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La guerra civile sudanese: una lotta locale parte del flagello imperialista mondiale Pt. 1

Categorie: Sudan

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Radici storiche

Per comprendere davvero il dispiegarsi degli attuali eventi, e della sanguinosa guerra civile che – stando alle cifre dell’ottobre 2024 – ha provocato oltre 15000 morti e prodotto l’esorbitante cifra di 8,2 milioni di sfollati, è buona prassi percorrere, quantomeno brevemente, il filo rosso della più o meno recente storia della travagliata regione che ora si costituisce sotto la bandiera del Sudan. 

L’invasione ottomana

Nel 1821, il viceré Mehmet Ali dell’Egitto ottomano invase il Sultanato di Sennar, espandendosi poi in una serie di campagne militari nel resto della regione. L’invasione mirava a conquistare un territorio ricco d’oro e strategicamente rilevante per il commercio di schiavi, nonché a incrementare il proprio esercito ottomano con nuove leve. Benché la guerra d’invasione avesse incontrato la resistenza degli Shaigiya, la tribù, una volta sottomessa, fu impiegata nelle incursioni sulle montagne di Nuba e nel sud del Sudan volte a catturare schiavi. L’invasione egiziana ebbe quindi un ruolo importante nell’equilibrio regionale, andando a rafforzare le tribù del Nilo, di lingua araba e di credo sunnita, a danno delle tribù delle aree periferiche del paese.

Lo Stato Mahdista

Nel 1881, Muhammad Ahmad guidò una rivolta nazionalista che portò alla nascita dello Stato Mahdista. Di fronte a questa minaccia, il Chedivè d’Egitto, sotto la guida del pascià Tawfiq, si rivolse all’Impero Britannico per ottenere supporto. Le forze anglo-egiziane si trincerarono a Khartoum, ma la città alla fine cadde.

Lo Stato Mahdista riuscì a unire sotto il proprio dominio quasi tutte le tribù della regione, introducendo una nuova legislazione sulla schiavitù che si discostava dalle tradizioni islamiche. Questa legge consentiva la schiavizzazione dei musulmani che non garantivano il loro sostegno al nuovo stato, ma proteggeva invece le tribù non musulmane, tradizionalmente prede delle razzie egiziane, purché giurassero fedeltà e si ponessero sotto la protezione del Mahdi.

Il condominio anglo-egiziano

Dopo la morte di Muhammad Ahmad, le forze anglo-egiziane, sotto la guida di Lord Kitchener, occuparono il Sudan. Nel 1899, il paese fu formalmente trasformato in una colonia condivisa tra Egitto e Regno Unito, ma di fatto rimase sotto il controllo britannico fino al 1956.

Kitchener promosse la costruzione di una ferrovia che collegava Wadi Halfa ad Abu Hamad, un’opera strategica volta a superare le difficoltà logistiche causate dalle frequenti esondazioni del Nilo. È importante sottolineare che, in questa fase, i collegamenti ferroviari servivano esclusivamente a scopi militari.

Nel 1906 venne fondato Port Sudan, destinato a diventare un fulcro logistico di primaria importanza per l’intera regione. Situata lungo la costa del Mar Rosso, la città fu progettata per sostituire Suakin, il precedente porto principale, che soffriva di problemi legati alla sua posizione e alla difficoltà di accesso per le moderne navi a vapore. Port Sudan fu dotata di infrastrutture all’avanguardia per l’epoca, inclusi un porto profondo capace di ospitare grandi imbarcazioni e collegamenti ferroviari diretti con le principali città dell’entroterra, come Khartoum.

Questa nuova infrastruttura non solo facilitò l’esportazione di merci, come cotone, gomma arabica, ma giocò anche un ruolo strategico nel rafforzare il controllo britannico sul Sudan. La posizione strategica di Port Sudan lungo le rotte del Mar Rosso incrementò il suo valore, rendendolo un punto chiave per il commercio e le operazioni militari. 

Agli inizi del 1900, l’industria britannica affrontò crescenti difficoltà nel reperire il cotone necessario per alimentare le manifatture tessili del Lancashire. Questa carenza fu aggravata dalla decisione degli Stati Uniti di ridurre significativamente le esportazioni di cotone per soddisfare il proprio fabbisogno interno. Di fronte a questa crisi, l’Impero britannico rivolse lo sguardo all’Egitto, investendo nella costruzione della “vecchia diga di Assuan”. Quest’opera permise l’espansione di vasti campi coltivati a cotone lungo il basso Nilo, soddisfacendo almeno in parte la domanda del mercato dell’Impero britannico.

Nel 1911, prese avvio una delle trasformazioni economiche e sociali più rilevanti del periodo coloniale, quando il Sudan Plantations Syndicate (SPS), una società privata, iniziò la costruzione di un imponente sistema di dighe nell’area di Gezira. Questo sistema consentì l’irrigazione di una vasta superficie, destinata alla coltivazione di cotone di altissima qualità. Completati nel 1925, i lavori portarono a una radicale riorganizzazione del territorio. 

Parallelamente, venne costruita una ferrovia che collegava Sannar a Port Sudan, agevolando il trasporto del cotone verso i mercati internazionali.

Questa opera di ingegneria agricola trasformò Gezira nella regione più densamente popolata del Sudan, attirando una popolazione di circa 150.000 persone. Il cotone, divenuto il prodotto principale dell’economia locale, si affermò rapidamente come il principale prodotto di esportazione del paese. Già nel 1924, rappresentava il 76% del totale delle esportazioni sudanesi, sancendo il ruolo centrale di Gezira nell’economia nazionale.

Per comprendere l’impatto del Sudan Plantations Syndicate (SPS), occorre analizzare la struttura sociale introdotta durante questo periodo. Il governo britannico trasformò radicalmente l’area irrigata artificialmente, espropriando le terre tradizionalmente appartenenti alle tribù locali. I piccoli proprietari agricoli di tipo pre-capitalistico furono convertiti in mezzadri, vincolati a un rigido sistema di ripartizione del prodotto: il 40% del raccolto di cotone spettava al mezzadro, il 25% al SPS e il restante 35% al governo sudanese.

Il SPS, oltre a gestire la produzione agricola, agiva anche come istituto bancario per lo sviluppo del territorio. Tuttavia, i prestiti concessi ai mezzadri erano condizionati all’impiego esclusivo del credito per la coltivazione del cotone, escludendo quindi investimenti in colture alimentari come il dura, un cereale locale essenziale. Sebbene i villaggi della regione avessero sperimentato un relativo sviluppo economico tra il 1925 e il 1929, una serie di raccolti fallimentari colpì gravemente la produzione di dura. L’impossibilità di accedere a prestiti per il sostentamento alimentare, unita alla carestia e alla crisi economica globale successiva, scatenò una grave crisi sociale, aggravando ulteriormente l’indebitamento dei mezzadri.

Durante il periodo iniziale di espansione, Gezira attirò numerosi immigrati dalle regioni circostanti, che lavorarono come salariati nei campi. Tuttavia, la crisi spinse molti mezzadri ad abbandonare le proprie terre, mentre i salariati, rimasti senza lavoro o cibo, si dedicarono ad attività di brigantaggio per combattere la fame. Questo fenomeno generò forti tensioni sociali, alimentando conflitti tra gruppi etnici e tribali. 

La grande depressione degli anni trenta trasformò anche la tecnica agricola. Inizialmente, di 30 feddan (16,5 ha) costituenti una tipica azienda agricola a mezzadria, 10 erano destinati alla produzione di cotone, 5 per la produzione di dura e lubia (fagioli verdi) e i rimanenti 10 feddan venivano lasciati a maggese.

Tuttavia, la produzione agricola intensiva e i sistemi di irrigazione, degradarono notevolmente la terra, che era sovente infestata da erbacce e malattie.

Questo portò alla sostituzione completa della produzione di lubia con il dura ed inoltre, manifestandosi maggiormente nel periodo di crisi economica le difficoltà legate alla degradazione del suolo, l’SPS impose una nuova gestione del sistema di rotazione che imponeva di raddoppiare il periodo di maggese a un anno, fatto visto con sospetto dai mezzadri che ritenevano la nuova politica concepita per svantaggiare ulteriormente la produzione di dura.

Una lieve ripresa si registrò solo nel 1934, ma le cicatrici sociali ed economiche lasciate dal sistema imposto dal SPS continuarono a segnare profondamente la regione. Tuttavia va evidenziato che nel periodo di ripresa si registrò un notevole incremento della meccanizzazione agricola. 

La grave crisi degli anni ’30 spinse l’Impero britannico a riconsiderare la propria politica in Sudan. Nel 1939, a quasi quarant’anni dall’occupazione del paese, la situazione economica della colonia risultava tutt’altro che stabile. Nonostante i massicci investimenti nella regione di Gezira, il capitale britannico si rese conto che il progetto non aveva raggiunto il successo sperato. La politica imperialistica britannica, orientata esclusivamente a soddisfare le proprie esigenze economiche attraverso la produzione di cotone, ignorò sistematicamente le necessità strutturali del Sudan. Questo criterio, privo di incentivi per modernizzare la produzione di beni di consumo essenziali, contribuì alla fragilità del sistema sociale sudanese.

Il Sudan, trovandosi in mezzo tra Egitto ed Etiopia, svolse un ruolo importante nella seconda guerra mondiale. Da una parte l’Egitto era minacciato dall’Asse, dall’altra l’Impero britannico, sfruttando la sua presenza in Sudan, si mosse per ricostituire il potere di Hailé Selassié a soltanto cinque anni di distanza dalla conquista italiana. Conseguenza della guerra fu sia lo sviluppo di Port Sudan come hub logistico-militare sia l’ingresso di ufficiali sudanesi, esponenti delle più influenti famiglie del nord, nell’esercito coloniale.

La necessità di sfamare da una parte l’esercito e dall’altra la popolazione al fine di prevenire ribellioni spinse il governo coloniale sudanese a sviluppare nella regione di Qadarif, a est di Gezira, una nuova forma di produzione agricola. Il Qadarif vantava una terra argillosa altamente fertile e una produzione di dura di fondamentale importanza per alimentare buona parte del Sudan e specialmente le città, che assistettero ad un’importante processo di urbanizzazione a causa della guerra. La produzione di dura tradizionalmente era basata sulla raccolta dell’acqua piovana e su uno schema di rotazione delle terre a maggese. Il panorama iniziò a cambiare notevolmente con l’arrivo della meccanizzazione. I contadini più ricchi, con l’acquisto delle prime macchine agricole, iniziarono a praticare una versione sofisticata della tradizionale coltivazione a rotazione: coltivano un’area in modo intensivo con attrezzature finanziate dal governo, ma poi si spostano su terreni vergini più attraenti quando i rendimenti diminuivano. 

Questa pratica aveva portato all’erosione del suolo e persino alla desertificazione in alcune aree. La nuova tecnica di produzione, mirava a massimizzare la produzione agricola, avvantaggiandosi della vasta quantità di terre coltivabili inutilizzate nel paese, ma senza alcun riguardo alla sostenibilità.

Terminata la guerra, con il declino dell’industria cotoniera britannica, il Sudan perse gran parte della sua importanza economica per l’Impero. Di fronte a questa realtà, i britannici iniziarono a corteggiare un certo nazionalismo nell’élite locale, cercando di preparare il terreno per una decolonizzazione che, per quanto inevitabile, fosse ancora parzialmente favorevole ai propri interessi.

L’indipendenza

La rivoluzione anticoloniale egiziana del 1952 segnò una svolta decisiva nel percorso del Sudan verso l’indipendenza. I nuovi leader egiziani, Mohammed Naguib, la cui madre era di origine sudanese, e successivamente Gamal Abdel Nasser, compresero che per porre fine al dominio britannico in Sudan era necessario che l’Egitto rinunciasse ufficialmente alle proprie pretese di sovranità sul paese. Storicamente, il Sudan era stato considerato una sorta di “Egitto minore”, posto all’estremità meridionale del Nilo.

Naguib e Nasser, consapevoli che la rinuncia alle rivendicazioni sul Sudan avrebbe rafforzato la loro battaglia contro l’influenza  britannica, adottarono una strategia mirata a favorire l’indipendenza sudanese come strumento per ridurre il controllo coloniale britannico nella regione. Parallelamente, il Regno Unito, pur non desiderando di mantenere un governo diretto sul Sudan, si impegnò a limitare l’influenza egiziana appoggiando figure locali come Abd al-Rahman al-Mahdi, leader di spicco e discendente del Mahdi.

Alla luce di questi sviluppi, entrambe le parti concordarono sulla necessità di un referendum libero e trasparente per decidere il futuro del Sudan, aprendo così la strada alla sua indipendenza formale.

Come scrivemmo nel 1971: «la più vecchia potenza del mondo appoggiava – può sembrare un paradosso – l’indipendenza dei paesi già sottoposti al suo controllo politico e militare, nella convinzione di poterne così mantenere e forse rafforzare i legami di dipendenza economica e finanziaria. Del resto, è noto che, nella fase imperialistica, il colonialismo storico diviene un controsenso».