Partito Comunista Internazionale

Rassegna Comunista 9

La tattica del Partito Comunista in Germania

Il punto principale dell’ordine del giorno del Congresso del V.K.P.D. ( Partito Comunista Unificato di Germania ) convocato il 22 agosto a Jena, sarà la discussione sulla tattica. Questa discussione si baserà sulle lezioni dell’insurrezione di marzo, discussa ed analizzata dal terzo Congresso dell’Internazionale Comunista.

I problemi tattici rilevati dall’azione di marzo non riguardano soltanto il movimento comunista di Germania, ma anche quello di tutti gli altri paesi capitalisti. Non si tratta quindi del rimprovero insensato di Paolo Levi, che ha tacciato l’azione di marzo di esser impregnata di spirito ” putschista e bakounista”, rimprovero la cui follia è chiaramente dimostrata dagli avvenimenti la critica profonda e seria, avrà altre obiezioni da fare: sul contatto con le masse appartenenti ad altri partiti proletari, sulle parole d’ordine conformi alla situazione, sulla fermezza e solidità dell’avanguardia comunista della classe operaia, e infine, sul problema dell’offensiva rivoluzionaria.

Le origini dell’insurrezione di marzo

L’imperialismo tedesco attraversava una crisi più acuta di tutte le precedenti: il dottor Simons, allora ministro degli Esteri della Germania, aveva rifiutato di acconsentire ai pagamenti chiesti a Londra dagli Alleati; le sanzioni erano entrate in vigore. La vita economica della Germania, rovinata dalla guerra disastrosa, era minacciata dalle rappresaglie dell’Intesa di un indebolimento ancora più accentuato, d’una sconfitta ancora più rapida e più dolorosa.

Inutile dire che la rovina sempre più accentuata della Germania determinava una situazione sempre più disastrosa della classe lavoratrice, di cui parti sempre più grandi si vedevano ridotte alla miseria, alla disoccupazione, alla fame.

Lo stato capitalista tedesco si trovava in una situazione senza uscita; ma la borghesia tedesca, curandosi poco dell’agonia della propria organizzazione politica, si preoccupava di realizzare dei profitti. Essa aveva raccolto durante la guerra i frutti delle vittorie che il proletariato aveva dovuto pagare col sangue, ora essa si preparava a raccogliere i frutti della disfatta. Anche le sanzioni tornavano a profitto dei capitalisti tedeschi e fu di nuovo la classe lavoratrice che doveva pagarle. L’applicazione delle sanzioni, conseguenza del rifiuto del capitalismo tedesco a pagare le riparazioni pretese dagli Alleati, dove era, distruggendo completamente la vita economica della Germania, spingere i proletari tedeschi alla rivolta. E nel caso in cui la Germania avesse consentito a pagare le somme enormi domandate a Londra, la borghesia avrebbe dovuto, per non mancare ai propri impegni, sottomettere gli operai ad uno sfruttamento triplicato e quadruplicato. In un caso come nell’altro la situazione era senza uscita, la crisi insolubile del capitalismo tedesco si accentuava, creando una situazione in cui le masse lavoratrici sarebbero state costrette ad usare la violenza per salvare la loro vita.

Nonostante le dolci minacce ed i gentili inviti che il governo dell’Impero indirizzava al governo bavarese, questi rifiutava di disarmare le bande controrivoluzionarie, il Selbstschutz, Einwohnerweren, Orgesch e gli Heimwehren, sotto la protezione delle quali si erano rifugiati tutti i criminali kappisti dall’Impero. La resistenza del governo bavarese sulla questione del disarmo non aveva solamente per effetto di provocare un malcontento crescente nelle masse proletarie; essa indigno anche governi alleati che rafforzarono la pressione delle sanzioni; e con ciò, il rifiuto di Kahr determinò un aumento della disoccupazione e della fame del proletariato tedesco. 

La situazione nell’Alta Slesia era grave: dalle due parti i preparativi di guerra si facevano apertamente e senza molestie. Per impedire una guerra fra la Germania e la Polonia e per conseguenza fra la Germania e gli Alleati, il proletariato tedesco doveva prepararsi alle lotte che erano da prevedersi e fare entrare nella testa dei proletari la coscienza chiara e precisa della situazione; che non poteva divenire soggettivamente rivoluzionaria che guadagnando le masse.

Il Partito Comunista Unificato di Germania non era più la setta di prima della scissione di Halle. Abbracciando delle masse considerevoli esso esercitava una forte influenza al di là dei suoi effettivi, sui membri dei partiti maggioritario ed indipendente e sulle masse sindacate.

L’Unione spartachiana, il vecchio partito comunista, aveva dovuto limitarsi per il numero ristretto dei suoi effettivi, a propagare principi del comunismo ed a stimolare i due partiti socialisti ad intraprendere delle azioni. Ma dopo il Congresso di Halle, il partito della rivoluzione proletaria era divenuto abbastanza forte per poter condurre delle azioni senza l’appoggio ed anche contro la volontà dei pontefici menscevichi e dei burocrati sindacali. In gennaio, il Comitato direttivo del V.K.P.D. aveva indirizzato ai partiti socialisti ed alla C.G.T. una Lettera aperta in cui vi si indicava ad intraprendere un’azione comune sulla base di dieci rivendicazioni, la cui realizzazione era possibile nello Stato capitalista.

Una lotta comune, anche per dei fini immediati e non per lo scopo finale, avrebbe raddrizzato il proletariato, riacceso lo spirito di combattività delle masse lavoratrici. I leaders riformisti della C.G.T. e dei partiti menscevichi rifiutarono di formare il fronte unico dei lavoratori preconizzato dal V.K.P.D. I lavoratori non comunisti, invece, s’erano pronunciati in favore della lettera aperta.

In una prossima azione, il V.K.P.D. poteva dunque contare sull’appoggio, malgrado l’opposizione dei socialtraditori e dei socialpacifisti.

In una tale situazione, il Partito Comunista Unificato di Germania doveva prepararsi alla lotta. Bisognava aspettarsi che le circostanze obiettive, divenendo sempre più rivoluzionarie, si riflettessero nello spirito delle masse, creando in tal modo la situazione in cui, come dice Carlo Marx, ” nessun ritorno e più possibile e le circostanze stesse gridano: Hic Rodus, hic salta!”. Il Partito aveva dovere di affrettare con tutte le sue forze il risveglio delle masse e poiché esso in tal senso lavorava, gli era necessario essere preparato.

La borghesia tedesca non ignorava affatto che dalla rovina del suo imperialismo sorgeva il risveglio del proletariato rivoluzionario. Più la situazione si aggravava per il capitalismo, più cresceva il pericolo della rivoluzione.

Infine, le sanzioni, avevano posto il governo dell’Impero in una posizione in cui esso non poteva restare passivo di fronte alla minaccia del bolscevismo. Se, sotto la pressione delle sanzioni, il capitalismo tedesco si decideva ad effettuare le riparazioni ed i pagamenti domandati, essa non poteva effettuarli che con uno più intenso sfruttamento del proletariato tedesco, garantito da un’energica azione contro il Partito Comunista, solo rappresentante risoluto ed intrepido degli interessi delle masse lavoratrici. Se, al contrario, la Germania persisteva nel suo rifiuto e le sanzioni non fossero tolte, la crescente crisi economica rendeva tali misure ancora più necessarie.

Alla disoccupazione incominciava già a prendere proporzioni inquietanti della decisione del gabinetto di non rimborsare agli intraprenditori il 50% di cui le loro esportazioni sarebbero state gravate ( per causa delle sanzioni ) faceva prevedere una crisi industriale accentuata, una disoccupazione sempre più vasta, dei movimenti insurrezionali, e nel complesso, una recrudescenza del movimento comunista.

La borghesia tedesca sapeva che la situazione diveniva sempre più grave, essa vedeva crescere la potenza del bolscevismo nell’interno del paese. Bisognava provocare comunisti prima che il grosso delle masse avesse compreso l’importanza della lotta, prima che il V.K.P.D. avesse spinto alla rivolta il proletariato nella sua immensa maggioranza, prima che fosse troppo tardi, bisognava provocare ad ogni costo, ed il ministro socialdemocratico Severing, assecondato dal suo compare Hoersing, provocò…

L’insurrezione nella Germania centrale

La Germania centrale costituisce, dopo il bacino della Ruhr, il centro industriale più importante dell’Impero. Centinaia di proletari vi si ammassano, impiegati nelle miniere, nell’industria chimica, nelle officine elettriche e nella metallurgia. I lavoratori di questa regione avevano sempre formato l’ala sinistra del Partito Indipendente, e dopo la scissione di Halle, avevano aderito al Partito Comunista. Un forte spirito di lotta animava questa gente sfruttata da un padronato, che realizzava dei benefici particolarmente elevati. E’ qui che la crisi economica, causata dalle sanzioni, doveva secondo ogni previsione, eccitare la resistenza più ferma e più energica contro il regime dell’imperialismo rovinato; è qui che la borghesia tedesca si aspettava i primi conflitti ed i primi torbidi. 

Ora, Hoersing inviò dei distaccamenti di polizia nella regione industriale della Germania centrale, sotto il pretesto che, per i forti divenuti frequenti negli ultimi mesi, erano necessarie queste misure. In realtà questo pretesto non serviva che a mascherare l’angoscia dei governanti, che volevano premunirsi in anticipo contro ogni tentativo del proletariato di sottrarsi al duplice sfruttamento dell’imperialismo dei vinti e dei vincitori. I socialisti maggioritari Hoersing e Severing s’erano incaricati di consegnare i lavoratori della Germania centrale, mani e piedi legati, Halle cupidigie dei profittatori della pace, tedeschi ed alleati. 

La classe lavoratrice tedesca doveva parare questo colpo. Ma non c’era che il V.K.P.D. ed il K.A.P.D. che riconoscevano chiaramente il senso dell’aggressione di Hoersing e che concepivano la necessità di entrare in azione per difendere la libertà d’agire dei proletari della Germania centrale. I capi socialpatrioti si smascherarono sostenendo apertamente il loro compari governativi, gli aggressori degli operai. I leaders indipendenti, divenuti da lungo tempo i docili subordinati dei noskisti, si schierarono egualmente dalla parte della borghesia.

Spettava dunque al V.K.P.D. di trascinare le masse non comuniste nella lotta, di sopra e contro la volontà dei leaders socialriformisti e socialpacifisti. Era necessario formulare delle parole d’ordine nette e coincise; comprensibile a tutti proletari, parole d’ordine basate sui bisogni immediati delle masse e sulle preoccupazioni che quotidianamente tormentano gli sfruttati. Il partito aveva il compito di mostrare i lavoratori in quale era il vero aggressione, di smascherare la controrivoluzione che si nascondeva dietro ” l’azione poliziesca ” del socialdemocratico Hoersing. Bisognava non perdere contatto con le organizzazioni del partito, allo scopo di manovrare con fermamente secondo le necessità della situazione e di vita nella confusione e di disordine nella ritirata delle unità proletarie.

La situazione esigeva che il V.K.P.D., pur sostenendo e dirigendo con energia lo sciopero locale nella Germania centrale, mettesse, con un’intensa propaganda basata su dei fatti, gli avvenimenti della Germania centrale alla portata delle masse dell’intero Interno, e lo rafforzasse così gradualmente l’azione fino al pieno sviluppo di tutte le energie proletarie. Ciò che era più importante, era di conservare in ogni circostanza in sangue freddo necessario per non lasciarsi trascinare in imprese, la cui ampiezza sorpassava per il momento, data la situazione, gli scopi accessibili.

Il Comitato direttivo, pertanto, non era all’altezza della situazione; essa non riuscì a dirigere l’azione secondo i punti di vista indicati. La colpa non spettava sempre ai compagni dirigenti, che dovevano lottare contro le conseguenze fatali di un’azione prematura, scatenata dall’astuzia dei reazionari in un momento ad essi propizio.

Dell’aggressione di Hoersing sorprese il V.K.P.D. in piena preparazione del possente movimento proletario che la crisi dell’imperialismo tedesco faceva prevedere per un tempo non troppo lontano. Le conseguenze della pressione degli alleati non erano ancora abbastanza sensibili per sollevare la classe lavoratrice fin nelle sue parti più inerti contro l’imperialismo sfruttatore ed i suoi lacché socialpatrioti. Esse avevano giustamente incominciato a riempire la coscienza dell’avanguardia comunista della convinzione incrollabile che, sulla questione delle riparazioni doveva scatenarsi la battaglia decisiva tra il proletariato tedesco della sua borghesia.

I lavoratori della Germania centrale insorsero contro la provocazione della borghesia. E si occuparono le fabbriche, lo sciopero generale fu proclamato nei distretti minacciati dalla polizia, il proletariato interno della regione industriale era risoluto a non cedere prima che il governo di Prussia non avesse ritirati i distaccamenti di polizia della Germania centrale.

Il Comitato direttivo del V.K.P.D. non aveva consigliato ai suoi membri di opporsi ai distaccamenti di polizia con le armi alla mano. Ma la sua inettitudine fece scoppiare l’azione fin dai primi giorni in tutta la sua asprezza. Immediatamente prima del colpo di Hoersing, la questione del disarmo delle organizzazioni reazionarie era divenuta particolarmente scottante. Kahr si rifiutava a disarmare, e la ” Rote Fahne ” dimostrando l’aperta illegalità dei controrivoluzionari bavaresi, gridava: ” disse la reazione conserva le armi infischiandosi delle leggi, ogni lavoratore deve prendere un’arma dove la trova, classe operaia, anch’essa, deve infrangere le leggi per difendersi contro i suoi nemici mortali “. Questi appelli apparsi prima dello scatenamento dell’azione nella Germania centrale da parte di Hoersing, doveva respirare compagni della regione minacciata illusione che si trattava di entrare immediatamente nella lotta armata contro le bande del governo.

Le masse della regione, spinti alla rivolta per l’invio della polizia, non si accontentarono delle misure di difesa. La classe operaia insorta si armò per tenere testa alla controrivoluzione armata, il proletariato prese l’offensiva contro gli aggressori: la polizia fu ricevuta a colpi di fucile, ed i distaccamenti inviati da Hoersing nella Germania centrale e dovettero domandare rinforzi per potervisi mantenere.

Una volta impegnata la battaglia con una tale acutezza, era impossibile al V.K.P.D. abbandonare i proletari in lotta, di cui non aveva saputo contenere l’ardore combattivo nei limiti necessari, e non preoccuparsi della loro sorte. Il proletariato di tutta la Germania doveva prestare soccorso alle eroiche lotte dei compagni del centro. Così il Comitato centrale del V.K.P.D. decise di invitare gli operai dell’intero paese ad entrare in sciopero per esplicare una solidarietà attiva.

L’appello lo sciopero generale, lanciato dal V.K.P.D. per sostenere i lavoratori in lotta nella Germania centrale non fu seguito che dai comunisti, in molte località di sabotaggio di amici di Paolo Levi riuscì a paralizzare anche l’azione del partito. L’improvviso e troppo inatteso passaggio dallo sciopero alla insurrezione armata nella Germania centrale determinò fatalmente il passaggio non meno improvviso e senza profonda preparazione, dalla propaganda all’azione nelle altre parti dell’ Impero, dove il V.K.P.D. non aveva ancora sufficientemente convinte le masse della necessità della lotta.

Per il primo passo falso, che d’altronde era dovuto in gran parte alla situazione prematura, il partito si vedeva forzatamente trascinato in una serie di altri errori inevitabili, tosto che la lotta aperta si scatenò. La situazione obiettivamente rivoluzionaria non aveva ancora investito la classe interna, non c’era che l’avanguardia comunista che si rendeva conto di ciò che si trattava. In parecchie città, i lavoratori dei partiti menscevichi entrarono in sciopero con i comunisti dietro l’ordine del V.K.P.D., ma in generale comunisti conducevano da soli l’azione, isolandosi così dal grosso della classe.

Per di più le parole d’ordine poco chiare e poco concrete non avrebbero servito, anche in una situazione più rivoluzionaria, allo scopo per il quale esse erano state destinate: trascinare le masse dei partiti socialisti.

Il Comitato direttivo lanciò delle parole che sarebbero state conformi alle circostanze parecchi mesi più tardi, dopo che la crisi economica si sarebbe fatta sentire dal proletariato con un vigore più accentuato che al suo inizio.

Delle parole d’ordine come: ” caduta del governo! ” ” Insurrezione armata! ” Che, nel momento dell’azione non potevano servire che come frasi di propaganda, furono emesse come scopi concreti. Non si può risparmiare alla stampa del V.K.P.D. il rimprovero di aver impiegato nei suoi appelli e nei suoi manifesti dei primi giorni troppe frasi e troppo pochi fatti invece di esporre alle masse della situazione dal punto di vista marxista, per quanto su di un tono appassionato e suggestivo, questi articoli fecero appello unicamente ai sentimenti e per nulla alla ragione dei lavoratori. In tal modo la Centrale perdette il contatto con le grandi masse, il di cui appoggio soltanto

può garantire successo della lotta emancipatrice della classe lavoratrice. Quando infine essa si accorse di quest’errore e si sforzò di correggerlo, era già troppo tardi. Il fatto che il Comitato direttivo non aveva in pugno le masse armate, che aveva lasciato libero corso alla lotta armata, invece di frenarla quando era ancora in tempo, permise alla borghesia e i leaders menscevichi di isolare il V.K.P.D. dalle masse non comuniste, di suscitare tra la classe e la sua avanguardia di sospetto di putschismo e di abbandonare gli insorti della Germania centrale ai loro carnefici.

Da quando fu chiaro che l’appello del V.K.P.D. era restato senza effetto nelle altre parti della Germania – salvo parecchie località in quella influenza dei comunisti era preponderante -il movimento della Germania centrale assunse i tratti caratteristici di ogni rivolta disperata, condannata allo scacco: essa, si disgregò in azioni individuali e terroriste, gli elementi putschisti del K.A.P.D. presero il sopravvento, l’azione di masse cessò, ed al suo posto insorsero delle azioni di minoranze putschiste contro la maggioranza che aveva riconosciuto essere divenuta inutile e perniciosa la continuazione di una lotta perduta. Anche qui la centrale del V.K.P.D. commise l’errore di tardare a prendere la decisione definitiva di cessare il combattimento.

Di quando l’azione era terminata parecchi compagni del Comitato direttivo si sforzarono di provare, polemizzando contro i rimproveri di Paolo Levi, che la insurrezione di marzo era un primo passo verso un orientamento nuovo della tattica del V.K.P.D., l’orientamento dell’offensiva rivoluzionaria.

La stampa borghese e menscevica attingeva in questa nuova teoria l’argomento della responsabilità del partito comunista per la azione di marzo. ” I comunisti stessi preconizzano la tattica offensiva, gridavano essi, dunque sono essi i responsabili della insurrezione “.

La muta borghese ed i suoi servi lo ripetevano senza posa ed una gran parte della classe proletaria lo credeva. La tattica disgraziata del Comitato centrale aveva isolato il partito dalle masse e reso la propaganda più difficile di prima. Le masse, che riconoscono i loro errori solo dopo averne sentite le conseguenze dolorose si accorgeranno presto o tardi che il V.K.P.D. aveva ragione nell’accettare la sfida della borghesia nelle sanguinose giornate di marzo.

Ma la tattica poco abile del Comitato direttivo ha rallentato finora questo processo fatale.

La crisi dell’imperialismo tedesco continua ad accentuarsi. Nuove lotte di classe sono imminenti, in cui il partito comunista avrà da compiere la sua funzione storica; essere l’avanguardia cosciente e nettamente organizzata del proletariato. Il riconoscimento degli errori e degli sbagli commessi nell’azione di marzo contribuirà a dare alla tattica del V.K.P.D. una linea di condotta più ferma e più diritta. Solo a questa condizione la classe operaia tedesca non avrà pagato troppo cara la disfatta della insurrezione della Germania centrale.

La critica di Paolo Levi

La tattica del Comitato Direttivo nell’azione di marzo non poteva non suscitare delle vive critiche in seno al partito. Paolo Levi, non contento di criticare nelle Sezioni del V.K.P.D., pubblicò il suo famoso opuscolo: La nostra via.

Ma la critica di Paolo Levi è la critica di un capo destituito.

Alla polemica sostenuta con i fatti si mescolano nel suo opuscolo il biasimo ringhioso e sentimentale del rancore personale. Si ha la impressione, leggendo le sue pagine, che egli non polemizza per dimostrare le insufficienze del movimento, ma per mettere in piena luce la sua superiorità. Invece di esaminare le circostanze nelle quali l’azione è scoppiata, e di spiegarne le debolezze e gli errori con la situazione eccessivamente sfavorevole, egli rigetta preliminarmente ogni responsabilità sui compagni del Comitato centrale, dimenticando che egli aumenta così singolarmente la loro importanza, col pretendere che essi, da soli, abbiano potuto scatenare un’azione alla quale parteciparono centinaia di migliaia di proletari, in ogni caso più di un mezzo milione.

Paolo Levi appoggia la sua critica su due punti fondamentali.

Egli dimostra nella prima parte del suo opuscolo quali condizioni debbano essere soddisfatte perché il partito comunista possa entrare nella lotta per la conquista del potere. E poiché è facile dimostrare che in Germania, né la maturità mentale della maggior parte i lavoratori, né una costellazione politica propizia a questa lotta esisteva nel marzo 1921, egli dichiara nella seconda parte, che la insurrezione della Germania centrale era un colpo di mano fomentato dai leaders del V.K.P.D. senza essere fondata sulla situazione né sulla coscienza delle masse.

Quanto all’esame minuzioso delle condizioni della lotta decisiva per la conquista del potere, non ci si spiega bene perché Paolo Levi si occupi della conquista del potere nella critica di un’azione che non aveva avuto tale scopo.

Ma l’intenzione dell’antico capo del V.K.P.D. è chiara. Non si può parlare di un “putsch ” che nel caso in cui si tratti di un colpo di mano diretto alla conquista violenta del potere. Non avendo avuto il Comitato direttivo di intenzione di scatenare un’azione prematura per la instaurazione del regime di soviettista, bisognava costruire il ” putsch “. Le parole d’ordine confuse, lanciate dalla Centrale nei primi giorni dell’insurrezione hanno contribuito a facilitare il compito di Paolo Levi. Il rimprovero che bisogna indirizzare al Comitato direttivo, non è l’insinuazione insensata di Levi che le parole d’ordine del V.K.P.D. avrebbero reclamato la presa del potere politico, ma bensì che il Comitato direttivo non aveva lanciato nessuna parola d’ordine concreta, in modo che si aveva il diritto di domandarsi se i compagni della Centrale sapevano bene per quale scopo essi lottavano.

Inoltre la provocazione di Hoersing era così chiara, i suoi scopi così evidenti che occorra veramente molto cinismo da rendere responsabile il V.K.P.D. del colpo di mano di un servo della borghesia. Levi deve convenire che la borghesia ha prevenuto l’attacco che il Partito Comunista preparava prevedendo una recrudescenza del flusso rivoluzionario in tutta la Germania. Egli osa pertanto qualificare di complotto questi preparativi, indubbiamente necessari in vista degli avvenimenti futuri, e di putschisti quelli che ne dirigevano la preparazione.

Nell’ opuscolo di Paolo Levi si trovano pertanto anche delle critiche molto giustificate riguardo la tattica del Comitato Centrale nell’azione di marzo. Quando egli parla della mancanza di contatto con le grandi masse o delle parole d’ordine confuse emesse dalla Centrale, egli ha ragione. Soltanto tutti gli argomenti di Paolo Levi mirano alla lotta contro lo spettro di un sedicente putschismo, e così, anche le parti giustificate della sua critica, poste sotto questo punto di vista, perdono il loro valore.

D’ispirata da motivi personali, la critica che Paolo Levi fa dell’azione di marzo abbandona la base solida del marxismo per perdersi nella palude dei rimproveri personali. D’accusando il Comitato centrale di ” putschismo bakounista di ” attribuendo ad alcune persone alla facoltà di poter scuotere delle masse di parecchie centinaia di migliaia di lavoratori ed incitarli ad un colpo di mano, egli pone se stesso sul terreno del bakounismo, della teoria che pretende che la volontà di alcuni personaggi basti per fare la storia. Egli abbandona con queste strane concezioni la dottrina del marxismo, che è l’essenza della lotta di classe proletaria e si schiera dalla parte di coloro che, incapaci di comprendere il senso dell’evoluzione storica, cercano di negarla o di forzarla secondo il loro carattere. L’opuscolo: La nostra via, ha regalato le concezioni piccolo-borghesi di Paolo Levi

Le lezioni del movimento

Avendo pienamente riconosciuto i suoi errori di marzo, il partito comunista tedesco sarà capace di osservare nelle sue azioni una linea di condotta più sicura e di guadagnare la fiducia rafforzata delle masse, anche dopo la battaglia perduta. Le lotte di marzo hanno dimostrato le debolezze di cui soffre il V.K.P.D., esse hanno rivelato tutti difetti che è indispensabile correggere.

È innanzitutto l’atteggiamento esitante della stampa che non ha saputo aggiungere il chiaro linguaggio del marxismo alla passione ed alla verve dei suoi appelli e dei suoi articoli. Soprattutto di appelli indirizzati ai proletari non comunisti erano sovente redatti con una tale inettitudine, che essi portavano piuttosto a respingere che a guadagnare le masse che seguivano ancora i socialisti maggioritari ed indipendenti. Questo è uno dei punti che Paolo Levi aveva il diritto di criticare e che ha criticato, senza pertanto potere fare a meno di un attacco alla Don Chisciotte contro il sedicente putschismo bakounista.

Lanciando delle parole d’ordine di pura propaganda, che miravano gli scopi finali del partito comunista, la Centrale non riuscì a trascinare il grosso della classe, che di solito non si scuote che con delle parole formulate in rapporto ai suoi bisogni immediati. Sarebbe stato necessario all’inizio restringere l’azione alla Germania centrale, concentrarsi tutti gli sforzi per respingere l’attacco di Hoersing, pur non commettendo l’imprudenza di lasciarsi provocare ad un’insurrezione armata. Ecco ciò che i proletari avrebbero compreso.

Essi avrebbero afferrato, a condizione che la propaganda fosse stata condotta in tutta la Germania non solo con l’intensità, ma anche con l’abilità necessaria, che la lotta dei lavoratori del centro d’era una lotta per il loro propri interessi. Noi abbiamo, di sopra, dimostrato che la prematura prese delle armi da parte dei compagni della Germania centrale annientò questa possibilità. Essa trascinò il partito, in tutto il paese, ad un’azione insufficientemente preparata e non compreso dal grosso della classe. Invece di estendere il movimento per tappe, il Comitato direttivo era forzato, dalla rapidità delle avvenimenti della Germania centrale, a passare senza transizione dalla passività di una preparazione che giustamente si era appena iniziata, allo spiegamento più formidabile di tutte le energie.

Il fatto che la lotta armata poté scoppiare nella Germania centrale senza, ed anche contro le intenzioni della Centrale, rileva dei difetti di organizzazione considerevoli. La Centrale non teneva sufficientemente in pugno il movimento delle proprie masse. Essa faceva inoltre troppe concessioni al K.A.P.D., tollerando troppo a lungo i passatempi particolari del K.A., che nuocevano alla causa del proletariato con i loro atti di terrore individuale. E’ l’azione delle bande, nelle quali si disgregò il movimento di marzo nella Germania centrale, che rese impossibile ogni ritirata in ordine, causando così agli operai in lotta perdite disastrose e sanguinose.

Tutte queste osservazioni non mancheranno senza dubbio di essere fatte al prossimo Congresso del V.K.P.D.. L’azione di marzo che ha costato tanti sacrifici alla classe operaia tedesca, è terminata; essa, con tutti i suoi errori, le sue debolezze, i suoi sbagli, appartiene al passato, alla storia. E’ l’avvenire che approfitterà delle lezioni della disfatta di marzo, che non cesserà di dimostrare costantemente alla direzione del partito comunista quali insufficienze bisogna evitare nelle lotte future.

Ma sarebbe altrettanto insensato quanto ridicolo dire ora: “Se nel movimento di marzo ciò fosse stato fatto e, ciò fosse rimasto in seguito, le cose avrebbero preso una tutt’altra piega “. E’ evidente che tutta una serie di errori avrebbe potuto essere evitata dai capi dell’azione. Ma non è meno indubitabile che la maggior parte degli errori tattici e di tutte le insufficienze sorte nel movimento non sono dovute che all’impegno prematuro dei combattenti.

Non bisogna dimenticare che il partito non aveva intrapreso che il primo passo verso una preparazione di movimento rinforzato, conforme all’orientamento dell’attività del V.K.P.D., influenzata dall’acutezza sempre crescente della crisi dell’imperialismo crescente. La provocazione di Hoersing sopravvenne in un momento in cui le insufficienze d’organizzazione non erano ancora eliminate ed in cui la situazione non aveva ancora rivoltato la mentalità delle grandi masse. Forzatamente e gli errori dovettero essere commessi, ben che parecchi fra di essi avrebbero potuti essere evitati da una direzione più abile e più prudente.

Spetta ora al V.K.P.D. di studiare gli errori e di approfittarne per quanto è possibile. Le amare recriminazioni di Paolo Levi, che espone come si avrebbe dovuto agire e ciò che non si avrebbe dovuto fare, sono una nuova prova della sua mentalità non comunista.

La critica del passato non può servire che per trarne delle lezioni per l’avvenire e non a piagnucolare sul come un disastro causato dalla situazione obiettiva avrebbe potuto essere risparmiato ad un partito rivoluzionario.

L. Revo.

Il Partito Comunista Jugoslavo e la reazione borghese

Abbiamo potuto conferire con alcuni compagni del P.C. Jugoslavo molto al corrente delle cose del partito e della situazione politica del loro paese, vittime essi stessi dell’attuale feroce reazione.

Quanto i compagni ci hanno illustrato in una lunga conversazione potrebbe essere oggetto di considerazioni molto interessanti nei riguardi dei problemi tattici che oggi si prospettano ai comunisti di tutti paesi. Ci limiteremo ad accennare soltanto questa parte, dedicando questo breve scritto, più narrativo che critico, a richiamare l’attenzione dei compagni italiani sulla situazione della vicina Jugoslavia e sulla reazione chi ivi infierisce sui lavoratori e sui nostri compagni a cui abbiamo il dovere di porgere tutta la nostra solidarietà. Aggiungiamo anzi che il P.C. d’Italia già si sta adoperando per venire in aiuto ai compagni jugoslavi con tutti i mezzi che sono in suo potere.

Non rammenteremo al lettore le circostanze attraverso le quali si era formato dopo la guerra europea e con lo smembramento dell’Austria-Ungheria il regno jugoslavo sotto lo scettro del vecchio è delinquente re Karageorgevic morto in questi giorni.

La vittoria della democrazia e del principe della nazionalità ha dato luogo al formarsi di questo Stato che comprende insieme al lettore principali razze slave dei serbi, dei croati e degli sloveni (oltre ai montenegrini), sudditi di razza tedesca, magiara, albanese, greca, italiana, bulgara, romena, musulmana.

L’attività del proletariato del suo movimento politico ed economico di classe risente ancora delle partizioni nazionali, seppure in misura minore della influenza che queste esercitano sui partiti borghesi e specialmente piccolo-borghesi. La vita politica del paese si presenta grande molteplicità di aspetti di classificazioni, in ordine alle tendenze politico-sociali ed alle nazionalità, come una grande varietà di caratteri economici caratterizza questo Stato, dalle zone industriali e minerali e della Slovenia alle regioni agricole della Serbia, alla pastorizia primitiva del Montenegro e delle altre regioni montuose della Balcania quasi non ancora penetrate dal soffio della cosiddetta civiltà europea.

Per venire senz’altro alla situazione del movimento politico proletario prenderemo le mosse dal Congresso di Vucovar di giugno 1920, nel quale il numeroso partito socialista-comunista, confermando la sua adesione alla Internazionale comunista, eliminava dalle sue file i social-democratici croati, che costituiranno l’attuale partito socialdemocratico aderente alla ” Internazionale 2 1/2 “.

Con questo però il partito non si era completamente liberato dagli elementi centristi ed opportunisti specialmente delle sezioni serbe. Questi erano capitanati dal Lapcevic, che potrebbe dirsi il Serrati jugoslavo, ma in seguito alle decisioni del II Congresso dell’I.C. e che attraverso vivaci polemiche vennero liquidati senza bisogno di congresso e relativa scissione; e nel dicembre del 1920 con la espulsione individuale di 31 dei loro capi questa tendenza era eliminata dal partito.

Appena organizzatosi su basi comuniste il partito jugoslavo si trovò a dover concentrare la più grande parte della sua attività nell’azione elettorale. Già nel luglio, subito dopo il congresso, si ebbero le elezioni comunali in Serbia con notevoli affermazioni del partito. Dall’agosto al novembre si svolse poi la campagna per le elezioni dell’Assemblea Costituente, nella quale il partito si impegnò a fondo e con tutte le sue forze.

I risultati delle elezioni costituirono una schiacciante vittoria del P.C. Benchè in certe zone appena il 50% degli operati avesse fruito del diritto di voto, i comunisti raccolsero ben 280.000 voti sopra poco più di un milione e mezzo di votanti, e conseguirono 59 mandati sui 419 posti nell’Assemblea Costituente.

Non sarà male dare un’occhiata alla costituzione di quest’assemblea e allo schieramento in essa dei vari partiti. I partiti delle classi dominanti che oggi sono al governo sono i seguenti: i radicali (partito di Pasic) con 93 mandati. In questo partito vi è una specie di antipapa del leader Pasic ed è Protic, uomo politico di grande intelligenza che ostenta oggi di essere all’opposizione per preparare un nuovo gabinetto da lui capitanato ma che nulla avrebbe diverso dall’attuale e si confonderebbe sulla stessa maggioranza. I democratici, con 95 mandati, capeggiati da Draskovic, Priyicevic, e dal ministro ucciso nel noto attentato Draskovic. I musulmani, con 24 mandati (partito dei grandi proprietari macedoni). Il partito dei contadini sloveni indipendenti ( in realtà partito di borghesia agraria conservatrice ) con 11 mandati.

Oltre ai 59 comunisti ( un mandato dei quali venne abusivamente dal governo attribuito ad un socialdemocratico la cui elezione era stata annullata) si schieravano all’opposizione molti altri partiti piccolo-borghesi: il partito di Radic ( contadini repubblicani croati) che a 50 mandati ma esercita il boicottaggio del parlamento, ed a un originale movimento semi-rivoluzionario di piccoli contadini sui quali il leader esercita un’indescrivibile ascendente. I clericali (Slovenia, Bosnia e Croazia, provincia di religione cattolica) con 27 mandati. I contadini serbi con 30 mandati, i nazionali croati con 13 mandati, i socialdemocratici con 11 mandati, i repubblicani serbi con quattro mandati.

Vi è perfino il partito socialnazionale con due deputati e attitudine ministeriale.

I centristi di Lapcevic non fecero a tempo a partecipare alle elezioni salgono alcune città slovene dove ottennero un numero insignificante di voti. In seguito questo partito intraprese la sua fusione con i socialdemocratici, dalla quale starebbe per uscire il Partito Socialista Operaio Jugoslavo, aderente probabilmente alla Internazionale di Vienna.

Contro i 280.000 voti dei comunisti quelli dei socialdemocratici non furono noti 50.000, e poche centinaia addirittura quelli dei centristi.

All’indomani delle elezioni lo Stato Jugoslavo trovavasi in una critica condizione. La crisi economica avanza, la valuta discendeva in modo allarmante e i capitali emigravano. Alla Francia, grande protettrice politica del nuovo Stato, non conveniva fare sacrifici per rinsaldarne la vita economica.

Politicamente il potere centrale dello Stato non era minacciato soltanto dalle tendenze rivoluzionarie del proletariato e dei lavoratori agricoli, ma anche dalle forti tendenze autonomiste e separatiste. Il forte partito Croato di Radic chiede la Repubblica Federale al posto della monarchia unitaria, ed altri gruppi politici domandano le autonomie o almeno il regime federativo.

Dal punto di vista parlamentare il Partito Comunista era così forte che nel gioco dei partiti ministeriali e delle opposizioni determinava uno squilibrio completo e rendeva quasi impossibile ogni politica di governo. L’influenza del partito diveniva preoccupante anche perché era nelle sue mani il controllo di tutti i sindacati ed aumentava continuamente il suo ascendente fra i piccoli contadini.

La borghesia jugoslava e il suo governo ebbero a convincersi che non era possibile ristabilire l’equilibrio senza affrontare e schiacciare il P.C., approfittando che la sua recente costituzione, il conflitto interno con elementi centristi e la necessità di dedicarsi tutto alle lotte elettorali gli avevano impedito di compiere quello che il partito prima della scissione di Vucovar aveva completamente trascurato: la preparazione alla lotta rivoluzionaria.

Il primo gennaio del 1921 viene vibrato il primo colpo contro il movimento proletario e comunista con quel decreto che prese il nome di Obsnana. Il funzionamento legale del Partito Comunista venne proibito, la sua stampa soppressa, i sindacati a direttive comuniste messi nella impossibilità di funzionare con la chiusura delle sedi proletarie. La occasione sullo sciopero dei minatori che si volle stroncare. Lo sciopero si prolungò per alcuni giorni ma dovette terminare con la sconfitta meno che in Slovenia, dove i lavoratori resistettero malgrado non potessero funzionare né il partito né i sindacati.

In tutto il periodo successivo il partito poté agire solo attraverso il suo gruppo parlamentare. Tuttavia era rispettata l’immunità dei deputati che percorrendo il paese potessero riorganizzare i gruppi segretamente o sotto altri nomi.

Trascorsi cinque mesi i sindacati cominciarono a poter funzionare sotto controllo, quando si vide che il proletariato, in preda al più grande malcontento, rifiutava di accedere, malgrado la chiusura delle sue sedi, alla organizzazione gialla.

Il 29 giugno viene compiuto l’attentato al Reggente, che rimane illeso. A questo attentato il P.C. era totalmente estraneo, non condividendo i metodi dell’azione individuale. Nella preparazione di esso influirono probabilmente gli irredentisti magiari. Tuttavia il governo ne diede la colpa ai comunisti arrestando il deputato Kovacevic sotto l’accusa di complotto.

Poco dopo avviene l’attentato contro il ministro Draskovic che rimane ucciso. Anche stavolta gli organismi comunisti non hanno con tale fatto nulla di comune: si mormora anche sulla rivalità implacabile tra il Draskovic ebbe il capo dell’altra alla del partito democratico, Privicevic, che dalla sparizione del primo nelle migliorate le sue azioni politiche. Questo è il segnale dello scatenarsi della bufera reazionaria; mentre il 28 giugno l’Assemblea Costituente aveva votato la ultraliberale Costituzione del Regno!

Fin dal marzo si parlava però di un progetto di legge anticomunista ed antiproletario ” della difesa dell’ordine e del lavoro “. Erano sorte nella Jugoslavia organizzazioni borghesi simili ai fasci italiani, che con le loro provocazioni contro il proletariato creavano una situazione di guerriglia civile costituendo l’alibi al governo per lo scatenamento della reazione statale. Questi organismi sotto il nome di ” difesa del popolo ” costituivano bande armate, quasi che non bastasse la difesa della borghesia jugoslava l’avere 250.000 uomini sotto le armi, 60.000 nella gendarmeria nell’esercito reazionaria del generale Wrangler a sua disposizione.

Con i primi di luglio le forze statali iniziano l’aperta azione repressiva del movimento proletario.

Neppure l’immunità parlamentare è questa volta rispettata. Sotto il pretesto del complotto per l’attentato da Draskovic vengono arrestati oltre il Kovacevic i compagni deputati Giopic e Filipovic. Altri sono costretti a sottrarsi all’arresto con la fuga. I membri della centrale del Parlamento sono arrestati dispersi, altrettanto avviene per i membri dei comitati locali; infine si commina all’arresto e l’internamento nei campi di concentramento, a chi sia semplicemente membro del Partito Comunista, e in pochi giorni sale a 14.000 il numero dei comunisti arrestati.

Schiantata così l’organizzazione ufficiale del Partito, si inizia la lotta contro le organizzazioni economiche. Questa volta si sciolgono i Sindacati, non solo se sono diretti da comunisti, ma addirittura quando risulta che uno solo dei loro organizzati è comunista. Le Case del Popolo vengono invase e chiuse dalla polizia, le riunioni operaie vietate.

La reazione ha per obiettivo centrale il movimento comunista, ma ne risentono anche altri partiti di opposizione: i clericali, i socialdemocratici, i repubblicani, i contadini serbi, i contadini croati di Radic.

Vi è un solo partito – cosa veramente caratteristica – che gode un trattamento di favore da parte della borghesia e della polizia: è l’incipiente partito centrista di Lapcevic; il movimento dei serratiani jugoslavi. I membri di questo partito, che dovrebbero essere i più affini ai comunisti, iniziano parallelamente all’azione della polizia contro gli organismi proletari, una loro azione per soppiantare i comunisti nella direzione dei sindacati. Se gli operai accettassero la direzione dei socialcentristi la polizia lascerebbe riaprire le sedi proletario. Hanno luogo a Belgrado sotto la compiacente protezione della gendarmeria riunioni di categorie operaie, a cui gli oratori del partito di Lapcevic espongono i loro seducenti programmi.

I comunisti sono forzatamente assenti da questi sleali contraddittori, ma le masse insorgono e gli oratori centristi vengono cacciati a suon di legnate dalle adunanze. I sindacati pur dovendo rinunziare funzionare, restano legati all’indirizzo comunista, meno in alcune zone della Slovenia.

Sulla complicità dei centristi con la polizia possiamo dare altri particolari che non temono smentita. La polizia ha da essi ricevuto elenchi nominativi di militanti del Partito Comunista che sono stati perseguitati ed arrestati. I funzionari del governo hanno in certe località proposto agli operai di aderire al partito di Lapcevic se volevano essere lasciati tranquilli. Molte Case del Popolo sono state consegnate ufficialmente dalla polizia ai centristi. Un fatto scandaloso, sì e poi verificato nella Casa del Popolo di Belgrado: capi centristi e poliziotti non solo hanno invaso le stanze nelle quali aveva sede la Centrale Comunista, ma hanno, d’accordo, proceduto allo scassinamento della cassaforte del Partito sperando di trovarvi denaro per il partito centrista, documenti compromettenti per uso della polizia.

La reazione era in pieno sviluppo quando fu portata innanzi all’ Assemblea Costituente la legge eccezionale di polizia che doveva giustificarla. La legge fu approvata con 154 voti contro 54. Nessun deputato comunista era presente poiché per effetto della stessa legge che ancora doveva andare in vigore era stata tolta ai comunisti l’immunità parlamentare. La legge nel suo contenuto è nota ai lettori italiani per averne parlato la nostra stampa di partito. Essa esclude da ogni diritto politico i partiti che abbiano nel loro programma il mutamento della costituzione della Stato, e quindi in prima linea  il Partito Comunista. L’appartenere a questo diviene Renato: ma ben poco significano le disposizioni legislative quando si è iniziato il regime dell’arbitrio.

Il Partito Comunista non può d’ora innanzi che agire totalmente fuori dalla legalità: i suoi capi sono quasi tutti in prigione o all’estero, il Partito ha bisogno per riprendere la sua lotta di un aiuto concreto degli altri partiti comunisti, in prima linea quello italiano, e dell’Internazionale Comunista. Una azione del proletariato internazionale contro la politica reazionaria del governo di Belgrado dovrebbe essere senza indugio intrapresa: soprattutto i nostri compagni francesi dovrebbero ricordare che lo Stato jugoslavo è una creatura ed una colonia della loro borghesia e dello Stato repubblicano, che è oggimai il principale attore della reazione in Europa.

Si potrebbe chiedersi perché il Partito jugoslavo, che aveva grandissimo seguito tra le masse, che, come i fatti dimostrano eloquentemente, questo seguito ha conservato attraverso le persecuzioni  almeno potenzialmente e psicologicamente, non è stato in grado di raccogliere la sfida e accettare la lotta contro la reazione statale. Le ragioni che spontaneamente ci prospettavano compagni jugoslavi sono le seguenti: il Partito non era abbastanza solidamente organizzato, da quando aveva abbandonato le tradizionali e pacifiche direttive socialdemocratiche, l’azione elettorale, assorbendone le energie, gli aveva impedito di darsi una organizzazione illegale ed un inquadramento capace di dirigere le masse in una azione rivoluzionaria. L’armamento del proletariato era deficiente, soprattutto in seguito alle 10 o 12 requisizioni generali delle armi da parte della Stato.

La crisi industriale aveva depresso lo spirito delle categorie meglio orientate verso il comunismo: minatori, metallurgici ed edili. D’altra parte abbiamo già visto che i lavoratori organizzati non si sono minimamente staccati dal Partito per effetto della reazione. A noi pare che ciò voglia dire che non è sufficiente per un Partito Comunista avere al proprio seguito vaste masse allenate a rispondere ai suoi appelli nell’azione elettorale e sindacale. Il Partito non deve solo ricevere dalle masse quello che è certo l’alimento primo e indispensabile della sua funzione; esso deve anche dialetticamente riflettere sulle masse la coscienza e la volontà d’iniziativa nella lotta rivoluzionaria di cui è per natura il serbatoio.

Un vasto seguito di adesione popolare conta poco quando manchi la seconda condizione; e perché questa pienamente e progressivamente si realizzi è indispensabile che il consenso della classe lavoratrice coi metodi del Partito avvenga sulla base della chiarezza e dirittura programmatica e organizzativa di questo.

Prima, quindi, di compiacersi di un vasto seguito tra le masse bisogna vedere se il Partito è in grado di utilizzarlo dando ad esso i termini di una chiara e cosciente visione delle finalità della lotta, ed un saldo inquadramento organizzativo non adatto solo all’azione elettorale e sindacale ma altresì alla battaglia rivoluzionaria.

Che queste condizioni di capacità alla lotta non possono essere scompagnate dalla chiarezza teorica e dalla intransigenza dei programmi, lo mostra anche la funzione avuta dai centristi nella tragica situazione creata al proletariato di Jugoslavia (e notiamo anche di passaggio che il giornale centrista italiano, l‘Avanti, in una sua corrispondenza di qualche tempo fa, indicava come via di uscita per i lavoratori jugoslavi la formazione del Partito Socialista, ossia di quel partito che, come si è visto, sarà capeggiato dai buoni amici della polizia borghese).

I compagni jugoslavi ci dicevano infatti che una delle ragioni di debolezza furono le lotte interne del Partito finché in questo s’incontrarono opposte tendenze che ne paralizzavano l’azione.

Usciti i centristi, costoro si svelarono agendo dall’esterno come diretti alleati della borghesia; e questo sta a dimostrare quanto sia indispensabile la rottura con tutti gli opportunisti. Questi gli indici degli avvenimenti che si sono svolti nel Regno Jugoslavo in rapporto ai problemi tattici del comunismo.

Noi vi abbiamo soltanto accennato, e ne trarremo quest’evidente conclusione: come sia necessaria la stretta solidarietà tra i partiti comunisti dei vari paesi, per il reciproco aiuto nei momenti difficili e per poter utilizzare nel modo migliore gli esperimenti e persino gli errori del movimento in altri paesi per conseguire soluzioni sempre migliore delle grandi questioni tattiche che  l’epoca attuale pone ovunque alla Internazionale Comunista.

A.B.

Il 3° Congresso dell'Internazionale Comunista Pt.2

Il discorso di Zinoviev

La Terza Internazionale Comunista – dice l’oratore – ha tre anni d’esistenza, ma il suo Comitato Esecutivo non esiste in realtà che da dopo il secondo Congresso. Per quanto riguarda la sua struttura, noi dovemmo lottare contro alcuni compagni, specialmente tedeschi, e non fu che in seguito all’insistenza dei compagni russi sull’entrata nell’Esecutivo per lo meno di una decina di rappresentanti delle delegazioni più importanti, che questo Comitato può dirsi effettivamente costituito. Pertanto non tutti i partiti hanno fatto a questo riguardo il loro dovere e noi ora dobbiamo prendere delle misure perché il Comitato Esecutivo divenga realmente l’espressione del movimento comunista internazionale.

Il presente Congresso è stato convocato in anticipo. La causa è da ricercarsi nella coscienza dell’immensa responsabilità assunta dal Comitato Esecutivo, nello sviluppo prodigioso del movimento comunista e nella gravità di alcune questioni sorte in parecchi grandi paesi.

Il relatore riferisce quindi sull’attività svolta dall’Esecutivo, il numero delle riunioni tenute e delle questioni esaminate nei dieci mesi trascorsi dal 2° Congresso.

Passando al carattere ed al contenuto di quest’attività, l’oratore afferma che essa si è mantenuta rigidamente sulle direttive tracciate dal 2° Congresso. Questo aveva definito la costituzione dell’Internazionale, elaborato i suoi statuti e stabilito la sua tattica. Ai suoi deliberati noi ci attenemmo e perciò dovemmo lottare contro alcune tendenze cosiddette di sinistra, che si manifestarono in Italia, in Inghilterra ed in America. Prendete, ad esempio, la questione dell’atteggiamento dei comunisti al riguardo al Labour Party inglese. Alcuni compagni non volevano entrarvi considerandolo opportunista, noi abbiamo insistito su tale necessità, perché in Inghilterra bisogna valersi di tutte le organizzazioni, per svolgere entro di loro un energico lavoro e conquistarle. Noi abbiamo dovuto combattere le tendenze antiparlamentari. Il compagno Bordiga ed i suoi amici sono stati degli antiparlamentari ed oggi sono i nostri migliori militi.

La seconda questione sulla quale doveva cristallizzarsi il movimento comunista è quella delle famose 21 condizioni. Opportunisti, centristi e semi-centristi insorsero dappertutto contro di esse, e se noi non abbiamo avuto dei nemici a sinistra, da dove invece ci sono venuti degli ottimi amici, a destra invece abbiamo trovato dei nemici mortali.

Il blocco, l’insufficienza di informazioni sul movimento socialista nei paesi lontani, insomma le circostanze obbiettive esistenti al tempo del secondo Congresso ci posero in una situazione imbarazzante. Ogni centrista pretendeva di aderire alla 3° Internazionale. Questa adesione era divenuta di moda. Fu così che Maurizio Hilquitt, il Dittmann americano, ci mandò i suoi delegati. I riformisti italiani con D’Aragona in testa, questi sabotatori dell’attuale movimento proletario, tutti dichiararono di voler aderire alla Internazionale Comunista. Dapprima noi ricevemmo gli italiani come amici. A Pietrogrado Serrati fu letteralmente portato in trionfo da decine di migliaia di operai, tanto era grande la fiducia delle masse in lui. Ora noi sappiamo che D’Aragona e C. ci ingannavano, che il loro compito essenziale era quello di penetrare nell’Internazionale Comunista per sabotarla dal di dentro. Le 21 condizioni furono la barriera contro la quale essi vennero a cozzare e la loro ipocrisia apparve nella sua vera luce.

D’altra parte, mentre il Labour party inglese rifiuta di accogliere i comunisti, ben presentendo il pericolo che la loro presenza del partito avrebbe costituito per esso, Serrati, con ingenua meraviglia ci domanda perché, mentre in Inghilterra si impone ai comunisti d’entrare nel Partito Operaio, in Italia domandiamo invece l’esclusione di Turati. Serrati finge l’ingenuità. Egli sa molto bene quali sono le ragioni della nostra tattica. Avvicinate questi due fatti e poi dite chi aveva ragione in tutte queste discussioni al 2° Congresso.

Osservando il modo col quale i partiti hanno eseguito le decisioni del Congresso, Zinoviev constata che in Francia, in Italia, in Germania ed in Svizzera è assai difficile la questione della subordinazione dei parlamentari comunisti al partito per far loro seguire una politica veramente rivoluzionaria. Il compito essenziale del movimento è di creare delle strette relazioni con le masse. I comunisti inglesi e americani devono innanzi tutto stimolare le masse, denunciando i centristi e gli opportunisti e distruggendo le illusioni social-patriottiche.

Passando poi a trattare della questione italiana, il relatore afferma che essa è stata una delle più difficili. Noi non conoscevamo i delegati italiani al 2° Congresso – dice Zinoviev – noi li abbiamo accolti come fratelli, ma basta leggere i verbali di quel Congresso per meravigliarci noi stessi dell’errore nel quale eravamo caduti. Nelle questioni di principio più importanti, Serrati si astenne o si pronunciò sempre contro di noi. Gli avvenimenti ulteriori ci mostrarono la sua vera fisionomia e quella dei suoi seguaci.

L’oratore cita una serie di documenti che caratterizzano l’attività svolta dal Serrati dopo il suo ritorno in Italia, attività diretta a screditare il Congresso e l’Internazionale. Egli fa la storia del come si giunse nel P.S.I. alla costituzione delle diverse frazioni: dei comunisti, dei comunisti unitari e dei concentrazionisti. Espone quali fossero i rispettivi programmi e descrive ampiamente la situazione quale essa era alla vigilia del Congresso di Livorno. Egli chiarisce le ragioni per le quali il Comitato Esecutivo non poté essere rappresentato in questo Congresso dai suoi delegati, e ricorda l’indegna accoglienza fatta ai compagni Kabacief e Racosci, affermando che tale condotta dei membri del P.S.I. peserà come una vergogna su questo partito. Infine, accenna ai dibattiti svoltisi al Congresso di Livorno ed alla conseguente scissione.

Questa scissione – continua l’oratore – fu considerata come la conseguenza delle 21 condizioni. Ma l’esperienza ha dimostrato che la minima indulgenza su tali condizioni avrebbe moralmente determinato la morte dell’Internazionale Comunista.

Serrati, che in un primo momento aveva assunto un atteggiamento estremista, esige ora che la Francia e l’Italia siano trattate alla stessa stregua. Perché, dice lui, si fanno maggiori concessioni alla Francia che non all’Italia? Ma è dovere del Comitato Esecutivo non è forse quello di vagliare la situazione di ogni paese e di ogni Partito, tenendo conto delle condizioni concrete e del grado di maturità del movimento rivoluzionario? La politica del Comitato Esecutivo deve basarsi su tali valutazioni, e da essa deve trarre gli elementi per definire il proprio atteggiamento in ogni singolo caso.

Zinoviev ribatte uno per uno tutti gli appunti mossi dal Serrati al Governo soviettista per i suoi rapporti con il Daily Herald e le borghesie straniere, ai Francesi per il presunto passaggio di 55 deputati nelle file comuniste, ai Tedeschi per il passaggio di metà degli Indipendenti nel campo del comunismo, che secondo lui sarebbe avvenuto su basi nazionaliste ed infine smaschera le menzogne di cui il Serrati si è servito per ingannare il proletariato italiano.

Il relatore contesta la valutazione politica, fatta dal Geyer, dei risultati delle elezioni generali nei riguardi del Partito Comunista d’Italia, che dopo poco tempo della sua fondazione, per la prima volta partecipava alla lotta elettorale.

Dopo le elezioni – continua Zinoviev – Serrati ha scritto che bisognava ormai volgere il timore verso destra, ed a riprova di questa necessità da lui affermata, egli cita la condotta di Lenin che ha dovuto accordarsi con gli elementi piccolo-borghesi. Questo argomento è degno di Serrati. Egli dimentica che in Russia il potere si trova nelle mani del proletariato. Suggerire una tale condotta per gli altri paesi, significa porgere coscientemente aiuto alla borghesia contro il proletariato. Il compito del Congresso è di far comprendere al proletariato italiano tutto il tradimento della politica di Serrati e dei centristi. La storia di Serrati è un esempio dell’intero movimento centrista. Contro il centrismo bisogna condurre una lotta implacabile.

Il relatore passa quindi alla questione tedesca.

Ad Halle, egli dice, noi ottenemmo la vittoria con la scissione degli indipendenti e la formazione di un partito comunista. Noi sapevamo che in questo partito, formato da 100.000 membri del Partito Comunista tedesco e da 400.000 Indipendenti, noi avremmo visto apparire dei recidivi del centrismo. Dopo il Congresso di Halle noi ci pronunciammo per la dissoluzione completa dell’unione di Spartacus e consigliammo al Partito Comunista di non avere fretta e di procedere innanzi tutto alla propria organizzazione. Il primo conflitto che noi avemmo con questo partito fu determinato dalla questione italiana. Le dimissioni di cinque membri del Comitato Centrale tedesco fu un grande errore ed una mancanza di disciplina. Il Comitato Esecutivo ha condannato questo atto.

Durante l’azione di marzo, per quanto essa non fosse un colpo di Stato poiché vi parteciparono mezzo milione di operai, molti errori si commisero. In ogni caso questo movimento, che fu una lotta difensiva imposta agli operai, costituisce un gran passo in avanti del proletariato tedesco.

Quanto alla questione del Partito Comunista Operaio, essa venne già esaminata dal 2° Congresso. Noi abbiamo ammesso questo partito nella Internazionale come simpatizzante, poiché nelle sue file vi sono degli operai veramente rivoluzionari. Nella seduta in cui venne presa questa decisione, io dichiarai che questo partito in avvenire doveva decidersi: o divenire un partito comunista e perciò unificarsi con quello esistente o uscire dall’Internazionale. Una parte dei capi del P.C.O. di Germania sono divenuti nostri nemici. In questi giorni abbiamo ricevuto dal suddetto partito un telegramma nel quale si dice che esso non resterà nell’Internazionale se il suo programma dovesse subire anche la minima modificazione. Con tali condizioni perché non dovremmo ammettere nell’Internazionale anche Serrati, perché non dovremmo consentire agli altri partiti di fare ciò che a loro piace? Le decisioni dell’Internazionale Comunista devono essere delle leggi. Se oggi il P.C.O. ci abbandona, noi abbiamo in Germania un potente partito comunista, perciò possiamo guardare all’avvenire con tranquillità.

Zinoviev passa quindi a trattare dalla questione francese.

Se noi abbiamo trattato in modo speciale il partito francese – egli dice – ciò è perché la sua situazione era speciale ed assai differente da quella del partito socialista italiano. Sapevamo che noi, che dal Congresso di Tours non era uscito un partito veramente comunista. In esso c’erano ancora dei centristi e dei semi-centristi. Noi concludemmo con i migliori compagnie francesi una specie di accordo, per il quale lasciavamo loro alcuni mesi di tempo per riorganizzarsi. Il Partito Comunista francese è minacciato dalla destra opportunista e non dalla sinistra. Le vecchie tradizioni portate in esso da alcuni deputati sono molto pericolose. Noi dobbiamo combatterle. Il partito francese non ha ancora un atteggiamento chiaro di fronte al sindacalismo. Ma, malgrado i suoi difetti, noi abbiamo fiducia in lui. Esso conta 100.000 membri e si mostra animato da un nuovo spirito. Non perciò noi chiuderemo gli occhi sui suoi difetti ne cesseremo di denunciarli agli operai.

Nella Ceco-Slovacchia abbiamo un grande partito di masse, ma anche qui possono sorgere dei recidivi del centrismo. Questo pericolo sarà certamente superato, la tendenza semi-centrista del compagno Serrati deve essere aspramente criticata.

Il processo di differenziazione ha raggiunto anche i paesi Scandinavi. La Norvegia possiede un Partito molto sano, per quanto essa non sia ancora guarito dal centrismo. In Svezia il partito si evolve dal pacifismo al comunismo.

Oltre a delle scissioni noi abbiamo anche realizzato delle fusioni. In Inghilterra, dall’unione di otto gruppi comunisti è sorto il Partito Comunista Unificato.

Lo stesso in America, dove il movimento comunista si sviluppa rapidamente e diventerà un grande movimento di masse.

Le scissioni dei partiti socialdemocratici e le fusioni delle sinistre con i comunisti in Austria, in Danimarca e nel Belgio hanno una grande importanza di principio.

In Svizzera la sinistra socialista ha abbandonato l’antico partito per unirsi con i comunisti. In questo paese noi speriamo di avere un Partito degno del comunismo.

In Jugoslavia sì è effettuata la scissione dei centristi, ma noi vi combatteremo ancora ogni manifestazione di centrismo.

In Finlandia il Partito Comunista si sviluppa nonostante il terrore bianco.

Parlando del movimento Comunista nel vicino e nel lontano Oriente, il relatore si sofferma sul Giappone, dove il movimento operaio rassomiglia a quello che era in Russia alla vigilia del 1905: sviluppo dei sindacati, moltiplicazione delle edizioni di propaganda.

Da uno sguardo generale sull’attività dell’Internazionale Comunista, si può dire che non vi è stato paese in cui il processo di epurazione del Partito non abbia dato luogo a delle manifestazioni opportuniste.

Il relatore conclude indicando i risultati della seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, ed il compito del Congresso dei Sindacati e della Gioventù. La lotta contro Amsterdam – egli dice – è della massima importanza. Bisogna preparare un’azione internazionale, per cui occorre una coordinazione internazionale. Noi non abbiamo sofferto di un eccesso di centralizzazione, ma di una centralizzazione insufficiente. La creazione di forti sezioni, di un centro direttivo potente, di una disciplina proletaria di ferro per la vittoria sulla borghesia, ecco il nostro scopo.

La discussione

Ha per primo la parola Hempel, del Partito Comunista Operaio di Germania.

Egli protesta contro il fatto che Zinoviev confonde questo partito con Serrati, Dittmann ed altri opportunisti. Noi siamo garantiti dall’opportunismo – egli dice – da tutta la nostra storia e da tutta la nostra azione. Sarebbe impossibile dimostrare in cosa noi siamo colpevoli di opportunismo. Noi lottiamo non già senza le masse, ma con le masse, soltanto con dei metodi diversi da quelli stabiliti dal II Congresso. Zinoviev teme che il Partito Comunista Operaio si troverà presto nelle file degli avversari, la realtà è che solo noi lottammo per la Russia proletaria; i partiti comunisti di masse sono buoni soltanto a fare delle dimostrazioni per la Russia soviettista e non ad agire rivoluzionariamente. Noi non abbandoneremo mai questa via, anche se dovessimo essere obbligati ad uscire dall’Internazionale per la sua tendenza opportunista.

Segue Froelich, rappresentante del Partito Comunista Unificato di Germania. Egli ricorda che il Partito Unificato protestò a suo tempo contro la decisione di accettare il Partito Comunista Operaio nell’Internazionale Comunista, e ciò per la sua minima importanza e la sua insufficiente attività.

Questo Partito – dice Froelich – segue una tendenza settaria anche nelle questioni fondamentali. Esso non è in grado d’apprezzare la situazione politica ed economica: ad esempio esso pensa che la questione delle riparazioni non può interessare che la borghesia. Nel mese di marzo ci sembrò di poter collaborare con questo partito, ma esso nulla ha compreso degli avvenimenti di marzo, che considera ancora come un «putsch». In tal modo il Partito operaio è della stessa opinione di Levi.

Questo partito non sarà mai in grado di condurre una politica veramente rivoluzionaria comunista. Quanto agli operai che hanno manifestato il loro coraggio rivoluzionario, noi dobbiamo dire ad essi: o con il Partito Comunista Operaio o con l’Internazionale Comunista.

Su tale questione parlano diversi oratori finché la parola è data a Gennari.

Questi si dichiara interamente d’accordo con la politica del Comitato Esecutivo per quanto riguarda la questione italiana. Passa in seguito a parlare della Ceco-Slovacchia. Noi sappiamo – egli dice – il valore rivoluzionaria della classe operaia e dei suoi capi. Ma noi vogliamo avere la garanzia che in questo partito non si ripeta ciò che è avvenuto nel Partito Socialista Italiano. Durante la guerra Smeral ha difeso l’imperialismo austriaco. Dopo la guerra egli è venuto a Mosca proprio quando il proletariato aveva perso ogni fiducia in lui. E questo stesso Smeral, il quale dice che essere comunisti equivale ad essere in pratica socialdemocratici ed avere il comunismo come scopo finale, ha trovato credito presso il Comitato Esecutivo. Al Congresso del partito socialista Ceco-Slovacco, Smeral ha chiesto la conservazione del nome di socialista. Due redattori del «Rude Pravo» dopo lo sciopero di dicembre hanno scritto contro la Russia soviettista e contro l’Internazionale Comunista. Smeral li ha presi sotto la sua protezione. Perciò noi proponiamo: 1° allontanare Smeral dalla direzione del partito; 2° indirizzare al proletariato ceco-slovacco un appello a questo proposito; 3° indirizzare al proletariato di tutti i paesi un appello diretto a combattere i centristi e gli opportunisti.

Ha la parola Hechert del Partito Comunista Unificato di Germania.

La questione italiana – egli dice – ha determinato una crisi nel partito tedesco. Serrati al secondo Congresso ci assicurò che al suo ritorno in Italia avrebbe agito conforme alle decisioni dell’Internazionale ed invece egli ha sabotato tali decisioni. Nel dicembre scorso in un articolo sulla Rivista degli Indipendenti di destra intitolata «Il Socialista», egli dichiara: «La rivoluzione russa non è stata fatta per le grandi masse operaie, ma per una borghesia soviettista». Secondo Hechert questo articolo era necessario a Serrati per lodare Turati a spese dell’Internazionale, pretendendo che Turati, lui, sia seguito dalle masse.

Quanto a Levi, mandato dal partito comunista tedesco come rappresentante a Livorno, Heckert dichiara che egli tenne in questo Congresso una condotta vergognosa. Levi ha preteso che la politica dell’Internazionale e del Comitato Esecutivo mirasse a creare delle piccole sette e che per tale ragione essa aveva bisogno della scissione. Quando in seguito il Comitato Centrale decise che la scissione a Livorno era necessaria, Levi si pose contro di esso. L’oratore ricorda l’atteggiamento di D’Aragona di fronte all’Internazionale ed afferma che il Comitato Esecutivo ha fatto bene a condannare Serrati e D’Aragona.

Heckert cita un brano dell’Avanti! del 16 giugno nel quale si dice che nell’interno dell’Internazionale si accentua il malcontento contro la dittatura di alcuni individui, parodia della dittatura del proletariato, e che bisogna fare un passo verso destra, verso Levi e la Zetkin. Egli conclude approvando pienamente la politica e la tattica del Comitato Esecutivo e chiede al Congresso di agire nello stesso modo.

Dopo alcuni altri oratori ha la parola Radek:

Egli nota che la discussione che si è svolta finora non ha ancora affrontato la questione principale, che è questa: il Comitato Esecutivo ha agito bene o male? Pensate voi – dice Radek – che egli abbia commesso un errore? A ciò devono rispondere gli oppositori, poiché si tratta della questione della tattica, non del Partito tedesco, ma del Comitato Esecutivo. La questione di Levi è la questione della tattica dell’Internazionale Comunista. Il Comitato Esecutivo ha solidarizzato con il Comitato Centrale del Partito tedesco e voi ora dovete dire se ha fatto bene. Lo stesso si deve dire della questione italiana. Serrati ha detto a Livorno che il Comitato Esecutivo vuole avere dei piccoli gruppi comunisti ed è avversario dei partiti di masse. Noi non siamo contro le organizzazioni di masse, ma vogliamo avere dei partiti di masse veramente rivoluzionari. Se nella questione italiana noi abbiamo agito male perché Serrati è stato seguito dalla maggioranza degli operai, allora noi abbiamo agito ancora peggio in Germania, dove gli Indipendenti hanno avuto un seguito ancora maggiore di quello che non abbia avuto Serrati. Ciònonostante, cinque compagni sono usciti dalla Centrale del Partito tedesco, perché non erano d’accordo con la condotta del Comitato Esecutivo nella questione italiana. Sono essi o il Comitato Esecutivo che ha avuto ragione? A questa domanda è necessario dare una chiara risposta. L’Esecutivo vuol sapere se esso ha agito bene nel passato, poiché per l’avvenire esso si prepara condurre una lotta decisiva contro le manifestazioni di centrismo e di semi-centrismo nei partiti comunisti, come pure contro la politica d’avventure. Dopo un breve accenno sul Partito Comunista Operaio, Radek ripete ancora una volta che il Congresso deve esprimere senza ambiguità la propria opinione su tutti gli atti del Comitato Esecutivo.

Parlano in seguito diversi oratori, Lepic per l’ala sinistra del Partito Socialista Belga, espone le grandi difficoltà fra le quali essi hanno dovuto staccarsi dal Partito e pone in rilievo la funzione controrivoluzionaria dei socialdemocratici di quel paese; Markovitch per la Jugoslavia respinge il sospetto che nel Partito Comunista del suo paese siano ancora possibili delle manifestazioni centriste. Spiega le condizioni nelle quali si svolge il movimento comunista in Jugoslavia, condizioni che hanno costretto il Partito all’azione illegale.

Kolarov per la Bulgaria, approva la politica dell’Esecutivo, e rileva le deficienze esistenti nel Partito francese.

Ha quindi la parola Klara Zetkin.

Essa affronta senz’altro la questione italiana che determinò le sue dimissioni dal Comitato Centrale. Ricorda gli avvenimenti del settembre 1920, per dimostrare come il partito socialista italiano non si sia mostrato capace di dominare la situazione e di utilizzarla per la conquista del potere politico. Ma non si tratta soltanto dei capi – dice la Zetkin – ma anche delle masse, che se fossero state veramente rivoluzionarie avrebbero trovato una qualsiasi via d’uscita, passando sopra agli stessi capi, per entrare nella lotta politica. È una verità storica che i capi sono allo stesso livello delle masse. Evidentemente la loro condotta ha spesso un’importanza decisiva, ma molto spesso un proletariato maturo si dà dei nuovi capi in sostituzione dei vecchi. Non dico ciò per diminuire l’errore dei capi politici, ma per dimostrare che il Comitato Esecutivo dell’Internazionale avrebbe dovuto favorire con tutti i mezzi la costituzione di un partito italiano unificato nel suo pensiero e nella sua organizzazione. Io ho solidarizzato interamente con l’Esecutivo quando questi ha ordinato di separarsi da Turati, ma delle divergenze si sono manifestate allorché è sorta la questione di separarsi anche da Serrati, perché il gruppo di quest’ultimo ha con sé le vaste masse proletarie, e hanno dimostrato ieri ed oggi di volere lealmente incamminarsi verso il Comunismo e la Internazionale. Questa la mia opinione, non perché io abbia delle tendenze verso la politica centrista o semi-centrista ma perché so che fra queste masse ci sono molti compagni organizzati nei sindacati e nelle cooperative e che noi avremmo potuto utilizzare per combattere la politica riformista ed opportunista. Queste le ragioni per le quali io chiedevo che si cercasse di conservare nel Partito una gran parte degli Unitari.

Io non ho nulla da obbiettare alla dichiarazione di guerra contro Serrati, ma non potrei accettarla se essa fosse diretta contro l’intero gruppo Serrati. Questo sarebbe un atto politicamente poco intelligente. Per dimostrarvi la realtà di questa mia affermazione vi riferirò quest’episodio: Quando Serrati venne a Berlino, mi si disse che egli era in relazione con il Comitato Centrale del Partito tedesco, il quale aveva deciso di inviare al Comitato Esecutivo dell’Internazionale la proposta di mandare in Italia una commissione speciale per trovare la via d’accordo con il Partito Comunista, previa esclusione del gruppo Turati. Di tutto ciò scrissi una lettera a Mosca. A Serrati dissi che se egli voleva realmente intendersi con il Partito Comunista e l’Internazionale, non bastava agire con l’intermediario del Partito tedesco. Egli doveva invitare il Comitato Centrale del Partito italiano ed indirizzarsi direttamente a Mosca. Serrati acconsentì. Ma ritornato in Italia, non mantenne la parola data.

L’oratrice accenna ad alcune dichiarazioni del rappresentante dell’Esecutivo in Italia, che avrebbero influito su di lei nell’assumere l’atteggiamento che le è rimproverato, quindi spiega le ragioni per le quali essa ha ritenuto necessarie le sue dimissioni dal Comitato Centrale, senza che tale atto rivestisse il carattere di infrazione disciplinare che gli si è voluto attribuire.

Io riconosco – continua la Zetkin – che la politica di Serrati è una politica riformista ed opportunista. Il Partito Comunista non può combattere il fascismo con dei discorsi pietosi. Alla forza bisogna opporre la forza. Secondo me non basta che il Congresso domandi al P.S.I. l’accettazione delle 21 condizioni, bisogna esigere a qualunque costo la separazione da Turati

Quanto alla questione Levi, si deve tener presente che essa non è soltanto una questione di disciplina, ma un problema politico. Per darne un giudizio obbiettivo bisogna metterla in relazione con l’insieme della situazione politica, altrimenti tutto il contesto storico ci sfugge. Perciò io penso che tale argomento debba essere trattato contemporaneamente alla tattica del Partito Comunista Operaio ed all’azione di marzo. Io non condivido interamente tutto ciò che è scritto nel famoso opuscolo, ma d’altra parte non condivido neanche le opinioni espresse su di esso da alcuni compagni. Io non ho nulla da obbiettare alla decisione del Congresso sull’affare Levi qualunque essa sia, quando l’esame della questione fosse posta nei termini da me indicati.

Ha la parola Friesland di V.K.P.D..

Questi rileva alcune inesattezze dell’opposizione sull’azione di marzo, attribuisce all’incapacità della Centrale ad organizzare il Partito alla lotta, gli errori principali che si lamentano. In seguito parla Overstraeten del Partito Comunista Belga il quale espone le difficoltà del movimento Comunista nel proprio paese e si dichiara favorevole all’unificazione con la sinistra del P.S..

Ancora sulla relazione dell’Esecutivo parla Koehnen del V.K.P.D..

Egli esamina lo sviluppo del movimento comunista in Germania sino alla formazione del Partito Unificato. Dice che il Partito, che aveva riposto la massima fiducia nei suoi capi per la preparazione rivoluzionaria, fu ingannato da essi quando abbandonarono la Centrale. I nuovi dirigenti dovettero pensare a riorganizzare il partito e a preparare il proletariato alla lotta, e fu proprio durante quest’opera faticosa che fu provocata da Hoersing l’azione di marzo, cogliendo il partito impreparato. Aggiunge che sul partito, ancora sanguinante delle sue molte piaghe si abbatté per di più l’attacco di Levi, che però non portò conseguenze gravi alla compagine del partito, perché questo nel suo insieme non aderì alla concezione del Levi e riuscì anche ad accrescere le proprie forze. Si sofferma sulla questione italiana dicendo che essa fu impostata dalla opposizione in modo tale da apportare colpi gravi non solo al P.C. d’Italia e al giovane Partito Unificato di Germania, ma anche al C.E. dell’Internazionale. Termina invitando i capi a subordinare le loro convinzioni all’interesse del partito.

Dopo Koehnen ha la parola Terracini del Partito Comunista d’Italia. Egli si trattiene specialmente sulla questione italiana dimostrando come avvenne la scissione di Livorno e quali furono le cause che la determinarono. La scissione avvenne sulla base delle 21 condizioni stabilite dal 2° Congresso, alla elaborazione delle quali aveva contribuito anche Serrati. Poiché Serrati e la sua frazione non vollero accettarle, non restava altro da fare che escluderli dal P.C., insieme coi riformisti con cui avevano solidarizzato. La scissione fu inevitabile.

Risponde alle obbiezioni della Zetkin e di Markovic del Partito jugoslavo. Osserva che non furono le influenze dei rappresentanti dell’Esecutivo che determinarono la scissione nel modo come avvenne. In ultimo si sofferma sull’atteggiamento dell’Esecutivo riguardo ai diversi partiti operai ebrei, e domanda che siano adempiute le condizioni dell’Internazionale che stabiliscono l’unione di tutti gli operai comunisti in un solo partito.

Racosci, che succede a Terracini, espone l’attività che svolse Levi al Congresso di Livorno, solidarizzato con l’atteggiamento di Serrati, dando a questi maggiore forza comunicandogli la solidarietà della Zetkin. Si difende dalle accuse rivoltegli di voler proporre scissioni come quella di Livorno negli altri partiti dell’Internazionale. Approva infine l’atteggiamento dell’Esecutivo e insiste che tutti i partiti comunisti si liberino dagli elementi centristi e semi-centristi.

Zinoviev sulla questione del K.A.P.D. presenta la proposizione seguente: Invitare il Partito Comunista Operaio di Germania a convocare entro due o tre mesi un Congresso per decidere sulla questione della sua sottomissione alla disciplina dell’Internazionale. In caso di risposta affermativa il K.A.P.D. sarà incluso nel Partito Comunista Unificato, nel caso contrario sarà escluso dall’I.C..

Dopo un breve dibattito sull’ordine della discussione a prendere la parola Radek sulla proposizione di Zinoviev. Radek espone le basi del disaccordo fra il K.A.P.D. e il Comitato Esecutivo: Il K.A.P.D. vuole essere un piccolo partito, non vuole lavorare nell’interno dei sindacati per conquistarli, ma vuol formare dei sindacati composti di soli operai che accettano il programma della dittatura del proletariato, non accetta la lotta parlamentare.

Malgrado queste divergenze il C.E. ha cercato un’intesa con questo partito, pensando che giovani forze rivoluzionarie non possono immediatamente formarsi una coscienza politica chiara.

Anche contro il pensiero del Partito Comunista Unificato il K.A.P.D. fu ammesso come membro simpatizzante dell’I.C.. Poiché in ciascun paese non può esistere che una sola sezione dell’Internazionale Comunista, il K.A.P.D. è costretto a decidersi sulla base della proposizione di Zinoviev.

In seguito Radek espone le critiche aspre che il K.A.P.D. ha mosso al C.E. e dimostra come esso si sia incamminato su una via che lo porta a diventare una vera e propria setta.

Cita alcuni passi dell’opuscolo di Gorter sulla questione del Levi e l’azione di marzo, secondo i quali si può dire che il K.A.P.D. abbia solidarizzato con tutta la stampa menscevica. Rileva che esso ha una tendenza all’uso delle azioni individuali e terroriste. Conclude invitando il K.A.P.D. a sottomettersi all’I.C. e ad unirsi al V.K.P.D..

Rolande Holst, a nome della minoranza olandese fa alcune osservazioni sulla proposta di Zinoviev. Dice di non combattere troppo aspramente il Partito Comunista operaio, perché ciò significherebbe allontanare definitivamente delle giovani energie rivoluzionarie che ben potrebbero rimanere nell’I.C..

La questione italiana

A nome del Partito socialista italiano prende la parola Lazzari. Compagni, egli dice, noi ci troviamo in questo Congresso in una posizione imbarazzante. Noi siamo stati all’opposizione nella II Internazionale. Attualmente ci troviamo in una situazione difficile di fronte alla III Internazionale. Non abbiamo potuto avere conoscenza degli appunti mossici se non attraverso resoconto del rapporto di Zinoviev, e la lettura dell’opuscolo sulla questione italiana.

Quest’opuscolo è compilato obiettivamente, ma non contiene tutti i documenti, e ne contiene alcuni, come gli scritti del commendatore Pozzani sulla Russia, non iscritto al Partito, di cui non possiamo assumere la responsabilità. La scissione italiana era stata decisa già prima del Congresso di Livorno dalla frazione dei puri al suo convegno di Imola.

Noi chiediamo di essere giudicati in base ai fatti. Nel 1919 abbiamo aderito con entusiasmo alla 3° Internazionale e abbiamo agito conseguentemente all’adesione assumendo le difese della rivoluzione russa, facendo la campagna per l’accordo commerciale fra il nostro paese e la repubblica soviettista. In guerra in pace abbiamo sempre tenuto alto il vessillo dell’Internazionale.

Noi ora non possiamo promettere molto; ma gli impegni assunti in precedenza li abbiamo soddisfatti. Non volevamo l’indebolimento del nostro movimento di fronte a tutta la borghesia unita. La divisione ci ha indeboliti e senza di essa la nostra ultima vittoria elettorale sarebbe stata più reale e avrebbe potuto portarci alla conquista del potere attraverso la lotta parlamentare.

Ci si accusa di opportunismo e di riformismo. Noi abbiamo sempre cercato di epurare il nostro partito, e continueremo questa epurazione ogni qualvolta la giudicheremo utile. Approviamo le tesi sulla tattica, accettiamo interamente la responsabilità delle decisioni che prenderete e cercheremo di aiutare lo sviluppo della rivoluzione mondiale anche nel nostro paese.

In risposta a Lazzari parla Gennari per il P.C.I.. Attraverso una serrata documentazione l’oratore dimostra l’esistenza di una tendenza social-patriottica nel seno del P.S.I., dimostra che se questa tendenza non riuscì a rivelarsi apertamente durante la guerra, lo si deve alle condizioni speciali in cui il nostro paese entrò in guerra e per il continuo controllo della vecchia frazione rivoluzionaria, la cui grande maggioranza costituisce oggi i quadri del P.C.

Ciononostante si ebbero alcune importanti manifestazioni del pensiero socialpatriottico. Ne espone le principali leggendo dei documenti.

Dimostra la condotta sempre esitante di Serrati.

La scissione italiana è la conclusione di una lunga crisi esistente nel seno del Partito. Un’accusa si può muovere ai comunisti italiani ed è quella di aver compiuto questa divisione troppo tardi.

Dimostra con altri documenti come dopo il Congresso di Livorno il P.S.I., guidato tuttora da Serrati, si impegoli sempre più nell’opportunismo.

Grandi applausi salutano la fine del discorso di Gennari il quale termina invitando il Congresso a respingere il ricorso del P.S.I., dichiarando che questa è l’unica politica possibile per smascherarlo davanti alle masse proletarie d’Italia.

Gli applausi continuano fino all’apparizione alla tribuna di Lenin.

Lenin incomincia esponente fatti che comprovano l’esistenza degli opportunisti nel partito socialista italiano.

Non è forse una realtà, l’esistenza non solo di singoli individui ma di interi gruppi opportunisti, con i propri dirigenti, i propri giornali e riviste?

Dopo il secondo Congresso questi gruppi hanno iniziato una violenta campagna contro l’Internazionale Comunista; hanno convocato un convegno speciale preparatorio prima del Congresso di Livorno. In questi fatti noi vediamo più che una frazione, noi vediamo l’inizio di un movimento di partito. È un gran male per un partito operaio non romperla a tempo con gli opportunisti. Questi malanni si sono verificati in Germania, ed anche in Italia dove bisognava romperla con gli opportunisti sin dall’inizio della guerra.

Lenin ironizza poi sulla dichiarazione di Serrati e di Lazzari secondo i quali la loro divergenza con l’Internazionale Comunista è basata soltanto sul momento in cui occorre separarsi dai riformisti. L’anno scorso Serrati non ci fornì la dimostrazione della necessità dell’alleanza coi riformisti; un anno è passato e Lazzari non ci ha ancora dimostrato la necessità di questa tesi. Il Partito Comunista russo non impone agli altri partiti dell’Internazionale una regola d’imitazione cieca. Al contrario i compagni russi consigliano ai partiti fratelli di tener conto delle condizioni di tempo e di luogo.

L’occupazione delle fabbriche ha permesso ai riformisti di mostrare la loro vera natura.

Il fatto che Modiglioni ha rifiutato di entrare in un ministero borghese non significa niente, Modiglioni comprende molto bene che il miglior modo di servire la borghesia è di restare nel partito operaio.

Esamina il numero dei voti raccolti dalle diverse frazioni a Livorno e constata che i voti raccolti dai comunisti indicano come il movimento comunista in Italia si sviluppa molto più rapidamente che nella stessa Russia.

Serrati desidera libertà di manovra. A prima vista cosa significa la libertà di manovra di Serrati? L’alleanza con 14.000 riformisti.

L’Internazionale è convinta che dopo le deliberazioni del Congresso gli operai italiani si schiereranno dalla sua parte.

In seguito parlano: Maffi, il quale respinge le critiche di Gennari e dichiara che egli personalmente si impegna di sostenere in Italia le decisioni che saranno prese dal Congresso. – Racovski, che esamina la situazione italiana, dice che il riformismo italiano ha la stessa vecchia tradizione di quello tedesco, invita i rappresentanti italiani ad uscire dalle riserve e prendere impegni precisi sulle decisioni del III Congresso. – La Zetkin che esamina anch’essa la situazione italiana, si dichiara convinto della necessità di formare in Italia un forte Partito Comunista unificato. Afferma che il P.S.I. dopo Livorno nulla ha fatto per mettersi su questa via: esso ha seguito una politica la cui continuazione bisogna assolutamente impedire.

Ha la parola Trotzki. Io m’interesserò – egli dice – solamente dell’esame della situazione attuale. Il partito italiano ha svolto una propaganda rivoluzionaria che ha portato agli avvenimenti di settembre. Ma quando gli operai cercavano di trarre le conseguenze pratiche di questa propaganda il partito li ha abbandonati. Di ciò si è avvantaggiato Turati, che ha potuto dimostrare le funeste conseguenze della propaganda rivoluzionaria.

Voi avete disorganizzata la classe operaia – dice Trotzki rivolgendosi ai socialisti italiani – rinunciando alla vostra propaganda proprio nel momento in cui essa cominciava ad entrare nella pratica.

Serrati in nome dell’unità della rivoluzione e per la sua vittoria ha emesso l’idea dell’unità disciplinata in un solo partito di frazioni basate su principi e metodi differenti. Ma può essere possibile una simile unità in nome della rivoluzione quando vi sono dei gruppi che non hanno il minimo desiderio di farla? Questo principio in realtà ha condotto a conseguenze opposte alla concentrazione delle forze.

Occorrerà ora al giovane P.C. molta energia e molto lavoro per ricuperare la fiducia della classe operaia. Dopo Livorno tutto il P.S.I. si è mosso verso destra.

Non basta che Turati dica di sottomettersi alla disciplina: poiché spesso ciò significa sottomettersi formalmente soltanto. Infatti egli forma una organizzazione di frazione, crea i suoi organi di propaganda, per allargare questa disciplina, per infrangerla del tutto. Non occorre che Turati va dal potere. Egli è un uomo molto intelligente, che preferisce rifiutare un portafoglio anziché perdere il contatto con le masse, e resta nel Partito.

Voi avete parlato del vostro entusiasmo per la Russia sovietista. Voi avete visto che la nostra situazione non è delle più floride. Turati afferma che l’Internazionale vuole provocare la rivoluzione in tutti gli altri paesi, per salvare la Russia. Questa è una menzogna. Noi desideriamo realmente la rivoluzione negli altri paesi, ma non è per la nostra salvezza che noi vogliamo ciò.

Turati ha parlato di una III Internazionale immaginaria. Ebbene, quando io ascolto i vostri discorsi, mi sembra che la presenza di Turati e del suo gruppo nella III Internazionale sia una intrusione.

Dopo Trotzki parlano Loriot al nome del Partito Comunista francese e Losovsky che si sofferma specialmente sull’attività dei dirigenti socialisti della C.G.d.L. italiana.

Chiusa la discussione viene messa in voti la risoluzione sul rapporto dell’Esecutivo, che è approvata all’unanimità.