Partito Comunista Internazionale

Elementi di economia marxista Pt.8

Categorie: Economic Works

Articolo genitore: Elementi dell’economia marxista

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Forme della eccedenza di popolazione operaia

Il testo chiama forma fluttuante quella in cui i lavoratori in soprannumero, respinti per il perfezionamento tecnico degli opifici, sono riassorbiti per l’aumentata potenzialità e produzione di essi. Chiama forma latente quella per cui in distretti rurali i perfezionamenti tecnici rendono disponibili un gran numero di lavoratori che sono costretti a riversarsi nelle città offrendosi ai padroni industriali (fenomeno dell’urbanesimo). Chiama forma stagnante quella per cui si forma un eccesso nel numero dei lavoratori sia dell’industria che nell’agricoltura, respinti dai perfezionamenti, e che si offrono per lavori ad alto grado di sfruttamento come il cosiddetto lavoro a domicilio (sweating system). Infine l’ultimo residuo dell’eccedenza di popolazione operaia costituisce il pauperismo, da non confondersi ancora con i vagabondi, delinquenti, mendicanti, prostitute, costituenti i ceti non lavoratori (malavita, teppa, ecc.) che hanno grande importanza numerica soprattutto nelle moderne metropoli. Tornando alla parte di eccedenza operaia pauperistica essa comprende tre categorie: operai atti a lavorare ma disoccupati, orfani e figli di assistiti dalla carità pubblica (queste due categorie sono a disposizione del capitalismo per rientrare in servizio attivo nei momenti di grande richiesta) infine gli operai che per età, invalidità, o superamento del loro mestiere sono per sempre inabilitati.

Quindi se è vero che col progresso dell’accumulazione il saggio dei salari tende in generale ad elevarsi per i lavoratori che trovano occupazione, e se anche è vero che il capitale salari totale e il numero dei lavoratori tendono a crescere, contemporaneamente si verifica la creazione di un sempre più vasto esercito di riserva, composto di antichi artigiani e piccoli proprietari rovinati o espropriati per la trasformazione in salariati, ma esposti coi loro discendenti ai rischi della disoccupazione e quindi della miseria più nera malgrado le misure sia della carità sia della legislazione sociale sia della solidarietà operaia.

Più aumenta il capitale totale e quindi la ricchezza nazionale e sociale (in realtà ricchezza della classe capitalistica), più aumenta la ricchezza industriale e con essa il dominio del pauperismo (veggansi le enormi masse disoccupate nei paesi capitalisti nel dopoguerra). Tutto ciò costituisce la legge della crescente miseria del proletariato contrapposta alla crescente ricchezza capitalistica, non contraddetta affatto dal crescere – alla scala storica – dei salari per i lavoratori occupati ed anche del migliorato tenore di vita per talune categorie privilegiate, né scongiurata da misure legislative sociali, nel quadro dell’ordinamento capitalistico.

Gli scrittori borghesi dapprima esortavano i lavoratori a ridurre il loro numero, se volevano non eccedere i bisogni del capitale, ben sapendo che mai la riduzione sarebbe stata tale da provocare il loro allarme. In seguito ammisero cinicamente che questa povertà nelle classi inferiori era la condizione migliore per la prosperità della nazione. Oggi, e dopo Marx, non si trovano più tali affermazioni, dominando la ipocrita filantropia sociale, la demagogia e il decantare rimedi illusori affidati all’associazione e allo Stato.

Ma la legge fondamentale dell’accumulazione capitalistica seguita ad essere la stessa: tutti i mezzi per moltiplicare le forze collettive del lavoro che dovrebbero concorrere ad elevare il tenore di vita media, si applicano a danno del lavoratore individuale e diventano mezzi per sottometterlo al dominio del capitale privato. Qualunque sia il saggio dei salari, il progresso dell’accumulazione comporta l’aumento dell’eccedenza relativa di popolazione operaia; a misura che il capitale si accumula la condizione della classe operaia peggiora.

Sezione VIII

L’accumulazione primitiva

Forme storiche della proprietà ed origini del capitale

Il denaro diviene capitale, il capitale produce plusvalore, questo diviene capitale addizionale, dunque il capitale si produce dal meccanismo stesso del capitalismo. Tuttavia perché questo facesse la sua comparsa nella storia un primo capitale ha dovuto formarsi in ambiente non capitalistico.

L’economia classica considerando il capitale come valore accumulato ossia prodotto di lavoro accumulato afferma che i primi capitali si formarono col lavoro e col risparmio dei loro possessori.

Ora se è vero che ogni valore sorge da lavoro umano, non è vero però che il valore prodotto dal lavoro resti nelle mani di chi ha lavorato. In generale nelle epoche storiche fin qui svoltesi il frutto del lavoro è stato sempre tolto dalle mani del lavoratore e la sua accumulazione da parte del proprio diretto artefice è sempre stata un caso affatto eccezionale.

Contro l’idillio che dovrebbe regnare nei manuali di economia, nella storia vera regna la conquista, la tirannia, la rapina, ossia la forza bruta.

L’esistenza di un potere statale e delle forme giuridiche, anche facendo astrazione dalle palesi ed occulte violazioni, non ha mai significato la garanzia che il prodotto rimanesse attribuito al produttore. Anzitutto epoche di convulsioni sociali e politiche costituiscono bruschi trapassi tra un regime legislativo e l’altro, e le guerre civili o nazionali rappresentano o comportano sempre vaste espropriazioni, ma escludendo pure queste parentesi al diritto nel senso storico come abbiamo escluso quelle nel senso personale (delinquenza), noi non riconosciamo affatto ai vari sistemi giuridici che hanno finora dominato il carattere di assicurare al produttore il pacifico godimento di tutto il frutto del lavoro.

Il diritto è garantito nella sua applicazione dalla forza materiale dello Stato. Noi non vediamo nello Stato il rappresentante imparziale di interessi collettivi, ma invece l’organo del dominio di una parte della società, ossia di una classe.

Per conseguenza il diritto è volta a volta la codificazione delle norme che valgono a far rispettare gl’interessi di quella classe. Esistono quindi lo Stato e la legge proprio quando una classe ha bisogno di esercitare sulle altre una continua pressione coattiva, e poiché alla base di tali rapporti stanno gli interessi economici, di realizzare appunto la sistematica espropriazione in parte più o meno larga delle energie produttive delle classi sottomesse. Stato e diritto, dunque, significano appunto un sistema che vale a trasmettere il frutto del lavoro dai lavoratori ai non lavoratori.

Per intendere la struttura sociale e le vicende politiche di una data epoca noi ci domandiamo quali sono le classi in contrasto, quale di esse detiene il potere ossia lo Stato, e prima ancora ci domandiamo quali rapporti o forme della proprietà stabilisce e conserva il sistema in vigore. A loro volta i rapporti di proprietà si spiegano analizzando le forze di produzione, ossia le risorse tecniche di cui il lavoro dispone e la sua organizzazione e ripartizione fra gli uomini. Le forze produttive sono in ogni epoca le risorse materiali e fisiche utilizzate e i gruppi di uomini adibiti al lavoro. Queste forze produttive sono contenute in un determinato schema di rapporti di proprietà di cui stanno a guardia la legge e la forza statale. Ma per complessi motivi, come il crescere delle popolazioni, il trasformarsi della tecnica produttiva, per effetto di nuove invenzioni, per l’aprirsi di vie di comunicazioni e così via si creano delle condizioni per cui le forze produttive, e, prima tra esse, la classe che fornisce il lavoro, vengono in urto con le vigenti forme di proprietà. Di qui un’epoca di rivoluzione sociale, con la lotta tra la classe che beneficiava del vecchio sistema ed una classe fino ad allora dominata, la infrazione delle forme di proprietà, cioè l’abbattimento dello Stato, e il sorgere di un nuovo Stato con un diritto diverso.

Ritornando al quesito della prima accumulazione capitalistica, è attraverso un’analisi di tal genere che ne va cercata la soluzione, e non già nell’ingenua e tendenziosa asserzione che il lavoro e l’astinenza crearono il capitale originario. Tuttavia sarà bene prima ricapitolare l’applicazione più elementare di quanto abbiamo detto alla storia della società.

Agli inizi dell’attività lavorativa e della vita economica e sociale gli uomini sono pochi, mentre la terra disponibile è vastissima. I popoli sono divisi in piccole tribù vaganti che esercitano un’agricoltura e pastorizia primitiva, coltivando in comune una zona di terra occupata sotto la direzione di un capo che è dapprima il padre di famiglia. La proprietà individuale e la divisione in classi non fanno ancora la loro apparizione in questo periodo di comunismo primitivo.

La mobilità stessa delle tribù comporta il loro incontro, l’estendersi delle risorse produttive e dei bisogni, i conflitti, e l’imprigionamento dei vinti. Appaiono caste militari e sacerdotali; attraverso un lungo processo che siamo ben lungi dal trattare passiamo all’epoca della schiavitù. Una classe di uomini viene obbligata a lavorare al servizio di altri, senza possibilità di rifiutarsi o allontanarsi, e può essere posseduta ed alienata come bene privato, essendo ormai avvenuta la suddivisione della terra, del bestiame e di ogni altro bene tra i membri della classe dominatrice, o uomini liberi.

Tuttavia nelle stesse società antiche non tutti gli uomini liberi sono proprietari di terre o di schiavi; solo una minoranza di essi finisce con l’avere tale proprietà da poter vivere senza fare nessun lavoro, gli altri sono possessori di poco suolo che coltivano con le proprie mani e senza schiavi, o sono piccoli artigiani che producono e vendono oggetti manufatti. A questa epoca la legge e con essa l’ideologia filosofica e morale giustificano lo sfruttamento del lavoro degli schiavi, la loro vendita e perfino la loro uccisione. La classe dei grandi proprietari (patriziato) detiene per lo più lo Stato, in lotta con la classe dei piccoli coltivatori ed artigiani (democrazia greca – plebe romana). Il fondamento della produzione resta l’agricoltura malgrado il diffondersi della navigazione e dei commerci e l’apparizione di possessori di denaro e perfino di un embrione di capitalismo.

Con le nuove condizioni succedute alla caduta dell’Impero Romano al cristianesimo e alla abolizione della schiavitù, la base della produzione resta quella agraria e la terra resta divisa a grandi proprietari feudali.

Gli antichi schiavi sono liberati agli effetti del diritto e della nuova morale cristiana e non possono essere venduti. Tuttavia sono trasformati in servi della gleba ossia in lavoratori agricoli che non possono abbandonare il luogo, mentre il signore feudale usufruisce in larga parte dei prodotti del loro lavoro. Scompaiono però in gran parte, ridotti anche essi a servi della gleba, i piccoli coltivatori liberi e soltanto alcuni nuclei di artigiani cittadini possono darsi un regime di relativa indipendenza dalla nobiltà feudale organizzandosi in corporazioni professionali nei cosiddetti comuni.

In questo quadro della società feudale la classe dominante è quella della nobiltà terriera, suoi alleati e suoi strumenti sono il clero, l’esercito e lo Stato monarchico assoluto (malgrado i conflitti che hanno condotto dal decentramento feudale primitivo alla formazione di grandi unità statali).

In queste varie forme sociali non solo non troviamo in vigore lo stesso diritto e la stessa ideologia morale, ma nemmeno potremmo stabilire alcuni principi giuridico-morali comuni a tutte che costituirebbero il preteso diritto naturale. Gli stessi rapporti fra gli uomini sono a volta protetti a volta condannati sia dalla legge scritta che dal senso morale. Adunque non rinveniamo in vigore il famoso principio che ad ognuno appartiene il prodotto del suo lavoro, principio che dovrebbe spiegare in maniera onesta e pacifica la prima accumulazione di capitale.

Quasi sempre troviamo il lavoratore posto in condizione di non poter disporre dei mezzi di produzione che adopera e del suo prodotto. Ne è separato per effetto della forza legale tanto lo schiavo antico che il servo della gleba medioevale che l’operaio moderno. Troviamo il lavoratore non separato da strumenti e prodotti solo nel comunismo primitivo e nell’artigianato delle varie epoche come nel piccolo coltivatore proprietario; il che non esclude che anche questi ceti sociali sotto forme varie di tributi, tasse, usura, diritti diversi non debbano cedere ad altri parte del proprio prodotto subendo una estorsione di plusvalore.

Condizioni per la formazione del capitalismo

È alla società feudale terriera che succede direttamente l’ordine capitalistico. Perché questo possa funzionare occorre che da una parte vi sia accumulazione di denaro (e questa condizione è realizzata da antico tempo nelle mani di proprietari terrieri, commercianti, usurai, finanzieri, negrieri, ecc.) e dall’altra parte che vi sia una massa di lavoratori separati dagli strumenti di produzione e quindi obbligati alla vendita della forza lavoro.

La chiave dell’accumulazione primitiva è dunque il movimento storico che ha creato questa separazione. L’ordine feudale la impediva doppiamente: con la servitù della gleba che vietava al contadino e ai suoi figli di lasciare il feudo di origine; col sistema corporativo che obbligava con regolamenti complicatissimi e apposite magistrature gli artigiani e i loro figli a lavorare in una determinata arte e in piccole botteghe con un limitato numero di garzoni apprendisti. Le leggi dello Stato feudale sancivano questa situazione ed impedivano il prorompere dell’economia capitalistica, vessando inoltre la nascente classe borghese, formata di commercianti e banchieri della città o da antichi contadini divenuti artigiani emancipandosi dalla servitù e creando nei “borghi” contrapposti al castello del signore piccoli opifici per la produzione di manufatti. Questa classe formò una ideologia rivoluzionaria che condannò i vincoli e le restrizioni feudali in nome di tutta una teoria filosofica sulla libertà e l’eguaglianza giuridica, ma questa campagna per la liberazione del popolo rappresenta solo l’equivalente ideologico della necessità economica di mettere a disposizione della produzione una massa di venditori “liberi” di forza lavoro. D’altra parte le esigenze produttive premevano in modo irresistibile per le intensificate comunicazioni mondiali, il cresciuto commercio ed il crescente bisogno di prodotti sempre più complessi del lavoro. I capitalisti imprenditori ebbero non solo a prendere il posto dei maestri d’arte corporativi ma altresì dei detentori feudali delle sorgenti di ricchezza; il loro avvento si presenta come il risultato di una lotta vittoriosa contro il potere dei signori e le sue esorbitanti prerogative, contro il regime corporativo e gli ostacoli che esso poneva al libero sviluppo della produzione e alla libera speculazione dell’uomo sull’uomo. I cavalieri dell’industria hanno soppiantato i cavalieri della spada, essi hanno vinto con mezzi altrettanto vili (il testo vuol dire: conducendo alla lotta rivoluzionaria le nascenti masse del proletariato inconsce che il tempo della democrazia e del regime rappresentativo politico significasse trionfo del regime libero sfruttamento dei salariati) di quelli cui si servì il liberto romano per farsi padrone del proprio signore (Cap. XXIV, 1). «Lo sviluppo che ci spiega la genesi del capitale e quella del salariato ha per punto di partenza il servaggio dei lavoratori; il progresso che compie consiste nel cambiare la forma della schiavitù, nel sostituire alla speculazione feudale la speculazione capitalistica».

Naturalmente vi è anche il progresso sostanziale di aver spezzato i vincoli che si opponevano all’introduzione del lavoro collettivo e avere introdotto un’alta divisione tecnica del lavoro.

La nostra critica butta da lato tutta l’apologia democratica della rivoluzione borghese, e questo ne è aspetto fondamentale; tuttavia negando la presentazione filosofica e giuridica di tale ideologia essa non nega il valore storico e il carattere rivoluzionario della introduzione del capitalismo, creatrice delle condizioni per gli ulteriore sviluppi. «Quantunque i primi passi della produzione capitalistica siano stati fatti fin dai secoli XIV e XV in alcune città del Mediterraneo, l’era capitalistica non data tuttavia che dal XVI secolo; ovunque essa nasce l’abolizione della servitù della gleba è da lungo tempo un fatto compiuto e il regime dei comuni è di già in piena decadenza».

In questo periodo ogni rivoluzione politica rispecchia l’avanzarsi del capitalismo. È una vittoria di questo ogni atto che espropria masse di piccoli produttori, siano essi artigiani o contadini.

Il processo assume due aspetti. In generale l’abolizione della servitù della gleba permette la formazione di una diffusa piccola proprietà rurale. Ma il capitalismo ha bisogno che gli antichi servi feudali divengano non produttori indipendenti, bensì salariati, e quindi appoggia ogni misura che privi della terra i piccoli contadini.

In Italia il processo assume forme speciali. All’uscita dal medioevo l’Italia settentrionale e parte della centrale è all’avanguardia in fatto di tecnica produttiva (come di scienza e cultura). Il capitalismo non solo bancario e commerciale ma anche manifatturiero vi si sviluppa prima che altrove soprattutto a Firenze, Genova, Venezia, Pisa ecc. Il feudalesimo quindi vi scompare più presto e i servi della gleba sono attirati nelle fiorenti città. Gli artigiani maestri d’arte sono divenuti veri borghesi (popolo grasso) e i numerosi garzoni si trasformano in vere maestranze proletarie, tanto che la lotta fra le due classi suddette fa la sua apparizione (tumulto dei Ciompi ecc.). Poi le scoperte geografiche della fine del XV secolo cambiano completamente le correnti del mercato universale, le manifatture capitalistiche decadono, la classe borghese è fiaccata sul nascere, quella feudale manca di energie capaci di confluire in una creazione politica unitaria, i lavoratori rifluiscono nelle campagne ove si diffonde la piccola coltura, il paese cade in uno stato prolungato di marasma sociale e politico.