Partito Comunista Internazionale

Prometeo (III) 1947/I/7

America

Il lettore quotidiano della stampa di oggi vede passare sotto i suoi occhi stanchi cifre allucinanti. Non negli scritti che volgarizzano astronomia o fisica corpuscolare, ma proprio in quelli che lo cibano di politica, sempre più, a fine politico, gli parlano di economia, e gli propinano numeri.

Miliardi di dollari. Un miliardo è mille milioni, e si scrive con uno seguito da nove zeri. Tra poco un dollaro corrisponderà a mille delle nostre lire, e giù per su finiranno col fermare la lira lì (ciò vuol dire che la lira comprerà duecento volte meno che all’inizio del secolo). Dunque il miliardo di dollari varrebbe mille miliardi di lire, un trilione (miliardo e bilione è lo stesso) e ciò si scrive con uno e dodici zeri

Vediamo la cosa più palpabilmente. Mettiamo che il lavoratore medio guadagni 1600 lire al giorno. In trecento giorni lavorativi saranno 480 mila lire annue, su per giù 500 dollari. Forte ottimismo, come vedete. 

Con un miliardollaro, bazzecola per gli odierni vincitori, si compra il lavoro di due milioni di persone produttive (le nostre cifre sono arbitrarie per arrotondare, ma gli arbitrii finiscono per compensarsi); il miliardollaro acquista il lavoro per un anno di una popolazione di dieci milioni di anime (S.O.S. – salvate le nostre anime). 

Ora non si sente discutere che della ricostruzione della distrutta Europa e del danaro che l’America deve prestarle a tal uopo.  I miliardollari roteano nella polemica. Truman fa votare, per soccorrere Grecia e Turchia, per ora appena tre decimi di miliardollaro, ma già si sono accorti che il soccorso è insufficiente a distruggere i guerriglieri. Comunque a qualche timida obiezione parlamentare Truman ha risposto con tutta chiarezza che la guerra è costata agli Stati Uniti 341 miliardollari, e per la garanzia di questo “investimento”, o, come dicono i Francesi, “placement”, sarebbe da veri pitocchi esitare a spendere quei pochi soldi in Grecia e Turchia, l’uno per mille appena del capitale messo a rischio per salvare la Libertà. 

La Francia ha per ora avuto un quarto appena di miliardollaro, ma è bastato a mettere fuori dal governo Thorez e i suoi. Per l’Italia si fa balenare un miliardollaro intiero, di cui uno o due decimi sarebbero già liquidi. Ma di ciò tra un momento. 

Questi sono prestiti che naturalmente saranno restituiti con gli interessi, ma vi è poi la beneficenza pura, la erogazione a fondo perduto, l’ultima e sopraffina forma di piazzamento del capitale. Anche qui le direttive dell’UNRRA secondo la dottrina Truman sono chiare: paese per paese gli stanziamenti dipendono dal colore del governo locale o dalla sua soggezione alla politica d’oltreatlantico; nei casi dubbi si manda lo stanziamento a zero. Non è guerra, ma è sempre far leva sulla morte.

Ma vi è di più.  La dottrina Truman, piuttosto grossolana, consiste nel maneggiare il dollaro per distruggere zona per zona l’influenza russa ed è applicata con una delicatezza da bisonte. Per fortuna nella libera America vi è il democratico urto delle opposte opinioni, e contro la dottrina Truman vi è quella di Wallace, un amicone questo della Russia, che invece adotta una raffinatissima diplomazia, e spinge il disinteresse fino ai limiti dell’inverosimile.  Donare prestare anticipare dollari, ecco il sacro dovere dell’America, e soprattutto alla Russia bisogna subito offrirli. Le cifre qui naturalmente salgono. Occorre porre a disposizione dell’Europa 50 di quelle nostre unità, cinquanta miliardollari, e di questi alla Russia bisogna, secondo il signor Wallace, non esitare a darne da un quinto ad un terzo, da 10 a 17 miliardollari. 

Le devastazioni della guerra, secondo un calcolo, raggiungono 150 miliardollari ed egli suppone che nei capitali locali si possa ancora trovarne 50 da investire, mentre gli altri cento miliardollari sarà l’America a prestarli al resto del mondo. 

Tornando ai cinquanta che toccano a noi Europei essi valgono secondo il nostro calcoletto a comprare la forza-lavoro di 500 milioni di abitanti per un anno, ossia appunto della popolazione europea. 

La ricostruzione non si può fare certo in un anno, poiché tutti i prodotti dei lavoratori Europei, divenuti di proprietà americana almeno per i due terzi giusta la teoria di Wallace, non possono andare a rifare impianti e opere distrutte, in quanto i lavoratori stessi devono mangiare e consumare. 

A consumo ridotto, come è nella quasi totalità dell’Europa, supponiamo che essi assorbano metà del loro prodotto. In tal caso, se tutti i 50 miliardi di dollari potessero, il che è certo impossibile, essere di un colpo anticipati ed investiti, in due anni l’Europa avrebbe rinnovata la sua attrezzatura, ma tutto l’utile del capitale che questa produrrebbe “per sempre” sarebbe di diritto americano per i due terzi. 

Le cifre sono molto discutibili, ma è chiaro che il signor Wallace, vero pacifista, progetta un investimento di primissimo ordine. 

Naturalmente egli ha bisogno di garanzie per il ritiro dei formidabili utili, pur essendo sempre in credito della somma anticipata. Quali garanzie? Truman, un poco volgaruccio, le vede nel disarmo altrui e nell’armamento formidabile del creditore, atto per massa e per qualità a tenere in soggezione il mondo, e ad evitare le eventuali bizze di chi non volesse pagare le rate. 

Wallace invece ci spiega e spiega a quelli del Kremlino – che potranno subire, ma sarà un poco difficile che credano – come quella generosa anticipazione sarà il fondamento della pace. Le garanzie saranno puramente legali.  In via di costruire il Superstato che abbia a scala mondiale le stesse funzioni che ha lo Stato, sovrano nel suo territorio, per cittadini ed enti privati, si farà funzionare in campo internazionale il sistema delle ipoteche. Strutture ed impianti nei paesi debitori garantiranno col loro valore e con la loro attività i versamenti a saldo del credito. 

In questa seconda civile versione della supremazia americana vediamo avanzare sulla scena un nuovo personaggio, l’ufficiale giudiziario internazionale. Sappiamo bene come agisce nel campo nazionale. Egli è molto più potente del gendarme, se pure non rechi altre armi che una vecchia borsa di cuoio piena di carte e sia fisicamente misero ed umilmente vestito: infatti i suoi stipendi sono assai più bassi di quelli dei militari, reclutati tra giovani aitanti e rivestiti di lucenti divise.  Ma la sua potenza legale e civile è tanto tremenda che molte volte la vittima, quando ha tutto esaurito negli espedienti della tragica guerra cartacea, al vederlo giungere tremolante ed inerme sbigottisce al punto che, lungi dal tentare di offenderlo e ributtarlo, si fa da sé stessa saltare le cervella. Egli guadagna la battaglia senza sporcarsi di sangue le mani, e senza imbrattarsi il certificato penale o compromettere l’assoluzione da parte del confessore. 

In tal modo il dollaro, con la sua organizzazione mondiale di anticipazione ai poveri, muove alla conquista d’Europa fino ed oltre gli Urali, e ne pianifica il successo senza ricorrere alle traiettorie di siluri atomici e di aerei di invasione per la via polare. 

Per quanto riguarda l’Italia le cose sono già avviate a chiarirsi magnificamente, in quanto il processo più difficile si avrà in quei paesi che per ragioni geografiche sono a diretto contatto con la forza russa e sono presidiate dall’esercito sovietico. Nei paesi intermedi assistiamo a sviluppi originali. Per l’Ungheria pare che sia la stessa Russia ad offrire duecento milioni di dollari (non già di rubli) per evitare la concorrenza. Il male è che alla fine quei dollari si prenderebbero dai miliardi di Wallace, e su essi il banchiere farà un affare duplicato. 

Ma per noi tra poco tutto sarà a posto. L’inflazione si potrà frenare quando sia stabilito il prestito del miliardollaro (in verità siamo la decima parte della popolazione di Europa e siamo tra i più disastrati, ma sui 50 miliardollari di Wallace ce ne viene per ora la cinquantesima parte soltanto; è la sorte di chi non fa più paura). Tra poco i grandi affari in Italia si cifreranno in dollari e non in lire, anzi lo si fa già. La lira sarà ancorata al dollaro (ma che bel termine… non resistiamo alla tentazione di dire che vi sarà ancorata più saldamente di quanto le catene di Vulcano ancorassero Prometeo alla sua roccia…). La formula della vita italiana potrà essere semplice: nulla è perduto; solo l’onore

Naturalmente non versiamo lacrime sull’onore della patria borghesia.  Il concetto di onore vige nelle società divise in caste o in classi, ha un senso fin quando gli uomini sono divisi tra gentiluomini e meccanici, non interessa il proletariato rivoluzionario che non ha onori da perdere, ma solo le… ancore che lo legano alla onorata società del capitale. 

L’operazione del prestito all’estero fino ad ora non viene contestata neppure dagli oppositori di oggi, ieri alleati del governo. Essi – in replica al programma De Gasperi – scrivono disinvoltamente: “Occorrono i dollari, che bella scoperta!“. Sono d’accordo per i dollari e per l’UNRRA, altrimenti, dopo anni ed anni di propaganda idiota che presentava la struttura sociale del capitalismo d’America come la più altamente civile, sarebbe la bancarotta elettorale.

Questi sicofanti sostengono che si potrebbero prendere i dollari ed evitare le influenze sulla nostra “politica interna”.  Ma da quando sono saltati i confini tra le economie dei vari paesi e le loro aree commerciali e monetarie, è finita la differenza tra politica estera ed interna.

I socialcomunisti dicono che bisogna dare per i dollari garanzia sulle industrie, non sullo Stato, garanzie economiche e non politiche. Secondo tali marxisti si può dare una garanzia economica senza che questa si rifletta in influenza politica…  Ma poi quelle industrie, nel programma di quei signori, e in ispecie le grandi industrie monopolistiche (brrr… e leggi le sole che hanno tra noi la potenzialità atta a garantire un po’ di dollari e si stanno già per loro conto coprendo di ipoteche oltremarine), non dovevano essere nazionalizzate, coi soldi dello Stato (presi dal prestito), e non avremmo quindi la vendita e l’affitto dello Stato? 

Siano nello stesso Ministero o meno, sono d’accordo tutti nella politica economica dei prestiti. Erano tutti d’accordo nel prestito interno, ed abbiamo assistito al nauseante spettacolo della pubblicità al prestito su quelli che pretendono di essere i giornali “delle classi lavoratrici”. Il prestito allo Stato, la costituzione del sempre più elefantesco debito pubblico, è uno dei cardini della accumulazione capitalistica.  Marx nel Primo Libro del Capitale, cap. XXVI 8, sulla genesi del capitalista industriale, dice testualmente:  “Il debito pubblico o, in altri termini, l’alienazione dello Stato – sia questo dispotico, costituzionale o repubblicano – segna della sua impronta l’era capitalistica. La sola parte della cosiddetta ricchezza nazionale, che entra realmente nel possesso collettivo dei popoli moderni, è il loro debito pubblico. Perciò è assai conseguente la teoria contemporanea secondo la quale un popolo diventa tanto più ricco quanto più fa debiti. Il debito pubblico diventa il credo del capitale. Ed è così che la mancanza di fede nel debito pubblico, non appena questo si è formato, viene a prendere il posto del peccato contro lo Spirito Santo pel quale non v’è perdono”

Una delle tesi essenziali del marxismo è che quanta più ricchezza si concentra nelle mani della borghesia nazionale, tanta più miseria vi è nella massa lavoratrice. Lo Stato-sbirro, semplice difensore del privilegio della prima, si trasforma oggi sempre più in Stato-cassa. L’attivo di questa cassa va ad incrementare l’accumulata ricchezza dei borghesi, il suo passivo pesa sulla generalità, ossia sui lavoratori. Coi prestiti nazionali si ribadisce la servitù economica del proletariato. Secondo poi l’insensata pretesa che questo addirittura sottoscriva qualche cartella dell’accredito ai suoi sfruttatori, la sua servitù viene ribadita una terza volta. 

In Italia non è certo De Gasperi che rischia di peccare contro lo Spirito Santo!

Ma i suoi avversari attuali in Parlamento, soci fino a ieri nella politica dei prestiti, soci oggi ancora nella politica della servitù dei sindacati operai, restano suoi soci nella politica del prestito dall’America con cui lo Stato italiano si aliena al capitale straniero. 

Abbiamo già detto che per il proletariato essere venduto al capitale straniero o a quello indigeno è una pari sventura. 

Nel caso della attuale classe politica dirigente italiana va però detto che essa, attraverso le indegne metamorfosi del suo schieramento, nella vendita dell’onore del suo Stato saprà scendere ancora qualche altro scalino. 

L’alienazione del proprio onore non è il peggiore affare che si possa concludere. Anche qui, e siamo sempre nella piena meccanica nel mondo borghese, che avversiamo ed odiamo, vi è una questione di prezzo. Si può vendere l’onore sottocosto. Ed è a questo che arriveranno gli odierni gerarchi della politica italiana, negoziando con lo straniero vincitore le condizioni del suo intervento finanziario, preoccupati solo di contendersi tra loro, filoamericani o filorussi che siano, le percentuali di commissione sull’affare. 

Le tesi della Sinistra Pt.3

Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario della classe operaia 

La questione relativa alla tattica del partito è di importanza fondamentale, e va chiarita in relazione alla storia dei contrasti di tendenza e di indirizzo che si sono verificati nella II e nella III Internazionale.

    Non si deve ritenere che la questione sia di natura accessoria e derivata, nel senso che gruppi consenzienti sulla dottrina e sul programma possano, senza intaccare tali basi, sostenere ed applicare indirizzi diversi nell’azione, sia pure a proposito di episodi transitori.

    Porre i problemi relativi alla natura ed all’azione del partito significa essere passati dal campo della interpretazione critica dei processi sociali a quello della influenza che su tali processi può esercitare una forza attivamente operante. Il trapasso costituisce il punto più importante e delicato di tutto il sistema marxista e fu inquadrato nelle frasi giovanili di Marx: «I filosofi non hanno fatto finora che interpretare il mondo, si tratta ora di cambiarlo» e «Dall’arma della critica occorre passare alla critica con le armi».

    Questo passaggio, dalla pura conoscenza all’intervento attivo, va inteso secondo il metodo del materialismo dialettico in maniera totalmente diversa da quella dei seguaci delle ideologie tradizionali. Troppe volte ha fatto comodo agli avversari del comunismo sfruttare il bagaglio teorico marxista per sabotarne e rinnegarne le conseguenze di azione e di battaglia, ovvero, da altre sponde, mostrare di aderire alla prassi del partito proletario ma confutare e rigettare le sue basi critiche di principio. In tutti questi casi la deviazione era il riflesso di influenze anticlassiste e controrivoluzionarie, e si è estrinsecata nella crisi che indichiamo per brevità sotto il nome di opportunismo.

    I principii e le dottrine non esistono di per sé come un fondamento sorto e stabilito prima dell’azione; sia questa che quelli si formano in un processo parallelo. Sono gli interessi materiali concorrenti che spingono i gruppi sociali praticamente nella lotta, e dall’azione suscitata da tali materiali interessi si forma la teoria che diviene patrimonio caratteristico del partito. Spostati i rapporti di interessi, gli incentivi all’azione e gli indirizzi pratici di questa, si sposta e si deforma la dottrina del partito.

    Pensare che questa possa essere diventata sacra ed intangibile per la sua codificazione in un testo programmatico e per una stretta inquadratura organizzativa e disciplinare dell’organismo di partito, e che quindi ci si possa consentire svariati e molteplici indirizzi e manovre nell’azione tattica, significa non scorgere marxisticamente qual’ è il vero problema da risolvere per giungere alla scelta dei metodi dell’azione.

    Si ritorna alla valutazione del determinismo. Gli eventi sociali si svolgono per forze incoercibili, dando luogo a diverse ideologie e teorie ed opinioni degli uomini, o possono essere modificati dalla più o meno cosciente volontà degli uomini stessi? Il quesito viene affrontato dal metodo proprio del partito proletario con lo spostarne radicalmente le basi tradizionali. Lo si è sempre riferito all’individuo isolato, pretendendo di risolverlo per l’individuo e poi dedurne la soluzione per il tutto sociale; ed invece si deve trasportarlo dall’individuo alla collettività. Si è sempre intesa per collettività l’altra metafisica astrazione che è la società di tutti gli uomini, mentre marxisticamente deve intendersi per collettività l’aggruppamento concretamente definito di individui che in una data situazione storica hanno, per i loro rapporti sociali, ossia per il loro posto nella produzione e nell’economia, interessi paralleli; aggruppamenti che appunto si chiamano classi.

    Per le tante classi sociali che presenta la storia umana, non si risolve in uno stesso modo generico il problema delle loro capacità di intendere esattamente il processo in cui vivono, e di esercitare su di esso un certo grado di influenza. Ogni classe storica ha avuto il suo partito, il suo sistema di opinioni e di propaganda; ognuna ha preteso con pari insistenza di interpretare esattamente il senso degli eventi, e di poterli indirizzare ad un fine più o meno vagamente concepito. Di tutte queste impostazioni il marxismo fornisce la critica e la spiegazione, mostrando che le varie generalizzazioni ideologiche erano il riflesso nelle opinioni delle condizioni e degli interessi delle classi in conflitto.

    In questo continuo avvicendamento, di cui sono motori gli interessi materiali, protagonisti gli aggruppamenti in partiti ed organismi statali di classe, aspetti esteriori le scuole politiche e filosofiche, la moderna classe proletaria, una volta maturate le condizioni sociali della sua formazione, si presenta con capacità nuove e superiori, sia quanto a possesso di un metodo non illusorio di interpretazione di tutto il movimento storico, sia quanto a concreta efficacia della sua azione di lotta sociale e politica nell’influire sullo svolgersi generale di questo movimento.

    Quest’altro concetto fondamentale è stato enunciato dai marxisti con le frasi non meno note e classiche: «Con la rivoluzione proletaria la società umana esce dalla sua preistoria» e «La rivoluzione socialista costituisce il passaggio dal mondo della necessità a quello della libertà».

    Si tratta dunque di non porre più nei banali termini tradizionali la domanda se l’uomo è libero nel suo volere o determinato dall’ambiente esterno, se una classe ed il suo partito hanno coscienza della loro missione storica e derivano da questa coscienza teorica la forza per attuarla al fine di un generale miglioramento, ovvero siano trascinati nella lotta, nel successo o nel disastro, da forze superiori o sconosciute. Bisogna prima domandarsi di quali classi e di quali partiti si tratta, quali siano i loro rapporti nel campo delle forze della produzione e dei poteri statali, qual è il ciclo storico percorso, e quello che, secondo i risultati dell’analisi critica, resta loro da percorrere.

    Secondo la dottrina delle scuole religiose, il fattore degli eventi sta fuori dell’uomo, nella divinità creatrice, che ha tutto stabilito e che ha anche creduto di concedere all’individuo un grado di libertà nell’azione, di cui dovrà quindi rispondere in una vita ultraterrena. E ben noto che una simile soluzione del problema della volontà e del determinismo è del tutto abbandonata dall’analisi sociale marxista.

    Ma anche la soluzione della filosofia borghese, con le sue pretese di critica illuministica e la sua illusione di avere eliminato ogni presupposto arbitrario e rivelato, resta parimenti ingannevole, perché il problema dell’azione è sempre ridotto al rapporto di soggetto e oggetto, e nelle versioni antiche e recenti dei vari sistemi idealistici il punto di partenza è ricercato nel soggetto individuale, nell’Io, in quanto appunto risiede nel meccanismo del suo pensiero e si traduce successivamente negli interventi di questo Io sopra l’ambiente naturale e sociale. Da qui la menzogna politica e giuridica del sistema borghese, per cui l’uomo è libero e come cittadino ha il diritto di amministrare secondo l’opinione nata nella sua testa la cosa comune e quindi anche i propri interessi.

    La interpretazione marxista della storia e dell’azione umana, se ha quindi espulso l’intervento di ogni influenza trascendente e di ogni verbo rivelato, ha con non minore decisione capovolto lo schema borghese della libertà e della volontà dell’individuo, mostrando come sono i suoi bisogni e i suoi interessi a spiegare il suo movimento e la sua azione, e solo come ultimo effetto delle più complicate influenze si determinano le sue opinioni e credenze e ciò che si chiama la sua coscienza.

    Ben vero, quando dal concetto metafisico di coscienza e di volontà dell’Io si passa a quello reale e scientifico di conoscenza teorica e di azione storica e politica del partito di classe, il problema viene impostato chiaramente, e se ne può affrontare la soluzione.

    Questa soluzione ha una portata originale per il movimento ed il partito del moderno proletariato in quanto per la prima volta si tratta della classe sociale che non solo è portata a spezzare i vecchi sistemi e le vecchie forme politiche e giuridiche che impediscono lo svolgersi delle forze produttive (compito rivoluzionario che ebbero anche le precedenti classi sociali), ma per la prima volta attua tale lotta non per costituirsi in una nuova classe dominante, ma per stabilire rapporti produttivi tali che permettano di eliminare la pressione economica e lo sfruttamento di classe su classe.

    Il proletariato dispone quindi di maggiore chiarezza storica, e di influenza più diretta sugli eventi, che non le classi che lo hanno preceduto nel dirigere la società.

    Questa attitudine storica e facoltà nuova del partito di classe proletario va seguita nel complicato processo del suo manifestarsi nelle successive vicende storiche che il movimento proletario ha fin qui attraversato.

    Il revisionismo della II Internazionale, che dette luogo all’opportunismo nella collaborazione ai governi borghesi, in pace e in guerra, fu la manifestazione della influenza che ebbe sul proletariato la fase di sviluppo pacifico ed apparentemente progressivo del mondo borghese, nell’ultima parte del secolo XIX. Sembrò allora che l’espansione del capitalismo non conducesse, come era apparso nel classico schema di Marx, alla inesorabile esasperazione dei contrasti di classe e dello sfruttamento ed immiserimento proletario. Sembrava, fin quando i limiti del mondo capitalistico potessero estendersi senza suscitare crisi violente, che il tenore di vita delle classi lavoratrici potesse gradualmente migliorarsi nell’ambito stesso del sistema borghese. Il riformismo in teoria elaborò questo schema della evoluzione senza urti dall’economia capitalistica a quella proletaria, e nella pratica con tutta coerenza affermò che il partito proletario poteva esplicare una azione positiva con realizzazioni quotidiane di parziali conquiste, sindacali, cooperative, amministrative, legislative, che diventavano altrettanti nuclei del futuro sistema socialista inseriti nel corpo di quello attuale, e che a mano a mano lo avrebbero trasformato nella sua totalità.

    La concezione del compito del partito non fu più quella di un movimento che dovesse tutto far dipendere dalla preparazione di uno sforzo finale per attuare le massime conquiste, ma si trasformò in una concezione sostanzialmente volontaristica e pragmatistica, nel senso che l’opera di ogni giorno veniva presentata come una solida realizzazione definitiva, e contrapposta alla vacuità della passiva aspettazione di un grande successo futuro che dovesse sorgere dallo scontro rivoluzionario.

    Non meno volontaristica, anche per la dichiarata adesione a più recenti filosofie borghesi, era la scuola sindacalista, che parlava bensì di aperto conflitto di classe e di svuotamento e abolizione di quel meccanismo statale borghese, che i riformisti volevano permeare di socialismo, ma in realtà, localizzando la lotta e la trasformazione sociale a singole aziende della produzione, pensava parimenti che i proletari potessero successivamente stabilire con la lotta sindacale tante posizioni vittoriose in isolotti del mondo capitalistico. Una derivazione del concetto sindacalistico, in cui l’unità internazionale e storica del movimento di classe e della trasformazione sociale è frammentata in tante successive prese di posizione negli elementi dell’economia produttiva, in nome di una impostazione concreta ed analitica dell’azione, si ebbe nella teoria dei consigli di fabbrica propria del movimento italiano dell’ «Ordine Nuovo».

    Ritornando al revisionismo gradualista, è chiaro che, come veniva resa secondaria la massima realizzazione programmatica dell’azione del partito e messa in primo piano la conquista parziale e quotidiana; così veniva preconizzata la ben nota tattica di alleanza e di coalizione con gruppi e partiti politici che volta a volta consentissero nell’appoggiare le rivendicazioni parziali e le riforme del partito proletario.

    Fin d’allora fu opposta a questa prassi la sostanziale obiezione che lo schieramento del partito a fianco di altri su di un fronte che divideva in due il mondo politico su determinati problemi che apparivano nella attualità del momento, conduceva di riflesso a snaturare il partito, ad annebbiare la sua chiarezza teorica, ad indebolire la sua organizzazione e a compromettere la sua possibilità di inquadrare la lotta delle masse proletarie nella fase della conquista rivoluzionaria del potere.

    La natura della lotta politica è tale, che lo schieramento delle forze in due campi separati da opposte soluzioni di un suggestivo problema contingente, polarizzando tutte le azioni di gruppi intorno a quel transitorio interesse e a quella immediata finalità e sopraffacendo ogni propaganda programmatica ed ogni coerenza alla tradizione dei principii, determina nei gruppi combattenti orientamenti che riflettono direttamente e traducono in modo bruto l’esigenza per cui si combatte.

    Il compito del partito, cosa apparentemente pacifica presso gli stessi socialisti dell’epoca classica, dovrebbe essere di conciliare l’intervento nei problemi e nelle conquiste contingenti con la conservazione della sua fisionomia programmatica e della capacità a portarsi sul terreno della lotta sua propria per la finalità generale ed ultima della classe proletaria. In effetti avvenne che l’attività riformistica non solo fece dimenticare ai proletari la loro preparazione classista e rivoluzionaria, ma condusse gli stessi capi e teorici del movimento a farne aperto gettito, proclamando che ormai non era più il caso di preoccuparsi di realizzazioni massime, che la finale crisi rivoluzionaria prevista dal marxismo si riduceva anch’essa ad utopia, e che ciò che importava era la conquista di ogni giorno. Divisa comune dei riformisti e sindacalisti fu: «il fine è nulla, il movimento è tutto».

    La crisi di questo metodo si presentò imponente con la guerra. Questa distrusse il presupposto storico della sempre maggiore tollerabilità del dominio capitalistico, in quanto le risorse collettive accumulate dalla borghesia, ed in piccola parte devolute all’apparente miglioramento del tenore di vita economica delle masse, furono gettate nella fornace della guerra, e non solo svanirono nella crisi economica tutti gli effetti dei miglioramenti riformistici, ma le vite stesse di milioni di proletari furono sacrificate. Nel tempo stesso, mentre la parte ancora sana dei socialisti si illudeva che tale violento ripresentarsi della barbarie capitalistica avrebbe provocato il ritorno dei gruppi proletari da una posizione di collaborazione ad una aperta lotta generale sulla questione centrale della distruzione del sistema borghese, si ebbe invece la crisi e il fallimento di tutta o quasi tutta la organizzazione proletaria internazionale.

    Lo spostamento del fronte di agitazione e di azione immediata, attuato negli anni della pratica riformista, si rivelò come una debolezza insanabile, poiché le finalità massime di classe risultarono dimenticate e incomprensibili per i proletari. Il metodo tattico di accettare lo schieramento dei partiti in due coalizioni diverse secondo i paesi e le contingenze delle più svariate parole (per una maggiore libertà di organizzazione, per la estensione del diritto di voto, per la statizzazione di alcuni settori economici ecc. ecc.), fu ampiamente sfruttato nelle sue nefaste conseguenze dalla classe dominante, provocando quegli schieramenti politici dei capi del proletariato che costituirono la degenerazione social-patriottica.

    Utilizzando abilmente la popolarità data a quei postulati non classisti dalla propaganda delle potenti organizzazioni di massa dei grandi partiti socialisti della II Internazionale, fu facile deviare la loro impostazione politica dimostrando che nell’interesse del proletariato e perfino del suo cammino verso il socialismo occorreva frattanto darsi a difendere altri risultati, come la civiltà tedesca contro lo zarismo feudale e teocratico, ovvero la democrazia occidentale contro il militarismo teutonico.

    A questo indirizzo disastroso per il movimento operaio reagì, attraverso la Rivoluzione Russa, la III Internazionale. Deve però dirsi che, se la restaurazione dei valori rivoluzionari fu grandiosa e completa per quanto riguarda i principii dottrinari, la impostazione teorica e il problema centrale del potere dello Stato, non fu invece altrettanto completa la sistemazione organizzativa della nuova Internazionale e la impostazione della tattica di essa e di quella dei partiti aderenti.

    La critica agli opportunisti della II Internazionale fu bensì completa e decisiva non solo quanto al loro abbandono totale dei principii marxisti, ma anche quanto alla loro tattica di coalizione e di collaborazione con governi e partiti borghesi.

    Fu posto in tutta evidenza che l’indirizzo particolaristico e contingentistico dato ai vecchi partiti socialisti non aveva condotto affatto ad assicurare ai lavoratori piccoli benefici e miglioramenti materiali in cambio della rinunzia a preparare ed attuare l’attacco integrale agli istituti ed al potere borghese, ma aveva condotto, compromettendo entrambi i risultati, il minimo ed il massimo, ad una situazione ancora peggiore, ossia all’impiego delle organizzazioni, delle forze, della combattività, delle persone e delle vite dei proletari per realizzare scopi che non erano quelli politici e storici della loro classe, ma conducevano al rafforzamento dell’imperialismo capitalistico. Questo aveva così superata nella guerra, per una intera fase storica almeno, la minaccia insita nelle contraddizioni del suo meccanismo produttivo, e superata la crisi politica determinata dalla guerra e dalle sue ripercussioni coll’assoggettare a sé gli inquadramenti sindacali e politici della classe avversaria attraverso il metodo politico delle coalizioni nazionali.

    Ciò equivaleva, secondo la critica del leninismo, ad avere completamente snaturato il compito e la funzione del partito proletario di classe che non è di salvare la patria borghese o gli istituti della cosiddetta libertà borghese da denunziati pericoli, ma di tenere schierate le forze operaie sulla linea dell’indirizzo storico generale del movimento, che deve culminare nella conquista totale del potere politico, abbattendo lo Stato borghese.

    Si trattava, nell’immediato dopo-guerra, quando apparivano sfavorevoli le cosiddette condizioni subiettive della rivoluzione (ossia la efficienza della organizzazione e dei partiti del proletariato) ma si presentavano favorevoli le condizioni obiettive, per il manifestarsi in tutta la sua ampiezza della crisi del mondo borghese, di riparare alla prima deficienza con la pronta riorganizzazione della Internazionale rivoluzionaria.

    Il processo fu dominato, né poteva essere altrimenti, dal grandioso fatto storico della prima vittoria rivoluzionaria operaia in Russia, che aveva permesso di riportare in piena luce le grandi direttive comuniste. Si volle però tracciare la tattica dei partiti comunisti, che negli altri paesi riunivano i gruppi socialisti avversi all’opportunismo di guerra, sulla diretta imitazione della tattica vittoriosamente applicata in Russia dal partito bolscevico nella conquista del potere, attraverso la storica lotta dal febbraio al novembre 1917.

    Questa applicazione dette luogo fin dal primo momento ad importanti dibattiti sui metodi tattici della Internazionale, e specialmente su quello che fu detto del «fronte unico», consistente in inviti rivolti frequentemente agli altri partiti proletari e socialisti per una agitazione ed azione comuni ed aventi il fine di porre in evidenza l’inadeguatezza del metodo di quei partiti e spostare a vantaggio dei comunisti la loro tradizionale influenza sulle masse.

    In effetti, nonostante gli aperti avvertimenti della Sinistra italiana e di altri gruppi di opposizione, i capi dell’Internazionale non si resero conto che questa tattica del fronte unico, spingendo le organizzazioni rivoluzionarie a fianco di quelle social-democratiche, social-patriottiche, opportunistiche, dalle quali esse si erano appena separate in irriducibile opposizione, non solo avrebbe disorientato le masse, rendendo impossibili i vantaggi che da quella tattica si aspettavano, ma avrebbe – il che era ancora più grave – inquinato gli stessi partiti rivoluzionari. E vero che il partito rivoluzionario è il migliore ed il meno vincolato fattore della storia, ma esso non cessa di essere egualmente un prodotto di essa e subisce mutamenti e spostamenti ad ogni modificazione delle forze sociali. Non si può pensare il problema tattico come il maneggio volontario di un’arma che, volta in qualsiasi direzione, rimane la medesima; la tattica del partito influenza e modifica il partito stesso. Se anche nessuna tattica può essere condannata in nome di aprioristici dogmi, ogni tattica va pregiudizialmente analizzata e discussa alla luce di un quesito come questo: nel guadagnare una eventuale maggiore influenza del partito sulle masse, non si sarà compromesso il carattere del partito e la sua capacità di guidare queste masse allo scopo finale?

    L’adozione della tattica del fronte unico da parte della III Internazionale significava, in realtà, che anche l’Internazionale Comunista si metteva sulla strada dell’opportunismo che aveva condotto la II Internazionale alla disfatta ed alla liquidazione. Caratteristica della tattica opportunistica era stato il sacrificio della vittoria finale e totale ai parziali successi contingenti; la tattica del fronte unico si rivelava anche essa opportunistica, proprio in quanto anche essa sacrificava la garanzia prima ed insostituibile della vittoria totale e finale (la capacità rivoluzionaria del partito di classe) alla azione contingente che avrebbe dovuto assicurare vantaggi momentanei e parziali al proletariato (l’aumento dell’influenza del partito sulle masse, ed una maggiore compattezza del proletariato nella lotta per il miglioramento graduale delle sue condizioni materiali e per il mantenimento di eventuali conquiste raggiunte).

    Nella situazione del primo dopoguerra, che appariva obiettivamente rivoluzionaria, la dirigenza dell’Internazionale si fece guidare dalla preoccupazione – peraltro non immotivata – di trovarsi impreparata e con scarso seguito nelle masse allo scoppio di un movimento generale europeo che poteva conseguire la conquista del potere in alcuni dei grandi paesi capitalistici. Era talmente importante per l’Internazionale leninista l’eventualità di un rapido crollo del mondo capitalistico, che oggi si comprende come, nella speranza di poter dirigere più vaste masse nella lotta per la rivoluzione europea, si largheggiasse nell’accettare l’adesione di movimenti che non erano veri partiti comunisti e si cercasse con la tattica elastica del fronte unico di tenere contatto con le masse che erano dietro le gerarchie di partiti oscillanti tra la conservazione e la rivoluzione.

    Se l’eventualità favorevole si fosse verificata, i riflessi sulla politica e la economia del primo potere proletario in Russia sarebbero stati talmente importanti, da permettere il risanamento rapidissimo delle organizzazioni internazionali e nazionali del movimento comunista.

    Essendosi invece verificata l’eventualità meno favorevole, quella del ristabilimento relativo del capitalismo, il proletariato rivoluzionario dovette riprendere la lotta ed il cammino con un movimento che, avendo sacrificato la sua chiara impostazione politica e la sua omogeneità di composizione e di organizzazione, era esposto a nuove degenerazioni opportunistiche.

    Ma l’errore che aprì le porte della III Internazionale alla nuova e più grave ondata opportunistica non era soltanto errore di calcolo delle probabilità future del divenire rivoluzionario del proletariato; era un errore di impostazione e di interpretazione storica consistente nel voler generalizzare le esperienze e i metodi del bolscevismo russo, applicandoli ai paesi di enormemente più progredita civiltà borghese e capitalistica. La Russia anteriore al febbraio ’17 era ancora una Russia feudale nella quale le forze produttive capitalistiche erano oppresse sotto i ceppi dei rapporti di produzione antichi: era ovvio che in questa situazione, analoga a quella della Francia del 1789 e della Germania del 1848, il partito politico proletario dovesse combattere contro lo zarismo anche se fosse apparso impossibile l’evitare che dopo il suo rovesciamento si stabilisse un regime borghese capitalistico; ed era in conseguenza altrettanto ovvio che il partito bolscevico poteva accedere a contatti con altri aggruppamenti politici, contatti resi necessari dalla lotta contro lo zarismo. Tra il febbraio e l’ottobre ’17, il partito bolscevico riscontrò le condizioni oggettive favorevoli ad un più vasto disegno: quello di innestare sull’abbattimento dello zarismo l’ulteriore conquista rivoluzionaria proletaria. In conseguenza, irrigidì le sue posizioni tattiche, assumendo posizioni di lotta aperta e spietata contro tutte le altre formazioni politiche, dai reazionari fautori di un ritorno zarista e feudale, ai socialisti rivoluzionari ed ai menscevichi. Ma il fatto che poteva temersi un effettivo ritorno reazionario del feudalesimo assolutistico e teocratico, e il fatto che le formazioni statali e politiche della borghesia o influenzate da essa, nella situazione estremamente fluida e instabile, non avevano ancora nessuna saldezza e capacità di attrazione ed assorbimento delle forze autonome proletarie, misero il partito bolscevico in condizione di poter accettare contatti ed accordi provvisori con altre organizzazioni aventi seguito proletario, come avvenne nell’episodio di Kornilov.

    Il partito bolscevico, realizzando il fronte unico contro Kornilov, lottava in realtà contro un effettivo ritorno reazionario feudale e, di più, non aveva da temere una maggiore saldezza delle organizzazioni mensceviche e socialiste-rivoluzionarie, che rendesse possibile un suo influenzamento da parte di queste, né un grado di solidità e di consistenza del potere statale che consentisse a quest’ultimo di trarre vantaggio dall’alleanza contingente con i bolscevichi per poi rivolgersi contro di loro.

    Completamente diversi erano invece la situazione e i rapporti di forze nei paesi di avanzata civiltà borghese. In essi non si poneva più (ed a maggior ragione non si pone oggi) la prospettiva di un ritorno reazionario del feudalesimo, e veniva quindi a mancare del tutto l’obiettivo stesso di eventuali azioni comuni con altri partiti. Di più, in essi il potere statale e gli aggruppamenti borghesi erano talmente consolidati nel successo e nella tradizione di dominio, che si doveva ben prevedere che le organizzazioni autonome del proletariato, spinte a contatti frequenti e stretti per la tattica del fronte unico, sarebbero state esposte ad un pressoché inevitabile influenzamento e assorbimento progressivo da parte di quelli.

    L’aver ignorato questa profonda differenza di situazioni, e l’aver voluto applicare nei paesi progrediti i metodi tattici bolscevichi, adatti alla situazione del nascente regime borghese della Russia, ha portato l’Internazionale Comunista ad una serie sempre crescente di disastri, ed infine alla sua ingloriosa liquidazione.

    La tattica del fronte unico fu spinta fino a dare parole diverse da quelle programmatiche del partito sul problema dello Stato, sostenendo la richiesta e l’attuazione di governi operai, e cioè di governi formati da rappresentanze miste comuniste e social-democratiche, le quali giungessero al potere per le normali vie parlamentari, senza rompere violentemente l’apparato statale borghese. Tale parola del Governo operaio veniva presentata al V Congresso della Internazionale Comunista quale corollario logico e naturale della tattica del fronte unico; e veniva applicata in Germania, ottenendo come risultato una grave disfatta del proletariato tedesco e del suo partito comunista.

    Con l’aperta e progressiva degenerazione dell’Internazionale dopo il IV Congresso, la parola del fronte unico servì ad introdurre la tattica aberrante della formazione di blocchi elettorali con partiti non più soltanto non comunisti, ma anche e perfino non proletari, della creazione dei fronti popolari, dell’appoggio a governi borghesi, ovvero – e sorge qui la questione più attuale – del proclamare, nelle situazioni in cui la controffensiva borghese fascista aveva conseguito il monopolio del potere, che il partito operaio, soprassedendo alla lotta per i suoi fini specifici, dovesse costituire l’ala sinistra di una coalizione anti-fascista comprendente non più i soli partiti proletari, ma anche quelli borghesi democratici e liberali, con il postulato di combattere i regimi totalitari borghesi e di attuare dopo la loro caduta un governo di coalizione di tutti i partiti, borghesi e proletari, avversi al fascismo. Partendo dal fronte unico della classe proletaria, si arriva così all’unità nazionale di tutte le classi, borghese e proletaria, dominante e dominata, sfruttatrice e sfruttata. Cioè, partendo da una discutibile e contingente manovra tattica, avente per dichiarata condizione l’assoluta autonomia delle organizzazioni rivoluzionarie e comuniste, si arriva alla liquidazione effettiva di questa autonomia, ed alla negazione non più soltanto dell’intransigenza rivoluzionaria bolscevica, ma anche dello stesso classismo marxista.

    Questo sviluppo progressivo, da una parte risulta in contrasto arbitrario con le stesse tesi tattiche dei primi congressi dell’Internazionale e con le classiche soluzioni sostenute da Lenin nell’Estremismo malattia infantile del comunismo, dall’altro lato, dopo l’esperienza di venti e più anni di vita dell’Internazionale, autorizza a ritenere che l’enorme deviazione oltre il primo fine proposto sia derivata, parallelamente alle sfavorevoli vicende della lotta rivoluzionaria anticapitalistica, da una impostazione iniziale inadeguata del problema dei compiti tattici del partito.

    E oggi possibile, senza richiamare dai testi delle discussioni di allora tutto l’insieme degli argomenti critici, conchiudere che il bilancio della tattica troppo elastica e troppo manovrata è risultato non solo negativo, ma disastrosamente fallimentare.

    I partiti comunisti sotto la guida del Comintern hanno tentato reiteratamente ed in tutti i paesi di utilizzare le situazioni in senso rivoluzionario con le manovre del fronte unico, e successivamente opporsi al cosiddetto prevalere della destra borghese con la tattica dei blocchi di sinistra. Questa tattica la provocato solo clamorose sconfitte. Dalla Germania alla Francia alla Cina alla Spagna, le tentate coalizioni non solo non hanno spostato le masse dai partiti opportunistici e dalla influenza borghese o piccolo-borghese a quella rivoluzionaria e comunista, ma hanno fatto riuscire il gioco inverso nell’interesse degli anticomunisti. I partiti comunisti o sono stati oggetto, alla rottura delle coalizioni, di spietati attacchi reazionari dei loro ex-alleati, riportando durissime sconfitte nel tentativo di lottare da soli, o, assorbiti dalle coalizioni, sono andati totalmente snaturandosi sino a non differire praticamente dai partiti opportunisti.

    Vero è che, dal 1928 al 1934, si è verificata una fase in cui il Comintern ha ridato la parola della autonomia di posizioni e della lotta indipendente, rivolgendo di nuovo ed improvvisamente il fronte polemico e di opposizione contro le correnti borghesi di sinistra e quelle social-democratiche. Ma questa brusca svolta tattica non è valsa che a produrre nei partiti comunisti il più assoluto disorientamento, e non ha offerto alcun successo storico nel debellamento sia di controffensive fasciste che di azioni solidali della coalizione borghese contro il proletariato. La causa di questi insuccessi deve farsi risalire al fatto che le successive parole tattiche sono piovute sui partiti e in mezzo ai loro inquadramenti col carattere di improvvise sorprese e senza alcuna preparazione della organizzazione comunista alle varie eventualità. I piani tattici del partito, invece, pur prevedendo varietà di situazioni e di comportamento, non possono e non devono diventare un monopolio esoterico di gerarchie supreme, ma devono essere strettamente coordinati alla coerenza teorica, alla coscienza politica dei militanti, alle tradizioni di sviluppo del movimento, e devono permeare l’organizzazione in modo che questa sia preparata preventivamente e possa prevedere quali saranno le reazioni della struttura unitaria del partito alle favorevoli o sfavorevoli vicende dell’andamento della lotta. Pretendere qualche cosa di più e di diverso dal partito, e credere che questo non si sconquassi ad impreveduti colpi di timone tattico, non equivale ad averne un concetto più completo e rivoluzionario, ma palesemente, come mostrano i concreti raffronti storici, costituisce il classico processo definito col termine di opportunismo, per cui il partito rivoluzionario o si dissolve e naufraga nella influenza disfattista della politica borghese, o resta più facilmente scoperto e disarmato dinanzi alle iniziative di repressione.

    Quando il grado di sviluppo della società e l’andamento degli eventi conducono il proletariato a servire a fini non suoi, consistenti nelle false rivoluzioni di cui la borghesia mostra di sentire ogni tanto il bisogno, è l’opportunismo che vince, il partito di classe cade in crisi, la sua direzione passa ad influenze borghesi, e la ripresa del cammino proletario non può avvenire che con la scissione dei vecchi partiti, la formazione di nuovi nuclei e la ricostruzione nazionale ed internazionale della organizzazione politica proletaria.

    In conclusione, la tattica che applicherà il partito proletario internazionale pervenendo alla sua ricostituzione in tutti i paesi, dovrà basarsi sulle seguenti direttive.

    Dalle pratiche esperienze delle crisi opportunistiche e delle lotte condotte dai gruppi marxisti di sinistra contro i revisionismi della II Internazionale e contro la deviazione progressiva della III Internazionale, si è tratto il risultato che non è possibile mantenere integra l’impostazione programmatica, la tradizione politica e la solidità organizzativa del partito se questo applica una tattica che, anche per le sole posizioni formali, comporta attitudini e parole d’ordine accettabili dai movimenti politici opportunistici.

    Similmente, ogni incertezza e tolleranza ideologica ha il suo riflesso in una tattica ed in un’azione opportunistica.

    Il partito, quindi, si contraddistingue da tutti gli altri, apertamente nemici o cosiddetti affini, ed anche da quelli che pretendono di reclutare i loro seguaci nelle file della classe operaia, perché la sua prassi politica rifiuta le manovre, le combinazioni, le alleanze, i blocchi che tradizionalmente si formano sulla base di postulati e parole di agitazione contingenti comuni a più partiti.

    Questa posizione del partito ha un valore essenzialmente storico, e lo distingue nel campo tattico da ogni altro, esattamente come lo contraddistingue la sua originale visione del periodo che presentemente attraversa la società capitalistica.

    Il partito rivoluzionario di classe è solo ad intendere che oggi i postulati economici, sociali e politici del liberalismo e della democrazia sono antistorici, illusori e reazionari, e che il mondo è alla svolta per cui nei grandi paesi l’organamento liberale scompare e cede il posto al più moderno sistema fascista.

    Nel periodo, invece, in cui la classe capitalistica non aveva ancora iniziato il suo ciclo liberale, doveva ancora rovesciare il vecchio potere feudalistico, od anche doveva ancora in paesi importanti percorrere tappe e fasi notevoli della sua espansione, ancora liberistica nei processi economici e democratica nella funzione statale, era comprensibile ed ammissibile una alleanza transitoria dei comunisti con quei partiti che, nel primo caso, erano apertamente rivoluzionari, antilegalitari ed organizzati per la lotta armata, nel secondo caso assolvevano ancora un compito che assicurava condizioni utili e realmente «progressive» perché il regime capitalistico affrettasse il ciclo che deve condurre alla sua caduta.

    Il passaggio tra le due epoche storiche della tattica comunista non può essere sminuzzato in una casistica locale e nazionale, né andarsi a disperdere nell’analisi delle complesse incertezze, che indubbiamente presenta il ciclo del divenire capitalistico, senza sfociare nella prassi deprecata da Lenin di Un passo avanti e due indietro.

    La politica del partito proletario è anzitutto internazionale (e ciò lo distingue da tutti gli altri) fin dalla prima enunciazione del suo programma e dal primo presentarsi della esigenza storica della effettiva sua organizzazione. Come dice il Manifesto, i comunisti, appoggiando dappertutto ogni movimento rivoluzionario che sia diretto contro il presente stato di cose, politico e sociale, mettono in rilievo e fanno valere, insieme alla questione della proprietà, quei comuni interessi del proletariato tutto intero, che sono indipendenti dalla nazionalità.

    E la concezione della strategia rivoluzionaria comunista, fin quando non fu traviata dallo stalinismo, è che la tattica internazionale dei comunisti si ispira allo scopo di determinare lo sfondamento del fronte borghese nel paese in cui ne appaiono le maggiori possibilità, indirizzando a questo fine tutte le risorse del movimento.

    Per conseguenza, la tattica delle alleanze insurrezionali contro i vecchi regimi storicamente si chiude col grande fatto della Rivoluzione in Russia, che eliminò l’ultimo imponente apparato statale militare di carattere non capitalistico.

    Dopo tale fase, la possibilità anche teorica della tattica dei blocchi deve considerarsi formalmente e centralmente denunziata dal movimento internazionale rivoluzionario.

    L’eccessiva importanza data, nei primi anni di vita della III Internazionale, alla applicazione delle posizioni tattiche russe ai paesi di stabile regime borghese, ed anche a quelli extra-europei e coloniali, fu la prima manifestazione del ricomparire del pericolo revisionistico.

    La caratteristica della seconda guerra imperialistica e delle sue conseguenze già evidenti è la sicura influenza in ogni angolo del mondo, anche quello più arretrato nei tipi di società indigena, non tanto delle prepotenti forme economiche capitalistiche, quanto dell’inesorabile controllo politico e militare da parte delle grandi centrali imperiali del capitalismo; e per ora della loro gigantesca coalizione, che include lo Stato russo.

    Per conseguenza, le tattiche locali non possono essere che aspetti della strategia generale rivoluzionaria, il cui primo compito è la restaurazione della chiarezza programmatica del partito proletario mondiale, seguito dal ritessersi della rete della sua organizzazione in ogni paese.

    Questa lotta si svolge in un quadro di massima influenza degli inganni e delle seduzioni dell’opportunismo che si riassumono ideologicamente nella propaganda della riscossa per la libertà contro il fascismo, e, con immediata aderenza, nella pratica politica delle coalizioni, dei blocchi, delle fusioni e delle rivendicazioni illusorie presentate dalle colludenti gerarchie di innumeri partiti, gruppi e movimenti.

    In un solo modo sarà possibile che le masse proletarie intendano l’esigenza della ricostituzione del partito rivoluzionario, diverso sostanzialmente da tutti gli altri, ossia proclamando non come contingente reazione ai saturnali opportunistici ed alle acrobazie delle combinazioni dei politicanti, ma come direttiva fondamentale e centrale, il ripudio storicamente irrevocabile della pratica degli accordi tra partiti.

    Nessuno dei movimenti, a cui il partito partecipa, deve essere diretto da un sopra-partito o organo superiore e sovrastante ad un gruppo di partiti affiliati, nemmeno in fasi transitorie.

    Nella moderna fase storica della politica mondiale, le masse proletarie potranno di nuovo mobilitarsi rivoluzionariamente soltanto attuando la loro unità di classe nella azione di un partito unico e compatto nella teoria, nella azione, nella preparazione dell’attacco insurrezionale, nella gestione del potere.

    Tale soluzione storica deve in ogni manifestazione, anche circoscritta, del partito, apparire alle masse come l’unica possibile alternativa contro il consolidamento internazionale del dominio economico e politico della borghesia e della sua capacità non definitiva, ma tuttavia oggi grandeggiante, di controllare formidabilmente i contrasti e le convulsioni che minacciano l’esistenza del suo regime.

La tattica del Comintern dal 1926 al 1940 Pt.5

Abbiamo visto nelle prime parti di questo capitolo, in che cosa consistesse l’essenza del nuovo capitombolo del Comintern dal “social-fascismo” all’“antifascismo”. La crisi economica apertasi nel 1929 a New York e successivamente propagatasi a tutti i paesi non aveva, dopo il 1934, trovato altra soluzione che la preparazione della seconda guerra imperialistica. In corrispondenza con la realtà economica che imponeva al capitalismo l’estrema soluzione della guerra, estremo doveva anche diventare l’obiettivo dei partiti comunisti, divenuti strumenti della controrivoluzione e complici delle altre forze borghesi, fasciste, socialiste e democratiche. Se precedentemente i partiti comunisti orientavano le mosse verso una disfatta immancabile, ora essi le incanalano nell’alveo dei rispettivi stati capitalisti.

Come la teoria del social-fascismo non aveva alcuna portata diretta nei paesi non minacciati da un attacco fascista e il suo carattere internazionale risultava dal fatto che la Germania – dove questa tattica ebbe un’importanza decisiva – si trovava ad essere in quel momento il perno dell’evoluzione capitalistica mondiale, così la nuova tattica antifascista non ha alcuna portata diretta nei paesi dove il fascismo è saldamente impiantato (Germania, Italia), ma ha grande importanza in Francia dapprima, in Spagna poi, cioè nei due paesi in cui non si scontrano soltanto classi e partiti indigeni, ma si elabora un congegno d’ordine internazionale che doveva funzionare a pieno rendimento durante la guerra 1939-45.

Nel corso di questo periodo (1934-38) si manifesta per la prima volta il carattere particolare di un’evoluzione politica nella quale siamo ancora tuffati. Contrariamente a quanto avvenne in generale in tutti i paesi e particolarmente nel 1898-1905 in Russia, quando gli impetuosi scioperi generarono l’affermazione del partito di classe, i possenti movimenti austriaci, francesi, belgi e spagnoli non solo non determinano l’affermazione di un’avanguardia proletaria e marxista, ma lasciano in un fatale isolamento la sinistra italiana, rimasta fedele ai postulati rivoluzionari dell’internazionalismo contro la guerra antifascista e della distruzione dello stato capitalista e della fondazione della dittatura proletaria contro la partecipazione o l’influenzamento dello Stato a direzione antifascista.

Parallelamente al successo della manovra che doveva condurre lo stato capitalista a stringere i suoi tentacoli sulle masse e sui loro movimenti, si assiste al distacco fra questi movimenti e l’avanguardia, se non addirittura all’inesistenza totale di quest’ultima. Gli avvenimenti confermano così in modo inequivocabile la tesi magistralmente sviluppata da Lenin nel “Che fare?”, che la coscienza socialista non può essere il portato spontaneo delle masse e dei loro movimenti, ma è il frutto dell’importazione nel loro seno della coscienza di classe elaborata dall’avanguardia marxista. Il fatto che quest’avanguardia non si trovi nella possibilità di influire su situazioni di grande tensione sociale in cui masse imponenti scendono nella lotta armata, come in Spagna, non altera in nulla la dottrina marxista la quale non considera che la classe proletaria esiste perché una costellazione sociale e politica passa alla lotta armata contro quella che è al potere, ma parla di classe proletaria solo se i suoi obiettivi ed i suoi postulati sono quelli dell’agitazione sociale in via di sviluppo. Nel caso in cui le masse scendono in lotta per obiettivi che, non essendo i loro, non possono essere che quelli del nemico capitalista, questa convulsione sociale non è che un momento del confuso ed antagonico sviluppo del ciclo storico capitalista il quale – per riprendere le parole di Marx – non ha ancora maturato le condizioni materiali della sua negazione.

L’analisi marxista permette di comprendere che se il social-fascismo fu una tattica che doveva inevitabilmente facilitare ed affiancare la vittoria di Hitler nel gennaio 1933, la tattica dell’antifascismo fu ancora più grave, in quanto il suo obiettivo andò ben oltre e da un falso allineamento delle masse nella lotta che restava però sempre diretta contro lo stato capitalista, si passa, con la tattica dell’antifascismo, a preconizzare l’inquadramento delle masse nel seno dello stato capitalista antifascista.Nulla di strano che, di fronte ad una così possente e formidabile organizzazione capitalistica che comprende democratici, socialdemocratici, fascisti e partiti comunisti, la resistenza che oppone il proletariato austriaco nel febbraio 1934 e che prende a volta aspetti eroici non sia tuttavia suscettibile di portare la minima incrinatura ad un’evoluzione degli avvenimenti mondiali che era stata definitivamente consacrata dalla violenta involuzione prodottasi nello stato sovietico divenuto, sotto la guida di Stalin, uno strumento efficace della controrivoluzione mondiale.

Il 12 febbraio, quando i proletari di Vienna insorgono, è il cristianissimo Dolfuss che fa puntare i cannoni contro la città operaia di Vienna, il rione “Carlo Marx”, ma dietro questi cannoni si trovava la Seconda e la Terza Internazionale. la prima aveva costantemente trattenuto le reazioni proletarie contro il piano di organizzazione corporativista di Dolfuss, la seconda, che precedentemente eccelleva nel montaggio di manifestazioni internazionali impostate sempre su basi artificiose, lascia scannare i proletari e si guarda bene dal lanciare un appello ai proletari di tutti i paesi perché manifestino la loro solidarietà in favore del proletariato austriaco.

Nei primi giorni gli organi dei partiti socialisti belga e francese cercano di appropriassi l’eroismo degli insorti di Vienna, ma qualche giorno dopo la sincronizzazione è perfetta.

Bauer e Deutsch, i dirigenti dello Schutzbund (organizzazione di difesa della socialdemocrazia austriaca) in un’intervista del 18 febbraio all’organo della socialdemocrazia belga, “Le Peuple”, affermano: “Da molti mesi i nostri compagni avevano sopportato provocazioni di ogni specie, sperando sempre che il governo non avrebbe spinto le cose all’estremo e che un urto finale avrebbe potuto essere evitato. Ma l’ultima provocazione, quella di Linz, portò al colmo l’esasperazione dei nostri compagni. Si sa, in effetti, che le Heimwehren avevano minacciato il governatorato di Linz di dimettersi dalle loro funzioni e di decapitare tutte le municipalità a maggioranza socialista. Si capisce che lunedì mattina, quando le Heimwehren attaccarono a mano armata la Casa del Popolo di Linz, i nostri compagni rifiutarono di lasciarsi disarmare e si difesero con energia. In conseguenza, la Direzione Centrale del Partito non poteva che obbedire a questo segnale di lotta. È per questo che lanciò l’ordine dello sciopero generale e della mobilitazione dello “Schutzbund”. Quest’esplosione schiettamente proletaria non era affatto nella linea politica della socialdemocrazia austriaca ed internazionale. Queste erano perfettamente allineate sul fronte di un’azione diplomatica del Governo francese di sinistra, il cui ministro degli Esteri Paul Boncour voleva far servire il movimento degli operai austriaci ai fini della difesa degli interessi dello Stato francese: questo voleva ostacolare l’espansionismo di Hitler e si appoggiava – in quel momento – persino su Mussolini che, nel luglio del 1934, quando Dolfuss fu assassinato dal nazista Pianezza, fece la smargiassata senza conseguenze, nei confronti di Hitler, dell’invio delle divisioni italiane sul Brennero.

Qualche giorno prima della rivolta di Vienna, il 6 Febbraio 1934, Parigi è il teatro di avvenimenti importanti. La scena politica era da tempo imbrattata da tutta la pornografia scandalistica fatta intorno alle collusioni fra gli avventurieri della finanza, gli alti funzionari statali ed il personale di governo, particolarmente quello dei partiti di sinistra. Non vi sarebbe neanche bisogno di rimarcarlo: i partiti cosiddetti proletari – il partito socialista e comunista – si gettano in questa mischia scandalistica ed i proletari saranno sradicati dalla lotta rivoluzionaria contro il regime capitalista, per essere trascinati nella lotta contro alcuni avventurieri della finanza e principalmente contro Stavisky. La destra di Maurras e dell’Action Française prende la testa di una lotta contro il governo presieduto dal radicale Chautemps il quale, il 27 gennaio, cede il posto ad un più accentuato governo di sinistra diretto da Daladier e dove Frot, che aveva fino a poco tempo prima militato nella S.F.I.O. (Partito Socialista Francese, Sezione francese dell’Internazionale Operaia), occupa il posto di Ministro dell’Interno. Il prefetto di Polizia Chiappe, anche egli compromesso nello scandalo Stavisky, è scelto da socialisti e comunisti come capro espiatorio, viene defenestrato dalla Prefettura di Polizia e trasferito alla “Comédie Française”. È questa l’occasione scelta dalla destra per una manifestazione di fronte al Parlamento dove saranno reclamate le dimissioni del governo Daladier.

Daladier cede, si dimette, malgrado il consiglio a resistere di Leon Blum, ed il 9 febbraio due manifestazioni di protesta hanno luogo: quella indetta dal Partito Comunista nel centro di Parigi dove sono reclamati l’arresto di Chiappe e lo scioglimento delle Leghe fasciste, l’altra indetta dal Partito Socialista e che si svolge a Vincennes dove si innalza la bandiera della “difesa della repubblica minacciata dalla sommossa fascista”. Non era ancora definitivamente spento il ricordo della lotta contro il “social-fascismo” ma se vi sono due manifestazioni distinte, vi è tuttavia un’unica divisa: non si tratta più di affermare delle posizioni autonome di classe delle masse, ma di indirizzare queste verso quella modificazione della forma dello Stato borghese che si realizzerà solamente due anni dopo quando, in seguito alle elezioni del 1936, avremo il governo del Fronte Popolare sotto la direzione del capo della S.F.I.O., Leon Blum.

Ma immediatamente dopo queste due manifestazioni distinte, un’altra manifestazione unitaria ha luogo, quella della C.G.T. con parole d’ordine analoghe a quelle dei due cortei che l’avevano preceduta. Si reclamerà in effetti, attraverso lo sciopero generale, che siano respinti “i faziosi, provocatori di sommosse” perché “l’offensiva che si proietta da qualche mese contro le libertà politiche e la democrazia, è scoppiata”.

Il Partito Comunista, il quale manteneva ancora una posizione di predominio nel centro industriale di Parigi, non se ne serve per dirigere le operazioni e lascia piuttosto l’iniziativa ai socialisti ed alla C.G.T. Quanto alla C.G.T.U. che aveva da tempo cessato di essere un’organizzazione sindacale suscettibile di inquadrare le masse per la difesa delle loro rivendicazioni parziali ed era diventata un’appendice del Partito Comunista, essa non si mette in evidenza in modo aperto nemmeno quando si prepara lo sciopero generale che ottiene un successo completo.

Frattanto si precisa il raggruppamento socialcomunista e un’evoluzione governativa che si accentua sempre più a sinistra.Il 27 luglio 1934 un patto d’unità è firmato fra il Partito Comunista ed il Partito Socialista, sulla base dei punti seguenti: a) difesa delle istituzioni democratiche; b) abbandono dei movimenti di sciopero nella lotta contro i pieni poteri del governo; c) autodifesa operaia su un fronte che comprenderà anche i radicali socialisti.

*  *  *

E in campo internazionale si accentua il nuovo orientamento della politica estera dello Stato russo, il quale entra trionfalmente nella Società delle Nazioni.

Ecco cosa dicono le tesi di Ossinsky del I° Congresso dell’Internazionale Comunista nel marzo 1919: I proletari rivoluzionari di tutti i paesi del mondo devono condurre una guerra implacabile contro l’idea della Lega delle Nazioni di Wilson e protestare contro l’entrata dei loro paesi in questa Lega di saccheggio, di sfruttamento e di controrivoluzione.

Ecco quanto quindici anni dopo, il 2-6-1934, scrive l’organo del Partito russo, la “Pravda”: “La dialettica dello sviluppo delle contraddizioni imperialiste ha condotto al risultato che la vecchia Società delle Nazioni, che doveva servire di strumento per la subordinazione imperialista dei piccoli Stati indipendenti e dei paesi coloniali, e per la preparazione dell’intervento anti-sovietico, è apparsa, nel processo della lotta dei gruppi imperialisti, come l’arena dove – Litvinov lo ha spiegato alla recente sessione del Comitato Centrale Esecutivo dell’Unione Sovietica – sembra trionfare la corrente interessata al mantenimento della pace. Il che spiega forse i cambiamenti profondi che si sono prodotti nella composizione della Società delle Nazioni”.

Lenin, quando parlava della Società delle Nazioni come “Società dei briganti”, ci aveva di già insegnato che questa istituzione doveva servire a mantenere “in pace” il predominio degli stati vincitori sancito a Versailles.

Ma le frasi della Pravda non erano che retorica. Difatti Litvinov cambia immediatamente e radicalmente posizione. Dall’appoggio alle tesi tedesca ed italiana per il disarmo progressivo, egli passa all’aperta dichiarazione che non è possibile trovare una garanzia di sicurezza, e appoggia la tesi francese la quale, facendo dipendere la realizzazione del disarmo dalla sicurezza proclamata impossibile, sanziona la politica di sviluppo degli armamenti.

Contemporaneamente un altro mutamento radicale di rotta si verifica nel problema della Sarre. Il Partito Comunista, che aveva precedentemente lottato con la parola della “Sarre rossa nel seno della Germania Sovietista”, preconizza, in occasione del plebiscito, lo status quo e cioè il mantenimento del controllo francese su questa regione.

Laval, il ministro degli esteri del Gabinetto Flandin, concepisce il piano dell’isolamento della Germania. Egli non ha potuto rivendicare questo titolo nazionalista in occasione del suo processo dove è stato condannato a morte: ma è certo che egli, mille volte di più e meglio dei suoi compari nazionalisti e sciovinisti della Resistenza francese, ha tentato la realizzazione della difesa della “patria francese” contro Hitler. Se la Francia è definitivamente degradata al ruolo di una potenza vassalla e di secondo ordine, questo dipende dai caratteri dell’evoluzione internazionale attuale, mentre tutto il baccano fatto intorno alla difesa della “terra della libertà e della rivoluzione” non poteva avere che un solo obiettivo pienamente raggiunto d’altronde: quello di massacrare il proletariato francese ed internazionale. La Terza Repubblica democratica francese, sorta sotto il battesimo dell’alleanza con Bismarck e dello sterminio dei 60.000 comunardi a Père la Chaise, trova il suo degno e macabro epilogo nel Fronte Popolare solidamente assiso sul trinomio radicalsocialisti-socialisti-comunisti.

I punti essenziali della manovra di Laval per isolare la Germania sono:

1) L’incontro con Mussolini a Roma il 7 gennaio 1935.

2) L’incontro con Stalin a Mosca il 1° maggio 1935.

Nel primo si cerca di risolvere per via di compromesso, che doveva essere accettato poi dal ministro inglese Hoare, le rivendicazioni italiane in Abissinia. Nel secondo il gesto di Poincaré, che doveva condurre all’alleanza franco-russa nella guerra del l9l4-17, sarà rinnovato, ed in occasione del nuovo patto franco-russo Stalin dichiara che si rende perfettamente conto della necessità della politica degli armamenti per la difesa della Francia.

Il 14 luglio 1935, alla manifestazione della Bastiglia per onorare la nascita della repubblica borghese, i capi comunisti, accanto a Daladier ed ai capi socialisti, portano una sciarpa tricolore; la bandiera rossa è accomunata al tricolore, mentre contro il “pericolo fascista” sono evocati Giovanna D’Arco e Victor Hugo, Jules Guesde e Vaillant e si giunge fino a riparlare del “sole di Austerlitz” delle vittime napoleoniche. Abbiamo già detto perché tutta questa sbornia sciovinista era inconcludente e senza portata giacché la Francia doveva, come l’Italia, la Spagna e tutte le altre ex-potenze al di fuori degli attuali Tre Grandi, scendere al ruolo di una concessione che è occupata ora dagli uni, ora dagli altri; soggiungiamo ora che quando la guerra scoppiò nel settembre 1939 tra la Francia e la Germania, il patto del Maggio 1935 non fu applicato dalla Russia.

Ma tutte queste sono questioni secondarie di fronte all’essenziale che è la lotta fra le classi su scala nazionale ed internazionale. E su questo fronte classista, la Manifestazione della Bastiglia, i suoi precedenti e gli avvenimenti che ne risultarono ebbero un’importanza capitale non solo per il proletariato francese ma per quello spagnolo ed internazionale.

Quando, nel marzo 1935, Mussolini passa all’attacco contro il Negus, tutto è pronto per scatenare una campagna internazionale impostata sull’applicazione delle sanzioni contro “l’Italia fascista”. Un’azione simultanea contro Mussolini ed il Negus non doveva essere nemmeno considerata dai partiti socialista e comunista. Entrambi partono in lizza in difesa del regime schiavista del Negus: il che è, nel contempo, una magnifica difesa dello stesso regime fascista di Mussolini. In effetti, questi non poteva trovare migliore alimento alla formazione di quell’atmosfera di unità nazionale favorevole alla sua campagna di Abissinia che nell’applicazione di sanzioni d’altronde volutamente innocue.

Leon Blum propone alla Società delle Nazioni, supremo baluardo “della pace e del socialismo”, l’arbitraggio del conflitto e vuole incaricarne Litvinov che, in quel momento, è Presidente in esercizio; dopo che il tentativo di compromesso Laval-Hoare fallisce, la Società delle Nazioni si schiera, nella sua stragrande maggioranza, contro Mussolini. Inutile dire che l’“emigrazione” italiana si allinea a questa azione in difesa del Negus e dell’imperialismo inglese: al Congresso di Bruxelles del Settembre 1935 è votata una mozione i cui termini sciatti e servili mostrano fino a qual punto – ad un anno di distanza dalla guerra di Spagna e a quattro dalla guerra mondiale – si era già arrivati nel saldare le masse al carro borghese.

Eccone il testo:

“Al Signor Benes, Presidente della S. d. N. Il Congresso degli italiani che, nelle circostanze attuali, ha dovuto riunirsi all’estero per proclamare il suo attaccamento alla pace e alla libertà, raggruppando in una comune volontà di lotta contro la guerra centinaia di delegati delle masse popolari d’Italia e dell’emigrazione italiana, dai cattolici ai liberali, dai repubblicani ai socialisti ed ai comunisti, constata con la più grande soddisfazione che il Consiglio della S. d. N. ha nettamente separato, per la condanna dell’aggressore, le responsabilità del governo fascista da quelle del popolo italiano; afferma che la guerra d’Africa è la guerra del fascismo e non quella dell’Italia, che essa è stata scatenata contro l’Europa e l’Etiopia senza alcuna consultazione del paese e in violazione non solo degli impegni solenni presi nei confronti della S. d. N. e dell’Abissinia, ma in violazione anche dei sentimenti e dei veri interessi del popolo italiano; sicuro d’interpretare il pensiero autentico del popolo italiano il Congresso dichiara che è nel dovere della S. d. N., nell’interesse tanto dell’Italia che dell’Europa di ergere una diga infrangibile alla guerra e si impegna a sostenere le misure che saranno prese dalla S. d. N. e dalle organizzazioni operaie per imporre l’arresto immediato delle ostilità”

Il Comintern disciplinato alle decisioni della S. d. N. ecco un risultato di cui Mussolini aveva tutte le ragioni di gloriarsi.

Frattanto si prepara l’atmosfera che doveva condurre alla dispersione dei formidabili scioperi di Francia, del Belgio ed alla caduta nella guerra imperialista e antifascista del poderoso sussulto dei proletari spagnoli nel luglio 1936.

Sul finire del 1935 il Parlamento francese, in una seduta qualificata “storica” da Blum, è unanime nella constatazione della sconfitta del fascismo e della “riconciliazione” dei francesi. Nello stesso tempo gli scioperi di Brest e di Toulon sono attribuiti, dallo stesso fronte unico dei “riconciliati”, all’azione di “provocatori”; e nel Gennaio 1936 Sarraut – lo stesso che nel 1927 aveva proclamato “il comunismo, ecco il nemico” – beneficerà del fatto che, per la prima volta, il gruppo parlamentare comunista si astiene dal voto sulla dichiarazione ministeriale. L’attentato contro Blum del Marzo 1936 spinge il Partito Comunista a lanciare la formula della lotta “contro gli hitleriani di Francia”, formula che gli sarà poi rinfacciata, dopo la firma del trattato russo-tedesco dell’agosto 1939.

Il 7 Marzo 1936 Hitler denuncia il Trattato di Locarno e rimilitarizza la Renania. Per contraccolpo, alla Camera francese, la foga sciovinista è altrettanto clamorosa per quanto innocua nei suoi riflessi internazionali.

Gli avvenimenti impongono al capitalismo francese di utilizzare la reazione al fatto compiuto di Hitler solamente nel campo della politica interna ed il Partito Comunista eccelle in questa azione: rievocando l’epoca in cui i legittimisti francesi fuggivano dalla Francia durante la rivoluzione, esso parla degli “emigrati di Coblentz, di Valmy”, rievoca ancora “il sole di Austerlitz di Napoleone” e va fino a servirsi delle parole di Göthe e Nietzsche sulla “Germania ancora sommersa nello stato di barbarie”, senza esitare a falsificare lo stesso Marx la cui frase “il gallo francese portatore della rivoluzione in Germania” è trasferita dal campo sociale e di classe del proletariato francese a quello nazionale e nazionalista della Francia e della sua borghesia.

La diplomazia russa rafforza la posizione patriottarda del Partito Comunista francese nello stesso tempo in cui resta però prudentissima – come d’altronde anche l’Inghilterra – quanto alla replica da dare al colpo di Hitler. Litvinov si limita a dichiarare che “l’U.R.S.S. si assocerebbe alle misure più efficaci contro la violazione degli impegni internazionali” ed a spiegare che “quest’atteggiamento dell’Unione Sovietica è determinato dalla politica generale di lotta per la pace, per l’organizzazione collettiva della sicurezza e del mantenimento di uno degli strumenti della pace: la S. d. N”. Molotov è ancora più prudente, e, in un’intervista al “Temps”, dice: “Noi conosciamo il desiderio della Francia di mantenere la pace. Se il governo tedesco giungesse anch’esso a testimoniare il suo desiderio di pace e di rispetto dei Trattati, particolarmente in ciò che concerne la S. d. N., noi considereremmo che, su questa base della difesa degli interessi della pace, un riavvicinamento franco-tedesco sarebbe augurabile”.

I capi del Partito Comunista Francese ragionavano in questo modo: la Russia è in pericolo; per salvarla blocchiamo con il nostro capitalismo.

E con il consueto spudorato spirito demagogico non esitavano a suffragare questa teoria col richiamarsi all’azione di Lenin; proprio di Lenin che nel 1918 per salvare la Russia dall’attacco di tutte le potenze capitalistiche spingeva i proletari di ogni paese contro il capitalismo del paese rispettivo ed in un attacco rivoluzionario volto alla sua distruzione. L’opposizione fra le due posizioni è altrettanto violenta per quanto lo è quella che esiste fra rivoluzione e contro-rivoluzione.

È in quest’atmosfera di unione nazionale, di riconciliazione di tutti i francesi, di lotta contro gli “hitleriani di Francia” che matura l’ondata di scioperi che comincia l’11 maggio al porto di Le Havre e nelle officine d’aviazione di Tolosa. La vittoria di questi due primi movimenti si incrocia con l’immediata estensione dello sciopero alla regione parigina, a Courbevoie ed a Renault (32.000 operai), il 14 Maggio, a tutta la metallurgia parigina il 29 ed il 30. Le rivendicazioni sono: l’aumento dei salari, il pagamento dei giorni di sciopero, vacanze operaie, contratto collettivo. Gli scioperi durano, si estendono al Nord minerario dapprima ed a tutto il paese in seguito, e prendono un aspetto nuovo: gli operai occupano le officine malgrado l’appello della Confederazione del Lavoro, dei Partiti Socialista e Comunista. Si legge in un appello: “risolute a mantenere il movimento nel quadro della disciplina e della tranquillità, le organizzazioni sindacali si dichiarano pronte a mettere un termine al conflitto dovunque le giuste rivendicazioni operaie siano soddisfatte”.

Ma quale differenza dall’occupazione delle fabbriche in Italia, nel Settembre 1920! A Parigi bandiera rossa e tricolore sventolano assieme e nelle officine non si pensa che a danzare: l’atmosfera non ha nulla di un movimento rivoluzionario Fra lo spirito di unità nazionale che anima gli scioperanti e l’arma estrema dell’occupazione delle officine vi è un contrasto stridente. Tuttavia nessuna possibilità di equivoco: tanto la Confederazione del Lavoro che aveva già riassorbito la C.G.T.U., quanto i Partiti Socialista e Comunista non hanno nessuna iniziativa in questi grandiosi scioperi. Vi si sarebbero opposti se questo fosse stato possibile ed è unicamente il fatto che essi si sono estesi a tutto il paese che impone loro delle dichiarazioni di ipocrita simpatia per gli scioperanti.

Il fatto che il padronato sia arcidisposto ad accettare le rivendicazioni degli operai non determina la fine dei movimenti. Un gran colpo di scena è necessario. Le elezioni di maggio avevano dato una maggioranza ai partiti di sinistra e fra questi al Partito Socialista.

*  *  *

Eccoci così al Fronte Popolare: ben prima del termine fissato dalla procedura parlamentare, il Governo di Blum è formato il 4 Giugno. La Delegazione delle sinistre, l’organo parlamentare del Fronte Popolare, in un o.d.g. “constata che gli operai difendono il loro pane nell’ordine e nella disciplina e vogliono conservare al loro movimento un carattere rivendicativo dal quale non riusciranno a staccarli le “Croci di Fuoco” (movimento combattentistico del Colonnello La Roque – n.d.r.) e gli altri agenti della reazione”. L’“Humanité” dal canto suo pubblica a titoli di scatola che l’“ordine assicurerà il successo” e che “chi esce dalla legalità sono i padroni, gli agenti di Hitler che non vogliono la riconciliazione dei francesi e spingono gli operai a fare lo sciopero”.

Nella notte dal 7 all’8 Giugno è firmato quello che sarà poi chiamato l’“accordo di Matignon” (la residenza del Presidente del Consiglio Blum) ed esso consacra: a) il contratto collettivo;b) il riconoscimento del diritto di sindacato; c) l’istituzione dei delegati sindacali nelle officine; d) l’aumento dei salari dal 7 al 15% (che è poi il 35% essendo stata ridotta la settimana di lavoro da 48 a 40 ore);e) le vacanze pagate. Quest’accordo sarebbe stato firmato anche prima se in alcune fabbriche quelli che venivano qualificati “reazionari” non avessero proceduto all’arresto di alcuni direttori.

Il 14 Giugno Thorez, il capo del Partito Comunista francese, lancia la formula che lo renderà celebre: “Bisogna sapere terminare uno sciopero dal momento in cui le rivendicazioni essenziali sono state raggiunte. Bisogna anche addivenire al compromesso al fine di non perdere alcuna forza e soprattutto per non facilitare la campagna di panico della reazione”.

Dopo due settimane il capitalismo francese riesce a spegnare questo potente movimento, potente non per il suo significato di classe, ma per la sua estensione, l’importanza delle rivendicazioni professionali, l’ampiezza e il grado dei mezzi impiegati dai lavoratori per conseguire il successo.

Le organizzazioni pseudo-operaie che non avevano avuto nessuna responsabilità nello scatenamento del movimento, sono le stesse che si incaricheranno di mettervi un termine. Il Partito Comunista francese doveva giuocare un ruolo di primo ordine nel soffocamento di ogni possibilità rivoluzionaria che dovesse sorgere ed esso vi riuscì a meraviglia indicando al disprezzo dei lavoratori, e in quanto “hitleriani”, i rari operai francesi che cercavano di far convergere l’occupazione delle fabbriche con un’impostazione rivoluzionaria della lotta. Ed in questo unicamente consisteva il problema tattico che il Partito francese doveva risolvere.

Quasi contemporaneamente scoppiano gli scioperi in Belgio. Essi iniziano al Porto d’Anversa e dilagano successivamente in tutto il paese. Il manifesto che lancia immediatamente il Partito Operaio Belga è significativo: “Operai del porto, nessun suicidio. Vi sono delle persone che vi incitano ad arrestare il lavoro. Perché? Esse esigono un aumento di salario. Noi non diciamo nulla di diverso a questo proposito nel momento in cui l’Unione Belga degli Operai del Trasporto si occupa di discutere la sua politica di aumento dei salari. E noi non ci lasceremo sorprendere da gente senza responsabilità. Non vogliamo conoscere ad Anversa le stesse conseguenze disastrose che si produssero dopo lo sciopero di Dunkerque. Abbiamo un regolamento che deve essere rispettato. Quelli che vi incitano allo sciopero non si preoccupano delle conseguenze. Operai del porto, ascoltate i vostri dirigenti. Noi sappiamo quali sono i vostri desideri. Avanti per l’unione! nessuno sciopero irragionevole. Noi discuteremo ancora oggi con i padroni”.Malgrado un appello analogo della Commissione Sindacale (l’equivalente della Confederazione del Lavoro), il 14 Giugno il Congresso dei Minatori è costretto a subire la situazione e dare l’ordine di sciopero. Il giorno precedente l’organo del Partito Socialista comunicava il suo accordo con le decisioni governative per evitare l’occupazione delle officine.

Il 22 Giugno, nel Gabinetto del Primo Ministro Van Zeeland, che presiede una coalizione con la partecipazione dei socialisti, si firma un accordo dove è stabilito:a) un aumento di salari del 10%;b) la settimana di 40 ore per le industrie insalubri;c) 6 giorni di vacanze annue.

Il Partito Comunista belga mette la scarsa influenza di cui dispone fra le masse a profitto di una tattica analoga a quella seguita dal Partito francese: esso blocca con il Partito Operaio e la Commissione Sindacale che monopolizzano la direzione dei movimenti. Non ha nessuna iniziativa nello scatenarsi degli scioperi e tutta la sua attività consiste nel reclamare l’intervento del Governo in favore degli scioperanti.

Quanto ai risultati, questi furono molto inferiori a quelli ottenuti dai lavoratori francesi. Ma, nei due paesi, questi successi sindacali, d’altronde effimeri, lungi dal significare una ripresa della lotta autonoma e classista del proletariato, favoriscono lo sviluppo della manovra dello Stato capitalista che, grazie all’arbitraggio dei conflitti, riesce a guadagnarsi la fiducia delle masse e di questa fiducia esso si servirà per stringere la rete del suo controllo egemonico su di esse.

La sanzione dell’autorità statale al contratto di lavoro rappresenta non una vittoria ma la disfatta dei lavoratori. In realtà questo contratto non è che un armistizio nella lotta di classe e la sua applicazione dipende dai rapporti di forza fra le due classi. Il solo fatto che sia accettato l’intervento statale inverte radicalmente i termini del problema giacché i lavoratori incaricano così della loro difesa l’istituto fondamentale del dominio capitalista: il posto dei sindacati di classe è ora occupato dal sindacato di collaborazione di classe intrecciantesi con i funzionari del Ministero del Lavoro che controllano l’applicazione della legge.

Gli scioperi francese e belga precedono di un mese appena lo scoppio delle agitazioni sociali in Spagna e l’apertura della guerra imperialista in quel paese. Di questo parleremo nel corso dell’ultimo nostro capitolo. 

Elementi dell’ economia marxista Pt.3

Capitale costante e capitale variabile

Come abbiamo veduto, il denaro anticipato dal capitalista per acquistare i mezzi di produzione (materie prime e strumenti di lavoro: la materie prime sono di doppia specie: alcune ricompaiono nel prodotto, altre spariscono all’atto dell’impiego, come i combustibili, e si dicono ausiliarie; gli strumenti di lavoro, come macchine, impianti, edifizi, sono da considerare per la frazione di logorio che risulta dal loro valore totale e dalla loro durata) ricompare integralmente nel prezzo del prodotto. È perciò che a tale parte del capitale il nome di capitale costante.

Il denaro anticipato invece per salario degli operai, ossia per l’acquisto della forza-lavoro, ricompare nella vendita dei prodotti aumentato del plusvalore e lo chiameremo capitale variabile.

Avevamo riassunto il bilancio dell’operazione capitalistica nelle due formule:

spese: MSF (materie prime + logorio strumenti + salari)
entrate: MSF + Plusvalore = P (valore dei prodotti)

Avremo: MS = capitale costante, che indichiamo con c, e v = capitale variabile.

Chiamando K il capitale totale anticipato, p il plusvalore, K’ il capitale ricavato alla fine, avremo:

Kcv
K’cvp = K + p

Saggio del plusvalore

Più che conoscere caso per caso la quantità assoluta del plusvalore realizzato dal capitalista, interessa conoscere il rapporto in cui il plusvalore sta col capitale che lo ha prodotto.

È importantissimo rilevare che il capitale che effettivamente è suscettibile di produrre plusvalore è quello anticipato per la forza lavoro, ossia il capitale variabile v. Quanto al capitale costante c esso ricompare integralmente nel prodotto e di per sé stesso non dà luogo a nessun incremento.

È per ciò che volendo definire una quantità la cui misura ci dia l’idea della intensità di produzione di plusvalore, Marx assume come saggio del plusvalore non il rapporto di questo a tutto il capitale, ma il rapporto al solo capitale variabile.

Dunque, indicato con s il saggio del plusvalore,

s = P/v

Nell’esempio quantitativo da noi dato V era F ossia 6 x 3 = 18 Lire. Il plusvalore era 10 x 3 – 6 x 3 = 12 Lire. Il saggio del plusvalore è s = 12:18 = 66%.

Passando ora ad esaminare il tempo di lavoro, e riferendoci per fissare le idee ad una sola giornata di un solo operaio e al numero di ore di cui si compone, che chiameremo t (nell’esempio 10 ore) si definisce una nuova quantità: il lavoro necessario ed il relativo tempo di lavoro necessario. Si intende per tale il tempo o numero d’ore che l’operaio dovrebbe lavorare per trasmettere al prodotto un valore esattamente uguale a quello che gli è stato pagato per la sua forza lavoro. Nel nostro caso l’operaio è stato pagato in ragione di £. 18 ossia 6 ore di lavoro. Se egli lavorasse 6 ore riprodurrebbe esattamente il valore a lui pagato come salario ossia quello equivalente alle sue sussistenze: in tal caso scomparirebbe il plusvalore e con esso la ragione di essere dell’impresa capitalistica.

Ma l’operaio lavora 10 ore in luogo di 6, e noi distinguiamo le 10 ore in 6 di lavoro necessario e 4 che chiameremo di pluslavoro, chiamando questo tempo anche tempo di sopralavoro.

Ripetiamo: tempo di lavoro necessario è quello che basterebbe a riprodurre il valore del salario; tempo di sopralavoro o pluslavoro quello in più che l’operaio lavora e che produce la differenza di valore o plusvalore a beneficio del capitalista.

Se i valori sono proporzionali ai tempi di lavoro in cui vengono prodotti, identificandosi per una giornata il salario al capitale variabile si ha:

tempo di sopra lavoro / tempo di lavoro necessario = plusvalore / capitale variabile o salario

Questi due rapporti si riducono a quello già noto come saggio del plusvalore, da cui il teorema: il pluslavoro diviso per il lavoro necessario dà il saggio del plusvalore.

Nel nostro esempio la proporzione scritta sarà:

4 : 6 = 12 : 18 = saggio del plusvalore 66%.

Legge generale del plusvalore

Tuttavia sarà bene mostrare la cosa in modo più generale. Riepiloghiamo le notazioni; ricordando che ci riferiamo ad un solo operaio e ad una sola giornata di lavoro:

V = capitale variabile o salario giornaliero
P = plusvalore
s = saggio del plusvalore, ossia P diviso V
t = numero delle ore di lavoro
n = ore di lavoro necessarie
e = ore di pluslavoro.

L’operaio trasmette al prodotto il valore totale (fatta astrazione del capitale costante) V + P, lavorando t ore. Adunque in un’ora l’operaio produce il valore:

(V+P)/t = Produzione di valore oraria

Ora vogliamo calcolare il tempo di lavoro necessario n in cui l’operaio produce il valore V. Per definizione in n ore l’operaio produce il valore V: V = n x Produzione di valore oraria. Quindi, sapendo la produzione di valore oraria, basta una divisione:

n = t V / (V+P)

Abbiamo così trovato n. Semplicissimo è il calcolo di e (pluslavoro):

e = t – n = t – t V/(V+P) = (t V +t P – t V)/(V+P) = t P /(V+P)

Il problema era trovare il rapporto tre e (pluslavoro) ed n (lavoro necessario); dividendo l’una per l’altra le rispettive formule, si ha:

e/n = t P /(V+P) ÷ t V /(V+P) = P ÷V = s

resta quindi dimostrata la proporzione fondamentale che qui ripetiamo per chiarezza: il pluslavoro sta al lavoro necessario come il plusvalore sta al capitale salario; questo rapporto comune è il saggio del plusvalore.

Dimostrazione della legge fondamentale

Per dimostrare che il riferire il plusvalore al solo salario e non a tutto il capitale non è una convinzione arbitraria, facciamo l’esempio di una impresa nella quale venga a cambiare la proporzionale del capitale costante col capitale variabile, rimanendo inalterato il valore di scambio o prezzo dei prodotti, quello delle materie prime e strumenti di lavoro, singolarmente, nonché il salario e la giornata di lavoro. Se il prezzo del lavoro finito deve restare lo stesso, rappresentando esso un tempo di lavoro, non dobbiamo immaginare un mutamento nei procedimenti tecnici di produzione: ma noi possiamo scegliere un esempio (probante del resto anche per chi non parte dalla nostra teoria del valore) in cui la impresa venga ad incorporare anche uno stadio precedente della lavorazione, producendo direttamente quanto prima acquistava sul mercato.

Così un’acciaieria che prima acquistava la ghisa per convertirla in acciaio, prenda a lavorate direttamente il minerale di ferro, da cui proviene la ghisa.

È chiaro che il capitalista spenderà meno in materie prime, costando il minerale assai meno della ghisa, e, sebbene ci sia un relativo aumento degli strumenti di lavoro, diminuirà la quota di capitale costante rispetto al totale.

Anche volgarmente si riconosce che il capitalista realizzerà un profitto maggiore, in quanto cumulerà il profitto di due aziende preesistenti. E realizzerà un profitto maggiore anche a parità di capitale totale anticipato poiché, sebbene per ogni chilo di acciaio egli avrà anche l’onere del nuovo impianto producente ghisa, tale onere egli lo pagava anche prima nel prezzo di mercato della ghisa, anzi aumentato del profitto del produttore di ghisa.

In altri termini il capitale anticipato per una operazione lavorativa è sempre compreso nel prezzo di vendita del relativo stock di prodotto, quindi a parità di potenzialità finanziaria il capitalista potrà produrre lo stesso numero se non più di Kg. di acciaio. Ma su tale cifra il suo guadagno è aumentato; e ciò perché il capitale investito per ottenere il Kg. di acciaio contiene ora meno spese per materie prime e più spesa per acquisto di forza lavoro. Dunque è la quantità di capitale salario che, a parità di trattamento dei lavoratori, a parità di condizioni del mercato, varia proporzionalmente al guadagno del capitalista. Se deve quindi riferire il plusvalore alla massa del solo capitale salario e non a quella di tutto il capitale.

E ciò è valido anche socialmente parlando, poiché sulle varie quote di capitale costante vertono altre quote di plusvalore delle lavorazioni precedenti, ammesso che si siano effettuate col meccanismo capitalistico. Il capitale ghisa era, per la parte non rappresentata da minerale di ferro e logorio impianti del venditore di ghisa, già affetto da plusvalore incassato da costui; il capitale minerale di ferro per il capitalista della miniera era affetto da plusvalore tratto dal pluslavoro dei minatori; e analogamente può dirsi per gli impianti meccanici dell’industria dell’acciaio, della ghisa, nella miniera, riuscendo finalmente soddisfacente – al di fuori delle piacevolezze sui pescatori di perle e simili – la nostra spiegazione che, sia qualitativamente che quantitativamente, scopre in ogni valore di scambio un tempo di lavoro, e in ogni profitto un pluslavoro.

Marx avverte di non cadere nel grossolano errore di confondere il saggio del plusvalore col saggio del profitto. L’economia volgare intende per saggio del profitto il rapporto tra i guadagno netto del capitalista (differenza tra le entrate e le spese di un certo periodo, per es., un anno, a condizione che resti inalterato il valore (patrimoniale) di tutti gli impianti e compensata ogni passività) e il valore totale del capitale investito negli impianti aumentato della somma di denaro che deve essere tenuto disponibile per far fronte agli acquisti di materie prime, al pagamento dei salari, ecc.

L’economia volgare distingue anche nel profitto un interesse puramente commerciale da pagare per i capitali investiti, e la ulteriore differenza o profitto vero e proprio dell’imprenditore.

Non è ora il caso di spingere più innanzi il confronto fra tale computo e le calcolazioni da noi seguite. Basti considerare che la considerazione del tempo è assorbita dall’aver noi tenuto presente un intero ciclo lavorativo, ad es.: quello per cui si perviene al Kg. di acciaio. Più aumenta l’intensità nel tempo e l’estensione di tale atto produttivo, più aumenta il guadagno dell’imprenditore e in generale anche il saggio del profitto.

Il saggio del plusvalore dipende invece dal grado di sfruttamento della forza lavoro ed è sempre molto più alto; i facili esempi di Marx mostrano che a saggi di profitto, ad es. del 10-15%, può corrispondere un saggio del plusvalore anche del 100%.

Tuttavia come esercizio di applicazione di quanto precede si potrebbe istituire il calcolo sul profitto in una azienda che si trasformasse nella maniera indicata nell’esempio dell’acciaieria, supponendo cifre concrete per i prezzi e quantità di minerali, ghisa, acciaio, per i salari, le ore di lavoro, le giornate annue di lavoro ecc. (Vedi appendice).

Ripartizione del valore del prodotto in parti proporzionali delle quantità di prodotto o della giornata di lavoro

Abbiamo dato inizialmente l’esempio del prodotto di valore F il quale si componeva del valore di materie prime e strumenti logorati (M + A = C, capitale costante) e del valore generato nella giornata di 10 ore di lavoro. Facevamo corrispondere il valore di scambio di £. 3 ad ogni ora di lavoro; supponiamo ora che il valore C sia di £. 60. Avremmo allora:

F = C + 10 x 3 = 60 + 30 = 90 Lire

Inoltre, delle 30 Lire di valore aggiunte dall’operaio, 18 = 6 x 3 rappresentavano il salario o il capitale variabile, 12 = 4 x 3 rappresentavano il plusvalore.

Supponiamo ora che il prodotto del prezzo di £. 90 pesi Kg. 1.800.

Come abbiamo: 90 = 60 + 18 + 12 Lire possiamo porre: 1.800 = 1.200 + 360 + 240 Kg.

Allora avremmo rappresentato in parti proporzionali del prodotto gli elementi che ne costituiscono il valore.

Kg. 1.200 = £. 60 rappresentano il capitale costante, Kg. 360 = £. 18 rappresentano il capitale salario (o capitale variabile), Kg. 240 = £. 12 rappresentano il plusvalore. Sommando queste ultime due parti, Kg. 600 = Lire 30 = 10 ore di lavoro rappresenterebbero il valore totale prodotto dal lavoro (tanto del lavoro necessario quanto del pluslavoro).

Questa suddivisione è legittima, ma affatto convenzionale, essa non interpreta il processo produttivo in quanto, se è vero che le £. 60 preesistono all’applicazione del lavoro in quanto erano materia prima e macchina, in quanto parte del prodotto, né una Lira, né un grammo se ne può avere senza lavoro.

Abbiamo qui una pura esercitazione convenzionale; bisogna convincersi che di natura ben diversa è la nostra conclusione sulla ripartizione delle Lire 30 di valore in salario e plusvalore; ripartizione data da una legge che si attaglia esattamente ai caratteri tecnici, economici, storici e sociali del fenomeno studiato.

Con esercitazione analoga divideremo non più i chilogrammi 1.800 ma le 10 ore impiegate a produrli in parti proporzionali agli elementi del valore. Come infatti sussiste, a parità d’altre condizioni, la proporzionalità tra quantità di prodotti e loro valori, sussiste quella tra valore del prodotto (quantità) e tempo di lavorazione. In un’ora uscirebbero dalle mani dell’operaio grammi 180 di peso e Lire 9 di valore ossia il decimo di 1.800 e di 90.

Adunque alla ripartizione: 90 = 60 + 18 + 12 Lire, corrisponde l’altra: 10 = 6,66 + 2 + 1.33 ore e decimali di ora (10 h. = 6 h. 40′ + 2 h. + 1 h. 20′). Adunque 6 h. 40′ rappresenterebbero il capitale costante, 2 h. il capitale variabile e 1 h. 20′ il plusvalore.

Questa rappresentazione può venire interpretata in modo capzioso (vedi in Marx “L’ultima ora di Senior”) dicendo che delle 10 ore l’operaio lavora per il capitalista soltanto 1 h. 20′.

Con tale argomentazione si voleva dimostrare che la giornata di 8 ore avrebbe rovinato il capitalista. Tale argomento sarebbe stato uno di più a favore delle 8 ore, ma l’esperienza ha dimostrato che le 8 ore sono perfettamente compatibili con la produzione del plusvalore.

Quell’argomentazione equivale a supporre che l’operaio produca anche le materie prime e gli strumenti, il cui valore rappresenta invece tempi di lavoro preesistenti.

La ripartizione esatta, giusta la nostra teoria, è la seguente:

90 = 60 + 18 + 12 Lire = valore del prodotto.
30 = 20 + 6 + 4 ore di lavoro = valore espresso in tempi di lavoro.
20 ore sono il lavoro contenuto come valore nel capitale costante acquistato dal capitalista,
6 ore di lavoro necessario (pagato),
4 ore il pluslavoro (non pagato).

La riduzione della giornata ad 8 ore non toglierebbe che 2 delle 4 ore di pluslavoro, ammesso che fenomeni concomitanti (aumenti di produttività del lavoro) non riducano parallelamente il tempo di lavoro assorbito dai mezzi di sussistenza ossia il lavoro necessario.

Appendice – Calcolo dell’azienda di cui al prg. 19

Trattazione generale del caso di una azienda che assorba una lavorazione precedente, a dimostrazione della legittimità del riferimento del plusvalore al solo capitale variabile. Si suppone che un’azienda data, ad es. una acciaieria, assorba un’azienda che le vendeva precedentemente le materie prime di cui essa abbisognava (ad es. una miniera di minerale di ferro), dando così origine ad una terza azienda unificata. Per quanto concerne la rappresentazione simbolica, si conviene di utilizzare gli stessi simboli per designare le categorie proprie a ciscuna delle tre imprese, distinguendole tuttavia a mezzo di un apice per l’azienda assorbita e per due apici per l’azienda unificata.

Elenco dei simboli:

A = quota annua degli ammortamenti degli impianti fissi
H = spese annue accessorie
M = costo delle materie prime in un anno
V = spesa annua salari
C = capitale costante
P = plusvalore
F = entrate annue dell’azienda, fatturato

Le spese annue sono: C = A + H + M + V.

Il profitto risulta: P = FC = F – (A + H + M + V).

Adesso l’attuale azienda ingloba tutta una azienda per una lavorazione precedente delle sue materie prime. Tale azienda produce in un anno esattamente la quantità M occorrente alla prima azienda.

È chiaro che il valore del suo prodotto F’ è lo stesso di M

Il bilancio di questa azienda isolata sarà:

P’ = F’C’ = MC’ = M – (A’ + H’ + M’ + V’)

Poiché il prodotto dell’azienda unificata è uguale a quello della prima azienda, F” = F, il suo bilancio sarà:

P” = F”C” = F – (A” + H” + M” + V”) = F – (A + H + V + A’ + H’ + M’ + V’) = F – (A + H + M + VM + A’ + H’ + M’ + V’) = F – (A + H + M + V) + [M – (A’ + H’ + M’ + V’)] = (FC) + (F’C’) = P + P’

Distinguiamo, nei vari casi, per il capitale totale:

K = C + V = FP
K’ = C’ + V’ = F’P’ = MP’
K” = C” + V” = F”P” = F – (P + P’) = (FP) + P’ = KP’

e per il capitale costante:

C = A + H + M
C’ = A’ + H’ + M’
C” = A” + H” + M” = A + H + A’ + H’ + M’ = C + C’M

Ma poiché M = F’ = C’ + V’ + P’, allora

C” = C + C’M = C + C’ – (C’ + V’ + P’) = C – (V’ + P’)

Adunque si è verificato, nel passaggio dalla prima alla azienda unificata:
    il capitale costante C è diminuito (di V’ + P’)
    il capitale totale C + V è diminuito (di P’)
    il capitale variabile V è aumentato (di V’).

L’aumento del guadagno o plusvalore, che è passato da P a P” = P + P’, non può dunque che essere effetto del solo capitale che sia aumentato, ossia del capitale variabile. Quindi giustamente prendiamo come saggio del plusvalore il rapporto di esso al solo capitale variabile che lo ha determinato. Se lo mettessimo in rapporto al capitale costante o al capitale totale avremmo l’assurdo di verificare tra i due termini del rapporto una proporzionalità non diretta ma inversa1.

  1. Non si trovi troppo arida questa successione di formulette. Essa vuole essere una dimostrazione della validità della legge generale del plusvalore data da Marx, nella rappresentazione dell’azienda economica di tipo capitalistico. Siamo qui alla fine della Sezione III che stabilisce la definizione di plusvalore. In fine della V e prima di passare alla trattazione dell’accumulazione del capitale, in un capitoletto riassuntivo sulle varie formule del plusvalore, Marx contrappone i due gruppi di formule che caratterizzano la economia classica borghese e la economia marxista (cap. XVI del testo originale).
    Entrambe si fondano sull’ammissione che il valore sia dato dal lavoro. Ma presentato la cosa assai differentemente quando si tratta di rispondere alla domanda: quanta parte della giornata di lavoro l’operaio fa per sé, e quanta per il padrone dell’azienda?
    In entrambi i casi possiamo parlare di lavoro necessario per la prima parte, che è quella retribuita in pieno, e di pluslavoro per la seconda parte (del tempo di lavoro) che è quella il cui equivalente fa a formare il profitto del possessore dell’azienda.
    Secondo l’economista borghese e le formule sono:
    Pluslavoro / Lavoro necessario = Plusvalore / Costo del prodotto
    In altri termini quel rapporto riproduce ciò che la contabilità capitalistica chiama saggio del profitto, utile, dividendo e così via. La stessa frazione la troviamo scrivendo al numeratore il margine di guadagno su una data produzione, ossia l’eccedenza del prezzo realizzato sul costo totale, e al denominatore questo stesso costo.
    Se un’automobile, poniamo, costa tra materie salarii usura macchine etc. etc. centomila, e si vende per 110.000, l’azienda guadagna il 10%. Si pretende allora che l’operaio sia stato sfruttato solo per il 10% del suo tempo di lavoro. Se ha lavorato 11 ore, per dieci ha riavuto l’intero ricavo, e per una sola ora ha lavorato per il capitalista.
    La economia ufficiale moderna colle sue pretese di positiva esattezza ricalca sempre questa tesi e quindi nega la teoria del plusvalore di Marx trattandola come una brillante esercitazione polemica e non come scienza.
    In questa, invece, le formule prendono ben altro andamento e sono (partendo dallo stesso rapporto iniziale):
    Pluslavoro / lavoro necessario = Plusvalore / capitale variabile = Plusvalore / Spesa salari
    Il grado di sfruttamento, ossia la quantità di lavoro non pagato, viene messo in rapporto all’intera spesa, ossia all’intero capitale anticipato, ma alla sola spesa per salari, detta da noi parte variabile del capitale totale.
    La differenza tra le due accezioni è enorme. Quantitativamente, come Marx qui e altrove mostra, comporta che il saggio del plusvalore è molto più alto. Se in quell’automobile si sono spese per salarii, sulle centomila, solo ventimila, il saggio sale dal 10% al 50% essendo dato dal rapporto del profitto di 10.000 al capitale variabile di 20.000. Un terzo della giornata non è pagato. Vi sono esempi, come uno tratto dall’agricoltura inglese dell’epoca, di saggi del 300%.
    Qualitativamente poi la formula dell’economia corrente si presta a mostrare il rapporto tra salariato e capitalista come forma di libera associazione, mentre la legge marxista ne dimostra il fondamentale carattere antagonistico.
    Abbiamo voluto col nostro calcoletto sulla riunione di due aziende dimostrare come la istituzione del rapporto quantitativo tra plusvalore e capitale salario non è un arbitrio di scuola, ma è la sola che può rendere ragione del fenomeno studiato, in quanto quello, che nel singolo ciclo appare come capitale costante nelle mani del proprietario di azienda, non è che il prodotto accumulato di precedenti capitali salarii che hanno dato luogo ad altre precedenti plusvalenze da lavoro non retribuito.
    Il trucco e la tendenziosità sono dunque proprio nella normale presentazione dei bilanci delle aziende produttive (anche non private) accettati come evidenti e fedeli dalla economia accademica e dalla legalità borghese.
    ↩︎

Il trotskismo si aggiorna ma…

 Camarades, votre chien est-il enragé   ou   non? Peralta 

Non da oggi il trotzkismo è agitato dal­lo sforzo di rivedere alcune delle posi­zioni fondamentali assunte nel corso del suo sviluppo e cristallizzatesi, specie do­po la scomparsa del suo cervello pen­sante, Leone Trotzky, in una specie di or­dinaria amministrazione del patrimonio ideologico e tattico lasciato dal Maestro. Evidentemente, la lezione dei fatti si con­cilia sempre meno con l’armamentario di teorie e di parole d’ordine conservate nell’Arca Santa del Segretariato Internazio­nale; ma la revisione critica che parte dal­la periferia e non dal centro, invece di af­frontare i problemi nel loro complesso e nelle loro necessarie connessioni, investe i problemi ad uno ad uno e, mentre tradi­sce un’inquietudine intellettuale che po­trebbe essere feconda, dimostra anche l’in­capacità ad uscire dal vicolo cieco di una impostazione generale, che fa di quest’ala del movimento proletario un rivoluziona­rismo… evoluzionista.

Accade così che si delineino posizioni an­titetiche, per esempio sul problema russo — attuale pomo della discordia in seno alla IV Internazionale — senza che queste comportino modificazioni nei problemi ge­nerali della tattica; e la fedeltà dei se­guaci di Cannon alla tesi ortodossa del Se­gretariato non esclude la possibilità di una prossima riconciliazione con l’infedele ete­rodossia di Shachtman, così come l’abban­dono da parte dei seguaci di quest’ultimo della tesi secondo la quale l’URSS è uno stato tuttora proletario con l’incidentale disgrazia di essere governato da una bu­rocrazia traditrice (e, come tale, conserva caratteri progressivi ed anticapitalistici, e va difeso dal proletariato internazionale anche con la guerra) non importa affatto l’abbandono delle classiche teorie sul fron­te unico, sul programma transitorio, sull’appoggio ai « governi di sinistra », sulle guerre coloniali ecc, che costituiscono la ca­ratteristica fondamentale del trotzkismo (1).Abbiamo detto che l’epicentro dell’inquie­tudine della periferia trotzkista è il pro­blema russo. Recentemente, la rivista « The New International», che fa capo alla cor­rente Shachtman, ha pubblicato uno stu­dio di F. Forest sulla natura dello Stato russo che è, per quel che ci consta, il pri­mo serio tentativo trotzkista di affrontare il problema sulla base di un’analisi scien­tifica dei rapporti economici e di classe (2). Non   lasciandosi abbagliare    dagli    aspetti formali della gestione economica, non ri­cercando le leggi di sviluppo di una so­cietà nei titoli legali di proprietà ma nei modi di produzione o di realizzazione del plusvalore, l’autore conclude che la legge del valore domina l’economia capitalistica, e che il funzionamento di questa legge « ha portato   alla   polarizzazione   della   ricchez­za, all’alta composizione organica del ca­pitale, all’accumulazione   della   miseria da una parte e del capitale dall’altra. Si ha così una società capitalistica unica,   un’e­conomia   governata   dalle   leggi   del   capi­talismo   mondiale».   Queste   leggi   regola­no   prezzi   e   salari , e   si   esprimono   so­prattutto nel   « dominio del lavoro morto sul lavoro vivo », nella prevalenza del ca­pitale costante sul capitale variabile e per­ciò della produzione dei beni strumentali su quella dei beni di consumo, insomma nel fenomeno   generale   dell’accumulazione crescente   a   spese   della   retribuzione   del lavoro   (3),   coi fenomeni   correlativi   dello stakhanovismo,   dei   bassi   salari   e   dell’e­spansione imperialistica. « Finché la piani­ficazione   è   governata   dalla   necessità   di pagare   il   lavoratore il minimo   necessario per la sua sussistenza e di estrarne il mas­simo di plusvalore allo scopo di mantenere il sistema   produttivo   il più possibile   nei limiti delle leggi del mercato mondiale, dominato a sua volta dalla legge del valore, finché tutto questo avviene i rapporti di produzione capitalistici esistono, qualun­que sia il nome attribuito al regime sociale in questione ». Per chi non si lasci illudere dal « feticismo della proprietà statale », ma guardi alla realtà dei rapporti di produzio­ne e perciò di classe, la società sovietica segue dunque il destino di tutte le società capitalistiche e ne ripete le contraddizioni, le crisi, gli squilibrii; e, poiché — secondo la classica formula di Engels sul capitalismo di stato — li esaspera, riproduce an­che necessariamente, i metodi e le espe­rienze per dominarli.Ne segue che è assurdo parlare di ca­ratteri progressivi di quest’economia, se non nel senso che essa è la realizzazione compiuta del moto generale del regime ca­pitalistico verso la statizzazione: « l’espe­rienza russa ci ha reso concreta la verità fondamentale del marxismo, che in nessuna società contemporanea può esistere un’e­conomia progressiva in nessun significato del termine, e che solo può esserlo un’eco­nomia fondata sulla emancipazione del la­voro». Ne segue anche che va definitiva­mente abbandonata la tattica della « difesa dell’URSS » e tutto ciò ch’essa ha com­portato su scala internazionale nel ritar­dare la ripresa del movimento proletario su basi di classe.E sia, ma, se questo è vero, come giustifica Farrel l’insieme della tattica trotz­kista, che si fonda sulla determinazione de­gli eventuali aspetti progressivi dell’econo­mia e della società borghese, e in funzione di essi orienta le lotte del proletariato nel ginepraio delle diverse fasi « transitorie »? La tattica dell’appoggio ai governi « di si­nistra » o quella del fronte unico non han­no forse radice in una concezione generale del moto di sviluppo della società capita­listica e perciò nell’ammissione che per il proletariato si pongano problemi di « scel­ta » fra l’una e l’altra espressione politica del dominio borghese? Se la pianificazione non è per se stessa progressiva, come si giustifica la campagna trotzkista per le na­zionalizzazioni? In definitiva, se l’esperien­za russa autorizza conclusioni generali non limitate ad essa non è soltanto il « difensi­smo » che crolla, ma crolla l’intermedismo, il transitorismo, l’ideologia che porta il pro­letariato ad accettare posizioni borghesi in vista di realizzazioni transitorie; crolla, in­somma, tutto l’edificio tattico che, agli occhi di militanti della stessa TV Interna­zionale, fa passare quest’ultima per una « ala sinistra dello stalinismo ». O si ha il coraggio di andare fino in fondo ed accet­tare queste conclusioni, o lo sforzo di ri­pensamento è stato vano e cento ragioni ha l’ortodossia di rivendicare la sua supe­riorità sugli eretici. E’ questo « ma » che toglie valore agli  aggiornamenti   critici   di   alcune   ali   trotzkiste (4).Un passo avanti è stato compiuto, e bi­sogna renderne atto, dalla sezione spagnola al Messico della IV Internazionale: e al­ludiamo sopratutto ai due recenti opuscoli di Munis e di Peralta (5) nei quali si esprime, più che una revisione scientifica e storica dell’impostazione del problema russo, la reazione battagliera e la polemica appassionata del militante.Munis ha perfettamente capito l’insoste­nibilità della tesi antimarxista di un regime sociale economicamente progressivo e po­liticamente reazionario, e l’inconsistenza di un’analisi che vede nello stalinismo una specie di bubbone transitorio nato sul tron­co di una base produttiva «socialista »: la sua critica tagliente della pianificazione so­vietica esclude senza possibilità di appello che possa considerarsi « socialista » un’ac­cumulazione allargata fondata sull’appro­priazione di plusvalore da parte di una classe, sulla separazione fra produttore e mezzi di produzione, sulla legge del sala­rio, sulla compressione anziché sullo svi­luppo della coscienza e della cultura dell’operaio: « parlare oggi di pianificazione in Russia è un’ironia sanguinosa per le masse ed una concessione alle tendenze deca­denti del capitalismo mondiale… Quanto alla burocrazia, non si ha il diritto di at­tribuirle i caratteri particolari di una bu­rocrazia operaia, ma quelli di una classe la cui struttura definitiva è in via di cristal­lizzazione e che, per cristallizzarsi comple­tamente, deve soffocare la rivoluzione pro­letaria dovunque essa appare, e integrarsi alle forme decadenti che il capitalismo mon­diale adotterà». L’autore ha anche per­fettamente compreso il ruolo dei partiti operai nel quadro della ricostruzione capi­talistica: « Attraverso le nazionalizzazioni, si intravede già una fase in cui i leaders proletari dirigeranno essi la società, più sfruttata e asservita che mai, per il labirin­to abissale della decadenza… I leaders ope­rai sono sempre più indispensabili per evi­tare la rivoluzione proletaria, lo sfrutta­mento delle masse e la dittatura dei pri­vilegiati non possono sostenersi alla lun­ga che grazie ed essi. La loro vittoria, che necessita almeno di alcune misure di na­zionalizzazione dei mezzi di produzione, rappresenta il punto cruciale nella corsa alla decadenza, con tutta le regressione cul­turale e la decomposizione del proletaria­to, che questo comporta. La forza di punta di questo processo è lo stalinismo ».Quanto a Peralta, la sua polemica con­tro le ambiguità della posizione ufficiale del trotzkismo raggiunge i limiti di una violenza passionale. Non è più ammissi­bile una tattica che, mentre afferma il ca­rattere progressivo dell’economia sovietica, assiste pavida alle spoliazioni, alle anghe­rie, all’evidente contenuto imperialistico dell’espansione russa; non è più tollerabile la tesi che attribuisce allo stalinismo la colpa di aver « intralciato » con una serie di errori lo sviluppo rivoluzionario, quando si assiste al passaggio aperto e perfino vio­lento del nazionalcomunismo alla contro­rivoluzione: è assurdo predicare « la difesa delle misure economiche progressive rea­lizzate nei territori occupati dall’Armata rossa » e nello stesso tempo constatare « la spoliazione delle industrie e dei focolari in Germania, in Austria e in tutti i territori della Europa orientale occupata »; è ri­dicolo patrocinare l’appoggio ai partiti di « sinistra » quando è ormai chiaro che il capitalismo si salva solo a condizione di mandare alla direzione dell’economia e dello stato proprio queste giovani forza a tradizione proletaria; è antistorico pro­porre il fronte unico a partiti ormai « inte­grati nello Stato »: è contraddittorio lanciare nello stesso tempo le parole d’ordine de « la convocazione immediata della Costi­tuente » e dell’istituzione dei Consigli ope­rai e contadini. « Occorre abbandonare senza residui la difesa dell’URSS, a pro­fitto di una politica di lotta senza pietà contro il capitalismo e contro lo stalini­smo suo complice. Per condurre vittorio­samente questa lotta, bisogna svelare ad ogni passo e concretamente il carattere controrivoluzionario della burocrazia russa smascherare la menzogna delle nazionaliz­zazioni e delle riforme agrarie, sviluppare la fraternizzazione fra occupanti e occu­pati, dichiarando apertamente che né gli uni né gli altri hanno più nulla da difen­dere in Russia, ma al contrario hanno tutto da distruggervi allo stesso titolo che in non importa quale stato capitalista, sia che al governo di questo partecipino o no gli agenti del Cremlino ». E infine, basta con una concezione evolutiva della lotta ope­raia, per cui il proletariato deve essere ob­bligatoriamente condotto attraverso una se­rie di esperienze rovinose, per sbarazzarsi di presunte illusioni democratico-borghesi che siamo noi i primi a intrattenere in lui! La revisione del difensismo ha qui por­tato all’abbandono di alcune fra le posi­zioni fondamentali dell’ideologia trotzkista. Ma tanto Munis quanto Peralta puntano ancora sulla carta di un raddrizzamento della IV Internazionale, di un suo cambia­mento di rotta. E sono presi essi stessi nel­la rete dei residuati della loro origine trotz­kista: lo sono quando continuano a parlare di un « fronte unico » nella fabbrica, nella località, nella regione, che ha ormai per­duto i suoi caratteri di fronte unico per diventare agitazione di parole d’ordine immediate; lo sono quando credono di con­trapporre al peso soffocante dei partiti con­trorivoluzionari i consigli « democratica­mente eletti » degli operai e dei contadini, come se, negli attuali rapporti di forza, non fossero destinati ad essere lo specchio fe­dele delle forze politiche dominanti in se­no alla massa operaia; lo sono quando agi­tano come parole d’ordine transitorie la difesa delle « libertà fondamentali », la sca­la mobile, la confisca dei beni capitalistici, dei profitti di guerra, delle fabbriche…E allora? Allora non v’è che augurarsi che questo sforzo di rivedere le proprie posizioni politiche vada oltre i suoi termini attuali e porti i militanti migliori a rico­noscere che, come la socialdemocrazia, co­me lo stalinismo, anche il trotzkismo ha ormai una sua specifica ed inalterabile fun­zione storica, è la retroguardia non di un esercito in ritirata, ma di un esercito scon­fitto. I compagni messicani che hanno avu­to il coraggio di sbarazzarsi di una parte del bagaglio intermedista avranno, speria­mo, la forza e l’« audacia » — per usare un termine a loro caro — di sbarazzarsi anche dell’altro. (1) Da Cannon a Shachtman prendono nome le due ali in cui si è diviso il trotz­kismo americano (Socialist Workers Party e Workers Party) e delle quali si annuncia ora prossima la rifusione.(2)   F. Forest: The Nature of the Rus­sian Economy, nei numeri di dic. 1946 e genn. 1947. Lo stesso A. aveva pubblica­to nel 1942-3 una Analysis of Russian Eco­nomy.(3) Il Piano del 1941 prevede un aumen­to del 6,5 % sui salari per ogni 12 % di aumento nella produttività del lavoro; nel 1940, la produzione di beni strumentali ha assorbito il 61 % della produzione Comples­siva, quello di beni di consumo il 39 %.(4)   Il caso inverso è rappresentato dal gruppo   americano che fa capo   a   Marlen e   che   continua   a   sostenere   la   tesi   del­la Russia « stato operaio degenerato » men­tre   ha   liquidato   tutte   le   posizioni   tatti­che   del   trotzkismo,   ed   è contro l’appog­gio   ai partiti   opportunisti, contro la for­mula del « governo operaio e contadino », contro    la    Costituente    borghese,    contro « l’appoggio alla borghesia coloniale e ogni concessione all’idea che le borghesie colo­niali   possano   combattere   l’imperialismo », contro la teoria del controllo della produ­zione, contro la vecchia impostazione della questione   nazionale,   contro   il   programma transitorio ecc. (cfr. soprattutto il n. 3 di Political   Correspondance   of   the   Workers League for a Revolutionary Party, p. 13 e 14). La fedeltà della teoria dello « Stato ope­raio degenerato » ha condotto Marlen alla stupefacente tesi della « Sham War », per cui il secondo conflitto  mondiale sarebbe stato condotto in realtà non fra i paesi dell’Asse e il blocco democratico, ma fra tutti i paesi capitalistici e l’URSS socialista!(5) G. Munis, Les révolutionnaires devant la Russie et le Stalinisme mondial; Peralta, Le « Manifeste » des Exégètes, entrambi del 1946,   Mexico,   Editorial « Revolucion »