Partito Comunista Internazionale

“Libertà di spostamento”

Categorie: Immigration

Questo articolo è stato pubblicato in:

Una delle famose «libertà» di cui i liberatori avrebbero dovuto farci dono era quella di spostarci dove vogliamo, lungo tutti i meridiani e paralleli del globo. E De Gasperi l’ha esaltata al Congresso del Turismo, come se esistessero impedimenti a spostarsi per coloro che hanno soldi in tasca per girare il mondo da turisti, avendo praticato il nobile mestiere di sfruttatori del lavoro altrui, o per esercitare lo stesso mestiere come maneggioni politici o trafficanti in merci e capitali.

Ma per gli altri, per quelli che non possedendo nulla all’infuori della loro forza di lavoro e cercano disperatamente d’impiegarla (di venderla), dov’è questa libertà? Non solo essi non sono in grado di spostarsi perché non hanno quattrini — e anche la «libertà» è un «bene» negoziato sul mercato — ma, se mai capita loro di cadere negli artigli velutati delle organizzazioni internazionali che «caritatevolmente» curano e disciplinano l’emigrazione delle braccia inerti, accade loro, sì, di spostarsi, ma di rimetterci le penne e, magari, di finire in una nuova edizione dei campi di concentramento.

Capita loro — come già in Inghilterra e ora in Australia — di partire con un contratto di lavoro in mano, e di arrivare a destinazione — «liberi di essersi spostati» — per sentirsi dire che le condizioni di lavoro sono completamente diverse, che anzi, da lavorare non ce n’è affatto e che, comunque, devono passare una quarantena di un anno o due in un «campo» per… imparare la lingua e l’uso del sapone.

Soldi per tornare indietro, zero; autorità che li rimpatrino con la stessa caritatevole premura, nessuna.

Si sono «spostati liberamente»: ora finiranno disoccupati, liberi accattoni e liberi abitatori di campi cintati di filo spinato. Sulle loro teste passeranno gli aerei di quelli che liberamente circolano perché hanno sfruttato e si dispongono a sfruttare loro stessi o i loro fratelli. La «libertà» è quella!