Partito Comunista Internazionale

Rassegna Comunista 10

L'attività del P.C. in Italia

Con la data che corrisponde alla pubblicazione di questo numero della Rassegna la Centrale del Partito Comunista d’Italia si trasferisce da Milano a Roma. Con essa passerà a Roma la nostra redazione, mentre inizia le pubblicazioni quotidiane Il Comunista, organo centrale del partito, fin qui bisettimanale.

Nello stesso tempo riprende a Trieste le pubblicazioni il quotidiano Il Lavoratore distrutto l’anno scorso febbraio dalla prepotenza dei bianchi.

È un nuovo periodo di intensificata attività che si apre nella vita del nostro partito, il quale prosegue la sua strada con sempre maggiore sicurezza ed energia, in mezzo ad avversità di ogni natura, da cui esso va traendo efficacemente la miglior tempra della sua struttura e della sua tattica.

La statistica delle forze dell’organizzazione del partito, che la Centrale sta ultimando, ne fissa il numero dei membri regolarmente “tesserati” a circa 40.000, ben suddivisi ed inquadrati nelle Federazioni e Sezioni locali. A essi si affiancano quasi altrettanti giovani comunisti – e tutti sanno che data la natura del movimento giovanile in Italia, si tratta, più che di un movimento secondario dedito a speciali compiti tecnici, di una vera forza politica che si somma in una sintesi perfetta con quella del partito.

A questi effettivi non disprezzabili – ai quali stanno di fronte effettivi apparentemente più numerosi del partito socialista, ma che non reggono ad un attento confronto, a parte ogni considerazione “qualitativa”, se soltanto si esaminano le regole di organizzazione che adottano i due partiti – si congiunge una compattezza ed omogeneità teorica, tattica e disciplinare che non tutti i partiti, anche comunisti, possono vantare.

Il partito si addestra sempre meglio all’incessante combattimento: la sua rete organizzativa è ormai tale da non essere mai raggiunta nei nodi vitali dai colpi incessanti della reazione statale, e le sue formazioni lottano con successo contro le bande reazionarie del fascismo, benché queste siano sostenute dalla logica connivenza governativa e dalla ignomignosa complicità socialdemocratica. Non sono pochi i nostri caduti e i nostri martiri: ma essi non sono più soltanto vittime impotenti, e l’avversario deve mordere frequentemente la polvere.

Si potrebbe domandarsi, specialmente all’estero, se il nostro partito non abbia raggiunta tanta compattezza, omogeneità e disciplina, perdendo in quantità quello che ha guadagnato in qualità, straniandosi cioè troppo dalla grande massa proletaria, che, come taluni fatti starebbero ad indicare, seguirebbe ancora, sebbene senza slancio, il vecchio partito socialista.

Non è così. Anche i 300.000 voti nelle elezioni contro i 650.000 dei socialisti, e il 500.000 voti contro un milione del Congresso della Confederazione del Lavoro, se considerati con sufficiente corredo di elementi critici, rivelano un contatto sicuro tra il partito e le masse, che riesce a tradursi in cifre malgrado le influenze delle mille sopraffazioni borghesi e delle mille soperchierie socialdemocratiche.

Ma si convince ancora di più che così non è, chi sia al corrente ed intenda appieno lo stato d’animo delle masse nel momento attuale. Con progressione sicura, senza fare uso di demagogia, senza contare su terni al lotto e su effetti miracolosi di semplici accorgimenti tattici, il partito guadagna terreno tra le masse in modo impressionante – in modo impressionante soprattutto per i partiti borghesi di governo, e per il partito socialista, partito di governo di domani.

Il Partito Comunista d’Italia si sta costituendo da tempo una struttura sindacale agile e completa che ne assicura rapporti di efficace collegamento con le grandi masse degli operai ed anche dei contadini organizzati. Nonostante la difficile situazione del movimento sindacale italiano, e l’esistenza di organismi di sinistra a tendenza sindacalista ed anarchica che facilmente potrebbero deviare il lavoro di rivoluzionamento delle masse soggette ai funzionari riformisti, la influenza del partito sulla vita sindacale del proletariato, e la sua attrazione in genere anche verso gli strati dei disoccupati e dei disorganizzati, si va sensibilmente estendendo.

Le parole d’ordine lanciate dal partito, oltre ad avere eliminata ogni incertezza tattica nei compagni che lavorano nelle organizzazioni dinanzi ai vari problemi anche contingenti del movimento, hanno risvegliata tra le masse una viva simpatia ed un largo consenso.

Per coordinare tutto questo lavoro si è tenuto a Milano recentemente un riuscitissimo convegno delle organizzazioni che seguono le direttive del partito comunista. Dal convegno, attraverso lavori seri e fattivi, è uscita la più completa intesa nella migliore preparazione per il lavoro verso gli obiettivi sindacali del partito; unità proletaria, adesione a Mosca di tutti i Sindacati italiani, rovesciamento dell’influenza di dirigente riformisti della Confederazione del Lavoro, affermazione della proposta comunista per lo sciopero generale nazionale contro l’offensiva dei capitalisti (attacco ai salari e ai patti agricoli, disoccupazione, insidia nel diritto di organizzazione).

Quanti al convegno hanno assistito ne hanno tratta la miglior impressione. Non vi è nel partito il minimo dissenso sulla tattica sindacale da tenere: vi è solo da utilizzare al massimo il desiderio generale di fare di più, di raggiungere sicuramente e rapidamente le posizioni che devono essere conquistate.

Il Comitato sindacale del partito, pur conservando lo stretto contatto con la Centrale politica, rimane a Milano, dove si pubblicherà altresì Il Sindacato Rosso, organo sindacale del partito.

Delle conclusioni dell’importantissimo convegno non sarà inutile riportare su queste pagine quella riguardante l’unità proletaria in rapporto alla sistemazione internazionale del movimento operaio d’Italia, che definisce le posizioni di questo delicato problema dal punto di vista comunista:

“Il convegno sindacale comunista, riunito con la rappresentanza dell’Esecutivo del Partito, udita la relazione della delegazione al Congresso internazionale dei Sindacati Rossi; dopo adeguata discussione sulla situazione internazionale degli organismi sindacali italiani e sul problema della unità proletaria, facendo integralmente propria la piattaforma della Internazionale Comunista, constata con compiacimento che le decisioni del Congresso di Mosca confermano in tutto e per tutto le direttive di azione sindacale dei comunisti italiani già indicate, dinanzi ai vari problemi, dal Comitato Esecutivo e dal Comitato sindacale, e che si concretano nei capisaldi seguenti:

1) I comunisti lavorano nell’interno della CGdL contro l’indirizzo e la influenza degli attuali dirigenti socialdemocratici per ottenere l’adesione alla Internazionale Sindacale Rossa.

2) I comunisti si presentano come loro principale obiettivo sindacale il raggiungimento dell’unità di tutte le organizzazioni economiche del proletariato italiano e si impegnano a fiancheggiare tutta l’opera che svolgerà in questo senso l’Esecutivo dell’Internazionale Sindacale Rossa sulla base del principio fondamentale di tendere alla unificazione di tutte le forze proletarie nella più potente centrale sindacale, tanto se questa aderisce o non aderisce a Mosca.

3) I comunisti che militano nella USI, organismo aderente all’Internazionale Sindacale Rossa, restino nei suoi ranghi e non svolgano opera per il passaggio dei singoli sindacati alla Confederazione Generale del Lavoro, ma appoggino con tutte le loro forze l’unificazione dell’USI con la CGdL.

4) D’altra parte dei comunisti militanti nell’USI non possono svolgere opera per il passaggio dei singoli sindacati dalla Confederazione all’USI.

5) Se le forze dei comunisti e della ISR per la unificazione proletaria in Italia non raggiungessero il loro scopo, la posizione dei comunisti rispetto alla USI dipenderà dalle decisioni della ISR.

6) Nel Sindacato Ferrovieri Italiani e in altri sindacati autonomi i comunisti sostengono l’adesione alla Internazionale Sindacati Rossi e la unificazione con la massima organizzazione proletaria italiana.

Il convegno fa voti che gli sforzi concordi di tutti gli elementi veramente rivoluzionari conducano alla realizzazione dell’unità sindacale dei lavoratori italiani, base indispensabile per lo sviluppo rivoluzionario della lotta per il Comunismo”.

Su questo problema, e sull’altro di imporre alla Confederazione il movimento generale di difesa proletaria e al tempo stesso di offensiva rivoluzionaria dinanzi all’attacco del capitalismo, s’impernia il lavoro che il partito comunista si prospetta e nel quale esso ha già registrato lusinghieri successi. Nell’agitazione di questi giorni gli operai, accorgendosi del tradimento e della viltà dei loro attuali capi, si rivolgono sempre più fiduciosi verso il partito comunista e il programma di lotta che esso presenta proletariato.

Questo incremento di attività e di influenza del nostro partito va seriamente preoccupando i nostri nemici naturali: borghesi e socialisti opportunisti.

Il governo borghese considera come una vera calamità il passaggio delle organizzazioni dai socialisti e comunisti: ed in ciò non ha torto. Esso si prepara ad una serie di misure politiche destinate a stroncare la nostra attività laddove questa sta per avere ragione dei socialdemocratici.

Nella città e nella provincia di Milano, ad esempio, mentre nessuna limitazione è posta alla pubblica attività del partito socialista, si vieta ogni manifestazione ai comunisti, dal comizio pubblico alla conferenza privata di coltura, alle adunanze di partito. Ciò non vuol dire che comizi, assemblee e conferenze non si tengano ugualmente, malgrado questo trattamento di eccezione.

Il partito socialista – verso il quale nelle note dei numeri precedenti abbiamo abbastanza definito l’attitudine del nostro partito – deve intanto uscire dalla tattica molto comoda osservata fin qui di occuparsi di noi il meno che poteva. Benché esso senta che se accetta la polemica con noi non tarderà ad essere liquidato dinanzi alle masse, pure deve uscire dal silenzio vergognoso che ha finora tenuto dinnanzi ai nostri categorici inviti a contrapporre al nostro preciso programma di azione proletaria un altro programma degno di tal nome, perché le masse potessero scegliere.

Ma il partito socialista non può condurre contro di noi che una offensiva di insidie laterali. È troppo vile e inetto a movimenti decisi per un attacco frontale. Quindi la stampa socialdemocratica esaurisce le ultime risorse demagogiche in insinuazioni stupide contro i comunisti, che chiama i nemici di sinistra, mentre la borghesia sarebbe la nemica di destra (nemica con cui non si disdegnano contatti e accordi) mentre, ad esempio, gli anarchici sono sempre stati considerati “amici”, se non compagni. Il partito socialista e i suoi scribi parlano di concomitante azione comunista e borghese contro di esso; mentre invece, come dicevamo, e come risulta da elementi molteplici, il governo borghese del socialriformista Bonomi sta preparando le sue batterie per salvare i bonzi confederali e i futuri ministri socialdemocratici dal travolgente attacco comunista.

L’alleanza borghese-socialdemocratica contro il divenire e l’avanzare della rivoluzione proletaria comunista: ecco, ancora una volta, la sintesi più evidente della situazione.

Fiume e il proletariato

Nelle ultime ore della guerra italo-austriaca, mentre a Villa Ada si stipulava l’armistizio, e mentre sbarcavano a Trieste le forze italiane chiamate dal governo provvisorio di quel regime effimero che localmente chiamano ancora ” la rivoluzione “, Fiume veniva occupatata dalle forze interalleate, anch’essa dopo un breve interregno in cui la proletaria cittadinanza aveva già designato l’autonomia della ” libera città “.

Fiume a Vella ed a una situazione etnografica non molto dissimile da quella di Trieste: la città in maggioranza italiana, il contado prettamente slavo: trattandosi però di croati anziché di sloveni. Anche sotto il regime della duplice monarchia danubiana Fiume era contesa tra l’Ungheria la Croazia, e vecchie questioni circa la precisa ripartizione territoriale nella prossimità orientale della città pendevano insolute. D’altra parte il movimento irredentista italiano da tempo poneva al binomio Trento e Trieste un contorno in cui rientrava Fiume, come vi rientrava – questione di buona volontà! Il litorale dalmata del mare amarissimo.

Gli impegni contati dall’Italia verso gli alleati al momento di intervenire in guerra contro gli imperi centrali, concretati nella ormai famoso il patto di Londra stipulato dal governo di Salandra alla vigilia dell’intervento, comportavano però la cessione di Fiume al futuro Stato serbo-croato che doveva sorgere, come poi sorse, dallo smembramento dell’idea del lato impero absburghese. Essi d’altra parte prevedevano altre concessioni territoriali all’Italia, contrastante con i piani dell’imperialismo serbo, notoriamente, e con grande rispetto dei nostri nazionalisti, alimentati a Londra e a Parigi, che spingevano le loro richieste fino alle porte di Udine, ossia al di là del vecchio confine italo-austriaco, includente talune zone di popolazione slava.

Il conflitto tra i due imperialismo e si delineava come uno dei più gravi problemi della tormentata sistemazione europea dopo la guerra; ed è noto come essa restasse tra quelli che il trattato di Versailles non definì. Non era facile – come lo era il dettare condizioni vinti – mettere da accordi vincitori nel novero dei quali il nascente Stato jugoslavo veniva ad assidersi. Era dunque attraverso diretti negoziati che Italia Jugoslavia dovevano tracciare il loro confine.

La polemica fu inasprita dal fatto che alla diplomazia italiana riusciva impossibile uscire dai limiti del tassativo impegno del 1915, e il nazionalismo italiano, miscuglio del 90% di industrialismo di guerra e del 10% di avanzi scoloriti dalle ideologie nazionale piccolo borghese nutrita di molta letteratura in decomposizione, si esasperò nella difesa della ” italianità di Fiume”, mentre si delineava l’altra tesi dell’autonomia della città che avrebbe costituito un fratello indipendente tra Jugoslavia ed Italia.

Conveniva al nazionalismo, che dopo aver nel 1914 invocato la guerra al fianco dell’Austria, passando quindi a delirare dei più accesi entusiasmi per l’alleata Intesa, soffiava nel fuoco dei dissensi tra i vincitori intenti a spartirsi il bottino, esagerare il pericolo che Fiume venisse concessa alla Jugoslavia dal governo di allora, diretta da Nitti. Questi nella politica borghese e nei suoi riflessi sui raggruppamenti capitalistici rappresenta l’antitesi del partito nazionalista e della cosiddetta ” destra “, il cui l’uomo – Salandra – pur si dibatte ancora con la freccia del patto di Londra nel fianco, crudelmente in tutte le occasioni affondata dalle mani dei ministri nittiani o giolittiani in pericolo.

Sotto questo aspetto di ipernazionalismo si presentava la reazione borghese al movimento proletario rivoluzionario che grandeggiava  almeno in apparenza dopo l’armistizio, e di cui Nitti sapeva molto meglio che pensare. Ma noi non vogliamo lasciarci attrarre, nel rammentare i precedenti della questione fiumana, per occuparsi dell’attuale sistemazione di Fiume, in un esame della situazione politica italiana tanto connessa a quella questione, che troppo lungi ci condurrebbe.

Nella notte del 12 settembre 1919 Gabriele D’Annunzio, partito da Venezia nel pomeriggio, ” febbricitante ” – questa volta cronaca è leggenda sono state generate insieme: la storia la letteratura si sono amichevolmente poste d’accordo sul programma, così come certi spettacoli in cui si esibisce la buona società si predispongono in vista del resoconto; l’attore ed il cantore delle gesta hanno iniziato a tempo l’opera loro – muoveva dal cimitero di Ronchi presso Trieste, con forse 1000 uomini marcianti su autocarri, alla volta di fiume.

Fiume era occupata per conto degli alleati da forze italiane. Forze italiane vigilavano attorno alla città, la linea di armistizio. Tutta la Venezia Giulia e contorno di Trieste erano tuttora tenuti da forze imponenti dell’esercito italiano, i ” legionari ” – in nome gli aggettivi facevano parte del ben ponderato progetto, e fu assicurata un’economia notevole alla classica ” fantasia popolare ” già surriscaldata troppo facilmente in altri tempi dalle gesta garibaldine di altri meno avveduti eroi – passarono senza difficoltà, e insieme al battaglione fiumano che loro era venuto incontro sulla linea di armistizio, entrarono in Fiume, prendendone possesso, benché il generale Pittaluga telegrafasse ingenuamente a Nitti di tenere ancora di comando, la mattina seguente all’entrata di D’Annunzio.

L’onorevole Nitti – che pur essendo l’avversario inconciliabile di Totonno Salandra, divide con lui agli occhi di questa smidollata sarcastica borghesia italiana la grave colpa di essere un ” cafone ” -ricevendo la notizia di quanto era avvenuto mentre si svolgeva la seduta della Camera e l’ex-premier Boselli balbettava le sue giustificazioni umili e postuma per la disfatta di Caporetto, interruppe la discussione tra l’universale stupore con un pugno sul banco ministeriale e forse una bestemmia vernacola, e dandosi a gesticolare incompostamente apostrofò il ministro della guerra che gli sedeva accanto e infine si allontanò smagliando quello che è stato morso dalla tarantola. Ma era poi sincera la indignazione del presidente del Consiglio? Derivava essa dall’essere completamente al buio di quanto si tramava da tempo, con l’invio a Fiume di molti e molti giovani di belle speranze e con 1000 altre manifestazioni notte all’ultimo pettegolo dell’Aragono? Occorrerebbe supporre che Nitti oltre all’epiteto di cafone meditasse quello di ” stesse virgolette, il che non ci sembra giustificato. Piuttosto noi azzarderemo l’ipotesi che non è il fatto in sé ma certi dettagli della sua esecuzione avessero sorpreso il Nitti: egli doveva sapere, ma fu forse giocato su certe modalità concordate.

Non vogliamo lasciarci sedurre dalla storia dell’impresa dannunziana, tanto più che a quanto sembra prima ancora di effettuarla il ” poeta ” deve avere chiesta all’ufficio dei brevetti una regolare privativa in materia. Non ci sentiamo la stoffa dello storico, mestiere che gli ideologi mezzi straordinari, e, quantomeno, la precauzione di inviare un operatore cinematografico sul teatro degli avvenimenti, con opportuna preveggenza.

A Fiume si instaurò un regime sui cui caratteri non vogliamo soffermarci. Abbiamo avuto recente occasione di visitare la città, e non intendiamo scrivere con intenti critici, ma solo per illuminare i lettori con i dati che abbiamo raccolti. Gli elementi fiumani a noi più vicini, i lavoratori e i compagni comunisti o simpatizzanti, si esprimono nel senso che in regime d’Annunziano era intollerabile e che le prepotenze nelle vessazioni contro lavoratori erano continue, ma attribuiscono questi fatti più all’ambiente che s’era formato intorno al ” comandante ” che lui stesso, di cui da pochi si sente parlare con avversione. Nel novero della leggenda pura vanno naturalmente ricacciate le voci sulle leggende soviettiste del regime o del progetto di costituzione d’Annunziano: quando si sarà detto che mai nessuna parte ebbe il proletariato cittadino negli affari politici, mentre D’Annunzio era a Fiume, salvo qualche incontro dei dirigenti proletari col Comandante, che non condusse a nessuna conclusione, e che è praticamente la città fu governata da pochi elementi locali borghesi ed ai militi venuti di fuori ” redimerla “, tutto sarà stato detto; e sarà anche inutile ricordare come fosse lasciato cadere il telegramma di D’Annunzio a Lenin inviato nel giugno 1919. Si Ucet parva… diremo che, come molti borghesi e controrivoluzionari russi invocano la fine del regime dei soviet con la permanenza di Lenin a capo dello Stato, così forse alcuni operai fiumani hanno pensato che se ne fossero andati tutti gli avventurieri e i lanzichenecchi del legionalismo a e del fascismo, che costituivano una grande maggioranza dei ” liberatori”, il cittadino d’Annunziano non sarebbe stato un governatore peggiore di un altro. Ma la storia non si ferma a questi sentimentalismi: ricordate da interlocutrice di De Amicis, allora preoccupato del buon nome della patria dinastia, in “Spagna”? La repubblica, con “don Amedeo” presidente… Don Amedeo morì e la repubblica iberica deve ancora nascere.

Il 11 novembre del 1920 le delegazioni italiana e jugoslava sottoscriveranno a Rapallo il trattato che, definendo il confine tra i due estati, assegnando all’Italia Zara, creava legalmente il nuovo Stato, indipendente fiumano, costituito dall’antico ” corpus separaratum” quale era delimitato dalla circoscrizione amministrativa austro-ungherese, con l’aggiunta ad occidente di un piccolo tratto di territorio che portasse il nuovo Stato a confinare con l’Italia verso Mattuglie e Abbazia.

D’Annunzio rifiutò di riconoscere il trattato, al quale governo della “Reggenza” non aveva partecipato. Occupò anzi le isole di Arbe e di Veglia, che il trattato assegnava alla Jugoslavia. Il Natale del 1920 vedeva l’epilogo, se non della “vexata questio” fiumana, dell’avventura del poeta, con l’occupazione militare della città e del territorio da parte dei regolari italiani al comando del generale Caviglia. Il poeta, ferito dai calcinacci staccati da due cannonate della flotta italiana contro la facciata del palazzo governatorale, lasciava Fiume ad uno dei tanti governi provvisori transitori ed eccezionali,  vi si costituiva per preparare una costituente, mentre in attesa di ulteriori definizioni delle trattative con gli jugoslavi restavano a presidiare la città le forze italiane.

Scoppiò in seguito alla questione di Porto Barros. Il 16 febbraio, alla Commissione degli Esteri, il ministro Sforza era investito dai nazionalisti che gli chiedevano spiegazioni sulla destinazione del porto Barros e del delta dell’Eneo. Il 24 Giolitti rifiutava alla Camera dei deputati di dare tali spiegazioni. In seguito allo scioglimento della Camera e alle nuove elezioni il dibattito ritornava a galla: il 25 giugno Sforza confessava che il porto e il delta erano assegnati alla Jugoslavia, il 26 il ministro Giolitti cadeva, con i voti contrari della estrema sinistra sulla sua politica interna sommati a quelli dell’estrema destra contro la sua politica estera…

poiché siamo in argomento diciamo qualche cosa dei dati topografici di questa famosa questione di confini. È ovvio premettere che dal punto di vista proletario e comunista si possono concludere che ogni soluzione contingente in base a criteri che regolano l’azione diplomatica degli Stati borghesi, non solo non conduce ad un assetto che soddisfi il “principio di nazionalità” ma crea situazioni assurde ed illogiche sotto qualunque aspetto si voglia considerarle. Mettendosi per un momento dal punto di vista dei contrattattori di Rapallo, si deve credere a i maligni che insinuano che essi non avessero mai data un’occhiata ad una carta topografica di Fiume, e che i diplomatici jugoslavi, meglio e doti dei particolari della questione, abbiano saputo giocare i colleghi italiani?

L’abitato della città di Fiume si distende lungo la costiera al nord del Golfo del Quarnero (non sia bestemmia non chiamarlo ” Carnaro”) tra la collina e il porto. Esso ha quindi una disposizione molto allungata da ovest ad est. La parte orientale dell’abitato costituisce il sobborgo di Sussak, separato dalla città dal corso del fiume Erneo. La limitata larghezza del letto di questo fiumicello e delle due strade laterali ( talvolta una sola ), rappresentano tutto l’intervallo che corre tra le case di Fiume e quelle di Sussak. Sul fiume passano due ponti; quello della strada e quella della ferrovia per Buccari, oggi inattiva, che mette Fiume in comunicazione con la Jugoslavia.

Il primo fu distrutto ed il secondo cadde, in conseguenza della esplosione prodotta dai dannunziani al momento dell’attacco di Natale, esplosione che per la sua violenza fece molte vittime umane. Oggi il primo è sostituito da un ponte provvisorio in legno, il secondo è stato rialzato e rimesso a posto.

Scendendo il corso del fiume, dopo il ponte distrutto si incontra un corso d’acqua deviato verso destra, ossia verso occidente, il quale non comunica con la corrente dell’Eneo che per un tratto sotterraneo d’altronde brevissimo, ed appare all’osservatore come un canale di acqua marina. È la ” fiumana “, tra la quale e il corso dell’Eneo, nell’ultimo tratto verso lo sbocco in mare, resta compreso un pezzo di terra di forma pressoché triangolare, ossia il famoso Delta.

Sussak è stata assegnata alla Jugoslavia, e il corso dell’Eneo non è il confine fino al mare, ma solo fino alla origine della fiumana, seguendo poi il confine lungo la fiumana stessa. Il Delta non è attualmente abitato, ma è occupato da magazzini e depositi di legname.

Mentre l’Eneo sbocca al di fuori del porto verso oriente, la fiumana sbocca invece nello specchio d’acqua del porto Barros. Oggi questo si chiama ” porto Nazario Sauro”, ma a Fiume tutte le vie e le località hanno negli ultimi tempi così spesso cambiato nome che i fiumani stessi non ci si raccapezzano più: figuriamoci un fugace visitatore. Il famosissimo Porto Barros resta in realtà ad oriente del porto di Fiume, se è per questo si vuole intendere il porto principale, limitato al nord dalla costa, ad est dal molo principale, a sud-est dalla diga foranea. Ma in realtà una imbarcazione che passi tra il molo e la diga foranea, che sono consecutivi e congiunti da un ponte girevole, si trova senz’altro nel porto Barros, che un’ulteriore molo orientale d’angolo recinge dalla parte opposta. Così pure chi, senza aver varcato alcun confine politico e senza essersi misticamente preparato ad un atto tanto solenne, passeggi lungo la banchina del molo principale, non ha che a passare dall’una all’altra sponda di questo per trovarsi sulla riva del porto Barros.

Quando chi scrive ha visitato la località, Sussak, il Delta, il porto Barros erano, come sono tuttora, presidiati dai carabinieri italiani. Però per varcare la linea della fiumana e il ponte di Sussak occorrevano speciali permessi documenti, trattandosi di accedere alla zona che verrà data agli jugoslavi, o quanto meno ad una zona in contestazione. È anche noto che poco dopo la partenza di D’Annunzio, e quando si cominciò a parlare della questione del Porto Barros, questo fu occupato da un gruppo di Arditi, che vi presidiarono, tricolore elevato, il modo e due vecchi piroscafi. Attorno a questi ultimi campioni della grande gesta, che giorni addietro sono partiti abbandonando l’impresa, si stringeva il blocco delle forze italiane. Blocco abbastanza sui generis, ove si pensi che i bloccati potevano passeggiare nella città al solo patto di deporre la divisa, e che è in rifornimento con imbarcazioni si svolgeva sotto gli occhi dei bloccatori, i quali si limitavano a dire come la celebre guardia del Porta: non si può, non si può!…

Checché ne sia di tutto questo, e checchè valgano i compromessi della diplomazia e gli isterismi nazionalisti, difficilmente si potrebbe sostenere che il porto Barros sia una cosa indipendente dal porto di Fiume, e possa funzionare sotto diversa gestione amministrativa e addirittura sotto diversa sovranità politica. È perfino difficile concepire come si farà il tracciamento del confine, se la banchina occidentale del porto, ossia una striscia del molo principale resterà alla Jugoslavia: come potrebbe questa d’altra parte avere un porto senza tutte le banchine che ne circondano lo specchio d’acqua?

Ma le suddivisioni territoriali, specialmente sulle carte, si possono tracciare in 1000 modi: ciò che bisogna considerare è l’aspetto economico e sociale del problema, di cui diremo qualche cosa, in modo sommario e per venire finalmente a parlare dei suoi punti di incontro con gli interessi della classe lavoratrice.

Fiume è una città proletaria, per il fatto stesso di essere un centro superficialmente industriale e commerciale. Nei tempi del massimo sviluppo che trovavano lavoro più di 15.000 operai addetti soprattutto al porto, e quindi al cantiere, al silurificio, a stabilimenti metallurgici minori e ad altre industrie ( raffineria, petrolio, cioccolato, ecc.). Abitavano naturalmente la città molti marinai delle flotte mercantili che vi mettevano capo. Tutti questi lavoratori erano economicamente ben organizzati, e avevano piena fioritura tutte quelle istituzioni proletarie così diffuse nella Venezia Giulia, di assistenza, mutualità, cooperazione, ecc.

politicamente il proletariato fiumana era diretto prima della guerra da una sezione del partito socialdemocratico ungherese. Quando sorse il partito comunista in Ungheria, e si fuse poi con i socialdemocratici alla vigilia dell’avvento della dittatura proletaria, i compagni fiumani furono aderenti ad esso. In seguito gli eventi li isolarono, ed essi svolsero un’azione assai poco collegata, per ragioni di forza maggiore, con quella dei partiti proletari dei paesi confinanti.

Oggi la situazione del proletariato di Fiume è estremamente critica, in relazione a quella che è è la situazione economica della città. Fa una impressione penosa percorrere le banchine e i parchi corredati con tutte le risorse della tecnica moderna di impianti potentissimi, e vedere crescere l’erba sulle banchine e tre binari, e la ruggine e la mancanza di manutenzione rovinare i macchinari inerti. Nel porto solo alcuni piroscafi in disarmo, che anch’essi sono immagine penosa di inerzia e di paralisi, qualche nave petrolio era, le navi da guerra italiane. Ridotto ad una intensità insignificante è il movimento dei battelli per passeggeri che prima incrociavano frequentissimi tra i prossimi a ridenti arcipelaghi.

Il grande cantiere navale lavora in parte, ma le industrie riducono il personale e minacciano la serrata. Si calcola che l’ 80% dei lavoratori siano disoccupati, e quindi in lotta con la miseria.

La ferrovia verso l’Italia, che raggiunge la prima stazione italiana ad Abbazia-Maltuglie, e quindi per San Pietro del Carso e Nabresina stabilisce comunicazioni tutt’altro che rapide con Trieste, funziona, ma è l’unica che alimenti la vasta stazione prossima al porto; dalla parte jugoslava la ferrovia è inattiva ed ogni commercio è da tempo interrotto. Fiume, nella situazione attuale, non è più lo sbocco di un retroterra, ed attende da ulteriori provvedimenti la rinascita del suo movimento commerciale. D’altra parte Italia e Jugoslavia non mancano riporti e non hanno bisogno di quello di Fiume per lo sbocco marittimo dei loro traffici. Perché Fiume abbia un movimento di traffici dalla parte nord-ovest della Jugoslavia, dall’Austria e dall’Ungheria e dai paesi retrostanti, molte cose dovranno mutare, che dovrebbe divenire realtà quel consorzio internazionale del porto di cui tanto si parla, e che ricongiungerebbe alla città il Porto Barros come cointeressenza della Jugoslavia. Nella situazione attuale in quella che dura da mesi, di una separazione assoluta della città dal suo hinterland, mancano a Fiume i polmoni per respirare.

L’irrisorio territorio agricolo non basta certo ad alimentare, non diremo la città, ma forse neppure se stesso, e quello del vettovagliamento è un grave problema, risolto ora dal diretto intervento dello Stato italiano, ma su basi evidentemente artificiali e transitorie.

Apparentemente la vita nella città è normale. Il centro all’ora della passeggiata è affollatissimo di belle donne ed eroi di professione, nonchè di avventurieri internazionali.

Ma la vita della massa della popolazione dietro questa apparenza di fasto è grama; il malessere ed il malcontento si accrescono ogni giorno. Il male è che l’incertezza continua della situazione e del domani, le mille vessazioni subite, i continui colpi di scena politici seguiti da continue delusioni,hanno indotto la massa proletaria ad uno stato di apatia da cui pare non riesca a riscuotersi.Socialmente e politicamente la classe lavoratrice sarebbe la più forte nella città e nello Stato di Fiume, ma a Fiume convergono troppe forze economiche e politiche borghesi dall’esterno perchè il proletariato possa svolgere con successo la sua lotta contro la borghesia locale.

Qualunque sia l’assetto di Fiume, è evidente che le minoranze dirigenti locali della borghesia e della piccola borghesia si orienteranno verso i governi dei paesi confinanti e dalla loro protezione attingeranno la forza per impedire al proletariato locale di spingersi troppo oltre sulla via dell’affermazione dei suoi diritti. Da questo, naturalmente, scaturisce la necessità per i lavoratori fiumani di stringere i soldi vincoli con i loro compagni d’Italia e di Jugoslavia per la lotta contro il nemico comune.

Finora proletariato non ha avuto libertà di azione nel campo sindacale politico, avendo dominato il regime dell’arbitrio. È noto che i dannunziani, capitanati da quel Alceste De Ambris che ancora oggi si atteggia sindacalista, hanno ripetutamente invase e distrutte le sedi riunite degli organismi proletari di Fiume. Gli organizzati soprattutto gli organizzatori non hanno mai goduto libertà di movimenti: soprattutto è sempre stata sospesa su di loro come una spada di Damocle la minaccia dello sfratto da Fiume, che si ricollega ad una delle più delicate questioni locali. A Fiume, sotto i vari governi che si sono succeduti, l’indipendenza statale ha recato questo ?, che mentre tutta una teoria di delinquenti di mascalzoni vi sì è tranquillamente insediata e vi vive indisturbata, gli stessi cittadini che da anni vi dimoravano e vi lavoravano sono in pericolo di esserne cacciati come stranieri.

Per avere a Fiume tutti diritti di cittadinanza, di voto, di residenza, occorre essere “pertinenti ” alla città. Quello della pertinenza è un criterio della vecchia legge amministrativa austriaca sopravvissuto alle mille vicende attuali. Nel 1874 vengano dichiarati pertinenti tutti coloro che da cinque anni dimoravano nella città. In seguito la pertinenza non si poteva ottenere che per una deliberazione dell’autorità comunale, che, essendo nelle mani di borghesi, fu sempre restia a concederla ai lavoratori. Si dava così il caso di autentici fiumani e figli di fiumani, che da decenni vivevano nella città, senza avere la pertinenza. Oggi che il comune è divenuto uno Stato a sè, le migliaia e migliaia di fiumani non pertinenti alla città sono considerati come stranieri, la loro presenza è soltanto tollerata, e un decreto dell’autorità locale, quale che essa sia, basta a sfrattarli!

Il governo d’Annunziano che agiva in accordo con il consiglio comunale di Fiume, si guardò bene dal concedere la pertinenza agli operai e tanto meno ai socialisti e comunisti considerati come avversari pericolosi. In tanto venivano nominati cittadini fiumani tutti gli armati che vi affluivano ad ingrassare le schiere dei ” liberatori”.

Il governo provvisorio costituitosi dopo la partenza di D’Annunzio nel preparare le liste per le elezioni dell’assemblea costituente non concesso il diritto di pertinenza che  ai propri simpatizzanti, e manovrò anzi in ogni modo, soprattutto per le ingerenze del fascismo fiumano, protetto dall’autorità italiana anche dopo la fine della Reggenza, per manipolare le liste da qui erano esclusi per una gran maggioranza i proletari di Fiume, mentre vi figuravano persone che giunsero per la prima volta Fiume poche ore prima della votazione.

Il proletariato si trovava e si trova dunque in una condizione di inferiorità evidente, non solo perché privo del diritto di voto, ma anche perché il non avere dei diritti di cittadinanza espone i lavoratori, e i loro organizzatori a tutte le rappresaglie, culminanti in quella comodissima perché avversari, dello strato dalla città.

Nelle elezioni dell’assemblea costituente si trovavano di fronte due partiti borghesi: il blocco nazionale, comprendenti vari partiti, ma in realtà gravitante attorno al fascismo, che aveva per programma l’annessione di Fiume all’Italia; ed il partito di Zanella, accusato dai primi di essere filo croato e fautore dell’autonomia e dell’accettazione del trattato di Rapallo. Nulla di buono poteva aspettarsi da questi due partiti i lavoratori. All’epoca delle elezioni esisteva il Partito Socialista di Fiume, che ancora conserva tal nome.

Il partito, che gode largo seguito tra le masse e che è alla testa di tutte le organizzazioni, eccettuati pochi gruppi dissidenti di lavoratori del porto diretti da elementi malsicuri (non val la pena di calcolare gli ipotetici organizzati della ” Camera del lavoro italiana ” ossia fascista), non avrebbe potuto adeguatamente affermarsi appunto per il modo con quelle liste erano state messe insieme, e si astenne. In realtà i lavoratori non vedevano con dispiacere la vittoria del partito zanelliano, sia per sottrarsi in un modo qualunque al prolungarsi del regime fascista, sia perché lo Zanella aveva accortamente fatto intendere che in caso di vittoria del suo partito si sarebbe affrontata la spinosa questione della pertinenza concedendo tutti diritti politici a coloro che nel 1918 dimoravano a Fiume.

L’astensione, noi riteniamo, se è venga rispettata dagli iscritti al partito, non lo fu da lavoratori, che votarono la lista zanelliana.

In realtà a Fiume nessuno o quasi vuole o ha voluta l’annessione all’Italia, soluzione estremista è esagerata della questione. La lista del blocco venne seppellita sotto una valanga di voti contrari. È vero che i fascisti scesero in piazza fracassarono le urne, che bruciavano le schiere, ma lo Zanella, di loro più furbo, mise in salvo i verbali già redatti dai seggi e che consacravano la sua vittoria, e non intende rinunziare al diritto di convocare la Costituente così come venne eletta. Con l’intervento dei rappresentanti del governo italiano sono in corso laboriose trattative tra i due partiti, e non è da escludere che Zanella e il fascio si pongano d’accordo nel formare un governo di coalizione, che naturalmente volgerà tutto il fronte contro i lavoratori, vero spauracchio delle classi dirigenti locali.

Rialzerà la testa il proletariato di Fiume? Per rispondere a questa domanda occorre tener presenti varie circostanze. Se la città non risorge economicamente, il movimento proletario stenterà a rinsaldarsi. Non è concepibile che lavoratori, in uno scatto di esasperazione, muovano ad impossessarsi del potere. Questa sarebbe materialmente possibile, ma non aprirebbe la via ad alcuna soluzione utile, poiché ognuno vede come dopo poche ore forze militari interverrebbero dall’esterno a sopprimere quel governo proletario che non troverebbe apposto in nessun trattato stipulato. D’altra parte la forza politica non potrebbe essere utilmente impiegata dai lavoratori di Fiume contro i loro sfruttatori, che sono i capitalisti esteri, di cui i borghesi fiumani non sono che una rappresentanza in sott’ordine.

Probabilmente però la situazione economica fiumana migliorerà. Quando nella città vi sarà un assetto politico stabile si riprenderanno le contrattazioni commerciali, e malgrado l’assurda situazione dello staterello, una intesa tra i capitalisti dei vari paesi giungerà forse a rimettere in efficienza il porto. Di questa rinascita economica sarebbe un sintomo il fatto che già si passano a Fiume le succursali delle più importanti banche internazionali, le quali mostrano quindi di prevedere che un largo movimento di affari ricomincerà su quella piazza.

Un regime che stabile determinerà forse anche il riprendere della produzione industriale, ed i lavoratori torneranno ad essere il perno dell’attività e della vita fiumana, e le loro organizzazioni si assicureranno con la loro stessa forza il diritto alla libertà di movimenti di cui hanno bisogno per funzionare.

Né lo stato a quella guerra europea ha dato nascita in movimento politico proletario avrà anche un compito importante, nel quadro dei legami internazionali proletari. Il partito comunista d’Italia e di Jugoslavia, che tanti indizi dimostrano chiamati ad azioni concomitante, potranno trovare a Fiume un utile punto d’incontro di contatto, ed il movimento locale eviterà che vi si formi una città della politica e militare del capitalismo internazionale, o di uno dei capitalismi nazionali. Anche nello Stato autonomo di Fiume il proletariato, soprattutto quello industriale, deve divenire la base di movimento rivoluzionario comunista, non per obiettivi locali soltanto, che gli darebbero un ristretto orizzonte, ma per inquadrarsi nel movimento internazionale comunista, che prepara ben altre e diverse soluzioni dei problemi intorno ai quali inutilmente si affatica, nel suo agonizzare, il regime borghese.

È dunque sperabile che al più presto anche i compagni di Fiume vengano a far parte della grande famiglia comunista internazionale. Già oggi le organizzazioni sindacali sono per l’adesione a Mosca; il movimento giovanile ha aderito alla Internazionale della gioventù comunista; e, superate alcune difficoltà di secondo ordine, il partito socialista nella sua totalità si pronuncerà quasi sicuramente per l’entrata nella Internazionale comunista.

Mentre tanto e da tanti si discute a vanvera della questione fiumana, trascurando totalmente il più interessante elemento di essa: la classe lavoratrice, chè è condannata a scontare tutti i balordi esperimenti di sballate soluzioni, i comunisti italiani si augurano di poter presto salutare nella comune organizzazione mondiale del proletari rivoluzionari il loro fratelli di Fiume, e si ripromettono di essere al loro fianco nella battaglia contro gli oppressori e gli sfruttatori di tutte le nazionalità.

Intanto è un nostro dovere preciso diffondere in Italia tra i lavoratori la conoscenza delle condizioni in cui lotta il proletariato fiumano, perché la situazione di Fiume sia considerata dal punto di vista nostro, ed il proletariato italiano sia pronto a difendere i compagni di Fiume dalla sopraffazione borghesi finora mascherate sotto la bandiera del patriottismo. Il proletariato italiano difenderà  ai fratelli di Fiume dal pericolo di essere soffocati dagli amplessi ipocriti dell’imperialismo italiano: ed in questo è la vera posizione che l’Internazionale comunista assume di fronte problemi di nazionalità!

A.B.

La lotta contro la prostituzione Pt.1

Il seguente articolo, che traduciamo dal “Soviet Russia”, di NewYork, organo ufficiale del Bureau del Governo dei Soviet, è il testo di un interessante discorso pronunciato dalla comp. Kollontay al terzo Congresso della Sezione femminile del Partito Comunista russo, sul grave problema della prostituzione, quale esso si presenta oggi nella Repubblica del Soviet.

Il problema, della prostituzione è una questione delicata e difficile, alla quale per il passato, nella Russia soviettista dei lavoratori non si è prestato una sufficiente attenzione. Ed ora questa triste eredità della passata borghesia capitalista continua a viziare l’atmosfera delta Repubblica dei lavoratori e, quel che è peggio, ad influenzare la salute fisica e morale della popolazione lavoratrice della Russia dei Soviet.

E’ vero che sotto l’influenza del cambiamento delle condizioni economiche e sociali durante questi tre anni di rivoluzione, la prostituzione ha in parte cambiato della sua forma e del suo carattere primitivo. Ma noi siamo ancora lontani dall’aver superato questo pericolo. Esso continua a pesare sopra di noi, causando un grandissimo danno al sentimento di solidarietà e di cameratismo fra i membri della Repubblica proletaria- uomini e donne lavoratrici- sentimento che costituisce la base, il fondamento della nuova società comunista che noi vogliamo creare, consolidare e far divenire una realtà. E’ tempo che noi dedichiamo un po’ d’attenzione a questa questione, è tempo di studiarne seriamente le cause, è tempo di trovare la via ed i mezzi per un completo sradicamento di questo pericolo, che non deve esistere nella Repubblica dei lavoratori.

Nella nostra Repubblica è stata questa una deficienza non solo delle leggi dirette alla soppressione della prostituzione, ma anche della chiara espressione del nostro atteggiamento di fronte ad essa, quale pericolo dannosissimo per il bene generale. 

Noi sappiamo che la prostituzione è un pericolo, noi comprendiamo anche che ora, in questo periodo di transizione estremamente difficile, la prostituzione assume un’estensione di proporzioni intollerabile: ma noi per il passato la mettemmo semplicemente da parte, nulla dicemmo su questo fenomeno in parte per un rimasuglio di ipocrisia che è ancora in noi quale eredità della concezione borghese della vita, in parte per l’inettitudine a comprendere veramente ed a renderci conto del danno che una prostituzione largamente sviluppata causa alla società lavoratrice.

A ciò è da ascriversi la negligenza che si è finora manifestata nella nostra legislazione su questa questione.

Per il passato, il complesso delle nostre leggi è stato deficiente in quel ramo della legislazione riguardante la prostituzione come un dannoso fenomeno sociale. Quando le vecchie leggi zariste furono soppresse dal Consiglio dei Commissari del popolo, tutta la legislazione sulla prostituzione venne con esse abolita. Ma in sostituzione delle leggi abolite non se ne introdussero delle nuove nell’interesse della società dei lavoratori.

Questa è la causa della illogica varietà delle nostre misure, delle contraddizioni che caratterizzano l’azione di polizia del Potere dei Soviet nei diversi luoghi riguardo alla prostituzione ed alle stesse prostitute.

In alcune località si sono praticate regolari ricerche delle prostitute, ricerche condotte “coi vecchi metodi”, con l’aiuto della milizia. In altre le case di piacere esistono apertamente (sono utili i dati reali su questo soggetto esistenti nella Commissione Interdipartimentale per combattere la prostituzione). In altri luoghi ancora, le prostitute vennero sottoposte agli stessi statuti dei criminali e vennero internate in campi di lavoro forzato.

Tutto ciò dimostra che l’assenza di una legislazione chiaramente formulata crea una relazione assai confusa fra i poteri locali e questo complicato fenomeno sociale, che produce una quantità di svariate dannose deviazioni dai nostri principi legislativi e morali. E’ necessario perciò non soltanto affrontare direttamente la questione della prostituzione, ma anche cercare la sua soluzione, che deve essere in armonia con i nostri principi fondamentali e con i postulati del programma sociale ed economico del Partito Comunista.

Definizione della prostituzione

Innanzi tutto è necessario definire con precisione che cosa è la prostituzione.

La prostituzione è un fenomeno strettamente connesso ad una entrata non guadagnata col lavoro e perciò fiorente nell’epoca del regime del capitalismo e della proprietà privata.

Dal nostro punto di vista, prostitute sono tutte quelle donne che vendono le loro carezze ed il loro corpo, temporaneamente o per un periodo esteso di tempo, a vantaggio dell’uomo, per un compenso materiale, per delle belle scarpe, abiti, ornamenti, ecc., per diritto ottenuto vendendo sè stesse agli uomini e non eseguendo ed assoggettandosi ad un qualsiasi lavoro.

La prostituzione nella nostra Repubblica soviettista è una triste eredità della passata borghesia capitalista, nella quale soltanto un numero insignificante di donne erano occupate in un lavoro produttivo all’economia nazionale, mentre un numero enorme, più della metà dell’intera popolazione femminile, viveva del lavoro dei loro mariti o dei loro fratelli.

La prostituzione nei tempi antichi

La prostituzione apparve sotto le prime forme di governo, come una inevitabile conseguenza del sistema stabilito del matrimonio formale, che garantisce il diritto di proprietà privata ed assicura il passaggio del possesso dei beni agli eredi legali.

Con questo mezzo era possibile salvare le ricchezze accumulate, o liberamente rubate, dalla divisione che ne sarebbe inevitabilmente derivata per il grandissimo numero di eredi nelle generazioni successive.

Ma fra la prostituzione quale essa era al tempo dei Greci e dei Romani e la prostituzione dei nostri giorni, c’è una grande differenza. La prostituzione nei tempi antichi era in primo luogo numericamente molto insignificante, in secondo luogo non aveva quel carattere di ipocrisia che permette alla società dei nostri giorni di adornarsi della morale del mondo capitalistico ed induce la società borghese ad inchinarsi rispettosamente davanti alla moglie legale del magnate capitalista, che apertamente vende se stessa ad un marito che non ama, ed a voltare il capo dal disgusto davanti alle ragazze gettate nella strada dalla povertà, dalla mancanza di cure, dalla disoccupazione e da altre cause sociali sorgenti dalla natura del capitalismo e della proprietà privata. La prostituzione nell’antichità era considerata come un complemento legale delle relazioni famigliari regolarmente stabilite.

Nel Medio Evo

Nel medio evo, sotto il sistema delle corporazioni, la prostituzione era riconosciuta come un fenomeno legale e naturale della vita; le prostitute avevano una propria corporazione che partecipava alla stessa stregua delle altre corporazioni alle manifestazioni festive ed alle celebrazioni municipali.

La prostituzione garantisce le caste sorelle dei rispettabili cittadini ed assicura la fedeltà delle mogli legalmente ottenute, poiché gli scapoli hanno sempre l’opportunità, mediante compenso, di usufruire dei piaceri carnali con le prostitute di professione. Perciò la prostituzione era utile agli onorevoli cittadini proprietari, e questi lo riconoscevano apertamente.

Col sorgere del capitalismo il quadro incomincia a cambiare.

Per la prima volta nella storia, la prostituzione per le sue proporzioni e per il suo carattere incomincia a costituire nel secolo XIX e XX un pericolo per la società; la vendita della forza lavoro della donna. che aumentava senza interruzione, è strettamente ed indissolubilmente legata alla vendita del corpo della donna e determina il fatto che nelle file delle prostitute entrano non solo le ragazze abbandonate, ma anche le rispettabili consorti dei lavoratori; la madre per l’amore dei figli; la giovane ragazza (Sonia Marmeladow) per amore della famiglia. Questo è il quadro di orrore e di ipocrisia che sorge dallo sfruttamento del lavoro per opera del capitale. Ovunque i salari sono insufficienti ai bisogni della donna, qui appare il commercio clandestino: la vendita dell’amore.

L’ipocrita moralità della società borghese da una parte genera la prostituzione con tutte le forze del suo rovinoso sfruttamento economico e dall’altra perseguita col suo disprezzo le ragazze o le donne, che sono state spinte dal bisogno su questo triste sentiero.

La prostituzione è l’ombra nera che accompagna il matrimonio legale nella società borghese.

Nel sec. XIX XX la prostituzione assume proporzioni enormi, mai raggiunte nella storia. A Berlino c’è una prostituta ogni venti donne cosiddette rispettabili, a Parigi una ogni diciotto ed a Londra una ogni nove. Una forma di prostituzione è quella aperta, regolata, legale; un’altra forma è quella segreta, clandestina, “occasionale”.

Ma qualunque forma prenda, essa è sempre, un velenoso e malsano prodotto di quel fetido pantano che è il sistema borghese della società.

Conseguenza Inevitabile della società capitalista

Ed anche le giovani fanciulle, teneri germogli dell’avvenire, non sono risparmiati dalla classe borghese mondiale, che getta le bambine di nove e dieci anni nei ributtanti amplessi di vecchi arricchiti, saturi di vizio. Le cosidette case di piacere di minorenni sono un fenomeno che esiste da lungo tempo nello Stato borghese. Oggi, dopo la guerra, la disoccupazione che pesa maggiormente sulle donne ha causato in Europa un tremendo sviluppo nella massa “delle donne da marciapiede”.

Avide moltitudini di ricchi compratori di schiave bianche passeggiano nelle ore notturne per le strade di Berlino, Parigi e di altri centri culturali dei rispettabili Stati capitalistici. Apertamente, in vista di tutti, si esercita il mercato della donna. E che per ciò? Il mondo borghese si basa interamente sulla compra e sulla vendita, ed anche lo stesso matrimonio legale racchiude indubitati elementi di calcolo materiale o per lo meno economico. La prostituzione, come professione clandestina, è una via d’uscita per la donna che non è riuscita a trovare un uomo che la mantenga. La prostituzione in regime capitalista è un mezzo con cui gli uomini possono avere relazioni coniugali con le donne, senza essere obbligati a mantenerle per un lungo periodo, finchè la morte non li separi.

Ma se la prostituzione è così largamente estesa, se essa si mantiene anche nella Russia dei Soviet, come bisogna lottare contro di essa? Per rispondere questa domanda, è necessario innanzi tutto ricordare quali sono le cause della prostituzione, qual’è la fonte da cui essa sorge.

La scienza borghese ed i suoi rappresentanti considerano la prostituzione come un fenomeno “patologico” che deriva dalle qualità anormali di certe donne. Come ci sono dei criminali che presentano dei caratteri congeniti fin dalla loro origine, così, si è detto, esistono delle prostitute nate; ovunque esse si pongano, qualunque siano le condizioni in cui esse si trovino, esse finiranno nel vizio. Naturalmente questa errata concezione degli scolari borghesi non regge al raffronto con i fatti della vita.

Marx ed i più onesti degli scolari borghesi, fisici statistici, dicono chiaramente che le inclinazioni innate della donna non vi hanno nulla a che vedere. La prostituzione è innanzi tutto un fenomeno sociale, strettamente connesso alla posizione indifesa della donna ed alla sua dipendenza economica nella famiglia e nel matrimonio.

Pseudo scienza e moralità 

Le radici della prostituzione affondano nel terreno del sistema economico.

La condizione economica da una parte e l’abitudine, sviluppata nella donna da parecchi secoli di educazione, di cercare un sostenimento materiale nell’uomo con le relazioni legali o extra-matrimoniali dall’altra, queste sono le radici, le cause della prostituzione.

In realtà, se gli scolari borghesi della scuola di Lombroso e di Tarnowsky, i quali pretendono che le prostitute nascono con delle inclinazioni alla perversione ed alla anormalità sessuale, hanno ragione di affermare ciò; come spiegano essi il fatto ben noto che in tempo di crisi e di disoccupazione il numero delle prostitute aumenta improvvisamente? Come spiegano essi che i compratori di schiave bianche, che nella Russia zarista venivano dagli altri paesi, trovavano sempre una ricca messe nelle province più misere che soffrivano per l’ esigue raccolto, mentre nelle province più floride ritornavano a mani vuote o con un piccolo numero di schiave bianche? Perchè appare all’improvviso un così grande numero di donne perverse, spinte alla rovina dalla natura, proprio negli anni di miseria e di disoccupazione?

E per di più, non è caratteristico il fatto che nei paesi capitalistici la prostituzione recluta le sue vittime in maggior parte fra gli strati più miseri della popolazione?

La più gran percentuale di prostitute si trova sempre fra le operaie occupate nel mestieri meno retribuiti, fra le giovani donne più trascurate e solitarie, forzate dal bisogno e dalla necessità di procurare i mezzi per i più impellenti bisogni dei loro piccoli fratelli e sorelle, che pesano sulle giovani e miserabili ragazze prive di protezione. Se la teoria degli scolari borghesi sulla criminalità innata e la congenita perversità di certe donne fosse giusta come causa della prostituzione, tutte le classi della popolazione, comprese le classi ricche e privilegiate, darebbero una percentuale di criminali e di donne perverse tanto elevata quanto le classi bisognose; Ma in realtà non è così. Le prostitute, di professione, che vivono con la vendita del loro corpo, sono reclutate con rara eccezione fra la classe proprietaria. Esse sono spinte alla prostituzione dalla povertà, dalla fame, dalla trascuratezza o dallo stridente fenomeno della ineguaglianza sociale, che è la base del sistema borghese.

Facciamo un altro esempio. L’aumento nella prostituzione professionale, come appare dalle statistiche, è costituita in tutti i paesi capitalisti da ragazze fra i tredici ed i ventitrè anni, in altre parole, l’età della fanciullezza, della gioventù. Ed anche fra di esse la maggioranza è costituita da quelle che sono state trascurate od abbandonate. E’ caratteristico il fatto che le ragazze delle famiglie privilegiate, che sono curate dai loro parenti, soltanto in casi eccezionali entrano nelle file della prostituzione. Nella maggior parte dei casi queste ultime sono vittime di una quantità di tragiche circostanze, fra le quali la parte più importante è esercitata dalla menzognera ed ipocrita moralità borghese. La ragazza che ha peccato è cacciata dalla sua famiglia e trovandosi sola, senza aiuto, perseguitata dallo sprezzo della società, è posta in una situazione per la quale non c’è che una via d’uscita: la prostituzione. (Continua).

Il 3° Congresso dell'Internazionale Comunista Pt.3

La questione della tattica

Il discorso di Radek

La pratica dell’Internazionale Comunista deve essere considerata in rapporto all’epoca nella quale agiamo. L’I.C. deve prepararsi alla rivoluzione mondiale anche nel caso che il regime capitalista goda di un sollevamento prolungato. Questa preparazione consiste nell’organizzazione, nell’agitazione e nella mobilizzazione delle armate rivoluzionarie in vista della battaglie a venire. Ciò a cui noi assistiamo ora non è in alcun modo una caduta del movimento rivoluzionario, ma la concentrazione delle forze rivoluzionarie alla vigilia di nuovi combattimenti.

Lo stesso Martov è obbligato a riconoscere che la rivoluzione mondiale è lungi dal volgere verso la fine. La differenza tra noi è l’internazionale 2 1/2 è che essa si rappresenta il periodo di sviluppo rivoluzionario come una lenta e tranquilla preparazione dei partiti e che al termine di questa preparazione si potrà avere la lotta rivoluzionaria, mentre noi caratterizziamo questo periodo come una serie di lotte successive in cui i comunisti non potranno lavorare pacificamente e attendere pacificamente ciò che il tempo può loro portare.

La preparazione dei partiti comunisti si compie in questo periodo sotto i colpi della persecuzione borghese e in mezzo ai combattimenti. Radek cita la risoluzione tattica adottata dall’Internazionale 2 1/2 e dimostra come questa non abbia saputo dire niente di nuovo malgrado tutte le vane chiacchiere fatte sul fallimento delle nostre teorie.

L’ultimo argomento possa all’I.C. è che la situazione russa e la tattica riguardo al capitale straniero ed alla piccola borghesia dimostrano che la dittatura del proletariato non conduce al comunismo. L’esempio della Russia prova solo che si incontrano delle grandi difficoltà per dirigere uno Stato isolato, e per giunta in massima parte agricolo, verso il comunismo.

Come dobbiamo condurre la lotta perché il proletariato trionfi? Il nostro compito essenziale è quello di attirare al comunismo le più grandi masse del proletariato. Questo metodo fu combattuto dai compagni della sinistra: Gorter e Pannekoek. Anche noi siamo d’avviso che nell’Europa occidentale la base della dittatura proletaria debba essere più larga. Gorter e Pannekoek pensano che un piccolo gruppo di comunisti, quasi come dei profeti, non devono fare altro che espandere nelle masse, con la propaganda, le loro convinzioni.

Il Partito Comunista operaio tedesco invece vuole prendere parte a tutti i combattimenti a fianco agli anarchici. L’esperienza ha dimostrato che basandosi su questi metodi il movimento operaio non fa alcun progresso.

Il nostro compito essenziale è di attirare le grandi masse verso l’idea del comunismo.

Guardiamo per es. il piccolo Partito Comunista inglese nella grande Inghilterra. Noi vediamo che questo partito ha un bell’esser piccolo, il suo compito è sempre quello di guadagnare le masse. Non basta dire al proletariato: diffidate dei vostri leaders! Occorre invece aiutare le masse e mettersi alla loro avanguardia, andare verso le masse: questo è il compito.

Il compagno Radek cita a questo proposito le principali azioni di masse del proletariato europeo in questo periodo: l’occupazione delle fabbriche in Italia, il grande sciopero generale in Ceco-Slovacchia; esamina l’atteggiamento seguito dai partiti rivoluzionari dei due paesi e espone quale avrebbe dovuto essere l’azione dei veri partiti comunisti.

Passando all’azione di marzo in Germania dà prima una breve cenno storico allo sviluppo del Partito Comunista tedesco, dalla formazione dello «Spartacus Bund» al Congresso di Halle.

Il partito tedesco non ha avuto fino a questo momento una stampa veramente popolare.

Il problema principale del partito tedesco era quello di avvicinare le masse, che in Germania sono raggruppate in sindacati che contano dozzine di milioni di membri e in partiti che ne contano milioni. La politica della «lettera aperta» è l’inizio della risoluzione del problema.

Sopraggiunge la scissione italiana, e i compagni della sinistra si trovano soli nella direzione del Partito sotto l’imperiosa necessità di rendere il movimento più attivo. Qui incominciano gli errori.

Ecco l’errore capitale: il 17 marzo ebbe luogo il congresso nazionale del Partito nel quale furono rilevati i grandi pericoli del momento. Il partito doveva giudicare innanzitutto se era possibile o no iniziare un’azione preparata.

Io affermo che, per lo spirito di cui allora era imbevuto, il partito non era pronto all’azione.

Si tratta di sapere come le masse hanno reagito davanti ai pericoli di quel momento. Le masse agiscono sotto l’impressione immediata degli avvenimenti. Bisognava dunque rinforzare il lavoro d’organizzazione e lanciare la parola d’ordine: «Preparatevi!». I compagni della Germania centrale chiesero al Partito ciò che bisognava fare nel caso che Hoersing avesse fatto irruzione nella loro regione. La risposta fu: cercate di aggiornare il combattimento. Se egli occupa le fabbriche cercate di sollevare gli operai.

La posizione del Partito non aveva niente di reale. Esso doveva dire ai compagni di Mansfeld: voi siete una minoranza, se ingaggiate il combattimento sarete schiacciati. Il Partito invece ingaggiò la lotta con le armi alla mano; e durante la lotta perdette ogni chiarezza di veduta.

Compagni! io dichiaro che noi siamo partigiani dell’azione di marzo. Noi abbiamo stimato che era dovere del Partito correre in aiuto del proletariato della Germania centrale. Chi critica senza dire ciò che il partito avrebbe dovuto fare contro Hoersing, dimostra di non saper trarre insegnamento dai combattimenti del Partito.

Ma degli errori furono commessi; gli obbiettivi dell’offensiva non erano chiaramente determinati.

Nella critica della compagna Zetkin manca ciò che secondo essa avrebbe dovuto essere affatto contro Hoersing nella Germania centrale.

Radek cita a questo proposito alcuni passi dello scritto militare Klausewitz sull’offensiva e la difensiva.

Gl’insegnamenti che noi traiamo dalle giornate di marzo sono i seguenti: non è cosa molto facile passare dall’agitazione alla propaganda in favore dell’azione; il nostro apparecchio non era sufficientemente organizzato per la lotta; le sezioni militari non esistevano affatto, e dove esistevano esse possedevano le armi solo sulla carta, infine esse erano indisciplinate.

Quando noi diciamo che malgrado tutti i suoi errori l’azione di marzo è un passo avanti, noi intendiamo che voi profittiate dei suoi insegnamenti, apprendendo ciò che è da conservare per le prossime lotte e ciò che è da evitare.

Radek espone infine le differenze tra il programma minimo dei socialdemocratici, le azioni e il programma del centro e le parole d’ordine dell’Internazionale Comunista. La socialdemocrazia conta che la società capitalista abbia un lungo periodo d’esistenza e si sforza di dare l’impressione che essa lavori con ardore alla riforma della società che crolla. Il centro finge di porsi sul terreno della rivoluzione sociale e base alla sua azione su rivendicazioni che non potranno essere realizzate se non colla rivoluzione sociale. Gli indipendenti tedeschi infatti, l’I.L.P. Inglese, svolgono i loro piani richiamandosi a Lassalle. Essi dicono: la democrazia è realizzata, si tratta ora di sapere come togliere dalle mani dei capitalisti le miniere e le fabbriche. Essi pensano che nel corso della battaglia per la socializzazione si produrrà uno scontro di masse opposte e questa sarà la leva della Rivoluzione. L’esempio inglese ci mostra l’errore di queste vedute.

Rosa Luxemburg poneva come minimo delle rivendicazioni operaie tutto il potere agli Consigli Operai, armamento del proletariato, soppressione dei debiti di stato, presa di possesso delle fabbriche. Questo programma sorse però nel momento in cui nella Germania i Consigli Operai erano il potere supremo. Ma ora, che la borghesia è in forze e noi dobbiamo preparare la rivoluzione proletaria, occorre andare verso le masse, guadagnarle aiutandole nelle lotte per le loro rivendicazioni immediate; in questo modo noi le ingaggeremo a poco a poco in un combattimento sempre più serio. La seconda parola d’ordine che noi dobbiamo adoperare è: armamento del proletariato, disarmo della borghesia.

Concludendo, Radek dice: noi siamo alla vigilia di grandi combattimenti. Noi dobbiamo essere la campana che chiama alla lotta, mentre finora non siamo stati altro che un piccolo sonaglio. La parola d’ordine è dunque: Verso le masse! È un errore credere che ciò significhi una deviazione verso destra, come è un errore parlare degli errori commessi dai buoni elementi di sinistra. Nell’Internazionale Comunista si trovano a sinistra quelli che lavorano per trovarsi preparati alla lotta, e alla destra quelli che li ostacolano con le loro teorie opportunistiche.

Conquistate le masse, riunitele in un sol blocco, sfruttando la loro energia rivoluzionaria la nostra vittoria è certa.

La discussione

Hempel, del Partito Comunista Operaio di Germania, dice che è è d’accordo con Radek sull’esame della situazione economica mondiale e sulla deduzione dell’imminente rovina del regime capitalistico e della inevitabilità della rivoluzione proletaria. Vi sono alcune divergenze invece sulla questione del come deve compiersi la Rivoluzione mondiale. L’esperienza rivoluzionaria dopo il 1917 ci ha mostrato che il Soviet è la forma di organizzazione delle masse. Per questo noi abbiamo abbandonato le antiche forme del movimento operaio. Prima della guerra il movimento operaio aveva per fine il miglioramento delle condizioni di esistenza della classe operaia e l’aumento dei salari; per questo esso non aveva bisogno di elementi rivoluzionarii, ma di gente capace di fare transazioni sia in Parlamento che con gli intraprenditori. I Sindacati sono organizzazioni di protezione formatisi sotto l’egida dell’ordine capitalistico. Con simili organizzazioni la rivoluzione non può essere guidata. Il proletariato deve crearsi nuove organizzazioni che si propongano la rovina della potenza capitalistica. Allora noi dobbiamo indurre il proletariato ad organizzarsi nelle imprese e nei cantieri, per conquistare la produzione, gli strumenti di essa e le fabbriche.

I metodi di combattimento devono essere rivoluzionarii e adatti alla situazione economica attuale. Ci troviamo in un periodo di profonda crisi industriale; da ciò deriva che gli operai di una impresa cercano gelosamente di non perdere i loro posti, mentre la massa dei disoccupati si sente la nemica di tutti quelli che hanno di che vivere. Sui cadaveri dei proletarii morti di fame si compie la ricostruzione momentanea della potenza capitalistica. Come ben dice il compagno Radek, noi dobbiamo con tutti i mezzi opporci al piano di ricostituzione delle industrie capitalistiche. Per questo noi dobbiamo adoperare una forma di organizzazione tale che permetta di passare all’offensiva approfittando dei minimi conflitti. Questa forma sono i Soviets collegati nelle fabbriche a mezzo di fiduciarii.

Definisce opportunista alla politica della «lettera aperta», poiché essa si basa sui sindacati e sui partiti parlamentari.

Noi non rigettiamo alcuna azione parziale. Come dai combattimenti del 1918 gli operai trassero utili insegnamenti, saranno nello stesso modo utili le giornate di marzo.

I comunisti debbono formare i quadri di organizzazione per industria, questi quadri saranno ristretti ma pronti alla lotta.

I sindacalisti e gli anarchici non sono esperti nella organizzazione delle masse operaie, i comunisti debbono venire il loro aiuto. A questo Congresso incombe la decisione di andare verso gli elementi di sinistra per attirarli nella nostra organizzazione, riconoscendo che in essi vi è del buono.

Terracini prende la parola per sviluppare gli emendamenti presentati da tre delegazioni. Rettifica alcuni errati apprezzamenti sulla situazione italiana. Dice che Radek nelle tesi si è scagliato troppo violentemente contro le tendenze di sinistra, occorre invece prestare ancora tutta la nostra attenzione alle tendenze riformiste e centriste per estirparle completamente dal seno della Terza Internazionale, per evitare che altri Serrati e Levi trovino posto nelle nostre file.

Sulla questione ceco-slovacca, afferma che non basta indicare i compiti del partito nell’agitazione nella propaganda per aumentare gli effettivi del partito. Il compito essenziale del partito comunista ceco è invece: mostrare le masse con l’azione che il partito è il difensore giurato del loro interessi.

Le stesse osservazioni potrebbero essere fatte alle tesi di Radek riguardo al partito tedesco. Quando sopravverrà una nuova lotta, il partito dovrà mettersi di nuovo alla testa delle masse proletarie; questa lotta non tarderà a venire malgrado la disfatta di marzo. La disciplina rivoluzionaria ha fatto le sue prove in questa lotta, questa ci ha dato l’occasione di smascherare opportunisti e riformisti.

L’oratore rileva come dalle tesi presentate possa sorgere il dubbio che si voglia affermare il principio che il partito comunista può passare all’azione sol quando egli abbia organizzato nelle sue file la maggioranza del proletariato. Poiché tale concetto è fondamentalmente errato, sarebbe bene chiarire in tal senso le tesi, facendo apparire chiaro che la condizione necessaria e sufficiente perché il partito possa spingere le masse verso le lotte definitive, non è già l’inquadramento delle masse nel partito, ma l’estensione della sua influenza su di esse.

In ogni caso tale scopo il partito lo raggiungerà solo con l’azione.

Radek tratta con ironia la teoria dell’offensiva. Noi intendiamo per offensiva non solo l’attacco delle forze militari, ma in generale la tendenza dinamica contro la passività.

Dopo Terracini ha la parola il compagno Lenin.

Io mi terrò sulla difensiva, dice Lenin, benché dopo aver inteso il discorso di Terracini e letto gli emendamenti presentati io mi senta spinto a prendere l’offensiva. Di fronte a questo infantilismo di «sinistra» il Congresso deve prendere l’offensiva se non vuole che il nostro movimento subisca uno scacco. Io mi meraviglio solo che il partito comunista operaio di Germania non abbia firmato questi emendamenti. Negli emendamenti si parla di sostituire alla parola «principii», la parola «fine». I compagni che hanno fatto questa proposta non conoscono l’ A.B.C. del comunismo. Poiché quanto al fine noi possiamo trovarsi d’accordo anche con gli anarchici mentre è sui principii che ci differenziamo; e i principii comunisti sono la dittatura del proletariato e l’uso della forza di governo durante l’epoca di transizione. Si è proposto anche di sopprimere le parole «la più gran parte» nel punto delle tesi in cui è detto che ancora nessun gran partito di occidente ha preso la direzione della maggioranza della classe operaia. Terracini però non ha pensato di dare la dimostrazione che esista già un partito che abbia presa la direzione della maggioranza della classe operaia. Lo stesso partito tedesco non è ancora seguito dalla maggioranza del proletariato. Se il Congresso approva un simile emendamento esso approverà una controverità.

Negli emendamenti si propone anche di non parlare nelle tesi della «lettera aperta». Ebbene oggi io ho inteso il discorso di Hempell nel quale ho trovato la stessa idea. Hempell ha dichiarato la lettera aperta opportunista ed ecco che Terracini al nome di tre delegazioni sostiene lo stesso pensiero del K.A.P.D.. Colui che, in occidente dove tutto il proletariato è organizzato, non comprende che noi dobbiamo conquistare la maggioranza della classe operaia, quegli è perduto per il movimento comunista. La «lettera aperta» è stata il primo tentativo per conquistare la maggioranza della classe operaia. Terracini dice che pur essendo noi un piccolo partito abbiamo vinto la rivoluzione; ma noi avevamo per noi la maggioranza dei Soviet degli operai e contadini e almeno la metà di un esercito di 10 milioni di uomini. Mostratemi un paese solo dove voi abbiate una sola di queste condizioni.

Terracini ha difeso l’offensiva parlando di tendenze dinamiche e del passaggio dalla passività all’attività. Noi abbiamo a questo proposito un’esperienza politica di parecchi anni. È questo il terreno sul quale i socialisti rivoluzionari di sinistra ci hanno combattuto.

Quindici anni fa noi ci scagliavamo con forza contro chiunque nelle nostre file avesse dubitato che un partito rivoluzionario dovesse prendere l’offensiva. Ma oggi dopo tre anni e mezzo di rivoluzione essere ancora obbligati a parlare di offensiva è un’onta. Gli avvenimenti di marzo costituiscono un grande progresso, ma non possono essere considerati un’offensiva. Bisogna criticare gli errori, ma bisogna escludere dal partito quelli che come Levi fanno la critica nel momento in quella masse sono ingaggiate nella battaglia.

Lenin quindi traccia le linee dello svolgimento della rivoluzione russa e della preparazione compiuta questa riguardo dal partito bolscevico.

Il primo passo del nostro movimento è la formazione di un vero partito comunista. Questa è la fase preparatoria. Noi abbiamo fatto ciò nel primo e nel secondo Congresso proclamando: abbasso i centristi. Siamo ora al terzo Congresso che Terracini si trova ancora alla fase preparatoria: infatti egli continua a consigliare la rottura con i centristi. Sarebbe ora di passare alla fase successiva.

Si è fatto in questo Congresso grande abuso della parola «massa». La nozione di massa varia secondo le condizioni del combattimento. All’inizio della lotta con un seguito di 200.000 uomini si può parlare di massa. Ma quando il movimento si sviluppa, quando la rivoluzione che si approssima, allora non si può parlare più di massa se non quando si abbia con sé la maggioranza della classe operaia; se non anche di tutti gli sfruttati. Chi non comprende ciò non è un rivoluzionario e bisogna combatterlo. Termina dicendo che la rivoluzione vincerà quando avrà trascinata nella lotta la maggioranza degli operai e degli sfruttati.

Heckert, del Partito Comunista unificato di Germania, dopo alcune osservazioni e rettifiche alle critiche dei diversi oratori, passa a esporre gli avvenimenti di marzo. Descrivere prima la storia della formazione del partito unificato, dimostra come la grande maggioranza degli indipendenti di sinistra che entrarono nel partito unificato, spinti solamente da un istinto di classe, non portarono nel partito uno spirito rivoluzionario. Le prime esitazioni del partito si ebbero durante uno sciopero degli elettricisti.

Già si erano formate due ali nel partito e Levi già da tempo aveva dichiarato che per tre anni ancora non si sarebbe potuto parlare di movimento rivoluzionario. Sopravvenne la questione italiana che provocò l’uscita di 5 membri dalla centrale è scosso profondamente partito.

Esamina quindi l’oscura situazione della Germania alla vigilia dell’azione di marzo. Di fronte all’aggravarsi della situazione la centrale decise di preparare il partito per impedire che si fosse ritrovato nella stessa situazione in cui si era trovato alla vigilia del colpo di mano di Kapp. Durante questo lavoro di preparazione avvenne la provocazione di Hoersing. Il partito per non perdere la confidenza del proletariato non poteva tenersi in disparte da quel movimento. Il C.C. stesso ha fatto la critica agli errori commessi durante l’azione. Ciò che ha ostacolato il lavoro del partito è stata la passività dei compagni dell’opposizione. Noi abbiamo lottato contro di essi con tutte le nostre forze. L’oratore infine rimprovera la Zetkin di aver coperto col suo nome popolare i delitti di Levi e compagni.

Burian del partito ceco-slovacco, difende questo partito dalle accuse ed alle critiche mossegli durante la discussione. Malzan, dell’opposizione del partito comunista tedesco, porta al Congresso le ragioni della critica dell’opposizione all’azione di marzo, interrotto frequentemente dai delegati del partito comunista.

Si leva a parlare Bucharin.

Nella discussione sulla tattica, egli dice, i compagni affrontano questioni che sono verità naturali. Così, p. es., la scoperta del K.A.P.D.

Non si tratta però di discutere ora su teorie tattiche, ma sulle circostanze concrete che esigono tale o tal’altra tattica. Non vi sono regole tattiche applicabili a tutte le circostanze. Nel maggio del 1917 i bolscevichi negavano di voler la guerra civile, nell’ottobre del 1917 essi hanno lanciato invece questa parola d’ordine. L’oratore prosegue citando gli esempi della pace di Brest. Dell’offensiva su Varsavia, e dimostra che queste differenti tattiche dimostrano nel partito l’agilità e l’abilità a tener conto delle circostanze.

Bucharin passa a trattare la questione Levi. Un partito comunista, egli dice, dev’essere un partito di massa o una setta? Levi l’anno scorso era per la purezza della Terza Internazionale Comunista, quest’anno l’accusa di settarismo. Sulla questione dei partiti e dei capi Levi era un avversario del K.A.P.D. oggi egli sostiene tesi dell’opposizione operaia del nostro partito. Oggi Levi, considerato la situazione della Russia, ci consiglia di dare libertà d’opinione e di stampa, ci consiglia in altri termini di sciogliere le mani ai menscevichi e ai S.R.. Oggi Levi afferma che in Russia la dittatura del proletariato non è che l’odiosa dittatura di un partito.

Levi scivola dunque irresistibilmente verso la democrazia borghese, rinculo ogni giorno più verso le posizioni mensceviche.

Avviandosi alla fine l’oratore passa a parlare del K.A.P.D.. Riferisce l’opinione di Gorter secondo cui la rivoluzione russa e occidentale fallisce perché il Partito comunista russo e l’I.C. non comprendono il materialismo storico. Che ciò sia, esclama Bucharin, perché abbiamo letto male l’opuscolo di Gorter?

Passa in seguito ad esaminare le tesi del K.A.P.D. sui comitati di fabbrica. Egli dice che la tesi è falsa, poiché i trusts moderni non abbracciano solamente delle imprese, ma riuniscono branche intere di industria. La sola conclusione possibile è che i Sindacati siano organizzati nello stesso modo della grande industria capitalista. La considerazione del K.A.P.D. secondo la quale i Sindacati sono cattivi perché sono un vecchio tipo di organizzazione, potrebbe avere grande successo se applicata al partito. La sola conclusione possibile su questa questione è che bisogna dare ai sindacati un nuovo contenuto come si era fatto con i vecchi partiti socialisti democratici.

Termina dicendo che se il K.A.P.D. non si guarisce di questi errori bisognerà mettere una croce sopra di esso.

Pallester, delegato americano, espone le condizioni in cui si svolge la lotta operaia in America e riconosce che le tesi di Radek corrispondono perfettamente ai fini che si propone proletariato americano. La lotta da condurre nei Sindacati è una questione di massima importanza per il movimento americano. Come pure è di grande importanza per noi, e gli dice, l’organizzazione legale perché siamo costretti a combattere con una borghesia più potente di quella europea.

Conclude facendo noto al Congresso che l’unificazione dei due partiti americani è un fatto compiuto.

Gli succede alla tribuna Friesland, del partito comunista unificato tedesco, che polemizza con l’opposizione sulla questione dell’azione di marzo. Dimostra con numerosi esempi che l’affermazione dell’opposizione, secondo cui il V.K.P.D. avrebbe perduto la confidenza delle masse, è assolutamente falsa.

Brand, delegato polacco, dichiara a nome della sua delegazione di appoggiare gli emendamenti proposti. Noi difendiamo gli emendamenti, egli dice, perché noi vogliamo che la risoluzione sulla tattica sia la guida per l’educazione tattica delle masse. Troviamo che le tesi mancano di chiarezza, è che sono pervase da un esagerato timore del putschismo.

Noi, in Polonia, pur non seguendo tendenze putschiste, al momento dell’avanzata dell’armata rossa su Varsavia, abbiamo chiamato gli operaia alle armi in sostegno della rivoluzione.

Prende poi la parola Neumann, rappresentante dell’opposizione tedesca. L’oratore protesta innanzi tutto contro le accuse mosse all’opposizione di aver dato armi in mano agli avversari. Critica la politica del Comitato Centrale tedesco. L’azione di marzo, egli dice, dal punto di vista della lotta costituisce un passo avanti, ma se la si considera dal punto di vista dell’azione del proletariato in generale essa è un errore capitale. Egli stima che le tesi di Trotzki e Radek come il discorso del compagno Lenin contengono una somma d’insegnamenti da essere meditati e acquisiti dal Partito comunista.

Munzenberg, parla a nome dell’Internazionale Giovanile, dicendo che le tesi concedono troppo le tendenze di destra e soffermandosi sull’azione svolta dal partito francese durante la mobilitazione della classe 1919.

Talheimer espone il timore che dopo avere esclusi Levi e Serrati, dopo aver posto l’ultimatum al K.A.P.D., disciplinate le tendenze antiparlamentari delle Sezioni italiana e austriaca, l’Internazionale non si sia abbastanza garantita contro il risorgere di alcune tendenze centriste.

Prende la parola Clara Zetkin.

Essa riconosce di aver commesso due errori. Il primo di non essersi appellata alle grandi masse del partito all’epoca dell’azione di marzo per salvarle dagli errori del Comitato Centrale; il secondo di non aver lottato sufficientemente contro la falsa preparazione teorica degli avvenimenti di marzo da parte del C.C.. Dichiara di non aver combattuto l’azione di marzo per se stessa, ma l’interpretazione di essa come un atto di offensiva del proletariato contro la borghesia. Stima che i comunisti tedeschi non possono limitarsi a fare la critica nel seno del partito, e che sarebbe un torto rinunciare a esprimere pubblicamente le proprie opinioni sotto lo specioso pretesto che possono essere intese da estranei.

Conclude approvando le tesi proposte che, essa dice, tengono conto non solo della teoria, ma della immensa esperienza rivoluzionaria dei compagni russi.

Parlano ancora Lucaks dell’opposizione ungherese e Vaillan-Conturier per il partito francese, esprimendo la loro approvazione alle tesi.

Bell, per il partito comunista inglese, esprime il rammarico che le questioni riguardanti il movimento comunista britannico siano rimaste nell’ombra e soffocate dall’importanza della discussione sulla azione di marzo. A proposito dell’organizzazione dei partiti di masse, espone i risultati dell’esperienza inglese. Protesta contro l’affermazione che il partito comunista inglese sia un piccolo partito, e dice che un simile apprezzamento è fatto senza tener conto delle condizioni particolari dell’Inghilterra dove non esistono partiti politici propriamente detti. Dimostra esaurientemente questa sua affermazione, e conclude che in Inghilterra il partito comunista, con i suoi 10.000 membri, rappresenta un partito politico considerevole.

Sachs per il K.A.P.D., dice che il suo partito non ha commesso errori di indecisione durante l’azione di marzo. I piccoli partiti, egli afferma, sono capaci di condurre la lotta a patto di attirare a sé i più profondi strati del proletariato. Afferma che è insensato agire come il partito cecoslovacco, e come il partito unificato tedesco, che si propongono di costituire un partito numeroso e poi lanciarlo nella lotta per provare la sua capacità di azione rivoluzionaria. Passando all’esame dell’azione di marzo, dice che questa ha provato come gli elementi più attivi si siano appartati, e gli elementi passivi hanno avuto una buona occasione per dimostrare che essi avevano ragione e che bisognava agire diversamente. Alla fine egli presenta alla presidenza le contro-tesi sulla tattica elaborate dal K.A.P.D..

Zinoviev, che ha in seguito la parola, stima che il Congresso si è già troppo occupato se bisogna o no dare lotta alle tendenze di destra. Così si pone la questione in modo semplicista, bisogna invece esaminarla sulla base delle tendenze esistenti nel seno del movimento operaio.

Al secondo congresso la tendenza di sinistra, pur non essendo troppo numerosa, costituiva però un danno per l’avvenire. Poiché per il fatto che i sinistri sono nostri compagni e si trovano nelle nostre file e lavorano con noi, ogni loro errore minaccia tutta l’Internazionale comunista.

Il secondo Congresso fece tutti gli sforzi per indurre i compagni a prendere contatto con le masse, qualche cosa si ottenne, ciò nonostante il terzo Congresso bisogna che si esprima ancora in termini chiari in proposito.

Il compagno Zinoviev rileva in seguito il pericolo delle azioni premature dei giovani partiti. Egli esamina quindi questo pericolo specialmente in rapporto al partito italiano e al partito tedesco, illustrando il suo dire con cenni rapidi sulle situazioni rispettive dei due paesi, specialmente in riguardo all’azione svolta dai serrattiani in Italia e dai socialdemocratici e indipendenti in Germania. Ma, egli dice, pur tenendo conto dei veri colpevoli dell’arresto dello sviluppo rivoluzionario, opportunisti e socialdemocratici, dobbiamo considerare anche il pericolo mortale che di fronte a questa situazione una parte del proletariato dia prova d’impazienza e cerchi di cominciare la lotta prematuramente.

Affrontando la questione di marzo egli constata che si va profilando una risoluzione felice e un accordo completo su di essa: questo, egli dice, è uno dei migliori risultati del Congresso. Sulla base dell’azione di marzo bisogna tracciare le linee dell’attività futura del partito. Una nuova scissione nel partito comunista tedesco è inammissibile. Un accordo può compiersi dopo che i rappresentanti del partito comunista unificato sono venuti alla tribuna a confessare i loro errori e dopo che Clara Zetkin ha riconosciuto che i combattimenti di marzo hanno avuto una grande importanza storica. Dopo di ciò è inammissibile che persiste nel partito tedesco un gruppo di opposizione, il quale deve immediatamente sciogliersi.

Sulla questione cecoslovacca l’oratore afferma che si era esagerato trattando i compagni come Smeral da ideologi borghesi, e che un simile modo di agire rinforza la tendenza centrista.

Il partito cecoslovacco è un buon partito proletario di masse che è sulla via di precisare la sua coscienza comunista, essendosi solo da poco liberato dai centristi e socialdemocratici.

Zinoviev conclude dicendo che una sola linea di condotta è stata tracciata per tutti i partiti comunisti. Ci sarà certamente qualcuno che identificherà ciò con un colpo di barra a destra: pure quelli che assistettero al secondo Congresso ricorderanno che vi furono durante il suo svolgimento dei violenti contrasti con i compagni di sinistra, ciò nonostante le decisioni che uscirono da quel Congresso costituirono dei colpi terribili contro i destri e i centristi.

Non c’è da dubitare che le decisioni del presente Congresso costituiranno il colpo di grazia per questi signori.

Telmann, del V.K.P.D., succede al compagno Zinoviev. Egli considera una provocazione della borghesia meno pericolosa delle tendenze centriste, che fortificano in pratica le posizioni della borghesia stessa, affermando che bisogna ingaggiare la lotta quando si ha con sé la maggioranza del proletariato. Se al momento degli avvenimenti di marzo il partito unificato si fosse limitato a semplici manifestazioni avrebbe perduto completamente la fiducia delle masse operaie. La stessa azione di marzo ha mostrato chiaramente i sintomi della disgregazione del regime capitalista. Oggi ci troviamo in presenza di una crisi economica sempre più aggravantesi. Occorre perciò stabilire se i comunisti tedeschi hanno per essi la simpatia della maggioranza del proletariato. Infine l’oratore critica aspramente la posizione assunta da Levi e dice che non bisogna tener conto alcuno dell’opposizione che non ha nessun seguito nel partito. Questo nel suo ultimo congresso di Amburgo ha esaminato i suoi errori e i difetti della sua organizzazione, e ha dimostrato la falsità di alcune critiche, acquistando in tal modo la fiducia di nuove masse. È contro la libertà di critica che chiede la Zetkin, poiché stima che nel momento in cui i comunisti sono l’oggetto della repressione più feroce, è inammissibile che alcuni membri del partito rivolgano la loro critica contro di esso. Ciò sarebbe contro la disciplina.

Segue Trotzki, il quale parla sulla tattica rivoluzionaria.

La teoria dell’offensiva ad ogni costo – egli ha detto fra l’altro – non è assolutamente nella dottrina marxista. Non esiste partito politico più radicale di quello comunista; ma, pur sfruttando il più possibile ogni situazione e lottando del nostro meglio, noi dobbiamo garantire la nostra vittoria e consolidare le nostre conquiste. Bisogna misurare con sangue freddo le nostre forze e quelle del nemico ed esaminare minuziosamente la situazione di ogni paese. Solamente dove le circostanze lo permettano, o anche lo esigano, l’attacco può sferrarsi. Questo è lo spirito delle tesi presentate al Congresso.

Il Congresso termina alla discussione approvando le tesi presentate dal relatore.

(continua)