Il Giappone tra Crisi Politica e Declino Economico
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Come da noi sempre affermato, il processo della crisi generale del modo di produzione capitalistico presenta sempre molte sfaccettature di carattere economico, sociale, militare e politico: ognuno di questi aspetti ha poi diversi livelli di complessità, i quali sono a loro volta influenzati da altri processi. Le crisi vengono spesso ritratte dalla narrativa borghese come “eccezioni”, rispetto al corso lineare della storia, che perturbano le categorie “immutabili ed eterne” della democrazia e dell’economia di mercato. In realtà il divenire storico non si dispiega in modo lineare.
Ci sono fatti che evidenziano ad un’accelerazione degli eventi nel quadrante asiatico, o meglio, in quello definito “Indo-Pacifico”. Proprio sotto questa lente dobbiamo guardare al Giappone, il quale sta subendo il peso della destrutturazione del sistema di alleanze guidato dagli Stati Uniti: la strategia del “Pivot to Asia”, cioè l’attenzione strategica, diplomatica ed economica sull’intera area che era stata inaugurata dall’amministrazione Obama si è ormai avviata verso il capolinea a causa del cambio delle priorità di intervento statunitensi, cosa del resto già prevista dalla nascente amministrazione Trump. In questo senso, il Giappone non è più visto dagli USA come un baluardo del cosiddetto mondo libero nei confronti dei tradizionali nemici come Cina, Russia o Corea del Nord, ma semmai come un altro concorrente dell’America.
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L’operato del premier Kishida aveva visto un incremento della spesa per la difesa, dunque sottraendo risorse alla sanità e al welfare: nonostante ciò, restava comunque al suo gabinetto fare i conti con le difficoltà legate alle pressioni inflazionistiche, alla stagnazione dei consumi, al decremento delle nascite, all’invecchiamento della popolazione e alla insostenibilità delle attuali politiche in materia di immigrazione e di alloggi.
Le premesse per la caduta del governo Kishida sono state dunque poste mediante la pubblicizzazione di uno “scandalo”. Tale pubblicizzazione, accuratamente inscenata dalla stampa borghese nel momento più propizio, ha generato un effetto a valanga: la narrazione dei telegiornali si è incentrata su quello che si presenta come il più classico dei casi di corruzione, messo in atto da tre fazioni dello schieramento conservatore del Partito Liberal-Democratico. Queste ultime avevano destinato il denaro della campagna elettorale ad una serie di fondi neri, per un totale lordo di 400.000 $ (60 milioni di ¥).
Il ruolo della corruzione, come in ogni governo borghese, è quello di semplificare l’avvicendamento delle persone ai vertici di istituzioni e imprese, come è successo dopo le dimissioni di Kishida. In un primo tempo Kishida aveva sponsorizzato il suo ex capo di gabinetto Hayashi Yoshimasa come leader adatto a succedergli. In seguito aveva spostato il suo appoggio su Ishiba Shigeru, che infine ha prevalso su Takaichi Sanae nella sfida per diventare il nuovo presidente del governo borghese del Giappone.
Pur avendo nascosto molto bene la sua immagine di governo fallimentare – rimasto in carica dal 4 ottobre 2021 al 14 agosto 2024 – il gabinetto Kishida non era riuscito a mettere in atto un’efficace politica di rilancio dai danni economici e finanziari derivanti dal cosiddetto “friendshoring” (cioè la strategia di investire nei paesi alleati, permettere che essi investano nel proprio territorio e intrattenere relazioni commerciali privilegiate con essi) dell’amministrazione Biden, il cui ultimo atto era stato l’effettivo veto, da parte delle istituzioni federali statunitensi, all’autorizzazione all’acquisizione di U.S. Steel da parte di Nippon Steel: Ishiba ha riaperto le “trattative” e attualmente sta cercando di chiudere l’affare prima che l’amministrazione Trump entri in carica.
Il Comitato per gli investimenti esteri negli Stati Uniti non ha tuttavia ancora dato il via libera all’accordo che, in ogni caso, è visto come redditizio da U.S. Steel, che in passato è stato uno dei più importanti operatori mondiali dell’industria siderurgica. Il potenziale compromesso tra profitti e sicurezza è stato il motivo per cui la leadership di U.S. Steel ha deciso di chiudere l’accordo con Nippon, ma l’amministrazione Biden l’aveva considerato svantaggioso per l’integrità e la libertà del capitalismo americano, rinunciando di fatto alla demagogia del friendshoring e a tutte le relative promesse. Per un Paese pienamente coinvolto in un confronto a più livelli con la Cina, il capolinea del governo Kishida è arrivato anche in quanto incapace di portare a termine l’acquisizione di una azienda di un Paese presuntamente “amico”.
Ma d’altro canto, il Giappone non ha confermato ufficialmente alcun coinvolgimento nella campagna contro gli Houthi nel Mar Rosso; non ha voluto ridurre il suo ruolo nell’ulteriore applicazione delle sanzioni contro la Russia preservando le sue possibilità di continuare a ricevere il GNL di origine russa dal gasdotto Sakhalin-2; ha cercato di uscire dal caos mediorientale, mantenendo di fatto il legame con l’economia israeliana, ma anche aprendosi alle opportunità finanziarie e militari offerte dall’Arabia Saudita, ora vista anche come un potenziale promotore di accordi con i Paesi e le aziende BRICS.
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È improbabile che l’economia del Giappone possa vedere miglioramenti per quanto riguarda la regolamentazione dei tassi di interesse e l’inflazione: quest’ultima è scesa sotto il 2%. La BoJ è stata smentita dalle ipotesi secondo cui l’aumento dei salari avrebbe spinto in avanti i tassi di consumo, aprendo la strada all’accettazione, da parte dell’opinione pubblica, di una politica più aggressiva di rialzo dei tassi di interesse. La formazione dei prezzi in Giappone viene calcolata utilizzando due diversi indici; il primo è l’indice dei prezzi al consumo di Tokyo (CPI), mentre il secondo è il cosiddetto indice “core-core”, che non include i prezzi aggiornati del caburante e degli alimenti freschi: è questo l’indice che la BoJ cerca per valutare gli esiti e la portata della sua politica.
L’ammontare della spesa pubblica è stato conseguenza dei sussidi che il governo ha rimesso in campo per aiutare il pagamento delle bollette. Le previsioni riguardanti la dinamica dei prezzi si basano su un profondo processo di revisione ad ampio raggio, che le aziende giapponesi attuano una volta ogni due anni. Il rallentamento dal +1,2% di settembre al +1,1% di ottobre suggerisce che i consumi non sono sufficientemente elevati, come necessitano le imprese, per compensare l’aumento del costo del lavoro, ostacolando così le ambizioni della BoJ di preservare i profitti delle aziende pur continuando ad aumentare i tassi. I dati di ottobre mostrano la stessa situazione di pressione inflazionistica sui prezzi, segnalando una contrazione che si è particolarmente accentuata tra settembre e ottobre. L’ampiezza e la profondità di questa rilevazione hanno reso piuttosto evidente il rapporto tra il declino del settore manifatturiero e quello dei servizi, con il secondo che segue il primo.
Le previsioni che utilizzano un altro indice specifico, come l’indice PMI dei nuovi ordini, che si concentra sulle previsioni degli ordini futuri alle imprese, hanno indicato un forte calo a giugno, il più alto da febbraio 2022. In base a ciò, l’aspettativa di crescita per i successivi 12 mesi ha visto il calo più marcato in ottobre – dopo una contrazione di tre mesi – posizionandosi così ai minimi dall’agosto 2020.
Le pressioni del grande capitale privato per definire la politica economica e finanziaria statale si combinano in una spinta decisa sulla BoJ per costringere quest’ultima a ritardare qualsiasi mossa almeno fino al secondo trimestre del 2025. Gli aumenti salariali di ottobre, così come la spesa per le pensioni, hanno seguito la tendenza già vista svilupparsi sotto il governo Kishida: dopo interminabili negoziati, piccole somme sono state “elemosinate” ai lavoratori o ai pensionati.
Frattanto sono state adottate ulteriori misure per sostenere la demografia giapponese, con un aumento degli assegni familiari a ¥30000, il cui pagamento partirà da dicembre. La copertura pensionistica per i lavoratori part-time (kosei nenkin) è stata estesa dalle aziende con più di 101 dipendenti a quelle da 51 in su, segnalando un significativo spostamento della forza lavoro verso forme e condizioni di lavoro più “insicure” rispetto agli anni precedenti.
Questi effimeri “miglioramenti”, che d’altra parte hanno già perso slancio dal momento stesso in cui sono stati adottati, sono ragionevolmente ritenuti inadeguati per consentire aumenti effettivi dell’attuale potere d’acquisto dei lavoratori e dei pensionati, ostacolando ulteriormente i consumi, le entrate fiscali e l’economia di filiera. In queste difficili condizioni, per inquadrare adeguatamente le prospettive di Ishiba di formare un nuovo gabinetto, è utile guardare al processo che ha guidato la 50esima elezione della Camera dei Rappresentanti.
Le dimissioni di Kishida non possono essere liquidate solo ad una questione di reputazione, ovviamente. Il gradimento del suo governo da parte della borghesia è crollato ai minimi termini proprio quando le tensioni con la Corea del Nord e la Cina si sono fatte più acute, mentre allo stesso tempo la nazione diventava il bersaglio delle restrizioni commerciali – poste da un’amministrazione Biden uscente – sul tema dell’espansione dell’industria siderurgica statunitense.
Soprattutto, è di massimo rilievo l’attuale difficoltà, per il Giappone, nel sostenere le sue enormi spese militari – per il potenziamento delle forze navali – senza che esse finiscano per pesare su altri settori: conseguenza di ciò è stato il rafforzamento delle richieste di nuovi sussidi da parte dell’industria nipponica, che negli anni aveva un relativo vantaggio in termini di produzione per l’esportazione.
Il gabinetto Kishida era evidentemente troppo invischiato in una strategia perdente sui prezzi e sulla politica monetaria (condivisa con la BoJ) per intervenire con decisione sull’inflazione, rendendo evidente il fatto che l’economia giapponese stava sperimentando gli stessi lati negativi della Bidenomics negli Stati Uniti. La nomina di Ishiba è stata travagliata ed è avvenuta nel contesto di un’accresciuta rivalità tra le fazioni dell’LDP, che alla fine ha portato alla ricostruzione della stessa coalizione in bilico che aveva portato Kishida al potere nelle elezioni generali del 2021. Essa comprende l’LDP ed il partito di ispirazione buddista Komeito. L’elezione era stata preceduta dalla nomina dei rappresentanti, tappa intermedia ma anche come banco di prova, allo scopo di permettere alle varie bande borghesi di discutere le politiche prima di accordarsi su un progetto comune.
Alla cosiddetta “fazione dei legislatori” è stato affidato lo sforzo di mettere alla prova gli “sfidanti”: al primo turno, il conservatore Takaichi ha favorito un ulteriore aumento della pressione militare contro i Paesi vicini, sconfiggendo Ishiba il quale aveva ottenuto solo 46 voti tra i legislatori e 108 tra i membri del partito, per un totale di 154 voti. Tuttavia il risultato è stato ribaltato al secondo turno, quando Ishiba ha vinto la candidatura con 215 voti contro i 194 del suo avversario.
Il timore per le conseguenze internazionali che sarebbero seguite alla nomina di Takaichi è stato elevato, da parte degli analisti, a possibile spiegazione della sua disfatta, ma queste considerazioni non sembrano tenere in debito conto l’economia e sono quindi influenzate da una linea di pensiero borghese che dipinge la politica come una sfera libera, indipendente dalle nude necessità della conservazione del potere di classe.
Il 1° ottobre la nomina di Ishiba diventava formale, ma in un clima politico ancora non consolidato. L’effimera candidatura si è interrotta il 9 ottobre, quando Ishiba ha fatto dimettere il governo per aprire la strada allo scioglimento della Dieta e alla proclamazione di nuove elezioni “lampo” che, agli occhi di qualche fonte occidentale, avevano come unico scopo quello di dare al mandato di Ishiba legittimità “popolare”. Almeno sulla carta, l’LDP aveva un certo vantaggio sulle altre forze partecipanti alla farsa elettorale, come il Partito Costituzionale Democratico con il suo nuovo leader eletto, Noda Yoshihiko, e il Partito Comunista. Tuttavia, l’LDP non ha raggiunto l’obiettivo sperato e cioé quello di guadagnare terreno significativo per la stabilizzazione al potere, ha anzi subito, in questo senso, una catastrofica sconfitta passando da 288 rappresentanti a 215, ben al di sotto della soglia di maggioranza di 233. Il CDP ha ottenuto 148 seggi, 50 in più rispetto alle elezioni generali del 2021. Sebbene già indeboliti dalle rivalità interne, l’LDP e i suoi alleati di Komeito (che hanno perso anch’essi da 32 a 24 seggi) devono considerare l’ipotesi di insediarsi con un governo di minoranza, ridimensionando il loro obiettivo di essere il perno della politica borghese giapponese come è avvenuto negli ultimi decenni.
Dunque, la posizione del Paese e il suo ambizioso programma di espansione militare risultano ora ulteriormente più in bilico, lasciando ad Ishiba come unica opzione quella di replicare la stessa situazione del 2009, quando l’LDP perse la maggioranza.
La strategia attuale implica necessariamente la liquidazione della revisione costituzionale a causa dell’assenza di una chiara maggioranza, e la creazione di alleanze occasionali con le forze di opposizione, per far approvare di volta in volta specifiche proposte di legge, sia con il CDP che con il Japan Innovation Party, una formazione politica espressione dei lobbisti delle imprese del settore tecnologico ed energetico, espressione dell’influente movimento degli “stakeholders”.
In circostanze del genere, con una domanda da parte di Stati Uniti e Cina che difficilmente migliorerà, e con la prospettiva del confronto militare sempre più vicina, si gettano nuove basi per un’ulteriore fase di instabilità.