Partito Comunista Internazionale

Prometeo (III) 1948/I/9

Ritardo della sinistra borghese

Se fosse lecito per noi spendere parole su considerazioni di natura sentimentale, non c’è dubbio che un argomento particolarmente suscettibile dì tal genere di analisi sarebbe proprio il vuoto ideologico, orrido e strapotente, che si accom­pagna al manifestarsi di questa moderna società borghese. Non è cosa molto nuova, invero, ma la battaglia elettorale da poco conclusa ha mostrato questa verità con una evidenza cosi palmare e così assurda che se, per astrazione, lo spettacolo fosse stato goduto da un pubblico appena appena vitale, gli autori responsabili di questa oscena e nauseante gazzarra non si sarebbero salvati dal divampare di un’ira furibonda e purificatrice. Ma invece no, perché campagna e “campagnati” van­no di pari passo sui binari paralleli che lo Stato moderno ha allestito per la soprav­vivenza della sua classe e delle forme di produzione su cui essa si appoggia: e quanto più queste ultime sono superate nella loro necessità e contrastanti con le forze della produzione, tanto più la lotta che la classe borghese attua per il suo sopravvivere è diretta a comprimere ogni possibile espressione di tale stato di cose e a mascherare la realtà con falsità di ogni genere.

Questa operazione di mascheramento non limita d’altronde i suoi effetti alla pura e semplice mutazione del vero, ma conduce ad una rottura del complicato sistema di ingranaggi che dalla economia e dai rapporti che a questa si ricolle­gano risale alla struttura sociale, e poi alla formazione della cosiddetta cultura in generale nonché delle particolari ideologie; con la conseguenza che si ha uno sbandamento o, più spesso, uno smarrimento di tutti i valori che è appunto una delle caratteristiche della società di oggi: ed è uno smarrimento infecondo, naturalmente, perché è il frutto del distacco forzato di ogni germinazione umana dall’unico suolo naturale donde essa può trar vita positiva.

Ma come il mascheramento è inevitabile per la difesa borghese, così è inevitabile lo smarrimento veramente “totalitario” che consegue alla artificiosa dife­sa eche, bon gré mal gré, trae giù in un mondo di sterilità sconcia suonati e suonatori. Tutto ciò e molt’altre cose potremmo osservare se, come dicevamo, fosse lecito: ciò che non è, perché queste analisi che potremmo chiamare terminali, con riguardo al loro oggetto nella topografia delle cause ed effetti, non hanno che in scarsissima misura, e peraltro con molti pericoli, la capacità di chiarire una realtà sulla quale occorrono ai nostri fini (che sono quelli della liberazione di un avan­guardia proletaria dalle vischiose pastoie nelle quali la borghesia tiene imbrigliata la quasi totalità dei suoi avversari) alcuni saldissimi pilastri di sostegno per la esatta percezione dei fondamenti e degli sviluppi della lotta di classe.

Serva però anch’essa – la visione di tanta infamia – ad accrescere nelle forze coscienti del proletariato il furore distruttivo contro un mondo che, per sostenere le sue forme di privilegio, ha fatto della schiavitù, della menzogna e dalla castra­zione ideologica i capisaldi della sua struttura. Ed essa non è inutile per la comprensione delle più recenti posizioni che i partiti che si proclamano difensori del proletariato hanno assunto in quest’ultimo periodo, contemporaneo o immediatamente seguente alle recenti elezioni: un momento forse non il più interessante ma in ogni modo particolarmente ricco di putrefazione sociale. 

Si sa che la battaglia del partito saragattiano ha trovato il suo perno di orien­tamento nella formula della “terza forza”: di una forza, cioè, che, mediando tra le due forze americana, russa e quindi, all’interno, tra democristiani e stalinisti, dovrebbe trovare la strada per un socialismo la cui affermazione non sarebbe più originata da un determinato contrasto di classe e dalla relativa vittoria del proletariato prevalente sulla borghesia, ma invece da una volontaristica presa di posizione tra due imperialismi contrastanti.

Cosa ciò significhi concretamente è impossibile dirlo, perché se dal punto di vista diplomatico imperialistico sarebbe piuttosto… problematico per Saragat e compagni costituire una forza da contrapporsi o anche insinuarsi tra i due colossi orientale e occidentale, unici superstiti dell’ultimo conflitto, dal punto di vista invece della dinamica della lotta di classe sono ormai troppi anni che le classi sono ridotte a due, che la lotta è ridotta su due fronti contrapposti perché si debba spendere una sola parola nel dimostrare la assoluta astrattezza della formula “ter­za forza”. Ma il suo valore demagogico e di purissimo imbroglio, questo no che non è astratto: in un paese come il nostro, dove a causa dell’incompleto ciclo di sviluppo della borghesia, anche il cosiddetto medio ceto non ha potuto acquisire una fisionomia ben definita e spregiudicatamente orientata verso la classe domi­nante – per lo meno fin quando la progressiva inevitabile proletarizzazione non lo costringesse a perdere gradatamente le sue posizioni di limitato privilegio – c’è sempre un certo strato di individui di mezza coscienza, nei quali lo spirito conservatore è attaccato a un privilegio magari soltanto nominale non ha il coraggio morale di darsi la forma apertamente corrispondente e sazia la pro­pria intima ipocrisia assumendo in concreto un atteggiamento conformista rivestito da una forma puramente astratta di progressismo, terza forza, e altre vuo­taggini del genere,

Il manifesto apparso su L’Umanità del 25 aprile porta un titolo veramente espressivo: “Il P.S.L.I. ai lavoratori italiani per una coraggiosa riforma sociale”; e il testo non è da meno del titolo: vi si proclama la necessità della collaborazione tra governi e popoli, degli aiuti americani che allontanano i pericoli di nuove guerre; e soprattutto appunto delle coraggiose riformesociali che dovranno portare il socialismo nostrano al livello già raggiunto in altri paesi (di cui però il manifesto per prudenza non dice il nome, anche se il riferimento è ovviamente diretto alla… socialistissima Inghilterra laburista!). Se da un lato questa dichiarazione di riformismo sembra riportare su un terreno  di concretezza la astratta formula della terza /orza, dall’altro è facile scorgere come tal concretezza sia soltanto apparente giacché se il riformismo ha cessato ormai da vari decenni di adempiere ad una funzione positiva nello svolgimento della lotta di classe, oggi d’altra parte esso ha in linea generale esaurito il suo compito, si noti bene anche come funzione della classe borghese, come forza, cioè, operante negativamente sulla preparazione rivoluzionaria del proletariato. È nota la nostra interpretazione del fascismo come fase di sviluppo della borghesia che, divenuta inca­pace di comprimere i contrasti di classe col sistema cosiddetto democratico, attua, parallelamente alla concentrazione del capitale, una centralizzazione del potere politico nelle mani dello Stato: centralizzazione che, se nelle fasi più acute assume l’aspetto formale della dittatura, può anche realizzarsi con forme diverse, come, senza dilungarci, ci indicano attualmente i paesi occidentali. In ogni caso ciò che di essenziale si verifica nella moderna organizzazione dei paesi capitalistici è l’assorbimento, nel seno dello Stato, di ogni forza politica operante nella nazione, e in pruno luogo delle masse proletarie eliminate come classe proprio per la im­possibilità per la borghesia di lasciar adito a manifestazioni che, nella esaspera­zione dei contrasti sociali, non potrebbero assumere se non la forma rivoluziona­ria. Ridar vita al sistema della gradualità riformista oggi che lo Stato capitalista trova il suo salvataggio esclusivamente sul piano dell’economia di guerra e su quello corrispondente dell’assorbimento e della distruzione di ogni forza avversa, è cosa veramente antistorica, il cui valore non può essere che apparente e, d’altra parte, ai fini della stessa difesa borghese, transitorio e meramente formale. 

La posizione del partito comunista italiano, e naturalmente anche di quella sua appendice che è il partito socialista, non è certo più intonata col processo della storia. Cacciati dal governo con la fine del tripartito, essi impiantano tutta la loro azione, mirante alla riconquista delle perdute posizioni, sulla battaglia elettorale, con parole d’ordine proprie della classe avversa, parole che il vecchio partito socialista già dalla sua nascita aveva indicato come indissolubilmente legate alla funzionalità e alla essenza della classe borghese.

Se i nazional-comunisti avevano fino a ieri collaborato al governo sotto la parola centrale della ricostruzione, oggi essi hanno impostato la manovra di passaggio all’opposizione non, naturalmente, su direttive classiste, ma facendo perno alla difesa della indipendenza della patria e assumendo a simbolo della loro lotta nientemeno che Garibaldi.

Siamo quindi di fronte ad un totale smantellamento della ideologia di classe, anche nelle sue ultime mascherate parvenze, e ad un’altrettanto totale assunzione degli strumenti propri della borghesia da parte degli staliniani. Si ritira fuori proprio un Garibaldi, dal quale il Partito Socialista Italiano fin dalla sua fondazione nel 1892 si era nettamente differenziato ponendo una fossa invalicabile tra la pro­pria azione strettamente collegata ad un’ideologia già chiaramentedeterministica, ad una concezione materialista e dialettica della storia, e quell’azione per l’azione, a sfondo sentimentale, patriottardo, popolare, non classista, e costantemente mano­vrata dall’interesse unitario della classe dominante, che costituiva l’essenza del ga­ribaldinismo: i progressisti del 1948 sono quindi tornati indietro al 1892, al di là del primo atto che diversificava finalmente, dopo il calderone del Risorgimento, la lotta per la emancipazione del proletariato dalle altre lotte cui il proletariato stesso era chiamato unicamente per la difesa dell’altrui interesse.

Quanto poi alla indipendenza della patria l’abbandono dell’ideologia classista si accompagna alla incapacità di assumere parole d’ordine che possano concreta­mente e validamente inserirsi nel processo attuale della evoluzione imperialista: è chiaro infatti che indipendenza è concetto storico che ha per soggetto lo Stato della classe dominante, non è rivendicazione proletaria, ché questa dovrebbe pog­giare proprio sull’opposto dialettico, sul disfattismo rivoluzionario, nel sabotaggio dell’indipendenza per arrivare alla rivoluzione di classe; ma è altresì chiaro che indipendenza è concetto superato nell’ambito stesso della ideologia borghese, dove il massimo potenziamento possibile dell’interesse di classe lo si ottiene non attra­verso la difesa delle frontiere nazionali, ma di due enormi frontiere che abbracciano ciascuna la metà della terra ed entro le quali soltanto pulsano complessi economici vitali, atti per ora ad essere chiusi da frontiere: solo in questo senso può avere significato concreto il parlare di indipendenza.

Ma i nazional-comunisti non hanno attitudine alcuna alla interpretazione della storia; avendo perso la bussola dell’orientamento marxista essi non possono che marciare a rimorchio della classe dominante: costretti a combatterla in funzione dell’imperialismo opposto con armi spuntate e di seconda mano essi si avviano ormai a giuocare un ruolo di secondo piano anche nella iniziativa della lotta per l’obiettivo principale, quello della distruzione del proletariato come classe.

La loro opposizione, legata al carro dell’imperialismo, non ha e non avrà altri sbocchi; né dubbi possono sorgere sulla impossibilità che essa possa mai impiantarsi su direttive classiste: non facciamo questione delle grandi masse che, neutralizzate nei loro impulsi dalla politica nazional-comunista, potranno ormai essere trascinate all’attacco dello Stato borghese soltanto da tutto un moto ascen­sionale del movimento proletario. Ma anche e soprattutto i quadri, gli attivisti del nazional-comunismo sono negati in questa presente fase ad ogni passaggio sul piano di classe. Essi sono stati deviati e inghiottiti dalla manovra borghese: una loro ripresa classista non trova alcun fattore, alcun impulso obiettivo da cui essere giustificata. Essi non possono essere liberati: perché è il capitalismo che ha vinto questa battaglia del dopoguerra ed essi sono prigionieri perché si son lasciati adescare sul terreno su cui il capitalismo stesso li attirava. Sono stati sconfitti nello stesso tempo che adottavano le parole della guerra di liberazione, democrazia, rico­struzione, indipendenza, ecc.; sconfitti nello stesso tempo in cui e per lo stesso motivo per cui hanno creduto di battere i borghesi attraverso quella tattica con la quale essi ritenevano di mascherare i propri intenti rivoluzionari: e il capitali­smo proprio di tal credenza si è valso per batterli.

La strada che conduce alla rivoluzione proletaria è lunga e faticosa: solo chi non si stanca di percorrerla nella più assoluta intransigenza può arrivarne a capo; solo chi capisce che essa va apertamente seguita può creare quel partito di classe senza il quale ogni impulso, ogni offensiva proletaria rimane astrazione, senza il quale non vi può essere classe né per ciò stesso vittoria di classe.

Forza violenza e dittatura nella lotta di classe Pt.5

Il quadro dell’arduo problema della degenerazione del potere proletario ha questi grandi tratti. In un vasto paese la classe operaia ha conquistato il potere sulla linea storica della insurrezione armata, e dell’annientamento di ogni influenza delle classi sconfitte sotto il peso della dittatura di classe. Ma negli altri paesi del mondo la classe operaia o non ha avuto la forza di iniziare l’attacco rivoluzionario, o è stata schiacciata nel suo tentativo. In questi paesi il potere resta alla borghesia, la produzione e lo scambio procedono e seguiteranno a procedere nel quadro capi­talistico, che domina tutti i rapporti del mercato mondiale.

Nel paese della rivoluzione la dittatura tiene ben fermo sul piano politico e militare contro ogni tentativo di contrattacco e liquida le guerre civili in pochi e vittoriosi anni, né il capitalismo estero impianta un’azione generale per andarla a debellare.

Si verifica però un processo di degenerazione interna del nuovo apparato poli­tico e amministrativo, e si vede formarsi una cerchia privilegiata che monopolizza i benefici e le cariche della gerarchia burocratica, pur seguitando a conclamare di rappresentare e difendere gli interessi delle grandi masse lavoratrici.

Nei paesi esteri il movimento operaio rivoluzionario strettamente collegato a quella stessa gerarchia politica, non solo non realizza altri vittoriosi abbattimenti degli stati borghesi, ma va falsando e spegnendo in altri obiettivi non rivoluzionari il senso della propria azione.

Sorge dinanzi a questo tremendo problema della storia della lotta di classe il grave interrogativo: come si poteva o si potrebbe impedire questa doppia rovina?Il quesito è in verità mal posto;  secondo  il  sano  metodo  deterministico  si  tratta invece di individuare i veri caratteri e le leggi proprie di questo processo degene­rativo, per stabilire quando e in che cosa si potranno riconoscere le condizioni che permettano di attendere e   di  seguire   un  processo   rivoluzionario   preservato da quella patologica reversione.

Non stiamo qui ribattendo la posizione di coloro che contestano la esistenza del fatto degenerativo e che sostengono esservi in Russia il vero e pieno potere rivo­luzionario operaio, la evoluzione reale delle forme economiche verso il comunismo, ed un coordinamento con i partiti esteri del proletariato efficiente per condurre all’abbattimento del capitalismo mondiale.

Neppure svolgiamo qui lo studio del lato economico-sociale del problema, che va impostato su una attenta analisi del meccanismo russo di produzione e distribuzione e dei suoi rapporti reali con le esteriori economie capitalistiche

Qui, al termine dell’esposizione storica sui problemi della violenza e del pote­re, rispondiamo a quelle obiezioni critiche secondo le quali la degenerazione in senso burocratico oppressivo è una conseguenza diretta dell’avere trasgredito e violato i canoni e i criteri della democrazia elettiva.

La obiezione ha due aspetti, ma il meno radicale è il più insidioso. Il primo aspetto è quello prettamente borghese che si collega direttamente a tutta la campa­gna mondiale di diffamazione della rivoluzione russa, condotta fino dagli anni della lotta da tutti i liberali, i democratici e isocial-democratici del mondo, terrorizzati tanto dall’impiego, che dalla magnifica, coraggiosa proclamazione teorica del meto­do della dittatura rivoluzionaria.

Dopo quanto abbiamo ricordato in questi scritti consideriamo superato tale aspetto della lamentazione democratica generica, sebbene la lotta contro di esso resti sempre di primaria importanza, oggi che appunto la rivendicazione conformi­sta di quella che Lenin chiamò « la democrazia in generale » — e che nei testi fon­damentali comunisti rappresenta l’opposto dialettico, la negazione antipolare della posizione rivoluzionaria — viene sbandierata sconciamente proprio da quei partiti che si proclamano collegati al regime vigente in Russia. Questo regime tut­tavia, pur facendo all’interno pericolose colpevoli concessioni nel diritto formale al meccanismo democratico borghese, non solo resta ma diviene sempre più un regime strettamente totalitario e di polizia.

Non si insisterà quindi mai abbastanza sulla critica della democrazia in tutte le forme storiche finora note; essa è sempre stata un modo interno di organizzarsi di una vecchia o nuova classe di oppressori, una vecchia o nuova tecnica contin­gente dei rapporti interni tra elementi e gruppi sfruttatori; e, nelle specifiche rivoluzioni borghesi, la vera atmosfera vitale necessaria aiprorompere rigoglioso del capitalismo.

Le vecchie democrazie basate su principii elettivi, assemblee, parlamenti o concilii, sotto la menzognera proclamazione di voler attuare il bene di tutti e la universalità di conquiste spirituali o materiali, servivano in effetti ad imporre e conservare lo sfruttamento sulle folle di fanatici, di schiavi, di iloti, di popoli sog­giogati perché meno progrediti o bellicosi, di tutta una massa assente dal tempio, dal senato, dalla polis, dai comizi.

Nelle molteplici banali teorie a sfondo egualitario noi leggiamo la verità obiet­tiva del compromesso, dell’accordo e della congiura tra i componenti della mino­ranza privilegiata ai danni delle classi inferiori. Non affatto diversa è la nostra valutazione della moderna forma democratica basata sulle sacre carte delle rivolu­zioni britannica, americana e francese. Essa è una tecnica delle migliori condizioni politiche perché il capitalismo possa opprimere e sfruttare i lavoratori, sostituendo la vecchia rete degli oppressori feudali da cui esso stesso era soffocato, ma sempre allo scopo di sfruttare, in modo nuovo e diverso, ma non minore né attenuato.

E’ poi fondamentale a tal riguardo la interpretazione della presente fase totali­taria dell’epoca borghese, in cui le forme parlamentari, assolto quel loro compito, tendono a sparire, e l’atmosfera del moderno capitalismo diviene antiliberale e antidemocratica. Da questa corretta valutazione nasce la conseguenza tattica che ogni rivendicazione per i ritorni alla iniziale democrazia borghese è anticlassista e reazionaria, e perfino « antiprogressista ».

*  *  *

Preme ritornare al secondo aspetto della obiezione a sfondo democratico, la quale non si ispira più ai dogmi di una democrazia interclassista e superclassista.Ma in sostanza dice questo: sta bene attuare la dittatura e superare ogni scrupolo nel reprimere i diritti della vinta minoranza borghese; ma una volta messi i bor­ghesi fuori legge si è avuta la degenerazione dello Stato perché « entro » la vinci­trice classe proletaria si è violata la regola rappresentativa. Se si fosse attuato e rispettato un pieno sistema elettivo maggioritario degli organi proletari di base — consigli, sindacati, partito politico — lasciando ogni decisione all’esito numerico delle consultazioni « veramente libere », si sarebbe automaticamente tenuta la vera via rivoluzionaria e si sarebbero scongiurati ogni degenerazione ed ogni pe­ricolo di abusivi predominii sopraffattori della diffamatissima «cricca staliniana».

Alla base di questo modo di vedere così diffuso sta l’opinione che ciascun individuo, per il solo fatto di appartenere ad una classe economica, ossia di tro­varsi in determinati rapporti comuni a tanti altri agli effetti della produzione, sia parimenti predisposto ad acquistare una chiara « coscienza » di classe, ossia acquisti un insieme di opinioni e di intendimenti che riflettono gli interessi, la via storica e l’avvenire della sua classe. Questa è maniera errata d’intendere il determinismo marxista, perché la formazione della coscienza è fatto bensì colle­gato alle situazioni economiche di base, ma che le segue a grande distanza di tempo ed ha un campo d’azione enormemente più ristretto di quelle. Ad esempio, i Borghesi, commercianti, banchieri o piccoli fabbricanti, esistettero per molti secoli ed ebbero funzioni economiche fondamentali prima che si sviluppasse la coscienza storica della classe borghese, ma ebbero psicologia di servitori e com­plici dei signori feudali, mentre lentamente nel loro seno si formava una tenden­za ed una ideologia rivoluzionarie e minoranze audaci si andavano organizzando per tentare la conquista del potere.

Avvenuta questa nelle grandi rivoluzioni democratiche, se anche alcuni ari­stocratici avevano lottato per la rivoluzione, molti borghesi conservarono non solo un modo di pensare ma anche una linea di azione contraria agli interessi generali del loro ceto e militarono e lottarono coi partiti controrivoluzionari.

Similmente, l’opinione e la coscienza dell’operaio si formano bensì sotto l’in­fluenza delle sue condizioni di lavoro e di vita materiale, ma anche nell’ambiente di tutta la tradizionale ideologia conservatrice di cui lo circonda il mondo capitalistico.

Le influenze in questo senso vanno diventando, nella fase attuale, sempre più potenti e non v’è bisogno di ricordare di quali risorse disponga non solo la pianificazione della propaganda con le tecniche moderne, ma lo stesso intervento centralizzato nella vita economica con l’adozione delle infinite misure riformistiche e di economia controllata, che tentano di solleticare la soddisfazione di inte­ressi secondari dei lavoratori e molte volte realizzano veramente influenze con­crete sul loro trattamento.

I vecchi regimi aristocratici e feudali, mentre si appagavano, per la massa bruta e incolta, dell’organizzazione chiesastica come pianificatrice di ideologie servili, agirono soprattutto mediante il monopolio della scuola e della cultura sulla nascente borghesia, e questa dovette sostenere una grande lotta ideologica con complicate alternative, che la letteratura presenta come lotta per la libertà del pensiero, mentre si trattava della soprastruttura ad un aspro conflitto tra due forze organizzate per sopraffarsi a vicenda.

Oggi il capitalismo mondiale, oltre la chiesa e la scuola, dispone di mille altre forme di manipolazione ideologica e di formazione della cosiddetta coscien­za, e ha qualitativamente e quantitativamente superato i vecchi regimi nella fabbricazione degli inganni non solo nel senso di diffondere le dottrine e le mistiche più assurde,  ma  anche in  quello  pregiudiziale  di  informare  la  massa degli uomini in maniera totalmente falsificata sugli innumerevoli accadimenti della complicata vita moderna.

Se malgrado questo formidabile armamentario della classe a noi nemica abbiamo sempre ritenuto che si sarebbe formata nel seno della classe oppressa una ideologia e una dottrina antagonistiche, acquistanti sempre maggior chia­rezza e diffusione man mano che lo stesso svolgimento economico acutizzava il conflitto delle forze produttive, e parallelamente al diffondersi delle aspre lotte fra gli interessi di classe, tale prospettiva non si fondava sull’argomento che, essendo i proletari più numerosi dei borghesi, il cumulo delle loro opinioni e concezioni individuali avrebbe prevalso col suo peso su quelle degli avversari.

Quella chiarezza e quella coscienza noi l’abbiamo sempre veduta realizzarsi non in un aggregato amorfo di persone isolate, ma in organizzazioni sorgenti dal seno della massa indifferenziata, in inquadramenti e schieramenti di minoranze decise che, collegate tra loro da paese a paese e nella continuità storica generale del movimento, assumevano la funzione direttiva della lotta delle masse, mentre queste nella loro maggioranza vi partecipavano per la determinazione delle spinte e dei moventi economici assai prima di aver raggiunta la medesima forza e chiarezza di opinioni cristallizzate nel partito dirigente.

Ecco perché ogni consultazione, anche quando fosse possibile, della genera­lità della massa operaia, fatta col bruto criterio numerico, non è da escludersi che possa dare un risultato controrivoluzionario anche in situazioni utili per una avanzata e una lotta guidate dalla minoranza di avanguardia. Né una lotta gene­rale politica che si chiuda con la vittoriosa conquista del potere è sufficiente in modo immediato per eliminare tutte quelle complicate influenze tradizionali delle ideologie borghesi. Queste non solo sopravvivono in tutta la struttura sociale dello stesso paese della vittoria rivoluzionaria, ma seguitano ad agire da oltre fron­tiere con l’imponente spiegamento di tutti i moderni mezzi cui abbiamo accennato.

Lo stesso grande vantaggio di spezzare con la macchina statale tutte le impalcature di pianificazione ideologica del passato, come la chiesa la scuola e innumeri associazioni, e di prendere il controllo centrale di tutti i grandi mezzi di diffusione delle opinioni: stampa, radio, teatro ecc. non basta, se non si com­pleta con la condizione economico-sociale di poter procedere rapidamente e con successi positivi nello sradicamento delle forme borghesi di produzione. Lenin sapeva benissimo che la necessità di dover lasciar prolungare, e in certo senso divenir più rigogliosa, la gestione familiare della piccola azienda contadina, significava lasciare un campo di successo alle influenze della psicologia egoistica e mercantile di tipo borghese ed alla propaganda disfattista del pope, al gioco insomma di infinite superstizioni controrivoluzionarie, ma lo stato dei rapporti delle forze non lasciava altra scelta, e solo conservando forza e saldezza al potere armato del proletariato industriale si poteva conciliare l’utilizzazione dello slancio rivoluzionario degli alleati contadini contro i vincoli del regime terriero feudale, con la difesa dai pericoli di una possibile jacquerie di contadiname semiarric­chito, come avvenne nelle guerre civili con Denikin e Kolciak.

La falsa posizione di quelli che vogliono applicare la democrazia aritmetica nel seno della massa lavoratrice o di suoi dati organismi risale quindi ad una falsa impostazione dei termini del determinismo marxista.

Già distinguemmo in altro di questi scritti fra la tesi errata che in ciascuna epoca storica contrappone a classi con opposti interessi gruppi che confessano op­poste teorie, e la tesi esatta che in ciascuna epoca il sistema dottrinale costruito sugli interessi della classe dominante tende vantaggiosamente ad essere professato dalla classe dominata.  Chi è servo nel corpo è servo nello spirito, ed il vecchio inganno borghese è appunto di voler cominciare dalla liberazione degli spiriti, che non conduce a nulla e non costa nulla ai beneficiati dal privilegio sociale, men­tre è dalla liberazione dei corpi che bisogna cominciare.

Così è posizione errata, a proposito dell’abusato problema della coscienza, quella che stabilisce questa seriazione del determinismo: cause economiche in­fluenti; coscienza di classe; azione di classe. La seriazione è invece l’altra: cause economiche determinanti, azione di classe, coscienza di classe. La coscienza viene alla fine e, in maniera generale, dopo la vittoria decisiva. La necessità economica affascia la pressione e lo sforzo di tutti quelli che sono oppressi e sof­focati dalle forme cristallizzate di un dato sistema produttivo; essi reagiscono, si dibattono, si avventano contro quei limiti, nel corso di questo scontro e di questa battaglia ne vanno sempre più comprendendo le condizioni generali le leggi e i principii, e si forma una chiara visione del programma della classe lottante.

Da decenni e decenni ci si risponde che vogliamo una rivoluzione di incoscienti.

Potremmo rispondere che, purché la rivoluzione travolga l’ammasso di in­famie costituito dal regime borghese e purché si spezzi il cerchio formidabile delle sue istituzioni, che premono e strozzano la vita delle masse produttive, a noi non dispiace affatto che i colpi siano vibrati a fondo anche da chi non è ancora cosciente dello sbocco della lotta

Ma invece noi marxisti di sinistra abbiamo sempre nettamente e vigorosa­mente rivendicato l’importanza della parte dottrinale del movimento ed anzi abbiamo costantemente denunciato l’assenza di principii e il tradimento di essi da parte degli opportunisti della destra. Abbiamo sempre ricordato la validità della impostazione marxista che considera il proletariato addirittura come l’erede del­la classica filosofia moderna. Questa enunciazione voleva dire che, parallelamente alla lotta di borghesi usurai colonizzatori o mercanti, si erano avuti nella storia l’assalto del metodo critico alle ideologie dell’autorità per diritto divino e del dog­ma, ed una rivoluzione compiuta nella filosofia naturale in apparenza prima che nella società. Ciò avveniva perché tra le forme da infrangere affinché le forze produttive capitalistiche si affermassero nel prepotere del loro svolgimento non ultima era la impalcatura delle confessioni scolastiche e teocratiche del medioevo. Ma divenuta conservatrice dopo la sua vittoria politica e sociale, la borghesia non aveva alcun interesse a che l’arma della critica si affondasse, come aveva fatto nelle menzogne dei sistemi cosmogonici cristiani, anche nel problema ben altrimenti pres­sante ed umano della struttura sociale. Tale secondo compito nel procedere della coscienza teoretica della società veniva assunto da una nuova classe, spinta dal suo interesse a denudare le menzogne del sistema della civiltà borghese, e tale nuova classe, nella potenza della visione dialettica di Marx, era quella dei « vili mecca­nici » tenuti dal pregiudizio medioevale fuori dalla cultura, di quelli che la rivo­luzione liberale aveva finto di elevare ad una uguaglianza giuridica, era la classe dei lavoratori manuali della grande industria, incolti e quasi ignoranti.

La chiave del nostro sistema sta appunto nel fatto che la sede di tale chiari­ficazione non la collochiamo nel cerchio angusto della persona individua, e che sappiamo benissimo che nel caso generale gli elementi della massa lanciata in lotta non potranno possedere nel loro cervello i dati della visione teorica gene­rale. Tale condizione sarebbe puramente illusoria e controrivoluzionaria. Quel compito è affidato invece, non a schiere o gruppi di individui superiori scesi a beneficare l’umanità, ma ad un organismo, ad un macchinismo differenziatosi nel seno della massa utilizzando gli elementi individuali come cellule che compongono i tessuti, ed elevandoli ad una funzione che è resa possibile solo da questo complesso di relazioni; questo organismo, questo sistema, questo complesso di elementi cia­scuno con funzioni proprie, analogamente all’organismo animale cui concorrono sistemi complicatissimi di tessuti, di reti, di vasi e così via, è l’organismo di classe, il partito, che in certo modo determina la classe di fronte a se stessa e la rende capace di svolgere la sua storia.

Tutto questo processo si riflette in modo diversissimo nei vari individui che appartengono statisticamente alla classe, sicché, per dirla in modo più concreto, non ci stupiremo — in una data congiuntura — di trovare l’operaio rivoluzionario e cosciente, quello ancora vittima totale dell’influenza politica conservatrice e ma­gari schierato nelle file avversarie, quello seguace delle versioni opportunistiche del movimento ecc.

E non avremmo alcuna conclusione da trarre in modo automatico da una con­sultazione statistica — se fosse seriamente possibile — che ci dicesse come si divi­dono numericamente tra queste svariate posizioni i membri della classe operaia.

*  *  *

Ne consegue che, pur essendo un fatto purtroppo bene assodato che il partito di classe, prima e dopo la conquista del potere, è suscettibile di degenerazione dalla sua funzione di strumento rivoluzionario, nella ricerca delle cause di questo gra­vissimo fenomeno di patologia sociale e dei rimedi che possono essere atti a com­batterlo noi non prestiamo alcun credito alla risorsa di cercare, per le determina­zioni e gli indirizzi del partito, una garanzia od un controllo che si fondi sostan­zialmente su consultazioni di tipo elettivo svolte o nell’insieme dei militanti del partito stesso o nella più larga cerchia degli operai appartenenti a sindacati economici, ad organismi di fabbrica od anche a organi di tipo politico rappresentativo di classe, quali i soviet o consigli operai.

Praticamente, la storia del movimento dimostra che una simile risorsa non ha mai condotto a nulla di buono né scongiurate le rovinose vittorie dell’opportu­nismo. In tutti i conflitti di tendenza di cui furono teatro prima della guerra 1914 i partiti socialisti tradizionali, contro i gruppi dei marxisti radicali di sinistra i revisionisti della destra adoperarono sempre l’argomento ch’essi preten­devano di essere in relazione con larghi strati della classe lavoratrice più che non lo fossero i ristretti circoli di dirigenza del partito politico.

L’opportunismo faceva infatti soprattutto leva sui capi parlamentari, i quali trasgredivano la direttiva politica di partito e rivendicavano una autonomia da impiegare per la collaborazione coi partiti borghesi allegando di essere stati desi­gnati da tutti gli elettori proletari, molte volte più numerosi degli operai in­scritti al partito che ne eleggevano la direzione politica. Parallelamente, anche i capi dei sindacati, sviluppando sul piano economico la stessa prassi di collaborazione che i parlamentari seguivano sul piano politico, recalcitravano alla disciplina del partito di classe sostenendo di rappresentare tutti i lavoratori economicamen­te organizzati, assai più numerosi di quelli militanti nel partito. Gli uni e gli altri, parlamentari possibilisti e bonzi sindacali, nel correre all’alleanza col capitalismo, che culminò nella loro adesione alla prima guerra imperialista, non esitarono a deridere, in nome del loro ostentato operaismo o laburismo, i gruppi che svolge­vano la sana politica di classe nei quadri del partito e a tacciarli di intellettuali e perfino, talvolta, di non proletari.

Che il ricorso ad una rappresentanza diretta del lavoratore puro e semplice non conduca a soluzioni di sinistra e ad una sana preservazione dell’indirizzo rivo­luzionario lo dimostrò anche la vicenda della scuola del sindacalismo soreliano, che in un certo momento parve a taluni costituire il vero contraltare alla degenerazione deipartiti socialdemocratici lanciati sulla via della rinuncia all’azione diretta e alla violenza di classe. I gruppi marxisti che vennero poi a confluire nella ricosti­tuzione leninista della III Internazionale giustamente criticarono e condannarono questo indirizzo apparentemente estremista, accusandone l’abbandono di un crite­rio unitario di classe capace di superare la ristrettezza delle singole categorie e dei contingenti conflitti limitati a richieste economiche, che, pur nell’impiego di mezzi fisicamente violenti di lotta, conducevano a rinnegare la posizione rivolu­zionaria marxista per cui ogni lotta di classe è lotta politica, e l’organo indispen­sabile ne è il partito.

E la giustezza della polemica teorica fu confermata dal fatto che anche il sindacalismo rivoluzionario naufragò nella crisi di guerra e passò nelle file del socialpatriottismo dei vari paesi.

Quanto alla esperienza che sulla questione di cui ci occupiamo può invece trarsi dall’azione di partito all’indomani della vittoria rivoluzionaria, sono i fatti più salienti della rivoluzione russa che apportano la maggior luce.

Noi contestiamo la posizione secondo cui la rovinosa degenerazione della politica rivoluzionaria leninista fino all’attuale indirizzo staliniano sia derivata al­l’inizio dall’eccessiva preminenza del partito e del suo comitato centrale sulle altre associazioni operaie di classe; contestiamo l’illusoria opinione che tutto il processo degenerativo avrebbe potuto essere contenuto qualora si fosse ricorso, per la de­signazione di gerarchie o per la decisione di importanti svolti della politica del regime proletario, a consultazioni elettorali delle varie « basi ». Tale problema non può essere affrontato senza connetterlo alla funzione economico-sociale dei vari organismi nel processo di distruzione dell’economia tradizionale e di costru­zione della nuova.

I sindacati costituiscono indubbiamente ed hanno costituito per un lungo periodo un terreno fondamentale di lotta per lo sviluppo delle energie rivoluzio­narie del proletariato. Ma ciò è stato possibile con successo solo quando il partito di classe ha seriamente lavorato in mezzo ad essi per trasportare il punto di appli­cazione dello sforzo dai piccoli obiettivi contingenti alla finalità generale di classe. Il sindacato di categoria, anche evolventesi in sindacato d’industria, trova dei limi­ti nella sua dinamica in quanto possono esistere differenze d’interessi tra le varie professioni o raggruppamenti di lavoratori. E limiti anche maggiori trova alla propria azione, man mano che l’atteggiamento della società e dello stato capi­talistico percorre le tre successive fasi del divieto dell’associazione professionale e dello sciopero, della tolleranza delle associazioni sindacali autonome, della conqui­sta e dell’imprigionamento di esse nel sistema borghese.

Ma neppure al sindacato in regime di affermata dittatura proletaria può pensarsi come ad un organismo che rappresenti in modo primordiale e stabilizzato gli interessi dei lavoratori. Possono anche in questa fase sociale sopravvivere con­flitti di interessi tra professioni della classe lavoratrice; ma il fatto fondamen­tale è che i lavoratori non hanno ragione di servirsi del sindacato che fino a quan­do, in determinati gruppi della produzione, il potere operaio sia costretto a tollerare a titolo temporaneo la presenza dei datori di lavoro, mentre, man mano che col procedere dello svolgimento socialista costoro scompaiono, il sindacato perde il contenuto della propria azione. Il nostro concetto del socialismo non è la so­stituzione del padrone Stato al padrone privato, e se in fase di transizione il rap­porto fosse questo, nel supremo interesse della politica rivoluzionaria non si po­trebbe ammettere per principio che i lavoratori sindacati abbiano sempre ragione nel premere economicamente a carico dello Stato datore di lavoro.

Senza proseguire in questa importante analisi, resta spiegato perché noi comunisti di sinistra non ammettiamo che la massa sindacata, con una sua con­sultazione maggioritaria, possa essere condotta ad influire sulla politica rivo­luzionaria.

Passando ai consigli di fabbrica o di azienda, ricordiamo che questa forma di organizzazione economica, affacciata in primo tempo come molto più radicale di quella del sindacato, va perdendo sempre più le sue pretese di dinamismo rivo­luzionario, essendo ormai un’accezione comune a tutte le correnti politiche, com­prese quelle fasciste. La concezione che vedeva nel consiglio di azienda un orga­no partecipante prima al controllo, poi alla gestione della produzione, e perfino ca­pace di conquistare questa in toto, azienda per azienda, si è svelata come pretta­mente collaborazionista, e come un’altra via, non meno atta del vecchio sindaca­lismo a impedire l’incanalamento delle masse nella direzione della grande lotta unitaria e centrale per il potere. La polemica relativa ebbe un grande riflesso nei giovani partiti comunisti quando i bolscevichi russi furono costretti a pren­dere misure essenziali e talvolta drastiche per lottare contro la tendenza degli operai a rendere autonoma la gestione tecnica ed economica della fabbrica in cui lavoravano, cosa che non solo impediva l’avvio di un vero piano socialista ma minacciò di danni gravissimi l’efficienza dell’apparato produttivo su cui i contro­rivoluzionari tentavano di speculare. Infatti, più ancora del sindacato, il consiglio di azienda può agire come esponente di interessi molto ristretti e suscettibili di venire in contrasto con quelli generali di classe.

Anche il consiglio d’azienda non è d’altra parte un organismo basilare e de­finitivo del regime operaio. Quando in dati settori della produzione e della circo­lazione si sarà attuata una vera economia comunista, quando cioè si sarà andati molto oltre la semplice espulsione del padrone dall’industria e l’amministrazione dell’azienda da parte dello Stato, sarà proprio il tipo di economia per azienda che dovrà sparire. Superato l’aspetto mercantilistico della produzione, l’impianto locale non sarà che un nodo tecnico della grande rete generale guidata razional­mente da soluzioni unitarie, l’azienda non avrà più bilanci di entrata e di uscita e quindi non sarà più tale, poiché al tempo stesso il produttore non sarà più un salariato. Il consiglio di azienda, come il sindacato, ha quindi dei limiti natu­rali di funzionamento che gli impediscono di essere fino alla fine il vero terreno di cultura della preparazione di classe che rende i proletari disposti e capaci a lottare fino al raggiungimento integrale dei loro massimi scopi, e per tal motivo non possono questi organismi economici essere un’istanza di appello per control­lare se il partito che detiene il potere dello Stato abbia o meno deviato da quella fondamentale linea storica.

Rimane da trattare del nuovo organismo rivelato dalla rivoluzione di otto­bre: i consigli degli operai e dei contadini e, in un primo tempo, anche dei soldati.

Si afferma che questa rete rappresenti un nuovo tipo di costituzionalità pro­letaria contrapposto a quello tradizionale dei poteri borghesi. La rete dei consigli, partendo dal più piccolo villaggio per giungere a strati orizzontali successivi fino al vertice della dirigenza dello Stato, oltre ad avere per caratteristica la esclusione di ogni componente delle vecchie classi abbienti, formando quindi la manifesta­zione organizzata della dittatura proletaria, ha l’altra caratteristica di far coinci­dere nei suoi gangli tutti i poteri, rappresentativo, esecutivo ed anche, in teoria, giudiziario. Si tratterebbe quindi di un perfetto ingranaggio di democrazia infra-classista, la cui scoperta verrebbe ad offuscare i tradizionali parlamenti del libe­ralismo borghese.

Ma da quando il socialismo è uscito dalla fase utopistica, ogni marxista sa che non è l’invenzione di una formula costituzionale che basta a distinguere i grandi tipi sociali e le grandi epoche storiche. Le strutture costituzionali sono transitori riflessi dei rapporti delle forze, e non derivano da principii universali cui possa farsi risalire il modo immanente di organizzare lo Stato.

L’importanza dei Consigli — i quali alla loro base sono effettivamente organi di classe e non, come si credette, combinazioni di rappresentanze corpo­rative o professionali, e quindi non sono affetti dalle ristrettezze delle associazioni a sfondo prettamente economico — sta per noi soprattutto nell’essere organismi di combattimento, e la loro interpretazione non la cerchiamo in modelli fissi di struttura ma nella storia del reale loro procedere.

Fu quindi stadio fondamentale della rivoluzione quello in cui, dopo la elezione dell’Assemblea costituente a tipo democratico, i Consigli si levarono contro di essa come il suo contrapposto dialettico, e il potere bolscevico determinò la disper­sione con la forza dell’Assemblea parlamentare realizzando la geniale parola d’or­dine storica: « Tutto il potere ai Soviet ». Ma tutto questo non basta a farci accet­tare l’opinione che, costituita una simile rappresentanza di classe, a parte il flut­tuare in tutti i sensi della sua composizione rappresentativa — di cui non possia­mo qui seguire le vicende — sia lecito affermare che in qualunque momento e svolto della difficile lotta condotta dalla rivoluzione all’interno e all’esterno si dispon­ga del comodo e facile mezzo, atto a risolvere ogni questione e perfino ad evitare la degenerazione controrivoluzionaria, costituito da una consultazione od elezione maggioritaria dei Consigli.

Per la stessa complessità del ciclo che anche questo organismo descrive (ciclo che, anche nella ipotesi più ottimistica, deve concludersi con la sua sparizione in­sieme al dissolvimento dello Stato), bisogna ammettere che l’ingranaggio dei Soviet, come è suscettibile di essere poderoso strumento rivoluzionario, così può cadere sotto influenze controrivoluzionarie, ed in conclusione non crediamo a nessuna immunizzazione costituzionale contro tale pericolo, che appunto sta soltanto in rela­zione con lo svolgimento dei rapporti interni e mondiali delle forze sociali.

Potrebbe qui venirci l’obiezione che noi, volendo stabilire la preminenza del partito politico rivoluzionario, comprendente solo una minoranza della classe, su tutte le altre forme organizzative, sembriamo pensare che il partito sia eterno, ossia debba sopravvivere allo stesso sgonfiamento engelsiano dello Stato.

Non vogliamo affrontare qui la discussione sulla trasformazione del partito in un semplice organo futuro di indagine e di studio sociale, che coincida coi grandi organismi di ricerca scientifica della società nuova, analogamente al fatto che nella definizione marxista lo Stato, nello sparire, si trasforma in effetti in una grande amministrazione tecnica sempre più razionale e sempre meno integrata da forme coatte.                                                      

Il carattere distintivo che noi vediamo nel partito deriva proprio dalla sua natura organica: non vi si accede per una posizione « costituzionale » nel quadro dell’economia o della società; non si è automaticamente militanti di partito in quanto si sia proletari o elettori o cittadini o altro.

Si aderisce al partito, direbbero i giuristi, per libera iniziativa individuale. Vi si aderisce, diciamo noi marxisti, sempre per un fatto di determinazione nascente nei rapporti dell’ambiente sociale, ma per un fatto che si può collegare nel modo più generale ai caratteri più universali del partito di classe, alla sua presenza in tutte le parti del mondo abitato, alla sua composizione di elementi di tutte le categorie e aziende in cui siano lavoratori e perfino in principio di non lavoratori, alla continuità  di un  suo compito  attraverso  stadi successivi di propaganda  di organizzazione, di combattimento, di conquista, di costruzione di un nuovo assetto. E’ quindi, tra gli organi proletari, il partito politico quello meno legato a quei limiti di struttura e di funzione nei cui interstizi meglio possono farsi strada le influenze anticlassiste, i germi che determinano la malattia dell’opportunismo. E poiché, come più volte abbiamo premesso, tale pericolo esiste anche per il par­tito, la conclusione è che noi non ne cerchiamo la difesa nella subordinazione del partito stesso ad altri organismi della classe ch’esso rappresenta, subordinazione invocata molto spesso in malafede, talvolta per l’ingenua suggestione esercitata dal fatto del maggior numero di lavoratori che appartengono a tali organismi.

Il nostro modo d’interpretare la questione si estende anche alla famosa esi­genza della democrazia interna del partito, secondo la quale gli errori delle dire­zioni centrali del partito (di cui ammettiamo di aver avuto purtroppo numerosis­simi e disastrosi esempi) si evitano o si rimediano ricorrendo, al solito, alla conta numerica dei pareri dei militanti di base.

Non imputiamo cioè le degenerazioni che si sono verificate nel partito co­munista all’aver lasciato scarsa voce in capitolo alle assemblee e ai congressi dei militanti rispetto alle iniziative del centro.

Una sopraffazione da parte del centro sulla base in senso controrivoluzionario vi è stata in molti svolti storici; la si è raggiunta perfino con l’impiego dei mezzi che offriva la macchina statale, fino ai più feroci; ma tutto ciò, più che l’origine, è stata l’inevitabile manifestazione del corrompersi del partito, del suo cedere alla forza delle influenze controrivoluzionarie.

La posizione della sinistra comunista italiana su questa che potremmo chiama­re la « questione delle guarentigie rivoluzionarie » è anzitutto che garanzie costituzionali o contrattuali non ve ne possono essere, sebbene nella natura del partito, a differenza degli altri organismi studiati, vi sia la caratteristica d’essere un organismo contrattuale, usando il termine non nel senso dei legulei e nemmeno in quello di J. J. Rousseau. Alla base del rapporto fra militante e partito vi è un impegno; di tale impegno noi abbiamo una concezione che, per liberarci dell’anti­patico termine di contrattuale, possiamo definire semplicemente dialettica. Il rap­porto è duplice, costituisce un doppio flusso a sensi inversi, dal centro alla base e dalla base al centro; rispondendo alla buona funzionalità di questo rapporto dialettico l’azione indirizzata dal centro, vi risponderanno le sane reazioni della base.

Il problema quindi della famosa disciplina consiste nel porre ai militanti di base un sistema di limiti che sia l’intelligente riflesso dei limiti posti all’azione dei capi. Abbiamo perciò sempre sostenuto che questi non debbono avere la facoltà in importanti svolti della congiuntura politica di scoprire, inventare e propinare pretesi nuovi principii, nuove formule, nuove norme per l’azione del partito. E’ nella storia di questi colpi a sorpresa che si compendia la storia vergognosa dei tradimenti dell’opportunismo. Quando questa crisi scoppia, appunto perché il partito non è un organismo immediato e automatico avvengono le lotte interne, le divisioni in tendenze, le fratture, che sono in tal caso un processo utile come la febbre che libera l’organismo dalla malattia, ma che tuttavia « costituzio­nalmente » non possiamo ammettere, incoraggiare o tollerare.

Per evitare quindi che il partito cada nelle crisi di opportunismo o debba ne­cessariamente reagirvi col frazionismo non esistono regolamenti o ricette. Vi è però l’esperienza della lotta proletaria di tanti decenni che ci permette di indivi­duare talune condizioni, la cui ricerca, la cui difesa, la cui realizzazione devono essere instancabile compito del nostro movimento. Ne indicheremo a conclusione le principali:

1)  Il partito deve difendere ed affermare la massima chiarezza e continuità nella dottrina comunista quale si è venuta svolgendo nelle sue successive applica­zioni agli sviluppi della storia, e non deve consentire proclamazioni di principio in contrasto anche parziale coi suoi cardini teoretici.

2)  Il partito deve in ogni situazione storica proclamare apertamente l’integra­le contenuto del suo programma quanto alle attuazioni economiche, sociali e politi­che, e soprattutto in ordine alla questione del potere, della sua conquista con la forza armata, del suo esercizio con la dittatura.

Le dittature che degenerano nel privilegio di una ristretta cerchia di buro­crati e di pretoriani sono state sempre precedute da proclamazioni ideologiche ipocritamente mascherate sotto formule di natura popolaresca a sfondo ora demo­cratico ora nazionale; e dalla pretesa di avere dietro di sé la totalità delle masse popolari, mentre il partito rivoluzionario non esita a dichiarare l’intenzione di ag­gredire lo Stato e le sue istituzioni e di tenere la classe vinta sotto il peso dispo­tico della dittatura anche quando ammette che solo una minoranza avanzata della classe oppressa è giunta al punto di comprendere queste esigenze di lotta.

« I comunisti — dice il Manifesto — disdegnano di nascondere i loro scopi ». Coloro che vantano di raggiungerli tenendoli abilmente coperti sono soltanto i rin­negatori del comunismo.

3)  Il partito deve attuare uno stretto rigore di organizzazione nel senso che non accetta di ingrandirsi attraverso compromessi con gruppi o gruppetti o peggio ancora di fare mercati fra la conquista di adesioni alla base e concessioni a pretesi capi e dirigenti.

4)  Il partito deve lottare per una chiara comprensione storica del senso antagonista della lotta. I comunisti rivendicano l’iniziativa dell’assalto a tutto un mon­do di ordinamenti e di tradizioni, sanno di costituire essi un pericolo per tutti i pri­vilegiati, e chiamano le masse alla lotta per l’offensiva e non per la difensiva contro pretesi pericoli di perdere millantati vantaggi e progressi, conquistati nel mondo capitalistico. I comunisti non danno in affitto e prestito il loro partito per correre ai ripari nella difesa di cause non loro e di obiettivi non proletari come la libertà, la patria, la democrazia ed altre simili menzogne. « I proletari sanno di non aver da perdere nella lotta altro che le loro catene ».

5)  I comunisti rinunciano a tutta quella rosa di espedienti tattici che furono invocati con la pretesa di accelerare il cristallizzarsi dell’adesione di larghi strati delle masse intorno al programma rivoluzionario. Questi espedienti sono il com­promesso politico, l’alleanza con altri partiti, il fronte unico, le varie formule circa lo Stato usate come surrogato della dittatura proletaria — governo operaio e con­tadino, governo popolare, democrazia progressiva.I comunisti ravvisano storicamente una delle principali condizioni del dissol­versi del movimento proletario e del regime comunista sovietico proprio nell’im­piego di questi mezzi tattici, e considerano coloro che deplorano la lue opportuni­sta del movimento staliniano e nello stesso tempo propugnano quell’armamentario tattico come nemici più pericolosi degli stalinisti medesimi.

Democrazia parlamentare e democrazia popolare

Una guerra a morte è infine dichiarata fra democrazia parlamentare e democrazia popolare: finito l’idillio dei Comitati di Liberazione, dell’esarchia, del tripartitismo, la “cortina di ferro” che separa geograficamente il blocco russo da quello anglo-sassone si prolunga nell’interno degli altri Paesi dove sembra delinearsi un’evoluzione monolitica che esclude dal timone dello Stato la collaborazione con la forza sociale che vi è stata eliminata.

Non rientra nel quadro di quest’articolo l’esame dell’intricato problema tendente a chiarire le ragioni che hanno determinato la rottura dell’idillio stabilitosi immediatamente dopo la fine della seconda guerra imperialista. Ci limiteremo a dire che queste ragioni risiedono non nella pretesa irriducibilità del contrasto fra le due forme di organizzazione della società capitalista che si esprimono attualmente nella democrazia parlamentare e nella democrazia popolare, né nella irriducibilità del contrasto di interessi che oppone russi e anglo-sassoni sul piano mondiale e all’interno di ogni paese, ma nella successione delle fasi dell’economia capitalista: quella dell’immediato dopo-guerra, in cui fu lanciata con suonatori che usavano un solo strumento la “battaglia della produzione”; quella odierna, in cui lo sdoppiamento della banda è stato reso indispensabile dalle nuove contingenze storiche. Prima si trattava di ottenere l’appoggio entusiastico dei lavoratori alla ricostruzione della economia capitalistica dopo i violenti scossoni della guerra; oggi si tratta di piegare i lavoratori alle ferree leggi che di questa ricostruzione condizionano lo sviluppo e spingere le masse a odiare non il regime che raziona il foraggio della bestia da lavoro e piange sull’insufficienza dello sviluppo dell’industria di guerra, ma nei paesi russi il nemico anglo-sassone e nei paesi anglosassoni il nemico russo. 

*  *  *

Scopo di quest’articolo è di fissare, in stretta coerenza con le posizioni sempre difese dalla sinistra comunista, la posizione che il proletariato è chiamato ad assumere di fronte al conflitto in pieno sviluppo.

L’intransigenza, dal punto di vista marxista, è d’ordine sostanziale e non formale. Non basta dire che, essendo la democrazia parlamentare la bandiera ideologica dell’imperialismo anglosassone e quella popolare la bandiera ideologica dell’imperialismo russo, il proletariato non ha che da prendere una posizione d’indifferenza rispetto a un conflitto in cui sono in gioco non i suoi interessi, ma quelli dei suoi dominatori. Il problema non è risolto con lo svelare ai proletari i moventi imperialisti della guerra ideologica – e, in Grecia, già militare – giacché, nel vortice degli avvenimenti attuali, non pochi proletari possono essere portati a credere che ci si possa limitare a superare un movimento inquadrato dall’una delle due forze imperialistiche, mentre la posizione marxista non può consistere che nel negarlo nelle sue stesse basi.

Il conflitto attuale si situa – sempre nel quadro dell’evoluzione della classe capitalista e del suo adattamento alle necessità della dominazione sul proletariato – sullo stesso corso che ha conosciuto il conflitto democrazia-fascismo. Rispetto a questo, è falso che la sinistra italiana abbia adottato una posizione d’indifferenza. L’Italia fu il teatro su cui si svolse il primo atto di quel conflitto, e a quell’epoca la nostra corrente deteneva la direzione del partito. La posizione centrale fu la seguente: poiché i due termini fascismo e democrazia rappresentano un’alternativa svolgentesi nell’ambito della classe capitalista (è, in parole povere, un affare interno del nemico), il proletariato non può che prendere posizione contro entrambi i contendenti, i quali non perseguono obiettivi antagonici, ma lo stesso fine: piegare il proletariato alla soluzione capitalistica del declino borghese. Nel contempo, il Partito inquadrava un’azione specifica di classe che, prendendo le mosse dalle lotte rivendicative, puntava alla distruzione dello Stato capitalista nell’aspetto democratico sotto il quale ancora si presentava.

Non è necessario insistere che tale atteggiamento partiva dalla concezione non che bastasse superare il movimento democratico ed antifascista, ma che fosse indispensabile cominciare col negarlo per tendere quindi verso la sua distruzione.

Prima di proceder oltre, crediamo utile ricordare la posizione dei nostri maestri sul problema della democrazia. Poiché la nostra divisa è di portare la massima chiarezza sugli intricati problemi dell’oggi non esiteremo a ricordare che Marx, nel 1848, fu a Colonia contro l’organizzazione specificamente operaia di Gottschalk e Willich a favore del movimento democratico che aveva per organo la “Nuova Gazzetta Renana”, e nella stessa epoca fu favorevole a una guerra contro la Russia.

Sulle tracce del corso seguito dalla rivoluzione francese nel 1792-93, e in funzione di un movimento rivoluzionario suscettibile di esprimersi in una vittoria non del proletariato, ma della borghesia, Marx impostava una tattica intesa a facilitare il trionfo della classe che la storia chiamava al timone della società e a rinviare a un secondo tempo l’affermazione dell’autonomia della classe proletaria. Quanto alla Russia, pensava che il suo ruolo corrispondesse a quello dell’Austria nei confronti della Francia rivoluzionaria.

Ne consegue forse che Marx, il fondatore della teoria della classe proletaria, fosse divenuto l’apostolo della “verità eterna” della democrazia? “Olla podrida” rispose Marx a Bakunin, quando questi presentò al Congresso della Prima Internazionale l’insieme di rivendicazioni democratiche che avrebbe dovuto servir di base alla sua azione. Non altrimenti si deve rispondere agli attuali seguaci di Marx.

Ai tempi di Marx, si trattava di un conflitto in cui si scontravano due classi antagoniche: la feudale che dominava il mondo da parecchi secoli, la borghese che non aveva ancora conquistato il potere. Oggi, il conflitto è nel seno di una stessa classe e il pensiero marxista non può porsi che il problema della lotta diretta contro tutte le espressioni sociali di questa classe, cui antagonismi interni non possono avere altro obiettivo storico che di escludere l’affermazione dell’autonomia della classe proletaria.

Marx e Lenin hanno a volte impiegato come omonimi i termini socialismo e democrazia. Questa identificazione a carattere propagandistico tendeva unicamente a dimostrare che solo il socialismo permette la realizzazione dei postulati comunemente attribuiti alla democrazia, cioè l’eliminazione di ogni oppressione. Ma Marx nei suoi scritti, e Lenin anche nell’azione, hanno preconizzato come unico mezzo per il trionfo del proletariato, non l’impiego del procedimento maggioritario e democratico, ma l’affermazione della dittatura rivoluzionaria e lo schiacciamento violento della controrivoluzione borghese.

Le due formulazioni di Marx: “la costituzione del proletariato in classe” (Manifesto) e “la liberazione dei proletari sarà opera dei proletari stessi” (Manifesto Inaugurale della Prima Internazionale) possono apparire contraddittorie a chi abbia letto Marx con gli occhi del propagandista “popolare” o “parlamentare” della borghesia democratica; ma non presentano alcuna contraddizione per il proletariato il quale, da un secolo di lotte sanguinose, ha tratto l’insegnamento che solo la minoranza ferreamente inquadrata nel partito di classe è suscettibile di trasmettere alle masse la coscienza rivoluzionaria indispensabile per risolvere nella vittoria proletaria la crisi storica inevitabilmente preparata dal processo antagonico dell’economia capitalistica. (È noto che Lenin, nel suo “Che fare?” parla – in opposizione agli antesignani degli attuali democratici, i tradunionisti inglesi – della necessità di importare il socialismo fra le masse).

Questa digressione ci è parsa utile per fissare i criteri che devono servirci di guida nell’analisi del conflitto fra democrazia popolare e democrazia parlamentare. Fra democrazia, quale che ne sia l’attributo, e socialismo vi è non continuità ma opposizione; e affermare l’una significa escludere l’altro. Il Partito di classe si fonda non sull’utilizzazione delle possibilità che la democrazia lascerebbe sussistere ma sulla pregiudiziale che queste possibilità, quando non si incastrano nel processo di sviluppo della classe borghese nella sua epoca rivoluzionaria (ai tempi di Marx, la democrazia era indispensabile alla borghesia per abbattere la vecchia classe feudale), devono essere presentate per quello che sono storicamente divenute: delle maglie intese ad irretire fino all’ultimo cervello proletario nel quadro del dominio della classe borghese (la coscienza – ripetiamolo ancora una volta – è, come diceva Lenin, importata nel proletariato).

 *  *  *

Democrazia-fascismo è, come abbiamo detto, il precedente cronologico dell’alternativa democrazia parlamentare – democrazia popolare. La prima sorge nel corso degli avvenimenti che dovevano liquidare l’alternativa delineatasi nell’Ottobre 1917 fra classe borghese e classe proletaria. La disfatta del proletariato mondiale si incrociava col nuovo obiettivo che si poneva al capitalismo: il suo adeguamento all’incessante sviluppo delle forze di produzione. Il problema è stato risolto attraverso un graduale trasferimento allo Stato di quelle che erano precedentemente le prerogative dei capitalisti privati e delle loro associazioni monopolistiche. La formula del “totalitarismo di stato” delinea assai bene il tipo di organizzazione capitalista formatosi in una situazione storica caratterizzata da questo duplice elemento: l’immaturità della classe proletaria mondiale a realizzare la vittoria rivoluzionaria, l’incessante sviluppo della tecnica di produzione. Abbiamo parlato di un duplice elemento e non di due elementi, perché si tratta di fattori strettamente connessi. Sarebbe però erroneo dedurne che essi rimangano vitali in ogni fase dell’evoluzione storica e che; senza un sovvertimento sociale che distrugga le due forme in cui attualmente si estrinseca il totalitarismo di Stato (democrazia popolare e democrazia parlamentare), sia possibile il ripresentarsi della classe proletaria rivoluzionaria in funzione dell’inarrestabile sviluppo delle forze di produzione.

Abbiamo già detto che il carattere essenziale del fascismo non consiste nel suo aspetto di violenza, di “polizia”. Questo è esatto alla condizione che si identifichino le due nozioni di fascismo e di totalitarismo statale, e sembra confermato dal fatto che i due termini impiegati attualmente per caratterizzare le due forme di governo borghese non sono più democrazia e fascismo, ma democrazia parlamentare e democrazia popolare. Di più, come vedremo in seguito, di fronte a un processo di amalgamazione che ricollega la democrazia parlamentare del 1922 a quella d’oggi, si svolge un processo che ricollega in modo diretto il fascismo alla democrazia popolare. Ma l’identificazione di fascismo e totalitarismo di Stato sarebbe erronea, se dovesse oscurare o addirittura eliminare il fondamentale fatto storico che il capitalismo ha risolto, in alcuni paesi, attraverso il fascismo, e che era costituito dalla minaccia dell’attacco rivoluzionario del proletariato.

Se si spoglia l’analisi da questo fatto fondamentale, è innegabile che tutti i paesi – della democrazia parlamentare, come della democrazia popolare conoscono oggi una fase di esacerbazione fascista, e, a parte le differenze di grado, ovunque trionfa l’interventismo statale che fu uno degli obiettivi fondamentali del fascismo e che, a sua volta, rappresenta l’unica soluzione offerta dal capitalismo allo sviluppo delle forze di produzione.

Una più corretta analisi degli avvenimenti sembra risultare dal fatto che l’eliminazione della minaccia rivoluzionaria del proletariato ha determinato un orientamento della struttura internazionale della società capitalistica per cui le due forme politiche fondamentali corrispondono alle particolarità economiche di due suoi diversi settori.

Quest’esame non può essere condotto che su scala internazionale. Era inevitabile che, una volta stroncato nel 1927 il corso della rivoluzione proletaria internazionale, la ripercussione di questa sconfitta in Russia doveva essere di determinare in quel paese l’impiego dell’elemento violenza e “polizia” che fu la caratteristica del metodo mussoliniano ed hitleriano. Fra l’ottobre 1917 e la vittoria staliniana del 1927, con relativo trionfo del principio del “socialismo in un solo paese”, corre la stessa antitesi fondamentale che fra classe proletaria e classe capitalista. Dallo zarismo non si poteva passare che al totalitarismo capitalista, dopo la fulgida parentesi dello Stato di Lenin in lotta per la vittoria del proletariato internazionale.

Lo sviluppo conseguente della posizione della Sinistra italiana di fronte al dilemma fascismo-democrazia, e la sua applicazione al dilemma democrazia parlamentare-democrazia popolare, devono tenere conto del fatto che, mentre la prima si svolgeva in una situazione storica che conteneva ancora l’eventualità del riproporsi dell’attacco rivoluzionario del proletariato, la seconda si svolge in una situazione di totale vittoria della classe capitalista, nella quale i marxisti sono ridotti ad un pugno di elementi dispersi nel mondo e slegati, l’esperienza del Partito Comunista Internazionalista in Italia non rappresentando che un’eccezione nel lugubre quadro internazionale. Se perciò nel 1921-22 non riuscì difficile alla nostra corrente estrarre i fondamenti di classe dal dilemma fascismo-democrazia, oggi non può dirsi la stessa cosa. Allora bastò inquadrare un’azione che, partendo dai postulati delle rivendicazioni immediate, culminava nell’obiettivo fondamentale della distruzione dello Stato capitalista, allora ancora democratico. E la base di operazione del Partito non poteva trovarsi che nel campo delle forze sociali sui cui le forze democratiche puntavano, non al fine di controbattere il fascismo ma di facilitare la trasformazione in Stato fascista della precedente struttura democratica dello Stato.

La riapplicazione alla situazione odierna dei cardini della tattica del 1921-22 ci condurrebbe, se ci limitassimo al giudizio sulle forze indiscutibilmente imperialiste che muovono la democrazia parlamentare, a cercare di estrarre dalla configurazione sociale della democrazia popolare la base di classe del proletariato, così come, se ci attenessimo esclusivamente al giudizio sulle eventualità di azione di classe del proletariato, ci condurrebbe ad optare per la democrazia parlamentare, quella popolare interdicendo con procedimenti violenti e di polizia la pur minima attività a favore della classe proletaria.

Ma l’inesistenza di una possibilità di attacco del proletariato esclude l’applicazione alla situazione attuale – senza un indispensabile aggiustamento – della tattica seguita nel 1921-22. L’applicazione degli stessi principi può discendere solo da un’analisi che abbia chiarito i seguenti punti:
a) si tratta di classi antagoniche, o di una stessa classe che è al timone in Russia attraverso la democrazia popolare e negli Stati Uniti attraverso la democrazia parlamentare?
b) se si tratta di una stessa classe, è lecito avanzare l’ipotesi che le fasi del conflitto contengano le premesse della ricostituzione della classe proletaria?

La costituzione del Cominform nel settembre del 1947 è stata l’atto di cresima della democrazia popolare. Quali ne sono stati i temi fondamentali? Due: La rivendicazione dell’autonomia nazionale, l’affermazione della necessità impellente di purgare la vita economica dall’escrescenza dell’imperialismo capitalista.

Mussolini, nel suo discorso di Piazza San Sepolcro, non aveva detto altro, e non è affatto da stupire che il nazional-comunismo sia costretto a impiegare metodi di violenza che fanno impallidire quelli di Mussolini e di Hitler.

La democrazia parlamentare rivendica la difesa della libertà e l’impiego del metodo parlamentare e maggioritario. Ma non occorre spendere una parola per riaffermare che, in regime di oppressione di classe, la libertà è solo libertà di sfruttare la classe oppressa.

In definitiva, è indiscutibile che, se gli Stati Uniti restano nel quadro classico che ha servito di modello storico ai nostri maestri per definire la classe capitalista, la Russia non fa che riprendere e far suoi gli obiettivi anche polizieschi che già furono del fascismo. Siamo dunque in presenza di un conflitto sorto nel seno della stessa classe: la classe borghese.

In un settore vige il trust di Stato, nell’altro persiste il trust privato. Preferiamo la formula di trust di Stato a quella di capitalismo di Stato, perché la prima esprime meglio la realtà delle condizioni create al proletariato e ai paesi satelliti, dove l’obiettivo essenziale è lo sfruttamento massimo dei lavoratori in vista di un’intensissima accumulazione giustificata nel campo politico dalla necessità di armarsi e difendersi dall’attacco dell’imperialismo statunitense contro la “patria del socialismo”. Lenin ha impiegato non una sola volta il termine di capitalismo di Stato per caratterizzare l’economia nella prima fase della dittatura del proletariato. Accanto alla persistenza di uno dei caratteri essenziali dell’economia capitalistica (il prodotto restando una merce), il capitalismo di Stato comportava un’adeguazione dell’estrazione del plus-valore non più in forza della legge del profitto, ma in forza del miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Nulla di simile esiste più attualmente in Russia, dove l’obiettivo perseguito è specificamente capitalista poiché si tende a comprimere sempre più il tenor di vita dei lavoratori in vista di un allestimento industriale capace di competere con quello dello Stato “nemico”. Si tratta quindi di una forma più elevata della concentrazione capitalistica, del trust di Stato, e non di un’organizzazione economica diversa da quella borghese, come Lenin la concepiva quando ancora la Russia combatteva per il trionfo della rivoluzione proletaria mondiale. Bucharin nel suo libro “L’economia mondiale e l’imperialismo”, particolarmente lodato da Lenin, scriveva nel 1917: “Nella misura in cui il capitalismo di Stato conferisce un’importanza di stato alla quasi totalità delle branche di produzione, nella misura in cui queste sono messe al servizio della guerra, il codice penale si applica a tutta la vita della produzione Gli operai non sono liberi di spostarsi, non hanno né il diritto di sciopero, né il diritto di appartenere ai partiti cosiddetti “anticostituzionali”, né il diritto di scegliere gli stabilimenti dove desiderano lavorare, ecc. Essi sono trasformati in servi, legati non più alla gleba, ma all’officina. Diventano gli schiavi bianchi dello Stato-brigante imperialista, che assorbe nel quadro della sua organizzazione tutta la vita produttiva”.

Bucharin, che fu artefice e vittima insieme dell’involuzione dello Stato sovietico, ha presentito che razza di socialismo esiste dove regna lo Stato-padrone. È evidente che il carattere essenziale della democrazia popolare, dove tutto è sacrificato all’opulenza dello Stato-padrone, deve consistere nella impossibilità di sopportare il minimo turbamento alla vita sociale e che particolarmente lo sciopero deve esservi considerato un delitto.

Il trust privato non comporta necessariamente come attributo la libertà o il diritto di sciopero. Il fatto che, a differenza del trust di Stato, dove la minoranza privilegiata è fisicamente e direttamente al potere, il trust privato trovi nello Stato non la sua riproduzione fisica e diretta, ma solo l’organo di regolamento dei suoi interessi, non determina una possibilità sociale e storica di affermazione della classe proletaria. Il trust privato conserva una certa libertà di movimento nei confronti dello Stato, il quale agisce solo “a posteriori” (in quello di Stato, esso agisce “a priori”) per assicurarne l’inquadramento nel seno della classe considerata nel suo insieme. Questa situazione, particolare al trust privato, fa sì che lo stesso conflitto salariale non dipenda unicamente e direttamente dall’intervento dello Stato, e che quindi lo sciopero sia possibile. Ma questo scoppia, sebbene in misura sempre minore, non in funzione di una possibilità che la classe capitalista offra alla classe nemica il proletariato, ma in funzione delle particolarità del meccanismo che ricollega il trust privato allo Stato capitalista. Su questo piano si comprende come non di rado padroni e operai possano associarsi in movimenti di sciopero contro uno Stato laburista (Inghilterra) o a prevalenza socialista (Belgio). In una parola, lo sciopero tende a determinare la parte che “ragionevolmente” spetta ai lavoratori nel quadro della solidarietà nazionale personificata dallo Stato.

In altro articolo dovrà essere studiata l’eventualità della costituzione di un trust unico e mondiale. Non resistiamo però alla tentazione di citare un passo di Lenin, nella prefazione al libro citato di Bucharin: “Si può, tuttavia, contestare che una nuova fase del capitalismo, dopo l’imperialismo, cioè una fase di super-imperialismo, sia, nell’astratto, “concepibile”? No. Si può teoricamente immaginare una fase di questo genere. Ma in pratica, se ci si attenesse a questa concezione, si sarebbe degli opportunisti che pretendono ignorare i più gravi problemi dell’attualità per sognare di problemi meno gravi, che si porrebbero nell’avvenire. In teoria questo significa che, invece di appoggiarsi sull’evoluzione tale quale si presentata attualmente, ci se ne isola deliberatamente per sognare. È fuori dubbio che l’evoluzione tende alla costituzione di un trust unico, mondiale, assorbente tutte le imprese e tutti gli Stati senza eccezione. Ma l’evoluzione si compie in tali circostanze, ad un tale ritmo, attraverso tali antagonismi, conflitti e sconvolgimenti – non solo economici, ma politici, nazionali, ecc. – che, prima di giungere alla creazione di un unico trust mondiale, prima della fusione “super-imperialista” universale dei capitali finanziari nazionali, l’imperialismo dovrà fatalmente crepare e il capitalismo si trasformerà nel suo contrario”.

In definitiva, l’ipotesi del trust mondiale e dell’evoluzione pacifica in questa direzione discende da una valutazione “ab astracto” della legge fondamentale dell’economia capitalistica, legge che è in piena azione sia nel seno della democrazia parlamentare, che in quello della democrazia popolare. Questa legge, che è quella del profitto, si ripercuote, dal punto di vista sociale, nei particolari strati delle minoranze privilegiate che vivono del plus-valore. Lo strato privilegiato che afferra il timone dello Stato non se lo lascia strappare che con la violenza, sia che questa provenga dallo strato privilegiato regnante in un altro Paese, sia che esprima l’attacco rivoluzionario della classe oppressa. Un recente avvenimento conferma questa che è una delle tesi centrali del marxismo. In dicembre era maturata in Russia una situazione economica in cui la minoranza detentrice del trust di Stato poteva essere minacciata dall’esistenza di formidabili capitali che avrebbero potuto orientarsi verso un investimento privato del tipo in vigore nei paesi anglo-sassoni. La reazione di difesa del trust di Stato è stata radicale; tutti i capitali appartenenti ai privati sono stati quasi integralmente eliminati (quelli dei kolchoz nella proporzione di un quinto), quelli delle industrie di Stato sono stati immunizzati.

Le fasi della lotta fra trust di stato e trust privato (fondamento economico della lotta fra democrazia popolare e democrazia parlamentare) che sul piano mondiale può essere risolta solo dalla violenza della guerra, si riflette – nel quadro dei paesi satelliti dipendenti dall’uno o dall’altro mostro principale – in un analoga direttiva. Gli avvenimenti di Grecia sono la prefigurazione di quanto avverrà in Italia, Francia ecc.? La risposta a questo quesito, per quanto importante, è non soltanto d’ordine secondario, ma sfugge alle possibilità dell’analisi marxista. 

 *  *  *

Il punto che interessa in modo fondamentale i proletari è di stabilire su quale corso questa lotta si sviluppa. Su quello che oppone classi antagoniche e che permetterebbe di riapplicare alla situazione odierna lo schema tattico seguito da Marx nel 1848? Abbiamo già spiegato che non di questo si tratta, ma di una lotta fra due tipi di organizzazione economica e politica della stessa classe capitalista, lotta la cui natura storica è rivelata dall’ineluttabilità del suo sbocco: la guerra imperialista.

Il tradimento della Seconda Internazionale si è consumato in occasione dello scoppio della prima guerra imperialista mondiale. Lenin vi oppose la parola del “disfattismo rivoluzionario”, Liebknecht quella del “nemico è in casa nostra”. La Sinistra Comunista è stata la sola a combattere la seconda guerra imperialista non in funzione di pregiudizi morali, ma restando saldamente sulle basi del marxismo rivoluzionario. La divisa di Lenin e Liebknecht deve restare la nostra. Ma se la sua applicazione è facile nei massimi Paesi in cui impera l’una o l’altra delle due forme della società capitalistica e queste si presentano in modo monolitico e chiaro, essa è meno agevole nei Paesi non ancora assimilati dall’una o dall’altra.

Abbiamo già detto che lo sciopero risulta unicamente dalla tecnica del rapporto fra trust privato e Stato capitalista. Benché divenuto uno strumento di determinazione a posteriori della parte dei lavoratori nella “collettività nazionale”, esso esprime tuttavia un tentativo di reazione degli operai alle condizioni create loro da una ricostruzione il cui unico obiettivo è lo scatenamento di una nuova guerra imperialista. Ne deriva che i proletari rivoluzionari devono appoggiare gli scioperi e, in generale, le agitazioni che scoppiano nei diversi Paesi. Solo che, a differenza di quanto avveniva nel 1921-23 – quando lo sciopero era un’arma diretta di classe e una manifestazione anti-nazionale ed internazionalista – oggi esso è uno strumento di regolazione di vertenze salariali pregiudizialmente inquadrate nelle esigenze della prosperità nazionale, come gli stessi nazional-comunisti si compiacciono di dichiarare. Di più, la forza che automaticamente ne prende la direzione totalitaria è forza schiettamente capitalista. In effetti, se Nenni e Togliatti non sono al potere in Italia, essi sono strettamente collegati al trust di Stato che opprime e sfrutta la classe proletaria in Russia. In conseguenza della sua natura capitalista, questa forza dirigente ha – in una situazione che non conosce ancora il conflitto militare – una funzione eminentemente disfattista, come provano gli avvenimenti di Francia, Italia, Belgio. Qui, il nazional-comunismo ha egregiamente assolto al compito che gli avvenimenti gli devolvevano: quello di stabilire un dispositivo di lotta che garantisca a priori la sconfitta. In corrispondenza con la direttiva di Lenin sul disfattismo rivoluzionario, la direttiva da applicare è quella che imposta il corso politico non sulla possibilità di superare una fase qualsiasi dell’agitazione, ma sulla negazione ab imis dell’inquadramento sociale e politico nel quale il movimento si svolge.

L’impostazione deve quindi tendere alla lotta simultanea sia contro il padronato e lo Stato democratico-parlamentare, sia contro la forza sociale che controlla il movimento, e che si incastra nel processo storico che l’ha condotto al potere là dove regna la democrazia popolare. E unicamente su questa linea che si ricostruisce il partito di classe nell’attuale fase storica.

Un’impostazione simile porta direttamente a svelare l’essenza reale delle cosiddette libertà concesse al proletariato nei paesi della democrazia parlamentare. Quivi – e l’esperienza può esserne quotidianamente fatta dai proletari del nostro Partito – là democrazia parlamentare al potere incarica le forze della democrazia popolare della liquidazione violenta di ogni tentativo compiuto dai comunisti internazionalisti per affermare una posizione di classe, soprattutto quando scoppiano agitazioni sociali.

Svelare la funzione reale dei nazional-comunisti significa mettersi sulla via che Lenin seguì e rischiare di essere accusati come “disfattisti” dei movimenti operai. E pur tuttavia, è questo il comandamento dell’ora È esatto quanto è già stato detto, che non v’è nulla di nuovo nell’atteggiamento da tenere nei confronti della democrazia sia essa parlamentare che popolare. Ma la democrazia non è un’astrazione nelle nubi dello spirito. Essa è oggi altra cosa di quel che era un tempo: non più quella di Marx, nemmeno più quella che Lenin analizzò e che non escludeva l’apparizione classista del proletariato. Essa è oggi una nozione totalitaria, come tutto è totalitario. Essa può permettersi il lusso di cambiare soltanto attributo e lanciare le masse, anche in assenza della guerra, nella crociata in nome del “popolo” da una parte della barricata, del “parlamento” dall’altra, obiettivi entrambi ferocemente capitalistici.

Nella Prefazione al primo volume del Capitale, Marx scriveva: “Nella sua forma mistificata, la dialettica fu alla moda in Germania perché sembrava trasfigurare quello che esisteva. Nella sua forma razionale, essa è uno scandalo e un oggetto di orrore agli occhi dei borghesi e dei loro portaparola dottrinari, e questo per differenti ragioni: insieme all’intelligenza positiva delle cose esistenti, essa implica l’intelligenza della loro negazione, della loro distruzione necessaria; concepisce ogni forma in movimento e perciò nel suo lato caduco; non si lascia impressionare da nulla ed è, per sua essenza, critica e rivoluzionaria”.

Nulla da ridire: Bernstein aveva ragione di parlare dell’elemento “perfido” della dottrina marxista. È – se fosse possibile – meritando l’accusa di perfidia al centuplo da parte di tutti i revisionisti vecchi e nuovi del marxismo, che i comunisti internazionalisti procedono alla determinazione del corso di negazione dell’attuale ordine, in cui – sotto l’etichetta popolare o parlamentare – il trust di Stato e il trust privato muovono, attraverso un totalitario controllo sulle masse, allo scatenamento di un nuovo macello mondiale. Rimettere in piedi anche una sola pattuglia di proletari, cui le circostanze permettano di spezzare il nodo gordiano stretto dagli uni e dagli altri solidalmente uniti, significa realizzare una delle condizioni per opporre al corso della guerra imperialista quello della vittoria internazionale del proletariato.  

L’accessorio e l’essenziale

Staliniani e riformisti continuano a richiamarsi a Marx, sforzandosi di coprire col suo nome l’opera data al salvataggio del capitalismo e alla preparazione della guerra.

È certo possibile, frugando nelle opere di Marx, soprattutto in quelle scritte prima della Comune di Parigi, trovare frasi staccate che sembrino giustificare le deformazioni dei revisionisti. È così che Byrnes, servitore decorato dell’imperialismo americano, ha potuto citare in una serie di articoli usciti sul “Soir”, giornale ufficioso del governo belga, una frase di Marx, risalente al 1853, in cui si parla della necessità di appoggiare la formazione di uno Stato nazionale tedesco contro l’autocratismo russo. Ma citazioni simili sono possibili soltanto a patto di valorizzare l’accessorio ed eliminare l’essenziale: ginnastica che non basterà a farci prendere Byrnes per un marxista, o a giustificare la collaborazione con un imperialismo qualsiasi contro l’imperialismo russo.

Il “marxismo” dei riformisti, degli staliniani e dei trotzkisti somiglia stranamente a quello di Byrnes. Incollando sugli occhi degli operai un’etichetta con una frase di Marx sulla proprietà privata, essi cercano di ottenerne l’appoggio alla proprietà statale, russa o no, come ad un progresso degno dei peggiori sacrifici.

Ora, per noi, il marxismo consiste nell’applicazione del metodo di pensare dialettico, sotto il triplice punto di vista classista, storico e materialista, allo studio della fase attuale del capitalismo, come Marx ha fatto per la sua. Se Marx è stato l’uomo più tradito della storia, gli è che tutti i falsi marxisti si limitano, sia per pigrizia mentale, sia per una co­sciente deformazione, a prendere una conclusione qualsiasi derivante dell’analisi del capi­talismo privato del XIX secolo e ad applicarla tale quale al capitalismo odierno, sebbene le sue condizioni di vita siano completamente mutate. Così, l’accessorio di una frase supe­rata o citata a metà serve a camuffare l’essenziale del tradimento, che consiste nel non es­sere più dialettici.

Il sindacalismo rivoluzionario, il riformismo, lo stalinismo, il trotzkismo sono concezioni del mondo logiche, meccaniche, non dialettiche. Il primo faceva discendere dalla dichiarazione dalla guerra la necessità meccanica di contrapporle lo sciopero generale. Il secondo faceva discendere logicamente il socialismo da una legge votata a maggioranza in un parlamento borghese. Gli ultimi due fanno discendere meccanicamente la marcia verso il socialismo dal termine formale della proprietà statale in Russia e altrove.

Per contro, la dialettica è la condizione prima per comprendere le situazioni. Non par­liamo qui, beninteso, della discussione accademica su chi abbia il diritto di mettersi sul cappello la piuma del “buon marxista”: quando si cerca di comprendere le situazioni, è per determinarne i caratteri al fine d’intervenire rivoluzionariamente in esse, agire sul corso della storia e orientarlo verso il polo socialista.

* * *

Il primo decennio del secolo ha segnato ad un tempo la fine delle guerre coloniali e la nascita dei movimenti di massa della classe operaia. La crisi del 1913 segna la fine storica del liberalismo e l’inizio della opposizione fra guerre imperialiste generalizzate e rivolu­zione socialista. Gli avvenimenti rivoluzionari del ’17-23 sono la prima ondata della rivoluzione mondiale per il socialismo: ondata che rifluisce dopo di aver squassato il capitali­smo senza averlo distrutto. E il capitalismo si è adattato alla situazione nuova.

Non però nelle condizioni tradizionali. Il problema della gestione borghese non è più d’ordine strettamente economico o finanziario: è divenuto d’ordine essenzialmente politico. Dopo la crisi del 1918, lo spettro della rivoluzione proletaria pesa come una minaccia indefinita sulla testa della borghesia. Da una parte, essa cerca un espediente per durare; dall’altra, la condizione per durare è d’integrare i moti di massa del proletariato nel perseguimento di un obiettivo politico od economico che li devii dalla rivoluzione internaziona­lista e li disarmi davanti allo Stato nazionale.

L’essenziale è qui. Il modo di vita del capitalismo decadente non si iscrive nel termine formale della proprietà o nel nome ch’esso affibbia alla politica del momento. L’essenziale, per la borghesia, è trascinare gli operai verso un obiettivo che le permetta di durare.

Questa concezione non è sbocciata a priori nel pensiero degli uomini. È l’esperienza storica della lotta contro l’ondata rivoluzionaria dell’altro dopoguerra che ha rivelato questa condizione primordiale della conservazione capitalistica. Col pretesto di non voler fare come quei cannibali di bolscevichi e di andare progressivamente verso il socialismo, la socialdemocrazia tedesca costituì in tutti gli stabilimenti dei “Consigli di fabbrica”. La marcia progressiva verso il socialismo sono le parole: la pratica di queste parole è che, invece di “imparare il socialismo”, gli operai furono portati a studiare dei provvedimenti per salvare le imprese capitalistiche dal fallimento durante la crisi del 1929.

Risultò così chiaro che la “democrazia economica” aveva, da una parte, condannato gli operai all’impotenza e, dall’altra, permesso alla borghesia di raggiungere un obiettivo che doveva consentirle, col nazismo, di lottare per la riconquista delle sue posizioni impe­rialistiche.  In realtà, mentre le altre borghesie si spartivano la torta mondiale, la borghesia tedesca (che aveva dovuto far fronte alla rivoluzione, al crollo del marco e alle riparazioni) non aveva tuttavia perso tempo e, durante il periodo della “democrazia economica”, aveva rinnovato interamente la sua attrezzatura industriale.

L’essenziale per il capitalismo è dunque divenuto la realizzazione di un obiettivo, qua­lunque esso sia, che gli permetta di sopravvivere. Lungi dall’impacciarlo nella realizzazione di questo scopo, la frase accessoria sul socialismo o l’evoluzione verso il socialismo è una condizione assoluta per negare gli operai a quella realizzazione. Il capitalismo non può vivereche a condizione di farsi passare per “socialista”. Non c’è più reazionario, oggi, che non si dica socialista: ieri Hitler e Mussolini; oggi Franco, Peròn o Stalin; domani, chi sa mai, Truman. La condizione di lottare contro il capitalismo non si risolve dunque nel fatto di ripetere una frase sul socialismo o sulla proprietà privata: ma nel fatto d’integrare la frase socialista in un programma politico unitario che si opponga alla realizzazione del­l’obiettivo che permette alla borghesia di durare. I bolscevichi non erano rivoluzionari perché recitassero delle frasi sulla proprietà privata, ma perché opposero alla realizzazio­ne della guerra imperialista la risposta del disfattismo rivoluzionario.

* * *

La situazione reazionaria tipo si trova nella “democrazia economica” tedesca degli anni 1918-33: essa ha schiacciato la rivoluzione, permesso alla borghesia di sopravvivere e di riattrezzare la sua industria, e, nello stesso tempo, disarmato gli operai davanti allo Stato e garantito l’evoluzione di quest’ultimo verso il totalitarismo.

Il nazismo è successo alla socialdemocrazia come la scienza succede all’empirismo. Ciò che poteva essere preso, all’origine, come una conseguenza, è, dopo il 1933, coscientemente sfruttato per ristabilire le posizioni imperialistiche della Germania. La forma di vita, il modo di sviluppo del capitalismo si concreta nel perseguimento di un obiettivo che potrà essere a volta a volta il riattrezzamento industriale e, successivamente, l’economia di guerra in Germania; la creazione di un’economia di guerra, poi la guerra, ora la ricostruzione nei paesi democratici; e la condizione per raggiungere questo obiettivo è, per la borghesia, di agghindarsi di frasi sul socialismo o sull’evoluzione verso il socialismo.

Così la politica delle nazionalizzazioni, legate allo Statonazionale, lungi dal realizzare la condizione rivoluzionaria, realizza quella della controrivoluzione. La borghesia sfrutta coscientemente la nazionalizzazione come mezzo per legare gli operai al raggiungimento di un obiettivo che non è loro ma della classe avversa. Sarebbe infatti grossolano errore credere che l’introduzione formale della “proprietà statale” sopprima la borghesia. Quello che la nazionalizzazione, operata dallo Stato, realizza, non è l’espropriazione della borghesia, ma quella dei piccoli azionisti a beneficio dei grossi, che sono – come osserva Lenin nell’“Imperialismo”  – i padroni dello Stato; e anche quando espropria la totalità delle azioni, compie tutto l’opposto di un passo avanti verso il socialismo. In Inghilterra, per esempio, le nazionalizzazioni creano determinate condizioni di finanziamento e di mano d’opera che permettono a imprese non nazionalizzate (industria cinematografica, industria automobilistica) di realizzare profitti che mai avevano conosciuto fin allora.

Le linea di demarcazione fra socialismo e capitalismo non va dunque cercata nel termine formale della proprietà, più che nei Consigli di fabbrica o di azienda; essa va cercata nella posizione assunta di fronte all’obiettivo economico o politico che permette alla borghesia di durare. La gestione operaia, il superamento della proprietà pri­vata, non sono rivendicazioni socialiste che a condizione d’integrarsi nel programma unitario dell’internazionalismo e della distruzione dello Stato nazionale. In caso con­trario, servono ad agganciare gli operai alle condizioni di permanenza del modo di produzione capitalistico, come avvenne ai tempi della “democrazia economica”  dal ’18 al ’33, come fu ai tempi del Fronte Popolare, come avviene nel periodo attuale di ricostruzione della prigione capitalistica.

Così, la frase rubata a Marx dai riformisti, dagli staliniani e dai trotzkisti, è agitata da questi per mascherare l’appoggio dato alla reazione. Il loro riflesso reale sui rapporti fra le classi non è per nulla diverso da quello della politica di Hitler o di Mussolini. Nazionalizzazioni, evoluzione verso il socialismo, socialismo in un solo paese, nazional­socialismo, gestione operaia, sono formule politiche che (legate a un programma nazionale) aggiogano gli operai alla lotta per il raggiungimento di un obiettivo borghese a contenuto imperialistico. Sarebbe indubbiamente erroneo credere che chiunque avan­zi rivendicazioni simili sia un Machiavelli, coscientemente deciso a imbrogliare gli ope­rai. Non è certo questo il caso per i militanti di partiti “operai”. Ma l’applicazione pratica, le conseguenze reali di un programma non dipendono dalle idee degli elettori che lo votano, ma dalle posizioni del programma di fronte alle forze di classe che orientano la società. Per esempio, i proletari armati che occuparono alcuni stabilimenti italiani nel ’45 credevano senza dubbio d’essere sinceramente rivoluzionari; ma il loro programma politico era imperniato sulla difesa dello Stato italiano “democratico”. Ora, difendere lo Stato nazionale è difendere anche il conglomerato di classi sfruttate e sfruttatrici che ne è inseparabile. Rafforzando lo Stato nazionale, l’atto dell’occupazione delle fabbriche si risolse in un episodio della guerra imperialista, in cui gli operai avevano il ruolo di una pattuglia agli ordini di un imperialismo contro l’altro, mentre sarebbe potuto divenire una tappa verso il socialismo se gli operai l’avessero integrato in un programma unitario d’internazionalismo e di distruzione dello Stato nazionale.                                                  

* * * 

Ne segue che ogni parola d’ordine collegata al programma nazionale lega oggi gli operai alla preparazione della terza guerra imperialistica. La posizione più “a sinistra”, in questo senso è tenuta dal trotzkismo.

Il suo verbalismo rivoluzionario, sono le parole: la posizione pratica è che, col pretesto di salvare “quel che resta di Ottobre”, chiama gli operai a prender posto in uno dei due schieramenti della guerra futura. Lungi dall’essere un elemento rivoluzionario, lega gli operai alla realizzazione di un obiettivo che permette alla borghesia, pur in fase di decadenza, di mantenersi in vita.

Le illusionisulla difesa “condizionata” della Russia sono della stessa portata di quelle di chi, in Germania, vedeva nella difesa della democrazia, nella realizzazione del fronte unico della classe operaia sulla base della democrazia, una possibilità di sviluppo rivoluzionario. L’esperienza ha provato che la difesa della democrazia è inse­parabile dalla difesa dello Stato democratico. Allo stesso modo, la difesa condizionata o incondizionata di “quello che resta di Ottobre” è inseparabile dalla difesa dello Stato russo attuale. L’esperienza dello stalinismo ha provato che tutte le forze politiche non orientate verso la distruzione dello Stato nazionale sono destinate a mettersi al servizio di quest’ultimo. L’esperienza trotzkista nella guerra ’39-45 ha mostrato che, non muovendo alla distruzione dello Stato russo, il trotzkismo non poteva che mettersi al servizio di questo Stato e partecipare, in tutti i paesi imperialistici alleati della Russia, alla guerra e alla resistenza imperialista. Nella guerra di domani, il trotzkismo sarà una forza politica al servizio di Stalin.

Poco importano, a questo riguardo, le concezioni personali dei “trotzkisti”, così come poco importarono quelle dei comunisti tedeschi nel ’23, o degli operai che occuparono le fabbriche nel ’45. L’applicazione pratica del loro programma, basato sulla difesa di uno Stato nazionale, è di mettersi al servizio di questo Stato. La pratica del trotzkismo è di rubare l’accessorio della frase di Marx per tradirlo nell’essenziale: la frase accessoria sulla proprietà privata o sul carattere “progressista” dell’esportazione del capitale russo nell’Iran o nella Germania occupata, ricollega gli operai all’essenziale della preparazione della guerra fra i due blocchi imperialistici: USA e Russia.

La gestione operaia, il superamento della proprietà privata, non diventano rivendicazioni socialiste che quando facciano parte di un programma d’insieme che opponga alla preparazione della terza guerra mondiale il “no” del disfattismo rivoluzionario.

Elementi di economia marxista Pt.5

Altri caratteri del macchinismo

Una delle conseguenze dell’introduzione delle macchine fu il licenziamento immediato di gran numero d’operai, che causò vere rivolte seguite da distruzione delle macchine a furore di popolo. Esempio classico è il movimento dei luddisti al principio del secolo XIX in Inghilterra, represso dal governo con straordinaria violenza.

L’apparizione della manifattura capitalistica non aveva prodotto conflitti analoghi, perché, se opposizione veniva ai nuovi opifici delle corporazioni artigiane, non si ebbe un conflitto tra salariati e capitalisti.

Ben diverse sono le conseguenze dell’introduzione delle macchine, che dette luogo a vere tragedie della miseria.

Gli operai non potevano comprendere che quegli inconvenienti non derivassero dalla tecnica del macchinismo, ma dal suo impiego sociale.

Molti economisti borghesi dell’epoca dell’introduzione delle macchine si preoccupavano di giustificare e difendere il sistema meccanico malgrado tutti i suoi inconvenienti ma naturalmente tentavano di farlo senza confessare che tali inconvenienti risalivano alla gestione capitalistica del macchinismo. Tra l’altro essi enunciarono la cosiddetta teoria della compensazione secondo la quale la diminuzione di spese di opera (salari) ottenuta mediante la macchina è una liberazione di capitale che può essere adoperato altrove “dando lavoro” ad altri operai. Tale ragionamento ricorda quello volgare secondo cui i capitalisti, consumando larga parte del prodotto collettivo del lavoro umano, danno ai lavoratori maggiori occasioni di lavorare e così guadagnarsi da vivere. Quasi che si proponesse non di consumare egualmente quel prodotto in più con un più equo sistema di distribuzione, ma di rinunziare a produrlo.

Tornando alla teoria della compensazione basta notare che, come abbiamo visto, anche se la spesa salari diminuita è maggiore del valore della macchina acquistata, la prima rappresenta un numero di giornate di lavoro molto superiore, mentre nel valore della macchina e in quello della differenza risparmiata o comunque investita dal capitalista, compaiono spese salari solo per una frazione, essendo il rimanente coperto da investimenti in altro capitale costante e da plusvalore. Ma gli economisti in questione si pongono sul terreno della ripercussione sul mercato del lavoro e delle sussistenze, dal punto di vista della loro legge dell’offerta e della domanda.

Anche su questo terreno si potrebbe però farne una critica. Diminuendo la spesa salari e l’acquisto di sussistenze da parte degli operai disoccupati, le sussistenze saranno più offerte e scenderanno di prezzo. Ma anche le forze lavoro saranno più offerte e scenderanno di prezzo, e nelle aziende che producono sussistenze la minor richiesta produrrà altri licenziamenti.

L’enigma delle contraddizioni del macchinismo non può risolversi che condannandone l’applicazione sociale capitalistica. La società dovrebbe risparmiare con le macchine una gran quantità di lavoro restando la massa degli alimenti la stessa nella peggiore ipotesi, ma più probabilmente crescendo anche questa. Il risultato medio sarebbe: minori sforzi e maggiori alimenti; ma il macchinismo generando plusvalore relativo separa il lavoratore effettivo dai suoi alimenti e ne sottrae più larga quota a benefizio dei non lavoratori.

In realtà anche in regime capitalistico sono succeduti all’introduzione del meccanismo, e alle sue brusche ripercussioni, fenomeni che hanno permesso, salva sempre la prelevazione intensificata del plusvalore, di estendere tuttavia la richiesta di lavoratori, col sorgere di nuove industrie prima sconosciute e correlative alla produzione di macchine o ad altre esigenze dei sistema meccanico (ferrovie, navigazione a motore, automobilismo, illuminazione e riscaldamento a gas ed elettrica, fotografia e cinematografia, telegrafia e radiotelegrafia e fonia, navigazione aerea, ecc. ecc.).

Non è il caso di proseguire un’analisi della rivoluzione apportata dal macchinismo nella produzione. I rapporti tra i vari mercati vengono sconvolti, i paesi ove prima si sviluppa l’industria possono inondare dei loro prodotti a basso prezzo i mercati esteri, e gli altri paesi devono ridursi a produrre materie prime e sussistenze per quelli industrializzati. La mano d’opera resa disponibile dalle macchine dà grande impulso all’emigrazione e alla colonizzazione. All’epoca in cui Marx scriveva, gli Stati Uniti erano con l’Inghilterra in tale rapporto, ossia assorbivano popolazione e prodotti dell’industria, restituendo prodotti agricoli e materie prime. Questo rapporto oggi è del tutto cambiato, e se non è proprio invertito crea però nell’industria americana una concorrente capace di sopraffare quella europea.

Così pure non è il caso qui di trattare la teoria delle crisi di superproduzione, e i fenomeni strettamente connessi a tutto ciò dell’imperialismo industriale e coloniale-militare.

La grande industria, in una parola, fin dal suo apparire sconvolge da capo a fondo la divisione sociale del lavoro.

Egualmente trascuriamo di riassumere qui i noti problemi sollevati dal regime di fabbrica e che formano oggetto delle rivendicazioni delle organizzazioni professionali e della cosiddetta legislazione sociale (disciplina, trattamento igienico, protezione contro gli accidenti, invalidità, disoccupazione, lavoro notturno, lavoro delle donne e dei fanciulli, etc.).

Grande industria ed agricoltura

Nel testo di Marx infine vi è un accenno ai riflessi della grande industria sull’agricoltura, tema la cui trattazione ha posto altrove. Marx sottolinea che si ripete accentuato il danno che i nuovi metodi arrecano al produttore a causa dell’applicazione capitalistica delle nuove risorse tecniche; ma vi aggiunge la tesi che lo sfruttamento intensivo esaurisce altresì la fertilità accumulata nella terra. Questo processo è evitato dalla successiva scoperta della concimazione chimica che permette di reintegrare artificialmente le perdite del terreno, tuttavia l’argomento sociale di Marx conserva il suo valore in quanto vuol dire che l’applicazione del macchinismo alla terra difficilmente riuscirà attuabile da parte del capitalismo, se anche questo ha potuto superare relativamente le contraddizioni della sua applicazione all’industria. È necessario per realizzare la rivoluzione tecnica agraria che l’applicazione della tecnica meccanica sia fatta su una base sociale e con direttive centrali anziché private. Questo punto di vista è confermato dal contrasto tra la marcia in avanti dell’industria e lo stato tuttora arretrato di gran parte dell’agricoltura mondiale, e con esso concorda anche l’orientamento programmatico della socializzazione del capitale industriale come tappa nettamente anticipata sulla industrializzazione della agricoltura.

Vicende storiche della produzione di plusvalore. Evoluzione della scienza economica

Riepilogando il cammino fatto, abbiamo analizzato lo scambio delle merci, ravvisando nella merce un prodotto del lavoro umano il quale anziché venir consumato da quello stesso che lo ha prodotto, viene da lui offerto in cambio di altro prodotto che gli occorre; qualunque ne sia il meccanismo o l’intermediario, la regola di questo scambio è che esso avviene tra oggetti che costano in media lo stesso tempo di lavoro.

Il complesso di coloro che lavorano e scambiano presenta rapporti sempre più intricati e, ad un certo momento, dopo che lo scambio si è generalizzato, la divisione del lavoro estesa, la moneta introdotta, sembra di assistere al fallimento della nostra regola in quanto attraverso gli scambi emergono differenze di valore ossia plusvalore. Vi sono taluni (tra i possessori di denaro) che vengono al mercato e ne ripartono avendo “guadagnato” ossia con una somma di prodotti superiori a quella che avevano apportata.

Anche prima dell’epoca mercantile ed anche su altri terreni che non sia il mercato vi era (e vi è) chi realizzava simile beneficio in prodotti non suoi; ma in tal caso gli venivano direttamente consegnati senza corrispettivo materiale e in forza di rapporti sociali che rivelavano all’evidenza il carattere di rapporti di forza; si trattasse di tribù predatrici, di capi militari jeratici o feudali, di padroni di schiavi e simili.

Ma da che il plusvalore appare sul terreno mercantile e sembra realizzato attraverso rapporti pacifici e legittimi, noi ravvisiamo la comparsa del capitalismo. Tale plusvalore non sembrerebbe una appropriazione di prodotti altrui, e quindi di lavoro altrui.

In ogni epoca il plusvalore ha permesso a taluni privati ed anche a comunità di evitare che tutto quanto era prodotto fosse consumato, consentendo quella accumulazione di cose materiali necessarie alla vita di società sempre più progredite, che è definita comunemente ricchezza.

Nelle epoche dell’antichità appariva evidente ai primi tentativi di teorizzare i fatti economici che ogni plusvalore sorgeva da lavoro appropriato senza spesa (noi diciamo da pluslavoro) e si riconosceva l’origine delle ricchezze nel lavoro.

Naturalmente vi sono ricchezze non prodotte dall’uomo ma offerte dalla natura, ma solo per popolazioni ancora poco addensate e di bisogni primitivi esse possono essere usufruite senza lavoro. Quando però l’economia si basò non sul lavoro degli schiavi o dei vinti in guerra, ma su quello dei contadini che, per il cristiano signore feudale, erano moralmente uomini come lui, si teorizzò la produzione della ricchezza come dono della natura volendo dissimulare il rapporto di forza per cui il proprietario terriero obbligava il contadino oltre che a lavorare per il consumo proprio, a fornire un sopralavoro e un sopraprodotto per il feudatario.

Questa concezione che sia solo produzione agraria a dare un plusvalore sopravvive nella scuola dei fisiocrati.

Quando alla economia terriera viene a sovrapporsi, dopo le grandi scoperte geografiche, la diffusione mondiale dei commerci, la scuola mercantilista sorge a sostenere l’assurdo che non la natura né il lavoro, ma il semplice scambio produce la ricchezza; il plusvalore sorge in ogni scambio; la legge fondamentale è la negazione della nostra: ogni scambio avviene tra non equivalenti.

Ma appare il capitalismo e con esso nuove dottrine economiche e nuove spiegazioni del plusvalore e dell’origine delle ricchezze. La grande attività degli opifici manifatturieri ed industriali spinge a constatare la verità che ogni ricchezza nasce dal lavoro. Ricardo fa trionfare questa teoria e la sua scuola proclama che il plusvalore emerge dalla forza produttiva del lavoro (Economia politica classica).

A questo punto i teorici della classe capitalistica non sono più quelli di un ceto rivoluzionatore ma quelli di un ceto conservatore. Essi possono procedere oltre nella indagine scientifica della verità.

Se la nuova società mercantile e industriale ha spezzato definitivamente ogni freno feudale e teocratico allo sviluppo moderno delle scienze della natura, è lungi dal convenirle il togliere i freni allo svolgimento delle scienze della società.

Ricardo e i suoi sanno che il valore viene dal lavoro, ma non oseranno concludere che il plusvalore viene dal pluslavoro, perché allora il profitto capitalistico avrebbe la sua causa non in una proprietà immediata del lavoro organizzato moderno, ma solo nella sovrapposizione ad esso di una costrizione.

Quindi mentre gli economisti ufficiali contemporanei di Marx sosteranno con ogni sorta di ragionamenti che il plusvalore è un fatto “naturale” e “necessario” inerente al lavoro produttivo, e quindi la società si svolgerà senza mai abolirlo, le molteplici scuole successive andranno, sotto pretesto di obiettività e di vero senso scientifico positivo, raccogliendo una congerie di materiale, ma rifiutando di trarne sintesi semplificatrici. Il profitto diverrà una constatazione di cassa, una differenza aritmetica tra le due partite, ma le sue cause si potranno con saggia elasticità ravvisare dappertutto, nello sfruttamento delle risorse naturali, nel lavoro, nelle vicende dello scambio i così via. Si sosterrà che l’economia non è suscettibile della enunciazione si leggi scientifiche, o anche di ipotesi causali, col famoso argomento che vi ha gioco il fatto imponderabile dell’azione umana, e si vorrà ridurla ad una semplice statistica. Analogamente si potranno impugnare le costruzioni della meccanica e della chimica perché pur tra innumeri osservazioni ed esperienze nessuno ha visto mai la realizzazione pura della legge d’inerzia (che sarebbe nell’assurdo pratico del moto perpetuo) o un pezzo di materia reale, i rapporti dei cui componenti traducessero matematicamente senza errori quelli dati dalla teoria molecolare.

Cristallina è invece la soluzione marxista: il valore e la ricchezza originano dal lavoro, gli scambi avvengono solo tra equivalenti; il plusvalore non avviene necessariamente dove sia lavoro produttivo e scambi di prodotti, e non è carattere necessario di una alta divisione sociale del lavoro; esso rappresenta pluslavoro ossia lavoro non pagato, e perché esso sia prodotto la condizione necessaria è un rapporto sociale di forza che separa il lavoratore dallo strumento di produzione e dal prodotto, e che lo costringe ad alienare la sua forza lavoro come unico mezzo per procacciarsi le sussistenze.

La causa e la misura del profitto capitalistico risiedono in una appropriazione di pluslavoro. È falsa la tesi che non possa esservi lavoro produttivo se non dove si produce plusvalore. Marx procede con metodo che i critici volgari definiscono come fredda analisi del capitalismo, aliena da approvazione o condanna che si concluda nel prevedere l’ulteriore evoluzione graduale del capitalismo stesso; lo stesso fatto che il Capitale non è un manifesto programmatico o un memoriale di rivendicazioni, li induce a credere che vi faccia da programma la tolleranza di lunghe ulteriori vicende del regime capitalistico e vi figurino come rivendicazioni soddisfacenti e desiderabili da parte della classe operaia le misure legislative inglesi e d’altri paesi esposte nel fare la cronaca delle fasi dello sviluppo borghese e analizzate allo scopo di dimostrare che ben vi si applica la teoria economica la cui enunciazione e dimostrazione forma l’oggetto dell’autore. Il grossolano o voluto equivoco si basa sul fatto che il libro procede con metodo scientifico, ed il metodo scientifico applicato ad esso e dalla scuola a cui a dato luogo alla economia, alla sociologia e alla storia, consiste nello scartare come privi di ogni valore tutti i preconcetti ideologici di natura morale. Si tratta, nel lavoro d’indagine, di accettare i fatti come sono, estrarne le leggi e sulla scorta di queste seguirne e prevederne l’andamento. Non è il caso di dire ora come e perché questo compito non contraddice minimamente a quello integratore di un intervento attivo, non di forze ideali e di individualità ispirate e creatrici, ma di collettività operanti in un campo ampio o ristretto secondo il succedersi delle situazioni (7).

Diciamo ciò perché abbiamo qui un esempio di come si debba intendere e leggere l’opera di Marx.

Il fatto del plusvalore viene dapprima indagato secondo i metodi della scienza sperimentale in base a una ipotesi che spiega e misura bene i dati di fatto accertati. Quindi si esamina la tesi ora ricordata che pretende il plusvalore inseparabile dal lavoro produttivo. La si confronta dapprima coi dati del passato: non è vero che apparso il lavoro produttivo sia apparso con esso il plusvalore: fino a quando il produttore rimane in possesso del suo strumento di lavoro, è in grado di procurarsi le materie prime, e resta arbitro di alienare o meno i propri prodotti, o in ogni caso li aliena a suo esclusivo beneficio; egli lavoro tanto quanto basta a procurargli le cose di cui ha bisogno, ossia per il solo tempo di lavoro necessario. Sui primordi della società, se le forze di lavoro acquisite sono minime, sono minimi anche i bisogni, e specie laddove il clima e la fertilità del suolo sono favorevoli, il tempo di lavoro necessario è basso. Occorre un intervento di forza che sottoponga l’un all’altro i membri della società per imporre a taluni di lavorare un tempo supplementare a beneficio altrui. Se dunque è vero che occorre un certo grado di produttività del lavoro perché appaia il fatto del plusvalore, non è vero che questo abbia la sua causa immediata nel lavoro, perché storicamente troviamo esempi di lavoro senza plusvalore.

Eseguito così il confronto con i dati della storia che bastano a smentire la pretesa e metafisica necessità del plusvalore e del profitto, il terzo punto della deduzione è un corollario evidente; sarà possibile che il plusvalore sparisca e con esso il capitalismo, conservandosi la produttività del lavoro coi formidabili incrementi ricevuti attraverso la varie fasi analizzate.

Non si tratta dunque di proporre mitigazioni o preconizzare piccoli mutamenti secondari dell’assetto economico, ma si tratta della posizione più radicale che possa pensarsi, ossia della soppressione del capitalismo stesso, togliendo di mezzo le pretese dimostrazioni della necessità ed immanenza sociale dei cardini su cui si regge. In altro luogo è trattato il punto successivo, ossia che tale trapasso è non solo possibile ma necessario, e in altro punto ancora, quando si affrontano problemi non più di sola scienza ma d’azione, sarà dimostrato come e con quali forze si eserciterà in tale senso un’azione positiva, la cui esigenza non contraddice affatto all’assodata determinazione storica.

Ripartizione del valore prodotto dal lavoro tra il capitalista e il salariato

Ora che abbiamo seguito per sommi capi la variazione storica della durata della giornata di lavoro, e della produttività tecnica di essa, consideriamo quantitativamente le leggi di queste variazioni. In tutto quanto segue consideriamo costante il valore del denaro che si assume come misura di valore di ogni altra merce: supponiamo cioè che il procurarsi un Kg. di oro costi sempre lo stesso tempo di lavoro medio e che il Kg. di oro rappresenti sempre lo stesso numero di unità monetaria. Resti così sempre fissa, ad es., l’equivalenza di un’ora di lavoro con 3 Lire.

Alle quantità prima considerate aggiungiamone una nuova la produttività del lavoro, ossia la sua capacità a produrre nell’unità di tempo più o meno prodotti. Chiamiamo tale quantità con m intendendo di riferirci con essa al grado di produttività medio sociale del lavoro. Chiamiamo invece intensità del lavoro la sua produttività in un’azienda singola, in quanto possa essere più o meno alta della produttività generale media, e chiameremo i tale intensità. Così, mentre la produttività media di un’ora di lavoro può equivalere ad x grammi di ferro, y grammi di cotone, 2 grammi di oro, 3 Lire; se invece un operaio in una data azienda è in grado per sua abilità o per mezzi produttivi superiori di produrre 2x grammi di ferro, 2y grammi di cotone ecc. ossia 2 ore di lavoro medio, diremo che la intensità è doppia di quella media.

Ponendo a parte completamente il capitale costante il cui valore passa inalterato nel prodotto, consideriamo la parte di valore dei prodotti dovuta a lavoro composta al solito dal capitale variabile o spesa salari o compenso del lavoratore (V) e dal plusvalore o appropriazione del capitalista (P). Abbiamo chiamato saggio del plusvalore il rapporto s = P : V. Chiamiamo sempre t il numero d’ore di lavoro. Chiamiamo ora L la quantità del prodotto non più annua ma giornaliera, ed f il suo prezzo unitario, non più totale ma per la quota che rappresenta il lavoro.

Avremo allora

V + P = fL = t x 3

1°) (Caso 3° del cap. XVI) – Varia la durata del lavoro. Invece di t ore di lavoro t’ ore. Avremo che, posto t’ = at, la quantità di prodotti L diverrà aL e il loro valore faL = at x 3. È cioè variata la somma delle quote del salariato e del capitalista. Quale sarà stata la variazione di ciascuna di esse? In generale il salario rimarrà costante, e tutto l’aumento ricadrà sul plusvalore (supposto che la variazione sia un aumento). Però in un certo limite se i lavoratori danno più ore di attività, consumeranno maggiori sussistenze e sarà giocoforza accrescere i salari se non si vuole veder diminuita l’intensità e produttiva che per ora supponiamo costanti.

Quindi ad un aumento della giornata corrisponde un aumento del valore prodotto, un certo aumento del salario ed un aumento corrispondente di plusvalore.

2°) (Caso 2° del cap. XVI) – Varii l’intensità del lavoro ma la giornata sia costante.

In una data azienda senza prolungare le ore di lavoro si riesca ad ottenere più prodotti nello stesso tempo sicché l’intensità del lavoro, prima corrispondente alla produttività media m diventi am. Anche questa volta otterremo più prodotti, ossia L’ = aL. Non essendoci ragioni che il loro prezzo cambi sul mercato, si incasserà di più ossia: faL = at x 3 = a(V + P) = V’ + P’.

Questo aumento del complesso V’ + P’ deve ripartirsi sul salario e sul plusvalore. Vi sarà un certo aumento di salario perché il lavoratore lavorando lo stesso tempo ma più intensamente consuma di più e può sempre offrirsi ad altri padroni sostituendo altro operaio che produca meno. Se però l’aumentata intensità dipendesse tutta da un segreto di lavoro del capitalista, esso potrebbe anche lasciare inalterato il salario (V’ = V) e riportare tutta la differenza sul plusvalore.

3°) (Caso 1° del cap. XVI) – Rimanendo costante la giornata di lavoro e a prescindere da variazioni particolari della intensità, varii la produttività media del lavoro in tutto il campo produttivo.

Come sempre la quantità dei prodotti da L diviene aL = L’ pur essendo sempre il risultato di t ore di lavoro medio. Ma poiché tale variazione per ipotesi interessa tutte le merci, comprese le materie prime, gli strumenti produttivi e le sussistenze, scenderanno tutti i prezzi e con essi quello della forza lavoro. Il prezzo f diviene f’ = f : a, la spesa salari V’ = V : a.

Allora il ricavato della vendita del prodotto L’ sarà f’L’ = LF. Perciò la giornata di lavoro produce maggior prodotto ma lo stesso valore:

P’ + V’ = f’L’ = fL = P + V

Il complesso del plusvalore e del salario è invariato. Ma abbiamo visto che il salario è diminuito da V a V’ = V : a. Per conseguenza il plusvalore è aumentato:

P’ = P + VV’ = P + V(V : a) = P + V (11/a)

Come avrà variato il saggio del plusvalore? Sarà aumentato a più forte ragione essendo P’ maggiore di P; V’ minore di V. Quindi diminuisce il valore della forza lavoro, cresce il plusvalore, cresce il saggio del plusvalore.

Il saggio diviene:

s’ = P’ / V’ = [P + V(1 – 1/a)] / (V / a) = a(P / V) + (a – 1) = as + (a – 1)

Essendo a più dell’unità, noi abbiamo che il saggio del plusvalore ha variato più che proporzionalmente alla produttività perché, oltre a corrispondere al vecchio saggio s moltiplicato per a, si deve aggiungere la ulteriore quantità positiva (a -1). L’errore di Ricardo fu, pur scorgendo l’aumento del saggio del plusvalore, di crederlo proporzionalmente all’aumento della produttività e alla riduzione del salario.

Esempio numerico chiarificatore. Posto il salario V di £. 18, il plusvalore di £. 12, e il prodotto totale di £. 30 (6 ore, 4 ore 10 ore), aumenti la produttività del 100%. Otterremo sempre 30 £. perché mentre il prodotto sarà raddoppiato, poniamo 20 chili al posto di 10, il prezzo sarà 1,50 invece di 3 Lire al kg. Il salario scenderà parallelamente da 18 a 9 Lire, il plusvalore salirà da 12 a 21, ossia crescerà meno del 100%. Il saggio del plusvalore era prima 12 : 18 = 66%, diviene ora 21 : 9 = 233%. Il saggio è aumentato nella proporzione 233 : 66 ossia del 350% in corrispondenza di un aumento di produttività del 100%.

I tre casi esaminati possono cambiarsi a piacimento con variazioni simultanee di tutte le grandezze (4° caso).

Quando, come nel primo caso, i prezzi generali non mutano, il salario o prezzo della forza lavoro non varia che per conseguenza di un maggior pluslavoro o consumo di forza; cioè è il crescere del plusvalore causa di un relativo crescere del salario. Se invece variano i prezzi pel variare della produttività generale, è la variazione dei salari che causa direttamente la variazione inversa del plusvalore. Il capitalismo fa sì che la cresciuta forza produttiva non si risolve in diminuito lavoro medio ma in una aumentata proporzione tra il prelevamento di una classe privilegiata e il compenso del lavoro; ciò a parte le altre enormi “passività” sociali provocate per mantenere un tale stato di cose.

Spigolature trotzkiste

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I.

Più si seguono le evoluzioni tattiche del trotzkismo, più ci si accorge della estrema fragilità dei motivi che lo differenziano dallo stalinismo. Si direbbe che fra le due correnti si svolga un’affannosa corsa ad inseguimento, in cui la staffetta sia destinata ad essere continuamente raggiunta dalla retroguardia e a cederle gli stendardi che sembrava dover portare alti e immacolati al traguardo. In altre parole, il trotzkismo figura come il battistrada di un’evoluzione che lo stalinismo compie con ferrea logica anche se in lieve ritardo sulle scorrerie del suo presunto ma fittizio rivale, e che lo porta ad allinearsi con questo, senza scosse e senza turbamenti, nelle svolte fondamentali della storia più recente del capitalismo. Ciò spiega tanto le difficoltà che il trotzkismo incontra a differenziare concretamente il suo programma e la sua tattica dal programma e dalla tattica dello stalinismo, quanto il caratteristico procedere a sbalzi della sua organizzazione, a volta a volta ingigantita ed assottigliata a seconda della distanza che fra i due corridori si e venuta determinando.

E tuttavia, anche questa impressione risulta, ad un’analisi più attenta, sbagliata. Più che rappresentare il campo sperimentale delle evoluzioni dello stalinismo, la tattica trotzkista suggerisce la immagine di un “enfant prodige” le cui avventure in zone e su terreni pericolosi, perfettamente tollerate dalla madre, hanno lo straordinario potere di ricondurre all’ovile le pecorelle smarrite, e riconquistare all’autorità superiore della famiglia chi aveva per un momento creduto di sottrarsi al suo giogo. Non è infatti soltanto vero che il trotzkismo anticipa nella tattica quelle che sono necessariamente per essere le manovre dello stalinismo, ma è anche vero che, dopo rapide e temerarie incursioni nella “zona del fuoco”, esso ritorna fatalmente al punto in cui la sua via s’era separata da quella dell’altro.

È questo, evidentemente, il destino di tutte le posizioni intermedie, che non è soltanto di essere continuamente divorate dalle posizioni dichiaratamente riformiste, ma di ricondurre al loro minimo comun denominatore le eventuali ed incerte eresie germinate sul loro tronco. È perciò una logica storica ferrea quella che, al termine di violenti contrasti, porta regolarmente il trotzkismo a riaffiancarsi alle formazioni più tipicamente reazionarie del riformismo e a regger la coda ai fronti popolari o alla guerra. Poco importa che si rifiutino determinati strumenti dell’armamentario classico e ormai tradizionale del trotzkismo, come la “difesa della URSS”: la conclusione è sempre e fatalmente la stessa, né si può dire che deponga a favore della coerenza degli “antidifesisti” l’abbandono di quella tesi e il mantenimento integrale del programma transitorio.

II.

Una delle più caratteristiche pietre d’inciampo del trotzkismo è, come si sa, là questione delle lotte d’indipendenza dei paesi semi-coloniali e coloniali, intendendosi con questo termine non soltanto i paesi su cui si esercita da oltre un secolo il colonialismo borghese, ma anche i paesi ad alto sviluppo industriale che la seconda guerra imperialistica ha sottoposto al controllo ferreo e allo sfruttamento integrale delle grandi potenze vincitrici. Di fronte a queste lotte, la posizione costante del trotzkismo è di appoggiare ogni moto di cosiddetta indipendenza delle borghesie indigene come fattori suscettibili d’indebolire la impalcatura internazionale dell’imperialismo colonizzatore. L’appoggio è, beninteso, condizionato nel senso del mantenimento di una distanza, sul terreno organizzativo, fra i partiti borghesi dell’indipendenza e quelli proletari dello anti-imperialismo, ma si traduce in un sostanziale parallelismo nei programmi e perciò anche nella tattica. Le rivendicazioni poste alla base della “politica coloniale” del trotzkismo non hanno perciò nulla che le differenzi da quelle che agitano, o potrebbero essere portati ad agitare, i partiti nazionalisti del radicalismo borghese: sono rivendicazioni transitorie, che ruotano intorno ai pilastri delle libertà democratiche o della indipendenza nazionale. Orbene, su questo terreno, lo stalinismo può ben differenziarsi temporaneamente per un modo più guardingo di porre gli stessi problemi e magari di tacerli; ma è inevitabile che, nel corso del suo sviluppo, sia portato non soltanto a farli suoi, ma a far sue le parole d’ordine che i trotzkisti avevano poco prima lanciate come loro particolare scoperta. È bastato ad esempio che divampasse il contrasto imperialistico fra Russia e Stati Uniti, perché la parola d’ordine dell’“indipendenza nazionale” divenisse, dopo il contributo offerto allo stritolamento collettivo di tutta una serie di illustri indipendenze nazionali, il grido di battaglia e di raccolta del nazional-comunismo; con l’inevitabile corteggio di parole di ordine democratiche presentate come tappe transitorie verso il socialismo. E, ancora una volta, trotzkismo e stalinismo si confondono.

Leggete il “Messaggio” della IV Internazionale ai Lavoratori Giapponesi1. La critica allo stalinismo si risolve nella critica non ad una impostazione generale controrivoluzionaria del suo programma, ma ad un suo particolare e temporaneo aspetto, l’appoggio dato al mantenimento dell’istituto imperiale (appoggio cui lo stalinismo ha ormai rinunciato senza essere per questo meno reazionario): la tattica si risolve nella “richiesta” del “ritiro delle truppe di occupazione e del diritto del popolo a disporre di se stesso” – parola d’ordine ormai diventata il leit-motiv di tutti i Fronti Popolari e, dal punto di vista marxista, del tutto vuota e antistorica, come se il ritiro delle truppe, in regime internazionale d’imperialismo, potesse mai significare libertà per un “popolo” (e che cos’è, marxisticamente, popolo?) di disporre di se stesso, come se un popolo potesse mai, in regime capitalista, scegliere il proprio destino! -, e, una volta ritirate queste truppe, nella “richiesta” di “libere elezioni ad un’Assemblea Costituente nella quale il popolo possa determinare senza coercizioni il tipo di Stato e di Costituzione che realmente desidera” (dunque, per i marxisti della IV Internazionale, il parlamento borghese non rappresenta una forma di coazione). Nella lotta contro l’inflazione e l’alto costo della vita, la IV Internazionale lotta per “la scala mobile dei salari aggiustata all’alto costo della vita, per il controllo sulla produzione esercitato da consigli di fabbrica democraticamente eletti, per il controllo dei prezzi e della distribuzione dei generi di prima necessità da parte dei sindacati e di comitati liberamente eletti di massaie e di contadini poveri”, schierandosi cosi, da una parte, con tutti i Terracini, dall’altra con tutti i Di Vittorio del mondo; infine (e qui viene la commedia) propugna la “creazione di governi di operai e contadini senza ministri borghesi” (quest’ultima aggiunta vale da sola un Perú) con la meta finale, cui né socialisti riformisti né nazional-comunisti hanno mai rinunciato, della “completa abolizione del capitalismo”. Mettete un operaio giapponese di fronte alla scelta fra questo pasticcio di rivendicazioni democratiche e di lontane postulazioni rivoluzionarie, ed un programma di indipendenza nazionale e di democrazia progressiva condensato negli stessi obiettivi minimi ma appoggiato alla forza militare della Russia, e sfidatelo a non scegliere per quest’ultimo, tanto più quando il Segretariato della IV Internazionale si affanna a dimostrargli che la burocrazia staliniana ha tradito il programma fondamentale del socialismo, ma che intanto, in caso di guerra, la sua causa dovrà comunque trovare il suo appoggio, sia pure in forma condizionata (sparare… sotto condizione), in difesa delle conquiste progressive e rivoluzionarie dell’economia nazionalizzata e della pianificazione ad opera dello Stato!

III.

Ma c’è, in campo trotzkista, chi non digerisce la capitolazione di fronte al palese tradimento della causa internazionalista e rivoluzionaria del proletariato da parte della Russia “progressista” di Stalin. L’ala dissidente di Shachtman è, negli Stati Uniti, su questa posizione. Ma anche per questo ramo dissidente del trotzkismo internazionale, intermedismo rimane la legge, e l’intermedismo è l’anticamera dello stalinismo.

Il piano Marshall è, per accezione comune, un piano di colonizzazione imperialistica dell’Europa. Lo dicono anche gli staliniani, che imperniano anzi su questa constatazione la loro propaganda, non soltanto elettorale, in Europa. Lo dicono anche i trotzkisti, come lo diciamo noi: ma quali conclusioni ne traggono? Le stesse di quegli staliniani che la corrente Shachtman è la più violenta nell’attaccare, cioè queste (leggasi “Labor Action” del 17 nov. 1947): bisogna accettare gli aiuti all’Europa, ma esigere che non diventino un’arma per lo assoggettamento del Vecchio Mondo all’imperialismo del Nuovo. In altre parole, chiedere all’imperialismo che faccia della beneficenza, protestare anzi perché ne fa troppo poca, meno di quella che potrebbe fare, e pretendere che gli aiuti concessi siano dati senza contropartita, per cristiana pietà, e non creino vincoli di dipendenza per chi li riceve (per questi marxisti, si può essere debitori e indipendenti, schiavi e liberi!).

Programma pratico:

1) “pieno e completo aiuto materiale, finanziario e morale (anche morale, per grazia di Dio!), da estendersi alla classe operaia e ai popoli d’Europa: “Labor Action”, lungi dall’opporvisi, crede che molto di più potrebbe essere fatto anche dalla America capitalista, per aiutare l’Europa, di quanto non sia proposto dal piano Marshall” (sotto, dunque, capitalisti!)

2) “Ci opponiamo a tutti i vincoli e le condizioni connesse ad un programma di aiuti che, in qualsiasi modo, faciliti l’intervento imperialista americano negli affari interni dei paesi aiutati… cosi come all’imposizione di interessi, alla insistenza per un trattamento preferenziale e agli altri notissimi metodi di intervento imperialistico” (per i trotzkisti come per gli staliniani, che sostengono la stessa tesi, l’intervento non è tutt’uno col fatto di anticipare capitali o materie prime, ma è legato a particolari clausole, che possono anche non esserci senza per questo determinare rapporti meno ferrei di sudditanza; per gli uni e per gli altri, benvenuti i soccorsi dei padroni, ma che non ci facciano pagare gli interessi!)

3) e qui viene il grottesco – ma Togliatti, al VI Congresso, ha sfiorato l’argomento con le stesse, o con somigliantissime parole – “siamo contrari all’amministrazione del piano da parte di trust e corporazioni finanziarie… e proponiamo che le organizzazioni sindacali dei rispettivi paesi abbiano il diritto di salvaguardare e proteggere gli interessi dei loro lavoratori in modo che nessun fondo, prestito ecc. sia usato ai fini del loro sfruttamento” (le industrie europee dovranno dunque accettare prestiti, ma non sfruttare gli operai, cioè cessar di funzionare come industrie capitalistiche, e chi anticipa il danaro cederà all’operaio, attraverso le sue organizzazioni di difesa, il diritto di rendere improduttivi i capitali prestati!). Dove si vede che, difesisti o no, le conclusioni sono le stesse: accettare la democrazia e rifiutarne le conseguenze: giocare alla indipendenza con le armi dell’imperialismo; controriformare le più sottili manovre di consolidamento dell’edificio capitalistico internazionale e gabellarle per misure progressiste. L’imperialismo non ha che da rallegrarsene: le condizioni gli interessano poco, l’essenziale è aver garantito l’appoggio di quella stessa classe che, tradizionalmente, considerava sua avversaria. State tranquilli, trotzkisti di destra o di sinistra: l’imperialismo americano non avrà bisogno di imporre clausole per realizzare, attraverso la politica degli aiuti da voi e dai cugini staliniani benedetti, l’asservimento dell’Europa occidentale ai suoi piani!

IV.

Infine, c’è una varietà di trotzkisti che, indipendentemente dall’accettazione o meno della parola d’ordine della difesa dell’URSS, si sono convinti che la tattica dell’appoggio ai moti d’indipendenza nazionale o coloniale è, nei termini in cui tradizionalmente la pone il trotzkismo, rovinosa. “The New International” (organo di Shachtman) riporta2 la risoluzione di un gruppo di trotzkisti cinesi che si staccarono dalla organizzazione ufficiale perché questa aveva continuato ad appoggiare il Kuomintang pur dopo che “aveva cessatoda tempo di condurre una lotta indipendente, anti-imperialistica contro il Giappone” (e quando mai l’aveva condotta?).

I dissidenti cinesi si sono accorti delle conseguenze fallimentari della politica di appoggio incondizionato a tutti i moti di emancipazione coloniale, e riconoscono che la bandiera dell’“indipendenza dall’imperialismo x” (nella fattispecie, dall’imperialismo giapponese) è sempre soltanto servita a giustificare la repressione dei moti operai e il massacro dei proletari. Ma da questa prima constatazione non derivano una revisione critica del problema nel senso di riconoscere che ogni cosiddetto moto di indipendenza coloniale ha, oggi soprattutto, un fondo imperialistico e che, d’altro canto, non si pone più per le colonie il problema di una rivoluzione borghese, per cui, sia dal punto di vista della lotta contro lo sfruttamento imperialistico, sia da quello interno della lotta fra le classi, può porsi soltanto la questione della rivoluzione proletaria: ne derivano tutta una casistica che, mentre pretende di liquidare gli “errori” del passato, riconduce le lotte operaie sul binario di tutte le sconfitte che il proletariato dei paesi coloniali ha subito. Il fondo dell’atteggiamento trotzkista di fronte ai moti coloniali è sempre quello: “partecipare alla guerra, mantenendo però completa indipendenza di azione e di politica”: “un movimento di emancipazione nazionale guidato dalla borghesia “nazionale” dei paesi coloniali può assumere carattere progressivo solo se le masse che vi partecipano godono di piena libertà di propaganda, di organizzazione e di azione” (si chiede cioè l’impossibile); un moto borghese può essere o non essere progressivo e, in base alla valutazione della sua progressività, lo si dovrà o meno appoggiare. Esempio: “Le guerre anti-imperialiste condotte dalla borghesia coloniale non sono state e non saranno invariabilmente progressive in ogni condizione e in ogni tempo. Il loro carattere deve sempre essere deciso in base a fattori interni ed internazionali. Interni: se la guerra è condotta a prezzo di una terribile oppressione degli operai e contadini indigeni (ve la figurate una guerra che non opprime, o che, poiché sembra sia un problema di gradi, opprima poco contadini e operai?) allora, per quanto possa sembrare che abbia un ruolo progressivo nella lotta contro la potenza imperialista, è però reazionaria… Internazionali: se la guerra si svolge fra un paese coloniale da una parte e una potenza imperialista dall’altra, essa è progressiva; se invece è condotta (o in ultima analisi finisce per esserlo) fra due potenze imperialistiche e diviene perciò parte della guerra imperialista… perde il carattere progressista che aveva alle origini” – come se nell’era dell’imperialismo monopolistico ed accentratore, una nazione coloniale potesse mai condurre una “guerra coloniale pura” e non essere, sul piano borghese, pedina di un’altra grande potenza imperialistica. Risultato finale: i trotzkisti si batteranno per l’indipendenza coloniale anche nei quadri di una guerra condotta dalla rispettiva borghesia sfruttatrice, rivendicando il diritto di essere ad un tempo soldati disciplinati e rivoluzionari intransigenti.

È bene che le posizioni trotzkiste vengano portate all’assurdo, come in questo caso, nello sforzo di portarle alle loro conclusioni logiche. L’assurdo, in realtà, è alla base dell’intermedismo di quest’affannosa ricerca di tappe e conquiste progressive in una società che non ha più nulla da dare al proletariato oltre alla guerra. Messi su quel piano inclinato, si va in fondo: o si abbraccia la guerra senza condizioni, o si sfoglia la margherita per decidere se la guerra è o non è progressista, se farà o no soffrire i proletari, se sarà fatta fra potenze imperialiste o fra coloni e colonizzatori. E, poiché la risposta della margherita non è mai precisa, ci si butta nella guerra, salvando la faccia con la dichiarazione che si conserva la propria fisionomia indipendente… col risultato di fungere da carne da macello per la propria borghesia o per la “sesta parte socialista del mondo”, e di riceverne come ricompensa finale, oltre il danno, le beffe.

Le quali sono, in fondo, meritate, giacché, se il problema è di trovare con la lampada di Diogene gli anelli intermedi del “progresso” in regime borghese, a che pro un doppione di quella “democrazia progressiva” che lo stalinismo ha smerciato in tutti i porti del mondo? 

NOTE

  1. In “Forth International”, sett.-ott. 1947, p. 242: “Open Letter to Workers and Peasants of Japan”. ↩︎
  2. In “Forth International”, Numero di ott. 1947, p. 253. ↩︎