Partito Comunista Internazionale

Borghesi senza proletari? Pt.1

Categorie: Opportunism, USA

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«Noi qui negli Stati Uniti dobbiamo ancora percorrere molta strada per far divenire i dirigenti e gli operai delle fabbriche dei veri e propri soci, ma siamo già sulla buona strada».  E sia lodato il cielo. Tale consolante notizia ce l’ha data mister Clinton S. Golden, ex consulente sindacale dell’ECA, in un discorso tenuto in occasione della visita degli industriali europei negli Stati Uniti. Egli ha continuato così: «Tale sviluppo favorevole (cioè la trasformazione degli operai in soci azionisti delle aziende) non avverrebbe su vasta scala se non esistesse un movimento sindacale forte ben disciplinato ed organizzato che ha già saldamente stabilito, con la maniera forte (mamma mia, come sono terribili i sindacalisti USA!) i suoi diritti circa i contratti collettivi».

Grazie mister Golden. Voi ci date ancora l’ennesima conferma di quanto attuale e completa sia la teoria marxista. Il vostro modo di fare il ciarlatano dalla faccia di bronzo, Marx lo conosceva fin dal lontano 1848, data del Manifesto dei Comunisti. Ma da quel tempo è passato un secolo intero di dominazione capitalistica e, a scorno della concretezza degli ideologi pari vostri, non abbiamo assistito ad uno, diciamo uno solo, esempio di realizzazione di quello che Marx ed Engels definivano col termine di «socialismo conservatore e borghese». Da quel tempo, qualunque operaio è divenuto per il gioco tirannico delle leggi sociali vigenti un socio, un padrone di aziende, ha dovuto spogliarsi della sua primitiva natura sociale, e divenire esso stesso uno sfruttatore, ha dovuto cioè passare nella classe dei borghesi.

 L’impossibilità che la classe dei proletari, dei prestatori di opera possa comunque divenire socia di affari della classe borghese sfruttatrice è dimostrabile dai vostri stessi ragionamenti. Gonfiando le gote, voi dite: «Non credo che il capitalismo possa a lungo sopravvivere in qualsiasi paese in questi giorni calamitosi, se il capitalismo e i lavoratori non accettano con fede il principio che una economia possa espandersi in profondità, e se non fanno quanto deve essere fatto per espandere l’economia in tal senso». Ma che significato pratico hanno i vostri ragionamenti sulla espansione dell’economia? In sostanza si tratterebbe, nientepopodimeno, di questo: «Importante per una economia che si espande sono la suddivisione e la distribuzione dei benefici derivanti dalla produzione e dalla produttività in aumento. E’ assolutamente essenziale che di tali benefici ne vengano a godere gli operai sotto forma di salari più alti; gli altri consumatori, sotto forma di prezzi più bassi; ed i proprietari sotto forma di profitti, che dovrebbero essere reinvestiti nel processo produttivo in un ciclo ininterrotto».

Il fatto inoppugnabile, e solo questo, che il vostro discorso è pubblicato sulle splendide pagine de «Nel mondo del lavoro», stampato con i dollari U.S.A. e gratuitamente distribuito, ci rassicura, egregio mister Golden, che non stiamo leggendo un discorso di Di Vittorio. Infatti l’argomento è identico. Due gocce d’acqua, d’acqua marcia, si intende. Ma lasciamo correre… Salari alti, prezzi bassi, reinvestimento dei profitti: ecco riassunto in sintesi la vostra teoria (vostra nel senso sociale, non personale giacché voi siete solo uno scimmiottatore maldestro) della «profondità del mercato». A dimostrazione della vostra idiozia tipicamente americana, tenete ad aggiungere: «Se queste cose (vedi sopra) non vengono fatte accuratamente, saggiamente, prudentemente ed in modo continuativo, i mezzi della tecnica moderna diventano una dannazione piuttosto che una benedizione perché allora la capacità di produzione sorpassa la capacità di consumo».

Benissimo. Avete messo il dito sulla piaga. la quadratura del cerchio capitalista è rappresentato appunto dall’insolubile problema sociale che è determinato dalla fondamentale esigenza dell’equilibrio tra salari e prezzi. Rifuggendo da errate interpretazioni lassalliane del rapporto salario-profitto, non abbiamo difficoltà ad accettare che il capitalismo riesca, nel campo della grande industria, ad ottenere e gli uni e gli altri. e i salari relativamente alti e i prezzi bassi. Ma ciò si ottiene in un solo modo: innalzando forzosamente il livello della produttività del lavoro, il che significa aumentando percentualmente gli sforzi produttivi dei lavoratori, affinché un accresciuto montante della produzione compensi il lecco elargito agli operai occupati. Esempio pratico di un aumento di produttività: la massa di prodotto realizzabile occupando 1.000.000  di operai, viene ottenuta mediante la meccanizzazione ad oltranza dei mezzi di produzione e mediante l’accresciuto sforzo lavorativo degli operai il che consentirà la riduzione della massa impiegabile dei lavoratori, poniamo a 250 mila unità. Ovviamente il tasso del profitto salirà in proporzione, e agli imprenditori riuscirà possibile aumentare relativamente i salari degli operai occupati. Ma, e gli altri 750.000 operai che sono stati sacrificati sull’altare del Dio Produttività e gettati sul lastrico, ad ingrossamento della armata industriale di riserva? Si gioveranno anch’essi degli aumenti di salari concessi agli operai occupati?