Asia polveriera del mondo (Pt.1)
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La grandiosa epoca di sovvertimenti rivoluzionari aperta in Asia dalla Seconda Guerra Mondiale dura. Il gigantesco terremoto sociale che ha chiamato alla ribalta della storia centinaia di milioni di persone, appartenenti a diecine di nazioni e razze diverse, unite sotto il comune segno della rivolta all’imperialismo bianco, si prolunga in progressivi scuotimenti. La storia del mondo capitalista è ad una svolta, al di là della quale si intravedono convulsioni tremende, naufragi di secolari imperi coloniali fino a ieri dominanti sull’Europa e sul mondo. Sotterranee forze storiche rimaste assopite per millenni sono capaci di generare concentramenti di potenza industriale politica e militare finora sconosciuti. La stessa supremazia della razza bianca nel mondo, conseguita parallelamente allo sviluppo del capitalismo nell’Occidente, subisce profonde incrinature. Il fatto che alla Conferenza di Ginevra, i rappresentanti dei massimi poteri statali dell’imperialismo abbiano dovuto trattare con una potenza, la Cina, che fino a venti anni fa era una passiva pedina nelle mani delle cancellerie europee, dimostra che i padroni del mondo sono costretti a fare posto a nuove potenze. E che avverrà, allorché i nuovi Stati indipendenti dell’Asia, che possono disporre di ricchissime fonti di materie prime e di sterminate riserve di mano d’opera, avranno costruito formidabili apparati industriali e autonome macchine belliche?
Le rivoluzioni nazional-popolari di Asia dilagano. Esse sono il prodotto dell’esplosione del secolare odio delle masse lavoratrici e delle nazionalità oppresse, che il regime coloniale manteneva in umilianti condizioni di inferiorità economica, nazionale e persino razziale. Condizioni di servitù tanto più insopportabili in quanto contrastanti con la potenziale ricchezza dell’Asia, serbatoio di materie prime dell’intero pianeta. Ma la riscossa nazionale dei popoli asiatici ha potuto raggiungere piena vittoria per due fondamentali cause: 1) la lotta a fondo contro le arcaiche sovrastrutture sociali e i reazionari modi di produzione precapitalisti, e addirittura pre-feudali, che hanno permesso di realizzare la coalizione delle classi nel quadro nazionale secondo il modello della rivoluzione giacobina del 1789; 2) la crisi permanente dell’imperialismo.
Conviene esaminare, anzitutto, il secondo punto per sgombrare il terreno dalle influenze delle opposte propagande imperialiste, che impediscono una esatta visione dei rivolgimenti asiatici.
I governi dell’Europa occidentale, la Francia e l’Inghilterra specialmente, tradizionalmente hanno protetto la schiuma della speculazione e del carrierismo burocratico calati dalle metropoli sui ricchi pascoli coloniali di Asia e di Africa. Oggi essi lavorano sfacciatamente – per dissimulare la propria ignominiosa impotenza – sull’argomento della sobillazione e dell’aiuto militare fornito ai regimi nazionalisti dell’Asia dal governo della Russia. Secondo la tesi propagandistica di Washington, Londra, Parigi – e dei loro satelliti –le rivoluzioni anticoloniali costituirebbero una colossale operazione pianificata dello Stato Maggiore russo mirante allo scopo di portare i carri armati russi a Hong-Kong, a Singapore, a Bombay. In altre parole, la rivoluzione di Mao-tse-tung sarebbe l’equivalente asiatico del colpo di Stato russo in Cecoslovacchia del febbraio 1948. Argomento infantilmente poliziesco.
Da parte sua, il governo di Mosca – e i suoi satelliti statali e politici – non fanno nulla per discreditare la tesi occidentale, anzi – con una sincronia non rara nei rapporti russo-occidentali – si sforzano di dare ad essa il massimo rilievo. Se gli stessi governi rivali atlantici fabbricano il mito dell’onnipotenza russa in Asia e attribuiscono alla Russia il brevetto delle rivoluzioni nazionaldemocratiche, sarebbe davvero da sciocchi pretendere dal governo di Mosca – che certamente brama di scavarsi canali di penetrazione politica e commerciale nel magma incandescente del nuovo ordine asiatico – un diverso comportamento. Fatto non strano, la Russia adopera tutte le risorse della propaganda politica per imprimere nella mente dei popoli asiatici la nozione della indispensabilità della guida russa nella lotta contro l’imperialismo. Ma certamente l’arma propagandistica più efficace è fornita a Mosca proprio dalle accuse delle potenze occidentali.
Il comportamento dei governi occidentali si spiega col fatto che essi non possono ammettere che la ribellione delle nazionalità oppresse dell’Asia (e dell’Africa) scaturisca inarrestabilmente dal profondo secolare odio provocato dalla politica di rapina e di vergognosa oppressione condotta tradizionalmente dalle potenze coloniali. La verità è che i popoli dell’Asia e dell’Africa hanno assaggiato troppo lo sfruttamento dei colonialisti per aver bisogno della sobillazione russa. D’altra parte i superbi dominatori dei continenti e degli oceani non possono riconoscere che le conseguenze obiettive della Seconda Guerra Mondiale li hanno messi, alla fine del conflitto, nella materiale impossibilità di restaurare in Asia lo status quo prebellico. È facilmente comprensibile che, addossando al governo di Mosca, accusato di disegni tenebrosi e di non si sa quali occulte macchinazioni infernali, tutta la responsabilità degli avvenimenti asiatici, i decadenti governi di Parigi e Londra mirino a stornare da sé il pericolo di dover confessare lo stato di disgregazione in cui versa il colonialismo e, quel che conta di più, la limitatezza delle possibilità repressive dei pur mastodontici colossi dell’imperialismo.
È possibile misurare fino a che punto le rivoluzioni nazionali e i movimenti indipendentisti delle nazioni asiatiche, culminati nella costituzione di Stati che per popolazione sono i più grandi del mondo, abbiano usufruito dell’appoggio di Mosca. I fatti stanno lì a mostrare che l’area continentale, nella quale si sono originate le cosiddette “aggressioni comuniste” è soltanto una parte del vastissimo teatro geopolitico, comprendente un territorio di oltre 17 milioni di Kmq e una popolazione di oltre un miliardo di persone, in cui si è scatenata la rivolta contro l’imperialismo bianco. Infatti, di questo enorme settore fisico ed etnologico del pianeta, la cosiddetta Asia “rossa”, la pretesa Asia “comunista”, in tal modo denominata solo perché il regime dominante si richiama surrettiziamente alla teoria e ai simboli del comunismo marxista, si riduce – a conti fatti – alla Cina e alle sue dipendenze. La Corea del Nord, infatti, fu istituita, come la Corea del Sud, a seguito di una transazione concordata delle potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale (Stati Uniti, Russia, Inghilterra, ecc.) che, ripetendo le geniali invenzioni del Trattato di Versailles, scelsero il 38° parallelo come artificiale linea di demarcazione dei due semi-Stati.
A migliaia di miglia di distanza, l’altra “vittima dell’aggressione russa”, l’Indocina, benché le forze rivoluzionarie nazionaliste di Ho Ci-min siano in netta superiorità sugli occupanti francesi, è ancora lontana dal raggiungere un definitivo assetto.
La Cina rimane con le sue dipendenze, a tutt’oggi, l’unico grande Stato “comunista” sorto in Asia a seguito di una lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo capitalista. La Cina per l’estensione del suo territorio (Kmq 9.736.000) è lo Stato più vasto dell’Asia; per la sua popolazione (467.802.000 abitanti) è lo Stato più grande del mondo. Se lo si confronta alla estensione e alla popolazione complessiva di tutti gli Stati indipendenti sorti in Asia dal 1948 al 1950, in cui sono da annoverare l’India, l’Indonesia, il Pakistan, la Birmania, le Filippine, la già citata Corea, Ceylon, ci si avvede che l’enorme spazio cinese si accaparra – facendo i calcoli con approssimazione – più della metà della parte del continente asiatico sottratto al diretto controllo politico delle metropoli capitaliste di occidente. È una fetta immensa, ma non tutta la torta.
Va da sé che le misurazioni del territorio e il censimento della popolazione non sono criteri sufficienti per stabilire il grado di potenza politica e militare degli Stati, la quale deve rapportarsi anzitutto al potenziale economico-industriale. Ma, trattandosi di Stati che pur disponendo di immense riserve di materie prime, spesse volte sfruttate solo marginalmente, si avviano soltanto ora per la strada del moderno industrialismo, altro criterio non esiste. Ad esempio, Cina ed India posseggono entrambe vasti giacimenti di carbone e di ferro, elementi di base dell’industria siderurgica e meccanica. Inoltre la Cina produce antimonio e tungsteno che costituiscono rispettivamente il 60% e il 50% della produzione mondiale; l’India, da parte sua, produce i due terzi della mica venduta sul mercato mondiale; ha una imponente produzione di manganese, rilevanti giacimenti di bauxite. E abbiamo accennato, con la inevitabile sommarietà a cui ci condanna la pochezza del nostro spazio tipografico, soltanto alle massime fonti di materie prime. È chiaro che solo l’avvenire potrà permetterci, fornendoci il consuntivo del piano quinquennale di industrializzazione inaugurato l’anno scorso da Pekino, di assodare se la supremazia etnica e territoriale della Cina può ritenersi estesa anche al campo industriale.
Quel che importa qui è di mostrare che non tutti i rivolgimenti storici, verificatisi in Asia dopo la guerra mondiale, possono spiegarsi con la rancida storiella degli intrighi di Mosca. In realtà, se la causa prima della cacciata dei dominatori bianchi dall’Asia è da ricercarsi nella rivolta delle nazioni oppresse, che covava da secoli, le condizioni obiettive in cui le rivoluzioni demo-nazionali asiatiche si sono originate, hanno lottato e trionfato non sono affatto da individuare nella politica delle grandi potenze imperialiste di occidente, Russia compresa. La politica degli Stati occidentali e della Russia nei confronti dell’Asia è improntata, in ogni caso, al principio di trarre il massimo vantaggio politico e militare da una complessa fase storica che ha originato forze impersonali di gran lunga più potenti dei governi. Attribuire alla Russia la responsabilità storica delle rivoluzioni anti-imperialiste d’Asia, significa fare credito al Cremlino di una formidabile potenza che esso non possiede. Il fulcro è altrove. Le condizioni obiettive che hanno reso possibile lo sganciamento dell’Asia dal predominio dell’imperialismo bianco, furono le conseguenze storiche della Seconda Guerra Mondiale, cioè del terribile sconvolgimento in cui precipitarono, per inflessibili leggi economiche, i massimi Stati capitalisti d’Europa e d’America.
L’occupazione giapponese dell’Asia continentale ed insulare che spaziò da Mukden a Rangoon, da Singapore a Batavia, travolse le potenze coloniali anglo-franco-olandesi dall’Indocina, dalla Birmania, dalla Malesia, dall’Indonesia, ecc. Il motto “l’Asia agli asiatici” servì, nella bocca dei generali nipponici, allo scopo di adombrare con ideologie liberazioniste a fondo razziale, l’espansionismo di provato tipo capitalista dello Stato di Tokio. Di ciò nessun dubbio. Ma è altrettanto vero che la pur breve dominazione giapponese umiliò per sempre il prestigio degli orgogliosi padroni bianchi, avvezzi da secoli a farsi ubbidire a colpi di bastone o con la semplice minaccia dei cannoni puntati degli incrociatori. Secoli di dissanguamento economico, feroci vessazioni inflitte da burocrazie coloniali avide e corrotte, mortali umiliazioni suggerite dalla boria razziale del superbioso dominatore d’oltremare, avevano ammassato un formidabile potenziale rivoluzionario nelle classi sfruttate e nelle nazionalità oppresse. Allorché i poteri coloniali crollarono come castelli di carta sotto i colpi delle armate del Mikado, allorché l’Asia intera si avvide che l’odiato oppressore bianco aveva perso il potere dell’invincibilità, essendo sgominato e messo in fuga da una potenza essa stessa asiatica, anche se posseduta da eguale bramosia di rapina e di soggiogamento, la dominazione bianca sull’Asia volse al tramonto.