Il ciclo di accumulazione e catastrofe del capitalismo mondiale (Pt. 6)
Categorie: Capitalist Crisis, Economic Works
Articolo genitore: Il ciclo di accumulazione e catastrofe del capitalismo mondiale
Questo articolo è stato pubblicato in:
La prima fu la sterlina a svalutare nel 1967: stavolta sarà il franco a segnare un altro significativo passo nel declino dell’economia delle vecchie potenze imperialistiche. E come allora protagonisti al di sopra degli imperialismi già massimi inglese e francese sono le più dinamiche o più estese potenze, l’americana e la tedesca, che in realtà si urtano. Gli sconquassi che ormai con continuità i flussi di dollari provocano a Londra, Parigi e Roma tendono sempre più a divenire episodi, scontri d’avanscoperta in terra povera della contesa per la sopravvivenza imperialistica degli Stati Uniti contro la risorta Germania occidentale. Obbiettivo reale degli americani all’immediato è costringere il Marco alla rivalutazione. La contrapposizione tedesca-americana è il risultato necessario, dal partito previsto, dello sviluppo capitalistico di questo dopoguerra: prima venti anni nei quali con impressionate velocità si ricostruiscono le potenze giapponese e germanica, l’imperialismo USA spadroneggia rapinando in tutto il mondo. Dal 1967, quindi, il capitalismo è entrato nella fase nella quale si sarebbero manifestati i sintomi della attesa crisi di sovrapproduzione, premessa oggettiva della storica e mondiale pedata proletaria a tutto l’odierno marciume.
Crisi monetarie da allora si ripetono in continuazione, regolarmente spazzando via i vari accordi fra Stati, tariffari, commerciali o monetari (ultimo il “serpente” che i tedeschi, già loro primi garanti, sono costretti a mollare come inutile fardello nella tempesta). Guai ai deboli, quando va male ogni “economia nazionale” bada a salvarsi affogando i fratelli.
L’aumento del prezzo del petrolio intervenuto alla fine del 1973 causa un forte drenaggio di plusvalore dai paesi che ne sono sprovvisti. La spinta dell’inflazione e la brusca caduta del saggio del profitto che ne deriva squilibrano ed esasperano la concorrenza internazionale a tutto vantaggio degli Stati Uniti che battono la moneta mondiale.
Dopo due anni di crisi internazionale ne esce netta la contrapposizione tra temporanei vincitori e vinti. La misura del distacco è segnata da colossali deficit o surplus delle bilance dei pagamenti. Nel 1976 chiuderanno in attivo, oltre ai paesi produttori di petrolio, soltanto Stati Uniti, Repubblica Federale, Giappone, Svizzera, Olanda e Belgio; tutti gli altri paesi industrializzati accuseranno in complesso un deficit nell’anno di 11 miliardi di dollari; i non industrializzati di 43 miliardi. La copertura di tali ammanchi è stata operata quindi con prestiti concessi dai tre maggiori, segnatamente da banche americane che ci guadagnano il controllo del mercato monetario; l’Italia è oggi, per esempio, debitrice dall’estero di 16 miliardi di dollari, la Francia di 18.
In questo dopoguerra di fetido benessere, dopo la non lieve crisi a passo decennale in USA del 1958 ove in 10 mesi la produzione industriale crollò del 15%, il primo paese industrializzato a denunciare recessione produttiva fu, non è un caso, proprio la Germania occidentale nel 1967, nella quale, dal novembre ’66 all’agosto successivo la produzione crolla del 19%. Francia, Gran Bretagna ed USA rallentano soltanto il ritmo. Due anni di ripresa ed è la recessione del biennio 1970-71, più grave in America, ma quasi tutto il mondo ne risente. Ivi meno 4% fra il 1969 e 1970.
Seguono ancora due anni di slancio produttivo, quasi un boom nel 1973. È il segno dello scatenarsi dell’inflazione a ritmi sconosciuti: i prezzi all’ingrosso sono cresciuti in USA del 14% nel 1973 e del 19% nel 1974, in Italia del 18% e del 41% (!), in Giappone 16% e del 31% (!). Bisogna risalire agli anni della guerra per ritrovarne di maggiori. Il fenomeno inflativo continua velocissimo nonostante la brusca recessione del 1974-75.
Infatti anche stavolta lo slancio produttivo ha breve durata: il primo paese ad interrompere la ripresa sono gli Stati Uniti nel settembre 1973, a novembre Germania, Gran Bretagna e Francia; l’industria giapponese continua invece ad espandersi fino al marzo, mentre quella italiana fino all’ottobre successivo regge.
La recessione colpisce tutti i paesi del mondo occidentale, compresi, finalmente la prova storica attesa, il paradiso socialdemocratico svedese e la ricca Svizzera. Il fondo della recessione si raggiunge nel luglio-agosto del 1975. Notevole è il terreno perduto: meno 9% la produzione in America e conteggiata fra le medie annue del ’74 e del ’75; -10% in Italia; -5% in Gran Bretagna; -11% in Giappone; -5% nella RFT. Non sono ancora ritmi “tipo 1929”, circa la metà (e per un solo anno di calo) ma da allora di gran pezza i peggiori. Corrispondentemente alto è il numero ufficialmente riconosciuto dei disoccupati che arriva all’inizio del 1976 al milione in Francia, due milioni in Italia, 1,4 milioni nella Repubblica Federale, un milione in Giappone, 1,4 in Inghilterra, 8 negli USA.
Prossimi necessari studi del partito sull’evoluzione della crisi tratteranno dei flussi monetari e di capitali. Qui riportiamo un prospetto degli incrementi percentuali delle produzioni industriali che ben evidenzia gli ultimi cicli brevi del capitalismo mondiale. Contrassegnati in nero gli incrementi denuncianti recessione o stagnazione. I dati provengono dai quadri statistici tradizionalmente curati dal partito e dai bollettini ONU.
| Gran Bretagna | U.S.A. | R.F. Tedesca | Giappone | Francia | Italia | |
|---|---|---|---|---|---|---|
| 1964 | 8,0 | 6,0 | 8,0 | 16,0 | 7,0 | 2,0 |
| 1965 | 3,7 | 8,5 | 5,6 | 3,4 | 1,9 | 4,9 |
| 1966 | 0,9 | 9,6 | 1,8 | 13,3 | 6,4 | 11,2 |
| 1967 | 0,9 | 0,8 | -1,8 | 19,1 | 3,4 | 7,6 |
| 1968 | 5,3 | 4,7 | 12,3 | 17,3 | 4,2 | 6,3 |
| 1969 | 2,5 | 4,5 | 12,5 | 16,8 | 13,6 | 2,9 |
| 1970 | 0,0 | -3,8 | 6,6 | 13,6 | 6,4 | 6,8 |
| 1971 | 0,0 | 0,0 | 2,0 | 3,0 | 4,0 | 0,0 |
| 1972 | 2,5 | 8,0 | 3,9 | 6,8 | 7,7 | 3,9 |
| 1973 | 7,6 | 9,3 | 6,7 | 15,5 | 7,1 | 9,6 |
| 1974 | -3,5 | -0,9 | -1,8 | -2,4 | 2,5 | 5,2 |
| 1975 | -4,7 | -8,6 | -5,4 | -11,3 | … | -10,0 |
| 1976 feb. | 0,9 | 8,6 | 7,6 | 12,7 | … | 3,6 |
Si direbbe un ritmo alterno del periodo di poco più di 4 anni, anni di crisi sono infatti stati: 1966-67; 1970-71; 1974-75. Limitandoci ad estrapolare meccanicamente questo periodo all’indietro possiamo osservare come vengano a cadere “in fase” quasi tutte le crisi o stagnazione produttive di questo dopoguerra: 1948-49 recessione nella vittoriosa America; 1952-53 crisi in Gran Bretagna e Francia, solo stagnazione nelle sconfitte Italia e Germania; 1957-58 (stavolta il periodo è di cinque anni) crisi in USA e Gran Bretagna, rallentamento nella Repubblica Federale e in Giappone; 1961-62 stagnazione di nuovo in USA e Gran Bretagna. Successivamente, in cadenza, le tre maggiori crisi internazionali avanti delineate.
Non è mancato a questo punto il mastodontico Istituto di ricerca statunitense che in onore a metodo empirico caro alla borghesia anglosassone, l’estrapolazione invece l’ha fatta in avanti: 1974 più 4 e si arriverebbe più o meno al 1978.
Un fatto è certo: nemmeno i borghesi osano più soltanto sperare in un futuro di piano e progressivo sviluppo economico e quindi sociale: la crisi del 1975, seppure profonda, è stata troppo beve per poter risolvere le contraddizioni accumulate in trenta anni di folle produzione in tutto il mondo. A fronte dell’immensa massa di merci invendibili già prodotte il capitalismo ormai ha bisogno di ben più drastiche distruzioni per poter riprendere lo slancio. Nell’imperialismo le crisi vanno aggravandosi ed estendendosi, come sappiamo dalla nostra teoria, dall’esperienze passate e come pure conferma il crescendo in profondità e generalizzazione delle tre appena passate.
Lo stesso meccanismo internazionale di dominio imperialistico col controllo statale sulle monete ha potuto ripetutamente ritardarne l’esplosione per ora scaricando sui paesi economicamente più deboli la necessità della contrazione produttiva e del mercato. Ma ha solo esasperato il fenomeno e non per molto. Dopo la recessione culminante nel 1975, l’attuale ripresa produttiva tende a far emergere soltanto i capitalismi più pestilenziali, si manifesta in forme stentate e deformi tali da escludere che si tratti dell’inizio di un nuovo ciclo economico nel quale il mercato torni ad una nuova espansione: al contrario, tutto fa pensare ad uno slancio effimero. In America l’espansione economica globale è stata del 9,2% nel primo trimestre dell’anno ma solo 4,4% nel secondo. I disoccupati nel giugno erano 7,5 per cento della forza lavoro ed un decimo di più nel luglio. In Germania, nonostante la ripresa, la disoccupazione si mantiene alta e si rimpatriano gli emigranti.
In tutti gli altri paesi, i tassi d’interesse delle banche centrali sono molto alti: 9% in Belgio, 9,75% in Francia, 11,5% in Gran Bretagna, ancora di più in Italia, significando che questa ripresa non è il portato di nuovi investimenti di capitale (e per fortuna! ma l’opportunismo piange…) e non si verifica quella sostituzione su tutta la superficie produttiva dell’esaurito capitale fisso come all’inizio di ogni nuovo periodo di accumulazione. Al contrario, non sono utilizzati pienamente nemmeno gli impianti esistenti, i disoccupati alimentano il lavoro nero tenendo chiuse le fabbriche.
Gli enormi passivi della bilancia dei pagamenti dei paesi meno ricchi sono il limite contro cui urtano le stesse esportazioni dei più floridi, ed i nuovi aggiustamenti monetari e il fallimento degli accordi europei stringeranno ancora più stretto il cappio commerciale intorno alla Germania occidentale. Questo paese è un concentrato delle contraddizioni del più marcio capitalismo: con la bilancia dei pagamenti in attivo da più di venticinque anni trabocca di capitali, ma non può permettersi di aumentare i consumi (orrore!) minacciato com’è dalla diabolica inflazione, disoccupazione al 6% della forza lavoro, ed è il paese più ricco del mondo, invidiato da borghesie ed opportunisti stranieri.
La Germania, pur dimezzata, è già troppo angusta per contenerne l’infernale capitale. L’incognita terribile della storia è: saprà la ripresa del moto proletario nel cuore dell’Europa procedere lo scioglimento militare della crisi capitalistica mondiale? Alcune esplosioni di meravigliosa collera di classe sembrano preannunciarlo.