L’impotenza del capitale europeo
Categorie: Europe, Europeanism, Space Race, Technology
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- Rumeno: Impotența Capitalului European
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Come si è sempre scritto, l’Unione Europea non costituisce un blocco unitario a causa delle insanabili contraddizioni economiche e politiche delle nazioni membre. In Comunismo n. 89, ricordavamo che se da un lato, la Germania ed i paesi maggiormente legati all’economia tedesca hanno tratto numerosi vantaggi con la moneta unica, dall’altro i paesi meridionali ne sono penalizzati a causa delle difficoltà di finanziamento del debito. Sia nei momenti di crisi economica che davanti a quelle internazionali quali le guerre, l’UE non può né potrà mai reagire in maniera davvero unitaria. Dunque, risulta utile mettere in evidenza la debolezza dell’Europa come descritta da Draghi nel suo rapporto alla Commissione Europea così da poter evidenziare ulteriormente le difficoltà degli Stati membri, che la demagogia “draghiana” rappresenta come corpo unico, nel competere con Stati Uniti e Cina.
Dalle terre rare alle auto elettriche: chi guida e chi resta a piedi nella corsa alle risorse
Nel n. 430 abbiamo evidenziato le pesanti difficoltà che gli Stati europei stanno affrontando nel garantirsi l’approvvigionamento di gas, sottolineando il ruolo centrale degli Stati Uniti nelle recenti scorribande imperialiste. Questa crisi non grava solo sulla transizione energetica, ma ha anche profonde implicazioni sui bilanci pubblici, già sotto pressione.
Se da un lato il gas rappresenta un freno alla transizione verso fonti energetiche più sostenibili, dall’altro la stessa transizione dipende in modo cruciale dalla disponibilità di materiali strategici, come il litio. A tal proposito, la tormentata vicenda della miniera serba di Jadar, che abbiamo descritto nell’ultimo numero, offre un chiaro esempio degli sforzi europei volti a estrarre questa risorsa, quali che siano i danni all’ambiente.
Dunque, il rapporto Draghi sottolinea che dal 2017 la domanda globale di litio è triplicata, mentre quella di cobalto è aumentata del 70%. Stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia indicano che, entro il 2030, la domanda di materiali essenziali per la transizione energetica potrebbe duplicare o addirittura triplicare.
In tale contesto, è essenziale comprendere come le borghesie europee stiano cercando di assicurarsi un ruolo nella corsa internazionale per il controllo di queste risorse, in un confronto sempre più serrato con le altre potenze.
La Cina detiene una posizione dominante: controlla il 68% dell’estrazione globale di terre rare e produce oltre il 90% della grafite purissima necessaria per numerose tecnologie “green”. Anche nel caso del cobalto, il controllo è significativo: il 74% della produzione globale si concentra nella Repubblica Democratica del Congo, dove imprese cinesi possiedono 15 delle 19 miniere attive. Situazioni analoghe si registrano per altri materiali:, l’Indonesia estrae il 49% del nichel e possiede il 90% degli impianti di raffinazione del metallo. L’Australia produce il 47% del litio a livello globale, mentre la Cina possiede circa la metà degli impianti chimici mondiali per il trattamento di questo minerale. L’Europa, quindi, resta strutturalmente dipendente da questi paesi per la sua transizione energetica.
La strategia cinese va oltre il controllo della produzione: Pechino ha introdotto misure restrittive sulle esportazioni, tra cui divieti, quote e tasse, per attrarre all’interno del proprio territorio l’intera filiera produttiva legata a questi materiali. Queste politiche hanno provocato significative oscillazioni nei prezzi di litio, cobalto, nichel e rame, con un forte aumento tra il 2021 e il 2022. Sebbene nel 2023 la crescita dei prezzi si sia attenuata, la volatilità ha scoraggiato molti investimenti in tecnologie “verdi”, come i pannelli solari o le batterie per veicoli elettrici. Il caso del litio è emblematico: in Europa i prezzi hanno raggiunto un picco 12 volte superiore rispetto alla media, per poi crollare dell’80%. Questo andamento ha reso economicamente insostenibili molti progetti di estrazione di litio in Europa.
L’industria europea si trova quindi in difficoltà: la scarsa disponibilità di litio ha messo in crisi l’intero processo di transizione verso l’elettrico. Secondo i propri piani di sviluppo, entro il 2035, le nuove automobili dovranno essere a zero emissioni, ma al momento solo una delle 15 auto elettriche più vendute al mondo è prodotta in Europa. Nel frattempo, la Cina, sfruttando le sue restrizioni all’esportazione di litio, è diventata il principale produttore di veicoli elettrici, fornendo molte delle multinazionali occidentali.
Nel 2022, le esportazioni di auto cinesi hanno superato quelle tedesche, mentre le importazioni europee di veicoli prodotti in Cina sono aumentate del 40% rispetto all’anno precedente. Anche il Giappone si trova nella stessa situazione europea, in quanto dipende fortemente dalle importazioni di materiali critici per la produzione di tecnologie “green”. Tuttavia, già da 25 anni il Giappone, tramite la Japan Organization for Metals and Energy Security (JOGMEC), investe ingenti risorse in progetti estrattivi all’estero, basando la propria politica su accordi diplomatici, di scambio e di sostegno finanziario. Inoltre, il Giappone ha investito fortemente nei processi produttivi nazionali per ridurre gli sprechi al minimo e ha fatto importanti investimenti per ridurre la dipendenza dalla Cina.
Per quanto riguarda l’estrazione di cobalto e nichel, il Giappone ha investito sull’estrazione sottomarina domestica. In questo modo, ha ridotto la dipendenza dalle importazioni dalla Cina per le terre rare dall’85% del 2009 al 58% nel 2018 e punta a scendere sotto il 50% entro l’anno prossimo.
Come pensa di affrontare l’ ”Europa” questa crisi? Il mandato di Draghi prevedeva la formulazione di politiche di mitigazione, ma il contesto appare tutt’altro che favorevole. Draghi suggerisce di seguire, con vent’anni di ritardo, la strada tracciata dal Giappone, pur partendo da una posizione di netto svantaggio rispetto alla Cina. Tuttavia, sul piano finanziario, l’Unione non contempla forme di sostegno pubblico ai progetti minerari: il grosso degli investimenti dovrebbe quindi provenire dal settore privato. Qui emergono le prime criticità. Per le aziende, impegnarsi in una sfida apparentemente persa in partenza contro il monopolio cinese — capace di determinare i prezzi dei materiali strategici — risulta poco conveniente e ancora meno sicura.
La crisi del gas ha evidenziato la necessità di dotarsi di riserve strategiche per affrontare le emergenze. Tuttavia, per quanto riguarda i materiali rari, l’Europa non dispone di alcuna riserva strategica, nonostante questi siano essenziali per la produzione di tecnologie avanzate e di sistemi militari. Draghi propone di colmare questa lacuna sviluppando riserve strategiche: per farlo, i paesi europei dovrebbero mettere da parte le proprie ambizioni nazionali, identificare nuovi fornitori, poiché è prevedibile che la Cina limiti le sue esportazioni per prevenire la costituzione di scorte di riserva.
Europa sconnessa: scarsa centralizzazione e mancato sviluppo delle infrastrutture delle telecomunicazioni e del digitale
In molti dei settori della produzione capitalistica in cui l’industria europea tutta non è al passo con le altre grandi potenze, Draghi denuncia un certo grado di mancata centralizzazione del capitale a livello europeo, anche a causa delle irrinunciabili pretese delle politiche nazionali. Questo tema è ricorrente e, da buon banchiere, Draghi non esita a ribadirlo. Draghi sa bene che la centralizzazione è il risultato sia del successo che dell’insuccesso capitalistico e costituisce sia il punto di partenza che la finalità ultima del modo di produzione che rappresenta.
Per esempio, nel settore delle telecomunicazioni, Draghi denuncia che le dimensioni delle aziende del settore in Europa sono insufficienti per completare le opere necessarie per la copertura in fibra ottica e l’adozione delle tecnologie 5G su tutto il territorio. Draghi sottolinea che ci sono 34 operatori di telefonia mobile e ben 351 operatori virtuali. Gli operatori virtuali non posseggono le licenze per lo spettro radio e non hanno le infrastrutture necessarie per fornire tali servizi; per questo motivo, utilizzano una parte dell’infrastruttura di un operatore mobile “reale” per la sola commercializzazione del servizio.
Negli Stati Uniti, invece, ci sono solo 3 operatori di telefonia mobile e 70 virtuali, mentre in Cina ci sono 4 operatori reali e 16 virtuali. Se da un lato gli operatori virtuali facilitano la distribuzione del servizio, offrendo l’accesso a servizi a costi inferiori su larga scala, dall’altro non partecipano alla concentrazione e, quindi, allo sviluppo tecnologico dell’infrastruttura stessa, impedendo al settore nel suo complesso di raggiungere i livelli di profittabilità delle altre grandi potenze imperialistiche.
Il ritardo del settore delle telecomunicazioni in Europa — legato principalmente alla mancanza di una centralizzazione adeguata del capitale e alla frammentazione del mercato — ha un impatto su tutta l’industria, contribuendo a rallentare la transizione digitale nel sistema di produzione capitalistico con conseguenze anche sulle catene di approvvigionamento e distribuzione.
Se in Europa non si riescono a sviluppare operatori di telecomunicazioni abbastanza grandi da investire in tecnologie avanzate, come il 5G, il risultato è il doversi affidare a tecnologie estere. In particolare, la dipendenza dalla Cina per l’acquisizione di tecnologia 5G diventa sempre più evidente. Il colosso Huawei è uno degli attori principali in questo campo.
Tuttavia, l’acquisto di tecnologia 5G dalla Cina ha sollevato una serie di reazioni contrastanti, alimentate dalle preoccupazioni sulla sicurezza e sulla possibile influenza geopolitica di Pechino. Le reazioni sono state state particolarmente forti in Europa, dove diversi stati membri hanno espresso timori sul rischio che le infrastrutture 5G cinesi possano essere utilizzate per attività di spionaggio o per minare la sovranità digitale delle nazioni europee. Questi timori sono stati amplificati dalle pressioni statunitensi, che vedono il rafforzamento della presenza cinese nelle telecomunicazioni globali come una minaccia alla propria sicurezza nazionale e a quella dei suoi alleati.
Le preoccupazioni riguardo alla sicurezza informatica sono state un fattore cruciale che ha alimentato il dibattito sul 5G, con gli Stati Uniti che hanno adottato politiche aggressive per scoraggiare i paesi europei dal fare affidamento su Huawei. Washington ha persino minacciato di ridurre la cooperazione in materia di intelligence con quei paesi che avessero continuato a utilizzare il 5G cinese.
Questo scenario crea un paradosso: mentre l’industria europea è costretta a fare affidamento sulla tecnologia cinese per non restare indietro nella corsa alla digitalizzazione, allo stesso tempo si trova a dover bilanciare le proprie esigenze di sviluppo con la necessità di rispondere alle preoccupazioni legate alla sicurezza nazionale.
Se le infrastrutture terrestri dimostrano un certo grado di impotenza europea, la situazione nello spazio non è migliore. I sistemi satellitari di comunicazione nelle orbite basse (LEO) possono garantire livelli di connettività elevati, fino a 100 Mbps, anche nelle zone rurali e remote dove nessuna infrastruttura fisica potrebbe soddisfare il fabbisogno. Tuttavia, la presenza europea in questo settore è pressoché nulla. Infatti, la tecnologia europea si basa su costosissimi dispositivi satellitari nelle orbite geostazionarie equatoriali (GEO), come SES (Lussemburgo), Eutelsat (Francia) e Hispasat (Spagna), che non sono in grado di fornire livelli di connettività così buoni.
La costellazione americana Starlink di Musk e Kuiper di Amazon sono invece non solo economiche, ma anche molto più efficienti. Sul piano governativo, l’UE sta investendo nel programma IRIS2 per colmare questo enorme ritardo tecnologico, ma al momento non esiste ancora un piano per commercializzare questa tecnologia e renderla disponibile al capitale privato.
Dunque, alla dipendendenza dalla Cina per il 5G, si aggiunge, in parte, quella dagli Stati Uniti per quanto riguarda la connettività satellitare. A livello software, Android ed Apple costituiscono rispettivamente il 66 e il 34 per cento del mercato della telefonia mobile. D’altra parte, non esiste nessuna azienda produttrice europea di dispositivi mobili in grado di competere sul mercato: quest’ultimo è infatti suddiviso fra l’americana Apple (33%), la coreana Samsung (31%) e la cinese Xiaomi (15%).
In generale, i capitalisti dotati di una tecnologia superiore alla media sociale, conseguono un extraprofitto a spese dei capitalisti la cui tecnica rimane al di sotto della media sociale.
Sulla base di questa semplice legge del modo di produzione capitalistico introduciamo il tema dello sviluppo tecnologico nel settore dell’informatica. Anche qui il quadro, per il capitale europeo, è inclemente. Per quanto riguarda l’hardware e tutta la componentistica elettronica, negli Stati Uniti ha origine il 40% delle risorse mondiali investite in ricerca e sviluppo. La quota cinese ammonta al 19%, mentre l’industria dei paesi europei conta solamente il 12%. In ambito software, le proporzioni sono ancora più importanti: gli USA investono per il 71%, la Cina per il 15%, mentre le nazioni europee meno della metà di Pechino, soltanto il 7%. Anche nella corsa alla computazione quantistica il ruolo preminente è rappresentato dagli Stati Uniti e Cina. Sono americani il 50% dei capitali privati investiti per sviluppare questa nuova tecnologia, con Microsoft, Google e IBM a sostenere con interesse strategico le iniziative più importanti. Il capitale privato europeo impegnato in questo settore ammonta a solo il 5% del totale, un decimo di quello americano. Per quanto concerne l’Intelligenza Artificiale, il 73% dei modelli di fondazione sviluppati dal 2017 sono americani mentre il 15% cinesi. Considerando l’ancora scarso impiego di questa tecnologia a livello industriale in Europa, dove soltanto 11% delle aziende ne fa uso, il rischio concreto a livello strategico è che il capitale europeo si troverà a dipendere da modelli sviluppati altrove sia per i modelli di utilizzo generale che per quelli specializzati. Gli imperialismi europei “di spicco” arancano e difatti il capitale di rischio investito nel 2023 in Europa ammonterebbe a 8 miliardi di dollari, contro i 68 miliardi di dollari investiti negli USA e i 15 miliardi cinesi. Un altro settore strategico è quello del cloud computing con importanti ripercussioni in fatto di sicurezza e capacità di sviluppo. Questo settore è dominato da Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud, che insieme detengono il 65% del mercato mondiale. In Europa l’impresa più grande in questo settore è riuscita ad accaparrarsi soltanto il 2% del mercato europeo. In questo settore l’Europa è destinata a essere del tutto dipendente, giacché il capitale dei tre grandi erogatori americani, per un mero fatto di economia di scala, sono destinati deterministicamente a predominare sempre più. Il ritardo europeo nel settore informatico ha importanti ripercussioni sia nella produzione che nella circolazione del plusvalore.
Nella produzione, la mancanza di una infrastruttura adeguata e la difficoltà di mantenere un certo grado di indipendenza, rende sempre più complesso l’ammodernamento delle manifatture, con impatti notevoli sia per quanto concerne la riduzione degli sprechi che la qualità della produzione, oltre che difficoltà a implementare processi automatizzati e robotiche integrate nel quadro che spesso viene chiamato “Internet delle cose”.
A gravare, in questo senso, la situazione c’è la scarsa capacità di rinnovarsi dovuta anche alla parcellizzazione dei capitali e la diffusione delle piccole e medie imprese che semplicemente non riescono ad accedere a queste opportunità di sviluppo. Sul piano della circolazione, occorre sottolineare che soltanto 4 dei 50 maggiori mercati digitali sono basati in Europa.
I mercati digitali maggiori sono le americane Alphabet, Amazon, Meta, Apple, Microsoft, X, nonché le cinesi Tencent, Alibaba, Byte Dance e Baidu. La stragrande maggioranza dei consumatori europei fa acquisti in un mercato digitale dominato da capitali non europei.
Questo ritardo generale tecnologico, che di fatto obbliga i capitali europei a cedere fette di mercato o accumulare un certo svantaggio, obbligherà le nazioni europee ad investire, certo, nel tentativo di riguadagnare qualche metro in una corsa disperata, considerando il ritardo nella partenza e le gambe stanche di un capitalismo vecchio.
Tuttavia, una cosa è certa: le borghesie europee, per mantenere una posizione nella feroce competizione globale, continueranno a fare leva sulla brutale intensificazione dell’estrazione di plusvalore, attraverso lo sfruttamento coatto, i tagli ai servizi pubblici e lo smantellamento sistematico delle condizioni di vita e di lavoro del proletariato. La stagione in cui in Europa si poteva comprare la pace sociale in virtù della posizione di forza delle potenze europee nel mondo sta tramontando, quindi il ritorno della stagione gloriosa della lotta di classe, che gli storici borghesi si affrettarono a relegare alla storiografia, tornerà prepotente sulla scena storica.