Elezioni in Romania
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La Romania, nel travagliato e complesso scacchiere della guerra tra NATO e Russia, gioca insieme alla Polonia un ruolo fondamentale strategico e logistico per l’alimentazione della guerra in atto. Ha un lungo confine con l’Ucraina, come la Polonia, ed è uno dei paesi rivieraschi sul Mar Nero, a non grande distanza da Odessa. È sede di importanti basi americane, e sul suo territorio si sta costruendo una base NATO di grandi dimensioni, dalla quale transiteranno armi per la guerra in Ucraina, oltre a costituire un importante aeroporto. La Romania è saldamente schierata nel complesso militare NATO, ed è chiaro come, in regime di elezioni, ancorché “democratiche”, qualunque risultato che minimamente incrini la compattezza del fronte governativo schierato sul fronte dell’Occidente Europeo non venga accettato dallo stesso apparato occidentale.
Da qui il duplice inganno per il proletariato, che la grancassa mediatica dell’Europa ed americana rimbombi sul pericolo fascista, e che gli “elettori” rumeni si possano sentire parte essenziale nelle scelte per il destino del loro paese.
Dopo il primo turno delle elezioni presidenziali del 24 novembre un candidato “a sorpresa”, appartenente ad una corrente “sovranista”, ha ottenuto un ampio margine di voti, mentre i candidati dei partiti tradizionali del parlamento non hanno avuto risultati significativi; né ne hanno avuti il candidato socialdemocratico e quello “neoliberista” (qualunque cosa questo termine significhi agli occhi degli ideologi borghesi). Questo candidato, Călin Georgescu, è stato spesso descritto dalla stampa nazionale e internazionale come fascista e filo-russo. Come conseguenza della sua vittoria elettorale, le proteste studentesche “pro-democrazia” e “antifasciste” hanno iniziato a scendere in piazza nelle grandi città rumene, come Bucarest, Cluj-Napoca e Timișoara, contestando i risultati con slogan confusi antifascisti e antirussi. Il solito grande teatrino per manifestare in difesa della democrazia in pericolo, senza considerazione alcuna per le oggettive esigenze della classe operaia.
I principali punti di attacco della sinistra borghese si sono concentrati sulle precedenti dichiarazioni politiche di Georgescu, in cui elogiava i leader legionari Corneliu Zelea-Codreanu e Ion Antonescu come “eroi nazionali che hanno dato la vita per il Paese”, ma anche per essere stato favorevole alla Russia e aver definito Vladimir Putin un “vero leader”, un aspetto che è considerato pericoloso per un Paese membro dell’UE e della NATO, ma che è pericoloso solo per gli interessi del capitale occidentale.
La piccola borghesia di “sinistra” è diventata isterica per la sua elezione e per l’affermazione dei cosiddetti partiti “estremisti” che porterà a un regime fascista quando lui sarà eletto, togliendo i diritti democratici – come accadde nel 1937 con il governo di Octavian Goga-Alexandru C. Cuza.
Naturalmente il programma di Călin Georgescu è abbastanza assurdo da suggerire che nessun capitalista lo potrebbe sostenere, in questa forma. Non dice nulla dell’atteggiamento verso le aziende capitaliste, ma si abbandona a un incoerente balbettio piccolo-borghese su come “lo sviluppo della piccola e media proprietà consolida il sentimento di comunità, libertà e uguaglianza, poiché offre al cittadino la possibilità di diventare proprietario-produttore, cioè una persona con dignità e libertà [..] Solo la piccola e media proprietà riporta la libertà e l’onore del lavoro”.
Agitare lo spauracchio del fascismo per cercare di bloccare la deriva anti democratica è una apparenza mistificata, che da un lato pretende di rinsaldare allo Stato la fedeltà delle mezze classi, e dall’altro si incardina nelle necessità di avere mano libera da parte dell’alleanza bellica occidentale per ribadire la sua politica. Sarebbe anche un messaggio diretto al possibile nuovo presidente che non si azzardi a seguire le orme di altri contestatori nel sistema bellicistico NATO, sullo stile di Orban. Perché un Orban basta ed avanza.
Proprio sotto questa lente, va valutata la presa di posizione della Corte Costituzionale rumena: nella decisione del 6 dicembre, quest’ultima ha annullato i risultati del primo turno delle elezioni presidenziali per “interferenza russa”. La decisione è stata giustificata affermando che i Servizi Segreti rumeni avrebbero scoperto che Călin Georgescu aveva ricevuto supporto materiale dal governo russo per aumentare la sua popolarità nella campagna elettorale. La Corte ha poi stabilito che la macchina elettorale dovrà ripartire daccapo, con una nuova campagna elettorale, ed il solito nuovo e vecchio giro di promesse vuote da parte dei contendenti borghesi. Una cosa viene dunque confermata: con questa decisione si riafferma che la nazione balcanica rimane un importante alleato per i piani imperialisti della NATO, e che gli interessi nazionali ed esteri in Romania restano strettamente intrecciati e dipendenti da quelli del Capitale occidentale. D’altro canto, non va trascurata l’ingerenza russa, la cui possibile interferenza non rappresenterebbe altro che un segno di intensificazione delle tensioni globali tra le potenze imperialiste: non a caso, lo stesso Dipartimento di Stato americano aveva apertamente espresso alle autorità rumene il suo disappunto in merito alla gestione delle elezioni.
Quello del fascismo in funzione anti democratica è un argomento specioso, falso. Le leggi che proibiscono l’aborto, le misure draconiane per coprire i deficit di bilancio tagliando i salari dei lavoratori, la messa al bando di ogni forma di propaganda classista, possono essere facilmente promulgate sotto il fascismo come sotto la più “democratica” repubblica. La Repubblica Federale Tedesca ha già poteri costituzionali per negare o revocare la cittadinanza a individui che considera indesiderabili o non “assimilati”. L’aborto è messo al bando in molti stati americani. La costituzione rumena proibisce “l’odio di classe”, rendendo illegale l’attività di un partito comunista. Considerando il terrore e la sorveglianza della polizia a cui sono sottoposti i partecipanti alle proteste “pro-Palestina” in tutti i paesi democratici d’Europa, è lecito supporre che le autorità moltiplicheranno i loro abusi cento volte tanto quando si troveranno di fronte a una minaccia proveniente da un movimento rivoluzionario dei lavoratori.
Ciò che vediamo oggi, proveniente sia dai cosiddetti “sinistri” che dai circoli “neoliberali” pro-laissez faire, è la stessa disgustosa propaganda “democratica” che ha avvelenato il proletariato per oltre un secolo. Il voto è visto come il più alto livello di attivismo politico che si possa realizzare e, una volta ogni quattro anni, tutti quelli sopra menzionati si trasformano in “grandi attivisti politici”, sostenendo di decidere il loro futuro al voto, solo per addormentarsi per altri quattro anni in cui vengono sfruttati come lavoratori o schiacciati sotto il peso della concorrenza capitalista come piccolo-borghesi. Non si parla di classi: gli elettori non costituiscono alcuna classe, ma sono una massa di persone “indipendenti, uguali” imbevute di razionalità e “libero arbitrio”.
L’operaio e il capitalista sembrano essere sullo stesso piano legale, come semplici “persone” con una coscienza che è indipendente dalla loro situazione di classe, dalle condizioni materiali della loro esistenza. Scegliere un partito è una questione tecnica, non politica (si tratta di quale stia dando loro i maggiori benefici o quale sia il “male minore” tra loro). Chiunque abbia un’opinione diversa e dia il proprio voto a un altro partito è visto come un individuo “irrazionale” e ignorante (come sono considerati ora tutti gli elettori di Călin Georgescu).
E naturalmente, questa idea di correttezza, di decisione razionale è anche estrapolata dal suo contesto sociale, come se esistesse una cosa come la giustizia eterna o una verità sociale astratta. Il nostro partito non si stancherà mai di proclamare che non esiste verità se non la verità di classe. Ciò che è “giusto” per la borghesia non sarà mai “giusto” per il proletariato.
In questa fase storica, in cui la crisi generalizzata del modo di produzione capitalistico ed il conseguente scontro tra gli imperialismi avvicina l’esito della guerra tra gli Stati, rimestare nel fango delle democratiche elezioni per decidere la sorte della “nazione”, è il turpe, conosciuto tradimento ai danni della classe dei proletari, la sola che condotta dal suo partito rivoluzionario, possa fermare l’inumano massacro della terza guerra mondiale.