Partito Comunista Internazionale

Spartaco 1962/I/5

La funzione essenziale del sindacato nella tradizione marxista

Il I Congresso Internazionale dei Sindacati Rossi, a Mosca il 21 luglio 1921, ribadì questo principio fondamentale: “I sindacati rivoluzionari si assegnano il compito essenziale di unire, disciplinare, e educare le masse per il rovesciamento violento del capitalismo”. Su questo principio furono fondate le seguenti condizioni di ammissione: 1º riconoscimento del principio della lotta rivoluzionaria di classe; 2º applicazione di questo principio nella lotta quotidiana contro il capitale e lo Stato borghese; 3º necessità di rovesciare il capitalismo con la rivoluzione sociale e d’instaurare durante il periodo transitorio la dittatura del proletariato; 4º necessità di osservare la disciplina proletaria internazionale; 5º accordo completo fra tutte le organizzazioni rivoluzionarie e il partito comunista in tutte le azioni offensive e difensive contro la borghesia. A queste condizioni-base si ispirarono lo Statuto-tipo e il Regolamento-tipo dei Comitati di azienda e dei Comitati locali, al cui punto 9° sta scritto: sviluppare la coscienza rivoluzionaria di classe.

Questi principi furono fatti propri dai comunisti di allora anche in Italia, e sempre informarono l’azione sindacale del partito. Non c’è ragione che li si debba cambiare: essi non muteranno se non il giorno in cui il socialismo si sarà affermato in tutto il mondo. Ma quello che ci interessa mettere in rilievo non è tanto il carattere rivoluzionario comunista che i sindacati dovranno necessariamente assumere quando il proletariato internazionale riprenderà il cammino verso la rivoluzione, quanto il carattere decisamente opposto che ha oggi la CGIL, assai più contro-rivoluzionaria ed anti-comunista di quella diretta dai vari D’Aragona, Bianchi e compagnia.

Lenin, quando doveva affrontare la questione sindacale, s’infuriava di fronte agli atteggiamenti «neutralistici » dell’opportunismo. Al II Congresso dei Sindacati russi, Mosca 1919, egli dichiarava: «L’idea della neutralità del Sindacati professionali è sempre stata ed è ancora un’idea borghese. Non vi può essere questione di neutralità nel grande conflitto storico fra i socialisti rivoluzionari e i loro avversari. Coloro che a parole si pretendono neutrali, in sostanza sostengono la borghesia e tradiscono la classe operaia; ogni socialista rivoluzionario deve romperla definitivamente con l’idea della neutralità sindacale».

Come si vede, il contenuto economico, immediato, contingente, del sindacato passa qui in ultima linea di fronte a quello finale ed essenziale della lotta politica ispirata dal partito comunista rivoluzionario. Noi non abbiamo mai celato il proposito di restituire il sindacato, come d’altronde ogni organismo operaio di massa, alla sua funzione primigenia di strumento di lotta contro il capitale e lo Stato capitalista, e quindi di fare di ogni battaglia sindacale, di difesa economica e di condizioni di lavoro, una battaglia di emancipazione rivoluzionaria del proletariato. Su questo principio abbiamo fondato e fonderemo le le lotte operaie per collegarle tutte, dalla piccola fabbrica al grande complesso, dal villaggio alla metropoli, alla visione suprema della lotta frontale e diretta contro il potere capitalista, senza quelle preclusioni ed esclusioni di tipo opportunista in virtù delle quali le lotte rivendicative si porrebbero obiettivi esclusivamente economici, e quindi cessano nell’atto in cui questi sono raggiunti o, peggio ancora, quando le associazioni padronali, prima resistenti, son disposte a trattare; e l’agitazione sindacale viene polverizzata nelle mille e mille aziende in cui trova il suo striminzito inizio e la sua misera fine. Quale carattere rivoluzionario dà l’attuale CGIL alle lotte operaie, quale sforzo compie per educare le masse operaie alla rivoluzione comunista, quale collegamento tiene con l’autentico partito comunista rivoluzionario, quale lotta conduce contro l’opportunismo e contro il capitalismo?

In effetti, ed anche a parole, la CGIL, per tacere delle organizzazioni bianche e gialle apertamente anti-comuniste, dirige le lotte operaie con l’occhio fisso agli interessi aziendali, statali e nazionali e rimane apertamente infeudata alla politica ultra opportunista di partiti pseudo-socialcomunisti soprattutto quando proclama d’essere « neutrale » fra i partiti e di non ispirarsi ad alcuna politica di partito. Per questo, finché sarà diretta da opportunisti che le affidano scopi di conciliazione sociale, non può né potrà mai divenire strumento rivoluzionario del partito di classe: per questo, rimane compito storico del nostro partito attirare gli operai, i proletari, i salariati, verso i principi del marxismo rivoluzionario, per assicurarsi la direzione delle loro lotte e dei loro organismi economici, e volgerli contro lo stato capitalista.

E’ con l’occhio fisso a questo obiettivo che, durante lo sciopero dei metalmeccanici e in ogni occasione, noi ci battemmo e ci batteremo perchè le lotte operaie siano il più possibile estese nello spazio e nel tempo, non siano vincolate allo stupido confine dell’azienda e arrestate di fronte al babau della legge, vengano rivolte verso il loro obiettivo non solo economico ma politico e, quando assumono aspetti violenti, non siano sconfessate, ma energicamente coordinate e dirette. Egualmente ci battiamo nel sindacato tradizionale, la CGIL, e fuori, per l’aumento radicale del salario-base, per la rivalutazione più che proporzionale del salario del manovale comune e delle categorie meno retribuite, per la lotta contro ogni forma di differenziazione secondo l’età, la categoria, il sesso, per l’eliminazione dei premi ed incentivi e per la riduzione del periodo di apprendistato, per un taglio netto, generale e uniforme, del tempo di lavoro!

I ferrovieri comunisti internazionalisti denunziano

Il metodo seguito dai sindacati:

  1. di proclamare lo sciopero e subito disdirlo accettando per buone le «promesse» dell’Amministrazione;
  2. di trasformare lo sciopero nazionale in scioperi compartimentali graduati nel tempo;

La politica sindacale consistente sia nell’accettare l’una tantum prima, gli assegni integrativi poi, lasciando indefinita la questione dell’aumento effettivo degli stipendi a decorrere dall’1-7-1963; sia nel fare propria la tesi dei premi legati al rendimento;

La truffa con la quale sono stati sospesi gli scioperi compartimentali dei mesi scorsi vendendo la pelle dell’orso prima di averlo ucciso, cioè dichiarando che per gli stipendi integrativi con decorrenza dall’1° al 30-6 del 1963 l’amministrazione aveva accettato il criterio degli aumenti «funzionali» anziché per coefficienti, come invece è stato deciso senza che lo SFI-CGIL chiamasse i ferrovieri a reagire;

L’accettazione da parte del sindacato tradizionale, accodato in ogni iniziativa ai sindacati bianco e giallo, di assegni integrativi per il primo semestre 1963 che aggravano la sperequazione salariale fra le diverse categorie invece di ridurla cosicché il macchinista di I°, con stipendio attuale di lire 60.250, viene a ricevere un aumento del 36,5% che scende a 34,8 per l’aiuto macchinista T.M., al 34,6 per l’operaio, al 30,4 per il manovale, al 25,1 per l’inserviente, che pure godevano di stipendi rispettivamente di 46 mila, 43.150, 41.000, 30.750 lire!

ESSI SI BATTONO PER:

  • LO SCIOPERO NAZIONALE DI CATEGORIA SENZA LIMITI DI TEMPO
  • L’AUMENTO DEL SALARIO-BASE IN MISURA MAGGIORE PER LE CATEGORIE PEGGIO RETRIBUITE
  • UNA SOSTANZIALE RIDUZIONE DELLA GIORNATA LAVORATIVA
  • IL RITORNO AI METODI DELLA LOTTA DI CLASSE

NELLA CONSAPEVOLEZZA CHE QUESTO RITORNO SARÀ POSSIBILE SOLO CON L’ALLONTANAMENTO DALLA DIREZIONE DEL SINDACATO DEI FAUTORI DELLA COLLABORAZIONE FRA CAPITALE E LAVORO, DEL RISPETTO DELLA LEGALITÀ E DELLA DIFESA DEI «SUPERIORI INTERESSI» DELLA PATRIA.

Il ferroviere

La situazione dei lavoratori del legno

A buon diritto, nel n. 3 di «Spartaco» il contratto nazionale dei lavoratori del legno è stato portato ad esempio delle scandalose differenziazioni salariali fra categoria e categoria, oltre che dello sfruttamento legalizzato della forza lavoro, che vigono in questo campo. Ciò non solo risulta dalle clausole del contratto, ma è aggravato nella realtà dalla polverizzazione e dallo sparpagliamento dell’industria; finché si arriva ai dipendenti delle segherie o ai lavoratori del bosco per i quali, in certe zone, l’unica salvaguardia è rappresentata dalla difficoltà per il padrone di trovare manodopera disposta ad accettare le infami condizioni di vita, di lavoro e di salario, sancite da un contratto nazionale che li colloca all’ultimo gradino della scala nazionale.

Ma questo non è ancora nulla, perché, nella stragrande maggioranza delle aziende, non sono rispettati né gli accordi contrattuali, né i famosi articoli della costituzione e, non solo nelle zone periferiche del Veneto o del Mezzogiorno, ma anche nelle capitali del «miracolo economico» Milano, Torino e Genova, un ruffianismo ipocrita semina la diffidenza reciproca fra gli operai, la C.I. il più delle volte non esiste o, se esiste, fa da lacché al padrone e segue pedissequamente le direttive del più lercio opportunismo (comunicato della C.I. della «Unione Fiammiferi» di Bolzano, in data 6-XII, annunzia che per il S. Natale abbiamo chiesto al nostro amato Direttore un cospicuo premio per le festività; conoscendo la sensibilità del nostro Direttore, che capisce l’estremo bisogno della categoria del legno, siamo quindi molto speranzosi e fiduciosi e si tratta di una C.I. di… centro-sinistra!), e i sindacati giustificano il proprio tradimento con l’arretratezza dei lavoratori che non… capirebbero l’importanza e necessità delle agitazioni e perciò dovrebbero essere «allenati» a lottare segheria per segheria, reparto per reparto.

La verità è che, se esiste una categoria in cui le organizzazioni economiche dei lavoratori dovrebbero lanciare parole d’ordine unitarie, di lotta senza quartiere e senza distacchi di categoria, è proprio questa, in cui il frazionamento del proletariato raggiunge le punte massime e non solo ogni fabbrica ed ogni reparto, ma ogni operaio, è condannato alla solitudine e, senza un’azione generale, al supersfruttamento. Ma vallo a far capire ai lacchè dell’opportunismo!

L’alto-atesino

I calzaturieri e le differenziazioni salariali

Questa è proprio l’epoca in cui le stelle dell’opportunismo brillano in tutti i cieli. Non contento che il capitalismo abbia diviso gli operai in categorie diverse con conseguenti differenziazioni salariali, come se i metallurgici, gli edili, i falegnami e i calzaturieri, non avessero lo stesso stomaco, e che all’interno della stessa categoria i salari siano divisi in settori di specializzazione, per sesso, per età, per zone e, quello che fa più schifo, siano diversi da fabbrica a fabbrica, l’opportunismo non solo avalla queste differenziazioni ma tende ad aumentarle. Messo da parte il sistema di stipulare un contratto di lavoro che stabilisca la paga di tutta la categoria su scala nazionale, è accettato un contratto che stabilisce solo i minimi di paga, esso stipula poi dei contratti integrativi differenziati per zone salariali e addirittura per settori ed aziende singole!

Così avviene anche nell’industria calzaturiera. Riportiamo a mo’ di esempio le paghe dei calzaturieri in vigore nella provincia di Pistoia, piccola porta della regione toscana:

Operai maschi:

  • Operaio spec. più di 20 anni: 251,65 lire
  • da 18 a 20 anni: 244,76 lire
  • Qualificato più di 20 anni: 225,92 lire
  • da 18 a 20 anni: 219,42 lire
  • inferiore a 16 anni (apprendista): 161,54 lire

Notare il distacco dall’apprendista all’operaio specializzato che è di ben 90,11 lire orarie, mentre, per il sistema di lavorazione a catena e l’introduzione di macchine moderne, si può ben dire che un apprendista può fare lo stesso lavoro di un operaio, e rende effettivamente quanto lui.

Ed ecco i dati riguardanti la manodopera femminile, che costituisce la stragrande maggioranza degli operai dei calzaturifici:

Maestre:

  • più di 20 anni: 211,67 lire

1ª categoria:

  • più di 20 anni: 200,91 lire
  • da 18 a 20 anni: 173,72 lire
  • da 16 a 18 anni (apprendiste): 158,40 lire

2ª categoria:

  • più di 20 anni: 187,26 lire
  • da 18 a 20 anni: 159,68 lire
  • da 16 a 18 anni: 147,32 lire
  • inferiore a 16 anni (apprendiste): 129,02 lire

3ª categoria:

  • più di 20 anni: 174,58 lire
  • da 18 a 20 anni: 149,29 lire
  • da 16 a 18 anni: 139,29 lire
  • inferiori a 16 anni (apprendiste): 117,27 lire

Come si vede la differenziazione salariale è qui anche maggiore che fra i maschi. Naturalmente gli opportunisti, all’unisono coi padroni, affermano che tutto questo è perfettamente naturale, e che anzi le qualifiche devono essere aumentate secondo lo sviluppo tecnologico della produzione. La realtà è che, perseguendo la loro politica di differenziazione salariale, i bonzi tendono a creare un’aristocrazia operaia che faccia da cuscinetto fra operai e padroni; il che, egregi pilastri dell’economia capitalistica, non è cercare l’unità degli operai ma dividerli, spezzettarli, rafforzare il cordone sanitario tirato dal capitalismo per la sua difesa, fra proletario e proletario.

Il pistoiese

Da « La miseria della Filosofia »

«La grande industria agglomera in un solo luogo una folla di persone sconosciute le une alle altre. La concorrenza le divide nei loro interessi; ma la difesa del salario, interesse comune ch’essi hanno contro il padrone, li riunisce in un’unica idea di resistenza – coalizione.

La coalizione ha quindi sempre un duplice scopo: sospendere la concorrenza fra lavoratori per poter fare una concorrenza generale al capitalista. Se il primo scopo di resistenza era il mantenimento dei salari, man mano che i capitalisti si riuniscono a loro volta a fini di repressione, le coalizioni operaie, dapprima isolate, si raggruppano e, di fronte al capitale sempre unito, per i lavoratori la difesa dell’associazione diventa più necessaria che quella dei salari.

Ciò è tanto vero che gli economisti inglesi sono esterrefatti nel vedere gli operai sacrificare una buona parte del salario a favore di quelle associazioni che, secondo tutti detti economisti, sarebbero stabilite unicamente a favore del salario. In questa lotta – vera lotta civile – si riuniscono e si sviluppano tutti gli elementi necessari a una battaglia futura. Arrivata a questo punto, l’associazione prende un carattere politico.

Non dite che il movimento sociale esclude il movimento politico. Non v’è movimento politico che non sia nello stesso tempo sociale. Solo in un ordine di cose in cui non esisteranno più classi o antagonismi di classe, solo allora le evoluzioni sociali cesseranno d’essere rivoluzioni politiche. Fino a quel giorno, alla vigilia di ogni sovvertimento generale della società, l’ultima parola della scienza sociale sarà sempre inevitabilmente posta: Il combattimento o la morte; la lotta cruenta o il nulla.»

Marx – La miseria della filosofia

Nostre lotte: le 36 ore per tutti gli autoferrotramvieri

Il 30 novembre scorso, all’azienda tramviaria ATAF di Firenze, ha avuto luogo l’assemblea generale dei dipendenti per proporre alla direzione aziendale la diminuzione della settimana di lavoro a 34 ore per gli impiegati, 36 per il personale viaggiante e 39 per gli operai, in conformità alle decisioni prese dai sindacati: proposta che ridurrebbe di un’ora al giorno la durata quotidiana del lavoro.

Il nostro gruppo e i nostri simpatizzanti si sono battuti per la riduzione della settimana di lavoro, uguale per tutti, a 36 ore, suscitando al solito le ire dei dirigenti sindacali, per i quali qualunque proposta che parta dai comunisti internazionalisti o sia da essi appoggiata è da respingersi nella maniera più assoluta, perché, secondo le dichiarazioni del segretario provinciale di categoria, mirerebbe ad infrangere l’unità dei lavoratori e citando un passo del n. 39 del Tranviere Rosso – «a corrompere le masse lavoratrici con la violenza e le finalità rivoluzionarie».

Ormai all’ATAF di Firenze lo scontro fra i dirigenti opportunisti e le nostre posizioni tradizionali è continuo, e non passa giorno senza che gli attivisti e i galoppini nazional-socialcomunisti si prendano la quotidiana strigliata dai proletari più avanzati. L’opposizione delle direzioni sindacali, sempre unite contro di noi, alla nostra parola d’ordine delle 36 ore riflette quella contro l’aumento indifferenziato da noi sostenuto nell’estate scorsa, e che fu motivo di vasta agitazione fra il personale dei tranvieri. Le ragioni sono molto semplici e derivano dall’opposto modo di considerare e quindi di condurre le lotte sindacali. Per gli opportunisti, le rivendicazioni immediate dei salariati sono fini a se stesse, e quindi non devono intaccare menomamente l’attuale regime sociale, ma svolgersi nell’ambito delle strutture economiche precostituite, nei limiti aziendali, riconoscendo e rispettando il principio delle lotte articolate e circoscritte; non debbono mai, infine, mettere in difficoltà l’economia e il bilancio dell’azienda, per la cui tutela appositi organi di tipo corporativo, come i Consigli di Gestione, sono stati costituiti dagli attuali partiti pseudo-sinistri, in appoggio alle direzioni padronali. Per noi, invece, comunisti rivoluzionari, sul filo della tradizione operaia marxista, da Marx a Lenin, queste rivendicazioni rischiano di essere caduche ed inconcludenti se non sono corroborate da una direzione comunista rivoluzionaria che obiettivamente le diriga verso il fine ultimo dell’abbattimento violento del potere statale del capitalismo e delle classi borghesi. Al tempo stesso, quindi, per il nostro partito è facile prospettare obiettivi di lotta che abbiano un carattere il più generalizzato possibile per modo che, in periodi così favorevoli al capitalismo, si possa ottenere almeno la massima estensione e profondità delle lotte, e quindi una crescente solidarietà fra salariati, condizione indispensabile per raggiungere l’efficacia necessaria a prospettive più avanzate e superiori; mentre per l’opportunismo è indispensabile frazionare le lotte, mantenere artificiose divisioni fisiche ed economiche tra gli operai, e porre rivendicazioni immediate che mantengano intatte queste divisioni.

* * *

Stando così le cose, nemici dell’unità operaia sono proprio i dirigenti sindacali e gli opportunisti che svolgono una sistematica opposizione ad ogni anche minimo tentativo d’infrangere le barriere di salario e categoria, e, nell’assaltare le nostre posizioni di avanguardia, vibrano colpi demolitori alla unità di classe, pregiudicano gli stessi risultati delle lotte rivendicative, compiono opera di corruzione politica dei proletari, difendono, in breve, l’attuale regime di sfruttamento ed oppressione. Nei momenti di contrasto aperto fra dirigenti ufficiali e base, gli operai intuiscono che il nostro metodo e le nostre posizioni sono garanzia di difesa e di successo; per questo, a volte inconsapevolmente, parlano la nostra lingua e mandano in bestia i caporioni.

Si tratta ora per i tranvieri di passare da un’adesione esteriore al nostro programma di lotte sindacali, ad una partecipazione fisica ed effettiva, che per affermarsi deve necessariamente sconfinare dall’ATAF di Firenze, collegarsi e saldarsi dapprima ai lavoratori delle altre aziende del settore in campo nazionale (come si è già in parte verificato all’azienda autofiloviaria di Catania), poi a tutta la classe.

La nostra rivendicazione vale quindi per tutti gli autoferrotramvieri, da Torino a Palermo, da Firenze a Napoli:

36 ORE SETTIMANALI PER TUTTE LE CATEGORIE A PARITÀ DI SALARIO!

Autoconfessione preziosa

Dopo di avere, col peso bruto del loro apparato di intimidazione e lavaggio dei cervelli, defenestrato il gruppo Spartaco dalla direzione della C.d.L. di Palmanova, i bonzi confederali udinesi hanno sentito il bisogno di comunicare ai quattro venti che «i due non ben qualificati individui» vi sostenevano «idee utopiste, antiquate, e già condannate dalle esperienze fatte dalla classe operaia italiana ed internazionale in questi lunghi anni di lotte articolate ad ogni livello e in ogni settore».

Confessione preziosa! Essa prova, egregi signori, che per voi i principi… utopistici della lotta di classe vanno mandati per sempre in soffitta, e che la vostra grande paura è che essi siano entrati nel sangue e nelle vene di rudi operai sfruttati fino all’osso, e continuino pericolosamente a circolarvi.

I nostri compagni hanno ragione di esserne non solo contenti, ma fieri. Con tutta la vostra forza, egregi signori, non chiuderete loro la bocca; malgrado le vostre minacce di «tribunali proletari» (!!!), quei principi continueranno a vivere e a corrodere le basi su cui poggia il dominio dei padroni, e il vostro!

Tutti per uno, uno per tutti

La nostra solidarietà di classe vada, piena e totale:

ai compagni di Catania, che hanno fiancheggiato, ispirato, sorretto il comitato di agitazione dei filotramvieri in lotta aperta e violenta contro il triplice argine difensivo delle forze d’ordine, dei bonzi sindacali, dei giornalisti e fotoreporter, e promosso l’estensione e intensificazione massima di quella coraggiosa battaglia;

ai compagni di Forlì che hanno vigorosamente sostenuto lo sciopero spontaneo del 20 e 30 novembre e 1 dicembre alle officine Bartoletti, e aspramente denunziato le manovre dilatorie di tutti i sindacati, non ultima la FIOM sotto direzione opportunista, nel corso dell’intera agitazione dei metallurgici, dalla quale i sindacati hanno poi piratescamente esentato le suddette officine firmando il solito accordo separato, evidentemente perché temevano che gli operai uscissero dai binari prestabiliti;

a tutti i proletari che, in Italia e nel mondo, si battono a viso aperto contro il nemico di classe, oscuramente consapevoli che la loro forza sta nella solidarietà, nel non cedere e nel combattere uniti, senza distinzione di categoria o di nazionalità o di lingua, nel disprezzo di una legge che è imposta dagli sfruttatori, fuori da ogni venerazione di una patria ch’essi sono orgogliosi di non avere, sotto la rossa bandiera della rivoluzione degli sfruttati, degli incolti e degli oppressi!

Fuori dal circolo vizioso

La lunga agitazione dei metalmeccanici avrebbe dovuto porre all’ordine del giorno, come problema comune a tutta la classe operaia, due questioni vitali: la riduzione drastica del tempo di lavoro, l’aumento generale e sostanziale del salario-base. Ma porre queste rivendicazioni significa dare all’insieme delle battaglie operaie un obiettivo e un’impostazione non settoriali, articolati e frammentari, ma potentemente unitari, diretti verso quelle finalità massime del proletariato che impongono di fare di ogni singolo episodio del conflitto fra lavoro e capitale un anello dell’offensiva generale contro il sistema di produzione capitalistico e i suoi ordinamenti politici. Abbandonare questo terreno significa cadere nel circolo vizioso di una lotta senza avvenire, perché senza filo conduttore.

Lo dimostra, fra l’altro, l’accordo scandalosamente firmato dalle dirigenze sindacali con le aziende metalmeccaniche a partecipazione statale.

Rivendicare la riduzione del tempo di lavoro ha senso solo se la richiesta è generale ed è accompagnata dal rifiuto del lavoro straordinario. Le dirigenze sindacali, che hanno fatto dell’«articolazione» il principio-cardine delle lotte operaie e delle loro parole d’ordine, hanno accettato una riduzione diversa da settore a settore e hanno sancito il principio del lavoro straordinario limitandosi a contrattare la maggiorazione della relativa mercede. Tutori degli interessi della «economia nazionale», hanno fissato a 46 ore la settimana lavorativa nei cantieri (contro 43 nelle siderurgie) perché è noto che questi, poverini, attraversano un momento difficile nel quadro del «miracolo italiano».

Rivendicare la soppressione del lavoro straordinario e una drastica riduzione della giornata legale (non si era parlato di 40 ore, all’inizio?), è possibile alla sola condizione di aumentare il salario minimo a un livello tale da permettere all’operaio di vivere senza doversi spremere di più in una lotta quotidiana per l’esistenza. L’aumento è stato irrisorio, giacché i sindacati puntano non su di una remunerazione sufficiente generale, ma sulle entrate variabili e aleatorie costituite dai premi di rendimento, i superminimi, i cottimi, ecc., da negoziarsi a livello aziendale giacché essi hanno a cuore il bene della produttività delle aziende capitalistiche.

Risultato: il salario-base è aumentato in misura insufficiente e in modo ancor più differenziato per categoria; la differenziazione fra operaio ed operaio, fra la manovalanza semplice e l’«aristocrazia operaia» degli specialisti è diventata ancora più netta, sia nel campo del salario minimo, sia in quello dei premi ed incentivi (ovviamente le aziende più grosse potranno concedere premi che per le piccole sarebbero proibitivi); per combinare il pranzo con la cena, l’operaio sarà costretto come prima a ricorrere alle ore straordinarie e a un crescente sforzo produttivo per ottenere gli ambiti premi (premi alla povera bestia da lavoro!).

È questo, come dicono le dirigenze sindacali, lavorare per l’unità della classe operaia? Noi diciamo che è lavorare per la sua divisione. Divisione nelle lotte, divisione nelle condizioni di vita conquistate attraverso le lotte, divisione negli obiettivi categoria per categoria, settore per settore, azienda per azienda!

Noi ci battiamo per assicurare alla classe operaia una direzione unitaria che, espressa una volta per sempre nel programma comunista, deve rispecchiarsi nella stessa azione quotidiana, nel modo di impostare e dirigere anche le battaglie rivendicative e di formularne gli obiettivi: questa unità implica la rottura dei patti con organizzazioni gialle e bianche, la rottura di un’unità sindacale falsa e bugiarda che mette la CGIL, il tradizionale sindacato rosso (oggi nemmeno rosa) al rimorchio della CISL e dell’UIL; implica il ritorno del sindacato sotto la direzione del partito rivoluzionario di classe, e il ripudio di quella «apoliticità» che, di fatto, vuol dire «politica borghese». In questo sì, siamo disgregatori dell’attuale blocco innaturale in nome e per il bene degli interessi unitari e generali del proletariato, nella sua lotta contro tutto lo schieramento capitalistico.

Alla gogna!

L’accordo intersindacale del 1955 sulle Commissioni Interne stipula all’art. 2: «Compito fondamentale della C.I. e del Rappresentante del Personale è quello di concorrere a mantenere normali rapporti tra i Dipendenti e la Dirigenza dell’Impianto, in uno spirito di collaborazione e di reciproca comprensione per il regolare svolgimento del servizio», e al comma b) dello stesso articolo chiarisce che spetta alla C.I. «formulare proposte alla Dirigenza atte al conseguimento del miglior andamento del servizio, nonché proposte relative al rendimento dell’Impianto e ai tempi di lavorazione».

E quegli stessi sindacati che firmarono un simile accordo e che da allora non si sognarono mai di denunziarlo, pretenderebbero ora di far passare per conquista operaia il riconoscimento del sindacato «nell’azienda»! Faranno «nell’azienda» quello che sciaguratamente erano costrette a fare le Commissioni Interne: ungere le ruote della macchina che genera il profitto, spremendo all’estremo delle sue energie la forza-lavoro, divenuta grazie a loro collaboratrice, comprensiva e redditizia!

Lotta di classe e partito politico

«La lotta di classe richiede un coordinamento centralizzato e una direzione unitaria delle diverse forme del movimento proletario (sindacati, cooperative, consigli di azienda, ecc.).

Questo centro coordinatore e direttivo può essere soltanto il partito politico. La rinuncia a costituire e rafforzare un simile partito significa la rinunzia all’unitarietà nella direzione delle singole truppe di combattimento del proletariato che muovono all’offensiva sui diversi campi di battaglia. La lotta di classe del proletariato esige un’agitazione concentrata che illumini le diverse tappe della lotta da un punto di vista unitario, e rivolga l’attenzione del proletariato, in ogni momento particolare, verso compiti ben precisi, comuni all’intera classe. Ma ciò è irrealizzabile senza un apparato politico centralizzato, cioè fuori da un partito politico».

Tesi del II congresso dell’Internazionale, 1920