Timone ad ovest in Jugoslavia
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Notizie incomplete e frammentarie sono finora giunte da Zagabria, dove il Partito al potere in Jugoslavia ha tenuto recentemente le sue «assise supreme». Ma sono notizie sufficienti a disegnare l’evoluzione in atto in quel regime.
L’abbiamo detto fin dallo scoppio della «bomba» della condanna cominformista di Tito: non è questo un regime proletario; è un regime di industrialismo statale temperato, una filiazioni staliniana resasi indipendente dallo stalinismo. Abbiamo seguito successivamente il processo di sempre più marcato avvicinamento della Jugoslavia all’Occidente, il processo di erosione esercitato dal dollaro in questo ex-pilastro del blocco orientale. Ora siamo un passo avanti.
Balzano subito agli occhi i tratti tipici di questa ulteriore evoluzione. Nel campo statale si è proceduto ad un inizio di decentramento: nel campo aziendale, si è data forma giuridica al principio che ogni azienda si amministra da sé, sotto il controllo degli operai. Questi due provvedimenti sono stati presentati come aspetti di una «lotta contro la burocratizzazione» destinata a fare andare in brodo a giuggiole chi vede nello stalinismo e sottoprodotti la sovrapposizione di una burocrazia parassitaria al corpo di un’economia socialista; in realtà, non erano se non aspetti di un graduale allentamento della centralizzazione statale, di una democratizzazione del regime autoritario. Oggi si va più oltre: il Partito «comunista» di Tito proclama la propria autrasformazione in un organismo di educazione politica, con puri compiti di «illuminazione delle coscienze» e di orientamento ideologico della politica generale dello Stato: il Fronte popolare diventa «Unione dei socialisti» e pone la sua candidatura all’Internazionale socialista, padrini di battesimo Bevan e C.
Poco importa che questi provvedimenti si realizzino o meno: essi esprimono una realtà di fatto – l’inserimento jugoslavo, per una via o per l’altra, nel dispositivo imperialistico diretto dall’America, in campo internazionale l’abbandono o quanto meno il rilassamento della centralizzazione e pianificazione al termine di un avvenuto processo d’incremento delle capacità produttive, soprattutto industriali, del Paese in campo nazionale. Riassestata su nuove basi l’economia capitalistica jugoslava, gli accentratori passano a una politica di decentramento, tolgono le briglie alle forze sociali finora rigidamente inquadrate nelle strutture burocratiche del regime. Le due evoluzioni sono parallele, internamente ed internazionalmente Tito si affianca, come riserva demagogica ed estremista , ai Bevan e consorti del blocco atlantico.
Non siamo all’ultimo gradino: ma ci arriveremo.