Partito Comunista Internazionale

Il 3° Congresso dell’Internazionale Comunista Pt.2

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Il discorso di Zinoviev

La Terza Internazionale Comunista – dice l’oratore – ha tre anni d’esistenza, ma il suo Comitato Esecutivo non esiste in realtà che da dopo il secondo Congresso. Per quanto riguarda la sua struttura, noi dovemmo lottare contro alcuni compagni, specialmente tedeschi, e non fu che in seguito all’insistenza dei compagni russi sull’entrata nell’Esecutivo per lo meno di una decina di rappresentanti delle delegazioni più importanti, che questo Comitato può dirsi effettivamente costituito. Pertanto non tutti i partiti hanno fatto a questo riguardo il loro dovere e noi ora dobbiamo prendere delle misure perché il Comitato Esecutivo divenga realmente l’espressione del movimento comunista internazionale.

Il presente Congresso è stato convocato in anticipo. La causa è da ricercarsi nella coscienza dell’immensa responsabilità assunta dal Comitato Esecutivo, nello sviluppo prodigioso del movimento comunista e nella gravità di alcune questioni sorte in parecchi grandi paesi.

Il relatore riferisce quindi sull’attività svolta dall’Esecutivo, il numero delle riunioni tenute e delle questioni esaminate nei dieci mesi trascorsi dal 2° Congresso.

Passando al carattere ed al contenuto di quest’attività, l’oratore afferma che essa si è mantenuta rigidamente sulle direttive tracciate dal 2° Congresso. Questo aveva definito la costituzione dell’Internazionale, elaborato i suoi statuti e stabilito la sua tattica. Ai suoi deliberati noi ci attenemmo e perciò dovemmo lottare contro alcune tendenze cosiddette di sinistra, che si manifestarono in Italia, in Inghilterra ed in America. Prendete, ad esempio, la questione dell’atteggiamento dei comunisti al riguardo al Labour Party inglese. Alcuni compagni non volevano entrarvi considerandolo opportunista, noi abbiamo insistito su tale necessità, perché in Inghilterra bisogna valersi di tutte le organizzazioni, per svolgere entro di loro un energico lavoro e conquistarle. Noi abbiamo dovuto combattere le tendenze antiparlamentari. Il compagno Bordiga ed i suoi amici sono stati degli antiparlamentari ed oggi sono i nostri migliori militi.

La seconda questione sulla quale doveva cristallizzarsi il movimento comunista è quella delle famose 21 condizioni. Opportunisti, centristi e semi-centristi insorsero dappertutto contro di esse, e se noi non abbiamo avuto dei nemici a sinistra, da dove invece ci sono venuti degli ottimi amici, a destra invece abbiamo trovato dei nemici mortali.

Il blocco, l’insufficienza di informazioni sul movimento socialista nei paesi lontani, insomma le circostanze obbiettive esistenti al tempo del secondo Congresso ci posero in una situazione imbarazzante. Ogni centrista pretendeva di aderire alla 3° Internazionale. Questa adesione era divenuta di moda. Fu così che Maurizio Hilquitt, il Dittmann americano, ci mandò i suoi delegati. I riformisti italiani con D’Aragona in testa, questi sabotatori dell’attuale movimento proletario, tutti dichiararono di voler aderire alla Internazionale Comunista. Dapprima noi ricevemmo gli italiani come amici. A Pietrogrado Serrati fu letteralmente portato in trionfo da decine di migliaia di operai, tanto era grande la fiducia delle masse in lui. Ora noi sappiamo che D’Aragona e C. ci ingannavano, che il loro compito essenziale era quello di penetrare nell’Internazionale Comunista per sabotarla dal di dentro. Le 21 condizioni furono la barriera contro la quale essi vennero a cozzare e la loro ipocrisia apparve nella sua vera luce.

D’altra parte, mentre il Labour party inglese rifiuta di accogliere i comunisti, ben presentendo il pericolo che la loro presenza del partito avrebbe costituito per esso, Serrati, con ingenua meraviglia ci domanda perché, mentre in Inghilterra si impone ai comunisti d’entrare nel Partito Operaio, in Italia domandiamo invece l’esclusione di Turati. Serrati finge l’ingenuità. Egli sa molto bene quali sono le ragioni della nostra tattica. Avvicinate questi due fatti e poi dite chi aveva ragione in tutte queste discussioni al 2° Congresso.

Osservando il modo col quale i partiti hanno eseguito le decisioni del Congresso, Zinoviev constata che in Francia, in Italia, in Germania ed in Svizzera è assai difficile la questione della subordinazione dei parlamentari comunisti al partito per far loro seguire una politica veramente rivoluzionaria. Il compito essenziale del movimento è di creare delle strette relazioni con le masse. I comunisti inglesi e americani devono innanzi tutto stimolare le masse, denunciando i centristi e gli opportunisti e distruggendo le illusioni social-patriottiche.

Passando poi a trattare della questione italiana, il relatore afferma che essa è stata una delle più difficili. Noi non conoscevamo i delegati italiani al 2° Congresso – dice Zinoviev – noi li abbiamo accolti come fratelli, ma basta leggere i verbali di quel Congresso per meravigliarci noi stessi dell’errore nel quale eravamo caduti. Nelle questioni di principio più importanti, Serrati si astenne o si pronunciò sempre contro di noi. Gli avvenimenti ulteriori ci mostrarono la sua vera fisionomia e quella dei suoi seguaci.

L’oratore cita una serie di documenti che caratterizzano l’attività svolta dal Serrati dopo il suo ritorno in Italia, attività diretta a screditare il Congresso e l’Internazionale. Egli fa la storia del come si giunse nel P.S.I. alla costituzione delle diverse frazioni: dei comunisti, dei comunisti unitari e dei concentrazionisti. Espone quali fossero i rispettivi programmi e descrive ampiamente la situazione quale essa era alla vigilia del Congresso di Livorno. Egli chiarisce le ragioni per le quali il Comitato Esecutivo non poté essere rappresentato in questo Congresso dai suoi delegati, e ricorda l’indegna accoglienza fatta ai compagni Kabacief e Racosci, affermando che tale condotta dei membri del P.S.I. peserà come una vergogna su questo partito. Infine, accenna ai dibattiti svoltisi al Congresso di Livorno ed alla conseguente scissione.

Questa scissione – continua l’oratore – fu considerata come la conseguenza delle 21 condizioni. Ma l’esperienza ha dimostrato che la minima indulgenza su tali condizioni avrebbe moralmente determinato la morte dell’Internazionale Comunista.

Serrati, che in un primo momento aveva assunto un atteggiamento estremista, esige ora che la Francia e l’Italia siano trattate alla stessa stregua. Perché, dice lui, si fanno maggiori concessioni alla Francia che non all’Italia? Ma è dovere del Comitato Esecutivo non è forse quello di vagliare la situazione di ogni paese e di ogni Partito, tenendo conto delle condizioni concrete e del grado di maturità del movimento rivoluzionario? La politica del Comitato Esecutivo deve basarsi su tali valutazioni, e da essa deve trarre gli elementi per definire il proprio atteggiamento in ogni singolo caso.

Zinoviev ribatte uno per uno tutti gli appunti mossi dal Serrati al Governo soviettista per i suoi rapporti con il Daily Herald e le borghesie straniere, ai Francesi per il presunto passaggio di 55 deputati nelle file comuniste, ai Tedeschi per il passaggio di metà degli Indipendenti nel campo del comunismo, che secondo lui sarebbe avvenuto su basi nazionaliste ed infine smaschera le menzogne di cui il Serrati si è servito per ingannare il proletariato italiano.

Il relatore contesta la valutazione politica, fatta dal Geyer, dei risultati delle elezioni generali nei riguardi del Partito Comunista d’Italia, che dopo poco tempo della sua fondazione, per la prima volta partecipava alla lotta elettorale.

Dopo le elezioni – continua Zinoviev – Serrati ha scritto che bisognava ormai volgere il timore verso destra, ed a riprova di questa necessità da lui affermata, egli cita la condotta di Lenin che ha dovuto accordarsi con gli elementi piccolo-borghesi. Questo argomento è degno di Serrati. Egli dimentica che in Russia il potere si trova nelle mani del proletariato. Suggerire una tale condotta per gli altri paesi, significa porgere coscientemente aiuto alla borghesia contro il proletariato. Il compito del Congresso è di far comprendere al proletariato italiano tutto il tradimento della politica di Serrati e dei centristi. La storia di Serrati è un esempio dell’intero movimento centrista. Contro il centrismo bisogna condurre una lotta implacabile.

Il relatore passa quindi alla questione tedesca.

Ad Halle, egli dice, noi ottenemmo la vittoria con la scissione degli indipendenti e la formazione di un partito comunista. Noi sapevamo che in questo partito, formato da 100.000 membri del Partito Comunista tedesco e da 400.000 Indipendenti, noi avremmo visto apparire dei recidivi del centrismo. Dopo il Congresso di Halle noi ci pronunciammo per la dissoluzione completa dell’unione di Spartacus e consigliammo al Partito Comunista di non avere fretta e di procedere innanzi tutto alla propria organizzazione. Il primo conflitto che noi avemmo con questo partito fu determinato dalla questione italiana. Le dimissioni di cinque membri del Comitato Centrale tedesco fu un grande errore ed una mancanza di disciplina. Il Comitato Esecutivo ha condannato questo atto.

Durante l’azione di marzo, per quanto essa non fosse un colpo di Stato poiché vi parteciparono mezzo milione di operai, molti errori si commisero. In ogni caso questo movimento, che fu una lotta difensiva imposta agli operai, costituisce un gran passo in avanti del proletariato tedesco.

Quanto alla questione del Partito Comunista Operaio, essa venne già esaminata dal 2° Congresso. Noi abbiamo ammesso questo partito nella Internazionale come simpatizzante, poiché nelle sue file vi sono degli operai veramente rivoluzionari. Nella seduta in cui venne presa questa decisione, io dichiarai che questo partito in avvenire doveva decidersi: o divenire un partito comunista e perciò unificarsi con quello esistente o uscire dall’Internazionale. Una parte dei capi del P.C.O. di Germania sono divenuti nostri nemici. In questi giorni abbiamo ricevuto dal suddetto partito un telegramma nel quale si dice che esso non resterà nell’Internazionale se il suo programma dovesse subire anche la minima modificazione. Con tali condizioni perché non dovremmo ammettere nell’Internazionale anche Serrati, perché non dovremmo consentire agli altri partiti di fare ciò che a loro piace? Le decisioni dell’Internazionale Comunista devono essere delle leggi. Se oggi il P.C.O. ci abbandona, noi abbiamo in Germania un potente partito comunista, perciò possiamo guardare all’avvenire con tranquillità.

Zinoviev passa quindi a trattare dalla questione francese.

Se noi abbiamo trattato in modo speciale il partito francese – egli dice – ciò è perché la sua situazione era speciale ed assai differente da quella del partito socialista italiano. Sapevamo che noi, che dal Congresso di Tours non era uscito un partito veramente comunista. In esso c’erano ancora dei centristi e dei semi-centristi. Noi concludemmo con i migliori compagnie francesi una specie di accordo, per il quale lasciavamo loro alcuni mesi di tempo per riorganizzarsi. Il Partito Comunista francese è minacciato dalla destra opportunista e non dalla sinistra. Le vecchie tradizioni portate in esso da alcuni deputati sono molto pericolose. Noi dobbiamo combatterle. Il partito francese non ha ancora un atteggiamento chiaro di fronte al sindacalismo. Ma, malgrado i suoi difetti, noi abbiamo fiducia in lui. Esso conta 100.000 membri e si mostra animato da un nuovo spirito. Non perciò noi chiuderemo gli occhi sui suoi difetti ne cesseremo di denunciarli agli operai.

Nella Ceco-Slovacchia abbiamo un grande partito di masse, ma anche qui possono sorgere dei recidivi del centrismo. Questo pericolo sarà certamente superato, la tendenza semi-centrista del compagno Serrati deve essere aspramente criticata.

Il processo di differenziazione ha raggiunto anche i paesi Scandinavi. La Norvegia possiede un Partito molto sano, per quanto essa non sia ancora guarito dal centrismo. In Svezia il partito si evolve dal pacifismo al comunismo.

Oltre a delle scissioni noi abbiamo anche realizzato delle fusioni. In Inghilterra, dall’unione di otto gruppi comunisti è sorto il Partito Comunista Unificato.

Lo stesso in America, dove il movimento comunista si sviluppa rapidamente e diventerà un grande movimento di masse.

Le scissioni dei partiti socialdemocratici e le fusioni delle sinistre con i comunisti in Austria, in Danimarca e nel Belgio hanno una grande importanza di principio.

In Svizzera la sinistra socialista ha abbandonato l’antico partito per unirsi con i comunisti. In questo paese noi speriamo di avere un Partito degno del comunismo.

In Jugoslavia sì è effettuata la scissione dei centristi, ma noi vi combatteremo ancora ogni manifestazione di centrismo.

In Finlandia il Partito Comunista si sviluppa nonostante il terrore bianco.

Parlando del movimento Comunista nel vicino e nel lontano Oriente, il relatore si sofferma sul Giappone, dove il movimento operaio rassomiglia a quello che era in Russia alla vigilia del 1905: sviluppo dei sindacati, moltiplicazione delle edizioni di propaganda.

Da uno sguardo generale sull’attività dell’Internazionale Comunista, si può dire che non vi è stato paese in cui il processo di epurazione del Partito non abbia dato luogo a delle manifestazioni opportuniste.

Il relatore conclude indicando i risultati della seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, ed il compito del Congresso dei Sindacati e della Gioventù. La lotta contro Amsterdam – egli dice – è della massima importanza. Bisogna preparare un’azione internazionale, per cui occorre una coordinazione internazionale. Noi non abbiamo sofferto di un eccesso di centralizzazione, ma di una centralizzazione insufficiente. La creazione di forti sezioni, di un centro direttivo potente, di una disciplina proletaria di ferro per la vittoria sulla borghesia, ecco il nostro scopo.

La discussione

Ha per primo la parola Hempel, del Partito Comunista Operaio di Germania.

Egli protesta contro il fatto che Zinoviev confonde questo partito con Serrati, Dittmann ed altri opportunisti. Noi siamo garantiti dall’opportunismo – egli dice – da tutta la nostra storia e da tutta la nostra azione. Sarebbe impossibile dimostrare in cosa noi siamo colpevoli di opportunismo. Noi lottiamo non già senza le masse, ma con le masse, soltanto con dei metodi diversi da quelli stabiliti dal II Congresso. Zinoviev teme che il Partito Comunista Operaio si troverà presto nelle file degli avversari, la realtà è che solo noi lottammo per la Russia proletaria; i partiti comunisti di masse sono buoni soltanto a fare delle dimostrazioni per la Russia soviettista e non ad agire rivoluzionariamente. Noi non abbandoneremo mai questa via, anche se dovessimo essere obbligati ad uscire dall’Internazionale per la sua tendenza opportunista.

Segue Froelich, rappresentante del Partito Comunista Unificato di Germania. Egli ricorda che il Partito Unificato protestò a suo tempo contro la decisione di accettare il Partito Comunista Operaio nell’Internazionale Comunista, e ciò per la sua minima importanza e la sua insufficiente attività.

Questo Partito – dice Froelich – segue una tendenza settaria anche nelle questioni fondamentali. Esso non è in grado d’apprezzare la situazione politica ed economica: ad esempio esso pensa che la questione delle riparazioni non può interessare che la borghesia. Nel mese di marzo ci sembrò di poter collaborare con questo partito, ma esso nulla ha compreso degli avvenimenti di marzo, che considera ancora come un «putsch». In tal modo il Partito operaio è della stessa opinione di Levi.

Questo partito non sarà mai in grado di condurre una politica veramente rivoluzionaria comunista. Quanto agli operai che hanno manifestato il loro coraggio rivoluzionario, noi dobbiamo dire ad essi: o con il Partito Comunista Operaio o con l’Internazionale Comunista.

Su tale questione parlano diversi oratori finché la parola è data a Gennari.

Questi si dichiara interamente d’accordo con la politica del Comitato Esecutivo per quanto riguarda la questione italiana. Passa in seguito a parlare della Ceco-Slovacchia. Noi sappiamo – egli dice – il valore rivoluzionaria della classe operaia e dei suoi capi. Ma noi vogliamo avere la garanzia che in questo partito non si ripeta ciò che è avvenuto nel Partito Socialista Italiano. Durante la guerra Smeral ha difeso l’imperialismo austriaco. Dopo la guerra egli è venuto a Mosca proprio quando il proletariato aveva perso ogni fiducia in lui. E questo stesso Smeral, il quale dice che essere comunisti equivale ad essere in pratica socialdemocratici ed avere il comunismo come scopo finale, ha trovato credito presso il Comitato Esecutivo. Al Congresso del partito socialista Ceco-Slovacco, Smeral ha chiesto la conservazione del nome di socialista. Due redattori del «Rude Pravo» dopo lo sciopero di dicembre hanno scritto contro la Russia soviettista e contro l’Internazionale Comunista. Smeral li ha presi sotto la sua protezione. Perciò noi proponiamo: 1° allontanare Smeral dalla direzione del partito; 2° indirizzare al proletariato ceco-slovacco un appello a questo proposito; 3° indirizzare al proletariato di tutti i paesi un appello diretto a combattere i centristi e gli opportunisti.

Ha la parola Hechert del Partito Comunista Unificato di Germania.

La questione italiana – egli dice – ha determinato una crisi nel partito tedesco. Serrati al secondo Congresso ci assicurò che al suo ritorno in Italia avrebbe agito conforme alle decisioni dell’Internazionale ed invece egli ha sabotato tali decisioni. Nel dicembre scorso in un articolo sulla Rivista degli Indipendenti di destra intitolata «Il Socialista», egli dichiara: «La rivoluzione russa non è stata fatta per le grandi masse operaie, ma per una borghesia soviettista». Secondo Hechert questo articolo era necessario a Serrati per lodare Turati a spese dell’Internazionale, pretendendo che Turati, lui, sia seguito dalle masse.

Quanto a Levi, mandato dal partito comunista tedesco come rappresentante a Livorno, Heckert dichiara che egli tenne in questo Congresso una condotta vergognosa. Levi ha preteso che la politica dell’Internazionale e del Comitato Esecutivo mirasse a creare delle piccole sette e che per tale ragione essa aveva bisogno della scissione. Quando in seguito il Comitato Centrale decise che la scissione a Livorno era necessaria, Levi si pose contro di esso. L’oratore ricorda l’atteggiamento di D’Aragona di fronte all’Internazionale ed afferma che il Comitato Esecutivo ha fatto bene a condannare Serrati e D’Aragona.

Heckert cita un brano dell’Avanti! del 16 giugno nel quale si dice che nell’interno dell’Internazionale si accentua il malcontento contro la dittatura di alcuni individui, parodia della dittatura del proletariato, e che bisogna fare un passo verso destra, verso Levi e la Zetkin. Egli conclude approvando pienamente la politica e la tattica del Comitato Esecutivo e chiede al Congresso di agire nello stesso modo.

Dopo alcuni altri oratori ha la parola Radek:

Egli nota che la discussione che si è svolta finora non ha ancora affrontato la questione principale, che è questa: il Comitato Esecutivo ha agito bene o male? Pensate voi – dice Radek – che egli abbia commesso un errore? A ciò devono rispondere gli oppositori, poiché si tratta della questione della tattica, non del Partito tedesco, ma del Comitato Esecutivo. La questione di Levi è la questione della tattica dell’Internazionale Comunista. Il Comitato Esecutivo ha solidarizzato con il Comitato Centrale del Partito tedesco e voi ora dovete dire se ha fatto bene. Lo stesso si deve dire della questione italiana. Serrati ha detto a Livorno che il Comitato Esecutivo vuole avere dei piccoli gruppi comunisti ed è avversario dei partiti di masse. Noi non siamo contro le organizzazioni di masse, ma vogliamo avere dei partiti di masse veramente rivoluzionari. Se nella questione italiana noi abbiamo agito male perché Serrati è stato seguito dalla maggioranza degli operai, allora noi abbiamo agito ancora peggio in Germania, dove gli Indipendenti hanno avuto un seguito ancora maggiore di quello che non abbia avuto Serrati. Ciònonostante, cinque compagni sono usciti dalla Centrale del Partito tedesco, perché non erano d’accordo con la condotta del Comitato Esecutivo nella questione italiana. Sono essi o il Comitato Esecutivo che ha avuto ragione? A questa domanda è necessario dare una chiara risposta. L’Esecutivo vuol sapere se esso ha agito bene nel passato, poiché per l’avvenire esso si prepara condurre una lotta decisiva contro le manifestazioni di centrismo e di semi-centrismo nei partiti comunisti, come pure contro la politica d’avventure. Dopo un breve accenno sul Partito Comunista Operaio, Radek ripete ancora una volta che il Congresso deve esprimere senza ambiguità la propria opinione su tutti gli atti del Comitato Esecutivo.

Parlano in seguito diversi oratori, Lepic per l’ala sinistra del Partito Socialista Belga, espone le grandi difficoltà fra le quali essi hanno dovuto staccarsi dal Partito e pone in rilievo la funzione controrivoluzionaria dei socialdemocratici di quel paese; Markovitch per la Jugoslavia respinge il sospetto che nel Partito Comunista del suo paese siano ancora possibili delle manifestazioni centriste. Spiega le condizioni nelle quali si svolge il movimento comunista in Jugoslavia, condizioni che hanno costretto il Partito all’azione illegale.

Kolarov per la Bulgaria, approva la politica dell’Esecutivo, e rileva le deficienze esistenti nel Partito francese.

Ha quindi la parola Klara Zetkin.

Essa affronta senz’altro la questione italiana che determinò le sue dimissioni dal Comitato Centrale. Ricorda gli avvenimenti del settembre 1920, per dimostrare come il partito socialista italiano non si sia mostrato capace di dominare la situazione e di utilizzarla per la conquista del potere politico. Ma non si tratta soltanto dei capi – dice la Zetkin – ma anche delle masse, che se fossero state veramente rivoluzionarie avrebbero trovato una qualsiasi via d’uscita, passando sopra agli stessi capi, per entrare nella lotta politica. È una verità storica che i capi sono allo stesso livello delle masse. Evidentemente la loro condotta ha spesso un’importanza decisiva, ma molto spesso un proletariato maturo si dà dei nuovi capi in sostituzione dei vecchi. Non dico ciò per diminuire l’errore dei capi politici, ma per dimostrare che il Comitato Esecutivo dell’Internazionale avrebbe dovuto favorire con tutti i mezzi la costituzione di un partito italiano unificato nel suo pensiero e nella sua organizzazione. Io ho solidarizzato interamente con l’Esecutivo quando questi ha ordinato di separarsi da Turati, ma delle divergenze si sono manifestate allorché è sorta la questione di separarsi anche da Serrati, perché il gruppo di quest’ultimo ha con sé le vaste masse proletarie, e hanno dimostrato ieri ed oggi di volere lealmente incamminarsi verso il Comunismo e la Internazionale. Questa la mia opinione, non perché io abbia delle tendenze verso la politica centrista o semi-centrista ma perché so che fra queste masse ci sono molti compagni organizzati nei sindacati e nelle cooperative e che noi avremmo potuto utilizzare per combattere la politica riformista ed opportunista. Queste le ragioni per le quali io chiedevo che si cercasse di conservare nel Partito una gran parte degli Unitari.

Io non ho nulla da obbiettare alla dichiarazione di guerra contro Serrati, ma non potrei accettarla se essa fosse diretta contro l’intero gruppo Serrati. Questo sarebbe un atto politicamente poco intelligente. Per dimostrarvi la realtà di questa mia affermazione vi riferirò quest’episodio: Quando Serrati venne a Berlino, mi si disse che egli era in relazione con il Comitato Centrale del Partito tedesco, il quale aveva deciso di inviare al Comitato Esecutivo dell’Internazionale la proposta di mandare in Italia una commissione speciale per trovare la via d’accordo con il Partito Comunista, previa esclusione del gruppo Turati. Di tutto ciò scrissi una lettera a Mosca. A Serrati dissi che se egli voleva realmente intendersi con il Partito Comunista e l’Internazionale, non bastava agire con l’intermediario del Partito tedesco. Egli doveva invitare il Comitato Centrale del Partito italiano ed indirizzarsi direttamente a Mosca. Serrati acconsentì. Ma ritornato in Italia, non mantenne la parola data.

L’oratrice accenna ad alcune dichiarazioni del rappresentante dell’Esecutivo in Italia, che avrebbero influito su di lei nell’assumere l’atteggiamento che le è rimproverato, quindi spiega le ragioni per le quali essa ha ritenuto necessarie le sue dimissioni dal Comitato Centrale, senza che tale atto rivestisse il carattere di infrazione disciplinare che gli si è voluto attribuire.

Io riconosco – continua la Zetkin – che la politica di Serrati è una politica riformista ed opportunista. Il Partito Comunista non può combattere il fascismo con dei discorsi pietosi. Alla forza bisogna opporre la forza. Secondo me non basta che il Congresso domandi al P.S.I. l’accettazione delle 21 condizioni, bisogna esigere a qualunque costo la separazione da Turati

Quanto alla questione Levi, si deve tener presente che essa non è soltanto una questione di disciplina, ma un problema politico. Per darne un giudizio obbiettivo bisogna metterla in relazione con l’insieme della situazione politica, altrimenti tutto il contesto storico ci sfugge. Perciò io penso che tale argomento debba essere trattato contemporaneamente alla tattica del Partito Comunista Operaio ed all’azione di marzo. Io non condivido interamente tutto ciò che è scritto nel famoso opuscolo, ma d’altra parte non condivido neanche le opinioni espresse su di esso da alcuni compagni. Io non ho nulla da obbiettare alla decisione del Congresso sull’affare Levi qualunque essa sia, quando l’esame della questione fosse posta nei termini da me indicati.

Ha la parola Friesland di V.K.P.D..

Questi rileva alcune inesattezze dell’opposizione sull’azione di marzo, attribuisce all’incapacità della Centrale ad organizzare il Partito alla lotta, gli errori principali che si lamentano. In seguito parla Overstraeten del Partito Comunista Belga il quale espone le difficoltà del movimento Comunista nel proprio paese e si dichiara favorevole all’unificazione con la sinistra del P.S..

Ancora sulla relazione dell’Esecutivo parla Koehnen del V.K.P.D..

Egli esamina lo sviluppo del movimento comunista in Germania sino alla formazione del Partito Unificato. Dice che il Partito, che aveva riposto la massima fiducia nei suoi capi per la preparazione rivoluzionaria, fu ingannato da essi quando abbandonarono la Centrale. I nuovi dirigenti dovettero pensare a riorganizzare il partito e a preparare il proletariato alla lotta, e fu proprio durante quest’opera faticosa che fu provocata da Hoersing l’azione di marzo, cogliendo il partito impreparato. Aggiunge che sul partito, ancora sanguinante delle sue molte piaghe si abbatté per di più l’attacco di Levi, che però non portò conseguenze gravi alla compagine del partito, perché questo nel suo insieme non aderì alla concezione del Levi e riuscì anche ad accrescere le proprie forze. Si sofferma sulla questione italiana dicendo che essa fu impostata dalla opposizione in modo tale da apportare colpi gravi non solo al P.C. d’Italia e al giovane Partito Unificato di Germania, ma anche al C.E. dell’Internazionale. Termina invitando i capi a subordinare le loro convinzioni all’interesse del partito.

Dopo Koehnen ha la parola Terracini del Partito Comunista d’Italia. Egli si trattiene specialmente sulla questione italiana dimostrando come avvenne la scissione di Livorno e quali furono le cause che la determinarono. La scissione avvenne sulla base delle 21 condizioni stabilite dal 2° Congresso, alla elaborazione delle quali aveva contribuito anche Serrati. Poiché Serrati e la sua frazione non vollero accettarle, non restava altro da fare che escluderli dal P.C., insieme coi riformisti con cui avevano solidarizzato. La scissione fu inevitabile.

Risponde alle obbiezioni della Zetkin e di Markovic del Partito jugoslavo. Osserva che non furono le influenze dei rappresentanti dell’Esecutivo che determinarono la scissione nel modo come avvenne. In ultimo si sofferma sull’atteggiamento dell’Esecutivo riguardo ai diversi partiti operai ebrei, e domanda che siano adempiute le condizioni dell’Internazionale che stabiliscono l’unione di tutti gli operai comunisti in un solo partito.

Racosci, che succede a Terracini, espone l’attività che svolse Levi al Congresso di Livorno, solidarizzato con l’atteggiamento di Serrati, dando a questi maggiore forza comunicandogli la solidarietà della Zetkin. Si difende dalle accuse rivoltegli di voler proporre scissioni come quella di Livorno negli altri partiti dell’Internazionale. Approva infine l’atteggiamento dell’Esecutivo e insiste che tutti i partiti comunisti si liberino dagli elementi centristi e semi-centristi.

Zinoviev sulla questione del K.A.P.D. presenta la proposizione seguente: Invitare il Partito Comunista Operaio di Germania a convocare entro due o tre mesi un Congresso per decidere sulla questione della sua sottomissione alla disciplina dell’Internazionale. In caso di risposta affermativa il K.A.P.D. sarà incluso nel Partito Comunista Unificato, nel caso contrario sarà escluso dall’I.C..

Dopo un breve dibattito sull’ordine della discussione a prendere la parola Radek sulla proposizione di Zinoviev. Radek espone le basi del disaccordo fra il K.A.P.D. e il Comitato Esecutivo: Il K.A.P.D. vuole essere un piccolo partito, non vuole lavorare nell’interno dei sindacati per conquistarli, ma vuol formare dei sindacati composti di soli operai che accettano il programma della dittatura del proletariato, non accetta la lotta parlamentare.

Malgrado queste divergenze il C.E. ha cercato un’intesa con questo partito, pensando che giovani forze rivoluzionarie non possono immediatamente formarsi una coscienza politica chiara.

Anche contro il pensiero del Partito Comunista Unificato il K.A.P.D. fu ammesso come membro simpatizzante dell’I.C.. Poiché in ciascun paese non può esistere che una sola sezione dell’Internazionale Comunista, il K.A.P.D. è costretto a decidersi sulla base della proposizione di Zinoviev.

In seguito Radek espone le critiche aspre che il K.A.P.D. ha mosso al C.E. e dimostra come esso si sia incamminato su una via che lo porta a diventare una vera e propria setta.

Cita alcuni passi dell’opuscolo di Gorter sulla questione del Levi e l’azione di marzo, secondo i quali si può dire che il K.A.P.D. abbia solidarizzato con tutta la stampa menscevica. Rileva che esso ha una tendenza all’uso delle azioni individuali e terroriste. Conclude invitando il K.A.P.D. a sottomettersi all’I.C. e ad unirsi al V.K.P.D..

Rolande Holst, a nome della minoranza olandese fa alcune osservazioni sulla proposta di Zinoviev. Dice di non combattere troppo aspramente il Partito Comunista operaio, perché ciò significherebbe allontanare definitivamente delle giovani energie rivoluzionarie che ben potrebbero rimanere nell’I.C..

La questione italiana

A nome del Partito socialista italiano prende la parola Lazzari. Compagni, egli dice, noi ci troviamo in questo Congresso in una posizione imbarazzante. Noi siamo stati all’opposizione nella II Internazionale. Attualmente ci troviamo in una situazione difficile di fronte alla III Internazionale. Non abbiamo potuto avere conoscenza degli appunti mossici se non attraverso resoconto del rapporto di Zinoviev, e la lettura dell’opuscolo sulla questione italiana.

Quest’opuscolo è compilato obiettivamente, ma non contiene tutti i documenti, e ne contiene alcuni, come gli scritti del commendatore Pozzani sulla Russia, non iscritto al Partito, di cui non possiamo assumere la responsabilità. La scissione italiana era stata decisa già prima del Congresso di Livorno dalla frazione dei puri al suo convegno di Imola.

Noi chiediamo di essere giudicati in base ai fatti. Nel 1919 abbiamo aderito con entusiasmo alla 3° Internazionale e abbiamo agito conseguentemente all’adesione assumendo le difese della rivoluzione russa, facendo la campagna per l’accordo commerciale fra il nostro paese e la repubblica soviettista. In guerra in pace abbiamo sempre tenuto alto il vessillo dell’Internazionale.

Noi ora non possiamo promettere molto; ma gli impegni assunti in precedenza li abbiamo soddisfatti. Non volevamo l’indebolimento del nostro movimento di fronte a tutta la borghesia unita. La divisione ci ha indeboliti e senza di essa la nostra ultima vittoria elettorale sarebbe stata più reale e avrebbe potuto portarci alla conquista del potere attraverso la lotta parlamentare.

Ci si accusa di opportunismo e di riformismo. Noi abbiamo sempre cercato di epurare il nostro partito, e continueremo questa epurazione ogni qualvolta la giudicheremo utile. Approviamo le tesi sulla tattica, accettiamo interamente la responsabilità delle decisioni che prenderete e cercheremo di aiutare lo sviluppo della rivoluzione mondiale anche nel nostro paese.

In risposta a Lazzari parla Gennari per il P.C.I.. Attraverso una serrata documentazione l’oratore dimostra l’esistenza di una tendenza social-patriottica nel seno del P.S.I., dimostra che se questa tendenza non riuscì a rivelarsi apertamente durante la guerra, lo si deve alle condizioni speciali in cui il nostro paese entrò in guerra e per il continuo controllo della vecchia frazione rivoluzionaria, la cui grande maggioranza costituisce oggi i quadri del P.C.

Ciononostante si ebbero alcune importanti manifestazioni del pensiero socialpatriottico. Ne espone le principali leggendo dei documenti.

Dimostra la condotta sempre esitante di Serrati.

La scissione italiana è la conclusione di una lunga crisi esistente nel seno del Partito. Un’accusa si può muovere ai comunisti italiani ed è quella di aver compiuto questa divisione troppo tardi.

Dimostra con altri documenti come dopo il Congresso di Livorno il P.S.I., guidato tuttora da Serrati, si impegoli sempre più nell’opportunismo.

Grandi applausi salutano la fine del discorso di Gennari il quale termina invitando il Congresso a respingere il ricorso del P.S.I., dichiarando che questa è l’unica politica possibile per smascherarlo davanti alle masse proletarie d’Italia.

Gli applausi continuano fino all’apparizione alla tribuna di Lenin.

Lenin incomincia esponente fatti che comprovano l’esistenza degli opportunisti nel partito socialista italiano.

Non è forse una realtà, l’esistenza non solo di singoli individui ma di interi gruppi opportunisti, con i propri dirigenti, i propri giornali e riviste?

Dopo il secondo Congresso questi gruppi hanno iniziato una violenta campagna contro l’Internazionale Comunista; hanno convocato un convegno speciale preparatorio prima del Congresso di Livorno. In questi fatti noi vediamo più che una frazione, noi vediamo l’inizio di un movimento di partito. È un gran male per un partito operaio non romperla a tempo con gli opportunisti. Questi malanni si sono verificati in Germania, ed anche in Italia dove bisognava romperla con gli opportunisti sin dall’inizio della guerra.

Lenin ironizza poi sulla dichiarazione di Serrati e di Lazzari secondo i quali la loro divergenza con l’Internazionale Comunista è basata soltanto sul momento in cui occorre separarsi dai riformisti. L’anno scorso Serrati non ci fornì la dimostrazione della necessità dell’alleanza coi riformisti; un anno è passato e Lazzari non ci ha ancora dimostrato la necessità di questa tesi. Il Partito Comunista russo non impone agli altri partiti dell’Internazionale una regola d’imitazione cieca. Al contrario i compagni russi consigliano ai partiti fratelli di tener conto delle condizioni di tempo e di luogo.

L’occupazione delle fabbriche ha permesso ai riformisti di mostrare la loro vera natura.

Il fatto che Modiglioni ha rifiutato di entrare in un ministero borghese non significa niente, Modiglioni comprende molto bene che il miglior modo di servire la borghesia è di restare nel partito operaio.

Esamina il numero dei voti raccolti dalle diverse frazioni a Livorno e constata che i voti raccolti dai comunisti indicano come il movimento comunista in Italia si sviluppa molto più rapidamente che nella stessa Russia.

Serrati desidera libertà di manovra. A prima vista cosa significa la libertà di manovra di Serrati? L’alleanza con 14.000 riformisti.

L’Internazionale è convinta che dopo le deliberazioni del Congresso gli operai italiani si schiereranno dalla sua parte.

In seguito parlano: Maffi, il quale respinge le critiche di Gennari e dichiara che egli personalmente si impegna di sostenere in Italia le decisioni che saranno prese dal Congresso. – Racovski, che esamina la situazione italiana, dice che il riformismo italiano ha la stessa vecchia tradizione di quello tedesco, invita i rappresentanti italiani ad uscire dalle riserve e prendere impegni precisi sulle decisioni del III Congresso. – La Zetkin che esamina anch’essa la situazione italiana, si dichiara convinto della necessità di formare in Italia un forte Partito Comunista unificato. Afferma che il P.S.I. dopo Livorno nulla ha fatto per mettersi su questa via: esso ha seguito una politica la cui continuazione bisogna assolutamente impedire.

Ha la parola Trotzki. Io m’interesserò – egli dice – solamente dell’esame della situazione attuale. Il partito italiano ha svolto una propaganda rivoluzionaria che ha portato agli avvenimenti di settembre. Ma quando gli operai cercavano di trarre le conseguenze pratiche di questa propaganda il partito li ha abbandonati. Di ciò si è avvantaggiato Turati, che ha potuto dimostrare le funeste conseguenze della propaganda rivoluzionaria.

Voi avete disorganizzata la classe operaia – dice Trotzki rivolgendosi ai socialisti italiani – rinunciando alla vostra propaganda proprio nel momento in cui essa cominciava ad entrare nella pratica.

Serrati in nome dell’unità della rivoluzione e per la sua vittoria ha emesso l’idea dell’unità disciplinata in un solo partito di frazioni basate su principi e metodi differenti. Ma può essere possibile una simile unità in nome della rivoluzione quando vi sono dei gruppi che non hanno il minimo desiderio di farla? Questo principio in realtà ha condotto a conseguenze opposte alla concentrazione delle forze.

Occorrerà ora al giovane P.C. molta energia e molto lavoro per ricuperare la fiducia della classe operaia. Dopo Livorno tutto il P.S.I. si è mosso verso destra.

Non basta che Turati dica di sottomettersi alla disciplina: poiché spesso ciò significa sottomettersi formalmente soltanto. Infatti egli forma una organizzazione di frazione, crea i suoi organi di propaganda, per allargare questa disciplina, per infrangerla del tutto. Non occorre che Turati va dal potere. Egli è un uomo molto intelligente, che preferisce rifiutare un portafoglio anziché perdere il contatto con le masse, e resta nel Partito.

Voi avete parlato del vostro entusiasmo per la Russia sovietista. Voi avete visto che la nostra situazione non è delle più floride. Turati afferma che l’Internazionale vuole provocare la rivoluzione in tutti gli altri paesi, per salvare la Russia. Questa è una menzogna. Noi desideriamo realmente la rivoluzione negli altri paesi, ma non è per la nostra salvezza che noi vogliamo ciò.

Turati ha parlato di una III Internazionale immaginaria. Ebbene, quando io ascolto i vostri discorsi, mi sembra che la presenza di Turati e del suo gruppo nella III Internazionale sia una intrusione.

Dopo Trotzki parlano Loriot al nome del Partito Comunista francese e Losovsky che si sofferma specialmente sull’attività dei dirigenti socialisti della C.G.d.L. italiana.

Chiusa la discussione viene messa in voti la risoluzione sul rapporto dell’Esecutivo, che è approvata all’unanimità.