Partito Comunista Internazionale

Elementi di economia marxista Pt.10

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Genesi della produzione industriale

L’espropriazione dei piccoli coltivatori e la sostituzione ad essi di grandi aziende agricole non solo permise all’industria capitalistica nascente di trovare masse di salariati non provenienti dall’artigianato corporativo, ma inoltre pose a disposizione del processo di accumulazione primitiva i suoi elementi materiali ed economici; infatti, poiché il diminuito numero dei coltivatori non fece scemare la produzione di derrate agricole, in quanto compensato dal maggiore sfruttamento dei giornalieri, da perfezionamenti tecnici, dal maggiore rendimento del lavoro in grande, si rese disponibile una larga massa di sussistenze, ed una quantità di prodotti agricoli aventi carattere di materie prime per la industria (filatura e tessitura di lino, cotone, lana, ecc.) Dopo la espropriazione le materie gregge sono acquistate dal capitalista manifatturiero e con esse le sussistenze disponibili sotto forma di salari pagati agli operai ingaggiati. La trasformazione dell’agricoltura, dunque, non ha soltanto offerto e fornito la nuova classe proletaria e il nuovo capitalista fittavolo, ma altresì a posto a disposizione del neo-capitalista cittadino il suo capitale costante (materie prime da lavorare) e il suo capitale variabile (sussistenze). Questo non accade solo in Inghilterra ma anche in molte parti dell’Europa Centrale, come nella Vestfalia all’epoca di Federico II dove i contadini filatori di lino vennero espropriati del suolo, e se vollero avere il lino da lavorare e sussistenze da consumare dovettero passare nei grandi opifici manifatturieri come salariati. In altri termini l’espropriazione dei rurali determinando offerta di materie gregge e sussistenze crea al capitale il suo mercato interno di acquisto. Ma questa distruzione di ogni industria domestica agricola, non è completa alla epoca della manifattura, poiché questa lascia sempre certe lavorazioni iniziali a piccoli artigiani o a piccoli lavoratori parzialmente coltivatori sparsi per la campagna. È solo la introduzione del macchinismo che estirpa definitivamente questa produzione primitiva e sparpagliata assorbendo tutte le operazioni della fabbrica e conquistando al capitale tutto il mercato interno dei manufatti.

Genesi del capitalista industriale

Veniamo ora al punto centrale: l’apparizione del primo capitalista industriale o di fabbrica (parlando propriamente è industriale anche il fittavolo).

Non negheremo che in alcuni casi il piccolo capitale iniziale siasi formato col frutto del lavoro accumulato di artigiani indipendenti ed anche di qualche operaio salariato; molto più spesso però diveniva capitalista il capo di corporazione o maestro d’arte che aveva naturalmente più mezzi leciti ed illeciti di mettere da parte denaro.

Essendo ormai disponibili i lavoratori da ingaggiare e le materie prime da acquistare, alla genesi del capitalista non occorreva altro che il possesso di una somma di denaro per le prime anticipazioni. Ora fin dalle epoche precedenti vi erano privati che disponevano di denaro accumulato in proporzioni ben più alte di quelle raggiungibili con i frutti del lavoro; esistevano cioè due specie di capitale non aventi ancora il carattere di quello industriale, ossia il capitale usurario e il capitale commerciale.

Abbiamo già detto che anche il beneficio realizzato da chi investe denaro nell’usura (intendendo con tal parola ogni prestito fruttifero) e nel commercio è sempre in misura più o meno diretta l’equivalente di un pluslavoro e quindi è un plusvalore. Tuttavia manca ancora la forma caratteristica della produzione capitalista ossia la compravendita diretta della forza lavoro, restando la produzione affidata a lavoratori non separati dallo strumento di produzione e dal prodotto. Costoro, non avendo abbastanza denaro per le anticipazioni della loro piccola lavorazione in materie prime ed altro, né per attendere il tempo e raggiungere il luogo più conveniente allo scambio del loro prodotto, devono cedere parte del loro utile all’accumulatore di denaro che fa per loro questi servizi; e cedendo il loro utile cedono parte del loro lavoro

Usuraio e commerciante disponevano dunque il denaro ma non potevano trasformarlo in capitale industriale per la costituzione feudale delle campagne e per quella corporativa delle città. Le vecchie società lottano contro il formarsi di capitali con le leggi severissime sull’usura e con la compagna morale a carico di chi vive di usura ed anche di mercanzia; è ritenuto più rispettabile del commerciante non solo il signore guerriero ma lo stesso avventuriero la cui figura confina con quella del brigante. Come sia gravemente colpita l’usura nel quadro etico della coscienza medioevale può dimostrarlo tra l’altro il posto che essa prende nel sistema dantesco delle pene. L’usura fa parte della violenza (benché il rapporto tra il prestatore di denaro e il pagatore di interessi appaia materialmente pacifico). Come il bestemmiatore è considerato violento contro natura perché spezza la legge della natura, insieme ad esso l’usuraio è chiamato violento contro l’arte ossia contro il lavoro umano perché spezza la legge morale secondo cui nessuno andrebbe privato di parte del frutto del suo lavoro. A noi non stupisce che la morale dantesca non veda lo stesso delitto della rendita del signore feudale e nemmeno mostri di sentire una pari indignazione contro lo schiavismo dell’antichità classica, benché lo ripudi in nome del principio cristiano. A quell’epoca storica appare moralmente ripugnante che il denaro frutti denaro a chi non lavora, fatto oggi che viene invece affermato conforme alla religione, alla natura, alla sana sociologia. E nei versi finali dell’11° canto dell’Inferno che Virgilio spiega a Dante l’indegnità dell’usuraio, invocando la Fisica di Aristotele secondo cui l’arte umana deve essere la fonte della vita (il lavoro fonte del valore) e la Genesi (guadagnerai il tuo pane col sudore della fronte) mentre l’usuriere altra via tiene e quindi offende la natura nella sua seguace, l’Arte (lavoro). È curioso che non offenda tutto ciò il ricco che ha ereditato i suoi beni e che anzi viene punito nel girone precedente quale violento in sé stesso e nei suoi averi, se li ha dilapidati, anziché trasmetterli agli eredi. La contraddizione potrebbe essere spiegata teoricamente con qualche sottigliezza della scolastica, essa però, come abbiamo notato, è subito chiarita per il nostro metodo critico dalle circostanze storiche e sociali. La inalienabilità del patrimonio immobiliare è uno dei cardini del sistema feudale.

Cadute le barriere che impediscono al capitale usuraio e commerciale di ingaggiare forze di lavoro e divenire capitale moderno, continua la resistenza; gli artigiani chiedono che si vieti al mercante di divenire fabbricante; le nuove manifatture si costituiscono in centri nuovi e non nelle vecchie città rette dalle corporazioni, sorgendo nei porti di esportazione e talvolta entro una frontiera speciale fissata dal monarca.

I fattori dell’accumulazione originaria (o primitiva)

Dunque non il lavoro ma le antiche accumulazioni mercantili ed usuraie spiegano sostanzialmente l’accumulazione primitiva. Quello che però le diede un formidabile impulso furono lo sfruttamento delle nuove terre scoperte e delle vie di comunicazione, la scoperta dei giacimenti di metalli preziosi, le conquiste e depredazioni delle Indie Orientali, la tratta dei negri e simili… poemi idilliaci. Iniziata appena l’epoca capitalistica scoppiano le grandi guerre per il predominio commerciale e coloniale e l’egemonia passa dal Portogallo, alla Spagna, all’Olanda, alla Francia, all’Inghilterra (la minaccia di una egemonia germanica o russa fu eliminata dalla guerra mondiale, ma altri formidabili concorrenti si levarono a contrastare il campo dell’Inghilterra: il Giappone e soprattutto gli Stati Uniti; la seconda guerra ha condotto questi la primo posto).

Vediamo i metodi dell’accumulazione primitiva già in pieno sviluppo tra le mani dell’Inghilterra al tempo della sua crociata contro la rivoluzione francese: tra essi sono il regime coloniale, il debito dello Stato, il moderno sistema bancario e il protezionismo doganale. Alcuni di questi metodi sono basati sull’uso della forza brutale, ma tutti senza eccezione si valgono del potere dello Stato, la forza concentrata ed organizzata della società (a beneficio della classe dominante) per precipitare violentemente il passaggio dall’ordine economico feudale all’ordine economico capitalistico ed abbreviare le fasi di transizione, nonché per contrastare l’opposta forza nascente della classe proletaria tendente a rovesciare l’ordine economico e statale capitalistico. Di vero, la forza è destinata a facilitare il cammino di tutte le vecchie società che sono sul punto di trasformarsi, la forza è un agente economico.

Interminabile sarebbe la storia delle atrocità consumate dai bianchi nelle colonie e dei mezzi con cui arricchivano le famose compagnie delle Indie ed i loro alti funzionari. È noto che cattolici e riformati negarono agli indigeni americana l’anima perché non mentovati della Bibbia. I coloni puritani e protestanti d’America misero a prezzo le capigliature scotennate degli Indiani; tutti conoscono i metodi di incetta, di trasporto e di utilizzazione degli schiavi negri, tutti ricordano la guerre dell’oppio e l’avvelenamento premeditato di intere popolazioni di antica civiltà a beneficio del capitale inglese.

Il regime coloniale dette grande sviluppo alla navigazione e al commercio e produsse le compagnie mercantili protette dai governi che favorivano l’accumulazione e concentrazione del capitale. La conquista delle colonie assicurò gli sbocchi ai prodotti delle nascenti manifatture, mentre i tesori estorti agli indigeni col lavoro forzato e tutti gli altri mezzi affluivano in Europa come capitali. Mentre oggi la supremazia industriale implica quella commerciale essendo concorrenza sui mari esteri libera da vincoli politici, in quell’epoca avveniva il contrario sicché la più potente nazione coloniale, l’Olanda (secolo XVII), fu quella che ebbe i più vasti capitali e corse innanzi sulla via dell’accumulazione.

Il credito pubblico, cioè il sistema per cui lo Stato si fa prestare denaro dai privati, corrispondendo loro un interesse, ebbe inizio nelle città commerciali italiane del medioevo. È naturale come tale sistema favorisca l’accumulazione in quanto piccoli e grandi capitali privati di natura usuraia o commerciale ed eccezionalmente risparmi di artigiani che non troverebbero altra via per produrre plusvalore, diventano capitali industriale nelle mani dello Stato che dispone di ben altri mezzi per ingaggiare salariati (lavori marittimi e portuari, arsenali, armamento di naviglio, opere pubbliche in genere, ecc. ecc.). Inoltre il debito pubblico rappresenta l’impronta capitalistica sullo Stato: il re di Francia è tuttora l’inviato di Dio e dispone della vita e della morte di ogni suddito ma deve temere pochi finanzieri e strozzini di Parigi, cui la legge nega il minimo privilegio. È naturale che i primi economisti borghesi levino al cielo il debito pubblico per l’impulso dato a tutte le forme capitalistiche; ha anticipato la creazione di vaste imprese che avrebbero dovuto attendere una lenta concentrazione, ha aperto la via alla società per azioni, al commerciante dei titoli negoziabili che pur rappresentando, sull’esempio delle cartelle del debito statale, ricevute di denaro prestato, circolano a loro volta come denaro. Poiché al credito pubblico fece seguito il credito privato.

Il sistema bancario prese nascita dal credito statale. La Banca è un istituto attraverso il quale i privati si prestano il loro capitale. Molte piccole somme di denaro non trovano imprese in cui investirsi, ed allora sono versate ad una banca. La banca disponendo di forti somme le presta a sua volta a pochi grandi imprenditori che hanno scarso capitale ma buone occasioni di trovare lavoro salariato e mercati di sbocco dei prodotti. Costoro passano al banchiere parte del plusvalore, questi a sua volta ne passa una parte minore ai vari depositari. La spartizione del plusvalore predato alla classe operaia in variabili proporzioni viene spiegata col maggiore o minore rischio che corre colui che ha anticipato. Lo Stato, secondo la teoria del rischio, offre grande sicurezza di restituzione e quindi paga interessi minimi, le grandi banche semistatali interessi più forti, le piccole banche interessi ancora maggiori, l’imprenditore, specie se poco provvisto di impianti di valore e lanciato in imprese nuove, pagherà a saggi fortissimi; infine lo strozzino cui mancano mezzi decenti e comodi per ritogliere il denaro alle sue vittime, esige tassi favolosi. In realtà tutti questi debiti sono frazioni del plusvalore uscito dallo scambio strozzinesco tra lavoro e salario. Il meccanismo però della banca e dei titoli fruttiferi a prezzi oscillanti sul mercato permette lo sviluppo della lotta speculativa tra i capitalisti per la rendita totale disponibile sulla produzione sociale.

Nelle lotte della speculazione l’arma decisiva essendo non tanto la mancanza di scrupolo che è a portata di ogni imbecille, quanto la disponibilità di grandi masse di valori, tutto il fenomeno, oltre a spronare gli investimenti e l’accumulazione iniziale, favoriva grandemente l’alta concentrazione dei capitali.

Col debito pubblico e le banche nasce il credito internazionale, che permette l’accumulazione primitiva in nuovi paesi forniti di lavoratori disponibili ma mancanti di sussistenza, di materie prime, e del denaro per acquistarle altrove. Venezia prestò vaste somme all’Olanda, questa nella sua decadenza ne prestò all’Inghilterra; nel secolo XIX l’Inghilterra ne prestò agli Stati Uniti. Ma il capitale prestato riproducendosi progressivamente è presto in grado di rimborsare la prima anticipazione e rendersi autonomo. Dalla fine della prima guerra mondiale, gli Stati Uniti sono creditori del mondo intero.

Il credito pubblico essendo basato sulle entrate statali con cui si devono pagare gli interessi, dette luogo al moderno sistema di imposte. Questo divenne un altro elemento formidabile della accumulazione primitiva sia rovinando fino alla espropriazione piccoli contadini ed artigiani, sia stornando dai consumi delle classi povere forti masse di valore trasmesse ai capitalisti prestanti allo Stato.

Abbiamo infine il sistema protezionista, mediante il quale una industria la cui formazione incontra difficoltà viene favorita dallo Stato in vari modi, colpendo con forti diritti doganali i prodotti analoghi fabbricati all’estero ed importati nel paese, in maniera da elevarne il prezzo all’interno permettendo ai fabbricanti nazionali più alto profitto, pagando premi di esportazione per i prodotti di quelle industrie inviati all’estero, talvolta vietando addirittura la importazione dei prodotti di altri paesi ecc. Esso «è il mezzo artificiale di fabbricare dei fabbricanti, di espropriare dei lavoratori indipendenti, di trasformare in capitale gli strumenti, e le condizioni materiali del lavoro, di accelerare a viva forza la transizione dal sistema tradizionale di produzione al sistema moderno» (cap. XXIV, 6).

L’accumulazione primitiva e la genesi del capitalista industriale prendono dunque gran forza dal debito pubblico e dalla fiscalità, dal regime coloniale, dalla finanza bancaria, dal protezionismo. Talvolta i governi prestarono direttamente i capitali ai manifatturieri. Tutti questi fenomeni giganteggiarono all’epoca del nascere della grande industria. Questa si giovò pure senza ritegno della incetta dei fanciulli, una vera tratta di piccoli bianchi, parallela a quella dei negri. Con la pace di Utrecht l’Inghilterra si riservò il privilegio della tratta tra l’Africa e l’America Spagnuola; da questo commercio uscì la grandezza di Liverpool: «per questa città ortodossa il traffico di carne umana costituì il metodo specifico di accumulazione primitiva». «Ecco a quale prezzo abbiamo pagato le nostre conquiste, ecco quanto ci è voluto per sviluppare le leggi eterne e naturali della produzione capitalistica, per consumare il divorzio dell’operaio dalla condizioni di lavoro, per trasformare queste in capitale e la massa del popolo in salariati, in poveri che lavorano». «Se, il denaro, come dice Augier, viene al mondo con una voglia di sangue sulla guancia, il capitale trasuda sangue e fango da tutti i pori».

La teoria moderna della colonizzazione

(Questo capitolo XXV è preceduto dal XXIV, che però riassumeremo dopo, considerato il suo carattere conclusivo e anche programmatico).

La situazione economica creatasi al capitalismo nelle colonie di prima occupazione è molto interessante – a parte uno studio completo del fenomeno dell’imperialismo – perché vale a mostrare una flagrante contraddizione dell’economia borghese. Questa nel definire la proprietà privata come originatasi dal lavoro, dal risparmio e dall’astinenza, confonde a bella posta la proprietà privata dei mezzi personali di lavoro con la proprietà capitalistica basata sul lavoro altrui. Fa comodo al teorico dell’economia borghese applicare alla società capitalistica gli stessi concetti di diritto, la stessa definizione della proprietà ereditati da una società pre-capitalistica. Abbiamo visto tutte le assurdità di questa maniera di vedere. Nelle colonie però la stessa economia borghese è costretta ad ammettere e ad invocare la distruzione violenta della piccola proprietà privata per far posto alla produzione capitalistica.

Dopo aver utilizzato le colonie come semplici depositi di tesori accumulati da depredare, come luoghi di acquisto di mercanzie richieste in Europa e soprattutto come mercato di sbocco dei manufatti della madrepatria, il capitalismo volle naturalmente trasportarvi le stesse macchine da plusvalore, i suoi stabilimenti industriali.

Il denaro capitale ormai non mancava per acquistare e trasformare sul posto strumenti di lavoro e magari materie prime e sussistenze: occorreva soltanto il lavoro salariato. Ma gli indigeni delle colonie o vivevano bene in base alla piccola produzione personale, o erano stati precedentemente fugati nell’interno o addirittura sterminati; quindi non era facile trasformarli in liberi salariati, quanto era stato facile ridurli a schiavi. Quanto ai coloni giunti dalla madrepatria, costoro trovavano dinanzi a sé immense estensioni di terra non occupata da utilizzare per l’agricoltura e spesso per l’industria estrattiva. Quando esiste terra libera ossia ve ne è un’offerta illimitata, ognuno ne ottiene quasi gratuitamente e per diritto di occupazione. Quindi la stessa legge “sacra e naturale” della offerta e della domanda che forza il nullatenente a vendere in Europa la sua forza lavoro, gli dà nelle colonie l’agio di procurarsi facilmente mezzi di lavoro per una libera azienda personale. Per di più nelle nascenti fattorie non vi fu soltanto lavoro agricolo e pastorizio, ma si esercitavano piccole industrie domestiche; il “farmer” americano si fabbricava da sé gli attrezzi, i mobili, la casa stessa. Il volenteroso capitalista restando senza operai e senza acquirenti poteva astenersi anche totalmente da ogni consumo, che non avrebbe accumulato lo stesso un soldo di plusvalore. Porge infinito sollazzo il caso dell’egregio signor Peel che portò seco dall’Inghilterra in America per 50.000 sterline di viveri e mezzi di produzione, e fu inoltre così accorto da condurre anche 3.000 membri della classe operaia tra uomini, donne fanciulli. Ma non solo il signor Peel non aprì alcun opificio, bensì fu crudelmente abbandonata da tutti, tanto che restò senza un domestico per fargli il letto o attingergli l’acqua. «Sventurato Peel che tutto aveva previsto! Solamente aveva dimenticato di esportare i rapporti di produzione inglesi».

Che cosa fanno i teorici della “naturalezza” del capitalismo? Essi fanno anzitutto l’apologia della schiavitù o lavoro forzato degli indigeni (tema fino a dopo la prima guerra mondiale di dibattito per la Società delle Nazioni) poco curandosi di prendere così a calci la legge della libera offerta o domanda; e per quanto riguarda i coloni bianchì, non potendo osare di sostenere la schiavizzazione, danno un secondo calcio alla legge stessa col proporre che lo Stato ponga un prezzo fortissimo quanto artificiale alle concessioni di terra libera, così l’immigrante non potendo acquistarne sarà costretto a lavorare come salariato. Il governo inglese mise in atto questo piano per favorire l’accumulazione capitalistica nelle colonie: ma allora il flusso degli emigranti si volse agli Stati Uniti fino a tutto il secolo XIX insufficientemente popolati e ricchi di terra libera, verso l’ovest. Tuttavia, dopo aver forzato gli economisti borghesi a sconfessare se stessi, lo sviluppo capitalistico ha reso inutili le loro panacee.

L’accumulazione capitalistica in America, dalla guerra civile del 1861, che produsse un enorme debito statale, le imposte, la nascita della più vile aristocrazia finanziaria, fino alla guerra mondiale e al periodo successivo, raggiunse altezze vertiginose; gli Stati Uniti saturi di proletariato e minacciati da una immane disoccupazione presero a respingere gli immigranti asiatici ed europei. Dovendo ineluttabilmente rovesciare oltremare masse gigantesche di prodotti, e forse domani per motivi di politica interna una parte del pletorico esercito industriale di riserva che ivi sta formandosi, essendo giunti troppo tardi nella spartizione del dominio coloniale, tenteranno certamente di colonizzare l’Europa stessa rovesciandone l’apparato produttivo e provocando così un nuovo e più grande conflitto.

(Lasciamo immutato questo periodo conclusivo nella forma contenuta nelle stesura di questo riassunto, preparato da alcuni compagni a Ponza nell’anno 1929. N.d.R.).

Conclusione

Lo sbocco storico dell’accumulazione capitalistica

Abbiamo visto che ciò che caratterizza l’accumulazione primitiva, ossia la formazione storica del capitalismo, è la espropriazione del produttore immediato ossia del produttore che possiede tanto di mezzi produttivi da permettergli di svolgere il suo lavoro personale, e restar possessore dei prodotti, che scambierà per procurarsi quanto gli occorre.

Anche in questo forma si tratta di proprietà privata, ma è erroneo dire che il piccolo produttore abbia in proprietà un capitale. La proprietà privata capitalistica si ha soltanto quando i mezzi di produzione e i prodotti appartengono ai non lavoratori, e i veri lavoratori ne sono stati espropriati. Adunque, abbiamo due tipi distinti di proprietà privata: proprietà privata del lavoratore (epoca artigiana e contadina), proprietà privata del non lavoratore (epoca capitalistica).

La proprietà privata del lavoratore sui mezzi della sua attività produttiva corrisponde alla produzione per piccole aziende, ossia alla piccola impresa agricola o manifatturiera in cui il personale lavorativo, oltre il lavoratore libero, comprende la sua famiglia e al più qualche garzone apprendista. Tale stadio di produzione è primitivo, tuttavia ha la sua giustificazione nel corso dello sviluppo della tecnica, è giustificata la sua sostituzione alla proprietà collettiva preistorica, nella quale con un minimo di atti e procedimenti lavorativi si sfruttavano i prodotti quasi immediati della natura. Il sistema della piccola azienda «costituisce il vivaio della produzione sociale, la scuola in cui si elabora l’abilità manuale, l’ingegnosa destrezza e la libera individualità del lavoratore». Questo tipo di tecnica e di impresa può accompagnare diverse forme giuridiche della proprietà, e diversi tipi di società: lo si riscontra nella schiavitù (accanto cioè alla proprietà privata del non lavoratore sul suolo, sulla persona del lavoratore, sul prodotto) e nel regime feudale (accanto alla proprietà privata terriera e alla servitù della gleba) ma la sua forma vera e propria accompagna quel tipo di produzione in cui il lavoratore è libero proprietario delle condizioni di lavoro, ossia il contadino del suolo, l’artigiano dell’utensile. Tale regime di piccoli produttori indipendenti presuppone lo sminuzzamento del suolo e lo sparpagliamento degli altri mezzi di produzione. Dopo aver reso i suoi servigi, se si perpetuasse diverrebbe una forza contrastante l’ulteriore sviluppo, il quale si fa nel senso della concentrazione dei mezzi di produzione, con le più moderne risorse come la collaborazione di gran numero di industrie, la divisione del lavoro, il macchinismo, tutto ciò che consente a spingere al massimo la «sapiente dominazione dell’uomo sulla natura, il libero sviluppo delle potenze sociali del lavoro, l’accordo e l’unità nei fini, nei mezzi e negli sforzi dell’attività collettiva».

L’ordinamento, quindi, della piccola produzione diviene ad un certo punto incompatibile con le forze nuove suscitate dalle nuove possibilità e necessità tecniche nel seno della società. La sua eliminazione deve avvenire perché sia permessa la trasformazione dei mezzi produttivi sparpagliati in mezzi produttivi concentrati. Ma lo stadio ulteriore è ancora uno stadio di proprietà privata: una classe sociale profitterà dell’inevitabile concentramento della proprietà privata per farne il suo monopolio e basarvi il suo dominio. L’attuazione di tutto ciò costituisce l’accumulazione primitiva e la conseguente espropriazione violenta e crudele del popolo lavoratore, di cui abbiamo posto in evidenza l’atrocità. È in mezzo ad una vera tragedia sociale che la proprietà privata fondata sul lavoro personale viene soppiantata dalla proprietà capitalistica; che avviene il divorzio definitivo tra lavoro e proprietà. Questa tragedia espropriatrice forma la preistoria del Capitale.

Questo trapasso è per noi, ossia per i risultati della nostra indagine scientifica sul gioco delle forze economiche e sullo sviluppo storico della società, del tutto inevitabile; inoltre esso è una condizione indispensabile all’utile sviluppo della forza e della tecnica produttiva umana. Quindi il suo svolgimento è svolgimento rivoluzionario, e se esso dipendesse per assurda ipotesi dalla nostra approvazione e da quella di una pretesa “coscienza morale” non bisognerebbe negargliela. Annunziandone l’atrocità non ci siamo affatto contraddetti, ma abbiamo sbugiardate e demolite le tendenziose teorie apologetiche della proprietà capitalistica che, pretendendo di dimostrarla eterna, non si contentano di porre in evidenza la necessità storica della sua apparizione e il suo contributo alla liberazione di ulteriori prorompenti forze produttive, ma vogliono prospettarne la formazione come pacifica, idilliaca, giovevole e piacevole alle stesse masse umane coinvolte negli ingranaggi implacabili di quella vicenda.

Quanto al nostro metodo i giudizi morali non vi hanno parte, tanto più finché trattasi di stabilire le leggi oggettive di sviluppo della società. Di essi ci occuperemo agli effetti della distruzione di ideologie errate, e quando si tratterà di risolvere il problema dell’intervento consapevole e volontario di collettività umane (partiti) nelle fasi dello sviluppo; perché anche allora le determinanti programmatiche non saranno apportate da valutazioni di ordine morale. Trattandosi della indagine, noi la svolgiamo con un metodo che è quello di tutte le scienze moderne della natura da cui esulano i giudizi sentimentali dell’osservatore. Chiedendo a questi di dirci se e in che misura l’ossigeno favorisce la vita e l’anidride carbonica la distrugge, non ci interesserà nulla che un fatto o l’altro gli facciano piacere o gli arrechino contrarietà. Assodato positivamente che per attuare la concentrazione produttiva il capitalismo doveva straziare le moltitudini di piccoli produttori tal fatto resta da noi ugualmente accettato. Ciò che però non possiamo lasciare passare nemmeno scientificamente è la pretesa capitalistica di avere apportato a quelle moltitudini delizia e benessere, limitandosi a tagliare soltanto alcune teste di despoti e signorotti. Tale asserzione urta più contro i fatti che contro presupposti morali; mentre vale a stabilire quale bassa base abbiano i presupposti morali del pensiero borghese e di ogni altro.

Quale sarà l’ulteriore sviluppo del capitalismo

Abbiamo così cercate ed esposte le leggi del funzionamento della produzione capitalistica e quelle della sua formazione storica. Ma quale sarà l’ulteriore sviluppo?

Non si può obiettare che il porre tale domanda esorbiti dal metodo rigorosamente scientifico: tutte le scienze dopo essersi posto il problema del funzionamento dell’universo e del suo processo evolutivo del passato, si pongono quello dello sviluppo avvenire; noi siamo dunque coerenti facendo altrettanto per la scienza della società umana.

Nel risolvere la questione di ciò che avverrà del tipo sociale di proprietà privata capitalistica, noi non partiamo a nostra volta da un processo preconcetto di carattere morale o finalistico, quale sarebbe la indefinita perfettibilità umana, il Progresso, il trionfo della Giustizia, della Eguaglianza, della Libertà. Tali parole prese per se stesse per noi non significano nulla, ben sapendo che esse hanno valore variabile secondo le epoche e le classi. Anzitutto non ci basiamo sul cammino già percorso dalla società per riconoscere le leggi effettive dello sviluppo. Inoltre la nostra ipotesi che la tecnica produttiva tenda a divenire sempre più efficiente e complessa, e si risolva in una organizzazione sempre migliore della lotta dell’umanità contro le difficoltà dell’ambiente naturale, non è per noi una verità misteriosa e assoluta né una intenzione incontrollabile o una aspirazione irresistibile del nostro sentimento. Essa è una conclusione scientifica con alto grado di probabilità sia perché i dati storici finora lo confermano, sia perché conducono ad essa le stesse leggi biologiche della adattabilità all’ambiente e della evoluzione della specie. Se la abbiamo chiamato soltanto una ipotesi è per fugare ogni residuo d’interpretazione mistica o idealistica, e perché le vicende della lotta dell’uomo contro la natura potrebbero essere lentamente o anche bruscamente invertite da fatti di ordine fisico contro cui la società umana mancherebbe di possibilità, come un mutamento di temperatura, umidità, composizione dell’atmosfera, una collisione di astri, ecc., fatti, però, assai poco probabili. Anche fattori d’ordine sociale potrebbero invertire la direzione dello sviluppo, come ad es. una guerra chimica che avvelenasse stabilmente vari strati dell’atmosfera terrestre e qualche cosa di simile1. Supponendo però che tali imprevisti non si verifichino, si può basarsi sulla sicurezza del progresso produttivo, del complicarsi della tecnica, e con essa delle attività e dei bisogni umani. La nostra conclusione dunque sull’ulteriore avanzata degli sforzi umani contro le difficoltà naturali non abbisogna per reggersi di voli lirici o di apriorismi idealistici, né della fede in una missione della intelligenza umana (e tanto meno in una intelligenza sopraumana), senza di cui il mondo diverrebbe inutile ed impossibile!

Riprendiamo adunque il processo di trasformazione sociale. Decomposta da capo a fondo la vecchia società della piccola impresa, cambiati i produttori in proletari e le loro condizioni di lavoro in Capitale, la socializzazione del lavoro e la trasformazione ulteriore del suolo e degli altri attrezzi di produzione in strumenti socialmente gestiti si spingono sempre innanzi. Noi vediamo proseguire questa concentrazione sotto i nostri occhi grazie ancora ad una espropriazione. Non è più il piccolo produttore ad essere espropriato, ma sono i capitalisti più piccoli che sono espropriati dai grandi. La piccola azienda di una volta è sparita, ma le nuove aziende collettive divengono sempre troppo piccole rispetto alle risorse della tecnica e cedono il passo a nuove aziende più perfette e più grandi. Si sviluppano in proporzioni sempre crescente la applicazione della scienza ai mezzi tecnici nel senso di sempre maggiore collegamento tra i vari centri produttivi, tra le varie sfere di attività, tra i vari paesi del mondo. Macchinismo, telegrafia e radiotelegrafia, ferrovie, navigazione, aviazione, ecc. rendono sempre più necessaria tecnicamente la risoluzione dei problemi produttivi su scala non solo nazionale ma mondiale. Al perfezionamento tecnico ostava una volta la piccolezza delle aziende, oggi vi osta la loro autonomia privata, anche se sono aziende vaste e poderose. La sviluppo era ieri inceppato dalla proprietà privata personale, oggi lo e di nuovo dalla proprietà privata capitalistica.

Nuovo contrasto tra forze produttive e forme di proprietà – La rivoluzione proletaria

Le nuove necessità che sorgono nel seno del capitalismo creano nuove situazioni alle classi sociali e sviluppano così nuove forze mal rattenute dalle forme giuridiche della proprietà attuate dal potere del capitalistico sulle rovine dei precedenti regimi sociali e statali.

«A misura che diminuisce il numero dei magnati del capitale, che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione sociale, cresce la massa della miseria2, dell’oppressione, della schiavitù, della degradazione, dello sfruttamento, ma cresce anche la ribellione della classe operaia che sempre più si ingrossa, ed è disciplinata, unita e organizzata dello stesso meccanismo del processo di produzione capitalistico». I piccoli produttori vivevano isolati, erano rivali economici l’uno dell’altro. Gli stessi capitalisti pur ponendosi insieme alla testa della società sono l’uno rispetto all’altro implacabili concorrenti. A ragione essi dicono che la concorrenza è molla indispensabile alla produzione e solo dovrebbero aggiungere: alla produzione su base capitalistica. Quindi è difficile ai capitalisti fare a meno della concorrenza e identificare i loro interessi sociali su un piano mondiale. Ma i proletari vivono in grandi masse; la rivoluzione borghese li ha resi liberi ossia li ha forzati a correre di paese in paese e di continente in continente per trovare lavoro, la concorrenza tra essi si mostra all’evidenza come il danno di tutti: le condizioni materiali di tale classe (e non movente mistico) suscitano in essa un senso di solidarietà e di associazione su basi sempre più vaste. Non è un imperativo morale o il grido di un apostolo, ma il risultato diretto delle forze messe in moto dal capitalismo, che forma la spinta reale nel senso del grido programmatico: «Proletari di tutti i paesi, unitevi!».

«Il monopolio del capitale diventa una pastoia per il modo di produzione che con esso e sotto di esso si è rigogliosamente sviluppato. La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro giungono ad un punto tale, che il loro involucro capitalistico non li può più contenere. Esso viene infranto. È suonata l’ultima ora della proprietà privata capitalistica. Gli espropriatori vengono espropriati».

L’opera di Marx maturo, pretesa fredda critica descrittiva esteriore del mondo economico, chiude col grido che è invito alla guerra sociale, premessa sicura della vittoria rivoluzionaria.

Quale è l’aspetto economico di questo nuovo rivoluzionario contrasto tra le forze produttive e le forme di proprietà? È questo: il movimento generale tecnico-produttivo continua nel senso della socializzazione del lavoro e dell’accentramento dei suoi mezzi materiali. La espropriazione dei minori possessori privati continua pure e superando ogni limite nessuna proprietà privata è più conciliabile con le esigenze del nuovo vasto impianto sociale dell’attività produttiva. Un trapasso deve avvenire. La proprietà capitalistica e la formazione di plusvalore che la caratterizza dovettero sorgere per rendere possibile l’iniziarsi della socializzazione, ma devono sparire perché questa possa continuare. Però non si tratterà certo di ripetere alla rovescia il processo già avvenuto, non si avrà una controrivoluzione ma un’altra rivoluzione nei rapporti economici.

Il lavoratore fu privato dello strumento di lavoro personale e non ne diventerà più possessore isolato. Tuttavia il ricongiungimento tra il lavoratore e le condizioni di lavoro avverrà nel solo modo conciliabile con le trasformazioni della tecnica, ossia la collettività lavorativa acquisterà il controllo e la gestione dell’insieme dei mezzi di produzione e dell’insieme dei prodotti.

«La forma capitalistica di appropriazione sorta dal sistema di produzione capitalistica, e quindi la proprietà privata capitalistica, è la prima negazione della proprietà privata individuale che era fondata sul lavoro personale. Ma la produzione capitalistica genera, con la necessità di un processo naturale, la sua stessa negazione. È la negazione della negazione. Essa ristabilisce di nuovo non la proprietà privata del lavoratore, ma la proprietà “individuale” sulla base delle acquisizioni suscitate dall’era capitalistica: ossia sulla base del lavoro collettivo e del possesso comune della terra e dei mezzi di produttivi dal lavoro stesso creati».

Questo penultimo capoverso dell’Opera richiama le classiche espressioni della dialettica, si collega a quanto Marx scrive nella seconda prefazione, del 1873, a proposito della dialettica hegeliana, di cui egli dichiara di avere già da trenta anni criticato il lato mistificante (non mistico, signori traduttori!) pur riconoscendo che Hegel per primo espose il metodo dialettico. Questo è da Marx capovolto; in Hegel poggiava sulla testa, il processo del pensiero creava la realtà; in Marx all’opposto «esso non è altro che il Materiale trasportato e tradotto nella testa dell’uomo». Su questo punto sarà pubblicata una breve appendice al presente lavoro col titolo “Il metodo dialettico di Marx”.

Appare chiaro che la espressione di proprietà “individuale” riferita alla negazione della sua negazione, ossia al sistema di distribuzione collettivistica che succede al capitalismo, vuol dire che ciascun partecipe alla produzione sociale potrà partecipare al godimento dei prodotti sociali senza che s’interponga alcuna forza e diritto di privata altrui usurpazione, come già faceva nel suo piccolo cerchio privato il produttore indipendente, pei prodotti del personale suo lavoro.

E il Capitale chiude col richiamo del passo del Manifesto riguardante la funzione rivoluzionaria del proletariato, perché con questo collegamento volle l’autore ribadire la continuità costruttiva della sua dottrina dalle enunciazioni del 1847 fino al completamento della sua opera monumentale.

Luminosa evidenza questa, che resisterà nella storia del movimento ai ripetuti instancabili attentati della menzogna, dell’inganno, del tradimento.

«L’irrefrenabile progresso dell’industria di cui la borghesia è l’agente involontario sostituisce all’isolamento dei lavoratori nato dalla concorrenza la loro unione rivoluzionaria a mezzo dell’associazione. A misura che la grande industria si sviluppa la stessa base sulla quale la borghesia ha stabilito la sua produzione le sfugge di sotto i piedi.

«La borghesia produce dunque innanzi tutto i propri becchini. Il suo tramonto e il trionfo del proletariato sono del pari inevitabili».

  1. Fin qui alla data della prima redazione (1929). Oggi va aggiunta le eventualità delle conseguenze dell’impiego di armi a disintegrazione atomica. ↩︎
  2. Tradotto così letteralmente, a rettifica delle correnti versioni: ciò che cresce è “die Masse des Elends” – la massa delle miseria –  non la miseria della classe operaia. I traduttori “a braccio” non capiscono che Marx si sarebbe banalmente contraddetto, ove avesse fatto crescere di pari passo la “degradazione” e la “organizzazione” della classe operaia. Di questa, disciplinata (geschulten) avanguardia delle masse oppresse e schiacciate, cresce die Empörung (soggetto della proposizione avversativa) ossia non la semplice resistenza, come si leggeva nelle edizioni Avanti! ma la Ribellione. ↩︎