Partito Comunista Internazionale

[RG-39] Tesi sulla questione cinese Pt.1

Categorie: Canton Commune, China, Chinese Revolution, CPC, History of China, Kuomintang, Stalinism, Trotsky, USSR

Articolo genitore: Tesi sulla questione cinese

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Dopo il 1960, anno in cui gli 81 partiti sedicenti comunisti (compreso quello di Mao) manifestarono la loro unanimità sul programma dell’opportunismo kruscioviano, una rottura di fatto si è prodotta fra Pechino e Mosca. Come risulta in diversi testi da noi analizzati, la Cina presenta la propria variante nazionale dello stalinismo: ma, a differenza degli altri “socialismi nazionali” di marca araba, cubana o jugoslava, il “socialismo cinese” pretende di rivedere i conti alla Russia borghese, di ergersi a difensore del marxismo e di ricostruire sotto la propria egida i ranghi del proletariato mondiale. È questa pretesa, più che gli inevitabili antagonismi fra Stato russo e Stato cinese, che esige la nostra risposta: perché né la pratica sociale né l’ideologia politica ufficiale dei dirigenti di Pechino sono orientate al trionfo del programma comunista.

A. Natura e prospettive delle rivoluzioni d’Oriente

1) In Cina, come negli altri paesi arretrati d’Africa e d’Asia, le due guerre mondiali hanno spinto fino al punto di rottura le contraddizioni fra lo sviluppo delle forze produttive e i vecchi rapporti di produzione ereditati dal regime patriarcale. Per un lungo periodo vi si sono susseguite insurrezioni nazionali e rivolte agrarie, a conferma dei pronostici formulati dal marxismo sin dagli inizi del ‘900. Così, nonostante le ripetute disfatte del proletariato nelle metropoli europee, l’esplosione dei movimenti nazionali in Oriente ha reso testimonianza della forza rivoluzionaria degli antagonismi accumulati dal sistema capitalista.
     Ma, come oggi [1964, ndr] è provato dal ritardo crescente dei paesi arretrati rispetto allo sviluppo economico delle loro ex metropoli, queste contraddizioni non potevano essere risolte entro un quadro nazionale e nella forma di un “progresso borghese”: esse sono il prodotto del capitalismo mondiale, del suo sviluppo ineguale, dell’accumulazione di tutte le ricchezze in un pugno di Stati super-industrializzati. È appunto in questi termini che l’Internazionale Comunista, fin dal suo Manifesto al proletariato di tutto il mondo, del 6 marzo 1919, poneva la “questione coloniale”: «L’ultima guerra, che è stata anche una guerra contro le colonie, fu contemporaneamente una guerra con l’aiuto delle colonie […] Il programma di Wilson “libertà dei mari”, “Società delle Nazioni”, “internazionalizzazione delle colonie”, non mira ad altro, nell’interpretazione più favorevole, che a cambiare l’etichetta della schiavitù coloniale. La liberazione delle colonie è possibile solo contemporaneamente alla liberazione della classe operaia delle metropoli». Quest’ultima è stata battuta, poi asservita all’ideologia borghese e pacifista; ma, contro tutti i profeti di “pace sociale” e di “coesistenza pacifica”, deve trarre dalle rivoluzioni di Oriente questa lezione e questa certezza: la violenza è sempre la sola levatrice della storia.

2) Quale che possa essere stata in Cina l’oppressione dell’imperialismo straniero, la natura degli antagonismi economici e sociali che questo vi ha scatenati non poteva fare della sua rivoluzione, di per sé, una rivoluzione “anti-capitalista”. Il marxismo ha sempre denunciato quest’illusione del “socialismo” piccolo-borghese, che fu pure quella dei populisti russi e che oggi è sfruttata dall’“estremismo” di Mao. Diceva Lenin dei populisti russi: «Essi sciorinano volentieri delle frasi “socialiste”, ma nessun operaio cosciente può ingannarsi sul significato di queste frasi. In realtà nessun “diritto alla terra”, nessuna “ripartizione egualitaria del suolo”, nessuna “socializzazione”, contengono una goccia di socialismo. Ciò deve essere compreso da tutti coloro che sanno che la produzione di merci, il dominio del mercato, del denaro e del capitale non sono infranti, al contrario più largamente sviluppati dall’abolizione della proprietà privata e da una nuova ripartizione del suolo, fosse anche la più “giusta”» (“I partiti politici in Russia”, 1912).
     La liberazione del contadino dai vincoli dell’economia naturale, lo sviluppo di un’industria “moderna”, utilizzante le risorse in manodopera e capitali fornite da un’agricoltura “moderna”, la creazione di un mercato nazionale e, a coronamento di tutto ciò, l’esaltazione della “unità nazionale”, di una “cultura nazionale” e di tutti gli attributi “moderni” della potenza statale, non sono mai stati e non possono essere altro che il programma dell’accumulazione del capitale.

3) Tuttavia, lungi dal limitarsi, in un movimento rivoluzionario borghese, alla rivendicazione formale dello Stato nazionale e della democrazia politica, il marxismo determina nel modo più rigoroso il ruolo delle classi sociali in ogni rivoluzione. La comparsa di un proletariato industriale in Cina, come nella Russia zarista o nell’Europa del 1848, significava per i comunisti la necessità di un’organizzazione di classe che sfruttasse ai propri fini politici la crisi del regime pre-borghese. Tale è la linea del Manifesto del Partito Comunista (1848) e della Rivoluzione d’Ottobre, una linea che Marx ha definito col nome di “rivoluzione in permanenza”.
     Al Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista (1920), Roy sottolineava l’importanza di questa prospettiva di lotta indipendente e continua per il proletariato dei paesi coloniali: «La dominazione straniera ostacola costantemente il libero sviluppo della vita sociale; perciò il primo passo della rivoluzione [nelle colonie] deve essere l’abbattimento di questa dominazione. Appoggiare la lotta per l’abbattimento della dominazione straniera non significa sottoscrivere le aspirazioni nazionali della borghesia indigena, ma aprire al proletariato delle colonie la via della sua liberazione […] Nel suo primo stadio, la rivoluzione nelle colonie non sarà una rivoluzione comunista, ma se fin dall’inizio un’avanguardia comunista ne prende la testa, le masse rivoluzionarie saranno avviate sul giusto cammino e raggiungeranno il fine ultimo attraverso una graduale conquista di esperienze rivoluzionarie» (“Tesi integrative sulla questione nazionale e coloniale”, 28 luglio 1920).
     Imprigionando il proletariato cinese, fin dall’inizio della rivoluzione, nel “blocco delle quattro classi” – formula politica dell’attuale “democrazia popolare” – il partito di Mao ha segnato la rottura di tutto l’Oriente arretrato con la tattica gloriosamente illustrata dal bolscevismo russo.

4) Dal punto di vista di una vittoria definitiva del comunismo, il carattere “permanente” del processo rivoluzionario, che doveva consegnare il potere al proletariato dei paesi arretrati, aveva senso soltanto se la rivoluzione proletaria riusciva a estendersi alle metropoli del capitale. La Russia, diceva la seconda prefazione di Marx all’edizione russa del “Manifesto del Partito Comunista”, potrà evitare la fase dolorosa dell’accumulazione capitalistica solo «se la rivoluzione russa diverrà il segnale di una rivoluzione proletaria in Occidente, in modo che le due rivoluzioni si completino a vicenda». L’Internazionale di Lenin non ha soltanto ripreso questa prospettiva per la Russia dei Soviet, ma l’ha estesa a tutta l’Asia. Come ricordavano le “Tesi del Congresso dei Popoli d’Oriente”, tenutosi a Baku nel 1920, «solo il trionfo completo della rivoluzione sociale e l’instaurazione di una economia comunista mondiale possono liberare i contadini di Oriente dalla rovina, dalla miseria e dallo sfruttamento. Perciò essi non hanno altra via per la propria emancipazione che di allearsi agli operai rivoluzionari di Occidente, alle loro repubbliche sovietiche, e di combattere nello stesso tempo i capitalisti stranieri e i loro propri despoti (i proprietari fondiari ed i borghesi) fino alla vittoria completa sulla borghesia mondiale e all’instaurazione definitiva del regime comunista».
     È noto come lo stalinismo abbia capovolto questa tesi, facendo dei successi economici o diplomatici della Russia il criterio universale dei progressi del comunismo. Pechino va fino in fondo sulla via del rinnegamento: invece di indicare nella vittoria del proletariato occidentale la sola prospettiva di emancipazione sociale dell’Oriente, esso fa dipendere la causa del proletariato internazionale dall’esito dei moti nazionali borghesi d’Africa e d’Asia.

5) Contro la teoria staliniana della “edificazione del socialismo nell’URSS”, e i prolungamenti tattici che l’Internazionale degenerata ne diede in Cina, Trotski ha avuto il merito storico di difendere la visione integrale del processo rivoluzionario scatenato dalla Prima Guerra mondiale e dalla Rivoluzione d’Ottobre. Così, nelle sue Tesi del 1929 sulla rivoluzione permanente, dichiarava: «La rivoluzione socialista non può giungere a compimento entro limiti nazionali. Una delle cause essenziali della crisi della società borghese deriva dal fatto che le forze produttive da essa create tendono a uscire dal quadro dello Stato nazionale. Di qui le guerre imperialiste da una parte e l’utopia degli Stati Uniti d’Europa dall’altra. La rivoluzione socialista comincia sul terreno nazionale, si sviluppa sull’arena internazionale e si compie sull’arena mondiale».
     La teoria della rivoluzione permanente si applica quindi a ogni Stato isolato di dittatura proletaria, tanto se le sue strutture economiche sono mature per certe trasformazioni socialiste quanto se sono ancora molto arretrate: la Russia staliniana non poteva attribuirsi il privilegio nazionale di “costruire il socialismo” entro le proprie frontiere, più di quanto potesse farlo la Germania di Hitler. Ma, d’altra parte, insisteva Trotski, «lo schema di sviluppo della rivoluzione mondiale elimina la questione dei paesi “maturi” o “non maturi” per il socialismo, secondo la classificazione rigida e pedantesca che il programma attuale [1929] dell’Internazionale Comunista ha stabilito. Nella misura in cui il capitalismo ha creato il mercato mondiale, la divisione mondiale del lavoro e le forze produttive mondiali, esso ha preparato l’insieme dell’economia mondiale alla ricostruzione socialista».

Democrazia e proletariato: la questione nazionale

6) Instaurando la dittatura del proletariato in un paese piccolo-borghese che non conosceva né il regime parlamentare né un capitalismo sviluppato, i bolscevichi russi diedero una smentita mortale al riformismo della Seconda Internazionale, che della democrazia e dei suoi “progressi” faceva una condizione assoluta del “passaggio” al socialismo. Mezzo secolo più tardi, non ci si contenta di vedere nelle riforme costituzionali e nei metodi democratici la via maestra verso il socialismo; lo stesso socialismo è definito dai rinnegati in termini borghesi di “democrazia popolare” o di “Stato di tutto il popolo”. Coloro che hanno distrutto l’Internazionale di Lenin hanno ora una sola parola d’ordine e una sola confessione: indipendenza dei diversi partiti “comunisti”, non-ingerenza negli affari interni dei partiti “nazionali”.
     Spiegando il fallimento della Seconda Internazionale, il “Manifesto” del 1919 dichiarava: «in quel periodo [fra ‘800 e ‘900] il centro di gravità del movimento operaio poggiava interamente sul terreno nazionale, nel quadro degli Stati nazionali, sulla base dell’industria nazionale, nell’ambito del parlamentarismo nazionale». Noi neghiamo che una fine simile fosse inevitabile per la Terza Internazionale. Il capitalismo mondiale e le guerre imperialistiche avevano precisamente spostato questo “centro di gravità” sull’arena internazionale, non solo per i paesi di capitalismo avanzato, ma anche per i paesi oppressi in cui la questione nazionale e coloniale si poneva in tutta la sua ampiezza.

7) La “questione nazionale” può porsi come questione specifica del movimento proletario soltanto nella fase rivoluzionaria del capitalismo, quando la borghesia si lancia all’assalto del potere per condurre a termine la sua opera di trasformazione economica e sociale. In una fase di capitalismo già maturo, invece, ogni “programma nazionale” di un partito operaio che rivendichi il perfezionamento del sistema rappresentativo dello Stato borghese o della sua base economica costituisce un programma di collaborazione di classe e di “difesa della patria”. Appunto perciò il marxismo ha sempre strettamente delimitato per aree geografiche queste due fasi successive del capitalismo. «Nell’Europa occidentale continentale, l’epoca delle rivoluzioni democratiche borghesi abbraccia un intervallo di tempo abbastanza preciso che va suppergiù dal 1789 al 1871 – diceva Lenin – È questa l’epoca dei moti nazionali e della creazione di Stati nazionali. Chiuso questo periodo, l’Europa occidentale si era trasformata in un sistema costituito di Stati borghesi, di Stati nazionali generalmente omogenei. Cercare oggi il diritto di autodeterminazione nei programmi dei socialisti di Europa occidentale, è non sapere l’abc del marxismo». E ancora: “Nell’Europa orientale e in Asia, l’epoca delle rivoluzioni democratiche borghesi è cominciata solo nel 1905. Le rivoluzioni in Russia, in Persia, in Turchia, in Cina, le guerre nei Balcani, questa la catena degli avvenimenti mondiali della nostra epoca nel nostro Oriente» (“Sul diritto di autodecisione delle nazioni”, 1914).
     Oggi, questa fase si è egualmente conclusa per tutta l’area afro-asiatica: ovunque, si sono costituiti, alla fine della Seconda Guerra mondiale, Stati nazionali più o meno “indipendenti”, più o meno “popolari”, che promuovono in modo più o meno “radicale” l’accumulazione del capitale. Per questo solo fatto, l’“estremismo” cinese non può più presentarsi come la teoria di un movimento nazionale rivoluzionario, ma come un’ideologia ufficiale di uno Stato borghese costituito, come un programma di collaborazione di classe, con tutto ciò che questo comporta in termini di frasi “socialiste”.

8) Neanche nella fase delle rivoluzioni democratiche borghesi i comunisti possono erigere a feticcio la “questione nazionale”, collocandone la soluzione al disopra degli interessi di classe e della propria lotta. Il proletariato rivoluzionario non deve dimenticare che il suo compito storico è di distruggere lo Stato borghese e i rapporti di produzione capitalistici per instaurare una società in cui spariranno le classi, e con esse le differenze fra gli Stati e le stesse nazioni.
     Nel suo sviluppo, il capitalismo abbatte le frontiere nazionali, superate dalle sue merci e dai suoi eserciti: distruttore di rapporti di proprietà, esso infrange le entità nazionali e impone le sue forme di dominazione mondiale ai paesi più avanzati come ai popoli oppressi. I comunisti non possono quindi attendere dal capitale che esso crei un’armoniosa “società delle nazioni” in cui i rapporti fra Stati siano regolati conformemente al “diritto delle genti”.
     Era invece loro permesso di sperare che l’abbattimento del capitalismo mondiale evitasse all’Oriente la fase dell’accumulazione capitalistica e della costituzione in Stati nazionali borghesi. «Noi ignoriamo – diceva ancora Lenin – se l’Asia giungerà prima della bancarotta del capitalismo a costituirsi in un sistema di Stati nazionali indipendenti sul modello dell’Europa. Ma una cosa è incontestabile, cioè che, risvegliando l’Asia, il capitalismo ha suscitato anche laggiù dei moti nazionali; che questi tendono a costituire degli Stati nazionali; che questi Stati assicurano appunto al capitalismo le condizioni migliori di sviluppo».

9) La Terza Internazionale aveva prospettato le diverse possibilità di sviluppo della rivoluzione mondiale:
– vittoria simultanea del proletariato in Occidente e in Oriente;
– vittoria del proletariato nelle metropoli e indipendenza delle colonie sotto un governo della borghesia nazionale;
– vittoria del proletariato nelle colonie e ritardo della rivoluzione comunista in Europa.
     Ma non considerò la vittoria di un blocco di classi come una prospettiva rivoluzionaria duratura, alla quale il proletariato dei paesi arretrati potesse legare il proprio destino. In tutti i casi, le Tesi del Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista, che Roy aveva particolarmente dedicato alla Cina e all’India, insistevano sulla necessità per il proletariato di separarsi dalla borghesia “nazionale”: «Esistono [nei paesi oppressi] due movimenti che ogni giorno più divergono. Il primo è il movimento nazionalista democratico-borghese, il cui programma è l’indipendenza politica nel quadro dell’ordine borghese; il secondo è quello dei contadini poveri e arretrati e degli operai che lottano per la propria liberazione da ogni specie di sfruttamento. Il primo movimento cerca, spesso con successo, di controllare il secondo; ma l’Internazionale Comunista deve combattere un tale controllo e promuovere lo sviluppo della coscienza di classe fra le masse operaie delle colonie» (“Tesi integrative sulla questione nazionale e coloniale”, 1920).

10) La storia del movimento operaio in Cina e la tradizione politica del Partito Comunista Cinese sono la negazione di questa esigenza dell’Internazionale. Entrando nel Kuomintang, fin dal 1924 il giovane Partito Comunista Cinese dava la sua adesione ai “tre princìpi del popolo”, versione asiatica delle formule di Lincoln (“un governo del popolo, mediante il popolo e per il popolo”) e della rivoluzione borghese francese (“libertà, eguaglianza, fraternità”). Come ha mostrato Trotzki, la fusione del PCC e del partito nazionalista non aveva nulla a che vedere con la tattica delle alleanze temporanee che Marx giudicava accettabile in una rivoluzione democratica borghese e che i bolscevichi avevano utilizzato in Russia. Si trattò di un’adesione di principio, rinnovata da Mao Tse-tung ad ogni “tappa” della Rivoluzione cinese, anche dopo la sconfitta e l’eliminazione del Kuomintang: «Il nostro punto di vista coincide perfettamente con le tesi rivoluzionarie del dott. Sun Yat-sen […] in Cina tutti i comunisti e i simpatizzanti del comunismo devono lottare per gli obiettivi della fase attuale; devono lottare contro l’oppressione straniera e spezzare il giogo feudale, devono liberare il nostro popolo dalla tragica sorte di paese coloniale, semicoloniale e semi-feudale, ed edificare una Cina di nuova democrazia sotto la guida del proletariato, che si proponga, come compito principale, la liberazione dei contadini, cioè una Cina dei Tre Principi popolari rivoluzionari del dott. Sun Yat-sen, una Cina indipendente, libera, democratica, unificata, ricca e potente. Noi agiamo precisamente così» (Mao Tse-tung, “Sul governo di coalizione”, 1945).

Dalla rivoluzione russa alla Comune di Canton: rivincita del menscevismo

11) È nell’analisi degli avvenimenti del 1905 che il bolscevismo trovò la conferma della sua tattica e si separò definitivamente dalla corrente menscevica. In Russia, constatava Lenin, «la rivoluzione borghese è impossibile come rivoluzione della borghesia». Il proletariato non può dunque aspettare che la borghesia abbia realizzato la sua opera politica (l’abbattimento dello zarismo) o sociale (l’abolizione della proprietà feudale) per scendere in lotta. Prendere la testa del movimento sociale senza rinchiuderlo in forme giuridiche borghesi (l’Assemblea Costituente), tale fu il senso delle parole d’ordine: “Dittatura democratica degli operai e dei contadini!” e “Tutto il potere ai Soviet!”. Il risultato di questa tattica non fu l’instaurazione di una democrazia borghese, ma la dittatura aperta del proletariato.
     Combattendo la teoria delle “tappe” della rivoluzione borghese (che Stalin sosteneva già), Lenin ricordò nel marzo 1917 il contenuto delle divergenze fra bolscevichi e menscevichi: «La nostra rivoluzione è borghese, ecco perché gli operai devono sostenere la borghesia – dicono i politici incapaci del campo dei liquidatori. La nostra rivoluzione è borghese – diciamo noi marxisti – ecco perché gli operai devono aprire gli occhi del popolo sulle menzogne dei politici borghesi, insegnargli a non credere alle belle frasi, ad avere unicamente fiducia nelle proprie forze, nella propria organizzazione, nella propria unità, nel proprio armamento» (Prima delle “Lettere da lontano”, 1917).

12) Lo stalinismo si è sforzato di negare l’applicazione ai paesi coloniali dei princìpi e degli insegnamenti della Rivoluzione d’Ottobre e a questo scopo ha sostenuto un’interpretazione tipicamente menscevica, secondo cui il giogo imperialista rendeva la borghesia “nazionale” dei paesi arretrati più rivoluzionaria della borghesia antifeudale russa. A questa teoria di Bucharin (allora, 1927, schierato con Stalin), Trotzki rispose: «Una politica che ignori la potente pressione esercitata dall’imperialismo sulla vita interna della Cina sarebbe radicalmente falsa. Ma non meno falsa sarebbe una politica che parta da un’idea astratta dell’oppressione nazionale, senza conoscere la sua rifrazione nelle classi […] L’imperialismo è in Cina una forza di primaria importanza. La sorgente di questa forza non risiede nelle navi da guerra sullo Yang-tse, ma nel legame economico e politico del capitale straniero con la borghesia indigena» (“La rivoluzione cinese e le tesi di Stalin”, 1927). Senza fare l’analisi dei rapporti di classe in Cina, come negli altri paesi coloniali, era impossibile capire sia il contenuto della questione agraria, sia il fenomeno della borghesia compradora, sia infine il ruolo dei “signori della guerra” e altri generali nazionalisti, come Ciang Kai-shek e Uan Tin-uei, in cui l’Internazionale stalinizzata cercò alleati e trovò carnefici.

13) «Le rivoluzioni d’Asia ci hanno mostrato la stessa mancanza di carattere e la stessa bassezza del liberalismo, la stessa enorme importanza della indipendenza delle masse democratiche, la stessa delimitazione precisa fra il proletariato e ogni borghesia», scriveva Lenin, in “I destini storici della dottrina di Karl Marx”. Tali gli insegnamenti che, fin dal 1913, Lenin tirava dalla prima ondata delle rivoluzioni nazionali borghesi in Oriente: Russia (1905), Persia (1906), Turchia (1908), Cina (1911).
     Poco prima che la seconda ondata rivoluzionaria finisse nel massacro del proletariato di Canton, nel 1927, Trotzki riassunse l’amara lezione della tattica seguita dall’Internazionale stalinizzata: «Dalle tesi di Stalin discende che il proletariato potrebbe separarsi dalla borghesia solo quando quest’ultima l’abbia già respinto, disarmato, decapitato e calpestato. Ma è appunto così che si è svolta la rivoluzione abortita del 1848. Si è visto il proletariato, senza bandiera propria, seguire la democrazia piccolo-borghese, che a sua volta si trascinava dietro la borghesia liberale e sacrificava gli operai alle sciabole dei Cavaignac. Per grande che sia l’originalità della situazione cinese, il carattere essenziale dell’evoluzione subita dalla rivoluzione del 1848 si ritrova nella rivoluzione cinese con una precisione così impressionante che si direbbero perdute le lezioni del 1848, 1871, 1905, 1917, del partito comunista dell’URSS e dell’Internazionale Comunista».
     E in realtà, nelle grandi battaglie della rivoluzione cinese fra il 1924 e il 1927, non fu la sorte di una Cina “indipendente, ricca e potente” a essere compromessa per molti anni, ma la sorte di tutto il movimento operaio nelle colonie per un periodo storico infinitamente più lungo e più doloroso.

14) Entrando nel Kuomintang, mandando i suoi “ministri” nel governo nazionalista di Canton, il PCC non eseguiva un’abile manovra tattica per aumentare la propria influenza, come gli fece credere l’Internazionale di Mosca. Esso rinunciava ai suoi princìpi e subordinava la sua azione alla strategia nazionale della borghesia. Stalin spinse questa posizione fino alle ultime conseguenze e le Tesi da lui pubblicate nell’aprile 1927, più di un anno dopo il primo colpo di forza di Ciang Kai-shek contro i comunisti, presero una forma “classica”. L’adesione ai “tre principi del popolo” non implicava infatti il semplice riconoscimento di princìpi astratti, la “fede comune degli operai e dei borghesi nel movimento nazionale”. Secondo la dottrina di Sun Yat-sen, ai “tre principi” corrispondevano “tre tappe” dello sviluppo della rivoluzione borghese:
– La prima tappa, “militare”, doveva tradurre in pratica il principio del nazionalismo mediante l’unificazione della Cina;
– La seconda, “educativa”, doveva preparare il popolo alla democrazia politica;
– La terza, infine, doveva realizzare questa democrazia e introdurre il “benessere del popolo”.
     Nelle sue Tesi Stalin riprende le stesse “tappe”, battezzandole: antimperialista, agraria, sovietica. Solo che il massacro del proletariato cinese segnava per lui la fine della “prima tappa”, durante la quale i comunisti non dovevano porre né la questione agraria né quella della loro uscita dal Kuomintang. Tutti i partiti staliniani ripresero questa politica nei paesi coloniali. In Cina, paese in cui fu applicata per la prima volta, essa si è rivelata apertamente come un tradimento di classe, perché abbandonò i proletari insorti nei maggiori centri industriali alla sanguinosa repressione di Ciang Kai-shek.