Partito Comunista Internazionale

Il ciclo di accumulazione e catastrofe del capitalismo mondiale (Pt. 5)

Categorie: Capitalist Crisis, Economic Works

Articolo genitore: Il ciclo di accumulazione e catastrofe del capitalismo mondiale

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Produzione e consumo

Il capitalismo, abbiamo visto, è caratterizzato da una continua evoluzione della quantità e della intensità del suo modo di produrre alla quale corrisponde una opposta costanza delle forme giuridiche, dei rapporti di produzione nel quale la società è incardinata.

Marx, quando parla della vendita della forza-lavoro, afferma: «Il rapporto capitalistico durante il processo produttivo si rileva soltanto perché esso in sé esiste nell’atto della circolazione, nelle differenti condizioni economiche, nelle differenti condizioni economiche fondamentali in cui si contrappongono compratori e venditori, sul loro rapporto di classe» (Il Capitale, Vol.2, I.I.I).

Il capitalismo si definisce come rapporto fra gli uomini ed i mezzi di produzione, fra proletariato e monopolizzatori dei mezzi di produzione, prima del processo produttivo con la vendita della forza-lavoro, dopo nella ripartizione del plusprodotto fra le classi dominanti e nella distribuzione della ricchezza. In questo senso: «il processo di produzione appare solo come interruzione del processo di circolazione del valore capitale» (Vol.2, I.I.III). Anche da qui la nostra tesi che il regime da abbattere è asserragliato fuori dalla sfera della produzione immediata, fuori dalle fabbriche.

Parimenti tutto il processo s’inceppa periodicamente non per l’insorgere di difficoltà tecniche relative ai sempre più complessi processi produttivi, seppure sia infernale per i proletari il lavoro nelle galere capitalistiche, ma per la non rispondenza di questa produzione giganteggiante con la quantità di proletari che si offrono sul mercato e con la possibilità delle diverse classi di acquistare i mezzi di sussistenza prodotti. Nonostante la storicamente dimostrata caduta tendenziale del saggio di profitto il ciclo del capitale, per quanto riguarda il solo processo produttivo, potrebbe continuare all’infinito. Nel momento in cui la produzione si arresta gli impianti sono, infatti, al massimo della loro efficienza e capacità e chiedono solo di essere messi in movimento. Lo stesso per quanto riguarda la disponibilità di capitali. Capitali ce ne sono anche troppi, basterebbe che si… investissero (Investiamoli! suggerisce, trionfante per la tautologia discoperta, l’imbecillità opportunista). Ma il marcio non è lì: in teoria, da un punto di vista materiale, almeno fino ad esaurimento delle materie prime e dell’energia dei proletari del mondo, sarebbe possibile andare avanti in questa demente orgia produttiva, tanto è vero che in certi settori di particolare pestilenza già la produzione urta contro i limiti delle stesse leggi di natura.

La caduta del saggio di profitto ha come effetto immediato il dilatarsi della massa di capitale, nella grandezza che la storia ha mostrato, non essendo data alcuna misura né sociale né naturale; l’illusione del capitale è di produrre al solo fine di produrre. Il brusco risveglio si ha, quando le montagne di merci invendute protestano energicamente che una merce che si rispetti (sul mercato), prima o poi, deve servire a qualcos’altro che non sia la produzione stessa, che dal ciclo del capitale si esce solo con il lasciapassare del valore d’uso.

Da notare che l’utilità di una merce non è un dato assoluto, benché il capitalismo crei in continuazione nuovi e più estesi bisogni, anche del proletariato, la parte del reddito destinato al consumo individuale cresce, (quando cresce) in proporzione di gran lunga minore alla massa del plusvalore estorto. La sproporzione nasce quindi fra una mostruosa macchina produttiva di ricchezza (a parte la nostra critica di cosa e come viene prodotto) ed una massa di lavoratori che da questa ricchezza sono, e nel capitalismo saranno sempre, inesorabilmente separati. Per definizione il plusvalore si trasferisce al di fuori del proletariato. La spersonalizzazione del capitale e la concorrenza a coltello limitano inoltre anche la quota del plusvalore che l’industria può permettersi di distribuire al consumo improduttivo delle classi dominanti.

L’opportunismo si lamenta coi compari per le “Cattedrali nel deserto” (ci vorrebbero piccole canoniche intorno ove sarebbe più facile arraffare elemosinucce). Ma tutta la macchina produttiva capitalistica è una “cattedrale” che si è fatta il deserto intorno, che sottomette e centralizza in sé tutte le meno agguerrite unità produttive, concentrando in sé il mezzo ed il fine del suo movimento.

Quando la sovrapproduzione mondiale ha raggiunto un determinato livello, basta un niente, un fatto anche accidentale per innescare la crisi, un’imprevista oscillazione della domanda, un’alternanza stagionale ed il panico si diffonde improvviso fra gli agenti del capitale. Improvvisamente ci si rende conto che la enorme massa di merci già prodotta non potrà essere venduta al suo valore, che non ha valore, che i giganteschi impianti non potranno mai funzionare a regime tutti, contemporaneamente. Ma è solo grazie a quest’illusione che il capitalismo ha potuto procedere fino a quel punto e cerca di spingere ancora l’accumulazione anche quando i primi sintomi della sovrapproduzione si sono manifestati. È questa la situazione attuale. La prima reazione dei fabbricanti è di nascondere le difficoltà ai creditori, alle banche dal fido delle quali dipendono, di accelerare la produzione per abbassare i costi unitari e ritagliarsi un po’ di mercato.

Alla domanda, rivolta ad un agente di cambio dal giornale La Repubblica il 10 giugno, circa lo stato attuale dei bilanci delle imprese, quello risponde: «Malissimo. Molte aziende per procurarsi il denaro di cui hanno bisogno spendono l’8-10% del loro fatturato. In queste condizioni è impossibile che possano stare in piedi. Fino a quando riusciranno a farlo, nasconderanno le loro colossali perdite fra le pieghe dei bilanci, poi salteranno. E non sto parlando di piccole e medie imprese, ma di alcune fra le maggiori società del paese». È chiaro che tali imprese non solo stanno già producendo al di sotto del profitto medio, non solo al di sotto del tasso d’interesse bancario, ma addirittura con profitto negativo se vogliono accedere al mercato. È evidente che solo grazie all’intervento del credito finanziario che la situazione è così drammatica, ma anche che proprio per il suo intervento ha potuto trascinarsi tanto avanti.

Per mezzo del credito, infatti, non solo si può produrre prima e senza che esistano i compratori, ma si permette anche di utilizzare mezzi di produzione e materiali prima che esistano i loro equivalenti, sottratti alla società in cambio solo della speranza della continua folle espansione capitalistica. Si produce con capitali il cui valore ancora non è stato prodotto, inventando capitali, barando al gioco dello “scambio onesto” che è troppo angusto, ogni capitalista fidando d’aver terminato il suo ciclo prima che lo scandalo esploda. Tutti gli agenti del capitale hanno quindi un comune interesse a mollare i freni al carrozzone a misura che la china si trasforma in precipizio, né, del resto, potrebbero fermarlo, anche se volessero.

Il credito è lo strumento ultimo e più perfezionato del capitalismo nella illusoria tendenza ad emanciparsi dai suoi stessi limiti, del mercantilismo, dello scambio fra equivalenti.

È nel contempo la disfatta del principio liberistico per i quali i bisogni dei cittadini eserciterebbero una severa azione di selezione sui traffici capitalistici imponendo quella proporzione fra le varie branche produttive rispondente alla “domanda”. Non solo terribili crisi mondiali – maledette certo da tutti – sono scoppiate ed hanno avuto l’epicentro proprio nei paesi ove tale dottrina più rigorosamente informava la legislazione commerciale, ma è risultato all’evidenza che la fame di plusvalore ha dittato anche sulla natura della “domanda”, ritenuta sovrana modellandola a seconda dei suoi stravaganti bisogni.

Il credito si occupa, trasferendo capitale da un ramo all’altro secondo le evoluzioni del saggio particolare del profitto, di rendere contemporanea la crisi in tutte le sfere produttive ed in tutti i paesi. Non si tratta più, come può accadere, di sovrapproduzione di una determinata merce ma sovrapproduzione di merci, cioè di capitale – merce che non può proseguire la sua metamorfosi. È sovrapproduzione di capitale.

Date le particolari condizioni del mercato si manifesta improvvisamente la sproporzione fra la massa del capitale e la scala ristretta della riproduzione. Solo una parte del capitale esistente può continuare a produrre plusvalore, mentre una aggiunta di nuovo capitale avrebbe l’effetto, provocando il crollo dei prezzi, di ridurre la massa del plusvalore anziché accrescerla. La congiuntura per il capitalismo non ha via d’uscita, stretto da un lato dalla minore produttività del capitale, dall’altro dalla necessità di contrarre la scala della produzione. Gli effetti non possono essere che: drammatico crollo del saggio del profitto e parziale distruzione del capitale inutilizzato.

Distruzione di mezzi di produzione anche per il semplice fatto di restare inutilizzati o perlomeno sospensione della forma di capitale.

Le obbligazioni, le azioni ed in generale i titoli di proprietà su quote del plusvalore futuro perdono il loro prezzo di mercato in misura che tali futuri redditi perdono di certezza.

Il capitale che trovasi nella fase di capitale-merce, se lo si vuole trasformare in capitale-denaro, lo si deve scambiare ad un prezzo che è solo una piccola parte del reale prezzo di produzione: il capitalismo, nel periodo precedente la crisi ha assorbito una quantità di tempo di lavoro esorbitante il “socialmente necessario”; nella crisi la proporzione è ristabilita violentemente con lo scambiare la massa delle merci sovrabbondanti soltanto contro il corrispondente del “necessario sociale”.

Il capitale che trovasi nella forma di denaro, se oro od argento cessa semplicemente di circolare come capitale, di scambiarsi contro mezzi di produzione e forza-lavoro e si fissa come depositario di valore. Ma banconote a corso forzoso, titoli commerciali trovano la loro misura nella garanzia del loro funzionamento, nella circolazione stessa. La catena dei pagamenti, per l’insolvenza di capitalisti e commercianti si spezza. Con la perdita di valore delle merci svanisce anche il valore dei titoli di credito garantiti su queste merci. Il capitalismo si accorge improvvisamente del gigantesco bluff internazionale che per anni ha montato col sudore di milioni e milioni di proletari.

Con l’evolversi del regime, le strutture nazionali e mondiali si sono specializzate nel ritardare il momento della crisi sia economica sia sociale, nel rilanciarsi la bomba innescata al di sopra delle frontiere. Il successo imperialistico non è mancato, tanto è vero che, a prezzo dell’oppressione bestiale di masse enormi di proletari e semi-proletari, i periodi fra crisi e crisi, come già notava Engels, si sono prolungati, ma tanto più terribili si sono manifestate in questo secolo, fino ad assumere l’aspetto di vere e proprie catastrofi mondiali del regime capitalistico. La massa di capitale in eccesso è di così mostruose dimensioni che solo uno specifico e organizzato intervento distruttivo, concertato fra tutti gli Stati, può ristabilire l’equilibrio. Solo nel capitalismo le guerre sono così immediatamente mezzo di produzione, integrate nel suo ciclo ormai a ritmo semisecolare.

La crisi economica purtroppo, con le distruzioni che comporta, non segna, di per sé, la fine del capitalismo. La dottrina insegna e la storia ha dimostrato che la crisi, culmine e crollo dopo un abnorme periodo d’euforia produttiva, è anche la premessa materiale per adeguare le condizioni della produzione, del mercato e della disponibilità della forza-lavoro, ad iniziare un nuovo ciclo col saggio di profitto abbassato, adeguato alle rammodernate strutture produttive.

Marx nella terza sezione del terzo libro, che curò di ultimare personalmente, ove considera la legge della caduta del saggio del profitto con le sue contraddizioni cioè, il cuore infame del capitalismo, avverte che: «Il rallentamento sopravvenuto nella produzione avrebbe preparato – entro limiti capitalistici – un ulteriore aumento della produzione. E così il ciclo tornerebbe a riprodursi. Una parte del capitale, il cui valore era diminuito in seguito all’arresto della sua funzione, riguadagnerebbe il suo antico valore. Ed a partire da questo momento il medesimo circolo vizioso avrebbe ripetuto con mezzi di produzione più considerevoli, con un mercato più esteso e con una forza produttiva più elevata”. La sottolineatura è nostra.

L’esempio più significativo è quello della crisi del 1929 che, trascinatasi con alterne vicende, trova la sua soluzione internazionale nella guerra. Oggi il ciclo allora iniziato volge al termine e gli sconvolgimenti economici attesi sono di simile profondità.

Ma i falsi partiti marxisti e comunisti che dirigono le masse operaie sono scesi al di sotto della dottrina socialdemocratica dello sviluppo progressivo e pacifico. Di fronte all’evidenza della crisi, della quale, fino ad ieri escludevano anche il ritorno, pretendono di mettere a disposizione della borghesia la teoria economica marxista per lo scopo opposto a quella per cui nacque, vogliono “fare uscire il paese dalla crisi”. Noi sappiamo che il capitalismo mondiale uscirà sì dalla sua terribile crisi periodica, ma con distruzioni immani, mettendo i proletari alla fame.

La piccola borghesia si terrorizza, maledice lo sviluppo tecnico, il ricambio internazionale delle conoscenze, esprime previsioni apocalittiche nelle quali la sua rovina come cortigiana del capitale è assunta come fine medesimo della civiltà. Implora il capitale di frenare la sua corsa. Veramente vorrebbe frenare proprio tutto: frenare i consumi e fermare le nascite, che altrimenti saremmo in troppi e rischia di mangiare meno, frenare la produzione, ma non i suoi redditi che da questa le provengono, frenare l’eccesso di libertà insieme l’eccesso d’autorità, insomma prospetta un “medioevo prossimo venturo” fatto di tanti bunker ove, abolito per legge il mercato mondiale e con una riserva di manzo in scatola, possa aspettare rintanata al calduccio che la grandinata atomica tra i giganti imperialistici sia passata.

Al proletariato, ovviamente, tale prospettiva è preclusa dalle cose (e anche dalla stessa piccola borghesia naturalmente). Nella fase attuale il capitalismo sta cercando di ritardare l’esplodere della crisi, il blocco della produzione, il crollo verticale dei prezzi, milioni e milioni di disoccupati. Accordi internazionali fra Stati borghesi, divisi su tutto, sono d’accordo nel ridurre la parte del capitale in salari a parità di tempo di lavoro assorbito, mentre, ne parliamo anche in altra parte di questo numero di giornale, i sindacati traditori si mettono in prima fila per dare all’uopo il loro contributo di quinte colonne.

Tocca al proletariato rispondere fin da ora sul terreno economico, colpo su colpo, perché rinunciare oggi “perché c’è la crisi” costituirebbe grave ipoteca sul movimento, quando, chiuse le fabbriche nel pieno del crollo o alla sua conclusione, si tratterà di difendere la vita stessa del proletariato contro l’apparato politico e la disciplina militare internazionale del capitale, per disarmare una volta per sempre i suoi guardiani.