Partito Comunista Internazionale

The Communist Party 26

Le lotte di classe vincono - Le elezioni no

Dagli Stati Uniti…

Quattro anni fa, in occasione delle elezioni del 2016, sul nostro The Communist Party n.5 osservavamo come tutta quella vuota rappresentazione non esprimesse che la miseria del capitalismo. Eppure quel novembre sembra lontano dopo quattro anni, dopo la messa al bando dei musulmani, la guerra commerciale contro la Cina, il rapimento di bambini immigrati, la minaccia di guerra contro l’Iran, le proteste per l’assassinio di George Floyd e di Breonna Taylor; dopo Charlottesville, Pittsburgh e Portland. Oggi, nei mesi peggiori della peggiore epidemia degli ultimi cento anni, torniamo a ripetere: le elezioni non rappresentano che la miseria del capitalismo.

Ogni decisione politica è un riflesso delle condizioni sociali prevalenti. In alcuni momenti questo diventa particolarmente evidente. Ormai la dimensione del fallimento del capitalismo è davanti a tutti, sotto forma di una incontrollata pandemia, quando un presidente pubblicamente minaccia un colpo di Stato e quando le tecniche militari apprese nelle guerre imperialiste sono impiegate nelle nostre città. La crisi del capitalismo è tornata a casa.

In questo contesto, la sceneggiata elettorale in sé non potrebbe essere più noiosa. Basta confrontare i programmi politici per scambiare per la stessa persona Donald Trump e Joe Biden. Sono entrambi “di destra” e imperialisti. Entrambi hanno fatto carriera in politica ostentando il loro razzismo, entrambi melliflui opportunisti disposti a cambiare posizione in un istante per i propri interessi personali.

Nonostante questa identità sostanziale entrambi i partiti repubblicano e democratico sostengono che queste elezioni sono una questione di vita o di morte. Per i repubblicani Trump sarebbe l’unico baluardo contro l’anarchia, in agguato nell’ombra dietro Biden, che distruggerebbe l’America bianca. I democratici sostengono che Trump distruggerebbe quella meraviglia che è la democrazia americana e che solo votando per Biden si salverebbe. In realtà non c’è nessuna decisione da prendere in queste elezioni. La borghesia vincerà in ogni caso: così funziona la democrazia! La vera reale decisione in questo momento non è tra Trump e Biden, ma tra lo sfruttamento capitalista e la libertà comunista.

* * *

Lo scontro fra i due partiti è solo una messinscena. La risposta dei democratici alla presidenza Trump è stata solo disfattismo e in realtà limitata a difendere quei rappresentanti della classe dominante interessati alla carriera all’interno del partito. Il proletariato si è tenuto fuori da tutto questo trambusto, nonostante i tentativi dei democratici di utilizzarlo per i propri fini.

La loro prima parola subito dopo le elezioni del 2016, fu “resistenza”! Il termine si riferiva al mito storico della resistenza europea al fascismo. E questa resistenza del 2016 aveva della precedente la vuota melensaggine. Sarebbe stato un resistere attraverso rispettabili mezzi legali, solo rivestendo le vecchie opprimenti istituzioni democratiche di costumi rivoluzionari.

La difesa della classe operaia non è mai stata il suo obiettivo: la resistenza dei democratici non esigeva che un ritorno alla “normalità”, a un immaginario passato “civile”. L’indignazione dei resistenti per i danni alle proprietà che hanno accompagnato le prime proteste anti-Trump (alle quali rispondevano cantando “pacifica protesta”) e la loro solidarietà con la polizia furono le prime prove delle loro simpatie.

L’enfasi sui metodi legali era per incanalare nelle istituzioni controllate dal grande capitale i rancori della parte rovinata della piccola borghesia, che lentamente cominciava a agitarsi man mano che si deteriorava la sua condizione economica. L’opposizione a Trump è stata quindi dirottata verso l’indagine Muller e l’impeachment, procedimenti che, ovviamente, non dovevano portare a nulla e a nulla hanno portato.

* * *

Il proletariato è l’unica forza che ha veramente combattuto per sé negli ultimi quattro anni. È l’unica forza nella società che Trump – e Biden – temono veramente. È stata la rivolta di maggio e giugno di quest’anno a scuotere profondamente la borghesia, che ha sentito il bisogno di rispondere con una dimostrazione di forza, spingendosi a grossolani appelli alla religione che hanno messo in imbarazzo perfino i militari. Le proteste l’hanno spinta ad atteggiamenti retrogradi riguardo alle libertà civili e a impiegare il Dipartimento della Sicurezza interna come organizzazione paramilitare.

Trump dapprima ha chiesto pubblicamente di rimandare le elezioni mentre, fino a pochi giorni fa, affermava che non avrebbe accettato di lasciare la Casa Bianca. Tutto questo non è che teatro, di una classe disperata e di uomini disperati, che cercano senza successo di correggere il disordine delle loro azioni. La pandemia l’ha dimostrato, e dietro i deliri di Trump, sulla minaccia “anarchica” e sulle cure alternative, si è cercato di nascondere la responsabilità del capitalismo incapace di gestire la minaccia del virus.

Le proteste scoppiate quest’anno, interclassiste, hanno avuto significative componenti proletarie. In gran numero operai, molti negri ma anche delle altre razze, sono scesi a protestare nonostante la pandemia e il reale pericolo di aggressione poliziesca. Vi hanno partecipato diversi sindacati e in alcuni casi hanno marciato inquadrati lavoratori di alcune categorie. Le componenti proletarie della rivolta hanno svolto le azioni più efficaci – per esempio lo sciopero e la manifestazione, a giugno, dei portuali del Sindacato Internazionale Lavoratori Portuali di Longshoremen e del sindacato dei magazzinieri, e il rifiuto del sindacato dei lavoratori dei trasporti di guidare verso le prigioni gli autobus con i manifestanti arrestati.

Gli scioperi a causa del Covid sono stati quanto di più efficace per proteggere i lavoratori dalla pandemia costringendo le varie strutture del governo ad agire. I lavoratori dei magazzini Amazon hanno ottenuto una paga più alta, delle protezioni fornite dal datore di lavoro e migliori procedure di pulizia. I lavoratori agricoli di Yakima, Washington, la maggior parte dei quali immigrati dall’America Latina, si sono assicurati uno stipendio più alto e hanno costretto i padroni a riconoscere il loro sindacato, Trabajadores Unidos por la Justicia. Gli insegnanti di Chicago sono riusciti ad impedire che si riprendessero le lezioni in presenza semplicemente votando per lo sciopero. Questi provvedimenti di protezione della vita sono stati imposti dai lavoratori stessi, contro una borghesia e uno Stato capitalista a cui non importa nulla della vita dei lavoratori.

* * *

Il Covid-19 ha reso evidente ciò che già era chiaro: il conflitto tra il proletariato e la borghesia è una lotta di vita e di morte, una guerra incessante, e se il proletariato deve sopravvivere deve muoversi unito come classe. Non saranno a salvarlo i buoni auspici della borghesia e le sue sceneggiate elettorali. Questo era vero prima della pandemia e sarà vero anche dopo.

Questa elezione non è diversa dalle precedenti. Trump e Biden rappresentano gli interessi della stessa classe borghese. In numero di repressioni e di omicidi di massa Biden rivaleggia con Trump. Durante il suo primo decennio al Senato si fece un nome per la sua opposizione agli scuolabus con integrazione razziale, che avrebbe spinto i bambini bianchi “in una giungla razziale”. Fu un entusiasta sostenitore della guerra in Iraq e, presidente della Commissione per le relazioni estere del Senato, fece passare la legislazione per permettere l’invasione: un milione di iracheni sono morti a causa di quella guerra. Come vicepresidente ha fatto parte di un’amministrazione responsabile di una lunga lista di atrocità all’estero: il colpo di Stato militare del 2013 in Egitto, le violenze in Siria e in Libia, la divisione dell’Ucraina, l’assassinio per violenza, malattie e fame di 250.000 yemeniti. Se ci fosse un processo di Norimberga per i “crimini di guerra” della borghesia americana, Donald e Joe ne uscirebbero condannati entrambi.

Joe Biden ha dimostrato di non essere un nemico della repressione all’interno. Ha sostenuto la Patriot Act nel 2001 e nel 2002 l’istituzione del Dipartimento della Sicurezza Interna (che oggi sarebbe la polizia segreta di Trump). Possiamo essere certi che le iniziative “anti-estremismo” di Trump e del procuratore generale William Barr continueranno sotto la presidenza di Biden. Questa è dunque la scelta che la democrazia presenta alla classe operaia, tra il “ricco” e il “povero”: per Biden il potere politico ha portato il denaro; per Trump il denaro ha portato il potere politico, il “politico” e il “tycoon”. Ma rappresentano una sola classe, la borghesia. E sono uniti nella loro guerra alla classe operaia.

* * *

Il proletariato non può arrivare al potere democraticamente. In quanto marxisti, sappiamo che una rivoluzione si ha quando una classe oppressa diventa dominante. Questo non può avvenire senza la soppressione del potere dei vecchi oppressori, che inevitabilmente cercheranno di riconquistare i privilegi perduti. Nella rivoluzione proletaria, questo significa la completa esclusione della borghesia dall’attività politica per tutto il tempo in cui sopravvive come classe. Farlo è del tutto antidemocratico, perché rifiuta l’uguaglianza astratta di tutti i cittadini (l’uguaglianza secondo la legge) che è alla base della democrazia. La dittatura del proletariato non può dare lo stesso status ai membri della borghesia fino a quando la loro vecchia classe sociale non cesserà di esistere.

Oltre a sopprimere i vecchi poteri, la nuova classe dominante dovrà affermare le proprie forme di governo, il proprio Stato. Nella rivoluzione francese del 1789 la borghesia abbandonò gli Stati Generali feudali per formare una democratica Assemblea Costituente. Nelle Rivoluzioni russe del 1917, l’assolutismo zarista cedette il passo prima al governo provvisorio borghese, poi, nella insurrezione bolscevica, al governo proletario dei soviet. I soviet, i consigli operai, furono la forma della dittatura del proletariato, la realizzazione di quello che Lenin chiamava Stato-Comune.

Lo scopo del partito internazionale del comunismo è la costituzione della repubblica mondiale degli operai e non progetti politici che mancano questo obiettivo finale. I partiti della democrazia affermano invece il loro impegno a mantenere lo Stato borghese. I comunisti non hanno nulla da guadagnare nel collaborare con essi, se non facilitare la infiltrazione della ideologia borghese e la repressione della classe operaia. I gruppi “di sinistra” che inseguono la democrazia borghese fraternizzano con il nemico. La repressione contro lo staliniano Partito Comunista Americano alla fine degli anni Quaranta, dopo il suo entusiastico sostegno ai democratici nel periodo del fronte popolare, è uno dei tanti esempi di questa strategia fallita.

Ora non è un momento rivoluzionario. La classe operaia non è organizzata in un proprio partito politico e in sindacati di classe. Nonostante questo i comunisti continuano ad agire all’esterno e contro lo Stato borghese e i suoi scagnozzi politici. Dobbiamo dire ad ogni lavoratore che la democrazia è un sistema orientato contro la nostra classe, che il proletariato ha il compito storico di governare da solo, e che nell’unità del suo movimento detiene la forza per poterlo fare.

Il nostro partito è guidato da un unico corpo di teoria e di pratica che arriva al presente fino dalla pubblicazione del Manifesto comunista nel 1848. Tutta la nostra attività è in accordo con questa continua linea politica, segnata tutta da una serie di tesi invarianti.

Nel momento in cui oggi scriviamo nessuno può dire quali saranno i risultati delle elezioni, ma possiamo già affermare che sicuramente anche se vincerà il democratico Biden cambierà solo la forma ma non la sostanza della politica degli Stati Uniti, sia all’interno sia verso l’estero. Ci sono già delle contestazioni nei conteggi, per le elezioni presidenziali ma anche per quelle del Congresso, dello Stato e locali, che potrebbero trascinarsi fino all’inverno. Ma anche quando i risultati saranno chiari, chiunque vincerà, siamo certi di cosa il nostro partito farà: continuare la battaglia per preparare il potere dei lavoratori, per la rivoluzione, per il comunismo.

Armenia-Azerbaijan - Una piccola guerra imperialista 

Per la quarta volta dal secolo scorso l’Armenia e l’Azerbaigian sono di nuovo in guerra fra loro per il territorio noto come Nagorno Karabakh, o Alto Karabakh montuoso. Considerando i bollettini di guerra di entrambe le parti finora sarebbero andate perse le vite di oltre 5.000 soldati. Una cifra con ogni probabilità gonfiata, specie se si considerano soltanto i militari, ai fini della propaganda di guerra di entrambi i paesi. Ma sappiamo con certezza che in una decina di giorni di combattimenti le vittime militari e civili si contano già in molte centinaia.

Un breve sguardo alla storia del Nagorno Karabakh. Mentre quasi il 90% delle montagne del Karabakh era abitato da armeni la pianura vedeva la prevalenza dell’elemento azero, così nel 1921 la regione fu integrata nell’Azerbaigian sovietico, pur ottenendo lo status di oblast autonomo. Nei decenni successivi del governo “comunista” e “sovietico” nella regione la componente etnica armena è scesa a circa il 77%.

Nel 1988 gli armeni del Nagorno Karabakh dichiararono l’indipendenza proclamando la Repubblica dell’Artsakh e suscitando un conflitto tra Armenia e Azerbaigian, il primo della serie che ha accompagnato la dissoluzione del blocco orientale. La repubblica non ottenne riconoscimento ufficiale da alcun paese, nemmeno dall’Armenia, e alla fine della guerra nel 1994 rimase de facto indipendente. Già nel 2005, in seguito a una “pulizia etnica”, quasi tutti gli abitanti della Repubblica dell’Artsakh erano armeni, dopo aver espulso alcune centinaia di migliaia di azerbaigiani che vivono tuttora in campi profughi.

Ci sono resoconti contrastanti su chi ha lanciato il primo attacco nel conflitto in corso. Indipendentemente da ciò entrambe le parti si sono chiaramente preparate per un’altra guerra. Alcuni rapporti evidenziano come membri del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) intervengano dalla parte armena e come uomini dell’”Esercito Nazionale Siriano”, che fa capo al presidente turco Erdoğan, siano schierati dalla parte azera. Sebbene questo sia negato dagli armeni e dagli azeri, non è difficile credere che entrambe le parti traggano vantaggio da questi incalliti mercenari. Secondo un rapporto del Centro Siriano per i Diritti Umani (un’organizzazione non sempre attendibile), la Turchia avrebbe inviato 1.200 combattenti siriani a sostegno delle forze armate dell’Azerbaigian. La stessa fonte asserisce che riceverebbero una paga fra i 1.500 e i 2.000 dollari al mese.

In ogni caso non solo l’Armenia ha perso numerosi villaggi, ma sia all’interno sia in campo internazionale è messa peggio dell’Azerbaigian. Il presidente Ilham Aliyev, come suo padre e predecessore Nazar, guida la democrazia totalitaria dell’Azerbaigian. Gode del sostegno di una parte consistente della popolazione, anche grazie alle notevoli entrate dello Stato provenienti dalla rendita petrolifera, che ha anche permesso all’Azerbaigian acquisti di armi in vari paesi fra cui Turchia e Israele.

Il primo ministro armeno Nikol Pashinian invece, portato al potere da una ribellione popolare, deve ancora affrontare la sfida delle elezioni, anche se per ora sembra godere anch’egli di un certo sostegno.

Sebbene Stati e organizzazioni come Stati Uniti, Russia, Unione Europea e Nazioni Unite abbiano chiesto la pace, Aliyev gode di un forte e aperto sostegno della Turchia e del Pakistan, così come di un certo appoggio militare di Israele.

Questo sembra un paradosso: lo Stato ebraico in funzione anti-iraniana si schiera dalla parte della Turchia dominata dalla Fratellanza Musulmana, quella di cui fa parte anche il movimento palestinese Hamas, da sempre considerato, a parole, il suo peggiore (o il migliore) nemico.

LL’assetto delle alleanze regionali fa sì che l’Azerbaigian possa contare su una decisiva superiorità aerea. Velivoli da guerra turchi hanno abbattuto due Sukhoi-25 armeni, mentre i droni di fabbricazione turca e israeliana contribuiscono a far pendere la bilancia dei rapporti di forza a favore dell’Azerbaigian.

Anche Macron, che dalla Francia ha espresso critiche sul coinvolgimento turco, non sostiene l’Armenia con la stessa energia con cui Turchia e Pakistan sostengono l’Azerbaigian.

La Russia è tradizionalmente alleata dell’Armenia, ma Pashinian è considerato da Putin un filo-occidentale. Mosca non permetterebbe certo a un paese come l’Azerbaigian, sostenuto dalla Turchia, di minacciare l’esistenza dell’Armenia, ma potrebbe anche consentire alle forze azere di avanzare in Nagorno Karabakh.

Le due successive tregue raggiunte dalle parti con la mediazione russa non hanno fermato i combattimenti e i bombardamenti, anche contro obiettivi civili, provocando numerose vittime. In realtà si è trattato di diversivi per prendere tempo e tornare alle ostilità con rinnovato vigore. Né pare stia dando miglior esito l’ennesimo cessate il fuoco raggiunto sotto l’egida degli Stati Uniti d’America. Negli ultimi giorni l’esercito dell’Azerbaigian è all’offensiva e sembra abbia conquistato alcune città e villaggi di confine e che stia puntando adesso sull’importante città di Shushi, occupata dagli armeni nel 1992.

Indipendentemente da chi risulterà vittorioso, saranno i proletari di Armenia e di Azerbaigian a perdere, i quali non hanno comunque nulla da guadagnarci, sono loro che da una parte e dall’altra crepano al fronte, subiscono i bombardamenti, sono costretti ad abbandonare le loro case e a vivere sotto le tende o all’addiaccio.

Sebbene appaia una guerra tra le nazioni armena e azera, o addirittura sia presentata come una guerra di religione tra cristiani e mussulmani, in realtà si tratta di una guerra tra Stati capitalistici e gruppi di Stati per i loro egoistici interessi e per dividere la classe dei proletari. È una piccola guerra imperialista che ha come scopo principale mantenere al potere bande di politicanti al servizio dell’imperialismo.

La corretta politica proletaria di fronte a un tale conflitto è invitare i proletari soldati di entrambe le parti a denunciare la guerra come imperialista. Senza questo appello, che può essere lanciato solo da un vero partito comunista, i proletari della regione non hanno alcuna speranza di prepararsi alla loro storica vittoria, che è andata dispersa a causa della controrivoluzione staliniana.

Un tempo tutta la regione ospitava un vivace movimento operaio e una consolidata tradizione bolscevica che portò alla formazione di forti partiti comunisti. Oggi il nostro partito, erede della tradizione della Internazionale Comunista a cui questi partiti aderivano, non esiste nel Caucaso. Ma domani lo raggiungerà il nostro richiamo all’internazionalismo proletario e al disfattismo rivoluzionario contro la guerra borghese e per la guerra civile rivoluzionaria.

In Bielorussia preme dietro le scene una robusta classe operaia

In Bielorussia nelle ultime settimane si sono svolte manifestazioni di protesta e si è sviluppato un movimento di scioperi. Il fattore scatenante è stata l’ennesima “vittoria” elettorale del presidente Lukašenko, rieletto per il suo sesto mandato, nonostante la scarsa popolarità, logorata da 26 anni di potere ininterrotto.

Lukašenko, inizialmente considerato “salvatore della repubblica”, negli ultimi tempi ha adottato linee neoliberiste, la privatizzazione di molti enti pubblici, la riforma del sistema pensionistico, l’introduzione di contratti a zero ore, ecc.

Ora la maggior parte dei lavoratori bielorussi vive in condizioni peggiori anche rispetto ai russi e ai polacchi.

Le prime manifestazioni di protesta sono state represse dalla polizia che ha arrestato migliaia di manifestanti. Questo non ha messo fine alle proteste e presto gli operai delle maggiori fabbriche di questo paese, caratterizzato da un altissimo grado di industrializzazione, sono entrati in sciopero.

Se è stato il risultato delle elezioni, giudicate truccate delle opposizioni, a dare il via alle proteste, la loro vera ragione sta nel peggioramento delle condizioni di vita in questi ultimi anni.

Per lunghi anni gli accordi energetici con la Russia hanno assicurato allo Stato bielorusso una rendita per comprare la pace sociale e assicurargli una certa stabilità politica. Una svolta impressa dalla Russia nella politica di approvvigionamento energetico dell’Europa centrale e occidentale, ha stornato una parte degli investimenti dalla Bielorussia, acuendo la crisi economica in questo paese satellite. Per fronteggiare la difficile situazione il governo guidato da Lukašenko ha tentato la strada di maggiore autonomia dalla Russia, accennando ad una qualche interlocuzione con gli Stati Uniti e l’Unione Europea, minacciando di spostare l’asse della propria politica energetica.

Frattanto le condizioni della popolazione bielorussa hanno subito un drastico peggioramento, anche per la revoca da parte dello Stato dei sostegni all’industria e all’assistenza sociale.

L’insorgere del coronavirus ha contribuito a svelare la realtà di una politica governativa determinata a perseguire l’interesse di una borghesia, ancora in gran parte annidata nei meandri dell’alta burocrazia statale. Il governo, fatto gettito del tradizionale paternalismo paludato di assistenza “socialista”, ha ostentato sfacciatamente la sua obbedienza agli interessi dell’economia, ignorando la salute dei lavoratori e della popolazione in genere. Come la Confindustria italiana, il governo ha imposto di tenere aperte le fabbriche esponendo gli operai al contagio.

Prima di tutto la produzione! Questo è il motto del governo del capitale anche in Bielorussia, un paese che su 10 milioni scarsi di abitanti, conta 5 milioni di salariati e ben 2 milioni di addetti all’industria. I proletari, rinchiusi nelle galere del lavoro a salario, con la minaccia di contrarre il virus mortale e costretti a produrre in nome del profitto, spesso hanno subito anche decurtazioni della loro paga che in alcuni casi hanno raggiunto anche il 20%.

La rabbia proletaria si è espressa in scioperi, che non sono rientrati per le vane promesse del governo, incapace di riportare l’ordine con le prediche. Così è partita la risposta statale alle lotte operaie: i comitati di sciopero sono stati sciolti con un’ondata di arresti e il governo il 24 agosto ha disposto una serrata.

Le forze cosiddette “liberali”, che esprimono le aspirazioni della piccola borghesia, pur essendo tutte schierate contro l’attuale regime, sono divise tra chi punta sull’aiuto della Russia e chi dell’unione Europea o degli USA. Questi “liberali”, tanto incensati dai media occidentali, non sono affatto dalla parte dei lavoratori e vorrebbero privatizzazioni ancora più rapide di quelle introdotte dal regime attuale.

Intanto alcune frange più combattive del movimento sindacale stanno cercando di avanzare le richieste della classe operaia, non solo economiche ma anche politiche. Ad esempio i lavoratori della grande fabbrica chimica Belaruskaliy stanno chiedendo una revisione generalizzata dei contratti collettivi.

Bisogna che questo movimento di sciopero, indipendentemente dal destino del Presidente, porti alla formazione di un sindacalismo indipendente sia dallo Stato sia dai movimenti e dai partiti della piccola borghesia, siano essi filo russi o filo occidentali, una organizzazione in grado di difendere le condizioni di vita della classe lavoratrice. E un partito comunista occorre rinasca, ricco all’esperienza di secoli di lotta, a rappresentare gli interessi generali e storici del proletariato, non solo bielorusso ma del mondo intero.

Contro il frontismo politico e le sue illusioni riformiste

Per il fronte unico sindacale di classe e il partito rivoluzionario
Roma-Milano, sabato 24 ottobre

Il processo della crisi economica mondiale del capitalismo, in atto da decenni, è stato accelerato dalla crisi sanitaria e porterà ad un ulteriore grave peggioramento delle condizioni di vita della classe lavoratrice.

L’unico modo che gli operai e tutti i salariati hanno per difendersi è tornare alla lotta, con lo sciopero, unendosi progressivamente al di sopra delle divisioni fra stabilimenti, azienda, territori e categorie, con azioni comuni per i loro interessi immediati: difesa del salario, riduzione della giornata e della vita lavorativa, contro l’aumento dei carichi e dei ritmi di lavoro, per l’elevamento della Cassa Integrazione al 100% del salario per tutti, per il salario pieno ai lavoratori disoccupati, italiani e immigrati.

Affinché ciò avvenga è ineludibile il ruolo degli organismi sindacali. I sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil) sono votati al collaborazionismo con la classe padronale e col suo regime politico, e per questo si opporranno sempre al ritorno alla lotta della classe lavoratrice in modo generalizzato e unito. Ad esempio in queste settimane stanno conducendo le trattative per i rinnovi dei contratti collettivi nazionali categoria di oltre 10 milioni di lavoratori (metalmeccanici, logistica, appalti, industria del legno, agroalimentare, spettacolo, pubblico impiego…) ciascuna per sé.

Le organizzazioni del sindacalismo conflittuale – sindacati di base e opposizioni di classe nella Cgil – nate dalla fine degli anni ’70 in reazione al definitivo tradimento della Cgil, sono invece dirette da dirigenze opportuniste che si fanno una miserevole guerra le une contro le altre, a colpi di scioperi separati e in concorrenza, ostacolando il già arduo compito di rimettere in piedi il movimento operaio.

Compito fondamentale dei proletari combattivi è dunque battersi per l’ UNITÀ D’AZIONE DI TUTTO IL SINDACALISMO CONFLITTUALE E DEI LAVORATORI nella prospettiva di formare, a discapito delle attuali dirigenze, un FRONTE UNICO SINDACALE DI CLASSE.

Bisogna battersi affinché il sindacalismo conflittuale organizzi scioperi unitari a tutti i livelli – aziendale, territoriale, di categoria e intercategoriale – e intervenga in modo unitario nei pochi scioperi proclamati dal sindacalismo di regime – come quello del 5 novembre prossimo di Fiom Fim e Uilm – per indicare ai lavoratori che ancora in maggioranza sono da essi controllati, i metodi di lotta e le corrette rivendicazioni del sindacalismo di classe.

Solo un’azione seria, metodica e duratura in questa direzione consentirà un più rapido ritorno alla lotta della classe lavoratrice e, quando ciò finalmente avverrà, permetterà di disporre di organizzazioni sindacali meno compromesse dall’opportunismo, più facilmente conquistabili da un indirizzo sindacale autenticamente di classe e perciò in grado di potenziare in misura determinante il movimento operaio.

È invece da rifuggire nel modo più risoluto ogni confusione e commistione fra il necessario Fronte Unico Sindacale di Classe e i disparati tentativi di fronti fra gruppi politici, terreno prediletto dei partiti operai opportunisti, che li contraddistingue in quanto tali e in cui sono condannati ad agitarsi impotenti.

Confondere e mescolare il frontismo politico con il fronte unico dei lavoratori non fa che condannare ogni tentativo in tal senso alla vita asfittica di un piccolo mostriciattolo intergruppettaro.

Il riattestarsi di una robusta minoranza della classe lavoratrice intorno al comunismo rivoluzionario non avverrà mai per unioni fra gruppi diversi, costruite sulla base della rinuncia temporanea e ipocrita a parti caratteristiche dei programmi di ciascuna organizzazione, ma solo sulla base da un lato del ritorno all’azione diretta delle masse proletarie in difesa dei loro bisogni immediati, dall’altro della presentazione di una teoria, un programma, un indirizzo tattico d’azione chiari, definiti e a base di partito.

Il partito comunista e rivoluzionario non fa frontismo politico, operazione che si risolve giocoforza nel proporre obiettivi politici cosiddetti “transitori” prima della conquista del potere politico da parte della classe lavoratrice – quali ad esempio le nazionalizzazioni e la patrimoniale – nella frivola illusione che essi la avvicinino alla rivoluzione, e che altro non fanno invece che rafforzare su di essa l’influenza del riformismo.

Il partito comunista e rivoluzionario impegna invece le forze dei suoi militanti lavoratori alla ricostruzione e al rafforzamento del movimento operaio di lotta sindacale e denuncia tutti i fallimenti del capitalismo e del suo regime politico, ribadendo che ogni passo, ogni transizione verso il socialismo, sarà possibile solo dopo la conquista rivoluzionaria del potere politico da parte della classe lavoratrice.

Lockout at Jean Coutu


ICP Leaflet in Quebec Oct. 2020

Lockout at the distribution center

The 680 workers at the Jean Coutu Drugstores distribution center, located in Varennes, Quebec have been without an employment contract since December 31, 2019. On September 24th, they faced closed doors as the employer decided to end negotiations using a lockout to try to undermine the morale of the workers. The Jean Coutu Pharmacy Warehouse Workers Union (CSN) deplores this contemptuous maneuver by senior management since the employees were ready to negotiate and a conciliator had even been added to the file to facilitate the process.

Among other things, the workers at the center are concerned about the call for subcontracting and the non-respect of seniority clauses since the Pharmacies Brunet joined the Jean Coutu “family”. And for good reason, the era is one of multiple work restructurings, of cheap jobs and a decline in the living conditions of the proletariat as a whole, the class that works and produces social wealth. They would like to sell us all the idea of bracelets in order to track us down, like at Amazon, where this bourgeois bureaucracy is today experimenting with ever more sophisticated methods of exploitation.

The lockout, this employer violence

While today all workers can no longer even use the strike as a means of pressure, with decrees and other special laws coming out of the government’s pockets as soon as shareholders’ profits are attacked, the bosses can still legally use the lockout to break our movement. Indeed, it is the right of capital to use its employees as it sees fit. For example, in 2018, the Bécancour aluminum smelter did the same thing with its workers for 18 months, pushing them into misery and financial stress. How do we escape?

The problem of corporatist unionism and regime unions

Nowadays, trade union centers are increasingly becoming bodies of employer co-management. They are called regime unions because they collaborate with the employers to preserve the health of the national economies and the capitalist regime. Also, despite the good will of the union locals and their leaders to lead the struggles in order to make gains, these unions unfortunately come up against a structure that does not favor our social class, let alone the struggle. We are thus grappling with the bourgeois legal structure, its laws, its decrees and especially its financial interests which it tries to protect at all costs. Thus, this legal – and trade union – structure confines us to carrying out our struggles in isolation. For example, two neighboring factories, which would fall into struggle at the same time, will lead the struggle each on their own side. Two different factories, two different labor contracts, two different struggles, sometimes even at the same time? This is the reason why workers are unable to protect their working and living conditions.

Solidarity, the workers’ only lever

The working class is numerically very large. It is the working class that produces the work on which the whole of human society is articulated, and it is therefore the working class alone that is essential. Those who manage production and profit are only parasites that gorge themselves on our blood. The bourgeoisie effectively forces the proletarians to overproduce and generate economic growth in order to create the wealth it monopolizes. This small class holds the means of production and reproduction of our work and it is this class that forces us all to destroy our environment and condemns us to exploitation and misery. Workers are the artisans of the world. The working class represents work – which is the center of our society – and therefore society as a whole. The whole of this class shares the same social interests, the same class interests; interests that are diametrically opposed to those of the bourgeoisie. It is therefore necessary for it to join forces and show solidarity. This is the only way it can have a real impact and make the bosses tremble. Whether it be all public sector workers, represented among others by teachers and nurses, daycare workers, grocery clerks, longshoremen and employees of the Jean Coutu pharmacy distribution center. The workers are in perpetual combat. When it’s not their workplace that is locked out, it’s their brothers and sisters at a local grocery store who are being harassed for taking two minutes too long on a lousy coffee break.

Don’t remain isolated and don’t rely only on your union executive to lead the struggle. Organize as an Autonomous base committee; seek the support of other struggling workers, other combative union locals or workers’ organizations like the Immigrant Workers Center, which recently fought alongside the employees of Dollarama ; also call on solidarity unions like the Industrial Workers of the World (IWW), which knows how to fight offensively and victoriously.

It is numbers and unity that are the real weapons of the workers in struggle.