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La crisi del gas svela l’impotenza del capitale europeo: ambizioni sostenibili al lumicino

Categorie: Capitalist Crisis, Europe, Russia

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L’Unione Europea, in preda alle contraddizioni intrinseche del capitalismo, si trova oggi a fronteggiare un
a crisi che non è solo economica, ma profondamente strutturale. Il recente rapporto della Commissione Europea, intitolato “Il futuro della competitività europea”, mette in luce con evidenza brutale le criticità che paralizzano questa regione: la dipendenza energetica, il crescente ritardo tecnologico e le carenze in materia di sicurezza e difesa. Tuttavia, ciò che il rapporto non coglie è la natura irrimediabile di queste contraddizioni, figlie di un sistema economico che non può più garantire sviluppo senza acuire le proprie stesse crisi.

Quando l’URSS faceva affari

Nel 1964 fu avviato il complesso progetto per lo sviluppo dell’oleodotto Druzhba (50 Mt/y), destinato a rifornire i paesi del blocco orientale. Per servire invece l’Europa occidentale, tra il 1982 e il 1984 venne completato il gasdotto Urengoy-Pomary-Uzhhorod (100 Gm3/y), noto anche come Bratstvo, che integrava la rete sovietica di gasdotti, già parzialmente operativa dal 1973, con una connessione diretta verso l’Europa occidentale. L’inaugurazione ufficiale si tenne in Francia, ma solo dopo un lungo negoziato conclusosi nel febbraio del 1978 con l’accordo di trasportare 13,6 Gm3/y di gas attraverso la Cecoslovacchia. La celebrazione del nuovo gasdotto avvenne proprio mentre l’Occidente aveva necessità di sostituire il gas iraniano a causa della caduta della dinastia Pahlavi.

Negli anni ’80, l’amministrazione Reagan cercò di persuadere i paesi europei, attraversati dal nuovo sistema di gasdotti sovietici, a impedire alle aziende coinvolte nella costruzione l’accesso all’acquisto di forniture e componenti necessari per il gasdotto e le infrastrutture correlate. Reagan temeva che un’infrastruttura per il gas naturale in Europa, controllata dal Cremlino, avrebbe aumentato l’influenza dell’URSS non solo nell’Europa orientale, ma anche in quella occidentale. Per questo motivo, durante il suo primo mandato, tentò – senza successo – di bloccare la costruzione del primo gasdotto tra l’URSS e la Germania. Nonostante queste pressioni, il gasdotto fu realizzato, favorendo la crescita di grandi aziende russe del gas come Gazprom e aumentando la produzione di combustibili fossili in Russia. La fornitura di gas al mercato europeo, infatti, è cresciuta notevolmente dagli anni ’90 in poi.

Il gas africano

Nel frattempo, negli anni Ottanta l’Italia andava completando il gasdotto Transmed (30 Gm3/y) che porterà gas algerino attraverso la Tunisia, fornendo una quota significativa di gas nel sud Europa, rappresentando uno dei maggiori corridoi di importazione di gas non russo. In aggiunta, nel 1996 fu completato il MEG (12 Gm3/y), Maghreb-Europe Gas Pipeline, che fornirà Spagna e Portogallo, attraversando il Marocco.

A rifornire l’Italia si aggiungerà, nel 2004, il gasdotto Greenstream (8 Gm3/y), benché a partire dalla caduta del regime di Gheddafi questa linea subirà interruzioni a causa dell’instabilità politica del paese.

A causa della crisi diplomatica fra Algeria e Marocco nell’agosto del 2021, l’Algeria ha chiuso i rubinetti del MEG. Tuttavia il gas ha continuato a fluire dall’Algeria alla Spagna attraverso una variante della pipeline inaugurata nel 2011, la Medgaz (10.5 Gm3/y), che collega direttamente Beni Saf a Almeria.

La Norvegia

La produzione di gas in Europa è sempre stata molto al di sotto del fabbisogno, tuttavia il gas norvegese, viene distribuito in Germania attraverso due pipeline: la Europipe I (18 Gm3/y), inaugurata nel 1995, e la Europipe II (24 Gm3/y) inaugurata nel 1999.

La Norvegia da questa situazione di instabilità ha tratto enorme beneficio. Nel periodo 2022-2023 l’Unione Europea ha effettuato pagamenti che ammontavano a 50 miliardi di euro, circa tre volte la media del periodo 2017-2021, principalmente a causa dell’aumento dei prezzi dal momento che l’incremento del volume importato è soltanto di due terzi.

Nuovi gasdotti

Nel 2003 Eni e Gazprom costruirono il Blue Stream (16 Gm3/y), un gasdotto per trasportare gas dalla Russia alla Turchia attraverso il Mar Nero. Nel 2006 veniva completata la linea Yamal (33 Gm3/y) che trasporta il gas siberiano alla Germania, passando per la Bielorussia e la Polonia. Nel 2007 l’Italia firmò un accordo con Gazprom per realizzare una seconda pipeline, la South Stream (63 Gm3/y). Tuttavia questo progetto fu sospeso nel 2014 a causa dell’annessione della Crimea; trasformandosi nel progetto Turkey Stream (31.5 Gm3/y) che vedeva soltanto la Turchia beneficiare del gas russo. Nel 2011 fu inaugurata una seconda pipeline per alimentare il nord Europa, la Nord Stream I (55 Gm3/y). Nel 2015 inizia un secondo progetto Nord Stream 2 (55 Gm3/y) che promette l’arrivo di gas naturale evitando l’Ucraina.

Invece, l’Italia completerà nel 2020 il TAP (10 Gm3/y), ovvero il Trans Adriatic Pipeline, per trasportare gas dall’Azerbaigian attraversando Turchia, Georgia, Grecia e Albania. Il gasdotto si biforca in Turchia, per allacciarsi al gasdotto Nabucco (23 Gm3/y) che attraversa Bulgaria, Romania e Ungheria per giungere in Austria.

Nel 2021 Hochstein, consigliere per la sicurezza nazionale della presidenza Biden, viene incaricato di negoziare con la Germania il congelamento di Nord Stream 2. Nel febbraio il cancelliere tedesco Scholz è convocato alla Casa Bianca dove Biden afferma: “non ci sarà più un Nord Stream 2”, per cui una giornalista domanderà come intenderà farlo, permettendo al presidente americano di rispondere: “ve lo prometto, saremo in grado di farlo”.

Il 24 febbraio l’Ucraina venne invasa dalla Russia. La guerra portò la Russia a subire sanzioni internazionali, cui rispose obbligando tutti i paesi importatori di gas a pagare in rubli. La Polonia, rifiutando, si ritrovò con la linea Yamal interrotta. Nel settembre 2022 avvenne il sabotaggio del Nord Stream, confermando la promessa di Biden. Il giorno dopo fu inaugurata la Baltic Pipe (10 Gm3/y) per il trasporto di gas dal Mare del Nord alla Polonia.

Confrontando le portate di tutti questi gasdotti, risulta evidente quanto importante sia stata la Russia per la fornitura di gas in tutta Europa. Del resto, nel 2021 il 45% del gas naturale consumato nell’Unione Europea era di provenienza russa.

Crisi energetica e pace sociale

L’interruzione delle forniture di gas dalla Russia è costato all’Europa un anno di crescita del prodotto interno lordo, mentre si trovava obbligata a fare enormi investimenti, dirottando ingenti risorse finanziarie, per la realizzazione di infrastrutture adatte all’importazione di gas naturale liquefatto.

Se è vero che il prezzo del gas è sceso parecchio rispetto ai picchi raggiunti durante la crisi del Covid-19 e la crisi energetica del 2022, l’Europa purtuttavia si ritrova ad affrontare prezzi sul costo dell’elettricità 2-3 volte superiori rispetto agli Stati Uniti e prezzi sul gas fino a 4-5 volte superiori. Un rapporto della Commissione Europea mostra come la volatilità del prezzo del gas fosse molto limitata dal 2010 al 2018 a fronte del periodo successivo in cui la volatilità è cresciuta in modo considerevole (fino a 6 volte).

L’importazione di gas liquefatto in sostituzione di quello fornito mediante gasdotti, renderà ancora più difficile la stabilizzazione dei prezzi essendo il mercato del primo tipo per sua natura ancora più volatile, in quanto venduto per lo più nel cash market (o spot market), ovvero il mercato finanziario specializzato nella fornitura di servizi e merci in pronta consegna.

La volatilità dei costi di approvvigionamento energetico si ripercuotono inesorabilmente su tutti i settori della produzione. Nel 2023 i costi d’importazione di combustibili fossili sono cresciuti del 90% rispetto alla media del periodo 2017-2021.

Tuttavia, se questo aspetto risulta intuitivo, va sottolineata la conseguenza principale di questa condizione: gli stessi governi europei fanno fatica a pianificare a causa della grande irregolarità delle entrate statali con pesantissime conseguenze sulla pubblica amministrazione, nonché sulle politiche atte a rafforzare la pace sociale.

Infatti, arriviamo ora alla parte più paradossale della questione. Il rapporto della Commissione Europea denuncia come metà della differenza di prezzo sull’elettricità, rispetto agli Stati Uniti, sia dovuta ai costi stessi della generazione di potenza (combustibile, spese di manutenzione, investimenti infrastrutturali, ecc.). Tuttavia l’altra metà della differenza di prezzo è dovuta alla tassazione: negli Stati Uniti l’industria non paga imposte sui consumi energetici o sulla produzione di CO2. Dunque, proprio in questo sta l’accoppiamento dinamico fra volatilità dei costi energetici e entrate statali.

Un freno alle ambizioni di decarbonizzazione

La strategia europea per uscire dalla spirale di crisi strutturale, aggravata dalla guerra e dalle pressioni geopolitiche degli Stati Uniti, si basa prevalentemente sulla decarbonizzazione e lo sviluppo di un’economia circolare. Questi obiettivi rappresentano l’unica via prospettata dalla borghesia europea per garantire una transizione energetica e la sicurezza a lungo termine del continente. Tuttavia, a livello tecnico, il piano di decarbonizzazione presenta una contraddizione intrinseca: si fonda in larga parte proprio sull’uso delle centrali a gas.

Infatti, per compensare le inevitabili fluttuazioni nella produzione di energia da fonti rinnovabili, come l’energia eolica e solare, sono necessarie centrali che possano essere attivate e disattivate rapidamente per bilanciare la rete elettrica. Questo requisito è essenziale per garantire una fornitura energetica costante, specialmente quando la disponibilità delle rinnovabili è ridotta, ad esempio in assenza di vento o sole. Le centrali a gas, grazie ai loro tempi di avviamento estremamente rapidi, sono le uniche tecnologie attualmente capaci di rispondere in modo efficace a queste esigenze. Pertanto, nonostante l’ambizione di ridurre l’uso di combustibili fossili, il gas naturale rimane un pilastro fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi di transizione energetica, evidenziando una sfida tecnica significativa nella strada verso una reale decarbonizzazione.



Riprenderemo questo importante argomento affrontando gli altri aspetti del rapporto della Commissione Europea, come il gap tecnologico, la produttività del lavoro e gli aspetti di difesa.