Partito Comunista Internazionale

Gli alambicchi della democrazia

Categorie: Democratism, Italy, Social Democracy

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A leggere i giornali, sembrerebbe che la democrazia italiana si agiti nelle doglie del parto. Consultazioni dentro e fuori il governo, mozioni alla Camera, convegni e congressi di partiti, progetti, piani di voronovizzazione dell’istituto parlamentare, promesse e parole d’ordine: è tutta una girandola di esperimenti all’alambicco della democrazia perfetta.

Che cosa sta dunque agitandosi nel ventre della repubblica democratica fondata sul lavoro (e voleva appunto alludere, la Costituzione, a questa forma di «lavoro» perfettamente simile all’ozio)? Oh, semplicissimo: stanno maturando le elezioni. E il grande problema non è quello di sfornare programmi che gli elettori sarebbero, domani, invitati ad accettare o a respingere, ma quello di trovare gli accorgimenti migliori per creare oggi, nelle storte e negli alambicchi, non solo il risultato generale – che si sa già, perché non è determinato da «volontà» di elettori, ma da concreti rapporti di forza internazionali -, ma i suoi ineffabili particolari; il problema di stabilire fin da oggi, all’interno della coalizione vincente, la distribuzione preventiva dei posti al parlamento e al senato per non scontentare nessuno e, se possibile, per accontentare tutti.

Al congresso socialdemocratico di Genova non si è parlato d’altro perché nessun altro problema urgeva, e al Viminale, a Montecitorio, a Palazzo Madama, l’argomento fondamentale della discussione rimane quello della «proporzionale corretta» (buon termine de caffè di terz’ordine), della «piccola riforma del Senato» e della liquidazione del referendum (o della sua correzione).

Tutto questo, beninteso non ci interessa per nulla; interessa invece constatare come la democrazia confessi apertamente di non reggersi affatto sulla volontà popolare o sul verdetto della coscienza personale, ma su un gioco centralizzato e totalitario di combinazioni, di fronte al quale il cosiddetto responso delle urne è solo la riproduzione ritardata di un fatto già avvenuto. Andate, con questo, a discutere di sottili differenze fra totalitarismo e democrazia, fra libertà e dittatura, fra democrazia e fascismo. Dopo di averci incasellati nel blocco occidentale, incasellano i «rappresentanti del popolo» negli stalli di Montecitorio e di Palazzo Madama secondo la tecnica delle assemblee delle società anonime o del cerimoniale delle precedenze nelle Corti del buon tempo antico (andate a parlare, dimenticavamo, di differenze fra repubblica e monarchia).

Il guaio è che troppi proletari ancora ci credono, e passeranno questi mesi di attesa delle elezioni nel patema d’animo di chi attende un risultato «ignoto». Eh no! Le elezioni non sono ancora state messe alla Sisal solo perché sarebbe troppo facile indovinarne l’esito finale!