Sentimento e volontà: le doti che distinguono il comunista Pt.3
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Il simpatizzante chiede di essere ammesso, non è il partito a fare una campagna di reclutamento offrendo posti, o attività gratificanti. Soprattutto, il partito non si dà da fare per aumentare numericamente con qualsiasi mezzo. Un anormale aumento numerico, in situazioni di assenza di lotte, può anche essere un segnale che si è detto o fatto qualcosa che non andava detto o fatto, e in tal caso sarà bene ripercorrere la storia recente dell’organizzazione. Questo ci hanno insegnato i nostri maestri.
Nella decisione su quali siano i criteri di ammissione di militanti deve essere chiaro che il primo riferimento, il primo criterio da tenere presente, è la difesa della integrità teorica e anche organizzativa del partito. Chi entra nel partito non manca di portarsi dietro le idee, le abitudini, che ha acquisito in esperienze precedenti; se il partito non fosse in grado di integrare i nuovi arrivi nel suo organico lavoro queste caratteristiche pregresse potrebbero essere un grave pericolo per il partito stesso, che è esposto all’ambiente esterno, come un organismo che, anche soltanto respirando, può assumere microrganismi che lo possono far ammalare. Un organismo debole, con poche difese, è in pericolo se questi microbi si sviluppano in modo incontrollato. Viceversa, l’organismo che ha nel corso della sua vita sviluppato sufficienti anticorpi (e continua a produrli) non ha problemi a difendersi dai microbi che continuamente lo attaccano.
Le difese del partito risiedono in nient’altro che nel corretto svolgimento della sua vita, di lavoro teorico, di applicazione del tradizionale modo di funzionare, di chiarezza nell’esposizione e difesa delle sue posizioni.
Nessuna ragione può essere di valore superiore rispetto a questa attività di difesa: l’applicarla pubblicamente svolge già di per sé una selezione tra coloro che si avvicinano al partito e sono interessati a farne parte; al contrario, una presentazione vaga e approssimativa, con modi eccessivamente tolleranti, può attirare non solo incerti, ma anche perditempo e chiacchieroni, oppure intellettuali senza partito che cercano soltanto un megafono per svolgere le attività che più desiderano svolgere. Che questi entrino, e che, si spera, vengano successivamente individuati e neutralizzati non è la cosa migliore che possa accadere: infatti il processo non mancherebbe di creare screzi, incomprensioni, delusioni, nella peggiore delle ipotesi schieramenti e frazioni, oltre a perdite anche di bravi militanti.
Che il partito valuti al di sopra di tutto il rigore teorico/organizzativo, e l’estrema chiarezza nell’esporre le sue posizioni in tutti i campi, è tradizione della Sinistra, oltre che di Lenin. Ne è prova l’intera storia del movimento, sin dall’intervento della Sinistra, non ancora PCd’I, accolto dalla III Internazionale al II Congresso, la 21ma condizione di ammissione; per non parlare della successiva nostra azione nel partito e nell’Internazionale, della separazione del 1952, della stessa insistenza per il rispetto della dottrina che ci valse l’espulsione nel 1973. Ci si può chiamare dogmatici, talmudici, affetti da schematismo dottrinale: noi non solo non ce ne adombriamo, al contrario, se dobbiamo scegliere, preferiamo quelle definizioni ad atteggiamenti non ben definiti, a enunciazioni vaghe e opportunistiche, che si curano solo di ottenere vantaggi immediati.
Questa tradizione è da difendere e riaffermare continuamente, soprattutto nei confronti dei giovani che si avvicinano al partito da paesi nei quali la tradizione comunista rivoluzionaria è più tenue. La corretta trasmissione del nostro patrimonio teorico è semplicemente vitale, superiore per importanza a qualsiasi altra attività di partito, ammesso che si possa fare una scala di importanza delle sue varie attività.