Partito Comunista Internazionale

Elementi di economia marxista Pt.5

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Altri caratteri del macchinismo

Una delle conseguenze dell’introduzione delle macchine fu il licenziamento immediato di gran numero d’operai, che causò vere rivolte seguite da distruzione delle macchine a furore di popolo. Esempio classico è il movimento dei luddisti al principio del secolo XIX in Inghilterra, represso dal governo con straordinaria violenza.

L’apparizione della manifattura capitalistica non aveva prodotto conflitti analoghi, perché, se opposizione veniva ai nuovi opifici delle corporazioni artigiane, non si ebbe un conflitto tra salariati e capitalisti.

Ben diverse sono le conseguenze dell’introduzione delle macchine, che dette luogo a vere tragedie della miseria.

Gli operai non potevano comprendere che quegli inconvenienti non derivassero dalla tecnica del macchinismo, ma dal suo impiego sociale.

Molti economisti borghesi dell’epoca dell’introduzione delle macchine si preoccupavano di giustificare e difendere il sistema meccanico malgrado tutti i suoi inconvenienti ma naturalmente tentavano di farlo senza confessare che tali inconvenienti risalivano alla gestione capitalistica del macchinismo. Tra l’altro essi enunciarono la cosiddetta teoria della compensazione secondo la quale la diminuzione di spese di opera (salari) ottenuta mediante la macchina è una liberazione di capitale che può essere adoperato altrove “dando lavoro” ad altri operai. Tale ragionamento ricorda quello volgare secondo cui i capitalisti, consumando larga parte del prodotto collettivo del lavoro umano, danno ai lavoratori maggiori occasioni di lavorare e così guadagnarsi da vivere. Quasi che si proponesse non di consumare egualmente quel prodotto in più con un più equo sistema di distribuzione, ma di rinunziare a produrlo.

Tornando alla teoria della compensazione basta notare che, come abbiamo visto, anche se la spesa salari diminuita è maggiore del valore della macchina acquistata, la prima rappresenta un numero di giornate di lavoro molto superiore, mentre nel valore della macchina e in quello della differenza risparmiata o comunque investita dal capitalista, compaiono spese salari solo per una frazione, essendo il rimanente coperto da investimenti in altro capitale costante e da plusvalore. Ma gli economisti in questione si pongono sul terreno della ripercussione sul mercato del lavoro e delle sussistenze, dal punto di vista della loro legge dell’offerta e della domanda.

Anche su questo terreno si potrebbe però farne una critica. Diminuendo la spesa salari e l’acquisto di sussistenze da parte degli operai disoccupati, le sussistenze saranno più offerte e scenderanno di prezzo. Ma anche le forze lavoro saranno più offerte e scenderanno di prezzo, e nelle aziende che producono sussistenze la minor richiesta produrrà altri licenziamenti.

L’enigma delle contraddizioni del macchinismo non può risolversi che condannandone l’applicazione sociale capitalistica. La società dovrebbe risparmiare con le macchine una gran quantità di lavoro restando la massa degli alimenti la stessa nella peggiore ipotesi, ma più probabilmente crescendo anche questa. Il risultato medio sarebbe: minori sforzi e maggiori alimenti; ma il macchinismo generando plusvalore relativo separa il lavoratore effettivo dai suoi alimenti e ne sottrae più larga quota a benefizio dei non lavoratori.

In realtà anche in regime capitalistico sono succeduti all’introduzione del meccanismo, e alle sue brusche ripercussioni, fenomeni che hanno permesso, salva sempre la prelevazione intensificata del plusvalore, di estendere tuttavia la richiesta di lavoratori, col sorgere di nuove industrie prima sconosciute e correlative alla produzione di macchine o ad altre esigenze dei sistema meccanico (ferrovie, navigazione a motore, automobilismo, illuminazione e riscaldamento a gas ed elettrica, fotografia e cinematografia, telegrafia e radiotelegrafia e fonia, navigazione aerea, ecc. ecc.).

Non è il caso di proseguire un’analisi della rivoluzione apportata dal macchinismo nella produzione. I rapporti tra i vari mercati vengono sconvolti, i paesi ove prima si sviluppa l’industria possono inondare dei loro prodotti a basso prezzo i mercati esteri, e gli altri paesi devono ridursi a produrre materie prime e sussistenze per quelli industrializzati. La mano d’opera resa disponibile dalle macchine dà grande impulso all’emigrazione e alla colonizzazione. All’epoca in cui Marx scriveva, gli Stati Uniti erano con l’Inghilterra in tale rapporto, ossia assorbivano popolazione e prodotti dell’industria, restituendo prodotti agricoli e materie prime. Questo rapporto oggi è del tutto cambiato, e se non è proprio invertito crea però nell’industria americana una concorrente capace di sopraffare quella europea.

Così pure non è il caso qui di trattare la teoria delle crisi di superproduzione, e i fenomeni strettamente connessi a tutto ciò dell’imperialismo industriale e coloniale-militare.

La grande industria, in una parola, fin dal suo apparire sconvolge da capo a fondo la divisione sociale del lavoro.

Egualmente trascuriamo di riassumere qui i noti problemi sollevati dal regime di fabbrica e che formano oggetto delle rivendicazioni delle organizzazioni professionali e della cosiddetta legislazione sociale (disciplina, trattamento igienico, protezione contro gli accidenti, invalidità, disoccupazione, lavoro notturno, lavoro delle donne e dei fanciulli, etc.).

Grande industria ed agricoltura

Nel testo di Marx infine vi è un accenno ai riflessi della grande industria sull’agricoltura, tema la cui trattazione ha posto altrove. Marx sottolinea che si ripete accentuato il danno che i nuovi metodi arrecano al produttore a causa dell’applicazione capitalistica delle nuove risorse tecniche; ma vi aggiunge la tesi che lo sfruttamento intensivo esaurisce altresì la fertilità accumulata nella terra. Questo processo è evitato dalla successiva scoperta della concimazione chimica che permette di reintegrare artificialmente le perdite del terreno, tuttavia l’argomento sociale di Marx conserva il suo valore in quanto vuol dire che l’applicazione del macchinismo alla terra difficilmente riuscirà attuabile da parte del capitalismo, se anche questo ha potuto superare relativamente le contraddizioni della sua applicazione all’industria. È necessario per realizzare la rivoluzione tecnica agraria che l’applicazione della tecnica meccanica sia fatta su una base sociale e con direttive centrali anziché private. Questo punto di vista è confermato dal contrasto tra la marcia in avanti dell’industria e lo stato tuttora arretrato di gran parte dell’agricoltura mondiale, e con esso concorda anche l’orientamento programmatico della socializzazione del capitale industriale come tappa nettamente anticipata sulla industrializzazione della agricoltura.

Vicende storiche della produzione di plusvalore. Evoluzione della scienza economica

Riepilogando il cammino fatto, abbiamo analizzato lo scambio delle merci, ravvisando nella merce un prodotto del lavoro umano il quale anziché venir consumato da quello stesso che lo ha prodotto, viene da lui offerto in cambio di altro prodotto che gli occorre; qualunque ne sia il meccanismo o l’intermediario, la regola di questo scambio è che esso avviene tra oggetti che costano in media lo stesso tempo di lavoro.

Il complesso di coloro che lavorano e scambiano presenta rapporti sempre più intricati e, ad un certo momento, dopo che lo scambio si è generalizzato, la divisione del lavoro estesa, la moneta introdotta, sembra di assistere al fallimento della nostra regola in quanto attraverso gli scambi emergono differenze di valore ossia plusvalore. Vi sono taluni (tra i possessori di denaro) che vengono al mercato e ne ripartono avendo “guadagnato” ossia con una somma di prodotti superiori a quella che avevano apportata.

Anche prima dell’epoca mercantile ed anche su altri terreni che non sia il mercato vi era (e vi è) chi realizzava simile beneficio in prodotti non suoi; ma in tal caso gli venivano direttamente consegnati senza corrispettivo materiale e in forza di rapporti sociali che rivelavano all’evidenza il carattere di rapporti di forza; si trattasse di tribù predatrici, di capi militari jeratici o feudali, di padroni di schiavi e simili.

Ma da che il plusvalore appare sul terreno mercantile e sembra realizzato attraverso rapporti pacifici e legittimi, noi ravvisiamo la comparsa del capitalismo. Tale plusvalore non sembrerebbe una appropriazione di prodotti altrui, e quindi di lavoro altrui.

In ogni epoca il plusvalore ha permesso a taluni privati ed anche a comunità di evitare che tutto quanto era prodotto fosse consumato, consentendo quella accumulazione di cose materiali necessarie alla vita di società sempre più progredite, che è definita comunemente ricchezza.

Nelle epoche dell’antichità appariva evidente ai primi tentativi di teorizzare i fatti economici che ogni plusvalore sorgeva da lavoro appropriato senza spesa (noi diciamo da pluslavoro) e si riconosceva l’origine delle ricchezze nel lavoro.

Naturalmente vi sono ricchezze non prodotte dall’uomo ma offerte dalla natura, ma solo per popolazioni ancora poco addensate e di bisogni primitivi esse possono essere usufruite senza lavoro. Quando però l’economia si basò non sul lavoro degli schiavi o dei vinti in guerra, ma su quello dei contadini che, per il cristiano signore feudale, erano moralmente uomini come lui, si teorizzò la produzione della ricchezza come dono della natura volendo dissimulare il rapporto di forza per cui il proprietario terriero obbligava il contadino oltre che a lavorare per il consumo proprio, a fornire un sopralavoro e un sopraprodotto per il feudatario.

Questa concezione che sia solo produzione agraria a dare un plusvalore sopravvive nella scuola dei fisiocrati.

Quando alla economia terriera viene a sovrapporsi, dopo le grandi scoperte geografiche, la diffusione mondiale dei commerci, la scuola mercantilista sorge a sostenere l’assurdo che non la natura né il lavoro, ma il semplice scambio produce la ricchezza; il plusvalore sorge in ogni scambio; la legge fondamentale è la negazione della nostra: ogni scambio avviene tra non equivalenti.

Ma appare il capitalismo e con esso nuove dottrine economiche e nuove spiegazioni del plusvalore e dell’origine delle ricchezze. La grande attività degli opifici manifatturieri ed industriali spinge a constatare la verità che ogni ricchezza nasce dal lavoro. Ricardo fa trionfare questa teoria e la sua scuola proclama che il plusvalore emerge dalla forza produttiva del lavoro (Economia politica classica).

A questo punto i teorici della classe capitalistica non sono più quelli di un ceto rivoluzionatore ma quelli di un ceto conservatore. Essi possono procedere oltre nella indagine scientifica della verità.

Se la nuova società mercantile e industriale ha spezzato definitivamente ogni freno feudale e teocratico allo sviluppo moderno delle scienze della natura, è lungi dal convenirle il togliere i freni allo svolgimento delle scienze della società.

Ricardo e i suoi sanno che il valore viene dal lavoro, ma non oseranno concludere che il plusvalore viene dal pluslavoro, perché allora il profitto capitalistico avrebbe la sua causa non in una proprietà immediata del lavoro organizzato moderno, ma solo nella sovrapposizione ad esso di una costrizione.

Quindi mentre gli economisti ufficiali contemporanei di Marx sosteranno con ogni sorta di ragionamenti che il plusvalore è un fatto “naturale” e “necessario” inerente al lavoro produttivo, e quindi la società si svolgerà senza mai abolirlo, le molteplici scuole successive andranno, sotto pretesto di obiettività e di vero senso scientifico positivo, raccogliendo una congerie di materiale, ma rifiutando di trarne sintesi semplificatrici. Il profitto diverrà una constatazione di cassa, una differenza aritmetica tra le due partite, ma le sue cause si potranno con saggia elasticità ravvisare dappertutto, nello sfruttamento delle risorse naturali, nel lavoro, nelle vicende dello scambio i così via. Si sosterrà che l’economia non è suscettibile della enunciazione si leggi scientifiche, o anche di ipotesi causali, col famoso argomento che vi ha gioco il fatto imponderabile dell’azione umana, e si vorrà ridurla ad una semplice statistica. Analogamente si potranno impugnare le costruzioni della meccanica e della chimica perché pur tra innumeri osservazioni ed esperienze nessuno ha visto mai la realizzazione pura della legge d’inerzia (che sarebbe nell’assurdo pratico del moto perpetuo) o un pezzo di materia reale, i rapporti dei cui componenti traducessero matematicamente senza errori quelli dati dalla teoria molecolare.

Cristallina è invece la soluzione marxista: il valore e la ricchezza originano dal lavoro, gli scambi avvengono solo tra equivalenti; il plusvalore non avviene necessariamente dove sia lavoro produttivo e scambi di prodotti, e non è carattere necessario di una alta divisione sociale del lavoro; esso rappresenta pluslavoro ossia lavoro non pagato, e perché esso sia prodotto la condizione necessaria è un rapporto sociale di forza che separa il lavoratore dallo strumento di produzione e dal prodotto, e che lo costringe ad alienare la sua forza lavoro come unico mezzo per procacciarsi le sussistenze.

La causa e la misura del profitto capitalistico risiedono in una appropriazione di pluslavoro. È falsa la tesi che non possa esservi lavoro produttivo se non dove si produce plusvalore. Marx procede con metodo che i critici volgari definiscono come fredda analisi del capitalismo, aliena da approvazione o condanna che si concluda nel prevedere l’ulteriore evoluzione graduale del capitalismo stesso; lo stesso fatto che il Capitale non è un manifesto programmatico o un memoriale di rivendicazioni, li induce a credere che vi faccia da programma la tolleranza di lunghe ulteriori vicende del regime capitalistico e vi figurino come rivendicazioni soddisfacenti e desiderabili da parte della classe operaia le misure legislative inglesi e d’altri paesi esposte nel fare la cronaca delle fasi dello sviluppo borghese e analizzate allo scopo di dimostrare che ben vi si applica la teoria economica la cui enunciazione e dimostrazione forma l’oggetto dell’autore. Il grossolano o voluto equivoco si basa sul fatto che il libro procede con metodo scientifico, ed il metodo scientifico applicato ad esso e dalla scuola a cui a dato luogo alla economia, alla sociologia e alla storia, consiste nello scartare come privi di ogni valore tutti i preconcetti ideologici di natura morale. Si tratta, nel lavoro d’indagine, di accettare i fatti come sono, estrarne le leggi e sulla scorta di queste seguirne e prevederne l’andamento. Non è il caso di dire ora come e perché questo compito non contraddice minimamente a quello integratore di un intervento attivo, non di forze ideali e di individualità ispirate e creatrici, ma di collettività operanti in un campo ampio o ristretto secondo il succedersi delle situazioni (7).

Diciamo ciò perché abbiamo qui un esempio di come si debba intendere e leggere l’opera di Marx.

Il fatto del plusvalore viene dapprima indagato secondo i metodi della scienza sperimentale in base a una ipotesi che spiega e misura bene i dati di fatto accertati. Quindi si esamina la tesi ora ricordata che pretende il plusvalore inseparabile dal lavoro produttivo. La si confronta dapprima coi dati del passato: non è vero che apparso il lavoro produttivo sia apparso con esso il plusvalore: fino a quando il produttore rimane in possesso del suo strumento di lavoro, è in grado di procurarsi le materie prime, e resta arbitro di alienare o meno i propri prodotti, o in ogni caso li aliena a suo esclusivo beneficio; egli lavoro tanto quanto basta a procurargli le cose di cui ha bisogno, ossia per il solo tempo di lavoro necessario. Sui primordi della società, se le forze di lavoro acquisite sono minime, sono minimi anche i bisogni, e specie laddove il clima e la fertilità del suolo sono favorevoli, il tempo di lavoro necessario è basso. Occorre un intervento di forza che sottoponga l’un all’altro i membri della società per imporre a taluni di lavorare un tempo supplementare a beneficio altrui. Se dunque è vero che occorre un certo grado di produttività del lavoro perché appaia il fatto del plusvalore, non è vero che questo abbia la sua causa immediata nel lavoro, perché storicamente troviamo esempi di lavoro senza plusvalore.

Eseguito così il confronto con i dati della storia che bastano a smentire la pretesa e metafisica necessità del plusvalore e del profitto, il terzo punto della deduzione è un corollario evidente; sarà possibile che il plusvalore sparisca e con esso il capitalismo, conservandosi la produttività del lavoro coi formidabili incrementi ricevuti attraverso la varie fasi analizzate.

Non si tratta dunque di proporre mitigazioni o preconizzare piccoli mutamenti secondari dell’assetto economico, ma si tratta della posizione più radicale che possa pensarsi, ossia della soppressione del capitalismo stesso, togliendo di mezzo le pretese dimostrazioni della necessità ed immanenza sociale dei cardini su cui si regge. In altro luogo è trattato il punto successivo, ossia che tale trapasso è non solo possibile ma necessario, e in altro punto ancora, quando si affrontano problemi non più di sola scienza ma d’azione, sarà dimostrato come e con quali forze si eserciterà in tale senso un’azione positiva, la cui esigenza non contraddice affatto all’assodata determinazione storica.

Ripartizione del valore prodotto dal lavoro tra il capitalista e il salariato

Ora che abbiamo seguito per sommi capi la variazione storica della durata della giornata di lavoro, e della produttività tecnica di essa, consideriamo quantitativamente le leggi di queste variazioni. In tutto quanto segue consideriamo costante il valore del denaro che si assume come misura di valore di ogni altra merce: supponiamo cioè che il procurarsi un Kg. di oro costi sempre lo stesso tempo di lavoro medio e che il Kg. di oro rappresenti sempre lo stesso numero di unità monetaria. Resti così sempre fissa, ad es., l’equivalenza di un’ora di lavoro con 3 Lire.

Alle quantità prima considerate aggiungiamone una nuova la produttività del lavoro, ossia la sua capacità a produrre nell’unità di tempo più o meno prodotti. Chiamiamo tale quantità con m intendendo di riferirci con essa al grado di produttività medio sociale del lavoro. Chiamiamo invece intensità del lavoro la sua produttività in un’azienda singola, in quanto possa essere più o meno alta della produttività generale media, e chiameremo i tale intensità. Così, mentre la produttività media di un’ora di lavoro può equivalere ad x grammi di ferro, y grammi di cotone, 2 grammi di oro, 3 Lire; se invece un operaio in una data azienda è in grado per sua abilità o per mezzi produttivi superiori di produrre 2x grammi di ferro, 2y grammi di cotone ecc. ossia 2 ore di lavoro medio, diremo che la intensità è doppia di quella media.

Ponendo a parte completamente il capitale costante il cui valore passa inalterato nel prodotto, consideriamo la parte di valore dei prodotti dovuta a lavoro composta al solito dal capitale variabile o spesa salari o compenso del lavoratore (V) e dal plusvalore o appropriazione del capitalista (P). Abbiamo chiamato saggio del plusvalore il rapporto s = P : V. Chiamiamo sempre t il numero d’ore di lavoro. Chiamiamo ora L la quantità del prodotto non più annua ma giornaliera, ed f il suo prezzo unitario, non più totale ma per la quota che rappresenta il lavoro.

Avremo allora

V + P = fL = t x 3

1°) (Caso 3° del cap. XVI) – Varia la durata del lavoro. Invece di t ore di lavoro t’ ore. Avremo che, posto t’ = at, la quantità di prodotti L diverrà aL e il loro valore faL = at x 3. È cioè variata la somma delle quote del salariato e del capitalista. Quale sarà stata la variazione di ciascuna di esse? In generale il salario rimarrà costante, e tutto l’aumento ricadrà sul plusvalore (supposto che la variazione sia un aumento). Però in un certo limite se i lavoratori danno più ore di attività, consumeranno maggiori sussistenze e sarà giocoforza accrescere i salari se non si vuole veder diminuita l’intensità e produttiva che per ora supponiamo costanti.

Quindi ad un aumento della giornata corrisponde un aumento del valore prodotto, un certo aumento del salario ed un aumento corrispondente di plusvalore.

2°) (Caso 2° del cap. XVI) – Varii l’intensità del lavoro ma la giornata sia costante.

In una data azienda senza prolungare le ore di lavoro si riesca ad ottenere più prodotti nello stesso tempo sicché l’intensità del lavoro, prima corrispondente alla produttività media m diventi am. Anche questa volta otterremo più prodotti, ossia L’ = aL. Non essendoci ragioni che il loro prezzo cambi sul mercato, si incasserà di più ossia: faL = at x 3 = a(V + P) = V’ + P’.

Questo aumento del complesso V’ + P’ deve ripartirsi sul salario e sul plusvalore. Vi sarà un certo aumento di salario perché il lavoratore lavorando lo stesso tempo ma più intensamente consuma di più e può sempre offrirsi ad altri padroni sostituendo altro operaio che produca meno. Se però l’aumentata intensità dipendesse tutta da un segreto di lavoro del capitalista, esso potrebbe anche lasciare inalterato il salario (V’ = V) e riportare tutta la differenza sul plusvalore.

3°) (Caso 1° del cap. XVI) – Rimanendo costante la giornata di lavoro e a prescindere da variazioni particolari della intensità, varii la produttività media del lavoro in tutto il campo produttivo.

Come sempre la quantità dei prodotti da L diviene aL = L’ pur essendo sempre il risultato di t ore di lavoro medio. Ma poiché tale variazione per ipotesi interessa tutte le merci, comprese le materie prime, gli strumenti produttivi e le sussistenze, scenderanno tutti i prezzi e con essi quello della forza lavoro. Il prezzo f diviene f’ = f : a, la spesa salari V’ = V : a.

Allora il ricavato della vendita del prodotto L’ sarà f’L’ = LF. Perciò la giornata di lavoro produce maggior prodotto ma lo stesso valore:

P’ + V’ = f’L’ = fL = P + V

Il complesso del plusvalore e del salario è invariato. Ma abbiamo visto che il salario è diminuito da V a V’ = V : a. Per conseguenza il plusvalore è aumentato:

P’ = P + VV’ = P + V(V : a) = P + V (11/a)

Come avrà variato il saggio del plusvalore? Sarà aumentato a più forte ragione essendo P’ maggiore di P; V’ minore di V. Quindi diminuisce il valore della forza lavoro, cresce il plusvalore, cresce il saggio del plusvalore.

Il saggio diviene:

s’ = P’ / V’ = [P + V(1 – 1/a)] / (V / a) = a(P / V) + (a – 1) = as + (a – 1)

Essendo a più dell’unità, noi abbiamo che il saggio del plusvalore ha variato più che proporzionalmente alla produttività perché, oltre a corrispondere al vecchio saggio s moltiplicato per a, si deve aggiungere la ulteriore quantità positiva (a -1). L’errore di Ricardo fu, pur scorgendo l’aumento del saggio del plusvalore, di crederlo proporzionalmente all’aumento della produttività e alla riduzione del salario.

Esempio numerico chiarificatore. Posto il salario V di £. 18, il plusvalore di £. 12, e il prodotto totale di £. 30 (6 ore, 4 ore 10 ore), aumenti la produttività del 100%. Otterremo sempre 30 £. perché mentre il prodotto sarà raddoppiato, poniamo 20 chili al posto di 10, il prezzo sarà 1,50 invece di 3 Lire al kg. Il salario scenderà parallelamente da 18 a 9 Lire, il plusvalore salirà da 12 a 21, ossia crescerà meno del 100%. Il saggio del plusvalore era prima 12 : 18 = 66%, diviene ora 21 : 9 = 233%. Il saggio è aumentato nella proporzione 233 : 66 ossia del 350% in corrispondenza di un aumento di produttività del 100%.

I tre casi esaminati possono cambiarsi a piacimento con variazioni simultanee di tutte le grandezze (4° caso).

Quando, come nel primo caso, i prezzi generali non mutano, il salario o prezzo della forza lavoro non varia che per conseguenza di un maggior pluslavoro o consumo di forza; cioè è il crescere del plusvalore causa di un relativo crescere del salario. Se invece variano i prezzi pel variare della produttività generale, è la variazione dei salari che causa direttamente la variazione inversa del plusvalore. Il capitalismo fa sì che la cresciuta forza produttiva non si risolve in diminuito lavoro medio ma in una aumentata proporzione tra il prelevamento di una classe privilegiata e il compenso del lavoro; ciò a parte le altre enormi “passività” sociali provocate per mantenere un tale stato di cose.