Partito Comunista Internazionale

The Communist Party 25

Contro il teatrino elettorale - Per la lotta di classe

Dagli opposti schieramenti in vista del referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari l’inganno contro i lavoratori è lo stesso: che il voto – nel quadro di questo sistema sociale, economico e politico – sia uno strumento utile alla difesa delle condizioni di vita e degli obiettivi politici della classe lavoratrice.

La menzogna ha un nome: sovranità popolare. I lavoratori non sono sovrani di un bel nulla, giacché il potere politico è saldamente nelle mani della classe dominante, cioè degli uomini della grande industria, della finanza e dei proprietari fondiari.

Il potere politico è esercitato da questa classe sociale, la borghesia, contro la classe lavoratrice, innanzitutto attraverso la macchina statale, che non è affatto un’entità neutra al servizio dei cittadini bensì lo strumento per il dominio e l’oppressione dei lavoratori, nell’interesse del padronato.

Quale che sia il numero dei suoi figuranti nel parlamento per i lavoratori non cambia nulla: hanno varato le leggi del passato contro i proletari (pensioni, jobs act, ecc. ecc.) e lo faranno nel futuro.

Il potere economico e politico, il maneggio della macchina statale e dei mezzi di informazione, garantiscono alla classe dominante la certezza che le elezioni e i partiti che vi partecipano portino comunque a governi che tutelino i suoi interessi.

Ormai i partiti che fanno parte del gioco parlamentare, o che vorrebbero farne parte, dichiarano con quella sola scelta di stare dalla parte della borghesia.

O preparazione elettorale o preparazione rivoluzionaria, abbiamo scritto noi comunisti rivoluzionari sulla nostra bandiera!

I lavoratori non devono abboccare alle false promesse di chi vuole illuderli che basterà un voto per cambiare in meglio le loro condizioni, per opporsi al taglio dei salari, all’aumento della disoccupazione, al razzismo imperante.

Anche se vi fosse un partito realmente dalla parte dei lavoratori in grado di prendere milioni di voti, questi non basterebbero a cambiare la natura del presente regime sociale e politico. Sarebbero sempre in minoranza entro il parlamento e se mai, per assurdo, potessero divenire maggioranza, la classe dominante chiuderebbe lei stessa il parlamento e getterebbe via la maschera democratica per mostrare il vero volto della dittatura del capitale sui lavoratori.

Questa fu la lezione del fascismo.

Milioni di voti non servirebbero a nulla. Centinaia di migliaia di lavoratori in sciopero possono portare in pochi giorni aumenti salari e miglioramenti materiali nelle condizioni di vita dei lavoratori che nessun “percorso parlamentare” può ottenere.

In un frangente di grave crisi economica e politica della borghesia, un vasto movimento di scioperi, inquadrati in un grande sindacato di classe, diretto dalla parte più cosciente dei lavoratori inquadrati nel vero partito comunista sono le condizioni che permetteranno di togliere il potere politico alla borghesia e liberare l’umanità dal capitalismo.

Lenin e l'astensionismo

Lenin e l’astensionismo

Il compagno Graziadei, esponendo pochi giorni or sono ai socialisti francesi le condizioni del Partito socialista italiano e accennando al funzionamento della Terza Internazionale, ha ricordato che Lenin è così favorevole ad una ragionevole autonomia di azione pratica nelle singole nazioni, che ha lodato la deliberazione del congresso di Bologna riguardante la partecipazione alle elezioni generali del parlamento borghese, la quale era combattuta da una minoranza persuasa di meglio interpretare il pensiero del grande uomo politico della Russia socialista.

Poiché su questo giornale questa minoranza, prima ancora di esporla al congresso di Bologna, ha sostenuto e ampiamente discusso la tesi della non partecipazione alle elezioni del parlamento borghese, è necessario ora che su di esso venga chiarita questa poco esatta affermazione del compagno Graziadei.

La tendenza comunista astensionista non ha mai avuto la pretesa che le viene affibbiata di essere la più fedele interprete del pensiero di Lenin. Essa ha sempre sostenuto che il bolscevismo russo non è nulla di nuovo dal punto di vista teorico, come lo stesso Lenin riconosce; esso non è altro se non il richiamo al più rigido e severo classico marxismo, al quale continuamente fa appello e a cui continuamente si riporta precisamente, del resto, lo stesso Lenin in ogni sua affermazione ed in ogni sua polemica.

Le coincidenze frequenti tra le nostre direttive e quelle di Lenin dimostrano che entrambe discendono dal medesimo tronco donde si dipartono col medesimo indirizzo.

La non partecipazione alle elezioni dei parlamenti borghesi e degli altri organi dello stato borghese da parte del partito socialista noi abbiamo sostenuto e sosteniamo, desumendola dalla valutazione storica dell’attuale periodo, che è per noi rivoluzionario, e nel quale noi diciamo il partito debba compiere la sua funzione specifica, cioè quella di abbattere lo stato borghese.

Questo nostro modo di vedere coincide esattamente con una delle conclusioni della relazione di Lenin al congresso della Terza Internazionale di Mosca.

A questa non partecipazione noi diamo un valore assai più grande di quanto non faccia Lenin, perché riteniamo che essa sia più doverosa ed impellente nei paesi occidentali che sono deliziati, da lungo tempo, da quella tale civiltà democratica così cara al Turati ed ai suoi, che ha in essi salde radici ed è perciò più difficile a sradicare.

La contraddizione evidente tra le conclusioni della relazione e le due lettere dello stesso Lenin noi riteniamo sia conseguenza della poca importanza che egli dà agli organismi democratici, i quali in Russia hanno vissuto poco e male e non hanno quindi potuto conquistare la popolarità e la familiarità delle masse ed esercitare su di esse quel grande credito, aumentato per giunta fra noi dalla suggestione dei partiti estremi, specie di quello socialista, che li ha, assidua­mente e per molti anni, grandemente valorizzati.

Quanto poi all’autonomia della tattica nelle varie nazioni noi siamo decisamente contrari. Da qualche tempo, anzi, insistiamo perché si riuniscano nuovamente a congresso i rappresentanti dei partiti della Terza Internazionale appunto per mettersi d’accordo sulla tattica ed unificarla.

La poca rigidezza nella uniformità della tattica fu una delle cagioni della grande debolezza della Internazionale prima della guerra e dette luogo alle più dolorose e disgraziate conseguenze.

Ripetere lo stesso errore nella Terza Internazionale, significherebbe esporre quest’ultima a nuove sorprese e a disinganni spiacevoli.

L’uniformità della tattica ha per noi importanza suprema. Nelle questioni di tattica, quella della partecipazione o non alle elezioni borghesi ha posto precipuo perché segna la netta separazione tra i fautori della socialdemocrazia e i fautori della dittatura proletaria: verso queste due concezioni profondamente antitetiche debbono polarizzarsi i socialisti; ogni transazione tra esse è equivoca e porta confusione. L’ulteriore convivenza di questi due gruppi nel medesimo partito è causa di debolezza per l’uno e per l’altro ed è nociva soprattutto per la tendenza ultima venuta, la quale per prendere bene il suo posto deve isolarsi ed assumere una personalità propria.

I compagni tutti della nostra tendenza esaminino bene questo momento delicato della vita e dello sviluppo di essa e considerino i danni ed i vantaggi, se ve ne sono, per decidere serenamente in merito.

Al di sopra dei sentimentalismi, al di sopra delle abitudini, vi sono i grandi doveri dell’ora che attraversiamo, che non consente debolezze, tergiversazioni od accomodamenti, ma risoluzioni decise, franche, rettilinee, ispirate soltanto ai supremi interessi della causa del proletariato.

Una mostruosa forza aliena

Ansa: «Secondo il britannico National Cyber Security Centre, hacker collegati al governo russo avrebbero attaccato organizzazioni britanniche, statunitensi e canadesi per rubare informazioni sulla sperimentazione di un vaccino contro il coronavirus».

Washington Post: «Il dipartimento di Stato ha annunciato di aver ottenuto l’incriminazione di due presunti hacker cinesi accusati di aver rubato informazioni sulla ricerca per il vaccino contro il coronavirus».

Quando l’intera umanità è in angoscia e sofferente per il propagarsi di una epidemia della quale è impossibile prevedere gli sviluppi e le cui conseguenze potrebbero rivelarsi catastrofiche, per la morale approvata e condivisa del Capitale è del tutto giusto e legittimo che il mantenimento dei segreti aziendali vengano a ostacolare e ritardare l’approntamento di un vaccino.

Ogni scoperta seppure parziale, ogni risultanza di difficili esperimenti e di raccolta e analisi di dati, frutto del lavoro di un esercito di tecnici e di scienziati impegnati al difficile studio, non è proprietà loro, proletari salariati come sono, ma del padrone capitale. E se si arrischiano a parlarne fuori dell’ambiente aziendale sono passibili di denuncia penale, a norma di legge, e per danni, alla stregua di ladri, come l’operaia che si mettesse in tasca un paio di calzini dell’enormità che giornalmente confeziona.

Le verifiche cliniche anche sono tenute segrete, moltiplicando all’infinito il numero dei poveretti che devono essere sottoposti alla prova di efficacia e di tollerabilità.

Ogni “ditta” procede contro le altre, fa tutto quello che è in suo potere per danneggiarle, deviarle, ritardarle.

La sua fretta non è per arrivar prima a salvare vite da una orribile morte per asfissia, ma per vincere gli appalti. Il vaccino non deve essere il più efficace e il più sicuro, ma quello che prima degli altri arriva sul mercato. E parlano dai 40 (Reuters) ai 210 (Bloomberg) dollari a dose!

Certo non confonderemo gli hacker russi e cinesi per nuovi Robin‑Hood, che anch’essi rubano per vendere.

L’umanità, ormai pienamente mondiale, ha bisogno di liberare la scienza e la tecnica dall’angustia, dall’arbitrio e dal demente egoismo del capitale, che ormai tiranneggia il mondo dei vivi come una mostruosa forza aliena.

Liberare sì, ma non per decampare dal materialismo e dal metodo scientifico, per ripiegare sulla ignoranza, gli irrazionalismi, il rifiuto dell’unità del sapere e del metodo sperimentale. Non per tornare indietro dalla scienza borghese, ma per andare oltre, per superarla nello studio diligente, verso una conoscenza e una pratica per la prima volta veramente disinteressate, aperte e, semplicemente, umane.

Port Workers Strike in Montreal (Update)

Bourgeois organizations are pushing both the provincial and federal governments to intervene quickly to limit the economic damage that could be caused by an extended standoff between Montreal Port workers and the Maritime Employers Association.

The federal government refused to intervene despite repeated requests from the Patronage and the Quebec provincial government. Remember that the Port of Montreal is under federal jurisdiction (Government of Canada) and that workers are not protected by anti-scab law.

In addition, on the side of local 375, a truce took place on August 21, 2020, after 12 days of strike and picket. However, the strike was going very well and the situation was in favor of the workers of the Port of Montreal. In fact, the Conseil du patronat du Québec (CPQ), the Chamber of Commerce of Metropolitan Montreal (CCMM), the Canadian Federation of Independent Business (CFIB), the Federation of Quebec Chambers of Commerce (FCCQ) and the Manufacturers and Exportateurs du Québec (MEQ) began to fear the worst, and the economic damage was already being felt.

Despite this refusal, a 7-month truce was signed between the union and the employer. What can be frustrating for the stevedores on strike is that they had the balance of power (the strike was starting to cost the employers dearly) and now risks losing it, leaving the MEA to organize its response in 7 months. The union reportedly acted out of fear of losing its right to strike if the situation continued as rumors of Canadian government intervention began to be heard. The longshoremen are therefore returning to zero and if the union strategy turns out to be the same after the truce, the marathon towards a new agreement is not about to end. The unions in Quebec are very good at this game: to let a fight get bogged down, run out of steam, and thus see workers vote for a bargain convention in the face of what seems to be an endless situation.

Reject your Heroes, reject the NBA’s False Message!

The NBA continues to trudge its season along in its Orlando resort bubble, in the hopes to crown a champion. Perhaps it will be “comrade” Xi’s esteemed ambassador, LeBron James! In any case, while all the dribbling has gone on, the NBA has also made a concerted effort to show how they are the sports league of the people. Yes, the multibillion dollar sports and media entity with ties to the great capitalist powers (10 percent of revenue from China!) want you, the black American that makes up the majority of its audience, to know that they stand with #BlackLivesMatter.

And just like #BlackLivesMatter, the NBA wants you to fight by not fighting.

In the wake of the Jacob Blake shooting in Kenosha, Wisconsin, the NBA players in the bubble boycotted their playoff games for two days. There were no real demands, and any “concessions” made were vague at best. The “results,” as it has now been spun, are that the players were able to get the people “pay attention” to the issues. Of course, seeing as how America is in an election year, the people have been bombarded nonstop with “the issues,” including from the NBA, which has slathered sanitized social justice all over their branding in the wake of this summer’s #BlackLivesMatter protests.

The action that people have been called upon to take has been as predictable as ever: vote. Vote, vote, vote. The wheelers and dealers of the NBA have made several pleas to their viewership to vote in November, and are creating organizations to get people registered (gotta brand as much cattle as you can!)

The proletariat, let alone the black proletariat, cannot find words of liberation in their hero figures. Their heroes will only ask that they consent to the system that continues to kill them, for it is that system that gives these heroes their platform, their status, and most importantly, their money.

Workers of America and the world, reject the pleas of your heroes. Build your own organs of power, and don’t be led like cattle to the ballot box!

Las empresas, sus gobiernos y los sindicatos del régimen se unen para defender la plusvalía y la ganancia

UNIDAD DE ACCIÓN DE LOS TRABAJADORES POR LA BASE CONTRA LA EXPLOTACIÓN!!

En todas las empresas capitalistas, las privadas y las que son propiedad de los Estados (llamadas también “empresas públicas”), se generan productos y servicios sobre la base del trabajo social, aportado por todos los trabajadores que participan directa o indirectamente en el proceso productivo. Pero la propiedad de los productos de ese trabajo social, no es una propiedad social. Los productos obtenidos son propiedad de la empresa. La empresa vende los productos o servicios que genera el trabajo social, recupera sus gastos y obtiene una ganancia. La ganancia de la empresa se origina dentro de su proceso productivo, ya que del valor agregado por el trabajo social del obrero, solo se le devuelve una parte como salario. El resto del valor agregado por el trabajo social del obrero, el plustrabajo, equivale a la plusvalía que se apropia la empresa.

En Venezuela, por ejemplo, la industria petroquímica estatal, aun presentando una fuerte crisis expresada en una casi total parálisis de su producción, se cumple el mismo comportamiento de toda empresa capitalista: producción basada en trabajo social de la masa de obreros, apropiación de los productos del trabajo por parte de la empresa y acumulación de una plusvalía sobre la base de la explotación de trabajo asalariado. Esta industria produce Resinas Plásticas, Soda Caustica, Amoníaco, Urea, fertilizantes y productos intermedios como ácido clorhídrico, ácido sulfúrico y ácido fosfórico, con una nómina total actual de 5.000 trabajadores, a los que paga en salarios 44.863 dólares mensuales, que representan su capital variable v. En la producción de fertilizantes y Urea gasta aproximadamente, entre materias primas y depreciación de equipos y otros gastos, es decir Capital Constante c, un total de 7.150.000 dólares mensuales, produciendo mensualmente 55.000 toneladas de Urea que vende en el mercado en 9.900.000 dólares. La empresa obtiene una plusvalía (P) de 2.705.137 dólares y mientras tanto los trabajadores reciben un salario equivalente apenas al 2% de ese monto, pese a que toda esa masa de riqueza surge de su aporte de trabajo social, de trabajo vivo. En este ejemplo, la cuota de ganancia de la empresa es de 38%. Pero no están considerados los ingresos derivados del arranque de la producción y comercialización de Resinas Plásticas, Amoníaco, fertilizantes y productos intermedios (actualmente parada casi totalmente), en los cuales se consumen materias primas adicionales, participan otras instalaciones, equipos y plantas, pero con la misma plantilla de trabajadores. Es decir que con la producción y comercialización de la Urea la empresa tiene cubierto parte del capital constante c(materias primas, depreciación y otros) y todo el capital variable (v), representado por los salarios, siendo su cuota de ganancia potencialmente más alta. Con solo la venta de 250 TM de Urea (aproximadamente 13 gandolas) la empresa obtiene los ingresos para pagar los salarios de 1 mes.

La producción de Urea se cumple utilizando un 31% de la capacidad de las plantas. Quiere decir que la empresa puede aumentar su producción a 175.000 toneladas mensuales y elevar sus ingresos, manteniendo el mismo gasto de capital variable (v) y aumentando su ganancia (p). Algún tecnócrata podría decir que los números no son correctos; pero el punto relevante es que solo la fuerza de trabajo aportada por el trabajador genera riqueza, que los productos del trabajo social se los apropia la empresa pública o privada, quedándose con la plusvalía y obteniendo una ganancia y en el proceso el trabajador se queda con un salario que nunca le alcanza para sobrevivir con su familia.

El obrero, sin embargo, solo es dueño de su fuerza de trabajo, no posee ni siquiera una llave de tuercas. Con su salario el trabajador trata de acceder a productos y servicios que necesita su familia para sobrevivir, educarse y atender su salud. La empresa, que además del salario, debe entregarle al trabajador equipos e implementos y condiciones y medio ambiente de trabajo seguros, no siempre lo hace o no siempre de manera completa y oportuna. Si los trabajadores plantean que el salario es insuficiente la empresa siempre hace resistencia o aumenta el salario lo mínimo posible y, con la complicidad de los sindicatos, extiende la duración de los contratos colectivos, alarga las jornadas de trabajo, paga bonos complementarios por alimentación, entrega bolsas de comida o ayudas de medicinas; y de esta manera la empresa protege sus ganancias.

El patrono o el directivo de la empresa le dice a los trabajadores “somos una gran familia”, “todos somos trabajadores”, “el bienestar de la empresa es el bienestar de todos”, y en este mensaje le hacen coro los sindicatos del régimen, que en vez de estar al servicio de los trabajadores están al servicio de los patronos. Cuando llega una crisis y aumenta el inventario de productos que no se logran vender, los trabajadores sufren las consecuencias: despidos, permisos no remunerados, reducción del salario, alargamiento e intensificación de la jornada de trabajo, reducción o eliminación de beneficios contemplados en contratos colectivos.

¿Qué pasaría si en un acarreo de Urea en camiones se detectara que 400 kilos de producto se quedaron pegados en el fondo del cajón? Lo más probable es que la empresa, a través de su personal de seguridad, despedirá a los trabajadores que dieron pié a esta pérdida, porque ese producto le pertenece a la empresa y, más específicamente, porque representa parte de la plusvalía que obtiene la empresa gracias a la explotación de los trabajadores de su nómina. El trabajador que por error u omisión produzca o no detenga perdidas de los materiales producidos, comete el pecado de atentar contra la plusvalía que se apropia la empresa; y como todo pecador, debe ser castigado. En algunos casos el trabajador no solo es despedido, sino que puede ser calificado como delincuente y pasado a manos de los tribunales y la cárcel.

Si todos o una parte de los trabajadores deciden paralizar las operaciones en solidaridad con el trabajador despedido. Ya sea que paren solo la producción o solo los despachos de los productos terminados, inmediatamente serán sujetos de la acción patronal. Primero llegará el sindicato en tono conciliador, prometiendo negociar con el patrón para reincorporar al trabajador despedido, pero levantando la huelga de los obreros. Pero si los obreros persisten en su huelga y en sus exigencias, se comienzan a activar los mecanismos represivos en los que actúan de manera conjunta, con el respaldo de la ley, los patronos, el sindicato, los cuerpos represivos, los tribunales y el ministerio del trabajo.

En abril de 2020 ocurrió que un sector de los trabajadores petroquímicos solicitó al patrón (sin el apoyo del sindicato, como era de esperarse): a) Un salario de 500 USD mensuales, porque el actual no alcanza y estiman que con eso cubren sus necesidades más elementales, b) Pago de reembolso de gastos médicos y escolares, c) Entrega mensual de una dotación de productos de higiene y limpieza para sus hogares, d) Entrega mensual de 2 cajas con dotación de alimentos como complemento a lo que puedan comprar con su salario. Fue una solicitud tímida, en un comunicado que dirigieron a los funcionarios directivos de la empresa. Pero fue una acción valiente e importante, considerando la histórica pasividad de los trabajadores petroquímicos y petroleros y considerando que el sindicato es descaradamente patronal. Para esta exigencia no hubo respuesta y ni siquiera promesas recibirán; pues ninguna empresa del Estado puede sentar el precedente de aplicar un salario como este. La exigencia persistió en mayo y se pudo observar como los trabajadores comenzaron a expresar su descontento trabajando con desgano, algo parecido a lo que en Venezuela llaman “operación Morrocoy”, en alusión al lento caminar de las tortugas. Los trabajadores no se han puesto en movimiento para pasar a emprender un conflicto por aumento salarial. Han estado por décadas viviendo la ilusión de la aristocracia obrera que los hizo históricamente pensar como pequeñoburgueses y sometidos al discurso meritocrático, patriótico, de defensa de la economía nacional y del falso anti‑imperialismo. Ahora los salarios y “beneficios” de los trabajadores petroquímicos están por debajo del promedio y son muchos los que optaron por retirarse de la empresa para emigrar en búsqueda de mejores ingresos. El descontento está allí presente, sin un sindicato que lo canalice hacia la lucha reivindicativa o sin una organización de base alternativa, un comité obrero de base o algo parecido. ¿Seguirán siendo los trabajadores petroquímicos, al igual que los petroleros, trabajadores pasivos, con sindicatos patronales y presa fácil de la politiquería de todos los gobiernos y movimientos oportunistas? ¿Podrán pasar del descontento a la acción? Los mecanismos de la explotación del trabajo asalariado siguen su curso, apretando cada vez más el torniquete miseria que asfixia a los trabajadores y alimenta su indignación.

Está demostrado que los trabajadores organizados en verdaderos sindicatos de clase o comités obreros de base, tienen en sus manos la huelga como su principal arma, que debe estar dirigida a la paralización de las operaciones y los despachos de las empresas y así amenazar el tesoro más preciado de los capitalistas: la ganancia. Solo con la huelga los trabajadores podrán presionar a los patronos al exigir aumento salarial, reducción de la jornada de trabajo, dotación de equipos de protección personal, condiciones y medio ambiente de trabajo seguros, así como la reincorporación de trabajadores despedidos o detenidos. Está demostrado que toda lucha obrera deberá ir más allá de las fronteras de una sola empresa, para no quedarse aislada y convertirse en un movimiento huelgario coordinado, en el que participen trabajadores de diferentes empresas y ramas de actividad económica, unidos en la exigencia de un pliego único de reivindicaciones. Las formas de poner en práctica la protesta y la movilización pueden ser diversas, según las realidades locales, pero lo importante es que las acciones sean coordinadas y las exigencias se presenten unificadas. La paralización de la producción, el despacho y la movilización de mercancías es fundamental para que la lucha unitaria de los asalariados logre vencer la resistencia de los capitalistas. También son importantes los piquetes de agitación y las concentraciones en sitios donde se pueda repartir propaganda y dar a conocer la situación de los trabajadores y las exigencias planteadas. Un movimiento de reivindicativo de clase no podrá tomar fuerza contando con los sindicatos actuales y tendrá necesariamente que construirse desde la organización unitaria por la base en cada localidad.

Ahora que la crisis capitalista se agrava en todo el mundo, acelerada por los efectos de la pandemia del Covid‑19, los capitalistas de las empresas públicas y privadas, junto a sus gobiernos, se comportarán como fieras heridas, por la merma de su tasa de ganancias. Y esto no es diferente en los países cuyos gobiernos se autodenominan “socialistas” y “obreristas”, que pretenden que los trabajadores carguen con el peso de la crisis, en algunos casos manteniendo empleos, pero a cambio de salarios de hambre.

Los trabajadores no pueden seguir pasivos y en cada país deben reaccionar organizándose, dándole la espalda a todos los llamados a la paz social, a la defensa de la economía nacional, de la patria y de la nación, porque esos llamados se traducen en la inacción de la clase obrera para colocar sobre sus hombros el peso de la crisis. Que la pandemia no se convierta en un chantaje para desmovilizar a los trabajadores. Se pretende que los trabajadores se movilicen por miles para producir y garantizar las ganancias de los capitalistas, pero que se desmovilicen cuando se trata de exigir reivindicaciones.


– POR AUMENTO LINEAL DE SALARIOS!!
– POR CONDICIONES SEGURAS DE TRABAJO!!
– CONTRA LOS DESPIDOS Y DETENCIONES DE TRABAJADORES!!
– PAGO DE SALARIOS COMPLETOS A DESEMPLEADOS!!