Siria: la caduta del regime di Damasco segna un salto qualitativo della contesa imperialista mondiale sul Medio Oriente
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La crisi degli equilibri politici globali e l’andamento sempre più mutevole dei rapporti di forza fra le potenze imperialistiche sono gli elementi che emergono con sempre maggiore insistenza con gli ultimi sviluppi sul terreno militare dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente. Dopo una lunga fase in cui le guerre in corso avevano evidenziato la tendenza a protrarsi nel tempo senza lasciare intravedere svolte decisive, negli ultimi due mesi almeno in Medio Oriente, si sono succeduti eventi che hanno inciso in maniera significativa nel far pendere le sorti della guerra a favore di una parte dei contendenti, creando una situazione in cui appare sempre più difficile ristabilire un assetto di relativo equilibrio delle forze.
Fino a poco tempo fa, la sostanziale stagnazione dei conflitti e la difficoltà di ciascuno dei contendenti in lotta di affermarsi in maniera decisa e rapida era stato il segno della distanza che ci separava dalla conflagrazione della guerra generale che con la persistenza del regime mondiale del capitale, a noi marxisti appare inevitabile. Ma negli ultimi tempi l’estensione a macchia d’olio del conflitto mediorientale e il coinvolgimento di nuovi attori, ha dato luogo a una sequenza di eventi bellici a partire dai significativi successi militari di Israele in Libano, che hanno cambiato non poco il quadro generale, anche se resta ancora indefinita la possibilità di tradurre in risultati politici stabili i cospicui risultati ottenuti sul campo di battaglia.
Nello spazio di poche settimane si è assistito a una repentina recrudescenza della guerra fra Israele e Hezbollah che si è conclusa con un traballante cessate il fuoco, tutto a vantaggio della parte israeliana, col quale si è ratificato il notevole ridimensionamento del potenziale militare della principale organizzazione politica e militare degli sciiti libanesi.
Le conseguenze di questa fase della guerra e della sua pausa parziale, interrotta soprattutto dai frequenti raid aerei israeliani, hanno posto le basi di un nuovo ciclo della mai sopita del tutto guerra siriana, come conseguenza indiretta del notevole indebolimento degli alleati libanesi del regime di Damasco.
Il regime degli Assad, ha concluso la propria parabola ingloriosa dopo 54 anni dalla sua nascita avvenuta in coincidenza con quel “moto di rettifica” attraverso il quale il preteso “progressismo” panarabo aiutò la monarchia giordana a sopravvivere al tentativo dei fedayin palestinesi di rovesciarla. L’appoggio di Hafiz al-Assad, a re Hussein, il monarca hashemita di Amman impegnato nel massacro dei profughi palestinesi, fu la benedizione delle decrepite borghesie al partito Ba’ath e la consacrazione sul trono di sangue di una repubblica monarchica e dinastica.
Non è sempre facile risalire al complesso groviglio di nessi di causa che hanno determinato la fulminea avanzata delle forze jihadiste che sono riuscite in soli 11 giorni, e quasi senza combattere, a sottrarre al controllo del governo siriano prima la seconda città del Paese e poi a procedere lungo la strada che la collega alla capitale Damasco fino al rovesciamento del regime e all’instaurazione dell’elemento jihadista alla guida dello Stato. Così nel giro di pochi giorni si è assistito a quello che in un conflitto che in Siria durava da 13 anni, ancora non si era visto.
Se questo è accaduto è perché una guerra lampo, o almeno la sua parodia come frutto della perdita del controllo della situazione sociale da parte delle potenze realmente dotate di una cospicua forza militare, ha determinato una rottura inattesa che ha dato vita a un quadro nuovo e per certi versi surreale.
Per i ribelli salafiti di Ha’yat Tahrir al-Sham (HTS) e i suoi satelliti jihadisti, una volta conquista Aleppo, impossessandosi anche di Hama, la quarta città per importanza del Paese e poi di Homs, la terza città, è stata tutta una marcia trionfale.
Ora i nuovi padroni della Siria, per quanto sulla lista delle organizzazioni terroristiche per gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Regno Unito e il Canada, sono una forza con cui tutte le potenze implicate nel grande gioco della guerra permanente in Medio Oriente non potranno non trattare e addirittura riconoscere ufficialmente.
D’altronde questo epilogo della guerra interna di Siria, giunge al culmine di una fase incominciata a fine settembre, che al di fuori dei confini del Paese direttamente coinvolto, vede un sostanziale rafforzamento delle rispettive posizioni internazionali di Israele, degli Stati Uniti e della Turchia.
Il prologo libanese della disfatta sci’ita
Fino all’estate scorsa la partita si era svolta essenzialmente attorno allo scontro diretto fra Israele e Hamas sul territorio di Gaza, con il conseguente massacro su vasta scala della popolazione civile palestinese, mentre gli scambi di missili e raid aerei fra Hezbollah e le forze armate israeliane a ridosso del confine libanese, si erano mantenuti nel quadro di un conflitto a bassa intensità.
Certo non si poteva sottovalutare il fatto che le salve di missili di Hezbollah sulla Galilea impedivano a decine di migliaia di israeliani di tornare alle loro case a oltre un anno dall’inizio della guerra di Gaza.
Non erano prive di conseguenze per il commercio mondiale le azioni militari compiute dagli Houthi yemeniti per disturbare la rotta marittima del Mar Rosso, imponendo un riassetto dei traffici commerciali, una riduzione drastica del numero delle navi in transito per lo stretto di Suez e la rivalutazione della circumnavigazione dell’Africa per evitare le insidie che incombono sullo stretto di Bab el- Mandeb che dà accesso al Mar Rosso.
Nello stesso tempo non erano mai venute meno le continue incursioni dell’aviazione israeliana in territorio siriano, allo scopo di fiaccare la presenza di Hezbollah e delle milizie filoiraniane, sostegno indispensabile del morente governo di Damasco. Così i reciproci attacchi missilistici fra Israele e Iran, per quanto spettacolari, non sembravano avere avuto ripercussioni sostanziali sui rapporti di forza fra le due potenze regionali.
A cambiare le carte in tavola in maniera sostanziale è stato l’attacco compiuto il 18 settembre per opera dell’intelligence israeliana che è riuscita a fare esplodere i dispositivi cercapersone in dotazione ai miliziani di Hezbollah e il giorno dopo con un’analoga operazione in cui sono state fatte esplodere le ricetrasmittenti che assicuravano le comunicazioni interne all’organizzazione sciita libanese.
Si trattava di una mossa di estrema efficacia, preparata con cura in un lungo arco di tempo, che preludeva a un attacco in grande stile contro la presenza di Hezbollah in Libano e con bombardamenti su larga scala in tutte le regioni del Paese dei Cedri. Questa nuova fase della guerra sul fronte libanese ha portato a un forte ridimensionamento della forza militare di Hezbollah, alla decapitazione ripetuta del suo vertice con la soppressione di nuovi capi politici e militari appena succeduti a quelli eliminati in una sequenza di attacchi tanto spietati e puntuali, quanto poco preoccupati di evitare “effetti collaterali” e stragi di civili.
La guerra in Libano è stata messa in sordina dai media di parecchi Paesi perché è stata una catastrofe dagli alti costi umani in cui la parte in causa più forte militarmente era un alleato di ferro degli Stati Uniti e della Nato. Così in Europa la cosiddetta “opinione pubblica” non ha avuto modo di rendersi conto che nel Paese dei Cedri sono morte circa 4.000 persone a causa dei bombardamenti e dei combattimenti sul terreno fra forze armate israeliane e i miliziani sciiti, mentre i civili libanesi sfollati dalle loro aree di residenza sono stati circa un milione e 400mila. Di questi ultimi soltanto una parte è tornata finora alle proprie case.
Anche Israele ha pagato il suo tributo di sangue con alcune decine di civili uccisi dai missili lanciati da Hezbollah sulla Galilea e in altre regioni del Paese, mentre ha perso parecchie decine di soldati nei combattimenti a distanza ravvicinata in terra libanese. Ma anche se le cifre ufficiali delle perdite israeliane fossero truccate e dunque inferiori a quelle reali, resta difficilmente contestabile il fatto che le forze armate israeliane abbiano mietuto notevoli successi con un costo umano relativamente basso in rapporto alla virulenza dello scontro militare.
A certificare questo bilancio è anche l’accordo di cessate il fuoco del 26 novembre che ha costretto i miliziani di Hezbollah ad abbandonare le zone contigue al confine con Israele e a ritirarsi a nord del fiume Litani. L’accordo è stato firmato da Israele e ufficialmente dallo Stato libanese, ma in realtà è vincolante soprattutto per Hezbollah.
Inoltre la tregua è stata violata parecchie volte dalle forze israeliane e soltanto in maniera simbolica da Hezbollah: un ulteriore segno del fatto che Israele si trova in una situazione di netto vantaggio tanto da permettersi di annunciare che non esiterà a colpire con durezza anche i soldati dell’esercito libanese se quest’ultimo dovesse mostrare una qualche complicità con le milizie sciite.
Intanto a Gaza la guerra non è mai finita e non passa giorno in cui le forze israeliane non infliggano altre decine di vittime civili agli oltre 44mila morti dall’ottobre del 2023. Anche in Cisgiordania le forze israeliane nello stesso periodo hanno ucciso circa 800 palestinesi. Tutti segnali che il governo israeliano, qualsiasi siano gli obiettivi che si propone realisticamente, agita lo spettro di una pulizia etnica dei territori palestinesi e la promessa di nuovi atroci massacri di civili, come potenti armi della propaganda di guerra per fiaccare e debellare i propri nemici e indurre i palestinesi ad emigrare altrove.
Eppure uno sbocco verso nuovi assetti politici relativamente stabili sui teatri di guerra di Gaza e Cisgiordania resta ancora lontano e non sembra probabile che una svolta a breve termine possa intervenire a fermare del tutto le ostilità.
La debolezza complessiva della Russia
La nuova fase del grande conflitto mediorientale, dopo quella conclusasi con il cessate il fuoco in Libano, si è concentrata dunque sul teatro siriano, dove l’assembrarsi degli interessi e della forza militare di grandi potenze globali come Usa e Russia e regionali come Iran e Turchia, ha giocato un ruolo di primo piano.
Il precario equilibrio nei rapporti di forza militari e politici in terra di Siria ha subito un duro colpo in seguito alla sconfitta militare subita da Hezbollah in Libano e all’indebolimento dell’asse sciita anche a seguito dai numerosi attacchi aerei portati a segno dall’aviazione israeliana contro le milizie sciite filoiraniane presenti in Siria in un arco storico addirittura decennale.
Quest’ultimo aspetto che va avanti da parecchi anni, ha avuto un ruolo importante nell’indebolire l’influenza iraniana nella regione e nel fiaccarne la forza militare. Il lento logoramento dell’asse sciita in territorio siriano, negli ultimi anni aveva determinato un parziale riposizionamento del governo di Damasco, da tempo alla ricerca, fino ad un certo punto niente affatto infruttuosa, di nuovi partner nel mondo arabo sunnita.
A segnare il primo risultato significativo di questo nuovo indirizzo, era stato il tenue avvicinamento agli Emirati Arabi Uniti che già nel 2018 aveva avuto come conseguenza il ristabilimento di rapporti diplomatici e la riapertura dell’ambasciata emiratina a Damasco.
In tema di ambasciate, sia detto per inciso, va ricordato che nell’estate scorsa anche l’Italia, caso unico fra i grandi paesi europei, aveva riaperto la propria sede diplomatica nella capitale siriana. La motivazione addotta ufficialmente era di “impedire alla Russia di monopolizzare gli sforzi diplomatici del Paese mediorientale”, cui si aggiungeva l’altra ammessa sommessamente anche da esponenti governativi che in quel momento il regime di Assad si era stabilizzato e controllava il 70% del territorio (sic). È stato quasi esilarante, subito dopo la caduta del regime, sentire il ministro degli Esteri Antonio Tajani relazionare sull’ingresso di uomini armati nella residenza dell’ambasciatore italiano a Damasco.
Nessuno ha torto capello all’ambasciatore e ai carabinieri ivi presenti, ha detto il ministro, il quale ha poi aggiunto “si sono presi tre automobili”.
Il processo di riavvicinamento della Siria ad alcuni Paesi arabi del Golfo era stato favorito anche da una certa pressione da parte di Mosca su Damasco affinché allentasse il forte legame con l’Iran e intavolasse una trattativa con la Turchia, che delle milizie jihadiste ora al potere in Siria, erano il grande sponsor. Un elemento questo che lascia intravedere in filigrana la debolezza della Russia, ridotta a giocare un ruolo di “arbitro dei poveri”, riempiendo a fatica un vuoto determinatosi col parziale disimpegno americano. Questo spiega anche l’indifferenza forzata della Russia ai continui attacchi israeliani contro i suoi alleati sul territorio siriano: un fatto significativo che spiega tante cose, soprattutto alla luce della forte presenza militare russa nel Paese: nella frammentazione della Siria pur sotto la tutela e la presenza armata sul campo di grandi potenze come Usa e Russia si concentra tutta la contraddizione della crisi degli equilibri imperialistici.
Certo l’atteggiamento di acquiescenza del Cremlino di fronte alle continue incursioni aeree israeliane in Siria che prendevano di mira Hezbollah, le milizie sciite filoiraniane irachene e anche unità dell’esercito siriano, aveva già evidenziato come Mosca tollerasse il condominio sulla Siria con l’Iran. Esso era un legame che non doveva stringersi troppo data la vocazione della Russia di tenere aperti i tavoli della trattativa con parecchi Paesi fra loro rivali. Anche l’insinuarsi della presenza turca in Siria nel corso della guerra civile, sia con le milizie da essa direttamente controllate dell’Esercito Nazionale Siriano (SNA), sia con quelle della stessa HTS, ha costituito un problema di non poco conto per la Russia.
Il dossier siriano continua a fare parte della complessa trattativa tra Mosca e Ankara ma con un peso diverso dato che deve tenere conto dei mutati rapporti di forza a tutto svantaggio della Russia.
Viene dunque da domandarsi se l’appoggio turco alla vittoriosa avanzata jihadista possa fare saltare tutto il lavoro di mediazione che Ankara e Mosca hanno intessuto negli oltre due anni e mezzo successivi all’invasione russa dell’Ucraina. Forse no, nella misura in cui Mosca sarà costretta, a causa del sua debolezza, a trattare al ribasso.
Il gioco di Mosca con l’alleato Assad di assecondare i suoi tentativi di riconciliazione con il mondo arabo aveva dato già i suoi frutti. Infatti Paesi come il Libano, l’Egitto gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e l’Oman avevano maturato un atteggiamento interlocutorio o quanto meno non di ostilità nei confronti del regime di Assad e fino all’inizio dell’invasione jihadista sembravano convergere tutti verso una piena normalizzazione dei rapporti con la Siria, a patto che prendesse almeno in parte le distanze dall’Iran. Inoltre Russia ed Emirati convergono fra loro anche sul dossier libico poiché entrambi, sia pure con diversa convinzione, intrattengono buoni rapporti con il feldmaresciallo Khalifa Haftar, il capo di stato maggiore del governo cirenaico di Tobruk.
Eppure la Russia sviluppa rapporti bilaterali con interlocutori improbabili, incurante della contraddizione vera o apparente con un dialogo parallelo coi nemici giurati dei propri alleati.
Questo risultò evidente anche durante gli anni più duri della guerra interna siriana. Il Cremlino, nello stesso momento in cui puntellava Assad con un forte sostegno militare che gli permetteva di sopravvivere di fronte a virulente offensive dell’opposizione armata siriana, rafforzava contemporaneamente anche il proprio rapporto con Israele.
Netanyahu volò quattro volte a Mosca nel corso del solo 2016, mentre nel 2018 apparve addirittura sulla Piazza Rossa al fianco di Putin per la parata del giorno della Vittoria della Russia nel secondo conflitto mondiale. Tutte cose che hanno avuto un seguito anche negli anni successivi se il governo israeliano si è rifiutato di adottare le sanzioni economiche imposte alla Russia da Stati Uniti ed Unione Europea successivamente all’invasione dell’Ucraina.
Russia e Iran come grandi perdenti
Ma a questo punto viene da domandarsi quale sarà l’atteggiamento di Mosca di fronte a questi sviluppi. Innanzitutto la Russia in Siria dovrà rassegnarsi a giocare un ruolo assai ridimensionato dopo la caduta del suo alleato strategico. La base navale di Tartus è per la flotta russa l’unico punto di appoggio stabile nel Mediterraneo. A una cinquantina di chilometri, sempre sulla costa siriana, si trova la base aerea di Hmeimim, un altro elemento essenziale della presenza militare russa in Medio Oriente. Mosca non può accettare la perdita di questi avamposti militari senza i quali rischierebbe di perdere ogni influenza nella politica mediorientale nel Mediterraneo orientale e in Africa.
Forse la Russia potrebbe tentare di favorire la nascita di una sorta di repubblica degli alawiti che comprenda tutta la fascia costiera siriana. Si tratta di un’ipotesi che venne ventilata anche nelle fasi della guerra civile siriana in cui il regime degli Assad sembrava più debole. Si pensava allora di garantire una qualche forma di sopravvivenza alla minoranza religiosa alawita che dalla seconda metà degli anni ’60 del secolo scorso ha avuto una posizione di preminenza nella politica siriana.
Ma un simile accomodamento, anche qualora fosse possibile, sarebbe assai precario dato che priverebbe di uno sbocco sul mare il resto della Siria e i salafiti di HTS, al di là dei rassicuranti appelli del suo leader al-Jolani, che però non promettono nulla di buono circa il trattamento degli alawiti nella “nuova” Siria dominata dai jihadisti sunniti.
Intanto, prima ancora che Damasco cadesse, la penetrazione dei ribelli jihadisti nel distretto di Homs aveva colpito un importante nodo strategico per il quale passava la residua continuità territoriale del controllo governativo fra la capitale siriana e la regione costiera. Quando si è approssimata l’ora della caduta di Homs si è assistito all’ultimo intervento delle milizie di élite di Hezbollah, venute dal Libano a dare man forte ad Assad. Una conseguenza inevitabile della pressione jihadista in questo settore geografico era stata la compromissione dei rifornimenti di armi agli Hezbollah libanesi da parte delle forze iraniane e filoraniane che si svolgevano soprattutto attraverso il confine della Siria col Paese dei Cedri.
Certo non ci può essere nulla di buono per Mosca riguardo alla perdita del regime di Damasco. Il rovesciamento di Assad è un terremoto politico di dimensioni enormi che cambia in maniera sostanziale il quadro mediorientale, ma è anche un evento suscettibile di mutare in maniera significativa la bilancia globale dei rapporti di forza fra potenze. In questo senso si può dire che la Siria è diventata l’anello di congiunzione fra il conflitto mediorientale e quello ucraino.
Per quanto riguarda la Repubblica Islamica dell’Iran, la sopravvivenza del regime di Damasco si presentava come una questione cruciale, ci sarebbe da dire quasi “esistenziale” se la parola oggi non fosse così tanto spesso usata e abusata dai pennivendoli al servizio del capitale quando si riferiscono alla guerra di Israele a Gaza. Ora la Repubblica Islamica dell’Iran è assai più debole dato che ha perduto il grosso della sua proiezione a Occidente.
Fin dall’inizio della guerra lampo contro Assad, le milizie irachene sciite filo-iraniane erano accorse nella regione di Aleppo per tentare di arginare l’avanzata dei jihadisti di HTS. Nel percorso avevano subito attacchi aerei anche da parte statunitense a dimostrazione che la politica siriana di Washington vedesse di buon occhio l’indebolimento e la caduta del regime di Damasco.
Confermano quella che è più di un’ipotesi anche gli attacchi all’esercito siriano da parte delle Forze Democratiche Siriane, a maggioranza curda e sostenute dagli Usa, le quali stanno cercando evidentemente di estendere l’ampia area da loro controllata nel nord-est del Paese.
Il 6 dicembre il ritiro delle truppe governative dall’importante città di Deir ez-Zor nella Siria orientale e la conquista di quest’altro nodo strategico da parte delle Forze Democratiche Siriane, è stato un altro elemento che complica la possibilità per l’Iran di conservare una qualche influenza politico-militare nella Siria salafita e di farvi transitare le proprie milizie con aiuti provenienti dall’Iraq.
Un aspetto questo che insieme alla caduta dello snodo Homs nelle mani dei jihadisti siriani, poneva una pietra tombale sul cosiddetto “corridoio sciita” che collegava in perfetta continuità territoriale la Repubblica Islamica d’Iran al Mediterraneo.
Ora la Siria non è più un alleato né per l’Iran, né per la Russia che sarà costretta a elemosinare la salvezza delle sue basi siriane attraverso i buoni uffici della Turchia, sempre a patto che questa mantenga il controllo sul nuovo governo di Damasco e possa condizionarlo in vista del grande business della ricostruzione postbellica.
Un quadro generale che al di là dell’andamento a breve termine della guerra, prepara nuovi urti fra potenze in cui le ripercussioni non mancheranno di farsi sentire anche sul conflitto ucraino, dove una Russia ferita, cercherà di chiudere al più presto la partita almeno per limitare il danno.