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PiSdC – Il pacifismo ipocrita dei sindacati negli Stati Uniti

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Di fronte al conflitto di Gaza, dal movimento sindacale negli USA – da circa tre anni tornato a esprimere importanti lotte – sono scaturiti diversi appelli contro la guerra. Vogliamo evidenziarne i pregi, i limiti, gli errori e le scivolate opportunistiche, e indicare quale deve essere il corretto indirizzo sindacale comunista contro la guerra imperialista.

L’appello che ha ottenuto maggiore risalto è stato quello redatto per iniziativa del piccolo sindacato United Electrical e di una sezione locale della United Food & Commercial Work International Union (UFCW).

La United Electrical, Radio and Machine Workers of America è un piccolo sindacato ma con una importante storia. Oggi conta solo 35.000 iscritti, una dimensione alla scala dei principali sindacati di base in Italia, perciò molto piccola per gli Stati Uniti. Nacque nel 1936 e fu fra i primi affiliati alla CIO (Congress of Industrial Organizations), la confederazione di sindacati d’industria nata un anno prima, nel 1935, distinguendosi dalla American Federation of Labour, che era l’antica confederazione di sindacati di mestiere, nata nel 1886.

Negli anni ‘40 la United Electrical raggiunse 600.000 iscritti. Nel 1949 uscì dalla CIO, che era ormai divenuta un sindacato di regime al pari della AFL, alla quale si unì nel 1955 formando l’odierna AFL-CIO.

La concorrenza con la potente CIO segnò l’inizio del declino della United Electrical. Un’altra determinante causa fu la crisi del settore manifatturiero degli elettrodomestici, di cui fanno parte la maggior parte degli iscritti a questo sindacato, che dagli anni ‘90 ha visto un vasto processo di delocalizzazione della produzione al di fuori dagli USA, in paesi di nuova industrializzazione in cui è minore il costo del lavoro. Tuttavia la United Electrical ha mantenuto fino ad oggi una certa vitalità e un riconosciuto prestigio nel movimento sindacale nordamericano, con un seguito concentrato soprattutto nella parte orientale del paese. Conflittuale e con una vita sindacale basata sulla partecipazione degli iscritti, la United Electrical ha però una dirigenza opportunista. Ad esempio nel 2019 ha sostenuto il socialdemocratico Bernie Sanders alle primarie del Partito Democratico, in vista delle elezioni presidenziali del 2020.

La United Food & Commercial Work International Union (UFCW) è invece un grande sindacato di regime, con 1.300.000 iscritti, principalmente del settore alimentare, affiliato alla confederazione AFL-CIO. La sezione locale della UFCW che ha redatto e promosso l’appello insieme alla United Electrical è quella della piccola città di Spokane, nello Stato di Washington, al Nord della costa sul Pacifico, confinante con il Canada. La capitale di questo Stato è Seattle, città che vanta una forte tradizione di lotte operaie.

L’appello è stato pubblicato il 20 ottobre, pochi giorni prima dell’ingresso dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza, nel pieno dei bombardamenti a tappeto preparatori dell’operazione di terra. È stato sottoscritto da oltre 200 sezioni sindacali locali e da 5 organizzazioni sindacali nazionali:
     – il 24 ottobre ha aderito la International Union of Painters and Allied Trades (IUPAT), il sindacato di imbianchini, verniciatori e mestieri affini (100.000 iscritti);
     – poi la National Nurses United (NNU), il sindacato di mestiere degli infermieri (225.000 iscritti);
     – quindi la American Postal Workers Union (APWU), il sindacato dei lavoratori della compagnia statale USPS (200.000 iscritti);
     – il 1° dicembre ha aderito la United Auto Workers (UAW), il sindacato dell’industria automobilistica (390.000 iscritti);
     – il 28 dicembre, infine, la Association of Flight Attendants-CWA (AFA-CWA), il sindacato di mestiere degli assistenti di volo (50 mila iscritti).

Questi 5 sindacati, per un totale di quasi 1 milione di iscritti, aderiscono alla AFL-CIO, che conta 55 federazioni sindacali per circa 12 milioni di iscritti. Quindi hanno aderito all’appello grosso modo 1/10 dei sindacati aderenti alla AFL-CIO, corrispondenti a 1/10 degli iscritti. Una consistente minoranza del movimento sindacale, anche considerata la temperatura, ancora bassa, dello scontro fra le classi.

L’elemento positivo dell’appello è che esso non prende parte nella guerra in corso: esprime solidarietà sia ai lavoratori israeliani sia ai palestinesi e condanna tanto l’azione militare dello Stato israeliano quanto l’incursione del 7 ottobre di Hamas. «Noi, membri del movimento sindacale americano, piangiamo la perdita di vite umane in Israele e in Palestina. Esprimiamo la nostra solidarietà a tutti i lavoratori e il nostro comune desiderio di pace in Palestina e Israele… Condanniamo qualsiasi crimine di odio contro i musulmani, gli ebrei o chiunque altro… Gli iscritti al sindacato hanno provenienze diverse, tra cui ebrei, musulmani e comunità mediorientali. L’ondata di guerre e le vendite di armi a cui assistiamo non fanno gli interessi dei lavoratori in nessun luogo… I lavoratori di tutto il mondo vogliono e meritano di vivere liberi dagli effetti della violenza, della guerra e della militarizzazione».

L’appello resta tuttavia in ambito pacifista, illudendo così i lavoratori che la pace possa essere ottenuta appellandosi ai governi, affinché cessino le operazioni militari, e non attraverso una lotta sociale, della classe operaia, che imponga questo obiettivo con la forza, nella consapevolezza che a confrontarsi non sono idee diverse e nemmeno “il bene contro il male”, ma giganteschi interessi materiali in conflitto: da un lato quelli del Capitale dall’altro quelli dei proletari. Quindi l’obiettivo di fermare le guerre imperialiste potrà essere raggiunto in modo compiuto e definitivo solo se la lotta di classe trascresce in una rivoluzione che abbatta il potere politico della classe dominante in tutti gli Stati, a cominciare dal proprio.

L’appello perciò si riduce a chiedere al regime borghese una politica di pace: «Chiediamo al Presidente Joe Biden e al Congresso di spingere per un immediato cessate il fuoco e la fine dell’assedio di Gaza… Nel lanciare questo appello i sindacati statunitensi si uniscono agli sforzi di 13 membri del Congresso e di altri che chiedono un cessate il fuoco immediato».

Questa condotta implica una enorme mistificazione. La politica militarista nel capitalismo non è una libera scelta dei governi ma è per essi un obbligo, una necessità vitale. Ad essa tutti gli Stati borghesi, siano essi democratici o autoritari, di destra o di sinistra (per quanto poco possano contare queste distinzioni), si devono adeguare. Il capitalismo genera e ha bisogno della guerra quale sua unica via di scampo dall’abisso della crisi economica mondiale e, di conseguenza, dalla rivoluzione delle sempre più immiserite e affamate masse proletarie.

Da un lato l’avanzante crisi economica di sovrapproduzione porta la competizione capitalistica, fra imprese e Stati, al parossismo, rendendo sempre più frequente il passaggio da scontro commerciale a militare. Ogni Stato borghese è minacciato dagli altri. Dall’altro tutti gli Stati borghesi sono minacciati e aggrediti, insieme e senza distinzioni, dalla crisi economica che deteriora le condizioni di vita del proletariato creando le condizioni materiali favorevoli alla rivoluzione sociale. La guerra perciò rappresenta la soluzione a un tempo economica e sociale alla crisi del capitalismo.

L’appello della United Electrical si inquadra nel fatto che la dirigenza della UAW sostiene il presidente Biden alle prossime elezioni presidenziali, sia con l’indicazione di voto ai propri iscritti sia con ingenti risorse finanziarie. Si tratta cioè di un appello a un partito politico borghese, spacciato per “amico” di chi lavora, da parte della dirigenza della UAW.

Posto in questi termini l’appello alla solidarietà e all’unità dei lavoratori al di sopra d’ogni divisione nazionale e religiosa perde di vigore, essendo privato di una indicazione pratica di lotta: una enunciazione astratta che non si pone l’obiettivo di combattere le forze borghesi fautrici del militarismo e della guerra, bensì cerca il dialogo, si appella e addirittura si genuflette di fronte ad esse.

Vi è poi stata tutta una serie di appelli contro la guerra a Gaza, per un “cessate il fuoco”, di minor diffusione, che hanno visto rovesciare queste caratteristiche. Essi cioè hanno avuto il pregio di fornire indicazioni pratiche di lotta su come combattere contro il militarismo dell’imperialismo USA, ma ritenendo responsabile del conflitto il solo binomio Israele-USA ed evitando ogni attacco allo schieramento borghese contrapposto costituito da Hamas e dalle potenze, ugualmente borghesi, che lo sostengono e alla loro altrettanto cinica politica guerrafondaia e assassina, finiscono per schierare i lavoratori su uno dei fronti del conflitto, portando con ciò alimento ideale alla guerra imperialista, invece che al suo sabotaggio.

Ad esempio, leggiamo dall’appello del 28 febbraio della sezione di Portland (la n° 48) della International Brotherhood of Electrical Workers (IBEW, con circa 820.000 iscritti, affiliata alla AFL-CIO): «Premesso che… la lotta dei lavoratori non ha confini… considerato che l’opposizione della classe operaia a questa guerra di Stati Uniti e Israele va di pari passo con il motto sindacale “Un danno a uno è un danno a tutti” e con l’appello “Arabi, ebrei, bianchi e neri, lavoratori di tutto il mondo unitevi”… la sezione n. 48 della IBEW appoggia l’appello dei sindacati palestinesi affinché i lavoratori di tutto il mondo fermino la spedizione di armi per la guerra di Stati Uniti e Israele; salutiamo i lavoratori dei trasporti portuali di Barcellona, Belgio, Italia e altri paesi che hanno dichiarato di rifiutarsi di gestire le spedizioni di armi per questa guerra; sosteniamo e incoraggiamo le azioni di questi lavoratori negli Stati Uniti per fermare le spedizioni di armi… opponendosi a quella che è a tutti gli effetti l’ennesima guerra degli Stati Uniti, questa volta contro il popolo di Gaza» [corsivi nostri].

Il giusto richiamo all’unità internazionale dei proletari e l’indirizzo di lotta per opporsi sul terreno pratico alla guerra imperialista vengono vanificati dalla mistificazione del carattere della guerra in corso a Gaza, descritta come imperialista e borghese da un lato solo.

L’unica attenuante è che questa presa di posizione va contro il proprio regime borghese, quello di Washington, che ha in Israele il suo alleato non unico ma fondamentale nell’area mediorientale.

L’indicazione pratica del sabotaggio, attraverso scioperi, blocco del trasporto di materiale bellico, ecc., è, per altro, insufficiente se queste azioni vengono intese di per sé come risolutive. Esse vanno considerate passaggi intermedi per approdare infine a una mobilitazione generale della classe lavoratrice contro il militarismo del proprio Stato capitalista.

Inoltre ogni potenza imperialista si è spesso trovata ad armare contemporaneamente Stati in guerra fra loro. Ad esempio il Qatar che ospita oggi sia la più grande base Usa in Medio Oriente sia il vertice politico di Hamas.

Se “la lotta dei lavoratori non ha confini” e se “un danno a uno è un danno a tutti” – in quanto gli interessi della classe lavoratrice sono unici sul piano internazionale e unica e coerente dev’essere la sua azione di lotta se vuole essere vittoriosa – non è accettabile limitarsi a un indirizzo di azione contro la guerra imperialista sul solo piano nazionale, disinteressandosi dei suoi riflessi sui lavoratori degli altri paesi. Se è giusto l’indirizzo pratico di lotta negli Stati Uniti, ma è mistificata la definizione della natura della guerra di oggi a Gaza, sul piano internazionale il risultato è spingere i lavoratori verso il sostegno al fronte borghese che spalleggia Hamas.

Per un paese come l’Italia, la cui borghesia per determinazioni materiali gioca sempre su più tavoli e, fin dai tempi di Mussolini, coltiva una relazione con le classi dominanti arabo-palestinesi, nel quadro della sua politica imperialista nell’area mediterranea, una impostazione quale quella di quest’ultimo appello significa portare la classe operaia ad appoggiare una delle opzioni di politica estera della classe dominante, invece che battersi per i propri interessi di classe.

Un indirizzo pratico per porsi in maniera conseguente sul terreno dell’unità internazionale del proletariato, e non su quello della guerra borghese distruttrice di tale unità, dovrebbe:
     – denunciare la guerra come borghese e imperialista su entrambi i fronti;
     – esprimere solidarietà ai proletari di entrambi i paesi, quindi anche ai lavoratori d’Israele appellandosi alla fratellanza proletaria;
     – denunciare entrambi i regimi borghesi che portano al massacro fratricida i lavoratori;
     – dare ai proletari di tutti i paesi e di tutti gli schieramenti imperialisti il medesimo indirizzo pratico di lotta contro il militarismo e la guerra.

In assenza di questi elementi, che soli rendono l’indirizzo sindacale davvero internazionalista, il risultato è quello di accodare il proletariato alla politica bellicista della borghesia internazionale.

Noi comunisti avvertiamo comunque la necessità di indicare ai lavoratori le insidie di ogni proclama e appello pacifista proveniente da sindacati che sono infeudati allo Stato capitalista statunitense.

Tali proclami possono contribuire ad accodare le masse proletarie con la politica estera del governo federale. Il Congresso Usa con un voto bipartisan ha votato il finanziamento al riarmo di Israele, Ucraina e Taiwan per 95 miliardi di dollari. Allo stesso tempo Biden, che pure ha fortemente voluto e ha firmato il pacchetto di aiuti militari, simula un atteggiamento da paciere non interventista e pronto alla trattativa sia in Medio Oriente sia in Ucraina. Un posizionamento “isolazionista” è stato un espediente tattico cui gli Stati Uniti hanno fatto ricorso a ridosso di entrambi i conflitti mondiali. In tal modo il governo Usa riuscì a imporre il tema propagandistico della grande potenza il cui peso politico la costringe a combattere per il bene dell’umanità, della democrazia e della prosperità planetaria.

Dobbiamo ricordare come in passato i sindacati sono stati utilizzati dagli Stati capitalisti per orientare le masse e inquadrarle ideologicamente in vista dell’intervento in guerra. Spesso la collaborazione dei sindacati coi governi ha avuto la funzione di gestire la crisi sociale in prossimità di una guerra.

Fu significativa in questo senso la politica di subordinazione dei sindacati americani allo Stato perseguita dal presidente Woodrow Wilson durante la prima guerra mondiale. Si trattava allora per la borghesia di fare fronte a problemi come la crescente inflazione e la carenza di manodopera mediante la concessione di moderati aumenti salariali. Wilson venne rieletto alla Casa Bianca nel 1916 grazie a una campagna elettorale ispirata al neutralismo. Poi, a guerra finita, lo stesso Wilson fu il promotore della Lega delle Nazioni che avrebbe dovuto impedire nuove guerre. Nel frattempo gli Stati Uniti erano intervenuti nelle battute finali delle prima guerra mondiale per sedersi al tavolo dei vincitori. La via dell’interventismo bellico passa anche attraverso la collaborazione dei sindacati, mentre i proclami pacifisti si trasformano rapidamente in richiamo alle armi.