Partito Comunista Internazionale

The Communist Party 12

Nel focolaio di guerra mediorientale

La fase di relativa stabilizzazione della Siria in seguito alla riconquista di molto del territorio nazionale da parte del regime di Damasco, ottenuta grazie all’appoggio delle forze russe e delle milizie sciite legate all’Iran, ha comportato un temporaneo spostamento lungo altri segmenti della linea di faglia che separa le sfere di influenza nella regione mediorientale. Se ormai al di fuori del controllo del governo siriano restano soltanto la provincia nordoccidentale di Idlib, in parte “pacificata” dal predominio delle milizie filo-turche, a discapito di quelle jihadiste filo-saudite, e la regione curda del Rojawa, dove si sono registrati scontri con le forze armate della Turchia, è attualmente nello Yemen che si scarica la massima energia delle frizioni inter-imperialistiche.

Epicentro di una furiosa battaglia (che nel momento in cui scriviamo non si è ancora conclusa), che ha provocato oltre 500 morti, è la strategica città di Hodeida sul Mar Rosso, a 200 miglia dallo stretto di Bab el-Mandeb per il quale transitano giornalmente 5 milioni di barili di petrolio. La feroce battaglia vede scontrarsi le milizie sciite Huthi, appoggiate dall’Iran, che controllano la parte occidentale del paese, con le forze yemenite alleate all’Arabia Saudita, che ricevono l’appoggio militare di Riad e di Abu Dhabi.

Si tratta di un urto fra Arabia Saudita ed Iran per il controllo dell’accesso al Mar Rosso, di vitale importanza, mentre le forze yemenite sul campo sono costrette a una partigianeria, come sempre accade, subalterna alle potenze maggiori. Per sfatare la leggendaria rappresentazione giornalistica del conflitto yemenita come guerra di religione che contrapporrebbe sciiti e sunniti, appoggiati questi dai campioni dell’ortodossia sauditi, vale la pena di ricordare che a guidare l’offensiva di terra contro gli Huthi è lo sciita Tareq Saleh, nipote del defunto presidente yemenita Ali Abdallah Saleh, eliminato dagli stessi Huthi dopo avere rotto la loro alleanza e avere cambiato schieramento. Segno questo che gli interessi in gioco sono assai diversi da quanto vorrebbero le divisioni etniche e religiose, mentre il clan dei Saleh, di religione sciita zaidita e al centro della vita politica dello Yemen da 40 anni, oscilla fra i due campi in lotta per l’egemonia sulla regione.

L’impegno dell’Arabia Saudita nella lotta contro gli Huthi non sembra godere del sostegno deciso da parte degli Stati Uniti. Probabilmente a raffreddare gli entusiasmi statunitensi per i successi militari dei tradizionali alleati sauditi, penetrati in profondità nel centro urbano di Hodeida, è la pretesa di Riyadh di giocare un ruolo di primo piano nella determinazione del prezzo del greggio. La contesa per appropriarsi di porzioni della rendita petrolifera, sempre oggetto degli appetiti imperialistici, acquisisce un ruolo centrale nei momenti in cui l’acuirsi della crisi di sovrapproduzione dissuade i grandi gruppi del capitale dall’investire nella produzione manifatturiera.

In questa chiave va vista la decisione statunitense di annullare l’accordo internazionale sul nucleare iraniano, al fine di ridimensionare il peso di Teheran nella spartizione della rendita petrolifera. Sempre in questa luce va vista la decisione dell’Arabia Saudita di tagliare la produzione petrolifera di 500.000 barili al giorno al fine di evitare un calo del prezzo del greggio. Ma a questo reagiva Trump il 12 novembre intimando di fatto a Riyadh di astenersi da ogni tentativo di inseguire una politica di rialzo del prezzo del barile, il quale avrebbe come effetto quello di fermare o rallentare una crescita economica troppo asfittica.

Il ripristino delle sanzioni contro l’Iran da parte degli Stati Uniti diventa un modo di promuovere il commercio statunitense per altre vie. L’Italia viene esentata per un periodo di sei mesi dalle sanzioni comminate a chi acquista petrolio iraniano: questo forse in cambio dell’acquisto miliardario della nutrita pattuglia di F-35 ordinata di recente? Inoltre l’amministrazione statunitense preme perché l’Italia completi il Gasdotto Trans-Adriatico, TAP, avversato a chiacchiere nel programma elettorale del Movimento 5 Stelle. Il TAP consentirebbe l’approvvigionamento di gas mediorientale, diminuendo la dipendenza dell’Italia da quello russo. Un discorso analogo vale per lo sviluppo del Muos, il sistema satellitare avanzato per le comunicazioni militari nel Mediterraneo installato in Sicilia. L’esenzione dalle sanzioni contro l’Iran riguarda anche altri sette paesi: Cina, India, Giappone, Taiwan, Corea del Sud, Grecia e Turchia; certo ci intercorrono analoghe contropartite nella guerra commerciale americana sui mercati mondiali.

La vicenda di Jamal Khashoggi, il giornalista selvaggiamente ucciso all’interno del consolato saudita a Istanbul il 2 ottobre, ha fornito un pretesto per la Turchia ed altri antichi e stabili alleati dell’Arabia Saudita per esprimere i loro contrasti e diffidenza nei confronti del giovane e megalomane principe ereditario Muhammad Bin Salman, MBS, espressione di una fazione borghese particolarmente dinamica e agguerrita, la cui politica potrebbe nuocere agli interessi degli Stati Uniti nella regione. In particolare non può piacere a Washington la volontà di Riyadh di isolare il Qatar e addirittura, come minaccia MBS, trasformarlo in un’isola scavando un canale in territorio saudita lungo 60 chilometri e largo 200 metri. Occorre ricordare infatti che gli Usa in Qatar, nei pressi della capitale Doha, hanno l’importante base militare di Al Udeid.

Un altro focolaio di conflitto si è avuto agli inizi della seconda decade di novembre fra Gaza e Israele. Una operazione israeliana nella Striscia con l’obiettivo, raggiunto, dell’uccisione di un capo militare di Hamas, ha provocato la morte anche di altri sei palestinesi e di un ufficiale dell’esercito israeliano. Ne sono seguiti lanci di missili nel Negev e la ritorsione israeliana con raid aerei che hanno colpito 150 obiettivi nella Striscia. Una tregua, che ha posto fine alla ennesima scaramuccia a intensità controllata, consentirà l’arrivo a Gaza di aiuti provenienti dal Qatar. Questa concessione del governo Netanyahu ha provocato le dimissioni del ministro della difesa Avigdor Liberman, il quale avrebbe voluto una reazione militare “più dura”, segno di frizioni interne alla classe dominante israeliana sulle modalità e i tempi della inevitabile guerra ai fini economici capitalistici e di conservazione sociale nella regione.

Annaspa anche a Cuba il capitale: Che si vuole ‘di Stato’ ma capitalismo era e rimane

L’Assemblea Nazionale di Cuba a luglio ha approvato all’unanimità la bozza preliminare della nuova Costituzione. Il disegno di legge sarà poi sottoposto a consultazione popolare.

In essa sono sanciti il rispetto della proprietà privata, il diritto di ereditare terreni e la tutela degli investimenti stranieri. Si osserva inoltre che nel testo solenne non appare più la parola comunismo.

Insomma, il Partito “Comunista” di Cuba sta cercando, come si dice, di svignarsela alla chetichella.

Ma riguardo il comunismo il cambiamento e la riforma sono solo sulla carta, perché la rivoluzione cubana non è mai stata della classe operaia né socialista. Nemmeno ha mai fatto parte delle sue strategie geopolitiche la chiusura agli investimenti internazionali, che ha solo subìta per il blocco economico mantenuto dagli Stati Uniti.

Solo l’esportazione dei suoi servizi sanitari e scolastici è stata recentemente colpita dalla crisi di uno dei suoi principali clienti, il governo venezuelano, così come fu per la crisi dell’URSS negli anni ‘80.

Il governo cubano con questa riforma della costituzione cerca di adattarsi alla nuova situazione, favorendo la raccolta di capitali e l’accesso ai mercati mondiali.

Come è tipico dei partiti che dirigono molti piccoli e grandissimi Stati che trovano utile ammantarsi della falsa bandiera del comunismo, ancora più falsa di quella pure falsa della democrazia degli altri, in una estrema invereconda difensiva di questa loro bardatura ideologica e propagandistica, arrivano a dichiarare che starebbero attuando solo “una riforma nel quadro dei principi del socialismo consolidato”, come si è espresso Homero Acosta, segretario del Consiglio di Stato, nel mostrare ai deputati i cambiamenti verso quello che diverrebbe “uno Stato di diritto socialista”.

Tutto si riduce infatti al riconoscimento formale della “esistenza oggettiva delle leggi del mercato” a Cuba. Leggi del mercato che, riconosciute o meno, hanno sempre regolato l’economia cubana: il capitalismo di Stato implica le “leggi del mercato”. Il calmiere amministrativo di alcuni prezzi, comune a tutti i tipi di capitalismo, non infrange né le leggi del capitalismo né quelle del mercato.

Lo Stato del capitale a Cuba ha bisogno di aumentare le entrate fiscali tassando gli imprenditori privati e cercando di aumentare la penetrazione degli investimenti stranieri. Solo per le necessità della crisi deve rinunciare alla sovvenzione dei prezzi di prodotti e servizi, eliminare la Tessera di Razionamento ed accettare solo la moneta convertibile, cioè la sua svalutazione.

Ogni ora emergono attività mercantili private, che sempre sono esistite, seppure nascoste, nell’economia cubana. Solo a questo si riduce ciò che gli opportunisti cubani definiscono “un passo verso un nuovo tipo di socialismo, più funzionale”.

Come in tutto il mondo, capitalista o “socialista”, ciò che non è più “funzionale” sono le grandi imprese, sia private sia di proprietà statale, in via di fallimento da decenni, “elefanti bianchi” tecnologicamente arretrati e vittime della concorrenza sui mercati internazionali.

Gli opportunisti di “sinistra” vedranno in questi passaggi un “ritorno del capitalismo” a Cuba. La verità è che il capitalismo non ha mai lasciato Cuba; parte dell’accumulazione del capitale era centralizzata nello Stato e nient’altro. Nulla a che fare con quel socialismo tanto propagandato da Cuba nel mondo.

Oggi il governo borghese cubano cerca solamente di adattare il suo capitalismo e le sue politiche economiche agli effetti della crisi mondiale del capitalismo.

Con salari equivalenti a 20 dollari al mese e pensioni a 10, tornerà, forse presto, ad imporsi la lotta rivendicativa operaia, che si trasformerà poi in lotta politica rivoluzionaria.

Venezuelan Regional Meeting: December 1, 2018

The regional meeting of the ICP in Venezuela was held with revolutionary enthusiasm. We discussed the following topics.

Most importantly: the serious situation of workers and trade unions.

In August, the government announced a change of the currency (the “sovereign bolivar”), which corresponded to a minimum wage of 1,800 bolivars, about 16 dollars a month! At the same time it removed many items from the “Carnet de la patria” (a combined national ID and rations card). In November, the minimum wage was raised to 4,500 bolivars, but now, due to the devaluation of the currency, it is equivalent to only 12 dollars. At the same time, food prices have risen and inflation has accelerated.

In the first half of 2018 there were wage conflicts in the health sector and among electrical power workers. The workers’ wages are now made up of 40% wages and 60% state bonuses: the nurses have rejected the bonuses method and asked that the wages cover the cost of food.

In the second half of the year, discontent increased due to low wages and in November a so-called “Intersectorial de Trabajadores” was formed, which does not seem to be controlled by pro-government or opposition movements, but to be a movement of unions and grassroots trade unionists, focused on the demand for better wages and working conditions.

This movement had called for a demonstration in Caracas on November 28th, but the government prevented it by blocking the roads. On the same day, the Secretary General of the Orinoco Iron Miners’ union was arrested and brought before a military court, which ordered his detention in Pica prison. The day before, nine Iron Miners were arrested and imprisoned in El Dorado Prison, in the State of Bolivar. This stopped the protests and the government was not forced to resort to more widespread repression.

We have decided that our section will distribute a leaflet at the next meeting of the “Intersectorial de Trabajadores”. We will also promote class positions through constituent unions that we have contacts and influence in. We will also work on a report for the party on the situation of Venezuelan workers, their survival mechanisms and the factors which explain why they cannot mobilize against the government’s anti-labor policies.

Our other activities include translations, in particular of the reports presented at previous general meetings, which will be published in our periodical El Partido Comunista n.14, which is expected to be completed by January 15.

It was then decided to devote part of the funds available for the reproduction of some additional copies of El Partido Comunista n.13 and a leaflet.

Finally, the calendar of regional meetings of the party was established and established how to participate in general meetings and how to maintain a close and regular link with European comrades.

Come e perché centralismo organico

Da sempre due principi fondamentali dell’organizzazione rivoluzionaria sono il centralismo e la severa disciplina.

Il centralismo, la sua unità di struttura e di movimento, nel nostro partito si definisce meglio con l’aggettivo “organico”, un metodo di vita che la formazione politica del proletariato è riuscita a selezionare dopo aver attraversato un corso storico e diverse tappe della sua lotta contro la borghesia.

Origini del movimento e centralismo democratico

Alle origini del movimento proletario si presentavano al suo interno diverse componenti. Oltre a quella marxista v’erano correnti che, seppur non comuniste, avevano una loro tradizione riconosciuta e meritata all’interno del movimento operaio, né il corso della lotta di classe le aveva ancora superate. Nella Prima Internazionale erano presenti anarchici e inizialmente anche mazziniani; nella Seconda il marxismo riformista coabitò con il marxismo rivoluzionario. Questo finché in tutti i partiti nazionali dell’epoca si arrivò alla opposizione in realtà fra due partiti, tendenti alla scissione, preparata in anni di dura e aspra contrapposizione di programmi e di tattica. Senza tuttavia che le correnti di sinistra, fino a scissione consumata, venissero mai meno, in teoria e in pratica, al centralismo e alla disciplina.

In questa situazione di relativa immaturità e inesperienza tattica, il movimento rivoluzionario adottò, non come un principio ma come “meccanismo congressuale”, il centralismo democratico, ritenendolo un modesto strumento per prendere delle decisioni pratiche, nell’attesa che le lezioni della storia indicassero la via migliore e l’affinarsi della corretta dottrina.

La prima guerra mondiale, e la rivoluzione d’Ottobre, segnarono definitivamente il fallimento del socialismo riformista, e, da allora, possiamo dire che non esiste più un “riformismo di classe”, proletario, ma tutto il riformismo appartiene, ed è espressione esclusiva della classe dominante. La nascita del Partito Operaio Socialdemocratico Russo avviene prima di questo storico passaggio e ne vive il travaglio.

Liberi anche dalla forma della democrazia

Nonostante la necessità dell’uso del meccanismo democratico, le organizzazioni della classe operaia hanno sempre teso ad un modo di funzionamento superiore. Il modus operandi che la Prima Internazionale nei suoi anni migliori utilizzò, come dimostrano i verbali, la corrispondenza, il rapporto tra compagni e tra centro e periferia, corrispondono alla forma superiore di centralismo che la nostra corrente denominerà organico. Anche la Terza Internazionale era avviata – seppure non del tutto consapevolmente – ad un funzionamento organico, con il suo sano proposito di superare al suo interno sia le frazioni sia la forma democratica auspicando votazioni sempre all’unanimità. Risultati questi che non potevano certo essere ottenuti statutariamente, ma solo essere il prodotto di una omogeneità teorica, programmatica e tattica. Anche a questo proposito la Sinistra Comunista italiana chiese nel 1920 che fossero rese più rigide le condizioni di ammissione all’Internazionale.

In Italia nel 1921 la corrente rivoluzionaria si divise da quella riformista del PSI e nacque il Partito Comunista d’Italia. Questo, come il Partito russo, ricorreva ancora al centralismo democratico, ma i compagni già ben comprendevano che il grado di omogeneità programmatica, raggiunta dopo 70 anni di lotta proletaria dal 1848, era ormai tale che di quel meccanismo si poteva ormai meglio far senza.

Scrivemmo nel 1922 ne “Il principio democratico”: «Non è il caso di elevare a principio questo impiego del meccanismo democratico. A fianco di un compito di consultazione analogo a quello legislativo degli apparati di Stato, il partito ha un compito esecutivo che corrisponde addirittura nei momenti estremi di lotta a quello di un esercito, che esige il massimo della disciplina gerarchica (…) Non possiamo concepire una designazione di maggioranza del partito come aprioristicamente tanto felice nelle scelte quanto quella di un giudice infallibile (…) Perfino in un organismo nel quale, come il partito, la composizione della massa è il risultato di una selezione, attraverso la spontanea adesione volontaria, e il controllo del reclutamento, il pronunciato della maggioranza non è per sé stesso il migliore (…) Il criterio democratico è per noi fin’ora un accidente materiale per la costruzione della nostra organizzazione interna e la formulazione degli statuti di partito: esso non ne è l’indispensabile piattaforma. Ecco perché noi non eleveremo a principio la nota formula organizzativa del ”centralismo democratico”. La democrazia non può essere per noi un principio».

Il centralismo organico non è una formula e né una forma organizzativa. Non esistono gli articoli di un interno “regolamento organico” del partito, a garanzia assoluta contro le crisi, contro una sua degenerazione. Il centralismo organico non è che il dialettico superamento del meccanismo democratico in seno al partito, di cui è arrivato a spontaneamente liberarsi nel suo percorso storico.

Obiezioni di corto respiro

Togli la democrazia, si obietta, tutto il “potere” si concentrerà nel centro del partito, solo a decidere la sua “linea politica”.

Facile rispondere che ormai la “linea politica” è già stabilita dal nostro programma, dalle nostre tesi, a cui tutta la milizia, centro e periferia, volontariamente sottostanno. Nel Partito nessuno comanda e tutti sono comandati. Nessuno comanda perché, impersonalmente e oggettivamente, ormai non c’è nulla da decidere. Tutti sono comandati perché gli “ordini” sono già scritti nella linea ininterrotta del nostro programma, impresso nel fuoco delle lezioni delle controrivoluzioni tratte dal “partito storico”.

Quindi le linee di azione tattica sono il frutto di uno studio, che il partito tende ad operare collettivamente, riprendendo il filo di quanto si è fatto prima, da Marx ad oggi. Non a caso è buona nostra prassi e metodo andarsi a rileggere e studiare bene quanto il partito ha scritto in passato prima di azzardare una nuova valutazione.

Noi crediamo che il partito potrà domani svolgere la sua funzione di organo dirigente la Rivoluzione se l’insieme umano che lo forma sarà riuscito a trasmettere non solo la corretta dottrina ma anche il corretto suo modo d’essere e di relazione al suo interno. Forma e contenuto sono legati in una compagine di combattenti per una causa storica che supera l’individuo e ogni interesse personale e di gruppo.

Ormai da due terzi di secolo è in questo ambiente che si svolgono le nostre intense riunioni di sezione, regionali e generali.

Nel nostro Partito non c’è discussione? Noi orgogliosamente rispondiamo che nel partito, no, non c’è discussione. C’è un continuo approfondimento scientifico che porta i compagni a lavorare insieme per affrontare al meglio i nodi da sciogliere, che certo vengono a porsi. Ma niente dibattito, niente congressi, con tanto di votazione finale. Un dissenso sulla tattica è frutto di un’incompleta conoscenza della questione nel complesso del partito. Fintanto che non c’è chiarezza, questa non si raggiunge né con una qualunque conta dei voti alla base né con un ordine dall’alto, ma solo con ulteriore approfondimento della questione e con la sua verifica empirica, attraverso i risultati ottenuti nell’azione.

È possibile che il partito commetta degli errori, certo, ma non sarà garantito dal non commetterne e di apprenderne le lezioni attraverso il metodo, ormai solo pettegolo e personalista, della conta dei voti. Il partito si tutela non con una forma organizzativa, non con regole formali di rappresentanza e di decisione, ma soltanto attraverso il corretto lavoro rivoluzionario e l’impegno diretto e continuo di tutti i suoi militanti

Centralismo organico e società futura

Il partito comunista, come scritto nelle Tesi, è una prefigurazione del modo di associarsi, naturale e spontaneo, della umanità futura.

Nel nostro “Dal sogno e dal bisogno del comunismo allo scientifico programma rivoluzionario marxista” scriviamo:

«Il nostro modulo anche organizzativo postula e pratica il centralismo organico, non tanto e solamente per condividere il metodo “scientifico”, ma per godere d’una “società” che prefigura il comunismo, nella quale non si dibatte, ma si scolpisce, nella ricerca e nella lotta, quanto la tradizione rivoluzionaria ha accumulato di esperienze e di vita di specie, con entusiasmo, in una visione del tempo che unisce la prospettiva e il senso delle differenze con la visione unica che lega nello stesso arco il pitecantropo armato di clava (a proposito: sembra che fosse mite, ma non stupido ed inerme, simbolo dell’unità tribalica che ricorda la bestia dalla quale forse discendiamo…) con l’uomo comunista, in un Tempo unico che non è in contrasto con l’unico Spazio, secondo la stretta e dialettica relazione che Einstein ha indicato, e immagine di un Cosmo (ordine) che solo la società comunista sarà in grado di raggiungere».

Il partito è allo stesso tempo il custode della dottrina e l’organo che impugnandola come un’arma saprà guidare la classe nella rivoluzione, abbandonando per sempre al suo interno l’individualismo della putrefatta società borghese.

Wildcat Strikes in Mexico

Workers in 48 factories in the Mexican city of Matamoros walked out over the past month. Numbering between 25,000 and 40,000, they demanded, and won, a twenty-percent raise plus a lump sum of 32,000 pesos ($1,650 dollars). Their example inspired other workers in the city to stage wildcat strikes for similar benefits, which are ongoing.

The strike hits at the center of the Mexican export manufacturing sector. In cities like Matamoros (across the border from Brownsville, Texas), Ciudad Juarez (across from El Paso, Texas), and Mexicali (across from Calexico, California), factories known as maquiladoras churn out parts and products for export to the United States. They are owned by firms in the United States, which take advantage of low wages while keeping production close to the market. Matamoros is known for manufacturing car components, which are sent across the border for final assembly in the United States.

The maquiladoras are the largest section of Mexico’s manufacturing. There are 6,200 maquiladoras plants employing 3 million workers. In Tamaulipas, there are 411 registered maquiladoras.

The collapse and replacement of the NAFTA (now USMCA) free trade agreements between Canada, Mexico and the USA has increased the pressure on Mexican working class. Mexico has accepted liberalizing its labor laws allowing for its current labor union structure, which has been tied to the Partido Revolucionario Institucional (PRI), to weaken the old union structures in unforeseen ways.

The conditions in these maquiladoras and the surrounding communities are infamous, particularly for women. Employment is almost universally precarious, much of it informal. Workers are prevented from organizing by the presence of “ghost unions”, fake labor organizations established by the very foreign firms that own the factories. Workers are forced to join these non-unions, which then use their fraudulent numbers to present themselves as the main representative of factory workers. As many as 90 percent of union contracts in maquiladoras are this sort of “protection contracts”.

This is the sort of corporatism and free-trade imperialism that maquiladora workers in Matamoros fought against in the past month. Their success, and the wildcat strikes they inspired in other industries, shocked employers’ associations and free trade advocates. The strikes came as the right in the United States, led by Donald Trump, is engaging in its own corporatist campaign against NAFTA, supposedly for the protection of American workers. The Mexican example demonstrates that these promises of protection are hollow, whether coming from pro- or anti-free trade factions.

As of mid-February the strike wave is spreading throughout the country.
• Workers in 45 factories in Reynosa, Tamaulipas, have threatening strike action if not given parity with Matamoros workers.
• 680 workers in the General-Mills plant in the city of Irapuato, Guanajuato went on a four-day wildcat strike.
• Teachers in Michoacán state have struck and have blockaded railways, which stopped shippments of auto parts exports to Asia.
• Monday, February 11, 2019 CNTE-affiliated teachers in Oaxaca struck closing 800 schools.
• The 5 campuses of the Autonomous University of Mexico (UAM) have been on strike for a 20 percent wage increase.

Self organization, confronting the “Unions” and a new union confederation

Using social media, workers organized and started public meetings outside their union offices to discuss the offers the various companies were making. Out of these meetings a unified demand of “20/32” was created, 20% wage increase and a 32,000 Peso (€1472 / $1672/ £1279) yearly bonus. The average manufacturing wage is Peso 5390/month. The strike movement has become known as the “Movimiento 20/32”.

Dissatisfied with the union “representing” them, the workers called for union officials to come out of their offices in Matamoros. “Amid booing, whistles, and cries of “Villafuerte (a union leader) out!, Sell-out! and Cacique! The leader opened the doors of the building and asked the workers to come in, but (the strikers) refused and told (the leaders) to come out onto the street to face them all directly”.

Stepping into this dissatisfaction are the Miners and Electrician’s unions, who have united 150 existing unions into a new labor confederation, the International Labor Confederation. At this point, the confederation seems to be allied with Mexico’s current social democratic ruling party, Movimiento Regeneración Nacional (MORENA). This union is being heavily supported by the AFL-CIO US labor Federation, which should give us an understanding of the new confederation’s perspectives.

8 Marzo. Solo nel comunismo potrà tornare a dispiegarsi la grande figura sociale e individuale della donna

Proletarie, compagne,

La ricorrenza dell’8 marzo da molti anni è stata svuotata del suo significato originario di giornata di lotta, per ribadire le ragioni e i bisogni delle donne lavoratrici, ed è stata trasformata in uno stucchevole rituale conformista privo di ogni autentico legame alla causa dell’emancipazione femminile. Da molti anni la borghesia e le infelici classi medie si trastullano con ramoscelli di mimose, e solo versano lacrime ipocrite sulla durezza della condizione femminile. La “Festa internazionale della donna” è stata così piegata alle esigenze ideologiche della dominazione borghese.

Ma oggi è giunto il momento per le donne della classe lavoratrice di tornare ad appropriarsi del significato di questa giornata e di riprendere a lottare per un miglioramento effettivo delle loro condizioni di vita e di lavoro.


Compagne,

la crisi cronica dell’economia capitalistica fa pagare un prezzo sempre più alto a tutta la classe operaia. Ma è sulle donne che grava il peso maggiore: i salari non crescono, i ritmi di lavoro si intensificano mentre aumenta la precarietà economica che manda in rovina i loro sogni per il futuro.

La doppia oppressione sulla donna proletaria si fa sentire nei soprusi continui cui è sottoposta, dentro e fuori il posto di lavoro, nel continuo ricatto di padroni e padroncini, i quali la licenziano quando è incinta oppure non la assumono se è madre e deve accudire i figli.

In ogni angolo del pianeta le donne proletarie devono fare i conti con la difficoltà di guadagnarsi un salario per vivere e nello stesso tempo affrontare i problemi legati alla procreazione, all’educazione dei figli e ai lavori domestici, che il più delle volte gravano soprattutto su di loro.

Alle cause economiche delle loro sofferenze, in ogni parte del mondo si aggiungono i retaggi dell’antico patriarcato, ben vitale anche nel più moderno capitalismo, che impone alle donne una condizione di subalternità ed avvilenti vessazioni, fino in alcuni casi alla inferiorità giuridica e alla segregazione, limitandone comunque fortemente la libertà di azione e di movimento.

Se questo è ancora possibile è perché il capitalismo, frustrando le aspettative di un miglioramento generale della condizione della donna, al di là delle ristrette élite alto-borghesi, non può risolvere il problema della sua condizione di subalternità. Anzi la deve perpetuare per conservare l’istituto anacronistico della famiglia, unità di consumo della società borghese e luogo privilegiato dell’individualismo più ottuso e antisociale. Il patriarcato più oscurantista continua a prosperare perché è indispensabile all’economia capitalistica.

Gli aspetti crudeli del patriarcato non sono sconosciuti neanche nei paesi economicamente progrediti, anche se l’accesso di tante donne al lavoro salariato ha permesso loro di uscire dalle mura domestiche. Ma questo non ha significato la conquista di condizioni molto migliori, di quella vita che oggi, grazie allo sviluppo delle forze produttive, sarebbe possibile offrendo possibilità un tempo sconosciute.


Proletarie, compagne,

Per allentare le catene dell’oppressione di classe e di sesso sulle donne occorre tornare alla lotta dell’intera classe lavoratrice, per obiettivi economici comuni, che sono, oltre ad una normativa a vera difesa della maternità, l’aumento del salario, la parità di effettivo trattamento salariale e normativo fra lavoratrici e lavoratori, la riduzione dell’orario di lavoro e il salario pieno ai disoccupati.

Allo stesso tempo le lavoratrici devono rifiutare la prospettiva ingannevole di una lotta che unisca le donne al di sopra delle differenze di classe: non coincidono affatto gli interessi di una donna appartenente alla classe borghese con quelli di un’operaia a basso e incerto salario o, per esempio, di una badante o di una domestica che, se immigrata, spesso passa molti anni migliaia di chilometri lontana dall’infanzia e dall’adolescenza dei figli.

Il capitalismo, anche il più progredito, non può sanare le piaghe più invereconde che caratterizzano la condizione femminile. Il mercantilismo capitalista non può fare a meno di condannare milioni di donne alla mercificazione del loro corpo, complemento necessario alla conservazione dell’istituto reazionario della famiglia e del matrimonio borghesi, bastione questo alla base della proprietà privata e strumento della trasmissione ereditaria del patrimonio.

Le cause delle miserie e distorsioni nella vita sessuale e riproduttive della società presente sono quindi eminentemente economiche. Per questo la borghesia non cesserà mai l’abominio delle intromissioni del legislatore e del giudice nella funzione riproduttiva della donna. La morente società dei borghesi tanto è impotente a generare nuovi nati quanto ad ammettere una riproduzione spontanea e senza costrizioni.


Compagne,

l’impegno per l’emancipazione della donna dall’oppressione del patriarcato potrà essere vittorioso soltanto se verrà a convergere nella lotta per il rovesciamento del regime del capitale.

L’esperienza storica ci insegna che in molti frangenti sono state le donne a dare l’avvio alla lotta rivoluzionaria di classe e a terrorizzare davvero le classi dominanti. Le donne proletarie hanno una forza eversiva non certo inferiore a quella dei compagni maschi. Si pensi alla rivoluzione russa del febbraio del 1917, scoppiata in occasione della giornata della donna.

Ma anche nei tempi odierni, non certo di rivoluzione, le donne sono state alla testa di numerose lotte della classe lavoratrice. Nel gennaio scorso le operaie tessili del Bangladesh, in un loro sciopero generale, sono scese in piazza affrontando la dura reazione poliziesca; negli Stati Uniti le insegnanti sono scese in sciopero a decine di migliaia per migliori salari; in Italia abbiamo visto le lavoratrici nel settore agroalimentare, organizzate col sindacalismo di base, lottare a viso aperto e vincere.

Questa è la strada, la lotta, organizzata in forti e combattivi sindacati, di tutta la classe operaia, una lotta che, diretta dal partito comunista, ci libererà infine da un passato ormai sopravvissuto a sé stesso. Una società senza più classi e senza più oppressione della donna è a portata di mano!