Il ciclo di accumulazione e catastrofe del capitalismo mondiale (Pt. 4)
Categorie: Capitalist Crisis, Economic Works
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I comunisti si vantano di possedere una visione dei fenomeni sociali più generale, più realistica di quella degli altri partiti; essi non limitano la loro critica al modo di produzione attualmente impiantato, ma la estendono al susseguirsi storico delle diverse classi al potere ed ai rapporti giuridici e produttivi che queste mantengono.
Il materialistico dialettico, come riflesso nel pensiero dello scontro delle forze sociali, è la forma che assume la coscienza del partito del divenire storico dei rapporti di tali forze e le tendenze, ciò che ci fa riconoscere nella strapotenza del nemico la sua stessa condanna a morte e nella più periferica, incosciente ed incerta ribellione di pochi proletari la forza che potrà affossarlo. La potenza del marxismo, infatti, a scorno della schiera di preti, teorici, poliziotti e traditori assoldati dal regime, sta nel basarsi sulla realtà: non ha criticato il metodo del salariato perché ingiusto, disumano, violento, ma lo ha accusato di assurgere a vette infernali di ingiustizia, disumanità e violenza perché improduttivo rispetto ai bisogni della specie, e non in assoluto ma relativamente a quanto più efficiente potrebbe un diversamente adeguato articolarsi delle forze produttive già esistenti.
Il capitalismo più sviluppa le forze produttive, più rivoluziona e disciplina le energie lavorative, più assoggetta mediante la scienza la natura alle necessità della produzione, nella stessa misura accumula davanti a sé gli ostacoli da superare per la sua conservazione. La sua “missione storica” (il termine è di Marx e va inteso in senso materiale, ciò che l’ordine delle cose ha determinato che sviluppasse), il suo aspetto storicamente e socialmente utile, il suo progredire è proprio la causa del restringersi delle sue possibilità di sopravvivenza.
Questa contraddizione immanente il modo di produzione in ogni momento del ciclo produttivo e in ogni atto elementare di scambio, si manifesta in forma traumatica nella meccanica delle crisi economiche nelle quali si concentra lo squilibrio accumulato nelle precedenti fasi di slancio produttivo. Le forzature causate dal discostarsi delle leggi economiche dall’armonia delle leggi di natura, come si sarebbero espressi i primi utopisti, arrivano bruscamente al collasso, la crisi violenta distruttrice dirompe per lo squilibrio represso e permette il nuovo raccordarsi delle leggi del capitale alle condizioni del suo mercato, il raggiungimento di un nuovo equilibrio ma diverso dal precedente, permesso solo da una ulteriore crescita qualitativa delle forze produttive, origine e termine di un nuovo ciclo di accumulazione.
Tutto Il Capitale di Marx, che alla riunione non abbiamo fatto altro che riesporre leggendone direttamente alcuni passi, nella potenza della sua struttura è una rappresentazione dell’inferno capitalistico affrontato, con quel metodo scientifico che solo la passione rivoluzionaria permette nei fatti sociali; girone per girone, dai capitoli sulla merce a quelli della riproduzione semplice, giù giù in una gigantesca spirale che comunque converge in un unico imbuto: le crisi sempre più violente, l’impossibilità progressiva dell’accumulazione, dietro cui si affaccia minacciosa la rivoluzione sociale. Il capitalismo è modo di produzione storico questa la conclusione che scaturisce dall’opera gigantesca, schiaffo titanico sul viso di tutti i riformatori. Risanatori delle nazional-economie, nonostante i vostri buoni uffici, morrà.
Il Capitale non descrive il capitalismo in sé, ma nel suo divenire, non quello che è, ma quello nel quale trapassa: disegnare i limiti contro i quali urta il presente modo di vita associato – le forme della produzione – non è altro che tratteggiare le condizioni della distruzione dalle quali si libererà il futuro ordine. Se nel capitalismo il valore di scambio è forzato a coesistere e trova un limite alla sua realizzazione nel valore d’uso, nel comunismo la contraddizione si risolve nella “regolamentazione della produzione in base a un piano determinato in anticipo” e scioglie l’equazione, non mercantile ma oggettiva, fra i bisogni da soddisfare ed il tempo di lavoro sociale necessario per soddisfarli.
Tutti i movimenti rivoluzionari hanno posseduto, ben prima che le loro società si affermassero, una certa conoscenza, in positivo, del futuro assetto sociale per il quale lottavano, magari in forma di mistici avventi di regni divini. Il marxismo ne ha una negativa, descrive il presente infame e marca come non sarà il comunismo, conosce ciò che è necessariamente caduco nella società attuale, avvisa a cosa il moto rivoluzionario dovrà distruggere piuttosto che perdersi nelle congetture di ciò che si pretende costruisca. Tuttavia, per il metodo che impugna, la sua previsione della vita ventura di relazione è indicibilmente più approssimata, più vicina al possibile di quelle dei precedenti riformatori oltre che, ovviamente, della borghesia ormai cieca e superstiziosa anche sul presente.
Il rapporto esposto alla riunione mirava in particolare ad illustrare quale fosse nel marxismo la spiegazione delle cause e degli effetti delle crisi economiche periodiche.
Accumulazione semplice ed accumulazione allargata
A fini di sistematica espositiva Marx distingue la riproduzione semplice dalla riproduzione allargata. Solo la seconda è tipica del capitalismo. Nei precedenti modi di produzione i mezzi di produzione, non ancora capitale, pur producendo plusprodotto, non si accumulano sistematicamente. Basati principalmente sul lavoro agricolo, il numero e la qualità degli attrezzi cresce lentamente, e con essi la produttività del lavoro; finché può restare costante il rapporto fra il numero delle bocche da sfamare, braccia al lavoro e la terra è abbondante, non c’è bisogno di estendere la produzione più velocemente dell’avvento dei nati; cresce l’ampiezza della produzione, non la sua intensità. Solo una variazione d’elementi non immediatamente inerenti alla sfera della produzione può minacciare la conservazione di tali ordinamenti; un aumento demografico nel basso medioevo; un’invasione di merci capitalistiche in Asia. Al loro interno sono regimi statici. Al contrario il capitalismo è un continuo trasformarsi: il moto è nel contempo sua ragione e sua condizione di esistenza, “missione storica” e sua necessità. Genera in sé stesso le condizioni materiali di una nuova società, mentre crea, concentra e educa la classe che gli strapperà le armi il potere.
È il regime della instabilità perpetua, una rincorsa disperata fra il concentrarsi, da un lato di mezzi di produzione sotto forma di capitale; con bardature statali di ferro e di menzogna, dall’altro della miseria di masse proletarie sempre più concentrate e minacciose.
La produzione delle corporazioni declina, quando si rende necessario l’utilizzo contemporaneo di arti diverse ed aumenta d’importanza l’utilità della collaborazione di maggior numero di lavoratori.
La necessità tecnica di concentrare nella stessa unità produttiva uomini, mezzi e conoscenze trovò, storicamente mutata dal passato, la forma di proprietà individuale, dell’accumulazione monetaria; una necessità sociale generale per affermarsi ed esplodere è determinata a fissarsi sul sostegno di forme giuridiche preesistenti statiche ed individuali; il capitalista fa costruire ferrovie, fa creare città, ai suoi occhi tutto e soltanto per il tornaconto. Con lo sviluppo delle produzioni e dei commerci, con il concentrarsi delle fabbriche la persona del padrone svanisce in astratte anonime sigle collettive, che restano però titolari del valore del prodotto, il tornaconto, il profitto.
Ma ormai e sempre di più le conoscenze non hanno più confini fra un gruppo umano e l’altro, la sintesi di diverse civiltà ne accelera i progressi; la ricerca di nuove tecniche produttive, di nuove proprietà della natura, in sé parallela e collettiva, assume invece il carattere di concorrenza, apparentemente unico tessuto connettivo antagonistico fra gli uomini e le nazioni, lotta ad accaparrarsi e privatizzare il progresso sociale.
La selezione naturale fra le aziende però non è più arrestabile: l’irreversibile creazione del mercato mondiale rende impossibile il ritorno ad economie autarchiche del tipo medioevale o d’Asia, come anche nella impossibile e reazionaria prospettiva super-imperialistica. Tutte le aziende hanno bisogno del mercato il più esteso per esitare le loro pletoriche produzioni, sul quel terreno sopravvive l’industria che produce a costi più bassi, che a maggior dimensione e rendimento utilizza le forze naturali e le energie lavorative. Il fine meschino di perpetuare l’accumulazione di profitto spinge l’insieme del capitalismo a rivoluzionare senza pace i processi produttivi e con essi tutti gli aspetti della vita sociale.
La tendenza all’introduzione di nuove macchine, il più razionale uso di queste è una costante del capitalismo; crescono il numero ed il valore del macchinario e diminuisce il numero d’operai necessario a farlo funzionare, aumenta cioè costantemente la composizione organica del capitale, il rapporto fra capitale costante (materie prime e logorio dei mezzi di produzione) e capitale variabile (salari).
Contemporaneamente aumenta la quantità di merci gettate sul mercato.
Da un punto di vista generale, effetto dell’evoluzione del capitalismo quindi è:
1) Potenziamento della produttività del lavoro, con la stessa giornata lavorativa viene via via prodotta molto più ricchezza, merci più a buon mercato, mentre aumenta anche la parte di lavoro che l’operaio al termine della giornata trasferisce non pagato al capitalista. È questa la componente progressiva del capitalismo, benché oggi il pluslavoro se lo appropri il capitale. Che all’operaio per riprodurre la propria forza lavoro occorra un tempo di lavoro (necessario) sempre minore, in assoluto e come frazione della giornata, è condizione indispensabile a qualsiasi ordinamento sociale più elevato: la massa enorme di tempo di lavoro che, già oggi, eccede il necessario alla soddisfazione dei bisogni elementari del lavoratore e della sua famiglia, e che viene utilizzata per il mantenimento di schiere di borghesia e piccola borghesia fannullona, oltre che la folle accumulazione, potrà domani essere indirizzata, non essendo più assillo incombente la sopravvivenza biologica individuale per la grande massa dei lavoratori, verso tutte quelle attività più specificatamente umane, finalmente libere, sia collettive sia individuali, del pensiero e del corpo, così come la natura dell’uomo permette e quindi richiede, in forme ed in misure che oggi sono mascherate anche dalla previsione dell’infame commercio borghese del“tempo libero” e dello “svago”.
2) Rispetto alla medesima grandezza di capitale il valore prodotto (saggio del profitto) diminuisce. Infatti, impiegandosi il capitale in parte sempre maggiore in mezzi di produzione, i quali nel processo industriale si limitano a trasferire immodificato il loro valore al prodotto, ed in parte minore in lavoro vivente producente plusvalore, benché la produttività del lavoro cresca, la produttività del capitale diminuisce. Risulta quindi che evolvendo il capitale isterilisce, diventa meno produttivo di plusvalore e, quindi, per mantenere costante la massa di questo o per accrescerla è costretto da aumentare, e più velocemente, la dimensione del capitale totale messo in movimento, cioè ad estendere la produzione di merci.
La produzione capitalistica è sempre regolata dal risultato alterno dello scontro di queste due tendenze: portare al massimo la massa del profitto con la costante diminuzione della sua produttività specifica.
Le due tendenze inoltre s’influenzano vicendevolmente: un abbassamento del saggio del profitto induce i fabbricanti da un lato a rafforzare la loro posizione individuale sul mercato abbassando i costi di produzione, di solito aumentando ulteriormente la parte di capitale costante, dall’altro, per ottenere la stessa massa di plusvalore ad un saggio più basso sono indotti ad estendere la scala della produzione. Ma, come ben si vede, non appena la miglior tecnica, introdotta come reazione alla caduta del saggio del profitto, si sarà diffusa fra tutti i produttori, il vantaggio di produrre a costi minori diverrà la norma, significando questo una diminuzione nel valore della merce prodotta ed infine un ulteriore abbassarsi dell’inesorabile saggio del profitto.
Questo meccanismo, benché nel processo reale si complichi per fenomeni contrastanti che nel breve periodo possono anche invertire la tendenza storica, sintetizza l’anima infernale che perennemente conturba il panorama internazionale del capitalismo: nazioni che con velocità diverse assurgono a grande potenza concentrando sul loro territorio produzioni e traffici, per poi declinare e passare ad altre il predominio, flusso continuo di capitale da una regione dall’altra, da una produzione ad una concorrente, alternarsi continuo del ritmo dell’accumulazione con il tipico andamento ciclico, sempre terminante con una crisi, arresto nella capitalizzazione del meccanismo produttivo.
È evidente che, poiché la reazione alla caduta del saggio del profitto non ha l’effetto di opporsi, di rallentare il progredire di questo fenomeno, bensì di accelerarlo, l’insieme non può mai raggiungere una condizione d’equilibrio stabile, anzi si può dire che l’unico equilibrio possibile per il capitale è il moto accelerato, soltanto in un continuo estendersi della scala e della intensità della estorsione di lavoro non pagato trova una compensazione, un equilibrio dinamico fra le contraddizioni che lo scuotono. Molti esempi si potrebbero fare dei vari fenomeni che nel capitalismo presentano questo inesorabile andamento demente, che può sciogliersi solo al punto di rottura con la catastrofe.
I mercati sono ingolfati perché troppa merce è stata prodotta? In un regime non capitalistico, pre o post- borghese, la reazione della società sarebbe quella di risparmiare temporaneamente le energie lavorative o di deviarle su altre attività fintanto che l’equilibrio fra ricchezze e bisogni non sia ristabilito.
Nell’attuale modo di produzione questo è impossibile, anzi disastroso. Sembra tanto semplice, immediatamente comprensibile, congeniale alla natura del rapporto fra la sussistenza umana e l’ambiente ospite, eppure ad avanzare tale ipotesi non si trova né voce di economista né programma di alcun partito, dai destrismi agli opportunisti super radicali. A sostenere tale necessità in questo frangente di controrivoluzione oggi sono pochi comunisti stretti attorno al nostro nucleo di partito. E non a caso: questo elementare provvedimento è la morte del capitalismo, il succo del programma economico immediato della rivoluzione: disinvestire capitale, smantellare produzioni inutili.
Il terrore, che come campana a morte, tale proposta suscita in tutti i difensori dell’ordine, nazional-comunisti in testa, nasce dal riconoscere in essa la voragine nella quale il regime sta precipitando e la minaccia del muoversi del proletariato per quella esigenza indilazionabile.
Nel capitalismo un ingolfamento dei mercati, e per questo è stato rivoluzionario, non agisce da freno allo sviluppo tecnologico, ma da acceleratore: bisogna diminuire i costi unitari, introdurre macchine più veloci, aumentare la produzione; nuovi contesi mercati si aprono e sono inondati di merci, fino a che il fenomeno non si riproduce a dimensioni ancora più grandi, coinvolgendo più settori produttivi, tutte le regioni del mondo.
Il guaio per il capitalismo è che non può tornare indietro, ridimensionarsi. Ogni nuova scoperta, ogni ingegnosa miglioria nelle tecniche produttive non può essere cancellata, diviene, loro malgrado patrimonio non più dei capitalisti, ma perenne dotazione sociale, e per assurdo, è proprio la sfrenata concorrenza fra privati per la proprietà privata a diffondere e socializzare le scoperte ed a renderne irreversibile l’utilizzo generale. Obbligato quindi il capitale, in contrasto con la angustia mentale e codardia tipica del singolo borghese, a proiettarsi perennemente nel futuro, il suo procedere non può che compensare la troppa estensione con nuovo allargarsi, la troppa velocità con un’accelerazione, l’eccesso di capitale costante con l’acquisto di, magari nuovo, ma capitale costante, la sovrapproduzione con ulteriore produzione, il sottoconsumo del proletariato, che mai potrà consumare tutte le merci prodotte, con nuova proletarizzazione.