvi.
Poiché l’economia tedesca si mostrava incapace di operare un raddrizzamento con le sue forze, la borghesia, che aveva liquidata la sua politica di ostruzione nella Ruhr e allontanata la minaccia proletaria, poté ottenere l’appoggio del capitale internazionale per il ristabilimento della sua economia e la ricostruzione del suo meccanismo monetario. Un primo intervento straniero nella fondazione della Goldkontobank, si manifestò insufficiente e la stabilizzazione non divenne definitiva che quando il Comitato degli Esperti di Parigi patrocinò un prestito internazionale di 800 milioni di marchi-oro. Il cambio di un marco-oro con un trilione di marchi-carta (1000 miliardi) determinò la rovina dei portatori di Rendite di stato, con l’ammortamento del debito pubblico in ragione di 97,5 % del suo valore nominale, mentre gli altri crediti furono ammortizzati per più dei 3/4. Il gigantesco trasporto di ricchezze a vantaggio del grande capitale era realizzato ma, cooperandovi, il capitalismo mondiale aveva, nello stesso tempo, affievolito la concorrenza tedesca sopprimendole il suo “premio” per l’esportazione.
All’interno, la poca circolazione nel campo dell’industria ostacolò la “ripresa economica”, e la Germania non entrò in un periodo di consolidazione relativa che quando si offerse come sbocco agli immensi capitali inglesi, americani e francesi in attesa, il cui apporto affrettò la maturazione dei contrasti specifici del capitalismo tedesco e spinse la sua evoluzione verso il fascismo.
Riassumendo, la crisi economica del 21-22 fu seguita da un periodo di consolidamento del capitalismo mondiale, di ricupero delle sue forze politiche ed economiche, di stabilizzazione temporanea, che si riflesse nella ricostruzione o nel risanamento dei sistemi monetari nazionali. Ma in nessun luogo il ristabilimento del campione-oro si effettuò secondo le vecchie modalità e, come constatò un economista borghese “non fu giudicato né desiderabile né necessario che l’oro fosse rimesso in circolazione nell’interno del paese. Si è ritenuto che, per ristabilire il regime monetario sulla base dell’oro, bastasse che l’unità monetaria nazionale rappresentata da carta, fosse costantemente convertibile in una quantità di oro determinata, ma soltanto per i bisogni dei regolamenti all’estero”.
Questo nuovo statuto monetario si incorporò organicamente nel sistema capitalista e così si trovò definito il rapporto già abbozzato prima della guerra mondiale, tra la circolazione interna e la circolazione esterna. Questa dualità doveva acquistare una importanza capitale quando la crisi mondiale aprì la terza delle fasi essenziali del periodo del dopo-guerra, quella durante la quale la società capitalista doveva tentare di adattarsi allo stadio decadente della sua evoluzione.
Note
Rosa Luxemburg: “Riforma e Rivoluzione” si veda anche: I problemi della moneta ↩︎
La forma di produzione capitalistica rappresenta nella storia la massima capacità creativa di ricchezza che sia mai stata raggiunta. Con essa, le risorse naturali hanno cessato di essere forze malamente dominabili e sfruttabili solo con estrema fatica, per divenire elementi trasformabili a piacere con sempre minor sacrificio di lavoro umano e maggior potenza meccanica, e riducibili in beni di consumo a volontà. Ciò non significa che si sia giunti all’estremo limite della capacità produttiva, ché anzi il regime capitalista é oggi di ostacolo allo sviluppo completo delle forze economiche e la sua produzione sarà di gran lunga superata da un’organizzazione sociale su base collettiva e internazionale, che porterà ad un’ancor più grande perfezione la suddivisione del lavoro e l’utilizzazione delle energie motrici naturali, segreto di tutta la tecnica moderna. Resta pertanto il fatto che la produzione odierna è stata raggiunta sulla base di una moltiplicazione enorme delle passate possibilità, moltiplicazione che, lungi dell’esaurirsi, si sviluppa di giorno in giorno costituendo una delle caratteristiche più spiccate della dinamica capitalista. Sennonché lo sviluppo della produzione o della capacità di produzione non solo non é accompagnato da un corrispondente miglioramento della situazione economica delle masse, ma é contraddistinto da una riduzione, non sempre omogenea e costante, ma comunque certa, delle condizioni di vita e del reddito medio dei lavoratori.
Infatti, nella società capitalistica, il lavoratore, il proletario, colui che non possiede altra ricchezza all’infuori della propria forza di lavoro, si trova costretto, nella pratica corrente della vita quotidiana, ad accettare le condizioni che lo pongono ai margini della stessa società e gli impediscono in ogni caso di godere dei benefici che la naturale evoluzione della tecnica e le maggiori ricchezze disponibili potrebbero senza fatica assicurargli. Non é il caso di cercare le ragioni di questo diseredamento nella perversità o iniquità di questo o quel datore di lavoro; basta soffermarsi a considerare la natura del contratto di lavoro e il modo in cui l’operaio é costretto ad accettarlo. Il lavoratore offre la propria forza di lavoro come una merce qualsiasi, ed essa, come tutte le altre merci, costa esclusivamente il proprio prezzo di riproduzione. Questo prezzo di riproduzione corrisponde evidentemente al costo di mantenimento del lavoratore e della sua famiglia, maggiorato delle eventuali spese necessarie a far acquisire a questa forza-lavoro determinate capacità tecniche attraverso l’istruzione professionale, la cultura generale ecc. Tali esigenze possono richiedere la concessione di determinate agevolazioni ai lavoratori, e queste agevolazioni si é soliti portare a dimostrazione di una pretesa capacità di miglioramento del tenore di vita delle masse da parte del capitalismo. Ma la diminuzione del costo degli articoli di prima necessità e il generalizzarsi dell’istruzione tecnica determinano ben presto una riduzione reale del salario che viene così ad adeguarsi al nuovo stato di cose sulla base della vecchia formula “salario = costo minimo della vita”.
Nel contempo é invece aumentata la capacità sociale di produrre ricchezze e tale capacità si traduce in una maggiore accumulazione di plusvalore da parte del capitalista. D’altra parte il capitalista non consuma tutte le ricchezze di cui dispone e il capitale accumulato viene destinato a nuovi investimenti tecnici e produttivi, con la conseguenza di ripetere il suaccennato fenomeno, anzi di approfondirlo, a spese, come sempre, delle masse lavoratrici. Nessun aumento della capacità di produzione in regime capitalista può dunque andare disgiunto da una riduzione del reddito medio del lavoratore, riduzione spesso sanzionata dagli stessi organismi che dovrebbero sindacalmente difendere i lavoratori.
Questo processo di graduale impoverimento non si limita ai soli strati proletari ma é accompagnato dall’immiserimento dei ceti medi e dalla distruzione degli strati di piccoli proprietari e benestanti, che sono la naturale conseguenza del sempre maggior accentramento produttivo richiesto dallo sviluppo della tecnica moderna e dalla potenza del capitale monopolistico. Senza dilungarci di più basti qui constatare come, oltre alla tendenza generale al ribasso del reddito effettivo dei salari, vi siano nella società borghese altri fattori che contribuiscono ad accelerarlo e ad aggravarlo. Tali fattori sono essenzialmente rappresentati dalle crisi da cui é travagliato ormai insanabilmente il regime capitalista nella sua fase di decadenza, crisi che si esprimono in periodi di grave disoccupazione, di svalutazione o di guerra che assestano continui colpi alle condizioni di vita delle masse lavoratrici depauperandole anche dei pochi risparmi accumulati, lesinando sul vitto, e determinando tracolli nel tenore di vita in genere, da cui non si riesce a risalire prima che una nuova crisi, e quindi un nuovo tracollo, non si manifestino.
Questo é stato soprattutto il caso delle due guerre mondiali e della grande crisi verificatasi intorno al 1930, avvenimenti che spesso hanno contribuito ad arricchire la classe borghese, o delle cui conseguenze questa ha potuto rapidamente rifarsi, mentre le classi inferiori ne hanno risentito in modo duraturo. Dell’effettivo depauperamento verificatosi nel periodo intercorso fra lo scoppio della prima guerra mondiale e quello della seconda, fanno fede anche talune statistiche ufficiali sui consumi in genere e, più particolarmente, sui consumi alimentari. Uno studio di F. Magri su “L’Ingegnere”. n. 4 – 9/1944 (“Salari e tenore di vita a Milano tra le due guerre”) offre i seguenti dati, che integralmente riproduciamo:
Consumi alimentari a Milano per abitante
1914
1918
1919
1920
1923
1926
1934
1939
Carni bovine
Kg.
38.8
23.
19.1
37.7
40.3
45.0
35.0
28.3
“ suine
“
12.7
5.9
10.0
10.5
14.5
13.7
8.5
6.2
“ ovine
“
0.636
1.2
1.8
0.863
—
0.9
0.47
0.49
“ equine
“
1.852
3.7
5.0
3.1
1.5
2.7
1.5
0.67
“ conservate
“
0,188
—
2.3
1.1
0.646
—
—
4.1
Selvaggina
“
0.06
—
0.120
0.060
—
0.048
—
—
Pollame
“
6.98
—
6.3
6.7
7.8
7.8
7.5
—
Pesce
“
1.707
1.8
5.1
7.1
0.803
1.5
—
—
Vino
lt.
134
110
125
133.5
127.1
157.6
—
115.2
Alcolici
“
0.222
1.566
2.5
4.0
3.379
3.6
2.6
1.0
Birra
“
6.9
3.5
7.1
11.0
12.3
8.0
4.0
—
Frutta
“
26.0
—
64.0
64.0
77.0
68.0
—
—
Verdura
“
21.0
—
52.0
40.0
57.0
55.0
—
—
Per quanto nelle statistiche attuali siano completamente ignorate le distinzioni per classi, e le cifre surriportate comprendano dunque gli eventuali aumenti verificatisi nel consumo dei ceti abbienti e le contemporanee riduzioni avvenute in quello dei ceti proletari, la tabella dimostra in modo evidente la riduzione pura di consumi alimentari dal 1914 al 1939, riduzione che nella seconda guerra mondiale ha seguito un ritmo addirittura vertiginoso. Risulta inoltre evidente da queste cifre che anche in un periodo di pace la diminuzione dei consumi in una città pur così ricca e industriale come Milano presenta un decorso costante, seppur leggermente variato dai brevi periodi di rialzo corrispondenti agli anni di massima floridezza capitalistica, nei quali tuttavia non si é in media superato il livello anteguerra 1914.
Nell’opera che citiamo più oltre, il Barberi ha potuto dimostrare come le calorie disponibili a testa in Italia, dopo aver subito un lieve aumento nel primo dopoguerra, siano andate diminuendo nel decennio 1930-39, per precipitare paurosamente nel corso del secondo conflitto mondiale: le disponibilità pro-capite di calorie di origine vegetale scendono da un massimo di 2.522 nel 1926-30 a 2,178 nel 1940 per ridursi nel ’42 a 1970, mentre quelle di origine animale scendono da un massimo di 399 nel 1940 ad appena 268 nel 1942. Orbene alla fine del conflitto, secondo una inchiesta eseguita dall’UNRRA, le disponibilità alimentai di un consumatore agricolo produttore in proprio, e perciò nelle migliori condizioni per approvvigionarsi, erano in media di 1860 calorie vegetali e poco più di 100 calorie animali. Guai poi a calcolare le disponibilità alimentari dei non-produttori agricoli sulla base dei generi messi a disposizione: il totale delle calorie ottenibili in questo modo risultava di 760, di cui circa 450 vegetali e poco più di 50 animali. L’Italia é la nazione in cui più di qualsiasi altra si é provveduto a far fronte ai sovraconsumi di guerra non sulla base di un effettivo razionamento, ma mettendo masse sempre più vaste nell’impossibilità di acquistare sia pure il minimo necessario per vivere e mantenersi in salute. La riduzione dei consumi é stata accompagnata da uno spaventoso peggioramento della composizione media dell’alimentazione e, oltre a queste, dall’incidenza sempre più forte delle spese per l’alimentazione sulle spese generali familiari. Mentre anche prima del conflitto in Italia si aveva una sovraeccedenza di consumo di cereali per compensare la scarsità di consumi di grassi e alimenti carnei, nel 1945-46 la percentuale di alimenti vegetali sul totale della dieta è arrivata all’85%. (Una dieta vegetariana può essere una condizione di buona salute, a patto però che vi abbondino i condimenti e i grassi, fatto ben lungi dall’avverarsi qui). L’aumento dell’incidenza che una tale pessima alimentazione aveva sul bilancio complessivo appare evidente anche dalle cifre generali sul reddito nazionale degli ultimi anni.
Prendendo come base i dati raccolti nel 1938 dal Vinci, il Rossi-Ragazzi (Reddito e consumi della popolazione italiana negli anni 1944-45, in “Congiuntura Economica”, n. 1-2, marzo-aprile 1946) ha potuto comporre la seguente tabella:
Consumi complessivi delle popolazione italiana in milioni di lire 1938
1938
1944
1945
Alimentazione
61.500
47.900
48.100
Vestiario, Arredamento
15.200
4.600
5.100
Abitazione, luce, riscaldamento
10.600
9.100
9.400
Trasporti e comunicazioni
7.400
2.900
3.700
Spese varie e oneri fiscali
14.400
7.200
7.500
Totale
109.100
71.700
73.800
In altri termini, i consumi complessivi sono diminuiti, rispetto al 1938, del 34.3% nel 1944 e del 32.4% nel 1945. Particolarmente forte é stata la diminuzione dei consumi nell’abbigliamento e arredamento (69,8 e 64.5%); nei trasporti e comunicazioni (60,8 e 50%), nelle varie ed oneri fiscali (50 e 47,9%), mentre é stata meno sensibile nel ramo alimentare (22,1 e 24.5%) e in quello abitazione, luce, riscaldamento (14,2 e 11,4%).
Il secondo effetto del conflitto é stato di peggiorare la composizione dei consumi. Già nel 1938 le spese per l’alimentazione assorbivano in Italia il 56.4% del totale, mentre in Inghilterra ne assorbivano appena il 40,79 e la percentuale delle altre voci (ad eccezione dei “trasporti e comunicazioni” (7,34°%) ) oscillava intorno al 37%: la guerra ha aumentato la percentuale del consumo alimentare riducendo corrispondentemente quella delle altre voci, cosicché il tenore di vita complessivo della popolazione ci appare anche qualitativamente peggiorato. La percentuale dei consumi alimentai sul totale passa infatti dal 56.4 al 66,9 e 65,4; quella del vestiario e arredamento, dal 13.9 al 6.3 e 6,8; quella dell’abitazione, luce e riscaldamento, dal 9.7 al 12,6; quella dei trasporti e comunicazioni. dal 6,8 al 4,2 e al 5,0; quella delle spese varie dal 13,2 al 10.0 e al 10,2 (la non grave diminuzione di quest’ultima voce é probabilmente dovuta alla relativa rigidità degli oneri fiscali).
Non meno significative sono le stime del reddito privato degli italiani per il periodo 1914-1945, calcolate dal prof. Benedetto Barberi per l’Istituto Centrale di Statistica, e recentemente pubblicate (Le disponibilità alimentari della popolazione italiana del 1910 al 1942, Roma 1946). Se osserviamo la colonna di centro, ovverosia la valutazione in lire 1938 del reddito individuale dei vari anni, vedremo che questo denota una tendenza rapidissima alla diminuzione e, alla fine della guerra attuale, risulta inferiore alla metà del reddito 1914, mentre la cifra del reddito prebellico della seconda guerra mondiale é inferiore di almeno il 12% al reddito pre-bellico della prima guerra mondiale.
Reddito medio pro-capite
Anni
in lirecorrenti
in lire
1914
1938
1945
1914
667
667
3.133
70.911
1928
3.358
694
3.269
74,138
1929
3.292
693
3.258
73.819
1930
2.727
619
2.906
65.868
1931
2.368
605
2.841
64.520
1932
2.357
637
2.996
67.916
1933
2.123
615
2.888
65.514
1934
2.117
636
2.992
67.852
1935
2.440
694
3.265
74.150
1936
2.442
633
2.975
67.464
1937
2.776
634
2.984
67.715
1938
2.855
608
2.855
64.746
1939
2.917
595
2.795
63.413
1940
3.022
528
2.483
56.283
1941
3.263
502
2.364
53.575
1942
3.490
473
2.228
50.581
1943
5.046
433
2.031
46.081
1944
19.285
403
1.890
42.877
1945
34.393
322
1.515
34.393
Per contro, la produzione effettiva ed il rendimento del lavoro dall’inizio del secolo al 1930 hanno raggiunto un livello medio che supera dalle quattro alle dieci volte le capacità iniziali. Per attenerci alle sole valutazioni documentabili le cifre che più avanti riproduciamo da L. Federici (Crisi e Capitalismo. Milano, 1933) possono dare un’idea sia pure approssimativa dell’aumento delle energie produttive fino al 1930. Da allora non solo la tecnica ha preceduto ancora enormemente, ma la generalizzazione della produzione in serie ha triplicato e spesso sestuplicato la produzione 1930.
Che cosa significa ciò? Che l’immiserimento delle masse lavoratrici in regime capitalista si accresce in ragione geometrica dell’aumento della capacità di produzione e che perciò questo sistema non solo é di ostacolo allo sviluppo della produzione in quanto parte dalla necessità di assicurare un profitto al detentore del capitale anziché evolvere nel senso di soddisfare tutti i bisogni della collettività umana, ma che il necessario sviluppo pratico e potenziale é ottenuto a spese delle masse che producono. E’ da questo punto di vista che si deve considerare anche il problema della ricostruzione postbellica.
Sviluppo del rendimento del lavoro
Variaz.% tra il 1900 e il 1930
1900
1915
1930
1930
Produzione oraria in
unità di merci
5.000
10.000
20.000
+ 400
Impiego di:
energia C.V.
10
16
20
+ 100
operai n.
10
10
5
– 50
Rendimento orario
per C.V.
500
600
1.000
+ 100
per operaio
500
550
4.000
+ 800
Permanendo il regime capitalista, essa può infatti avvenire solo a prezzo di una riduzione del potere di acquisto delle masse per permettere di riattivare il ciclo del profitto capitalistico. Di conseguenza, gli operai potranno bensì sudare a costruire case e palazzi ed alti beni, ma la loro capacità di pagare affitti e di acquistare prodotti sarà sempre inferiore alle ricchezze che il loro sforzo produttivo avrà creato.