Partito Comunista Internazionale

Spartaco 1967/N/12

Le condizioni per l’unità sindacale fra il diktat borghese della CISL e le cautele opportuniste della CGIL

Dopo un anno di approcci tra le delegazioni delle tre centrali sindacali, CGIL, CISL, UIL, per lo « studio » delle possibilità dell’unificazione « organica » – come viene pomposamente chiamata – la CISL ha detto chiaro e tondo che si è molto lontani dall’obiettivo e che per il momento converrà soprassedervi in attesa di fatti « nuovi ».

A sua volta Novella ha dedicato una riunione del C.D. confederale alla questione ed ha analizzato punto per punto i problemi sul tappeto. Ha premesso che, intanto, è maturato un clima diverso tra le Confederazioni, per cui si può parlare di « divergenze » e « non più di guerra fredda »; ha quindi posto in rilievo i dissensi sulla questione delle incompatibilità tra cariche di partito e cariche sindacali, e su quella della funzione del sindacato nella società, verso cui Novella ha fatto nuove « aperture » per ribadire il carattere conciliativo della CGIL. Gli altri dissensi hanno solo valore formale, mentre è sostanziale la convergenza per cui, quali che siano le concessioni su questa o quella questione, da oltre un anno l’azione pratica delle tre Confederazioni ha coinciso nei punti essenziali, come noi abbiamo sempre denunciato e come Novella ne dà ora solenne conferma: e, se si dovranno esaminare più da vicino il complesso delle divergenze e delle convergenze, non sarà tanto per stabilire l’entità degli interessi dei partiti che si scontrano nel campo dell’organizzazione sindacale, quanto per dedurne diversità di principio. La CISL vorrebbe imporre la sua linea di condotta alla CGIL, e lo fa di tanto in tanto con solenni ultimatum. La CGIL sarebbe ben lieta di accettare le condizioni della CISL, ma si trova a dover fare i conti con la propria situazione interna, giacché i lavoratori che, secondo i propagandisti CGIL, sarebbero sempre disponibili per « l’unità », dimostrano, invece, di nutrire seri dubbi sull’operazione d’unificazione, e in alcuni strati non si peritano persino di manifestare l’opposizione più ferma.

I dirigenti sindacali nazionali e locali non hanno in cuor loro alcun dubbio sulla necessità di arrivare e « presto » al pateracchio, anche se Novella ripete che non si sono mai fatti illusioni di concludere l’operazione « a breve scadenza ». Ma gli operai ed anche gli attivisti sindacali di fabbrica, che vivono i risultati concreti della tattica pre-unitaria, che constatano ogni giorno come l’« unità » consista soprattutto nell’indebolimento della lotta contro le direzioni aziendali, nella rinuncia a porre obiettivi di fondo quali la riduzione dell’orario di lavoro, l’allentamento del dispotismo aziendale, l’aumento reale del salario, e così via; in breve, la base operaia che tocca con mano la confluenza dei capi in testa delle tre organizzazioni sindacali su posizioni sempre più rinunciatarie, e assiste alla gara infame dei tre per arrivare primi a strozzare ogni lotta; questi proletari sono diffidenti e a giusta ragione. La vita sindacale – è cosa nota – si svolge ormai soltanto fra bonzi; il legame fra organi direttivi e posti di lavoro, che, almeno prima che fossero varate le note disposizioni di delega, era rappresentato dai collettori, va allentandosi; e moltissime fabbriche non vedono da anni i loro rappresentanti « democraticamente eletti », se non in occasione di elezioni locali o parlamentari.

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Questa nuda e cruda realtà, inesistente nella CISL e nell’UIL, dominante nella massima organizzazione sindacale italiana, è la condizione di maggior preoccupazione per i dirigenti della CGIL, perché impedisce loro, almeno per adesso, di portare a compimento la nefasta unificazione con le altre centrali.

Come sia viva questa preoccupazione traspare con chiarezza dai due documenti « Sull’autonomia sindacale » e « Sui rapporti fra sindacato e società », approvati dal C.D. confederale del 7 giugno scorso, che costituiscono il « contributo » della CGIL alla chiarificazione dei dissensi con le altre confederazioni. In essi, il C.D. è costretto a dire e non dire, a barcamenarsi tra il rifiutare « ogni interferenza politica e organizzativa di forze esterne al movimento sindacale » e l’accettare (e meglio si direbbe subire) le correnti sindacali, « che in determinate situazioni possono costituire un particolare momento della vita democratica interna del sindacato », « momento – ammonisce però il testo – che il sindacato deve tendere decisamente a superare », e, dopo di aver precisato che « ciò non significa che la diversità di posizioni debba necessariamente portare alla costituzione di correnti cristallizzate », tartufeggia con frasi « storiche » di tipo costituzionale, come quelle mille volte sentite e risentite dalla bocca del capo della polizia e del ministro della difesa, ad esempio: « La CGIL condanna e combatte la limitazione dei diritti di libertà che non derivi dalla necessità di impedire arbitri di singoli o di gruppi ai danni della collettività ». Vale a dire, la democrazia e la libertà vanno bene fin quando il partito di classe e gli operai rivoluzionari non costituiscono un pericolo per la « collettività »; in caso diverso, libertà e democrazia saranno messe da parte, ogni garanzia costituzionale sarà abolita e la CGIL approverà e voterà le periodiche « leggi d’eccezione » per frenar la « canaglia ».

La CISL dovrebbe essere soddisfatta di dichiarazioni così liberali da far invidia ai Crispi e ai Giolitti, e che lasciano la porta letteralmente aperta a qualunque transazione e compromesso! La morale, infatti, del discorso Novella e dei due « documenti » è proprio questa: la direzione forcaiola della CGIL si appella al « buon senso », alle « sane tradizioni democratiche » del popolo italiano, perché giudichi se le sue concezioni non sono della più bell’acqua democratica; e se, in oltre vent’anni, non è stata capace di buttare a mare quel po’ di rosso che le era rimasto appiccicato da anni lontani. Occhio di triglia alla borghese CISL perché non sciupi con le sue impazienze il delicato lavoro sul corpo della classe operaia per piegarla definitivamente al pateracchio: ammiccò alla parte più radicale degli operai perché non disperino delle intenzioni dei loro massimi dirigenti, che « giammai » si piegheranno: e il gioco è fatto.

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Il rinvio dell’operazione confederale a « tempi migliori » va considerato come un risultato positivo della lotta sorda ed istintiva dei proletari per tentar di salvare dal crollo le loro organizzazioni. Ma questo rinvio non significa che i dirigenti confederali abbiano capito l’« errore » nel quale stavano per trascinare la CGIL e che, di conseguenza, abbandoneranno l’impresa. Non significa nemmeno che alla mancata unità formale faranno seguire lo scioglimento dei patti di « unità d’azione » periferici sul terreno pratico ed immediato, sul quale CGIL, CISL e UIL hanno sempre avuto modo di fornicare ai danni e sulle spalle della classe operaia, imponendole una condotta di lotta apertamente controrivoluzionaria. Non significa, infine, che i gruppi e gli strati organizzati nella CGIL che hanno lottato contro la falsa unità avranno una vita meno difficile. Da questa battuta d’arresto i bonzi della CGIL, pressati maggiormente dall’azione politica delle altre centrali, daranno l’avvio ad una campagna controrivoluzionaria ancora più intensa e diffusa, dosando espulsioni e reprimende, inganni e circonvenzioni verso i riottosi, cioè verso i proletari che non vorranno piegarsi al tradimento; svirilizzando le lotte che non riusciranno a prevenire, impedendo che le rivendicazioni e le agitazioni si concretizzino in scontri col padronato capitalista; manovrando l’inconcludente mormorio di sottocapi radicaleggianti o la costituzionale interessata opposizione di correnti demagogiche come quella del PSIUP, affamata di scranne ben remunerate, per barattarli sull’altare del compromesso formale definitivo con CISL e UIL in una scena-madre da tragicommedia.

Dinanzi a questa perdurante situazione storica di schiacciamento controrivoluzionario, è più che mai valida ed urgente la posizione del nostro partito, mirante a costituire nella CGIL un’ala rivoluzionaria la quale, nell’organizzare i militanti di partito in organi di lotta in seno al sindacato, sia di guida e di attrazione ai proletari decisi a non disperdere i loro istinti di battaglia operaia in gruppi e gruppetti disarticolati, privi dell’indispensabile collegamento col partito comunista rivoluzionario.

L’opportunismo, che vive nell’agonia storica del capitalismo, non è invincibile. La sua estrema debolezza sostanziale sta nella sua dipendenza dalle sorti del regime imperialistico. Perciò la classe operaia non deve farsi prendere dalla disperazione né dall’affanno, ma deve stringere le sue forze intorno al programma del riscatto comunista e così contrastare passo per passo, in una lotta senza quartiere, la tracotanza dei bonzi, vincendo le loro resistenze alla trasformazione del sindacato in organo della rivoluzione comunista.

Come ieri, così oggi e domani

Con la rigorosa disciplina della sua organizzazione interna, il Partito Comunista si organizzerà in modo da essere capace di inquadrare e dirigere sicuramente lo sforzo rivoluzionario del proletariato.

La propaganda, il proselitismo, l’organizzazione e la preparazione rivoluzionaria delle masse saranno basate sulla costituzione di gruppi comunisti che raccoglieranno gli aderenti al partito che lavorano nella medesima azienda, che sono organizzati nel medesimo sindacato, che comunque partecipino ad uno stesso aggruppamento di lavoratori. Questi gruppi o cellule comuniste agiranno in stretto contatto con il partito, che assicurerà la loro azione di insieme in tutte le circostanze della lotta. Con questo metodo i comunisti muoveranno alla conquista di tutti gli organismi proletari costituiti per finalità economiche contingenti, come le leghe, le cooperative, le camere del lavoro, per trasformarli in strumenti dell’azione rivoluzionaria diretta del Partito.

Il Partito Comunista intraprenderà così, fedele alle tesi tattiche della Internazionale sulla questione sindacale, la conquista della Confederazione Generale del Lavoro, chiamando le masse organizzate ad una implacabile lotta contro il riformismo e i riformisti che vi imperano.

Il Partito Comunista non invita quindi i suoi aderenti ed i proletari che lo seguono ad abbandonare le organizzazioni confederali, bensì li impegna a partecipare intensamente all’aspra lotta che si inizia contro i dirigenti.

Dal « Manifesto del Partito Comunista ai lavoratori d’Italia ». Livorno, gennaio 1921.

In prima linea fra i compiti politici del partito è il lavoro nella organizzazione economica sindacale dei lavoratori per il suo sviluppo e potenziamento. Dev’essere combattuto il criterio, ormai comune alla politica sindacale sia fascista che democratica, di attrarre il sindacato operaio tra gli organismi statali, sotto le varie forme del suo disciplinamento con impalcature giuridiche. Il partito aspira alla ricostruzione della Confederazione sindacale unitaria, autonoma dalla direzione di Uffici di Stato, agente coi metodi della lotta di classe e dell’azione diretta contro il padronato, dalle singole rivendicazioni locali e di categoria a quelle generali di classe. Nel sindacato operaio entrano lavoratori appartenenti singolarmente ai diversi partiti o a nessun partito: i comunisti non propongono né provocano la scissione dei sindacati per il fatto che i loro organismi direttivi siano conquistati e tenuti da altri partiti, ma proclamano nel modo più aperto che la funzione sindacale si completa e si integra solo quando alla dirigenza degli organismi economici sta il partito politico di classe del proletariato. Ogni diversa influenza sulle organizzazioni sindacali proletarie non solo toglie ad esse il fondamentale carattere di organi rivoluzionari dimostrato da tutta la storia della lotta di classe, ma le rende sterili agli stessi fini dei miglioramenti economici immediati, e strumenti passivi degli interessi del padronato.

La soluzione data in Italia [nel 1945, ed ora auspicata dagli opportunismi per un anno da venire] alla formazione della centrale sindacale con un compromesso non già fra tre partiti proletari di massa, che non esistono, ma fra tre gruppi di gerarchie di cricche extraproletarie pretendenti alla successione del regime fascista, va combattuta incitando i lavoratori a rovesciare tale opportunistica impalcatura di contro-rivoluzionari di professione. Il movimento sindacale italiano deve ritornare alle sue tradizioni di aperto e stretto fiancheggiamento del partito proletario di classe, facendo leva sul risorgere vitale dei suoi organismi locali, le gloriose Camere del Lavoro, che tanto nei grandi centri industriali quanto nelle zone rurali proletarie furono protagoniste di grandi lotte apertamente politiche e rivoluzionarie.

Dalla nostra « Piattaforma politica » del 1945.

… La giusta prassi marxista afferma che la coscienza del singolo e anche della massa segue l’azione, e che l’azione segue la spinta dell’interesse economico. Solo nel partito di classe la coscienza e, in date fasi, la decisione di azione precede lo scontro di classe. Ma tale possibilità è inseparabile organicamente dal gioco molecolare delle spinte iniziali fisiche ed economiche.

Secondo tutte le tradizioni del marxismo e della Sinistra italiana ed internazionale, il lavoro e la lotta nel seno delle associazioni economiche proletarie è una delle condizioni indispensabili per il successo della lotta rivoluzionaria, insieme alla pressione delle forze produttive contro i rapporti di produzione e alla giusta continuità teorica organizzativa e tattica del partito politico.

Se nelle varie fasi del corso borghese: rivoluzionaria, riformista, antirivoluzionaria, la dinamica dell’azione sindacale ha subito variazioni profonde (divieto – tolleranza – assoggettamento), questo non toglie che è indispensabile organicamente avere tra la massa dei proletari e la minoranza inquadrata nel partito un altro strato di organizzazioni, per principio neutre politicamente ma costituzionalmente accessibili a soli operai, e che organismi di questo genere devono « risorgere » nella fase di avvicinamento della rivoluzione.

Dal sommario della Riunione di Roma, 1 aprile 1951, in « Sul filo del tempo », maggio 1953.

La fine della vertenza delle navi traghetto

Messina

L’agitata e confusa vertenza sindacale del personale delle navi traghetto è finita come tutte le vertenze di oggi ossia con la piena osservanza del principio padronale secondo cui ogni lira di aumento nelle retribuzioni deve essere pagata con una maggior produttività da parte dei lavoratori, cioè a spese di più intensi sforzi di lavoro.

I nostri compagni – come mostrano chiaramente i volantini da essi diffusi – si sono battuti per scongiurare questo male criticando sia l’impostazione rivendicativa dei vari sindacati, sia la loro ingiustificata divisione e lotta interna. Dopo gli incontri separati tra azienda e sindacati a Roma il 29-3-67, di cui abbiamo data notizia nel n. 6 di Spartaco, si è avuta il 13-4 una nuova trattativa a Messina. E’ stata allora ben visibile la manovra con la quale l’Azienda e la terna SFI-SAUFI-SIUF incapsulavamo il SASM-ANT mettendolo nella condizione di accettare quasi l’intera sostanza delle proposte aziendali, che non avevano nulla a che vedere con tutte le lusinghiere premesse precedenti. Il pollo era ormai cotto; mancava l’ultima rosalatura per servirlo in tavola.

In sostanza, la suddetta terna sindacale si dichiara soddisfatta, ma proponeva che il rapporto tra il miglioramento accordato alla qualifica di vertice e a quella di base fosse meno sfavorevole alla «base» che il rapporto proposto dall’Azienda e accettato dal SASMANT, in quanto questo vi vedeva migliori possibilità di ottenere ritocchi alle cifre assunte per le qualifiche più alte. Proprio per fare in modo che tali ritocchi venissero concessi nella misura massima, il Sasmant approfittava dell’invito ad aderire allo sciopero proclamato dai sindacati autonomi statali e dalla FISAFS in particolare (v. Programma Comunista n. 8) e partiva per Roma. Qui incontrava una resistenza superiore alle previsioni: se fosse stato accontentato, non avrebbe aderito allo sciopero (strafottendosene degli altri sindacati autonomi – ma che roba!) al quale invece – suo malgrado – finì per partecipare facendovi aderire anche quella sua creatura del SAPENT (sindacato autonomo personale esecutivo N. T.). Particolare interessante: i tre delegati inviati a Roma dal Sasmant, sotto la martellante pressione dei funzionari delle F. S. avevano ceduto inchinandosi alla loro volontà (che era poi, grosso modo, ancora quella prospettata a Messina il 13-4); ma, prima di firmare, vollero l’assenso del loro Direttivo di Messina, che invece telefonicamente lo negò, decidendo per lo sciopero a poche ore dalla sua effettuazione. Era naturale che l’azienda sfruttasse la divisione interna del Sasmant; ma, a sabotare lo sciopero, (peraltro senza riuscirvi) intervenne anche la terna SFI-SUFI-SIUF con un suo comunicato di appoggio al padrone che, come quest’ultimo, lodava il «responsabile» atteggiamento originario dei delegati del Sasmant e condannava quello del loro direttivo nell’imporre le ulteriori misere concessioni fatte dall’azienda.

Approfittando delle ultime possibilità esistenti per cercare di difendere i calpestati interessi del personale esecutivo, i nostri compagni diffusero il 24 un nuovo volantino (vedi nr. 9) e incitarono il SAPENT a inserirsi nella trattativa prima che fosse chiusa. Ma i dirigenti sciocchi di questo sindacato che non avevano avuto scrupoli nel reclutare iscritti sottraendoli ai sindacati e nell’aderire allo sciopero del 20-4, i confederati tirarono in ballo il pretesto che non potevano agire senza convocare un’assemblea e si rimisero così nelle mani dei loro protettori del Sasmant, di cui pure, a parole, avevano detto di respingere l’egoistico indirizzo.

Il 29-4 si ha quindi l’ultimo e «conclusivo» incontro del Sasmant con l’azienda, in cui si concordano i ritocchi alle cifre assunte sulla base del rapporto di 4 a 1, che sarà il 9/4 leggermente modificato dall’ultimo incontro tra azienda e terna SFI-SUFI-SIUF ma rimarrà sempre lontano dallo stesso rapporto di 3 a 1 da essi chiesto a suo tempo. (Come è noto, noi forzammo la mano perché si stabilisse il rapporto assai più basso di 8 a 5).

Dulcis in fundo: subito dopo questa «felice conclusione» della vertenza, l’azienda decide unilateralmente (e forse – anzi senza forse, noi ne siamo convinti con il segreto assenso preventivo di tutti i sindacati?) che, con la fine di maggio, il controllo dei biglietti ai viaggiatori a bordo delle navi-traghetto avvenga ad opera non più dei soliti agenti del personale viaggiante, ma di due o tre marinai di bordo. Lo stesso decreto che sanzionerà la concessione della nuova competenza accessoria (l’art. 73) renderà valido questo provvedimento destinato a realizzare economie per far fronte alla spesa. Saranno i marinai a punto i più sacrificati nella trattativa a pagare il prezzo di tutta l’operazione. Infatti i lavori di bordo dovranno ora continuare ad essere svolti, ma da un personale ridotto delle unità impegnate nel nuovo incarico di controllare i biglietti, al solito, dunque, è pantalone che paga: questa la morale della favola. E non è tutto. I marinai hanno dovuto subire un’altra porcheria per volere dei sindacati (in primo luogo del Sasmant, che ha fatto l’oscena proposta, e in secondo luogo della «terna», che non ha nemmeno tentato di cambiarla): il compenso previsto dalla competenza accordata è stato distribuito in misura uguale fra certe qualifiche anche diverse per livello economico e gerarchico, mentre invece per la qualifica dei marinai è stata scissa in tre misure creando così divisione, zizzania e attrito fra i marinai, i quali escono dalla vertenza «cornuti e mazziati».

Servirà l’amara lezione?

Aggressione capitalista in permanenza

L’aggressione capitalista non passa solo per il Medio Oriente, non colpisce soltanto il Vietnam, ma si esercita sull’intera superficie terrestre ad opera di tutti gli Stati, grandi e piccoli.

Ogni Stato ha il suo meridione sottosviluppato, ogni nazione ha la sua classe privilegiata – di capitalisti e proprietari terrieri con codazzo di mezze classi parassitarie – e la sua classe sfruttata – di operai urbani e proletari agricoli, di contadini poveri e senza terra. Ma, stando ai piagnistei dei partiti opportunisti e al coro strafottente delle grandi potenze imperialistiche, le classi povere e le regioni arretrate esisterebbero solo in alcune particolari zone della terra, mentre invece nei paesi «  liberi » e « civili » simili miserie sarebbero inesistenti. Al razzismo etnico si sostituisce il razzismo statale, e le bande traditrici che si richiamano al socialismo e al comunismo si vantano di aver cooperato con la « democrazia nazionale » che è quanto dire con il capitalismo industriale patrio nel realizzare la « coesistenza pacifica » tra le classi sociali.

E’ un privilegio, questo, che toccherebbe solo ai bianchi, agli occidentali. I negri di Alabama, Boston, California? Una piccola macchia colorata. I dieci milioni dei Monti Apalachiani vaganti in cerca di pane, declassati e abbrutiti, bianchi e non neri? Una piccola isola nel mare immenso della « great society », della « società opulenta ». I « carusi » di ogni latitudine e colore, i portoricani di USA e Europa, i turchi di Germania Ovest e i polacchi di Germania Est, gli spagnoli e gli italiani, i greci e gli jugoslavi del Centro-Europa? « Libero flusso » di un lavoro altrettanto libero! Le centinaia di milioni di proletari, unici produttori di ricchezza, imprigionati puntualmente e « volontariamente » con un semplice urlo di sirena nelle galere delle fabbriche, dei cantieri, dei campi, in tutto il mondo, in ogni punto cardinale; schiacciati dall’infernale dispotismo di fabbrica, incatenati ai nastri produttivi, privi di ogni riserva e di ogni speranza nel domani; questa massa enorme che cresce e si moltiplica sotto ogni clima, non costituisce un’eccezione, non è « colore »; è la realtà quotidiana, volutamente dimenticata dai politicanti grandi e piccoli, dalle chiese di ogni iddio, perché incute terrore a tutti i privilegiati.

Per i falsi partiti operai, questa classe non esiste nemmeno nel Medio Oriente, nemmeno nel Vietnam. Per costoro, la classe proletaria esiste soltanto per essere cloroformizzata dall’imbonimento elettoralesco, parlamentare, democratico, e anestetizzata dal pacifismo, perché sul suo corpo possano essere compiuti tutti gli esperimenti di trasfusione di sangue fresco e vivo nel mostruoso cadavere capitalistico che appesta la società.

E’ l’aggressione sociale in permanenza, su cui o si stendono veli o ipocritamente si piange. E’ l’offensiva ineluttabile e continua di un regime agonizzante per ritardare la propria morte storica.

Ma la tradizione proletaria, l’interminabile catena di lotte della classe operaia, gli insegnamenti delle gigantesche rivoluzioni sociali, della Comune e dell’Ottobre Rosso, del partito comunista rivoluzionario, di Marx e di Lenin, indicano che all’aggressione capitalista in tutto il mondo va opposta l’aggressione proletaria in tutto il mondo; che al terrore degli Stati capitalistici va contrapposto il terrore degli operai organizzati e diretti dal partito di classe; che all’unificazione degli assalti borghesi agli operai delle fabbriche e dei campi va opposta l’unificazione degli scioperi dei lavoratori – unificazione alla scala mondiale in un’unica organizzazione rossa; – che ai colpi del nemico va risposto con i colpi proletari, senza eccezione, per strappare l’iniziativa in un crescendo impetuoso dalle mani delle classi privilegiate e determinare infine il momento e il luogo più sicuro per l’attacco frontale, armato, violento al cuore del capitalismo.

Dall’aggressione capitalista in permanenza, all’aggressione proletaria in permanenza. Questa è la parola d’ordine comunista.

Lotte sociali in Francia

Gli ultimi due mesi di lotte sociali in Francia sono stati contrassegnati soprattutto da due episodi: la fine dei 63 giorni di sciopero dei metallurgici di Saint-Nazaire e lo sciopero generale proclamato il 17 maggio dai sindacati contro la richiesta governativa dei pieni poteri economici.

Il primo ha avuto un’importanza non comune sia perché, iniziato dalla categoria relativamente privilegiata dei «mensili» (che non scioperavano dal 1951), si è presto esteso alla totalità della manodopera sfociando nella richiesta di un aumento del 16% sui salari e stipendi per equipararli a quelli della regione parigina, e della sicurezza del lavoro, sia perché ha mostrato nelle maestranze un alto grado di combattività. Al solito, i bonzi hanno tuttavia silurato il movimento: mentre i proletari chiedevano «una vita migliore», i sindacati non avevano altro obiettivo che i «negoziati» con la controparte; i primi difendevano il proprio diritto all’esistenza; i secondi badavano all’« avvenire della regione che… dipende essenzialmente dal mantenimento di una manodopera qualificata » e ben remunerata. La conclusione è stata che i bonzi hanno accettato il 7,35% di aumento globale per il 1967 proposto dai padroni e la nomina di una… commissione paritetica tecnica per regolare le questioni in sospeso. Il commento della stampa – comunista – vale un Perù: «A prima vista si potrebbe credere che lo sciopero non abbia ottenuto granchè. In realtà la situazione non è così netta… Per i sindacati importava sapere se si sarebbero potute aprire e svolgere delle discussioni… La forma ora convenuta è che l’azione prosegua in seno all’azienda sotto forme diverse… Negli operai la combattività è intatta». Di questo non dubitiamo minimamente: ma a che serve la combattività proletaria, se l’importante è sempre e soltanto… discutere?

* * *

Quanto allo sciopero del 17 maggio, esso dimostra che i sindacati non sono affatto come assurdamente pretendono, apolitici: solo che essi sono disposti a proclamare degli scioperi generali politici solo quando si tratta di difendere gli istituti borghesi, primo fra tutti il parlamento. Si è trattato infatti di uno sciopero «civico» per la salvaguardia dei diritti del cittadino e di quelli della camera dei suoi rappresentanti, minacciati dal sempre più accentrato «potere personale». I bonzi pretendono che la causa del malessere sociale ed economico del proletariato sia De Gaulle (che d’altra parte appoggiano in politica estera per il suo… indipendentismo patriottico), e che per rimediare basterebbe ristabilire le «garanzie costituzionali» del regime democratico. Ma come spiegare che la crisi economica si sia abbattuta con la stessa violenza su paesi perfettamente in regola con il parlamentarismo come l’Inghilterra e la Germania? E forse che la «politica dei redditi» di Wilson si differenzia in nulla da quella di De Gaulle? D’altra parte, chi è De Gaulle se non il grande Capo della resistenza, e dei suoi «valori», di ieri?Il nemico del proletariato è la classe dominante, quindi il suo Stato, democratico o fascista o «personale» che sia. Si sciopera per difendere gli interessi dei salariati, non per tenere in piedi uno dei tanti baracconi con cui il regime amministra e protegge se stesso contro i proletari!

Il triangolo fa il bilancio

Nel primo incontro triangolare fra governo, sindacati e industriali – informa l’Unità del 6-5 – è stata rilevata la gravità della situazione italiana: i disoccupati aumentano e la produzione si sviluppa meno di quanto si pensasse. La percentuale fra il numero degli occupati e il totale della popolazione è calata negli ultimi quattro anni dal 40,35% al 36,37%; nell’industria, in un biennio, l’occupazione ha perso 375.000 unità.

La Confindustria prevede per il futuro che nel prossimo triennio l’occupazione raggiungerà più o meno i livelli del ’64, mentre la produzione celebrerà un nuovo “boom” a tutto vantaggio dei profitti.

Così va a gonfie vele la macchina della prosperità nazionale.

Siluri dei bonzi alle lotte operaie

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I tessili

I lavoratori di questa categoria possono già vantare una lunga serie di scioperi iniziati e sospesi ad ogni rottura di trattative che la Confindustria può permettersi di intraprendere e troncare a suo piacimento, in quanto la politica che i sindacati conducono le danno il coltello dalla parte del manico. Vi sono stati infatti incontri senza alcun frutto il 9 marzo, il 28 aprile, il 5 maggio; il 12 maggio le trattative non si sono svolte perché la Confindustria ha accusato i sindacati di non aver provveduto a sospendere le agitazioni a Frosinone, Como e Lucca; il 18 maggio si sono di nuovo interrotte perché gli industriali non intendevano applicare subito la riduzione settimanale di 1 ora di lavoro (questa la magra richiesta sindacale!) bensì introdurla con decorrenza dal 3° anno del contratto (di durata triennale).

La CISL dichiara spudoratamente, su Conquiste del Lavoro del 3 giugno, che «l’atteggiamento degli industriali dimostra ancora una volta che solo lo sciopero è un argomento che può convincerli a firmare il contratto di lavoro».

Ma a che cosa hanno ridotto quello che loro chiamano «argomento», e che è invece l’unica potente arma dei lavoratori?

A che cosa l’hanno ridotto se, avendo il ministro della previdenza sociale convocato le parti per il 20-6, ordinano agli operai di non sospendere più il lavoro, pur sapendo che gli industriali menano il can per l’aia e sono disposti a «cedere» solo quello che hanno già deciso di mollare? Le tre centrali si legano alla Confindustria col patto di sospendere ogni sciopero alla sola previsione di trattative, mentre questo è un «argomento» valido solo se protratto fino alla conclusione positiva di esse. Dichiarano scioperi provinciali, tutti limitati nello spazio e nel tempo. Si vantano di riuscire a firmare contratti senza la più estesa mobilitazione dei lavoratori (grafici, cartai, chimici, ecc.).

Firmano, indebolendo ancor più la lotta già inefficace degli operai, accordi aziendali, come quello sottoscritto per il Gruppo Bassetti il 27 maggio, che le tre Federazioni dichiarano di aver dovuto accettare perché «supera addirittura di gran lunga le richieste sindacali dello stesso contratto nazionale del settore»; di conseguenza i sindacati hanno sospeso ogni lotta, «anzi – puntualizza l’articolo – le tre organizzazioni sindacali hanno preso atto, in una nota a verbale riportata nell’accordo, delle attuali necessità produttive aziendali, che prevedono l’utilizzo delle giornate di sabato per l’attività lavorativa»!

Così questi operai vengono fregati insieme dal padrone e dalle centrali sindacali. Infatti le grandi conquiste che dovrebbero aver realizzato consistono, nelle loro parti essenziali, nella riduzione dell’orario di lavoro a 42 ore settimanali (i sindacati ne richiedevano sul contratto nazionale 45) e in compenso si mette a «verbale» che dovranno lavorare il sabato. Ottengono inoltre l’aumento salariale del 6% (quando tutti i contratti si stanno firmando su questa base). In tal modo i 1800 lavoratori di questo complesso non potranno più nemmeno protestare, né solidarizzare con la lotta dei loro compagni di settore, perché i sindacati hanno provveduto ad esentarli da ogni sciopero avvenire!

Nel constatare che l’«unificazione organica» non è ancora matura, la CGIL ha però constatato con soddisfazione l’impegno della santissima trinità bonzesca a «dar luogo a modi di consultazione più frequenti per una ricerca di intese comuni». In questo caso, l’«intesa comune» si è subito fatta in nome delle «necessità produttive».

I metallurgici

Sono passati sei mesi da quando, nel dicembre scorso, i sindacati sbandierarono l’avvenuta firma del contratto dei metallurgici, provvedendo così a spegnere anche l’ultimo residuo di una lotta che già nel suo lunghissimo corso aveva subito il sabotaggio più sistematico che questi maestri dell’opportunismo abbiano saputo perpetrare.

Occorreva infatti ridurre a completo silenzio questa categoria e riportare la tranquillità nelle fabbriche dove, col superamento della crisi, la produzione doveva riprendere il suo ritmo incessante. Quale migliore espediente potevano adottare i sindacati, se non l’ennesimo inganno della firma di un contratto che poi ha avuto bisogno di altri sei mesi per la «stesura definitiva»; dopo di che, al modico prezzo di mille lire da ritirarsi sulla busta paga, i lavoratori potranno averne una copia? Le mille lire sono in verità irrisorie; ben altro prezzo i lavoratori hanno dovuto pagare e pagheranno per il tradimento dei loro «capi», questi ineffabili servi dell’economia nazionale che li ha sempre trovati pronti alla collaborazione.

In piena crisi, quando le fabbriche smantellavano e licenziavano, e non si poteva evitare del tutto la lotta, i sindacati adottarono il sistema, non nuovo del resto, di «condurla responsabilmente», ed iniziò così lo stillicidio degli scioperi al contagocce: dipendenti di aziende private e statali lottano separati, gli scioperi si proclamano per province, e quindi ancora per città, per quartieri cittadini, per fabbriche, per settori. A mezza strada si «inventa» la firma di un contratto con una Confapi (creata per l’occasione) e si raggiunge lo scopo di eliminare dalla lotta tutti i dipendenti delle piccole e medie aziende, di cui il 90% non ha ancora applicato le norme contrattuali.

Adesso, a sei mesi dalla pretesa firma del contratto, si dà il via all’inizio dell’oscura lotta aziendale per la sua applicazione. Quanto dovrà costare ancora agli operai questo misero 5% che la borghesia, come già aveva stabilito, ha poi concesso? I metallurgici hanno già fatto questa esperienza col contratto precedente. Anche allora, i sindacati dimostrarono alla borghesia il loro «alto senso di responsabilità».

In pieno boom capitalistico, essi si guardarono bene dal rivendicare gli altri aumenti salariali che il padronato avrebbe dovuto concedere di fronte ad una lotta serrata dei lavoratori, proprio per la necessità che aveva in quel momento della piena efficienza produttiva, ma che d’altra parte avrebbero creato immense difficoltà nel periodo di crisi o «congiuntura» che segue sempre un boom economico.

I sindacati provvidero ad appianare ogni difficoltà futura incentrando il contratto con le incentivazioni, i cottimi e premi, tutti legati alla produzione, magri vantaggi che al declino di questa, furono riassorbiti. Ma non basta: essi adottarono anche allora la formula della contrattazione aziendale che portò gli operai alle estenuanti lotte successive, dove, azienda per azienda, per tre anni si è scioperato per l’applicazione del contratto e nella maggior parte dei casi non la si è ancora ottenuta; tutto questo i lavoratori stanno per affrontare di nuovo. Ma non importa ai nostri dirigenti sindacali se gli operai pagano ogni giorno più caro il frutto della loro sporca politica opportunista; l’essenziale è che la borghesia al potere li giudichi i migliori intermediari dei propri interessi.

Infatti, nell’ottobre del ’62, quando i sindacati firmarono l’accordo con la FIAT e l’Olivetti, troncando così lo sciopero in atto per tutta la categoria che vide ritirarsi dalla lotta ben 137 mila operai, l’allora ministro del lavoro Bertinelli tributò «un riconoscimento al sindacato come elemento che concorre alla migliore efficienza produttiva del lavoro».

Così ancor oggi la borghesia, per bocca del Governatore Carli, si congratula con essi e riconosce (La Nazione 1-6) che «la raggiunta stabilità dei prezzi non sarebbe stata possibile senza la moderazione dei sindacati…»; riconosce, in effetti, che il blocco salariale si è realizzato contribuendo alla ripresa produttiva. Rallegramenti dunque, ai leccapiedi dello Stato capitalista e della classe che esso rappresenta, finché tutto questo potrà ancora durare, finché la classe operaia non supererà la sfiducia e il disinteresse, ritrovando la giusta collera rivoluzionaria per la riconquista del suo sindacato di classe.